A tutto il bello che verrà

A chi il mondo l’ha esplorato e l’esplorerà con me, a chi mi ha aspettata e mi aspetterà a casa. Al mondo, a Buenos Aires, a Milano, a casa. A tutto il bello che verrà.

Ho immaginato centinaia di volte questo momento. Quando si diventa grandi davvero? Probabilmente non sarà puntualmente oggi, non sarà con l’upload di questa tesi, magari non sarà proprio e nella realtà si resta un po’ piccoli per sempre. Eppure, ogni qualvolta mi sia soffermata a pensare a quest’istante, vi ho sempre visto un angolo, un gradino, una curva ampia, la parete di una montagna, un ostacolo che avrei superato senza sapere cosa ci fosse dietro né perché stessi correndo realmente in quella direzione.
Ho aspettato, ho temporeggiato, ho preferito scrivere del sole e del mare, del tempo e dei profumi, ho preferito viaggiare, imparare nuove lingue e conoscere nuove culture, ma non posso più rimandare. Oggi, su questo treno regionale 3963, con una carrozza tutta per me e la playlist che mi ha accompagnata in questi anni, mi assumo tutte le responsabilità del caso.

Rido di me stessa, pensando a quanto ingigantisca questo attimo, la fine della vita universitaria e l’inizio di quella lavorativa, a quanto lo stia romanzando ed immaginando come un cambio radicale. Lo sarà? Perderò di vista me stessa o riuscirò a restare fedele ai miei principi? Riuscirò a fare una cosa nuova ogni giorno, a non perdere la curiosità?
Sarò in grado di coltivare le mie passioni attraverso il lavoro, di farle maturare insieme a me, di non dimenticarle? Troverò il tempo per perdermi in città nuove e vecchie, di fermarmi a parlare con sconosciuti, di aiutare hostess in difficoltà, di non avere fretta? Potrò permettermi di non accontentarmi, di non cercare scuse, di essere sempre onesta e schietta nonostante tutto? Dimenticherò ciò che oggi ritengo importante per lasciare spazio ad altro? Riuscirò ad andare a dormire soddisfatta ed a svegliarmi entusiasta e motivata per la giornata che mi attende? Ancora non ne ho la certezza, di nulla, ho invece il sentore che tutto sia nelle mie mani e che “comunque vada sarà un successo” (Scrissi questa frase sul quaderno di biologia, il quinto anno del liceo, la pronunciò la prof più temuta dell’istituto – citando Chiambretti – in uno slancio d’affetto, per motivare e salutare la classe. è un motto che amo ripetere e ripetermi. Male che vada avremo imparato qualcosa, quindi sarà comunque andata bene.)
Non solo, ho anche la consapevolezza che non sarò sola, per quanto abbia imparato ad arredare i miei spazi ed a consacrare i momenti con me stessa, non sarò mai sola.

È questa la sede in cui devo quindi ringraziare chi c’è stato e soprattutto chi ci sarà, mentre in riproduzione casuale sento le prime note di “Cosa resterà”, perché il destino è la sua puntualità, anche e soprattutto oggi.

Grazie dunque alla mia famiglia, mio fardello e mio orgoglio, che non ho sempre messo al primo posto, ma che se lo merita. Grazie mami e grazie papi, tutto il meglio di me è semplicemente la parte migliore di voi che ho ereditato ed emulato. Grazie sisters, non smettete mai di stringere i denti e sorridere, perché vi meritate tutta la gioia del mondo. Grazie alla mia nonnina, mano leggera sulla mia spalla, angelo custode di ogni mio giorno a qualsiasi distanza, a qualsiasi costo.
Grazie Alessia, perché mi hai completata, con la tua amicizia ed il tuo carattere così diverso dal mio, mi hai insegnato a non giudicare mai, a pazientare, a dare valore alle cose più piccole. Eravamo io e te e continueremo ad essere tu ed io, in capo al mondo o in Las Heras, a discutere sull’importanza e la futilità dei ringraziamenti nella tesi. Grazie Simo, per essere la più bella delle condanne. Per essere ancora qui, di nuovo qui, con me.
Grazie alle mie ragazze, Marta, Bea, Elena, grazie a Filippo, siete e sarete ancora e per sempre la miglior rappresentazione dell’amicizia sopra ogni cosa, overall.
Grazie Je e Ale, vivere con voi è stata un’iniezione di felicità, un turbinio di complicità, è stato sentirsi davvero in famiglia, siete famiglia.
Grazie ad Andrea per tutte le testate e gli abbracci, a Lils, dolcezza e amore fatti donna, a Giacomo.
Grazie a quelli della Valla, alle mie amichette del mare, alle amiche di una vita, Elena, Carola, Elisabetta, Ciottini, Alice, ma anche a Stefano, a Lollo, Pelle, Carlo e soprattutto a Giorgio, alle olandesine di Oneto, a chiunque renda Santa un’oasi di pace e serenità.
Grazie Michi, dalla pelle al cuore.
 Grazie Lollo, un per sempre senza fine. Grazie Amalia, amica di penna e amica punto.
 Grazie ad ESN, a tutte le splendide persone che mi ha permesso di conoscere, a quelle che continueranno ad arricchirmi, grazie perché sei stata palestra di vita e sfondo colorato degli ultimi tre anni.

Grazie a tutte le persone che hanno ospitato me ed Alessia durante il nostro viaggio, alla generosità dimostrataci, all’affetto regalato. Grazie a chi ci ha accolto nelle proprie case insegnandoci l’umiltà e la ricchezza d’animo. Grazie a chi ci ha dato un passaggio, a chi semplicemente ci ha donato un sorriso, un abbraccio, un pezzo della sua storia, del suo tempo ed una parte di sé.
Grazie a Joaco e Diego, per aver reso Buenos Aires un po’ più magica, per avermi mostrato il volto migliore di questi milanesi oltreoceano. Grazie a chi ha toccato la mia vita in questi due anni, migliorandola o facendomi meglio comprendere chi sono io, chi merito e desidero al mio fianco. Grazie a chi l’ha solo sfiorata, di sfuggita, in treno, su un camion, in aereo, sul bus, in un ostello, al supermercato, in università, su una spiaggia caraibica o in una villa. Grazie a chi ci si è buttato solo ora, all’ultimo, ma l’ha fatto per restare (sì Andrea, grazie a te).
Grazie al mondo, questo splendido scenario che ospita tutte le relazioni quotidiane. Grazie nuovamente a Siviglia, mio trampolino di lancio su questa vita senza confini, casa lontano da casa, città di gioia e speranza, grazie per aver creato legami indissolubili (ciao Angelo). Grazie a Milano, tanto grigia quanto luminosa quando arriva la primavera, che mi ha guardata sbocciare e mi ha permesso di sbirciare nei miei cortiletti interiori, mentre cercavo il bello in lei l’ho trovato anche dentro di me. Grazie Buenos Aires, inaspettata, piena, piede perno delle avventure più disparate, magia pura. Grazie America Latina, per avermi insegnato che tra nord e sud non c’è un oceano, ma una caterva di pregiudizi. Grazie Casale, Cervinia, Genova, Santa, grazie Italia, perché sei davvero la mia mamma, la mia casa, il mio punto d’arrivo.

Solo così, soffermandomi, riesco realmente a rendermi conto della portata, dell’intensità di tutto quello che ho vissuto, della quantità di persone incontrate, di luoghi visitati, di emozioni provate, di errori commessi e di lezioni apprese.
“Grata e felice”. L’ho scritto un paio di volte in questi anni, non ricordo più in quali occasioni, ma è una sensazione che mi accompagna, quindi lo reitero. Sono troppo fortunata.
Mi auguro di addormentarmi soddisfatta, di svegliarmi entusiasta e motivata. Mi auguro una vita piena, sopra le righe. Una vita in cui poter essere spontanea ed onesta, grata e felice. “I tuoi sogni, non dimenticarli mai” mi disse un anziano antiquario in canottiera, uno di quei personaggi casuali che sembrano poterti leggera la vita nell’iride.
Ed ecco qual è il mio sogno, cosa voglio fare da grande, chi voglio essere: una persona grata e felice. Come? Adesso ci lavoriamo.

P.s.: Un ultimo doveroso ringraziamento va alla relatrice di questa tesi, la professoressa Monica Bonini, che ha creduto in me senza lasciarmi a briglie sciolte. Una professionista attenta e meticolosa, appassionata insegnante, per la quale ho provato estrema simpatia ed ammirazione dal primo giorno o forse dal giorno in cui mi sono resa conto che aveva memorizzato i nomi di ogni alunno, con tutta l’umanità necessaria al mondo universitario italiano.

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Call me come cavolo ti pare, basta che call me

Avrei voluto consigliarvi un film, con un post che non sono pronta a condividere e che resterà a prendere polvere per un po’, finché non diventerà desueto e allora non sarà più così intimo, perché apparterrà al passato. Mi è però venuto alla mente uno scambio di battute avvincente e profondo, vecchio come Chiamami con il tuo nome, che per assonanza di temi (cinematografia) e per la sua veridicità, ho deciso di pubblicare.

Che rimanga negli annali.

 

– Ieri ho visto il film (Call me by your name di Luca Guadagnino) prima di finire di leggere l’articolo e continuo a pensarci.

– “In questo momento magari non ti va di provare alcunché. Magari non hai mai voluto provare alcunché. E magari non è a me che vorrai parlare di queste cose. Ma ovviamente qualcosa l’hai provato. Avevi una splendida amicizia. Forse più di un’amicizia. E io t’invidio. (…) Soffochiamo così tanto di noi stessi per cercare di guarire più in fretta, che quando poi arriviamo a 30 siamo già prosciugati, e ogni volta che ricominciamo con qualcun altro abbiamo sempre meno da offrirgli. Ma costringersi a non provare niente per non soffrire — che spreco! (…) Come vivi la tua vita è affar tuo, ma ricorda: i nostri cuori e i nostri corpi ci vengono dati una volta sola. E prima che tu te ne renda conto, il cuore si logora, e quanto al tuo corpo, a un certo punto arriva il momento in cui nessuno lo guarderà, né tanto meno vorrà avvicinarcisi. Adesso c’è dispiacere, dolore: non ucciderli, perché assieme ad essi se ne andrebbe anche la gioia che hai vissuto.”

– E questa frase finale è veramente veramente top. Altro che oscar. 
Mi è piaciuta proprio la dolcezza lenta di tutto il film, i suoni forti dell’Italia d’estate, ne sentivo quasi il sapore. Ho amato la zozzaggine naturale di una coppia che si ama e vaffanculo mi mangio la tua sborra perché è tua, è mia, è nostra. Eppure, come ogni cosa bella ed intensa, come tutti i nostri primi amori forti ed adolescenziali, veri come non mai, ma distanti dai compromessi a cui scenderai più avanti, finisce. Dolcemente, bruscamente, brucia e ti spacca come mai più nessuno sarà in grado di fare. Perché non ti concederai più così, non amerai più così, bramerai tutta la vita l’intensità di quel primo amore, un nuovo amore forte e folle com’eri tu, a 15 o 20 anni. Senza accettare che quel tu non esiste più. E sarà forse l’unico dolore che non dimenticherai, perché ti sei concesso pure al dolore, quella volta. L’hai lasciato entrare e ti sei lasciato soffocare, con la testa nel cuscino, gridando, umiliandoti, lasciando passare anche la fame.

– Quanto hai ragione? È proprio la mia paura quella, non trovare mai più nessuno che mi faccia diventare incosciente, incurante di tutto… che mi faccia trovare anche le forze che non ho per starci insieme. Che mi faccia cambiare il modo di vedere le cose o che mi faccia pensare che la mia vita vada modificata… Quella forza quella passione di andare oltre ogni cosa. Quel dolore anche – sì, esatto – è un dolore consequenziale soltanto ad un sentimento enorme, che non tornerà più crescendo. Tra la corazza che ci si costruisce, il proprio mondo e quella mancanza di voglia di scendere ai compromessi di cui tu parli, non tornerà più.

– E per cosa? Per paura? Ce la siamo fatti per paura quella corazza? O perché dopo aver sofferto siamo stati in grado di accantonare il dolore e semplicemente andare avanti? Siamo stati di nuovo felici, rendendoci sterili, facendoci sentire potenti, in grado di superare ogni cosa, ma allo stesso tempo fortemente apatici. Che strana forma di vivere e vedere le cose, che paradosso.

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Aborto sì, aborto no, aborto bum – Buenos Aires pt. 6

Premessa: Uscendo dalla messa serale della domenica mi è stato dato un volantino, con una bella grafica, il Congreso sullo sfondo e lo slogan “Salvemos las dos vidas”.

Mercoledì 13 giugno la camera dei deputati argentina voterà per ampliare i termini della legalizzazione dell’aborto.

Puntualizzazione: Attualmente il codice penale (Articulo 86) permette l’aborto nel caso in cui sia praticato da un medico con il consenso di una donna incinta ond’evitare un pericolo per la sua vita o la sua salute (la salute può essere fisica o mentale), nel caso di violenze o di donne dementi. L’opinione pubblica parla sempre di “legalizzazione” dell’aborto in questo paese perché nella realtà la legge non si è espressa sugli obiettori di coscienza, quindi è possibile che in un intera provincia (parliamo di 15 milioni di abitanti) non vi siano medici (nella sanità pubblica) disposti a praticare l’aborto anche nei casi in cui questo sia legale.

Con la nuova riforma di legge (Proyecto 0230-D-2018Proyecto 0559-D-2018) la pratica sarebbe estesa a tutte le donne che la richiedano, in maniera gratuita, dai 13 anni in su, presupponendo che una ragazza di 13 anni dal momento in cui sceglie di avere un rapporto sia anche in grado di assumere una scelta su un’eventuale interruzione di gravidanza senza interpellare i genitori.

Tornando verso casa, saltellando come Heidi i primi giorni di primavera, cercavo dentro di me la risposta alla domanda che mi pongo ormai da mesi su questo argomento.

Qualche settimana fa, scrivendo tra me e me, mi sono posta vari interrogativi che poi ho twittato.
Interrogativi che oggi risuonano nella mia mente di donna, punti di domanda che mi fanno guardare allo specchio chiedendomi, ma con chi dovrei andare a manifestare domani? Con #NiUnaMenos per inneggiare all’aborto legale, sicuro e gratuito o con Unidad Provida? E anche nel caso in cui decidessi di stare comodamente a casa mia a studiare, qual è la mia posizione a riguardo? Qual è la mia cavolo di opinione?

Mi chiedevo:
«Fino a che punto possiamo invocare la “libertà sul nostro corpo” quando la libertà stessa diventa un sopruso, un’oppressione? Fino a che punto possiamo alzare l’asticella? Non si diceva forse che la mia libertà finisce dove inizia quella di un altro? E se lo privo di ogni scelta?
A volte mi chiedo se davvero non sia un eccesso di onnipotenza, il nostro, una ricerca estrema di autogiustificazione, un egoismo galoppante per cui lottiamo, una ricerca di quella proprietà privata che in altri contesti contestiamo.
Vogliamo essere padrone, non solo del nostro utero, ma di tutto ciò che può nascere lì dentro, anche se si tratta di un altro essere vivente che dovrebbe avere il nostro stesso diritto di dire “sto cazzo che mi vendi mercenaria di merda, mastubati e vai a lavorare ciao”.
Non capisco questa carovana di cattiveria (nei confronti di chi non è così convinto sulla legalizzazione dell’aborto a tutti i costi, nei confronti di chi è convinto che non sia una pratica corretta), non è retrogrado pensare nei diritti di un essere vivente che non può difendersi.
È ipocrita ed egoista pensare invece di essere proprietarie di qualcuno solo perché lo mettiamo al mondo. Un gesto che dovrebbe essere pura generosità.»

Pubblicando una foto scattata a Valparaiso di un murales che recita: “Si no eres dueña de tu cuerpo de que mierda eres dueña?”, commentavo:

«Non lo so di cosa sono padrona, ma nel momento in cui nel mio corpo non ci sono solo io è una comproprietà e come tale sono due le persone ad aver diritto d’espressione, parola, scelta. Se vogliamo far prevalere i nostri ok, ma che non si dica che è giusto e sacrosanto, indubbio ed incontestabile.
O meglio, dite pure quello che volete, ma io credo che stia passando il messaggio sbagliato.
L’aborto dev’essere legalizzato per fare 1 danno solo e non 2? Per dare modo a chi, per niente a cuor leggero, sceglie di rinunciare a qualcosa che non può affrontare in quel momento?
L’aborto dev’essere legalizzato perché è una realtà? Perché anche quell’ammasso di cellule o bambino che sia, ha diritto quantomeno di morire con dignità e quella donna di sopravvivere?
Non ne sono pienamente convinta, ma qui ad affermare che sia sacrosanto ne passa.
Ed intanto aumentano sempre più gli aborti, le proprietà private, le scuse, le giustificazioni, l’egoismo. Diminuisce l’accortezza, l’altruismo, l’amore per la vita, il senso di responsabilità, il tasso di natalità.»

Aggiungevo, poi, un po’ da paraculo, un po’ onestamente:
«Flusso di coscienza, interrogativi e non giudizio. Domande per me stessa e per chi voglia esprimere un’opinione, la mia è in continuo divenire, ma non prende per buono tutto quello che arriva solo per seguire la massa e farsi portavoce di una battaglia nuova.»

Il punto è che per quanto rilegga, per quanto provi ancora a trovare una risposta a questa domanda, non ci riesco.
Ho sempre risposto in maniera molto politically correct, a chi mi chiedeva un’opinione a riguardo: «io non lo farei mai, ma non sono nessuno per giudicare le scelte di qualcun altro, soprattutto una scelta di questo calibro».
Eppure non è un giudizio postumo quello che vorrei da me, ma una semplice presa di posizione, un’idea precisa, qualcosa da gridare in piazza. Invece non ci riesco, mi sforzo e non ci riesco, mi sento piccola così e non ci riesco.

Chi sono io per obbligarti ad amare un figlio? A portarlo in grembo per nove mesi per poi magari abbandonarlo, oppure crescerlo, fargli fare una vita miserabile? Chi sono io per obbligarti ad affidarti ad un istituito, a darlo in adozione magari proprio ad una coppia omosessuale che finalmente ne avrà il diritto? Una di quelle coppie che chi inneggia alla legalità dell’aborto vorrebbe vedere adottare un bimbo perché “un bambino merita amore, non importa da chi lo riceva”. Non sembra un po’ strano? Se ovunque i figli indesiderati si uccidono togliamo loro la possibilità di essere amati proprio da chi vorrebbe. Ma chi sono io per decidere che un altro umano può morire? Ancora prima di essere nato? Chi cazzo sono io?

Se esistono medici obiettori di coscienza, che smettono di esserlo, che magari poi tornando ad esserlo, che s’incazzano e si rifiutano di praticare più volte l’aborto ad una stessa donna, se anche un medico dubita delle sue convinzioni, davvero voi avete un quadro chiarissimo della situazione?
Davvero la civiltà di un paese si dimostra con la legalizzazione e la gratuita dell’aborto ancor prima della gratuità dei metodi anticoncezionali? Ancor prima degli assorbenti come beni di prima necessità? Davvero la civiltà di un popolo si dimostra con gli investimenti nelle cure e non con la prevenzione? Con una lotta pazzesca per prevenire a più non posso, per insegnare, per educare al sesso? Un popolo in cui il sesso rimane un tabù a scuola, a casa, con gli amici, può essere civile legalizzando l’aborto? Un popolo di donne che non ammettono di masturbarsi, può avere la faccia così tosta di gridare chissà cosa?

Davvero siete al 100% convinte di quello per cui state scrivendo gli striscioni? In un caso e nell’altro, come fate?

Ma sopratutto, come fate a non accettare che ci sia qualcuno che nutre dei dubbi sul vostro punto di vista, qualunque esso sia, su una questione così borderline?

Vado a dormire con tutte queste domande e pochissime risposte, nonostante tutti gli articoli, le pubblicazioni, le proposte di legge, le statistiche, mi porto a letto questo peso, voi dormite davvero leggere?

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Piovigginava, lieve – Buenos Aires pt. 5

Era da un po’ di tempo che non mi facevo un pianto liberatorio del genere. Uno di quelli senza senso, stimolati dall’abbandono di un cagnolino in mezzo alla strada in una pubblicità o dalla caduta di un pezzo di prosciutto mentre prepari un toast. Un pianto da pazza, da sbalzo ormonale, da mestruazioni in arrivo, da chi ha proprio bisogno di sfogarsi. Un pianto gratuito, sul letto, nella tua cameretta, in silenzio, con il moccolo al naso e versetti da bambina.

Ho casualmente trovato un articolo che parlava della fidanzata di Tim Bergling (Avicii), con la quale aveva una relazione mantenuta nascosta al pubblico perché fosse solo loro. Ora è di dominio pubblico, l’ha resa pubblica dopo essersi resa conto che lui è morto davvero. Sognavano insieme di apparire solo quando avrebbero messo al mondo un figlio, solo quando qualcosa li avrebbe legati per sempre indissolubilmente, come solo un pargolo può fare, più di qualsiasi anello, più di qualsiasi promessa. Qualche giorno fa Tereza ha pubblicato un video collage di fotografie di loro 3, loro due ed il figlio di lei avuto da una precedente relazione con cui Tim aveva una relazione praticamente paterna. Al video muto sono susseguite 13 fotografie, 13 screenshot di una lettera non semplicemente a piedi nudi a cuore aperto, come la chiamerei io, ma a piedi infangati, insanguinati e cuore a brandelli, putrefatto. Una lettera piena di amore, incredulità, paura, nostalgia e malinconia, che mi ha fatto riversare tutti i liquidi che avevo in corpo sul cuscino.

 

Forse avrei dovuto farlo prima, correre, piangere, prendere a pugni il muro e urlare a squarciagola. Lasciarmi andare ad un po’ di sana e meritata angoscia.

Forse dovremmo concedercela tutti, una rigenerante via di fuga. Ogni tanto, dovremmo aprire quella porta che collega la nostra anima al nostro corpo ed il nostro corpo all’esterno, al vacio celestial. Per lasciar evaporare, come in sauna, le tossine in eccesso, i brutti pensieri, le tristezze, le paure e ricaricarci. Per lasciarli nei fanghi come farebbe Litt o per prenderli a pugni come farebbe Specter.

 

Ho sempre predicato la gioia, l’amore e la pace nel mondo. Ho sempre cercato di essere la soluzione e non il problema, di guardare il lato positivo, di sentirmi una roccia, di non lasciarmi scalfire, di essere quella forte, il punto di riferimento… stronzate.

Arroganti ed esuberanti prese di posizione di una ragazzina impaurita e corazzata, che alza muri ed indossa protezioni per affrontare ogni problema, finché non rimane in mutande, in braghe di tela e non le resta che piangere.

 

È stato un mese difficile, forse più di un mese in realtà. Ho avuto paura. Una paura fottuta di non stare bene. Un timore nemmeno troppo fondato, forse dettato dal senso di colpa oltre che dalla leggera ipocondria da cui mi sono fatta prendere.
Ho iniziato ad interpretare ogni dolore come un sintomo, ogni sintomo come una punizione e le mie azioni come un insieme insensato di scelte prese a caso, per dimostrare non so cosa a chi ed a me stessa.

E invece l’unica cosa che dovevo interpretare, poi me ne sono accorta, ero io che a gran voce mi dicevo di fermarmi, di tornare a nuotare, di smetterla di galleggiare sulle acque della mia stessa vita.

 

È successo che due anni fa, quando ne avevo ancora 20, appena tornata dal mio Erasmus, in fretta e furia mi sono laureata. Il giorno dopo, ancora in clima di festa, sono partita con Monse e Pedro per la Sardegna. Abbiamo raggiunto Ilenia e girovagato per l’isola per una settimana. In direzione Tuerredda, all’ora del tramonto, con l’odore di pesce sotto al naso, la giacca di jeans di mamma e la spensieratezza di quel periodo, ricevetti una mail. Un professore della triennale che aveva chiesto a Lucia i miei recapiti mi scrisse poche significative parole che ho custodito fino ad oggi.

Diceva più o meno così:

 

“È ovviamente scontato farle i complimenti, già sa la profonda stima professionale che ho nei suoi confronti.
Ma leggere le sue parole su Internet, per caso, appese ad un filo di sole invisibile e vive come un acrobata incerto tra la banalità e la perfezione, mi ha lasciato di sasso. Di pietra e di sasso. Di rado ho letto, in una persona così giovane soprattutto, un talento simile, che forse nemmeno io possedevo alla sua età.
Non butti via la sua ricchezza, perché il mondo (e quindi tutti, e quindi anche io) ha bisogno di persone come lei: profonde come una cicatrice, talvolta dissacranti, ma piene di rune e di luna.
Mi ha fatto piacere conoscerla.”

 

La mia risposta non si fece attendere e nemmeno la sua, alla quale seguì un’altra mail di cui, purtroppo, mi rimane solo uno screenshot che mandai a Vincenzo.

 

“La saluto con due raccomandazioni culturali, che so saprà apprezzare (se già non le conosce): il Walden di Thoreau e Unthought Know dei Pearl Jam”.

 

Due mail una più bella dell’altra, che mi hanno riempita di gioia e di orgoglio, quando in realtà avrebbero dovuto riempirmi anche di motivazione. Non ne ho mai fatto l’uso appropriato, lasciandole in disparte nella sezione Speciali di Gmail. Ero in vacanza, non avevo il computer, non era il momento scaricare quella canzone e nemmeno per andare a comprare un libro. Sono stata superficiale, proprio quella parole che non mi piace mai sentir pronunciare ad Ale.

 

L’estate è finita, ho cambiato università, sono andata a vivere a Milano, Alessandria è rimasta da parte, ho vinto la borsa di studio, sono partita per Buenos Aires, ho viaggiato per l’America Latina, sono tornata a Buenos Aires, sono ripartita per il Cile e solo a quel punto sono ritornata al punto di partenza.

 

Non ero a conoscenza del fatto che Eddie Vedder, cantante che amo, di cui amo le colonne sonore da solista e che è sempre stato presente nella mia playlist, giusto al secondo posto rispetto a Bon Iver, fosse il frontman dei Pearl Jam. In teoria una cosa viene prima dell’altra, ma io ovviamente conoscevo l’altra. Superficiale.
Mentre annullavano l’ultimo giorno del Loolapalooza a Buenos Aires e Edward tornava a casa senza essersi esibito, io scoprivo che lui era il cantante dei Pearl Jam.
Così, qualche settimana dopo, al momento di uscire di casa per camminare un po’ sotto la pioggia e piagnucolare su quanto fossi in ansia per la mia condizione fisica, cercai quella mail, per scaricare quella canzone.

“…il Walden di Thoreau e Unthought Know dei Pearl Jam”.

 

Le pareti piano piano hanno iniziato ad oscillare.

 

La settimana precedente ero stata in Cile, durante qualche giorno di relax a Viña del Mar io e Ale ne abbiamo approfittato per finire Merlì, la serie catalana che racconta le dinamiche di una classe di un liceo di Barcellona, incentrandosi sulla vita del loro professore di filosofia. Abbassando sul piano attuale e semplificando alcuni concetti espressi dai più sommi filosofi, il Bergeron ha riacceso la liceale che era in me incuriosendomi, con una citazione di Thoreau rivolta ad un alunno:
“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto.”

Una frase che incuriosirebbe chiunque, che insieme ad un tweet di un professore un po’ moderno, di matematica, che trovate sotto @orporick che diceva “In mezzo a un mondo di chiassosi, superficiali attori, è nobile stare in disparte e dire – Io voglio semplicemente essere -” Da una lettera Di Harrison Blake a Henry David Thoreau del 1848, mi ha convinto a cercare quel Walden, ad andare in biblioteca e portarlo a casa.

 

Ero su una delle sedie rosse del salotto, con Walden nella borsa e Unthought Know nella playlist, le pareti oscillavano, fuori pioveva, non sapevo cosa mi stesse succedendo, ma avevo capito. Con due anni di ritardo, avevo la mia vita tra le mani, nuda e cruda, fatta di certezze e paure, umana come ogni altra vita, a quel punto un po’ più consapevole.

Il mondo ha fatto dei giri strani, forse qualche piccolo Jake o qualche Amelia hanno toccato i fili della sequenza per farmi inciampare in qualcosa che mi avrebbe fatto bene, che mi avrebbe aiutata, in qualcosa che già una volta mi era stato segnalato ed io avevo ignorato.

Mi è parso di aver perso un sacco di tempo, quando in realtà, forse c’è un momento per ogni cosa e davvero se qualcosa dev’essere sarà.

 

Io sicuramente dovevo leggere Walden ed ascoltare i Pearl Jam, mentre mi rendevo conto di cosa significasse il mio vagare, di quale fosse il mio scopo ultimo: trovare la mia dimensione, il mio spazio vitale, il bello che mi fa stare bene, in me stessa però, non in un luogo preciso, ma dentro.

 

Ho avuto paura ed ho scoperto dove finisce, tutta. Immagino che ci sia un posto, dentro ognuno di voi, in cui accumulate lo stress, l’ansia e la paura. Come i brividi per qualcosa d’impressionante arrivano dalle chiappe, quelli di freddo risalgono la schiena, quelli d’emozione prendono le braccia. Così ho scoperto che tutta l’ansia che non sapevo nemmeno potessi provare era rinchiusa tra l’ombelico e l’esofago, lì, nella mia pancia.

Ancora non se n’è andata, magari è in compagnia di qualche virus intestinale preso in una capanna sulla spiaggia in Colombia o in un water all’aria aperta a 4500 metri sulle Ande, magari invece è sola soletta.

Io anche, sono in solitaria nella mia stanza con il computer sulle gambe e la tranquillità nel cuore. In solitaria non significa sola, so di non essere sola, eppure ho imparato ad arredare ed apprezzare ogni tratto della solitudine, rendendola quasi necessaria, quasi un rituale di amor proprio. Questo l’ho imparato grazie ad Alessia, persona splendida che con me ha condiviso tutto questo viaggio, con la sua personalità totalmente opposta rispetto alla mia, con la sua introversione che la rende una perla preziosa da trovare.

 

Mi sono sempre saputa vendere bene, ma ho peccato in tanti aspetti che è ora di correggere.
Fin da bambina non ho mai finito un diario, iniziavo, scrivevo due pagine e poi basta, eppure potevo dire di avere un diario segreto. No, non avevo un diario segreto, non parlavo con il mio diario, facevo finta per qualche giorno e poi lo abbandonavo per qualcos’altro. Crescendo ho smesso di rovinare i bei quaderni per cose che sapevo che non avrei finito, mi sono ripromessa di smettere di farlo e a tutt’oggi non sono ancora stata in grado.
Non mi piace. Non mi piace sentirmi un’inconcludente, anche se si tratta dell’album dei ricordi di Siviglia, o delle registrazioni per Radio ESN, anzi, soprattutto se si tratta di cose meno formalmente importanti. Sono bravi tutti a fare il proprio dovere, a pagare le bollette entro la scadenza, a mangiare lo yogurt prima che sia troppo tardi, quella è la base, ma tutto il resto?
Quando si tratta di cose formali posso essere intransigente e meticolosa, quando si tratta invece di altri impegni presi con me stessa o con persone a me meno vicine, non dovrei avere lo stesso rispetto? Perché mi perdo? Perché non so dire semplicemente “no” o “no guarda, non me la sento di prendermi questo impegno perché temo di non poterlo portare a termine, mi sto dedicando ad altro”, un sincero e rispettoso “no” per non perdere tempo e non farlo perdere agli altri. E’ così difficile?

È così difficile d’altro canto arrivare puntuali?
Un professore che mi piace, d’investigación de mercados, il primo giorno, per conoscerci, ci ha posto alcune domande stravaganti e curiose. Tra queste c’era “che tipo di persona non ti piace?”, dopo aver lasciato rispondere tutti noi le ho rivolte a lui e la sua risposta è stata “non mi piacciono i ritardatari perché rubano il mio tempo, il tempo è una risorsa scarsa per tutti, se una persona me lo estirpa, mi manca di rispetto e non mi piace”. Mi sono sentita così avvilita, così ladra di tempo altrui, così poco rispettosa nei confronti di chiunque mi abbia aspettata, che quanto meno sto imparando ad avvisare anticipatamente le persone che mi conoscono meno, se non che addirittura ad arrivare puntuale.

 

È così difficile accontentarsi? Fermarsi? Guardare più a fondo quello che ho attorno, invece di crede di conoscerlo, e continuare a guardare altrove?

 

Il mio corpo si è fatto sentire, per dirmi di abbassare i giri del motore, chiedendo un po’ di tranquillità e la mia mente ha iniziato a sentire la necessità di punti fermi, di orari, di abitudini.

Che parola spaventosa eh?
Io che ho sempre pensato alle abitudini come a qualcosa di statico, triste e riservato a chi si accontenta, ora ne vorrei di più.

Non parlo di quelle abitudini a cui non ho mai rinunciato, le belle abitudini come il latte e cereali, la messa della domenica e Santa almeno a ferragosto, ma parlo di quelle quotidiane, settimanali, quelle che in questo momento associo alla stabilità ed alla calma interiore. Una routine d’igiene femminile, latte detergente, tonico, creme. Fare i dolci la domenica, mangiare pizza il venerdì, un hamburger al sabato… ci sono stati anni in cui avevo tante di queste abitudini e non saprei dire se stessi meglio o peggio, ero sicuramente felice, mi ricordo felice sempre dal primo anno di università ad oggi almeno, però ero sicuramente in salute, con un fisico pazzesco che rifletteva la tranquillità interiore.

 

Parliamoci chiaro, non voglio comprare un gatto, lavorare in azienda e smettere di viaggiare, questa non sono io e mai lo sarò, ma tra l’essere una nomade vagabonda che cambia casa ogni 2 giorni ed avere quanto meno una casa c’è quello step, quel gradino che ho proprio voglia di fare adesso. Non in un adesso immediato, ma in un futuro estremamente prossimo, diciamo al mio rientro. Per questo ho avuto voglia di tornare a casa: per mettere ordine, fuori, nella mia vita e dentro di me, per ricominciare con onestà intellettuale e consapevolezza a vivere, da umana, da donna, da Doralice. Senza sensi di colpa, freni, senza vergogna, concedendomi alle paure ed ai giorni grigi, come a tutti gli altri. Concedendomi ai miei 22 anni, come Thoureau al bosco, con 24 dollari, un po’ di libri, tanto da imparare e nemmeno un attimo da sprecare.

 

Ho sofferto, un po’, per una giusta causa: rinascere ancora. E va bene così.

 

Grazie a quel professore, che spero sia ancora un mio lettore e possa essere oggi un po’ fiero di me, un po’ di più.

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Tips di viaggio – diario di bordo 27

Eravamo a Quito, in un centro commerciale vicino alla stazione degli autobus, l’intenzione era quella di fare una piccola spesa per poi cenare, ma non sapevamo che i ristoranti in Ecuador chiudessero alle 20.30. Vi sembra normale? In America Latina? Già solo perché parlano spagnolo dovrebbero cenare a mezzanotte… E invece lì si pagava in dollari e dopo le 20.30 cenare era un’impresa. Avevamo le buste della spesa e non ci rimaneva nessun’alternativa se non prendere un taxi e farci portare alle bancarelle più vicine. Mangiammo un dignitoso spiedino di carne, Ale fece anche il bis, forse era anche più che dignitoso. Mi portai gli avanzi di salsiccia in un sacchettino nero per lasciarli a qualche bisognoso, ma non trovai nessuno per strada, quindi li misi in un angolo della stazione prima di correre a prendere il bus.

La mattina dopo eravamo a Cuenca, una cittadina colorata, con un’aurea splendida, in cui ci siamo imbattute solo in persone splendide, dalla signora che vendeva i cannoncini alla crema a 0,08 centesimi, a quell’altra signora che c’invitò ad entrare negli uffici del ministero della cultura, guidandoci con amore, ai ragazzi che stanno viaggiando con macchine d’epoca per il mondo, a Filippo.

In quel contesto al sapore di crema, ho inaugurato il quadernino che dopo mesi ero riuscita a comprare proprio il giorno prima, al supermercato, mentre chiudevano i ristoranti.

Ci siamo sedute su una panchina, il sole tramontava dietro le montagne su cui avevamo camminato al mattino presto, alla ricerca dell’acqua termale, biro alla mano e via di elenchi.

Mentre si viaggia s’incappa sempre in errori, dimenticanze, in “cazzo, se potessi tornare indietro…” “se avessimo comprato…” “se avessimo cercato…” “se solo ci avessi pensato prima…”.

Così ci siamo messe d’impegno, ci siamo concentrate su tutte le varie imprecazioni fatte nei mesi precedenti e abbiamo iniziato ad elencarle, trasformandole in piccoli consigli, tips, suggerimenti.

Se foste polli come me smettereste di leggere ora, oppure continuereste senza prendere appunti, per poi ricordavi, nel bel mezzo di una bufera di neve, che se solo aveste preso un calzino in più non vi starebbe salendo la febbre.

Ogni viaggio è fatto a modo suo, ognuno porta con se la sua dose di fortuna, di sfiga e nessuno dice che si debba arrivare preparati, ma sicuramente se ne esce più consapevoli. Incapperete nei vostri errori personali, nelle vostre dimenticanze, per quanto possano essere accurati i miei elenchi, ma magari porterete con voi due cose in meno e qualche consapevolezza in più, giusto per uscire sereni e con il passaporto in borsa.
Nulla di scontato uscirà dalle mie mani, non ho bisogno di dirvi quante mutande ho portato, magari voi vi lavate meno di me, ma sì di dirvi che può essere utile un calzino apposta per dormire in bus e camminare senza scarpe.

Gli elenchi della spesa sono cosi suddivisi:

  • Consigli generici: cosa portare con te
  • Consigli di vita: saccente ed arrogante, dall’alto della mia non esperienza
  • Consigli specifici: on the road Cuba, Messico, Colombia, Perù, Bolivia

Consigli generici: cosa portare con te

 

  1. Vestiti versatili (es: vestitino leggero+collant pesante)
  2. Maglie termiche
  3. Pantaloni termici/leggins
  4. Tuta
  5. Cappellino
  6. Berretto
  7. Impermeabile
  8. Piumino 100gr richiudibile
  9. Sciarpa multiuso  (grande, che possa diventare un turbante, una coperta, una tovaglia…)
  10. Costume intero (per attività, tuffi, sport estremi…)
  11. Occhialini
  12. Crema solare
  13. Spray antizanzare
  14. Occhiali da sole (eventualmente graduati)
  15. Ciabatte/calze per bus
  16. Coperta (nel mondo hanno un problema con l’aria condizionata)
  17. Cuscino gonfiabile
  18. Mascherina occhi per dormire (lo spariglietto che entra dalla tenda del bus è la morte)
  19. Zaini/borse richiudibili (Decathlon, Longchamp, borse di stoffa…)
  20. Lucchetti con codice (non con chiavi)
  21. Carte di debito/credito di circuiti diversi (Visa, Maestro, Mastercard, AmericanExpress…)
  22. Moschettoni, ganci
  23. Borraccia
  24. Adattatori per prese di corrente, tanti piccoli, piuttosto che uno grande (per telefono, GoPro, pc, Reflex…)
  25. Multipla/ciabatta
  26. Kindle
  27. Portacellulare impermeabile (servirà, servirà, chiedetelo ad Alessia che ha i polpi nel telefono)
  28. Boccettine saponi ricaricabili (100ml max)
  29. Borse di stoffa (per la spesa, il bucato, qualsiasi evenienza)
  30. Carta igienica (vi servirà in bus, nei bagni pubblici a pagamento, nel bosco, per soffiare il naso, per pulire, al posto dei tovaglioli…)
  31. Salviettine umidificate (lavatevi ragazzi, almeno le mani)
  32. Amuchina
  33. Spazzolino
  34. Saponetta
  35. Asciugamani in microfibra
  36. Teli mare in cotone leggero o microfibra (non potete fare lo scrub con la sabbia della spiaggia, ogni volta che fate la doccia, portate almeno due teli)
  37. Batteria portatile
  38. Sdoppiatore cuffie (se non viaggi solo e non sei sociopatico)
  39. Nastro adesivo
  40. Mini sacco a pelo (anche se non hai intenzione di accampare, si può usare solo per non dormire su letti che sembrano sporchi)
  41. Cicche

 

Tutto quello che dimenticate a casa potete comprarlo, ma se l’avete già sarebbe un peccato, lo spazio non sarebbe calcolato e non sapete quanto vi potrà costare.
Di tutte le cose elencate io sono sopravvissuta fino alla fine senza alcune come:
– il berretto, ma penso di avere qualche ruga in più
– il sacco a pelo, ho stretto i denti, a volte, pensando a chi aveva dormito prima di me su alcuni letti
– secondo telo, gravissimo errore, a volte ci è toccato asciugarci tutte con l’asciugamano dei piedi oppure prenderlo in prestito nelle case dei cuochi
– Kindle, con una grande tristezza nel cuore ogni volta che vedevo un libro e avrei voluto comprarlo
Tutte le altre, se non le avevamo da prima, le abbiamo comprate perché veramente indispensabili.

Consigli di vita: saccente ed arrogante, dall’alto della mia non esperienza

 

  1. Avere un budget per gli imprevisti, come vedrete dal prossimo post il nostro budget è stato mensilmente sforato di 400 euro, che corrispondono al 66% in più del budget iniziale, 2/3, non poco
  2. Scaricare un’app per controllare in budget, in vacanza non bisognerebbe tenere i conti, ma siamo dei giovani scappati di casa, dobbiamo e possiamo osare, ma rendendocene conto è meglio. Ale ha usato l’app Mobills (su iOs e Android) per segnare ogni spesa, categorizzarla e poi portarla in excel, l’ho scaricata anche io e ve la consiglio, ma una qualsiasi va bene.
  3. Uber, se ancora non l’avete, attivate un account prima di partire, l’SMS con i codici di attivazione non sempre arriva se non sei nel tuo paese e a volte potrebbe essere l’unica ancora di salvataggio alle 3 di mattina a Montevideo nel parcheggio di un Casinò chiuso (noi non l’avevamo)
  4. SIM personale, la vostra, quella italiana, quella a cui avete abbinato l’internet banking, le carte e chi più ne ha più ne metta (la mia era nella valigia, a casa della nonna di Giuliano, a Buenos Aires ed è stato un madornale errore)
  5. Password, la fretta può fregarvi, come quando siete in aeroporto, in 10 minuti chiudono le porte e sbagliate il codice di sicurezza della carta di credito sul sito da cui state comprando l’uscita dal Perù, le porte si chiudono e voi restate a piedi a Bogotà. Meglio scrivere, in codice, le password che utilizzate meno e potrebbero tornare utili. Non datele a qualcuno come le amiche di Alessia, fidatevi di voi stessi, inventatevi un codice segreto per salvarle, aguzzate l’ingenio.
  6. Internet banking, se ancora non vi siete staccati dal conto storico di mamma e papà forse è ora, non potrete chiamare Babozzi perché vi risolva i problemi quando non accetteranno la vostra carta e un passante vi proporrà qualche magheggio, svegliatevi.
  7. Dollari d’emergenza, niente, qui profuma il dollaro, lo accettano ovunque se siete nella merda, portatevi qualche pezzo, consapevoli che per cambiarli le banche accettano solo 50 e 100, ma i negozianti anche 10 e 20.
  8. Attenzione ai cambi climatici, mentre a Lima è piena estate a Machu Pichu è inverno, com’è possibile che sulle Ande ci siano stagioni diverse? Non lo so, la natura è pazzesca e il Sud America, per esempio, è abitato a delle altitudini in cui non andiamo nemmeno a sciare. La Paz è a 4000 metri, a Medellin è sempre primavera, a Santa Marta è sempre estate, #sapevatelo e armatevi di conseguenza.
  9. Ascoltare gli stimoli del proprio corpo, fame, sete, non fatevi influenzare dall’orologio, ci sono tanti fusi orari che potrebbero scombussolarvi, non lasciate comandare il tempo, sentitevi.
  10. Leggere termini e condizioni di ciò che si compra, questo vale per i voli, per i visti e per le frontiere in particolare, non lasciatevi cogliere impreparati.
  11. Cibo d’emergenza, da buone italiane non mancavano mai delle barrette e della frutta secca nei nostri zaini, non si sa mai che morissimo di fame.
  12. Chiedere sempre, senza timore, meglio una volta in più che una in meno.
  13. Comprerete, lasciate spazio nello zaino, meglio un pantalone in meno in partenza che lasciare il cuore su una bancarella.
  14. Assaggiare, tutto, anche il pesce fresco a colazione.
  15. Non fermarsi alle apparenze, guardare oltre, non siamo abituati a nulla di tutto ciò.
  16. Guardare prima di scegliere, questo vale per un ostello o per il menu di un ristorante, non abbiate paura di sembrare meticolosi, ve ne pentireste al momento di pagare o dopo una notte insonne.
  17. Non temere a dire di no
  18. Provare a dire più sì 
  19. Contrattare SEMPRE
  20. Non avere rimpianti, MAI: entra, chiedi, presentati, saluta, sorridi, insulta se è il caso.
  21. Risparmiare sui mezzi, se il tempo non è un problema vai dal punto A al punto B nella forma più economica possibile, c’è sempre una maniera più cheap di quella che stai pensando, chiedi ai locali, insisti.
  22. Comprare alla seconda, non d’impulso, ma nemmeno troppo tardi.
  23. Usare i fast food per bagni e wi-fi
  24. Crearsi un proprio concetto di “pericolo”, siamo tutti diversi, ognuno con le sue fobie, le sue paure, le sue stranezze. Portatele tutte dietro, ma non lasciate che sia qualcun altro a limitarvi. Prendete atto di tutti consigli, ma non lasciatevi sopraffare da paure inutili. Non è come vi raccontano, non è come vedete nei film, non è come 30 anni fa.
  25. Pagare con carta al posto degli altri, se si ha bisogno di contanti. Quando manca un giorno alla partenza, ma non avete nemmeno più i soldi per fare colazione, ha senso prelevare 20 con 5 di commissioni? Non sarebbe più facile sfoggiare un sorriso e pagare con carta il conto del tavolo affianco al vostro? Le persone possono essere molto disponibili, basta chiedere.
  26. Approfittare dei supermercati, soprattutto per l’acqua che è carissima ovunque fuori dall’Italia.
  27. Equilibrare l’alimentazione, una delle cose più difficili da quando l’uomo va in vacanza è regolarsi, ma pensate sempre che anche domani ci sarà qualcosa di nuovo da provare, assaggiate tutto, ma in piccole dosi. State attenti all’eccesso di fritto, di piccante, non siamo abituati e non fa nemmeno così bene, meglio una piccola porzione piuttosto che un giorno sul cesso.
  28. Day-off, non abbiate paura di perdere tempo riposando. Il corpo non è una macchina e per quanto reagisca in base agli impulsi che gli diamo con il cervello, a volte chiede pietà: dategliela. Infilatevi in un cinema, sdraiatevi sul divano, ordinate d’asporto, il giorno dopo vi ringrazierete.
  29. No al panico. C’è sempre sempre sempre una soluzione a tutto, non ha senso entrare nel panico. Se è il caso insultate qualche operatore, non c’è problema, ma poi rientrate in voi. Siate costruttivi, il karma vi aiuterà.
  30. Esiste sempre qualcosa di più cheap. SEMPRE. Che si tratti di cibo, trasporti, escursioni, attività. Sta a voi.
  31. NON prelevare in aeroporto, quando meno non alla partenza. Se ci fosse qualche problema con la carta non avreste tempo di risolverlo prima della partenza del volo.
  32. NO ad attività troppo pericolose inutilmente, dico sempre sì a tutto, ma ha davvero senso andare in quad il giorno prima della scalata a Machu Pichu? Davvero avete voglia di rischiare per qualcosa che potete fare anche a casa?
  33. Leggere prima di firmare, che mamma e papà ce l’abbiano detto sempre non significa che l’abbiamo imparato. Ci sono poche attività assicurate, per esempio, state attenti al noleggio di un’attrezzatura che vi potrebbe poi costare più di un acquisto.
  34. Massimo 2 zaini, che tutto vi stia sempre in 2 borse, uno zaino grande ed uno piccolo. Nel piccolo potrete mettere tutti i documenti, le cose fragili ed elettroniche, per metterlo nella cappelliera magari, lasciando il grande nel baule.

Consigli specifici: on the road

Cuba

  1. Portare euro, visto gli ottimi rapporti con gli Stati Uniti il dollaro è estremamente svalutato, in cambio l’euro è ben visto e si può cambiare facilmente
  2. Prenotare anticipatamente Airbnb, dall’interno dell’isola non è possibile
  3. Viaggiare in gruppo
  4. Noleggiare un auto, i trasporti a Cuba sono difficili e costosi
  5. Internet non è libero, potete acquistare presso i punti ECTSA delle tessere utilizzabili nei punti Wifi, il costo è di 1 euro all’ora se le comprate nei negozi officiali e non per strada. Non sarà difficile rivenderle se ne comprate una in più.
  6. Visto, non è necessario andare all’ambasciata, ma controllate quanto costa il visto con la vostra compagnia aerea, in ambasciata il prezzo è di 26 euro, noi l’abbiamo pagato 150.
  7. Taxi abusivi, a Cuba i taxi sono cari, ma è pieno di macchine che abusivamente ti accompagnano come un taxi, anzi, possono diventare anche fedeli compagni e guide. Chiedete ai locali in che via trovarli più facilmente.
  8. Non offrire niente, per ovvie ragioni dare un dito a Cuba significa lasciare il culo, purtroppo soprattutto a La Habana c’è grande povertà e c’è anche chi se ne approfitta, occhi aperti.

Messico

  1. ADO è una compagnia di bus che funziona meglio di Trenitalia. Prima compri, meno paghi. E paghi veramente poco.
  2. “Pica?” Chiedere sempre se quello che ti servono è piccante. Se stai per morire chiedi del latte.

Colombia

  1. Aerei, in Colombia sono arrivate le compagnie low cost, può essere più economico volare che viaggiare su ruote.
  2. Viva Colombia, è la compagnia più economica attualmente in Colombia, i voli sono frequenti come i treni Milano-Genova, ma il 70% della compagnia è stato comprato da Ryanair. Con tutti i pregi e tutti i suoi difetti.
  3. Zaino piccolo, in Colombia fa caldo, ma anche fresco, volare low cost non include il bagaglio, ma nemmeno serve. Noi abbiamo lasciato lo zaino grande a Bogotà e abbiamo viaggiato 25 giorni con quello piccolo. Un sollievo per le mie spalle.

Ecuador

  1. Prelevare più dollari, potrebbero servirvi durante le prossime tappe

Perù

  1. Lima, è una città che sta migliorando, ma non è così turistica da perderci più di un giorno, se non per mangiare il secondo. La cucina migliore di tutto il Sud America è lì.
  2. Aeroporto di Lima, per arrivare in aeroporto o andare in città non è un calvario, basta prendere un taxi fino a plaza e poi un bus tra i mille che passano per l’aeroporto o viceversa.
  3. Ica e Paracas meritano anche loro solo 1 giorno
  4. Prenotare bus in anticipo, potrete organizzare bene il tempo e spendere nettamente meno.
  5. Bus Flores, è una compagnia molto economica, se vi siete dimenticati di comprare anticipatamente il biglietto VIP di Cruz del Sur/Norte potete ripiegare su Flores. Puoi viaggiare con le galline, senza aria condizionata. Da Ica partono per Lima ad ogni ora.

Bolivia

  1. Metterci la faccia. Scoprire come muoversi prima di arrivare in Bolivia può essere più difficile, vai, scoprilo.

 

P.s. Questo post potrebbe essere aggiornato in futuro, con illuminazioni mattutine, colpi in testa o in funzione delle domande che mi farete.

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Al mio Miyagi personale, tanti auguri papà

I genitori non sono perfetti.
Quando siamo piccoli riteniamo che debbano esserlo, lo pretendiamo, li compariamo con i genitori degli altri, ci offendiamo per le loro distrazioni, non comprendiamo i loro momenti di tristezza. Da piccoli il genitore è una figura mitologica, metà uomo, metà Dio, un jolly che possiamo giocarci anche 10 volte in una partita sola, un deus ex machina che ci raccoglie da terra nonostante abbiamo fatto proprio quello che ci era stato proibito di fare.
Con gli anni, l’esperienza, gli errori, una volta scoparsi i contrasti adolescenziali, le pretese e le incomprensioni, anche mamma e papà prendono forma, una forma meno divina e più umana. Dopo aver combinato una grande cazzata, dopo esserti sentita quello che hai sempre rimproverato ai tuoi, apri gli occhi e finalmente pensi “cazzo, ma sono umani anche loro”, da quel momento è tutto in discesa.
Ogni persona è fatta a modo suo, con i suoi pregi ed i suoi difetti, chiunque, anche chi ti ha messo al mondo con tutto l’impegno e la dedizione possibile, è un essere vivente con stimoli, paure, che cerca di dare il meglio per te, ma non sempre può riuscirci. Si può cambiare, ci si può migliorare, lo si può fare per i figli, ma è difficile a 20 anni farlo per se stessi, figurati a 40, dopo che già si sono scelte determinate vie, ci si è dati determinate risposte. Una volta messo in conto che sarà estremamente difficile cambiare il carattere di un adulto, lo si può imparare a conoscere, si può capire cosa pretendere e cosa no, quali sono i suoi lati migliori e quali invece davvero sono insopportabili, un figlio può anche capire fino a che punto può influire, fino a dove è giusto farlo, se ha senso.
Con tutte le carte in tavola, a quel punto e solo a quel punto, ci si può guardare allo specchio. Siamo il risultato di un’educazione, una passione, un’unione di pregi e di difetti. Non siamo nessuno per cambiare chi ci sta attorno, per porci nella posizione di giudici, ma possiamo scegliere per noi. Possiamo scegliere chi vogliamo essere, quanti pregi fare nostri e quanti difetti modellare e ridimensionare.
Io, oggi, ho scelto.
Ho scelto tutti i pregi di mamma, tutti quelli di papà e tutti i miei difetti.
Oppure sono stata semplicemente baciata dalla fortuna perché oggi, alla stupida età di 22 anni, mi sento tutto il buono che c’è nei miei genitori.
Oggi è il compleanno del mio papà, mi ha detto che è invecchiato, sono qui a migliaia di km di distanza, non posso nemmeno abbracciarlo un pochino e dirgli che è ancora un bel marcantonio, ma sono sicura che sia fiero di me e di se stesso, per la bimba che ha cresciuto, spero che sia un regalo sufficientemente grande, grande come quello che ha fatto a me.
In questi mesi ho ricevuto tanti messaggi che mi hanno lusingata, messaggi di chi mi chiedeva come facessi, messaggi di chi mi diceva che sono un esempio, messaggi esagerati, parole sincere.
Sono una persona coraggiosa perchè il mio papà non si è buttato quando a 3 anni mi si è tolto un bracciolo e rischiavo di annegare, invece ho imparato a nuotare.
Sono una persona che pensa di poter fare tutto da sola, senza bisogno di aiuto perché il mio papà mi mandava a fare la spesa al mare, a 4 anni, come se nulla fosse.
Sono una persona puntuale, non negli appuntamenti, ma nella vita, una persona che corre e vuole sempre arrivare prima perché il mio papà mi ha mandata a scuola a 4 anni, quando gli altri ne avevano 6.
Sono una persona che pensa al futuro perché papà mi ha sempre detto di vivere alla giornata, ricordandomi però che se domani avrò la sfiga di essere viva, dovrò fare i conti con quello che ho combinato oggi.
Sono una persona che osserva molto perché con papà, quando andiamo al ristorante, origliamo e creiamo una storia attorno a tutti i personaggi della sala.
Sono una persona curiosa, perché davanti ad ogni porta papà ha sempre detto “entriamo”.
Sono una persona impulsiva, perché papà era sempre pronto, sotto gli scogli di Santa, a prendermi al volo.
Sono una persona aperta e solare, con la faccia come il culo, che parlerebbe anche con i muri, con la battuta sempre pronta, un po’ permalosa, che pensa a mille soluzioni ancor prima di esporre i problemi, che non si lascia prendere dal panico, ma che si fa rispettare sempre, perché così è il mio papà.
Sono una tuttofare, perché papà sa fare tutto.
Sono una persona che s’incazza poco, ma quando s’incazza davvero è per un motivo valido e si vede, si sente, perché così è il mio papà.
Sono una viaggiatrice incallita, perche questa è la natura del mio papà, una persona che in ogni angolo del pianeta ha un posto in cui sentirsi a casa, uno zingaro, un cittadino del mondo.
Sono una persona piena di idee, creativa, che vuole sentire suo quello che sta facendo, che vuole lasciare un’impronta, perché così è il mio papà.
Sono una persona disubbidiente, che rispetta solo le regole che condivide, perché quando mamma mi aveva proibito di andare al concerto dei Gemelli Diversi papà mi ci ha portata di nascosto.
Sono un animale da stadio, perché da bambina invece di andare al parco la domenica si guardava il gran premio, la moto GP, la partita e solo dopo si usciva a mangiare.
Sono un amante del cibo, del buon cibo, perché è sempre stata una gran bella scusa per incontrarsi, trovarsi, ritrovarsi.
Sono un po’ incosciente, perché quando un mercoledì sera qualunque le porte del Natal Palli erano aperte, papà ha accostato e 3 bambine sono scese in campo come nel giardino di casa.
Sono una persona apparentemente apatica, un po’ egoista ed arida di sentimenti, perché nonostante la socialità e l’assenza di pudore, le emozioni sono ben nascoste, chiuse, sotto strati di risate e consigli per gli altri, perché così è il mio papà.
Sono capace di sorprendermi e stupirmi, perché papà ancora oggi lo fa come un bambino, ammirando i piccoli gesti ed i grandi spettacoli del mondo.
Sono una persona spericolata, perché papà non ha mai rispettato i limiti.
Sono una persona che rischia, perché papà ha sempre dimostrato di credere nell’umanità, nel prossimo, con una gran selezione al momento di scegliere chi avere vicino, ma con una grande fiducia di fondo.
Mi piace rendere felici le persone, mi piace circondarmi di persone felici, mi piace che le persone siano felici con me e m’intestardisco se qualcuno al mio fianco spreca la sua vita, il suo tempo, non lo sfrutta, non lo ama, perché così è il mio papà.
Ho scelto deliberatamente di lasciare a lui il suo disordine, la sua poca memoria per le scadenze, la volatilità, la testardaggine.
Mi manca tutta la sua cultura, la sua grande empatia, la sua capacità di piacere a chiunque ed allo stesso tempo di sbattersene i coglioni di chi gli sta sulle balle, nonostante la cosa non sia ricambiata. Mi manca la sua pazienza, quella che ha con tutte noi, la sua tolleranza, la sua forza, la sua riservatezza, la sua capacità di non lamentarsi mai. Mi manca il suo spirito di sacrificio, la sua praticità.
Ma più di tutto mi manca un “ciao bimba” con le sue mani grandi, il suo sorriso dolce e morbido, a bocca chiusa, che spinge con gli angoli della bocca gli zigomi verso i suoi occhioni azzurri.
Tanti auguri al mio compagno di viaggio preferito, a colui che mi ha insegnato l’amore ed il rispetto per le persone, per le cose, per la natura, per il tempo, per me stessa e per la vita.
Tanti auguri papà.

 

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Tornare a “casa” – diario di bordo 26

Voliamo sulla fine di questo viaggio. Voliamo, 3 mesi dopo, verso dove tutto è iniziato e dove tutto continuerà.
Il cielo è azzurro chiaro, le nuvole bianco candido, si mischiano con il bianco dell’ala di questo volo Andes.
Siamo partiti con 5 ore di ritardo, una cosa normale solo per Trenitalia, ma ci hanno offerto la colazione, poco importa.
Voliamo, con 5 ore di ritardo e torniamo a casa, alla cosa più simile a “casa” che ho da questa parte dell’oceano, dell’emisfero, del mondo.
Alessia e Andrea, nei posti 14D e 14E stanno guardando un insulso documentario sul furto di sciroppo d’acero. Ale mi ha regalato il posto finestrino, come ultimo gesto di clemenza, dopo tutti i finestrini random che le sono stati assegnati su tutti i voli che abbiamo preso, come a volersi beffare di me. Ora me lo godo un po’, mi godo questa romantica vista sul passato e sul futuro.

Ora posso chiudere i conti.
Ho sempre amato le liste e durante il viaggio ho meticolosamente preso nota delle persone da ringraziare, di tutte le persone che ci hanno ospitato, le famiglie che ci hanno aperto le porte delle loro case, dei mezzi che abbiamo preso, di chi ha lasciato un segno, anche solo con un sorriso.

Letti
1. Miami – Jhon
2. La Habana – Hostal Obispo 360
3. Varadero – Casa Yamila a Santa Marta
4. Viñales – Casa Iliana
5. Cancún – Ken
6. Playa del Carmen – Alex
7. Playa del Carmen – Abraham
8. San Cristóbal – Monse
9. Zipolite – Cabañas cosmo
10. Oaxaca – Juaquin
11. Xalapa – Monse
12. CDMX – Monse
13. CDMX – Josue
14. CDMX – Rodrigo
15. Bogotà – CX Hostal
16. Bogotà – Oscar
17. Medellín – Diego
18. Santa Marta – Jaime
19. Cartagena – Teo
20. Playa blanca – Hostal
21. Bogotá – Andrés
22. Quito – Masaya hostel
23. Lima – Jack
24. Ica – Scorpion Hostel, Kika
25. Lima – Frank
26. Cusco – Taita Wasi
27. Pacchanta – Eusebio
28. Aguas Calientes – Puma
29. La Paz – York
30. La Paz – Fuentes
31. Uyuni – hostel
32. Humahuaca – hostel
33. Tilcara – hostel
34. Salta – Chawasi
35. Tucuman – Lorenzo suite
36. Salta – Darwin

Voli
1. Lima
2. Miami
3. Newark
4. La Habana
5. Cancún
6. Bogotà
7. Medellín
8. Bogotà- Santa Marta
9. Cartagena-Bogotà
10. Missing: Lima
11. Cusco
12. Buenos Aires

Bus
1. Viñales
2. La Habana
3. Playa del Carmen
4. Chichén Itzá
5. San Cristóbal
6. Pochutla
7. Oaxaca
8. Puebla
9. Xalapa
10. Barranquilla
11. Cartagena
12. Frontera Ecuador
13. Cuenca
14. Chiclayo
15. Lima
16. Ica
17. Lima
18. Pacchanta
19. Macchupichu
20. Copacabana
21. La paz
22. Oyuni
23. Villazon
24. Humahuaca
25. Tilcara
26. Jujuy

Taxi
1. Varadero
2. Zipolite
3. Salta

Macchine
1. Cancun – playa delfines
2. Abraham
3. Oaxaca autostop
4. Quito
5. Tucuman

Famiglie
1. Jhon, Jose, Julio (Miami)
2. Yamila, Elena (Varadero)
3. Iliana (Viñales)
4. Ken (Cancún)
5. Alex (Playa)
6. Abraham
7. Juaquin
8. Andy
9. Monse
10. Josua (CDMX)
11. Oscar (Bogota)
12. Diego (Medellín)
13. Jaime (Santa Marta)
14. Teo (Cartagena)
15. Andrés (Bogotá)
16. Sebastian (Quito)
17. Jack (Lima)
18. Kike (Ica)
19. Frank (Lima)
20. Eusebio (Pacchanta)

36 letti in 3 mesi, che corrispondono praticamente allo stesso numero di bagni, docce fredde, volte in cui abbiamo ribaltato lo zaino, in cui l’abbiamo tolto con un sospiro di sollievo, in cui abbiamo chiesto “permesso…” ringraziando umilmente per il troppo che ci veniva offerto.
Guardavamo Pechino Express e sognavamo di entrare nelle case, di poter prendere tutto il meglio di una popolazione, di toccare con mano, di calarsi nei loro panni, di alzare il dito o prendere i mezzi più trasandati. Abbiamo viaggiato in autostop, nei cassoni dei furgoni, in 3 in motorino, su bus puzzolenti, in 18 su una macchina, a piedi…
Abbiamo dormito in casa di giovani, di signori, di famiglie, di ragazzi, in retrobottega di ristoranti su letti a castello che ricordavano i campi di concentramento, svegliandoci con l’odore di patacones fritti ed il voltastomaco, in letti singoli e king size, sull’amaca, sul bus, in monolocali soppalcati, in villette con giardino, incastrati con altri innumerevoli couch su due letti in 40 m2, in appartamenti enormi tutti per noi, con piscina e a strapiombo sul mare.
Abbiamo mangiato con le mani, piccante, fritto, per strada, in ristoranti di lusso, in botteghe meschine, dal piatto di qualcun altro, sedute per terra, sporcandoci tutte, cucinando per chi ci ospitava.
Abbiamo corso, riempito lo zaino fino a farlo scoppiare, abbiamo sudato e vissuto 3 mesi (e ancora oggi) con gli stessi 4 vestiti che sono passati da essere pochi a fin troppi.
Al traguardo non c’era nessun premio in gettoni d’oro, non c’era X a premiarci, ma mi sento comunque la vincitrice di DCB Express, vincitrice dei miei limiti, dei limiti autoimposti, dei limiti imposti dagli altri, dei confini della mia immaginazione, della mia pazienza che ho messo a dura prova. Ho vinto io, una sfida personale ed i miei gettoni d’oro sono persone, sono lezioni di vita, sono tanti piccoli cambi interiori, nello sguardo verso il mondo, nella fame, nella caparbietà, nella tenacia.
Il mio oro è questa Buenos Aires, la possibilità di viverla ancora per 6 mesi, con occhi totalmente diversi, pieni, luminosi, vivi, se possibile più di prima.

Mi ero dimenticata che, quando facesse caldo, i ragazzi a Buenos girano in costume. Mi ero dimenticata di tutto questo mate. Alcuni locali mi sembra di non averli mai visti. Mi ero dimenticata di quanto fosse stancante e grande, anche se non sembrava più, questa città.
Mi ero dimenticata di quanto fossero comode e buone le empanadas, le reti Wi-Fi gratuite ad ogni angolo, i bus veloci come il vento.

Mi sventolano i capelli fuori dal finestrino di questo taxi giallo e nero, le luci avvolgenti di questa città sempre illuminata a giorno m’invadono gli occhi, è una scena estremamente cinematografica, peccato che non ci sia nessun cameraman che mi filma da un’altra macchina. Peccato. Sarebbe il finale perfetto di questo viaggio.
Quando ero piccola pensavo sempre che una volta morti ci saremmo messi a tavolino con il Padre, con un lettore VHS ed il film della mia vita di riguardare. Probabilmente avrei fatto un elenco delle azioni buone, vere, pessime e poi via di conti. Me lo merito questo purgatorio per lo meno?
Così, nel caso, ben vengano le scene molto cinematografiche, non si sa mai che un giorno davvero ci rivedremo, che sia una cosa ben fatta quanto meno.

Ho dimenticato il telefono sotto al banco, in università, come mi succedeva al liceo, come una ragazzina. Sono le 22.30, Ale passa a recuperarlo e va a dormire a casa della nonna defunta del suo couch, io ho preso la metro in direzione Facultad de Medicina, dove vive il mio. È tardi, fuori tirava un vento incredibile, segno della pioggia imminente, di un leggero abbassamento delle temperature, ma qui in metro fa sempre caldino, sotto terra, in quest’altra dimensione. Mentre decidevamo come recuperare il telefono ci sono passate affianco almeno cinque treni, per fortuna li ho persi tutti e sono salita su questo. Due ragazzi venezuelani stanno suonando chitarra e violoncello, due dei miei 3 strumenti preferiti. Non è un incanto come quando suona Carlo, ma il clima è allegro, la metro semi vuota, sembra una performance intima.
«De donde eres?»
«Italia»
Confabulano, a bassa voce, il violoncellista non conosce la prossima canzone che vorrebbe suonare il chitarrista.
«Empieza y canta, te alcanzo»
Lo segue, prende il ritmo e adesso siamo in tre, due venezuelani ed una italiana a cantare “O sole mio” in metro, a Buenos Aires.
Non ho tagli piccoli, non gli lascerò niente, solo un grande sorriso ed un «gracias chicos!» che spero gli basti per questa sera, che magari gli darà l’allegria giusta per continuare.
Esco insieme ad una ragazza, venezuelana anche lei, commenta quanto siano bravi i ragazzi. È un ingegnere, vive qui da anni, guadagna bene e manda i soldi ai genitori che invece muoiono di fame lassù. «ojalá se arregle todo», mi dice. Speriamo si sistemi tutto. Ojalá. Ci abbracciamo.
Entro in casa e la cena è pronta in tavola, distrutta e felice mi butto a letto, con Chiara al seguito.
Va tutto bene.

La casa ce la daranno solo lunedì prossimo, dobbiamo vagabondare ancora una settimana e non mi entusiasma troppo l’idea, ma cosa posso fare? Ancora un pochino di pazienza.
Siamo passati da Giuliano a riprendere quanto meno la SIM italiana, posso finalmente bloccare il bancomat che mi ha mangiato l’ATM dell’aeroporto di Lima praticamente un mese fa, Ale nel mentre finisce di fare i conti e… Porca miseria.
È giunto il momento di parlare di budget, anzi, di budget sforati. Ho temporeggiato fino ad oggi, ma a conti fatti devo analizzare i risultati, ammettere le mie colpe, capire dove ho sbagliato, così magari imparate anche voi dai miei e nostri errori, senza ripeterli, o scegliendo consapevolmente di commetterli.

Sto per mettere in piazza i conti delle spese che abbiamo sostenuto in questi mesi, dal 28 novembre al 27 febbraio, esattamente 3 mesi di vacanza.
Li analizzo per me e per chi mi ha chiesto “ma come fai?” “Ma dove trovi i soldi?” “Ma quanto ti è venuto a costare?”. Lo faccio per mia mamma che ho sempre liquidato con un “è più economico viaggiare per il Sud America che vivere in Argentina”. Per tutti quelli che credono che serva chissà quale budget quando l’unica cosa che serve è un po’ di contegno, forza di volontà, inventiva e spirito d’adattamento.
Il prossimo post sarà più numerico che romantico, in diretta dalla nuova casa di Scalabrini Ortiz.

Continua…

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Bolivia – da Copacabana a Uyuni, passando per La Paz – diario di bordo 25

Non ero mai stata così tanto attenta all’altitudine in vita mia. Da Hierve El Agua in Messico ho scoperto che la bussola dell’iPhone fa anche da altilometro, una risorsa spettacolare. Da quel momento in ogni città, ad ogni salitina, sulle piramidi aztecas o in collina, taaaaac altezza.

Da quando sono arrivata in Perù ne ho abusato, c’è sempre stata una ragione per vedere a che altezza siamo. Fa freddo, a quanto siamo? Mi fa male la testa, a quanto siamo? Ho il fiatone, a quanto siamo? Effettivamente le altezze sono folli, basti pensare che tornare in città significava tornare a “soli” 3000 metri, praticamente l’altezza massima che raggiungo normalmente in montagna, vestita da sci, prendendo gli impianti.

A La Paz è esponenzialmente peggio, la città è alta, veramente alta ed è tutta una salita ed una discesa.

Dopo aver superato il confine a Copacabana e dopo aver perso il traghetto per la Isla del Sol, abbiamo deciso di boicottare quell’ennesima città bella solo dall’alto e ci siamo buttate sul primo van per La Paz. Abbiamo attraversato il lago su una barchetta, mente il van lo attraversava su una piattaforma, ci siamo lentamente avvicinate alla capitale, tra una curva e l’altra lo scenario che si apriva sotto ai sedili era quello di una città costruita in una vallata, con talmente tanti mattoni a vista da ricordarci Medellin. Si, la prima impressione che ho avuto di La Paz è che fosse simile a Medellin, ma eravamo ancora in alto. Una volta scese lo scenario era decisamente diverso, nonostante sulle nostre teste passasse l’ovovia, la città si presentava decisamente rude. Luca l’aveva definita “dannata”, la più vicina all’idea di sud America che si può avere in Europa. Disordinata, povera, incasinata, piena di gente, ovunque. Quando diciamo “nei peggiori bar di Caracas” praticamente è come dire “in un bar qualsiasi di La Paz.

Prendiamo un taxi per raggiungere Andrea, contrattiamo, 12 bolivianos (cambio 1€-8.30$). Maps indicava un paio di km, da percorrere ingenuamente in 5 minuti, se non fosse che nel centro di La Paz le bancarelle affaccino direttamente sulla via e le persone camminino totalmente in mezzo alla strada, senza prestare nessuna attenzione alle auto. A passo d’uomo abbiamo fatto in tempo a vedere un gruppo di ragazzi che stavano ancora festeggiando il carnevale, tutti i 100 grammi disponibili sulle bancarelle, gli articoli cartoleria per l’imminente rientro a scuola e probabilmente anche qualche taxista addormentato.

Dopo una veloce scelta di un ostello economico, siamo passati alla cena, il tasto più bello de La Paz.

Con Andrea non c’è dubbio, si controlla tripadvisor e tra i primi nomi della lista svetta un Berlusca. Lasciando da parte i pregiudizi iniziali che un italiano (non io) può avere, ci caliamo tra i vicoletti del centro, tra souvenir artigianali e baretti nei sottoscala c’è un cortiletto nascosto.  L’esterno del locale è semplice: ciottolato, qualche tavolino, stoffe tipiche. L’interno è ancora più semplice: pochi tavoli, pareti bianche interrotte da alcune fotografie appese, una cucina nascosta. Nulla che ricordi l’Italia, tranne il menù ed il gestore. Tagliatelle al ragù, rigatoni al pesto, hamburger. Poche idee, ma ben chiare.

Il ragazzo invece è figlio di papà italiano e mamma francese, o il contrario, con nonno boliviani. O forse non ho origliato bene, però è di La Paz, gli piace e non vuole andare via. Parla italiano, spagnolo, francese madrelingua ed ha studiato l’inglese. A parte la camicia a quadri mi sta simpatico, fa i conti a mente, sembrerebbe alla buona, in realtà ogni voce del menù ha lo stesso prezzo.

Tornerò, da sola a mangiare le tagliatelle, davanti a provare un altro ristorante boliviano che ai ragazzi non piacerà. Di La Paz sono questi angoletti che mi rimarranno nel cuore, queste luci soffuse, calde, che illuminano la città di notte.

La vista dall’ostello dopo 4 piani di scale, che ti lasciano senza fiato. Forse aveva davvero ragione Luca, deve ancora crescere, deve assolutamente crescere, però per ora è bella così.

“Ti rendi conto di dove sei?”

 

Dopo qualche giorno di shopping, magnate, passeggiate e relax, insomma quello che si deve fare in una capitale, con le nostre nuove giacche a vento addosso, andiamo al terminal de buses e prendiamo un cama verso Uyuni.

Mai visto bus più ampio di questo, Andrea si tratta proprio bene, arrivo previsto ore 5.30. Chissa che cazzo si fa alle 5.30 a Uyuni.

Nulla si fa alle 5.30 a Uyuni. Arriviamo puntualissimi, ancora mezzi addormentati abbiamo già lo zaino in spalla e nessuna meta. La città è spenta, c’è un po’ di polvere sulle strade popolate solo dai passeggeri del bus. Qualche gestore di agenzie inizia a rifilarci bigliettini, una signora ci indica un “coffee shop”, anzi, ci porta proprio. In una stanzetta al primo piano di una casa c’è una piccola cucina e un paio di tavolini troppo vicini sui quali ci sediamo con poca agilità a causa degli zainoni. In 10 minuti la voce si è sparsa ed il locale è pieno di persone di ogni nazionalità, ognuna con 1/2 zaini a testa, non ci si gira e non faremo mai colazione, ma grazie al Wi-Fi abbiamo già prenotato un ostello.

Usciamo, senza aver consumato, come dei gran maleducati stanchi e andiamo a tentare un check in mattutino. La porta dell’ostello è aperta, cigola, davanti a noi una scala. La imbocchiamo e alla fine della prima rampa troviamo una scrivania ed un divano, nessuno. C’impadroniamo del divano, finché la signora delle pulizie, che nemmeno vedo, ci sposta in una stanza. Qualche oretta di sonno e siamo di nuovo in bolla! Botta di culo e colazione, troviamo il tour a 150$, ancora meno del pronosticato!

Ore 10.30 si parte, andiamo a vedere un insulso “cimitero dei treni”. “Quando i treni erano obsoleti o in disuso li abbandonavano qui”, ci racconta Domingo, “ora è un museo a cielo aperto”. Mi affascina sempre vedere come riescano a trasformare una discarica a cielo aperto in un museo, ma soprattutto come i turisti prendano per oro colato tutto quello che viene detto e si arrampichino su treni arrugginiti per farsi fotografare. Chissenefrega dell’antitetanica, dei topi che ci dormono, dell’inutilità di quella foto, la stanno facendo tutti. A volte proprio lunge da me…

Comunque, dopo questo breve stop riprendiamo il cammino, passiamo al supermercato a prendere la pappa e ci dirigiamo verso il salar. Le strade dissestate boliviane di trasformano in una grande distesa d’acqua, marroncina. Gli autisti si fanno il segno della croce e si buttano con i 4×4 direttamente in quello che sembra un grande lago, in realtà è la salina. 14’000km quadrati di sale che durante la stagione delle piogge si riempiono d’acqua, nella zona più profonda (massimo un metro) l’acqua piovana risulta sporca, marroncina, ma quando l’acqua si fa meno profonda il fondale bianco cristallino è luminosissimo e produce un lucente effetto specchio. Le montagne in lontananza si riflettono perfettamente nell’acqua, le macchine in lontananza sembrano capovolte, anche Andre e Ale sono doppi, mentre camminiamo scalzi con i pantaloni arrotolati, il sale fino alle ginocchia e le nuove giacche blu che creano una nella nuance di colori.

Finalmente vediamo il pranzo che Domingo ha trasportato con cura in tappera: sono alcune verdure bollite, riso, bistecchine e una banana a testa. Mangiamo su un tavolo di sale, con i piedi nel sale, nell’unico hotel di sale rimasto agibile all’interno della salina. È come stare in spiaggia, ma la sabbia è bianca e cristallina. Cristallina nel vero senso della parola, il sale è perfettamente quadrato, spigoloso, con un foro in mezzo. Più ci si allontana dalla zona battuta più il sale diventa veramente pungente, graffia la pianta del piede e sembra di camminare sugli spilli, ma è oggi e chissà quando, quindi graffiamoci tutti, fino alla noia.

Fino al tramonto, finché non sale di nuovo il vento, finché non ci rompiamo i coglioni, finché non ci viene voglia di uccidere i fotografi messicani che non tornano in macchina e ci stanno facendo congelare.

 

Torniamo indietro, ci aspettano poche ore di nanna e poi domani saremo di nuovo in viaggio, verso l’Argentina. È finita. Qualche giorno ancora tra Salta, Jujuy e Tucuman, ma è finita.

Che spettacolo.

 

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La fiducia nel l’umanità – Diario di bordo 23

Mi hanno chiesto consiglio, mi hanno chiesto se ho avuto paura, se questo Sud America è davvero così pericoloso come lo dipingono ed ho risposto di no. Nell’elenco dei consigli generici che condividerò alla fine di questo viaggio il 9º punto della seconda pagina è “crearsi un proprio concetto di “pericolo””. Ognuno ha i propri limiti e le proprie paturnie, c’è chi non viene scalfito da nulla, chi crede che verrà derubato ad ogni angolo, chi pensa che qui girino ancora con i mitra, le pistole e la coca nei bauli. Non è così, nulla è come lo immaginavo e men che meno come viene dipinto, ma bisogna provarlo sulla propria pelle per crederci.
È vero, qualcuno ci ha raccontato di essere stato derubato e minacciato con un’arma, a qualcuno è capitato. Non a me, che sono bionda e con gli occhi verdi, ho perso un po’ di tette, ma sono ancora discretamente vistose e diciamo che non sono proprio la persona che non dà nell’occhio. Non a me, che sono passata dall’Argentina a Cuba, al Messico, alla Colombia, all’Ecuador, al Perù ed ora anche alla Bolivia.
Il problema, per me, non è il timore, ma la fiducia nell’umanità. E basta un gesto, un giorno storto, due gocce d’acqua, un movimento sbagliato, per comprometterla. Oggi è uno di quei giorni…

Oggi è uno di quei giorni in cui penso “voglio tornare a casa”.
È la cosa che suona in maniera più ridicola e codarda, mi sento un bimbo che batte i piedi per terra e chiama “mammaaaaaa”, cosa che lunge da me fare in ogni momento, anche di difficoltà, tranne quando non so che medicina prendere.

Stamattina mi sono svegliata, con calma, Alessia e Andrea erano già usciti per andare a fare la ruta de la muerte in bici, li ho sentiti trafficare qualche ora prima della mia sveglia. Ho scelto di non andare, francamente 50€ per andare in bici non avevo voglia di spenderli e non mi sono ancora spariti i lividi della caduta dal quad, non mi sembrava nemmeno il caso di rischiare. Per cosa?
Generalmente sono una persona che rischia. Peggio, sono una persona che rischia sempre, sprezzante del pericolo, apprezzo quel brividino di paura nei barrios più brutti delle città sud americane o alle ore peggiori della notte, in zone di merda di Milano.

Un mercoledì, lo scorso anno, ancora non avevo rubato la moto di Pelle, mi avevano già rubato la macchina, andai in metro all’Old. Come ogni santa volta verso l’1/2 mi stavo già rompendo le balle, esco ovviamente da sola, la sostitutiva non sarebbe passata se non in 1 ora, l’enjoy più vicina era a 20 minuti. Non c’era nessuno. Un benemerito cazzo di nessuno, tranne l’omino che puliva le strade e qualche elemento ai bordi dei marciapiedi. L’ho prenotata ed ho corso, forte, ma veramente forte per prenderla solo 7 minuti dopo.
Potrei dire di aver corso perché altrimenti sarebbe scaduta la prenotazione, ma in realtà ho avuto paura. Non so di cosa, ma ho avuto paura.
Voi cosa fate quando avete paura? Correte? Fate finta di parlare al telefono con un fittizio papà poliziotto? Abbassate la testa? Prendete un taxi? Piangete?

Ad Amsterdam mi sono stupita così tanto vedendo le persone vivere al piano terra. Non il nostro concetto di piano terra, che normalmente è un piano rialzato o un bunker, bensì in una vetrina, come in un negozio. Camminando con Monse e Laura, una sera qualunque di ottobre, ho visto famiglie sparecchiare, con le chiavi nella porta ed una cucina a vetrina sui canali. Chiunque sarebbe potuto entrare, dall’enorme finestra si vedeva dove fosse la borsa della mamma, il portafoglio del papà, il duplicato delle chiavi, eppure loro sparecchiavano sereni, senza alcun timore.

La stessa sera ho fotografato una coppia mentre brindava, con due calici di rosso, ad una cena romantica, in una cucina a vetrina su un altro canale. Si sono accorti della macchina fotografica e, voltandosi sorridendo dolcemente, hanno alzato il calice verso di me, in segno di “salute”. Beati.

A Vienna, attaccati ai pali, ogni giorno vengono poggiate pile di quotidiani, le persone possono tranquillamente prenderli e lasciare l’euro nella cassettina gialla al di sotto. Potrebbero prenderli senza lasciare nessuna moneta, chiariamoci, non esiste un meccanismo per cui inserendo la moneta esce il giornale, l’unico click è l’onestà.

A Siviglia vivevo in una casa su 3 piani, con 6 appartamenti, tutti abitati da Eramsus o studenti tranne uno. Il portone era generalmente aperto e la nostra porta di casa anche, visto che per chiuderla servivano le chiavi ed era ovviamente è uno sforzo troppo grande. La porta della mia stanza aveva a sua volta una chiave, ma non so nemmeno quale fosse nel mio mazzo, non l’ho mai chiusa.
Andavamo a dormire con la porta aperta e uscivamo lasciandola aperta. A Caro forse hanno rubato la bici dall’androne, una volta io ho dovuto pulire una cacca talmente grossa che sembrava di cavallo, sempre dall’androne.
Nonostante le porte aperte e la serenità d’animo con cui giravamo per le vie desolate della città anche alle 6 di mattina, ad una festa di hanno rubato il Galaxy S5. Avevo dentro tutte le foto del primo semestre, tutti i ricordi di quell’esperienza pazzesca che stavo vivendo. Ero vestita da Minion ed incazzata nera. Uscii dalla discoteca demoralizzata ed afflitta. Denunciai il furto e rimasi senza telefono fino al mio rientro in Italia, per rappresaglia.

Una volta rientrata in Italia, dopo una laurea ed una super estate andai a vivere a Milano, riempii la mia piccola cinquecenTina e portai la mia vita in quell’appartamentino di San Siro. C’era sempre posto per parcheggiare la sera ed era pure gratuito, come se fossero strisce bianche, tranne durante gli eventi sportivi. Un venerdì di ottobre, in bianco e cammello, tornai a casa serena senza nemmeno guardare dove fosse la mia macchina, la sera ci sarebbe stata la festa di laurea di Pelle e dovevo solo cambiarmi veloce per passare a prendere Ele ed Eli, ma una volta infilati gli stivali e scesa in strada rimasi a bocca aperta con le chiavi in mano.
Ok, mi devono aver portato via la macchina, mi sforzai di pensare positivo, corsi a più non posso verso i cartelli con le date degli eventi a San Siro. Non ci sarebbe stato nulla fino al we. Chiamai il numero indicato per il servizio di rimozione forzata. Non risultava nessuna macchina con la mia targa. Nessuna 500 nera rimossa nell’ultimo mese. La presa di coscienza è stata immediata: mi hanno rubato la macchina.
Era l’ultima cosa che avrei pensato, nel 2017, che rubassero ancora le macchine. Io, nel mio mondo fatato, tra Casale, Alessandria, Santa, qualche gitarella in città e nulla più, non avrei mai immaginato che mi potessero fottere la macchina. Denunciai e non si seppe più nulla. Dentro avevo lasciato mezza aspirapolvere, un sacco di CD, la mia giacchetta dorata che avevo comprato per la laurea di Simo, uno spolverino di mamma, il navigatore, le chiavi di tutte le case ed il penny. 2 mezzi in uno mi avevano fatto, senza che potessi fare nulla per cambiare le cose. Senza aver commesso errori, dopo 2 mesi che avevo finito pagarla, mi avevano fregato la macchina.
Non riuscii nemmeno a piangere talmente ero stupefatta, pregai che papà avesse fatto l’assicurazione sul furto, ma così non era. Fine dei giochi.
Senza macchina ho imparato a vivere Milano sui mezzi e ad amarla poi in motorino, cercavo di trovare un lato positivo della cosa, di rigirare a mio favore la sfiga. La verità è che mi sentivo totalmente impotente, che ogni volta che salivo su un Enjoy mi si stringeva il cuore, che ogni volta che dovevo correre con la valigia in stazione, cambiando 2 metro e perdendo puntualmente il treno, maledicevo chi aveva osato toccare la mia Tina, per non parlare di quando persi il volo per Siviglia. È un tasto veramente dolente della mia vita e finché non la sostituirò con un altro mezzo penso che continuerà a farmi soffrire il solo pensiero.
Ma mi ero ripromessa di non smettere di credere nell’umanità. La 500 è una delle macchine più rubate, non c’è nulla da fare, è un’industria del mercato nero.

Poi andai ad Amsterdam e un po’ mi girarono i coglioni vedendo tutta quella sicurezza e quella serenità, ma a loro fottono le bici, c’è un po’ di equità.

A Buenos Aires ormai era acqua passata, nonostante tutte le raccomandazioni di locali ed europei ancora dopo 5 mesi le nonnine dovevano dirmi di fare attenzione alla borsa perché non era da lasciare attaccata alla sedia, mentre io me ne fregavo. Peccato che oltre ai ladri ci siano pure i matti a questo mondo, quindi nonostante nessuno mi avesse messo le mani nella borsa, la signora del 6º piano decise bene di rubarci il bucato, per vendicarsi del fatto che facessimo la lavatrice sopra la sua testa. Come se fosse colpa nostra.
Un nuovo affronto, mi piegai senza spezzarmi.

È da 3 mesi ormai che viaggio per il Sud America e sono stata in grado di perdere solo una camicia ed una maglia, fino ad oggi.
Stavo scendendo le scale di questo fantomatico hotel per iniziare a godermi la prima giornata da sola dopo 3 mesi di relazioni umane e mi viene il lampo di genio: ieri la GoPro era scarica, torno su e la metto in carica approfittando del tempo fuori. Peccato che una volta rientrata in camera, dopo aver ravanato nella borsa, ribaltato le coperte e ripercorso a ritroso mentalmente le mie azioni di ieri le soluzioni erano solo 3: l’ho persa, me l’hanno rubata, ce l’hanno Andrea e Alessia. Sono tutte poco probabili, visto che la metto sempre in una bustina nella borsa, visto che è pesante, visto che non l’ho più tirata fuori dopo essermi accorta che era scarica, visto che se mi avessero messo le mani in borsa di sarebbero state cose più interessanti da rubare, visto che se Ale l’avesse presa me l’avrebbe detto. Visto che non è possibile che non sia più in mio possesso, soprattutto perché non ho ancora scaricato i video di Cusco, la meta più importante del viaggio. Però non posso essere positiva, non riesco proprio e perdo subito la voglia. Sono stanca, davvero stanca dopo tutto questo tempo viaggiando, ho bisogno di riposare, di riflettere, di dormire, di andare in palestra, di cucinare in casa, di fare colazione in pigiama, di sedermi sul water, di cagare in santa pace. E non posso credere di aver perso la GoPro. Veramente non ci posso e non ci voglio credere. Mi sono già dovuta separare da troppi oggetti a cui sono affezionata per dovermi separare anche da lei e dagli ultimi video che contiene. Non sono psicologicamente abbastanza forte, non oggi, non adesso che probabilmente mi stanno arrivando le mestruazioni e mi rattristo anche per aver scelto la torta sbagliata a merenda. Quindi crollo, un pochino, mi siedo su una panchina in piazza Sucre, generale che con Bolivar ha liberato la Bolivia e non solo, l’ho letto stamattina mentre facevo colazione, mi metto il cappellino e piango un pochino. Giusto due lacrime per sfogarmi, per incazzarmi. Non farò a ritroso la strada di ieri, non ha proprio senso, vado al parco.

Ed ora, prima di andare a consolarmi dal Berlusca con 3 piatti di pasta fatta in casa, in questo parco pieni di coppiette che si sbaciucchiano e non capisco perché non abbiano un cazzo da fare, avrei solo voglia di essere a casa. Con tutte le mie cose al loro posto nell’armadio, senza dubbi esistenziali e con una fiducia cieca nell’umanità. Senza quest’odore di carne morta di cui è impregnata La Paz e di cui sapevano anche alcuni angoli di Cusco. Ho bisogno di respirare un attimo, solo un attimo.

Però poi mi siedo a tavola, a pranzare da sola, con un piatto di tagliatelle al ragù che non mangio da mesi, con la stessa passione con cui la Jolie arrotola gli spaghetti al pomodoro in una piazza di Roma. Il vento muove il fazzoletto sotto a cestino del pane e nonostante l’antipasto sia una crema di broccoli, chiudo gli occhi, lascio lavorare le papille gustative e nuovamente mi rendo conto che per ogni sfiga c’è un Andres, c’è un piatto di pasta, c’è il sole che risorge. E allora va bene così, va ancora bene così, sono ancora troppo fortunata.

Anche perché arriva il messaggio di Andrea con tanto di foto “si, l’abbiamo noi” e allora, oltre che fortunata, sono anche un po’ cretina.

E va ancora meglio così.

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CASAle, capitale del mio cuore

Ancora con l’adrenalina in corpo, con le gambe doloranti, i muscoli duri, la stanchezza addosso, dovrei scrivere di Machupicchu, di quanto sia stato faticoso e mozzafiato, arrivare al culmine di questo viaggio… Ma mi sono appena ricordata che questa settimana scopriremo se Casale sarà o meno la Capitale Italiana della Cultura 2020, allora stasera mi riposo e penso a lei.

Una nuova canzone di Bianco nelle orecchie e mi ricordo subito il profumo del Piemonte.

Ho visto che è stato lanciato un challange, qualcuno ha elencato vari motivi per cui Casale merita di diventare la #CapitaleItalianaDellaCultura2020 ed io amo gli elenchi.

Mi sovvengono immediatamente alla mente tutte le cose che in un video non ci sarebbero state, ma che mi fanno battere il cuore se penso a quando ho rimesso piede a Casale, dopo 1 anno a Siviglia, ai weekend sporadici quando sono a Milano, a quando tornerò da questi 362 giorni in giro per il mondo e vedrò il cartello “Casale Monferrato Nord”.

La vita di paese, è normale, può diventare stretta per qualcuno, soprattutto se hai 17 anni e una curiosità che esce da tutti i pori. Era stretta per me, era stretta per tutte le mie amiche ed i miei amici che alla prima occasione hanno fatto la valigia. Era stretta per chi era stufo di sentirsi in difficoltà alla domanda “di dove sei?”. Proprio per loro, per l’occhio leggermente socchiuso, il labbro superiore alzato e l’espressione ebete di chi ti sta per chiedere “e dov’è?” scriverò il mio elenco personale, non richiesto.

Non lo farò attraverso discorsi retorici su cos’è la cultura, su quanta storia conservino le mura del Castello o citando i primati della Sinagoga, non lo farò nemmeno prendendo la scorciatoia e parlando del Monferrato, dei colori dei campi, della comodità della camporella, dei ristoranti in collina, delle grigliate di pasquetta, dei paesini alti e bassi, delle lucciole, dell’UNESCO, delle vigne, delle cantine e delle risaie. Lo farò attraverso tutto quello che mi fa sentire la mancanza di questo posto, l’acquolina in bocca, la nostalgia, l’orgoglio di essere di Casale.

Se chiudo gli occhi e penso alla strada, dopo aver pagato il casello…

  • Casale per me è la brina di prima mattina, sulle macchine, sui campi, con il sole che spunta tra la nebbia d’inverno, la macchina ancora fredda, il fumo che esce dalla bocca.
  • Casale per me è il Bennet, con le sue decorazioni natalizie a forma di alberello, riconoscibili già dall’autostrada, che mi ricordano tutti i fine settimana passati in montagna con le mie sorelline, le gare a chi per prima riconoscesse le luci di casa.
  • Casale per me è quel muretto con il tetto che ti dà il benvenuto.
  • Casale per me è l’elefantino dove per lavare la macchina facevamo la doccia a papà e ci schizzavamo da bambine, giusto per fare arrabbiare mamma.
  • Casale per me è un susseguirsi di rotonde talmente famigliari che non hanno bisogno di un cambio di marcia.
  • Casale per me è un ponte, che da giovane facevo a piedi, sentendomi estremamente ribelle, come se stessi superando un limite invalicabile.
  • Casale per me è quella casetta a lungo Po, quella dei bambini, quella con le scritte dei Sum 41 che hanno resistito alle intemperie di decenni, quella che mi ha asciugato le lacrime nei momenti di peggiore sconforto, quella dalla quale, seduta al posto dei mocciosi, attraverso le sue fessurine ad onda che guardano il fiume, mi sembrava di essere al mare.
  • Casale per me è la lunghissima scelta del vestito per la veglia, le cene pre veglia, quella sensazione di PROM alla Casalese, di serata della vita, che avevamo a 15 anni.
  • Casale per me è la festa del vino e la gioia di vivere che porta con sé, i personaggi ai quali dà spazio, tutti gli emigrati che tornano.
  • Casale per me è in ogni frittella, ogni volta che qualcuno frigge qualcosa per strada, in qualsiasi parte del mondo, per me “c’è odore di giostre”, ma giostre di Casale. C’è sapore di autoscontri, del sangue che mi è sceso dal naso quella volta, quando nonno mi aveva accompagnata e dovevo assolutamente farlo sparire con una leccata veloce, per non farmi vedere sofferente.
  • Casale per me è il liceo Balbo, tutte le storie che racchiudono quelle mura, le gioie, le ragazzate, le amicizie che hanno sputato con forza.
  • Casale per me è il fumo delle caldarroste che si vede in lontananza, la luce soffusa, il calore colorato, nella nebbia, all’angolo prima dei giardinetti.
  • Casale per me è una rampa inutile in piazza, utile solo a papà quando il venerdì andavamo con Totta a mangiare al Mc e al ritorno facevamo le giostre con la macchina.
  • Casale per me è il sole che tramonta dietro al castello e scendendo proietta una luce calda sui sampietrini di Via Saffi.
  • Casale per me è la cioccolata con panna alla latteria, quella che bevono Bea, Marta, Ele e Filippo, mentre io li guardo e non cederò mai. Sono i nostri pranzi, le nostre cene, i compleanni passati insieme, le colazioni lunghe una vita, le merende infinite, l’intesa a colpo d’occhio dal teatro a piazza Mazzini.
  • Casale per me è la nuova pizza della Marechiaro, è mangiarla in un vestitino grigio la sera prima dell’esame di maturità. E’ il carpaccio dell’Apollo il mercoledì con papà e le bimbe, quando entravamo al Palli vuoto, di notte. E’ la pizza della Capri, andando sempre in cucina a salutare la Titti.
  • Casale per me è Pizzò in via Roma, è quella biciclettina gialla e nera che mi avevano rubato e che ho ritrovato, proprio lì, nelle mani di un adulto che mangiava la pizza e che mi sono ripresa a suon di “ma non ti vergogni alla tua età a rubare una bici ad una bambina?” con tutto il coraggio e l’incoscienza di una ragazzina a cui rubano il regalo di compleanno di mamma e papà.
  • Casale per me è il profumo dei Krumiri che arriva fino all’angolo di Busca e mi segue fin dentro al portone, senza tregua. Sono quegli stessi Krumiri che tutti i miei coinquilini e compagni di università si sono sempre contesi. Quelli che mamma mi fa trovare sul letto quando torno o che mi porta quando mi viene a trovare.
  • Casale per me è farmi venire a prendere al CAD, all’angolo tra via Lanza e Paleologi, è la retro fin davanti al mio portone, per evitare la telecamera della ZTL.
  • Casale per me è l’ansia nei camerini del Municipale prima di un saggio, di un musical, di uno spettacolo di fine anno, la testa che spunta dalle quinte, la porta dietro a chi regola le luci che dovrebbe rimanere chiusa, quel “merda, merda, merda” che sentono anche a San Germano. E’ la StraCasale, esattamente il venerdì dei saggi.
  • Casale per me è la brioche del Bar Bianco (Riviera) con Filippo, il mercoledì quando entravamo 1 ora dopo. Ora è semplicemente la brioche più buona del mondo. L’ultima colazione prima di partire per qualsiasi viaggio.
  • Casale per me è il Duomo, l’oratorio e tutte le canzoni di chiesa che canto anche sotto la doccia. E’ l’oratorio del mercoledì, quando ancora eravamo piccoli, l’oratorio era ancora quello vecchio e uscendo vedevo la prima neve, giravo su me stessa a testa in su, con la bocca aperta e la lingua di fuori.
  • Casale per me è il vigile con i baffi che ci faceva uscire dalla San Paolo senza farci morire investiti nell’intento.
  • Casale per me è una corsa alla stazione e un treno comunque perso, un panino al 5D e due risate in tabaccheria con Edo.
  • Casale per me è una domenica sera al Palazzetto, la voce di Simo nel microfono  un panino al Burger.
  • Casale per me è un pranzo alla baracchetta (La Cucina come una volta), con gli gnocchi alla Castelmagno che ti si sciolgono sulla lingua.
  • Casale per me è non ricordami come si chiami in realtà Piazza della Posta.
  • Casale per me è andare a piedi all’IperCoop passando dal bosco della Cittadella, quando non avevi nemmeno il permesso di compare scarpe con le stringhe.
  • Casale per me è salita Sant’Anna, due curve e le luci, la Madonna, il silenzio.
  • Casale per me è la vista della Torre Civica, illuminata, che spunta tra le finestre di casa mia.
  • Casale è una boccata d’aria fresca, ora che l’aria è un po’ più pulita, ora che al posto di quella fabbrica c’è un prato verde dove posso portare tutta la mia sezione di ESN a fare working group.
  • Casale per me è quella casa, quella che mi ha vista crescere, piangere, sorridere, la casa che ha visto la separazione dei miei genitori, la nascita di Arabella, quella casa costruita dal nonno, da cui sono uscita, con un’eleganza impeccabile, dalla finestra.
  • Casale per me è quel posto di cui mi sono vergognata, per un attimo, che avrei voluto cambiare, che ho cambiato per poi sentirmi in colpa sempre, per quell’attimo. Casale per me è la mia città, di cui andare fiera, sempre.
  • Casale per me è casa. Il primo posto a cui penso quando mi chiedono “di dove sei?” nonostante tentenni perché ho vissuto in tanti altri posti. Quel posto che ho sempre voglia di nominare, anche se mi tocca precisare “provincia di Alessandria, Piemonte, proprio in mezzo tra Torino, Milano e Genova”.

Casale per me ha il sapore di Krumiri Rossi, di tartufo di Murisengo, di fritto misto del Mariulone, di risotto della nonna, di agnolotti della Barchetta, di frittelle delle giostre, di torrone del Diavolo, di caldarroste di piazza Castello.

Casale è il posto in cui i miei nonni sono morti, mia sorella è nata, io sono cresciuta.

Casale è un posto da cui sono scappata, perché pensavo che non fosse abbastanza per me, che il mondo fosse grande e meritasse di essere esplorato, assaggiato, vissuto, che non fosse un palco abbastanza dignitoso per la mia persona. Ero giovane e dovevo ancora farne di chilometri per capire che quello che sono lo devo anche a questa città, che mi ha dato le basi, che ha messo tutte le carte in tavola, che mi ha lasciata andare, ma che mi lascia anche tornare, ogni volta che ne sento il bisogno, è la città che mi ha messa al mondo, nonostante non ci sia nata, è la città che mi ha ammessa al mondo.

Se non fosse per Casale non avrei avuto una stretta al cuore ogni volta che qui, dal Centro al Sud America, ho visto il logo Eternit. Questa città, le sue persone, mi hanno insegnato a stringere i denti, a rimboccarmi le maniche, a non dimenticare, ma a guardare avanti, a lottare con tutte le mie forze, a perdonare, a costruire prati sulle macerie.

E’ la capitale di tutta la cultura che ho potuto conoscere, è la capitale delle città in cui ho vissuto, è la capitale delle amicizie che porterò con me per tutta la vita, la capitale della nascita e della rinascita.

Questa consapevolezza, dopo 3 anni di viaggi interminabili, 2 dei quali all’estero, è un traguardo che stringo forte dentro me: la consapevolezza che ovunque vada, sarà sempre casa mia.

Casale è uno dei luoghi del mio cuore che custodisco gelosamente, con la voglia di mostrarlo al mondo, di farla assaggiare a tutti.

Un gran bel palco, un palco di cui andare orgogliosi, una bandiera da sventolare, da mettere sul balcone come quella della propria squadra del cuore quando vince il campionato, come quella della nazionale, come quella della Junior, come quelle tricolore sbiadite che inneggiano alla giustizia.

Non so se venerdì il verdetto sarà a favore di Casale Monferrato, che per me ha già vinto il titolo di CASA(le), ma so che sarebbe per me spettacolare far sentire a casa anche coloro ai quali bisognava precisare che si trova in provincia di Alessandria, in Piemonte, tra Torino, Milano e Genova.

Altrimenti… più Krumiri per me, va bene lo stesso.

 

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