L’onda lunga della leggerezza – My Times of India n. 6

Ha smesso di piovere, una rondinella vola sopra la mia testa, sotto un cielo ancora nuvoloso. Le luci della città si riflettono nel lago, che scontrandosi sui gath produce il suono di una bacinella d’acqua, scossa velocemente.

3 nuovi amici mi aspettano a tavola, in uno dei ristoranti più cari che abbia avuto il piacere di testare qui in India: il mio piatto costa 8€, ma la vista è impagabile.

A sfioro sul lago, con una distesa di diverse tonalità di nero e grigio, intervallata da luci calde.

È la mia penultima sera in India e me ne rendo conto solo ora. Domani volo su Delhi, una notte, un giorno e nulla più. La magia svanirà e di lei resterà per un mese l’henné sulla mi mano destra e, spero, la leggerezza che questa nazione mi ha regalato. La sua intensità travolgente, a volte soffocante, mi ha costretta a lasciarmi andare, a seguire l’onda, a lasciarmi trasportare. Mi sono ritrovata, in mezzo ad una strada sabbiosa e umida, a pensare “ok, oggi va così, magari domami questa cosa la faccio diversamente”. Mi ha portata a vivere il presente, a sfruttarlo, a goderlo, ad afferrarlo. Mi ha aiutato ad accettare il passato, a custodirlo, ad accarezzarlo, a non rimpiangerlo. Mi ha illuminata sul futuro, un’eventualità imprevedibile e malleabile sulla quale soffermarsi a tempo debito.

L’onda lunga della leggerezza, questo mi auguro di poter continuare a surfare nei mesi a venire. Mesi che saranno un’avventura e mi separano dalla successiva. Vita.

Vedo. Un poliziotto che da una multa ad un’auto in divieto di sosta. Cartelli no parking con adv tutti uguali per 2km. Una macchina con il logo Nike su ogni finestrino. La coda di un cavallo che spunta dalla porta di una casa. Elettricisti arrampicati sui pali della luce. Operai a piedi nudi che caricano sacchi di sabbia sulle spalle. Artisti che dalle macerie creano statuette di divinità varie. Mucche adagiate sullo spartitraffico. Signore equilibriste con ceste in vimini giganti sulla testa. Una catena che si chiama Rominus pizza. Bambino, papà, bambina, mamma, tutti e 4 in moto senza casco. Una rotonda verdissima. Due signore in sari scintillanti che rovistano nella spazzatura a bordo strada.

20 televisioni caricati su una bicicletta trainata a anno. Carretti del cibo. Accampamenti sotto la sopraelevata. Un uomo che si lava la faccia con l’acqua della bottiglia. Furgoni decorati a mano. Militari. Polizia. Casco sullo specchietto retrovisore, in testa il cappellino. Filo spinato. Casco sulla testa. Bandiere tricolore. Il ventilatore sopra la testa del mio Uber. Un tempio. Pullman con la porta aperta, gomiti che spuntano dai finestrini. Pezzi di sari che sventolano fuori dai tuc tuc. Autobus con la lamiera deformata. Sorpassiamo a destra. L’asfalto perfetto, ma senza righe delle corsie. Bandiera tricolore sul cruscotto della macchina, sul finestrino, sul vetro, disegnata sul paraurti. Donne sedute a terra, nella sabbia, che sistemano il marciapiede, a mani nude. Linea per persone ipovedenti, la prima. Pietre per il cordolo della strada traportate nel montacarichi di una bicicletta. I cavalletti più comodi della storia. Cartelli incredibili che recitano “zona ad alto rischio di incidenti, attenzione”, “sorpassare a destra”. Transenne gialle con le rotelle. Ingresso dell’aeroporto. Terminal 3. Fammi fare un altro giro per favore. Non ci credo che è finita.

Mi torna in mente la prima videochiamata con Sara, i consigli di viaggio scritto sul mio excel, i pin inseriti nella mappa. Ripenso ai miei occhi sognanti, quando, raggomitolata sul divano senape, lèggevo Shantaram ed immaginavo il sapore di questo paese. Ricordo le risposte preoccupate di chi ha cercato di dissuadermi dal partire. Più mi parlavano male di questo paese e più avevo voglia di venire, godermela, andare oltre ogni pregiudizio e fargli cambiare idea. Me lo scrive anche Sara “rido quando mi chiedono se l’India è un paese sicuro. Non mi sono mai sentita così al sicuro come in India”. Protette ed accarezzate. Sorvegliate e custodite. Circondata da tante mamme e tanti papà, da tante didi e fratelli, così mi sono sentita. Un po’ rompipalle come i famigliari sanno essere, ma con affetto, sana preoccupazione, naturale gentilezza.

Seduta in prima fila al gate, con un’ora di anticipo rispetto all’orario di apertura presunto dell’imbarco, chiuso gli occhi ed un raggio di sole mi investe le palpebre. Si districa sull’orlo del desk e riesce a penetrare dai vetri spessissimi dell’aeroporto. L’ultimo raggio di sole indiano m’illudo a il viso ed io sono KO. Ho dato il 100% in questo mesetto ed il mio corpo ha deciso di cedere all’ultimo: febbre, mal di testa, diarrea, chi più ne ha più ne metta. Forse complice una cena cara, ma troppo piccante, forse semplicemente è stanco. Sono stanca anche io. Attorno a me ragazzi indocinesi che proprio non riescono a stare zitti e parlano tra di loro, mentre parlano al telefono, mentre videochiamano qualcuno a casa. Dovrei andare a comprare qualche cosa di secco, ma non ho la forza di tornare indietro. Il sole continua a puntarmi e scrivo ad occhi chiusi perché aprirli è faticoso.

23 giorni fa atterravo sulla moquette bordeaux dell’aeroporto di Mumbai, all’alba. Negli amplificatori dell’aereo risuonava una canzone dal testo profetico, che ho riascoltato ogni volta che cambiavo città, come Marta con Terra promessa, ogni volta che torna in Italia. Il ritornello dice “I’m loving this moment, can we stay here forever?”. In questa domanda è racchiuso tutto quello che mi porto a casa dall’India: un abbraccio nei confronti del presente, un sorriso per il passato e leggerezza per il futuro. Il radicamento. Svegliarsi ogni mattina sapendo che posso volare, chiudendo gli occhi e facendo yoga, nei posti in cui sono stata benissimo. Svegliarsi ogni mattina sapendo che la giornata mi riserverà una serie di meravigliose scoperte.

Torno a casa è quello che mi aspetta non ha le sembianze di quello che ho lasciato. Un nuovo lavoro, una nuova quotidianità, nella quale porterò qualche rituale vecchio e ne costruirò di nuovi. Nuove persone, vecchi amici, nuovo amori. Non vedo l’ora ed è per questo che, stranamente, sono contenta di tornare. Forse anche perché finché non diventano puliti io qui non ci voglio vivere, ma soprattutto per quello che mi aspetta a casa. Casa. L’Europa. L’Italia. Il mio continente. Il mio paese. Il primo mondo. Lì dove le donne non hanno una fila esclusiva e possono mostrare le cosce. Lì dove sono tutti di fretta ed i turisti non sono presi in braccio. Lì dove si può viaggiare senza passaporto. Lì dove con 1€ non fai nemmeno colazione. Lì dove puoi sederti su un mezzo pubblico e non rivolgere la parola a nessuno. Lì dove puoi sederti per terra in mezzo alla strada senza dover buttare i pantaloni. Lì dove il mare è pulito. Lì dove il cibo non è piccante. Lì dove l’integrazione ha bisogno di mangiare pastasciutta. Lì dove bianco e nero sono colori dividenti. Lì dove a volte nemmeno gli amici ti fanno entrare in casa. Lì dove le telefonate si fanno con le cuffie. Lì dove la moquette ha perso il suo fascino negli anni 70. Lì dove la classe media la fa da padrone. Lì dove si può bere l’acqua del rubinetto. Lì dove lo yoga è uno sport. Lì dove la meditazione si fa con il timer. Lì dove non ci si concede il tempo di annoiarsi. Lì dove a volte l’apparenza conta più della sostanza. Lì dove quando piove non si mettono le infradito. Lì dove le persone sanno essere sgargianti ed ostili. Lì. Casa. Dove non ci sono gli indiani. Odi et amo.

L’aria di Budapest è fresca, il bus puntuale ed il mio corpo sembra gestire il fuso. La mascherina qui non è obbligatoria, “l’Ungheria è la terza in Europa per % di vaccinati” mi segnala con orgoglio l’autista.

Mi siedo accanto al finestrino aperto, non c’è bisogno dell’aria condizionata. Chiudo gli occhi e respiro, semplicemente. Ora sì che vorrei Eros nelle cuffie, ma ho poca batteria e temo di non poter raggiungere l’ostello se sgarro.

Tagliare la fila dei passaporti, Schengen, l’Europa. Strade deserte, inodore, solo il rumore degli ammortizzatori del nostro bus, silenzio. Affondo nel sedile e sorrido compiaciuta. Mi sento già a casa.

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Gli indiani sono gli italiani dell’Asia – My Times of India n.5

“Ma vi rendete conto? Stiamo suonando il clacson alle mucche per tornare a casa”.

Dopo un interminabile viaggio in aereo sono atterrata a Jaipur. Ho chiamato 3 uber e 2 Ola, nessuno è venuto a prendermi in aeroporto, sembra che il problema sia la destinazione: troppo lontana per poche rupie. Scrivo alla ragazza di couchsurfing che mi ha offerto ospitalità, Ritu, che mi consiglia di allontanarmi dall’aeroporto. La ascolto e trovo un tuc tuc che mi carica, fermandosi a metà strada perché non sa in quale direzione proseguire. Arriva in soccorso un secondo tuc tuc, il cui autista parla fortunatamente inglese. Salto sul suo e mi godo il silenzio serale della città rosa, spenta dopo le 22.

Talin mi mette in guardia: la zona in cui mi sta portando non è ricca e nonostante di giorno sia molto frequentata, la sera è buia e pericolosa. Che dire, mi fido delle recensioni dei couchsurfer che ci sono stati prima di me e gli chiedo gentilmente di aspettare finché non sarò entrata in casa, ond’evitare problemi.

Ritu mi apre la porta ed, insieme al fratello, mi accoglie nella loro strana casa. Una scala porta al primo piano che è composto da un patio centrale, che sembra un terrazzo, sul quale si affacciano 4 porte, dietro ad ognuna 1 stanza. Il patio è anche la sala da pranzo.

Sembra tutto all’aperto, ma in realtà la mia camera è al chiuso. In questa piccola ed umile casa, c’è una camera tutta per me. Purtroppo non posso fare la doccia, devo aspettare domani perché non c’è acqua, ma posso darmi una passata con le salviette bagnate e andare a dormire. Sono stanchissima ed anche i ragazzi sembrano aver voglia di continuare a fare gli affari propri. Chiudo la porta della camera e mi cade l’occhio in un angolo in cui, indisturbate, girullano centinaia di formiche. Una fila immensa che percorre tutto là scaffale per poi infilarsi in un buco sulla parete. Sospiro. Sono solo formiche. L’importante è che non si avvicinino al letto. Controllo e sembrano interessate solo a quel lato della stanza. Mi allontano, mi riempio di spray anti zanzare dalla testa ai piedi, mi chiudo a bozzolo nel lenzuolo e mi riprometto di cambiare casa l’indomani. Ora è troppo tardi e sarebbe sciocco oltre che ingiustificabile.

Nonostante i presupposti, non mi sveglio nemmeno per fare pipì e l’indomani, rigenerata, non trovo più le formiche, ma solo sole che surriscalda la stanza. Mi alzo ed il fratello di Ritu mi propone un chai. Ormai sono forgiata e il chai mi fa impazzire. Mi chiede di accomodarmi sul terrazzo. Ci arrivo in punta di piedi e mi raggomitolo sulla sedia. Qualche minuto dopo lo vedo tornare, una t shirt arancione, un piattino con biscotti e tazzina, un gran sorriso in volto. Sono già più a mio agio. Ha 22 anni, ha da poco fatto l’esame per ottenere un impiego statale, ma sogna di poter aprire il suo negozio online e vendere prodotti artigianali. Il nonno faceva ombrelli. Lui ha iniziato a lavorare legno e pietre che vende su etsi. Prima del covid faceva la guida turistica, ma ora i turisti sono così pochi che la compagnia per cui lavorava ha ridotto drasticamente il personale. Si è reinventato e gli piace così.

Tra un discorso e l’altro gli dico che ho cambiato i miei programmi e raggiungerò alcuni amici che casualmente si trovano a Jaipur, insieme ci sposteremo ad est e per questo andrò via prima del previsto. Non fa una piega, mi chiede solo quanto tempo ho prima che i miei amici arrivino, così da potermi mostrare un posto. “Un po’” gli rispondo.

Salgo sulla sua Royal Enfield rossa e nera e ci dirigiamo verso le mura del forte. Al polso ha un sacchettino, che apre lungo la strada, per far avvicinare un branco di scimmie che attendono disciplinate il turno per la colazione. Con le piccole mani pensili prendono un biscotto alla volta e lo sgranocchiano. Impressionante. Incuriositi si avvicinano anche una capra e qualche maiale. Suona il clacson per allontanare tutti e ci dirigiamo ancora più in alto, sullo sterrato. Oltre le mura del vecchio forte di Amber, sulle montagne, c’è un villaggetto nascosto di 1000 anime, che guarda su un laghetto. Quest’anno ha piovuto così poco, anche qui, che il lago di sta ritirando. I pescatori con le reti tirano su gli ultimi pesci rimasti. Dalla sua bustina spunta l’impasto del chapati che ha portato per i pesci. Lo divide e me lo da.

Mi sembra di tornare bambina, alla piazzetta del sole a Santa. Mi racconta della sua famiglia, del matrimonio della sorella troppo giovane, di cugini e zii. Mentre la sua voce calma continua a condividere, abbasso tutte le difese che avevo alzato di fronte alle formiche e devo fare un grande sforzo per ricordami che ieri ero a disagio. “Quasi quasi potrei farmi un’altra notte con loro” penso.

Il tempo passa, il telefono non prende e stimo che i ragazzi stiano arrivando. Andiamo verso il forte e ci salutiamo. “Ripasso per prendere lo zaino”. In realtà verrà a prendermi, mi porterà a casa a prendere lo zaino e mi riporterà al bus. Perché non c’è mai limite alla generosità, qui. Grazie ragazzi, scusate se ho problemi con le formiche. Non siete voi, sono io.

Vedo moto in autostrada. Autogrill in lamiera. Fango, oltre la riga bianca della strada. Due bambine che giocano a carta forbice sasso nel retro di un furgone. Biciclette. Spartitraffico con aiuole. Spartitraffico di legno. Colonnine d’emergenza rosse su cui campeggia, blu, la scritta SOS. Mucche gracili che attraversano la strada, senza alcuna apparente meta o ragione. Bus con portiere e finestrini aperti. Ape car. Auto. Furgoni merci decorati. Cave di marmo in lontananza. Didil ci rammenta quanto avevo già letto per ad Agra, il marmo bianco locale è 5 volte più forte di quello di Carrara, per questo più difficilmente lavorabile, ma anche più resistente ed impermeabile.

Siamo partiti da Jaipur, la città rosa, in direzione Jodhpur, la città blu.

Parlo al plurale perché il caso ha voluto che il mio raffazzonato programma di viaggio si intrecciasse con quello di un amico. O meglio dire, del mio vicino di casa a Siviglia. Alessandro. Il potere dei social ci ha fatto scoprire che saremmo stati nello stesso posto nello stesso momento, così mi sono aggregata alla sua combriccola per qualche giorno. “Un’India turistica e più comoda, in auto, con una guida locale. Sto vivendo tutte le sfaccettature di questo paese, perché non godermi anche questa?” Ho pensato.

Fare i conti con quello che stiamo vedendo, ascoltare le percezioni di altri occidentali, arricchirmi anche delle loro emozioni, contaminarli con le mie sensazioni, avere la possibilità di confrontarmi con una guida che ha vissuto in Europa e studiato la storia del suo paese, che opportunità.

Il gruppo mi ha accolta come se fossi partita con loro, come fosse normale irrompere nel viaggio organizzato di qualcun altro, come indiani generosi.

Questo paese ci somiglia, alla fine.

Ho sbirciato qualche foto di Jodhpur e sembra Chefchauen, un paesino al nord del Marocco in cui sono stata durante un viaggio in mezzo all’Erasmus a Siviglia e sorrido, all’idea di arrivarci proprio insieme ad un pezzo di quell’Erasmus. Quanto può essere beffardo il destino?

Jaipur e Jodhpur sono divise da 5 ore e mezza di asfalto nuovo di zecca. Qualche giorno fa, parlando con papà è emerso che più di 20 anni fa, quando è stato lui in India, l’asfalto ancora non aveva incontrato il suolo indiano. Questo è il progresso, questa è la crescita esponenziale che questo paese sta facendo e questi sono i confronti che dobbiamo fare: l’India di prima, l’India di oggi. L’India negli ultimi 75 anni dal giorno dell’indipendenza ad oggi. È questo il confronto che ci invita a fare Dil, provando a rimuovere dalla nostra mente gli standard europei, un punto che sembra ancora lontano, ma che forse non sarà mai raggiunto, perché verrà customizzato, perché siamo in India e non in Europa, perché questo luogo ha una sua identità.

Metà delle ore passate a macinare km su quest’asfalto nuovo sono una lezione di storia. Pendo dalle labbra di Ale che, nonostante la febbre, non riesce a stare seduto sulla sedia quando si parla di diritto internazionale. Sciolina date e dati, opinioni e fatti, riuscendo a zittire anche la guida. Starei ad ascoltarlo per ore.

L’Erasmus ha fatto con lui quello che il banco fa con le fish, quello che ha fatto a me: ha rimesso le carte nel mazzo, ha ridistribuito le priorità, un bagno di consapevolezza, una doccia calda, ha cambiato il futuro.

Eravamo ventenni stolti, italiani, borghesi, fortunati. Ci siamo scoperti europei, ignoranti, curiosi, capaci, umani, generosi, aperti, irrisolti, irrequieti. Eravamo ventenni stolti, italiani, borghesi e fortunati ed ora ci avviciniamo lentamente ai 30, ci guardiamo e ci riscopriamo nuovi, rinati sotto il sole andaluso di mamma Sevilla. Quella città che si è insinuata nel nostro dna, mettendoci il mondo in mano e dicendoci “scopritelo, amatelo e prendetevene cura”.

In Erasmus non ci siamo cagati troppo, io ed Alessandro. Troppo italiani e curiosi per volerci conoscere togliendo tempo ad altri umani più esotici, ma chiunque abbia fatto l’Erasmus può contare su un legame trasparente ed indissolubile che si porta dietro per sempre. Ci conosciamo ora, grazie a quel legame che ci ha fatti ritrovare e dopo un giorno penso già “que suerte”.

Torno alla classe di meditazione e vorrei dire alla ragazza tedesca che ci ha fatto lezione che ha ragione, che ha proprio ragione, che questi umani che incaselliamo in una categoria o nell’altra, dovremmo proprio guardarli tutti solo con gli occhi degli indiani: genuini, curiosi, gentili e rispettosi. Che se non è oggi, sarà domani, il giorno in cui diventeranno nostri amici. Perché alla fine vogliamo tutti essere felici, evitare la sofferenza e, nello specifico, io ed Ale, mangiare il mondo. Se non è spicy, meglio.

Mi dicono un “namaste, welcome” mentre valico la porta del forte per raggiungere il mio ostello. Un altro Zostel, la catena di cui mi sono innamorata al Nord. Mi danno il benvenuto a Jaisalmer, come se stessi entrando in casa loro. Accomodati, vuoi qualcosa da bere? Te, caffè?

Dopo una doccia fredda mi sono addormentata come un sasso, per poi svegliarmi puntuale alle 7.38, nonostante la sveglia puntata alle 9.00. Mi vesto ed esco alla ricerca di curd, banana, muesli e chai, la mia colazione preferita. Il bar dell’ostello non riesce a soddisfarmi e mi indicano un altro Cafè, Desert Cafe. I sabbiosi vicoli della città sono ancora silenziosi e vuoti, se non fosse per qualche mucca. Salgo sulla terrazza del bar di un altro affittacamere, dal quale posso godere di una vista panoramica sulla città e contemporaneamente sul forte. A differenza dei forti delle altre città questa è abitato da più di 3000 persone. Sui tetti vedo altre persone sorseggiare da una tazza, leggere il giornale, chiudere gli occhi e lasciarsi scompigliare i capelli dal vento. Insieme alla mia colazione arrivano al tavolo Rahim, che sembra gestire la struttura insieme al barista, ed un ragazzo portoghese che sta viaggiando solo. È la sua terza volta in India. Era venuto per 1 mese nel 2010, ma non era stato sufficiente, così si è ripromesso di tornare quando avrebbe avuto più tempo. La seconda volta è stata nel 2013, per un anno. E di nuovo ora, per un paio di mesi. È già stato a Jaisalmer e oggi si sposterà verso un villaggio nel deserto che gli è piaciuto molto durante un precedente viaggio. La sua colazione è simile alla mia, ma prevede anche 2 uova sode. Vedendo come vengono trattate le galline qui la voglia di mangiare uova passa velocemente, insieme a quella di mangiare carne, già molto scarsa. Ci auguriamo buona giornata e ci salutiamo, voglio godermi il paesello prima che venga assalito dai turisti.

I negozi iniziano ad aprire, qualche operaio ad arrampicarsi sulle impalcature pericolanti, i templi ad aprire ed i bambini a scorrazzare in bicicletta. È domenica, non c’è scuola.

Proprio quando Silvia mi condividere la sua posizione una signora appoggiata allo stipite della sua porta mi saluta.

Indossa un sari arancione con un corpetto blu, ha i capelli neri raccolti in una coda bassa e parla inglese. Dopo i primi convenevoli entriamo in confidenza. Bunny è mamma di 3 ragazze, 15 anni, 8 anni e 2 mesi. Nessun maschio, cosa che ha deluso parecchio la famiglia. Ma lei non si lascia prendere dai sensi di colpa. È una donna in gamba, mentre cresce le sue bambine studia storia e letteratura e porta avanti, insieme ad altre 24 donne, un’associazione che ne aiuta 250. Vedove, maltrattate, spose bambine, analfabete. Tutte donne, tutte di questa regione che lei identifica come una delle più retrograde ed ignoranti dell’india, in cui le donne sono ancora trattate alla stregua di oggetti.

Mi racconta che il suo matrimonio è un matrimonio combinato e che solo “in città” ora esistono i matrimoni per amore. Mi dice che quando ha scoperto di essere incinta della sua ultima figlia avrebbe tanto voluto abortire, ma era troppo tardi. Il suo ciclo è irregolare ed ha fatto il test di gravidanza solo al 4º mese. Ne deduco che qui, come in Italia, c’è tempo fino al 3º per abortire. Così si è rassegnata ed ha messo al mondo una piccola bimba all’8º mese, con un doloroso parto cesareo. L’ha chiamata con il suo stesso nome.

Mi mostra la sua pancia e mi dice che ESN momento in cui le donne partoriscono mostrano sempre la pancia, dietro al sari. È una pancia che ha dato la vita, va mostrata con orgoglio.

Mi racconta che invece le donne vedove, devono nascondersi il più possibile. Niente make up, niente esuberanza. Non hanno diritto ad un secondo matrimonio, nessun uomo vorrebbe una donna “già usata”. Lo dice quasi con disprezzo nei confronti del genere maschile.

Finanzia le sue attività e l’indipendenza delle donne che aiuta attraverso il commercio. Lei in primis vende ciò che le ragazze producono e fa l’henné. Sento la parola magica e le chiedo se può farlo anche a me, mi farebbe piacere aiutare.

“Certo! Accomodati!”. Tolgo le ciabatte ed entro in casa sua. Un breve corridoio collega la strada alla cucina: un fornello e due sgabelli. Accanto alla cucina la camera, due letti uno attaccato all’altro, circondati da pareti azzurre, la pargolina su quello di sinistra mi saluta.

Bunny si siede a terra e mi chiede di accomodarmi su uno dei due sgabelli.

Scelgo il disegno e la mano, mentre lei prende una piccola bustina blu che sembra una sacca posh. Inizia e non smette di parlare. Da questa prospettiva riesco a vedere la sua mano che decora la mia, tutta la casa ed i suoi capelli raccolti.

Ride dicendomi che le donne che aiuta con la sua associazione sono così tradizionaliste che quando gli porta gli assorbenti, li lavano a mano. Ha fatto fatica a fargli capire che sono un prodotto usa e getta. Li usa come escamotage per far credere ai mariti che le mogli abbiano ancora il ciclo, dopo averle aiutate a rimuovere di nascosto l’utero. Zac zac. Mi dispiaccio. Le chiedo se non c’è un’altra soluzione, meno invasiva. Mi fa l’esempio di una ragazza, 6 figli in 6 anni. Il marito voleva il 7º e lei non ne poteva più, non ha trovato altre soluzioni che fingere di non riuscire più ad averne, dopo aver asportato ovaie e tube. Anche lei le ha asportate, dopo quest’ultima bambina. “Così non corro più il rischio”, dice. Anche se suo marito ormai è andato oltre alla religione ed usa i preservativi, cosa che molti altri non sono disposti a fare.

L’henne si seccherà da solo, con sole ed aria, solo a quel punto potrò grattarlo via. Diventerà sempre più scuro e dovrebbe durare circa un mese, se lo idrato bene. Un pezzo di India che resterà sulla mia pelle anche al mio ritorno. Ha un odore sgradevole. Ma lei sorride, sorride il marito, sorride la bimba e sorrido pure io, anche se i soldi che le lascio potrebbero servire a rimuovere un utero.

E come siamo arrivati ce ne andiamo. Edoardo, il pacato. Riccardo, l’impavito. Silvia, la responsabile. Mari, la dolcezza. Calo, l’esuberanza. Ale, la saggezza. Dillirulli Joshua, la bontà. Ce ne andiamo all’alba, che non è già più l’alba. Ce ne andiamo dopo 4 giorni pieni passati insieme. E mentre provano a dormire, io guardo questo gruppo accogliente di amici di una vita, nel quale sono stata inclusa con grande generosità ed il mio cuore ringrazia.

In uno dei primi capitoli si Shantaram, Gregory sostiene che gli indiani siano gli italiani dell’Asia. L’ho ripetuto più volte, proprio a loro, cercando assonanze e somiglianze. L’attaccamento alla famiglia, l’amore per il cibo, la fede permeata nella cultura e la cultura trasposta nella fede, l’ospitalità quasi invadente. Il bello degli italiani, a volte esasperato, a volte meravigliosamente genuino.

Guardo questi nuovi amici, quest’amicizia rinnovata con Ale e penso che, come sono stata trattata negli ultimi venti giorni dagli indiani, sono stata trattata anche dagli italiani: con gratuito affetto, genuina inclusione, spontanea curiosità.

Questo pezzo di italianità itinerante, questi 4 giorni di vacanza invece che di viaggio, una vacanza nella vacanza, anche loro, mi hanno riempita di gioia, stupore e di gratitudine.

Ma cos’ho fatto io per meritarmi tutto questo?

C’è chi nasce in paesi che per avere il visto sul passaporto devono aspettare mesi… anche solo per questo dovremmo svegliarci ogni mattina ed essere grati. Essere grati di essere nati in quel lato di mondo che, come diceva J Ax, “in fondo in fondo è perfetto”.

Vedo cavalli impagliati venduti e costruiti ai bordi della strada, uno scuola bus pieno di bambini in divisa, l’incredibile capacità delle donne di portare pesi in equilibrio sulla testa, un uomo che soffia il naso come un calciatore, loghi di brand disegnati a mano, ancora impalcature sostenute da corde, una discarica nella quale mangiano delle mucche, case in costruzione o distrutte, Royal enfield, una bambina sul retro di uno scooter che agita la mano per spostare la polvere che le investe il viso. Un signore che, seduto sul retro di un Ape car, mi fissa negli occhi intensamente, con Indiana ostinazione.

Quando arriviamo a Jodhpur i ragazzi scendono all’aeroporto, ci abbracciamo, ci salutiamo e ci rivedremo in Sicilia. Io torno verso il centro e mi faccio lasciare di fronte ad un bar che mi era piaciuto qualche giorno fa, vista pozzo, dove ho intenzione di pranzare e lasciare lo zaino per far passare le 5 ore che mi dividono dal bus per Udaipur. Ha proprio le sembianze di un altro capitolo di questo viaggio che si chiude, questo pomeriggio.

E mentre guardo dalla finestra i ragazzi della città che si tuffano nell’acqua piovana e stagnante di questa meraviglia architettonica che è il pozzo centrale, realizzo che domani si aprirà l’ultimo capitolo indiano: 3 giorni ad Udaipur, 1 a Delhi e si riparte. Sono già passati 20 giorni dal mio arrivo. Pazzesco.

Sono contenta di essere qui, sono contenta di quello che ho vissuto, sono contenta di quello che sto vivendo e sono contenta anche all’idea di tornare a casa. Anzi, ho quasi voglia di tornare a casa, mi rendo conto. Una doccia, il mare, sorrisi famigliari, pomodoro e mozzarella, l’estetista, la pulizia. I ragazzi dei food truck mi chiamano, sta arrivando il mio bus, nessuno qui si dimentica mai di me. Che pacchia.

Ci vediamo all’ultimo giro di boa, India cara.

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Sguazzando nell’impermanenza su e giù tra Dharamkot e Mcleod Ganj – My Times of India n.4

Starbucks dell’aeroporto di Delhi. 4 ore d’attesa tra un volo e l’altro, prendo un tè verde perché se bevo un altro chai divento marrone. Prima di lasciarmi assorbire da una lunga chiacchierata con il ragazzo seduto al tavolo accanto, riordino il diario di viaggio. Questa tappa è stata così intensa e profonda che il suo articolo sarà un’accozzaglia di pensieri e sensazioni, disordinata e forse incomprensibile.

Ho scritto qualcosa, ogni giorno, quando volevo registrare le emozioni che questo luogo magico mi stava regalando. Il risultato lascia trasparire l’emozione. Se la sentite, vi invito a controllare i voli per Dharamshala.

Sono partita per il nord per cercare un po’ di silenzio, di calma. Sono partita ascoltando testa e cuore che mi chiedevano un attimo di pausa e riflessione, un attimo di stop. Sono partita a scatola chiusa, impreparata, senza aspettative, senza sapere nemmeno dove stessi andando. Me ne vado avendo trovato tutto quello che non sapevo nemmeno stessi cercando.

Sono in India da 15 giorni e sono stati così pieni, così vivi, così intensi, da sembrare mesi. Sono così viva, così piena, da sembrare sempre più me.

A presto.

13/08/2022

Sunset cafe.

Le nuvole di alzano lentamente dalla valle avvolgendo le montagne rigogliose e verdissime. Il sole si fa fioco, ma è sempre accecante. Strizzo gli occhi per poter guardare bene questo spettacolo che mi ricorda Macchu.

Il bar, costruito interamente in roccia, è a strapiombo su una profonda insenatura. Ordino un chai, incrocio le gambe e chiudo gli occhi. Respiro.

Quando li riapro c’è il doppio della gente, tutti indiani, tranne una coppia israelita.

Qui, proprio come a Taganga in Colombia, c’è una gran via vai di ragazzi che dopo gli anni di leva obbligatoria si prendono un paio di mesi di break lontano dalla loro terra.

Il chai tarda ad arrivare, tempistiche indiane, mi stiracchio e le orecchie percepiscono la parola “pizza”. Sulla lavagna c’è scritto “best pizza in India” e quella che esce, su un vassoio in legno, sembra davvero una bella pizza, non è ancora passata al vaglio di salse spezie e salsine. Per poter godere del tramonto ci sono 3 livelli di roccia sulla quale cresce indisturbato luminoso muschio verde. Io sono sul livello più alto, il team pizza su quello più basso. La visuale perfetta. 6 persone si passano il vassoio per fare una foto con la pizza ed il panorama. Pizza al centro, è il momento delle salse. Pioggia di spezie. Sento l’odore della pizza e sono in pena, so che si sta raffreddando. Si raffredda velocemente come il sole sparisce quando è vicino all’orizzonte. Ci siamo. No. Nel dubbio un’altra foto, di gruppo. Ed un selfie. Le ragazze tolgono gli occhiali, sciolgono i capelli, sorridono.

Ci dividono km di nuvole, ma ci uniscono il sole, la natura, la birra al tramonto, la pizza ed i rituali prima dei selfie.

Riordino il chai, se l’era palesemente dimenticato. Arriva subito, in un bicchiere di vetro che sembra quello del bombardino in montagna. Il sole cala. Un mare di nuvole di tinge di rosa.

Ricominciamo.

14/08/2022

La Stagione dei monsoni si fa sentire, qui sulle montagne dell’Himachal Pradesh.

Ha iniziato a diluviare e mi sono rifugiata in un ristorante tibetano, gestito da una giovane coppia con due bimbe di massimo 2 anni e frequentato solo da israeliti. Una bimba dorme e l’altra girulla per il locale con il girello. All’ingresso una mandria di bambini Israeliti mi ha attorniata “da dove vieni tu?” “Dall’Italia” “ah ci sono un sacco di italiani qui” “in realtà ci sono un sacco di israeliti!” “Hai ragione”.

Ordino delle verdure al vapore, nonostante i noodles mi tentino parecchio, non ho così fame. Ho lasciato la lezione di guida alla meditazione per scendere in paese, alla ricerca di un buon Wi-Fi per una videochiamata, ma qualcosa mi dice che dovrò restare per un bel po’ in questo ristorante. Non posso usare il telefono per non consumare la batteria, così mi tuffo sulla libreria. Una guida lonely planet del nord dell’India. Forse è il caso di informarmi su dove sono finita.

Hichmal Pradesh, Daramshala, McLeod Ganj. Sono finita a casa del Dalai Lama?

In barba alla batteria che dovevo risparmiare, apro tutte le pagine Google possibili ed immaginabili per confermare quanto appena letto. La città che ha accolto il Dalai Lama e migliaia di suoi concittadini in esilio dal Tibet. Ecco dove sono finita. Ecco perché la pace sembra essere la regola aurea di questo posto, sono nel posto più buddista del mondo!

Rido.

Avrei potuto informarmi prima di partire, avrei dovuto saperlo… sono venuta in India per scoprire una cultura, conoscere una nazione e tutte le sue sfaccettature, tutte le religioni che la compongono, usi, costumi. Pensavo di dover andare in Ladakh per sentire il buddismo ed avevo mentalmente incluso quest’opzione nell’itinerario, ma ero stanca. Stanca del caos e dei mezzi di trasporto, volevo solo silenzio ed un’altra India, meno caotica. Così ho chiesto ad Harshil, a Aamir, a Sunya “dove posso andare?”. E sono partita, arrivando esattamente, inconsapevolmente, dove sarei voluta essere.

Del resto le cose migliori sono sempre quelle inaspettate. Gli incontri fortuiti, una settimana prima di partire, una meta scelta a caso sulla mappa, un consiglio di un ristoratore, una persona nuova con cui prendi l’iniziativa ed inizi a parlare, un piatto di cui non conoscevi il nome, una scuola di yoga su cui ti cade l’occhio mentre passeggi, una ragazza che per caso di consiglia un centro di meditazione… il caso. Un disegno perfetto.

15/08/2022

Dopo i 2 giorni canonici di acclimatazione, ho la mia routine: meditazione, yoga alle 8.30, colazione da Alt life alle 10.30, un po’ di trekking per scoprire una nuova area della montagna, pranzo in un nuovo ristorante, yoga alle 16.30, tramonto, cena da Zostel. Saluto i ragazzi dell’ostello, il barista che mi ha dato indicazioni, il signore che ha ritrovato il mio ombrello, le ragazze israelite che hanno provato il corso di yoga, i signori che ho visto a meditazione, i vicini di tavolo della prima cena, i taxisti…

Non mi devo preoccupare di nulla, qui ci si muove a piedi, il paesello è tutto una salita ed una discesa, ma la vita è solo in discesa. È tutto così naturale, silenzioso, amichevole, accogliente, famigliare, che posso semplice abbassare la guardia e lasciarmi andare. Respirare, chiudere gli occhi e lasciarmi andare.

Santo. L’acqua che scorre, gli uccellini che cinguettano, il ritmo del mio respiro, una porta che si chiude, la pelle che si distende, l’aria fresca che entra dalla porta, la stoffa della cinghia appoggiata sulla lombare. Pace.

Shitu. Tikki. All the best, Namaste.

Una coppia incrociata sul tragitto, una conversazione breve, gratuita, tanto inutile quanto necessaria.

Spariranno dietro l’orizzonte e sparirò anche io, coperta dal verde e dalla natura. Di loro resterà l’entusiasmo e l’allegria, che un secondo mi hanno profuso. È in questo momento che penso che sono questi i posti e queste le persone che sono venuta a cercare, qui. Questi sorrisi, questo rispetto per la vita, questo rispetto per il prossimo, questo.

16/07/2022

“Ciao! Come ti chiami?”. Qui tutti vogliono sapere il tuo nome. Non c’è conversazione che inizi senza sapere il nome della persona con cui si sta per parlare. “Ciao, come ti chiami? Posso chiederti una fotografia? Namaste”. Non esiste ordinazione al ristorante senza che qualcuno prenda nota del tuo nome, così da scriverlo, impararlo ed aprire un conto utilizzandolo. “Ciao vorrei un chai” “certo, qual è il tuo nome? Piacere!”.

Sorrido ogni volta che succede. E sorrido all’udire la pronuncia storpiata di un nome complicato come il mio. Per fortuna “Dolly” è utilizzato anche qui.

Qualcuno ti porge anche la mano, come farebbero in Italia. Qualcuno no, sorride e basta, si presenta a sua volta.

Ognuno ha un’identità e questo domandare, questa continua ricerca di contatto, mi sembra una curiosità rispettosa, un passo avanti. Mi piace.

Domenica sono stata nel centro di meditazione Tushita. Sono arrivata leggermente in ritardo, la sala era già gremita. Un’ampia sala di meditazione bordeaux con affreschi coloratissimi, in mezzo alla foresta, attorniata da un paio di templi e casette in cui possono vivere solo monaci tibetani. La studentessa tedesca che ci ha guidato per un’ora di meditazione ha mischiato teoria e pratica soffermandosi sul fatto che, tendenzialmente, nella nostra vita quotidiana entriamo in contatto con 3 tipi di persone:

1. Persone che ci piacciono

2. Persone che non ci piacciono

3. Persone che ci sono indifferenti

Nei primi secondi di conoscenza incaselliamo immediatamente una persona all’interno di una di queste tre categorie, anche inconsciamente.

In base a come si muovono gli addendi, al fluire degli eventi, è possibile che le persone cambino categoria. Basta una serata strana, una parola di meno, a volte solo uno sguardo d’intesa, altre volte basta che cambiamo il nostro punto di vista. Perché perdere tempo ad incasellare quindi? Perché non guardare alle persone esclusivamente come persone? Ci chiede.

Perché non chiedere il nome a tutti? Perché centellinare i sorrisi? Mi chiedo.

Imparo dagli indiani la genuinità. O forse mi ritrovo semplicemente nei loro comportamenti, riconosco la mia spontaneità in loro e più la ragazza tedesca m’invita a pensare a che persona vorrei essere e più penso alla gentilezza.

Dopo la sessione di meditazione, sulla piccola sedia ai piedi della statua di buddah, a lato della foto del Dalai Lama, ha preso il posto della ragazza tedesca un ragazzo. Lezione di introduzione alla meditazione. Mi sposto su un tappetino vicino al muro, per poter appoggiare la schiena ed essere più comoda, sembra una cosa lunga ed interessante.

“Partiamo dal presupposto che tutti gli uomini vogliono essere felici ed evitare la sofferenza”. Esordisce. Semplice.

Ciò che ci impedisce di essere felici e ci causa sofferenza si può racchiudere in 3 categorie:

1. Ira

2. Attaccamento

3. Ignoranza

A differenza della psicologia occidentale, che spesso invita ad accettare ed a convivere con le emozioni e le sfaccettature del nostro essere umani, secondo la psicologia buddista, per poter essere felici ed evitare la sofferenza, è necessario estirpare i sentimenti negativi legati a queste 3 categorie.

L’ira.

Tra tutte le scritte che sono riportate sui muri del salone adibito alla meditazione una in particolare ha attirato da subito la mia attenzione, recita “se vi è rimedio, perché turbarsi? Se non vi è rimedio, a cosa serve turbarsi?”. Se associata all’ira, questa frase trova subito un significato pratico. Quante volte ci arrabbiamo? Con noi stessi, con il mondo, con qualcun altro. Alziamo la voce, rispondiamo male, reagiamo d’istinto. Quante di queste volte il risultato cambia e positivamente? Quante volte è assolutamente inutile se non dannoso? “Lavorate su voi stessi, per evitare di farvi prendere dalla rabbia” ci dice. Sostituite la rabbia con la compassione, andate oltre l’empatia: di fronte a voi c’è sempre un umano. Perdonatelo. Vuole solo essere felice ed evitare la sofferenza, come voi.

Più parla e più la mia mente vola a tutte le volte in cui mi sono chiesta “chissà quanto sarei integra se fossi un’alta carica dello stato”, “chissà quanto si stava cagando in mano Schiettino”, “chissà come mi sarei comportata in periodo di guerra”. Io non riesco mai a fare a meno di vedere la natura fallibile e codarda dell’uomo, dietro ai comportamenti virtuosi e non. Non è così facile però, tant’è che un signore continua ad alzare la mano chiedendo “Come posso perdonare i gerarchi nazisti? Uno stupratore? Un assassino?”.

Il ragazzo al microfono sorride pacato, rispondendo sempre con lo stesso tono e con le stesse parole “condanna le azioni, cerca di fare il possibile perché non si ripetano, ma dividi le azioni dall’uomo”.

Non è facile, per questo serve la meditazione: per concentrarsi, ricordarsi chi vogliamo essere e su cosa vogliamo lavorare, continuare a migliorarsi sempre.

Questo buddismo inizia a piacermi.

L’attaccamento.

E qui casca l’asino. L’attaccamento è l’esasperazione dell’amore. È quel banale errore in cui cadiamo perché è più forte di noi. Quell’egoismo, quella forza recondita che ci fa desiderare di possedere cose e persone, illudendoci che quel possesso coincida con la nostra felicità. L’attaccamento è gelosia. È cupidigia. È ingordigia.

Penso di aver avuto 16 anni, all’alba del mio primo amore, scoprivo alcuni sentimenti che facevano male allo stomaco e scrivevo come stato di Facebook qualcosa di inerente alla gelosia. Non ricordo perfettamente le parole, ma avevo maturato l’idea che essere gelosi fosse controproducente: se una persona si deve allontanare da te lo farà, prima o poi, indipendentemente dai tuoi comportamenti, la gelosia può solo portarti a non godere del presente ed ad incentivare l’allontanamento. Insomma, mi sentivo furba: non essere gelosa, mi dicevo, che la gelosia non piace a nessuno e fa venir voglia alle persone di fare proprio quello che tu non vorresti che facessero.

Ecco, non è questa la ratio.

La ratio buddhista è più matura della me sedicenne, è più generosa, è più leggera. Ci invita ad amare con consapevolezza che la nostra felicità si trova dentro di noi e non dentro ad un oggetto o ad un’altra persona. Ci ricorda che amare significa riuscire ad essere felici per la gioia di qualcun altro, indipendentemente da quanto siamo vicini o lontani da questa persona. Ci ricorda una delle regole auree della vita: l’impermanenza. Nulla rimane immutato: le persone cambiano, gli oggetti si deteriorano, il passato è passato ed il futuro non esiste. Qui, ora, noi, felici, generosi, magari ambiziosi, ma consapevoli che il nostro obiettivo è solo uno strumento, non la fonte della nostra gioia. Umili, capaci di accontentarsi.

Non è né facile a dirsi, ne facile a farsi. Anche su questo c’è da lavorare. La soluzione? Indovinate… meditare.

L’ignoranza.

“L’ignoranza la vediamo dopo pranzo”. Si interrompe. Non la sentirò, per il pomeriggio avevo già un impegno, così cerco la spiegazione online. L’ignoranza è un atteggiamento nei confronti della vita, è arroganza, mancanza di comprensione, di empatia. È sussistenza, cinismo. Ignorante è colui che non ha capito che la vita è e sarà sempre una continua interminabile ricerca.

Scrivo ad Amalia “dobbiamo farci un weekend di introduzione al buddismo ed alla meditazione”.

“Sai che mi trovi sempre pronta!”.

Posso chiudermi la porta rossa alle spalle. E pensare che ero venuta solo per i momo.

Sai nonna, c’è un posto sulla terra in cui – ora lo so – potrò sempre essere felice. Provo a fotografarlo con gli occhi perché rimanga per sempre con me, perché mi ci possa rifugiare quando l’ira, l’attaccamento o l’ignoranza prenderanno il sopravvento. Lo guardo, dall’alto di questa terrazza e sono grata, felice di averlo conosciuto, attraversato, sudato, sentito, vissuto. Felice come alla fine del cammino di Santiago. Felice come alla fine dell’erasmus. Felice come alla proclamazione di laurea. Felice come quando una cosa finisce e la tristezza potrebbe prendersi tutta la mia anima, ma non la lascio vincere, perché la gratitudine e la meraviglia sono più forti. Felice.

Sai nonna, in questo posto le case, se non hanno le terrazze, hanno i tetti verdi e tanti colori ricoprono le loro facciate. Le montagne sono rigogliose, di un verde scuro intenso, il cielo può diventare grigio in un attimo, ma quando le nubi si diradano è celeste. Non blu, come nelle giornate serene a Milano o a Buenos Aires, ma celeste, come a Santa al tramonto.

Ogni tanto si tinge di rosa ed in lontananza le nubi creano striature ed ombre che sembrano montagne, a prima vista.

Sai nonna, di fronte a questo tramonto, non riesco a contenere le lacrime. Sorrido e piango. E non vedo l’ora di abbracciarti e farti vedere queste foto, toccare la tua pelle fragile, sorridere insieme a te che ormai non hai più i denti e nemmeno la dentiera. Non lo so nonna, non lo so perché mi sei venuta in mente tu, davanti a questa meraviglia, in questo momento. Sarà che sono in pace, come da bambina, quando con le unghie lunghe mi grattavi la testa. Torno presto.

17/08/2022

“I’ve never been able to leave this place”. Ieri, lungo la strada per le cascate, che sembrava impossibile trovare, ho incrociato una ragazza olandese. Era girata di spalle alla valle e ruotava su se stessa cercando di inquadrare il suo viso e qualcos’altro sullo sfondo. Attacco bottone. Anche lei oggi partirà, dopo 3 anni. Si è trovata qui, 3 anni fa e questo luogo l’ha rapita. Si è innamorata prima del posto, poi di un ragazzo, ha iniziato a lavorare ed eccola adesso – ho pensato -, mentre tenta di fotografarsi con quella che è stata la sua ultima casa, prima di tornare in Olanda, almeno per un po’. Le ho condiviso il mio dispiacere per la partenza imminente e con la massima naturalezza mi ha risposto che non sa nemmeno lei come si faccia, che non è mai stata in grado di lasciare questo posto.

Mi torna in mente questa frase, mentre mi dirigo all’aeroporto. Sono sul sedile posteriore di un taxi che ha dei tappeti al posto dei coprisedili e dell’erba finta al posto dei tappeti. Mentre i miei occhi accarezzano le verdi coltivazioni di te, penso che anche io non sarò mai in grado di lasciare questo posto. Lo sto facendo, fisicamente, ma lasciandoci un pezzo di cuore e portandolo con me. Lo voglio portare nella mia quotidianità, quello che mi ha regalato non lo voglio custodire, lo voglio nutrire e condividere.

Continuerò il mio viaggio, i miei occhi vedranno altre città, altre meraviglie architettoniche e della natura, altri umani, altre valli, altre terre. Le mie orecchie sentiranno altri suoni, rumori, melodie. Le mie mani toccheranno altre piante, altri letti, altri roti. Il mio naso odorerà altre piogge, altri escrementi, altri ristornati, altri umani. Ed il mio palato sarà investito da altri sapori, nuove spezie, ulteriori bruciori. Ma il mio cuore, la mia testa, quelle continueranno ad errare portando con se la pace che questa frazione del paesello della cittadina mi ha donato.

Ecco perché il destino mi ha fatta inciampare in questo luogo. Ecco perché qualcuno ha tirato i fili per farmi arrivare fino a qui. Per riflettere ancora su ciò che mi fa stare bene, per vederlo chiaro e tonto, per non dimenticarlo, per non trascurarlo.

Fuori dall’oblò un cielo blu cobalto sovrasta un soffice tappeto di nuvole che sembrano batuffoli di cotone. Dentro quest’elicottero gracchiante, tra una sessantina di passeggeri, ci sono io, seduta comoda sull’uscita d’emergenza. Non posso avere bagagli sul sedile, sotto il sedile, davanti al sedile, stringo solo un mezzo sorrisino ebete sul volto e la serenità nel cuore.

Cuffie nelle orecchie, playlist India 2022, questa vita a volte mi sembra un film sempre a lieto fine.

Grazie.

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Un masala di umanità, Agra edition – My Times of India n.3

Volevo sentirmi bianca. Volevo sentirmi donna. L’unica donna bianca nella stanza. Ero una delle poche donne bianche in uno spazio esponenzialmente più grande di una saletta ed è stato comunque claustrofobico.

Benvenuti al Taj Mahal. Meglio non andarci in un giorno di festa.

L’India è sempre stata nel mio retrocranio. Dopo l’Erasmus a Siviglia ho scelto due anni di magistrale, invece di un master, per poter partire per uno. Dopo un anno europeggiante mi sarebbe piaciuto tantissimo vivere un’esperienza culturalmente molto diversa, “vorrei andare in India” dicevo. All’epoca l’unica cosa che conoscevo dell’India era un cartone animato che guardavamo da bambine in macchina, con il lettore DVD portatile: Parva ed il principe Shiva. Non c’erano accordi con nessuna università indiana, così ho preso quello che il destino mi ha proposto: l’Argentina, l’America Latina. Non era l’Oriente, ma si è comunque rivelato un mondo distante da quello occidentale, molto più di quanto mi aspettassi, nonostante l’influenza delle colonizzazioni.

Così l’India è passata in secondo piano, è rimasta nei film di Bollywood e silente nella mia testa, finché non è arrivato il covid. Mesi di clausura e di lettura. Mesi di silenzio e di viaggi solo mentali, di mascherine e pulizia. Durante una grigliata nella vecchia casa di Ema, Toni e Maga a Sarzana, una ragazza girava con un mattone nella borsa, che usava come vassoio per le braciole. “Mi hanno detto tutti che è un libro che cambia la vita, ho ceduto”. Me l’ha presentato così: Shantaram.

Un libro così alto si può iniziare solo d’estate, quando le giornate sono più lunghe e la mente più accogliente. L’ho ordinato, usato, ma nuovo, su Depop. È arrivato in una busta ocra della posta, con il servizio piegodilibri. Era ocra anche lui e sulla sua copertina campeggiavano sfocati una gradinata, un fiume, qualche uomo ed un paio di barchette. Non mi diceva niente, ma ero emozionata. Ho filmato l’unboxing con l’effetto glitter di Instagram, come fosse un qualcosa di prezioso.

È stato difficile scegliere di lasciarlo a casa, quando ho preparato lo zaino per la Sicilia, ma ne avrebbe occupato metà e mi avrebbe distratta troppo dalla vita.

Non era ancora tempo.

Il suo momento è arrivato allo scoccare della mezzanotte, in concomitanza dell’inizio della seconda quarantena e la consapevolezza che avrei passato un paio di mesi al mare, d’autunno.

A Santa ad ottobre non serve la giacca, si può uscire vestiti leggeri e riempire la borsa di altro. Quel libro era in tinta con i divani del mare e con il cestello di pelle che usavo in quel periodo. Era in sintonia con l’ambiente esterno e con quello interno, con me.

Così l’India è tornata nella mia vita, riga dopo riga, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, sottolineatura dopo sottolineatura. Il mio corpo era fermo e la mia mente volava. Chiudevo gli occhi ed immaginavo. Lo sentivo.

E l’ho sentito per mesi.

Vivevo la mia vita e quella di Karla, Linbaba, Prabu, Hasan… ero a Santa, a Roma, a Genova, a Casale, ma anche a Bombai, al Leopold, nello slum ed al Taj.

Poi è finito. Ho deciso di finirlo a capodanno, nel letto della cameretta del liceo di Bea, con l’abat-jour accesa, gli occhi pieni di lacrime ed il cuore in subbuglio. Così finiva il 2020. Finalmente sapevo rispondere alle domanda “qual è il tuo libro preferito” e “qual è la prossima meta?”.

Il resto è una serie di coincidenze fortuite e fortunate che mi hanno fatto pensare che questo posto qui, questa nazione a forma di rombo sbilenco, mi stesse chiamando.

Sono semplici eventi, coincidenze, che si possono leggere come tali o come segno del destino, come sempre. Per esempio:

⁃ Sono uscita per qualche mese con un ragazzo che, il caso vuole, stesse leggendo lo stesso libro

⁃ La mia libreria preferita di Milano ha scontato Siddartha

⁃ Un’azienda per cui ho fatto un colloquio mi ha proposto un business case su una fittizia compagnia indiana

⁃ Ma soprattutto, in un Airbnb a Napoli, dove mi trovavo per il matrimonio di Stefania, tra una dose di vaccino e l’altra, ho conosciuto il mio migliore amico indiano: Tilak.

E potrei continuare.

Così ho studiato, così mi sono informata, così ho fatto domande, così ho aspettato di avere il tempo, quello che mi avrebbe permesso di sentire davvero una regione così profondamente sfaccettata del mondo. Pensavo a Natale, pensavo con Tilak, invece è arrivato inaspettatamente durante la stagione dei monsoni: un mese di ferie tra un lavoro e l’altro. Raro, prezioso, fuori stagione. Il minimo per potersi vestire di una bandiera nuova.

Ho controllato i voli, ho controllato i viaggi organizzati, ho immaginato un mio itinerario, ho iniziato a seguire influencer locali, pagine di ambasciate, giornali indiani. L’ho scritto sul gruppo delle vacanze estive. L’ho detto a papà. L’ho detto ad alta voce. L’ho scritto su Instagram. Ho raccolto contatti. Ho ricevuto informazioni preziose. Ho prenotato. È diventato reale.

Chi non c’è mai stato mi ha presa per matta. Chi c’è già stato mi ha consigliato di partire con qualcuno. Gli amici e contatti indiani mi hanno dato altri contatti ancora. Chi mi conosce mi ha chiesto di stare attenta, abbracciandomi e augurandomi buon viaggio.

I giorni prima di partire sono stati un susseguirsi di emozioni contrastanti. La curiosità, il dubbio, la voglia di partire, la paura, la voglia di restare, il timore di avere il covid, l’estate italiana. Guardavo le coppiette in vespa con le gambe nude andare verso la spiaggia, guardavo la tavola apparecchiata per una cena con gli amici di una vita, guardavo la discoteca gremita, cantavo e trattenevo il respiro, sperando di non prendere il covid. Pensavo che l’estate italiana è la più bella del mondo e che avrei voluto viverla e poter fare questo viaggio in un altro momento. Lasciavo parlare tutte le vocine nella mia testa e mi agitavo, riconoscendo quella sensazione che mi prende lo stomaco prima di ogni grande viaggio: l’ansietta. Si è manifestata la prima volta sotto forma di insonnia, prima di ogni gita o campo estivo: per paura di non svegliarmi e perdermi la vacanza puntavo mille sveglie e non riuscivo a dormire. È diventata vomito appena atterrata a Siviglia. Ho battezzato un angolo di Santa Cruz pensando di aver mangiato qualcosa che mi avesse fatto male. È stata una forte cistite prima di partire per Baires. Era qualche linea di febbre due settimane fa. È il mio corpo in allerta che mi dà un’altra chance, sembra chiedermi “sei sicura? Sei proprio sicura?”. Ed io lo sfido. Sfido il confort, sfido l’ansia, sfido i miei stessi limiti, perché so qual è l’evoluzione di questa ipocondriaca morsa allo stomaco: lacrime amare quando è ora di tornare a casa, la voglia che duri di più.

Ed eccomi qui, dopo 10 intensi giorni, in seconda classe su un treno in direzione Chandigarh. La playlist indiana nelle orecchie, sotto il sedere il lenzuolo pulito che danno ad ogni pazzeggero, in viso la mascherina perchè il ragazzo davanti a me soffiava troppo il naso. Vado verso nord, ho scombussolato i miei piani perché questo paese ha scombussolato me.

Mi chiedo come l’avrei vissuto se, invece che a CABA fossi venuta qui, a 21 anni, da sola. Sarei più stata più selvaggia? Avrei saputo districarmi? Mi sarei abituata al piccante? Avrei imparato l’hindi? Quanti Sari avrei nell’armadio? Sarei tornata a casa? Con chi sarei in treno in questo momento? Con quanti uomini avrei litigato? Come sarebbe cambiata la mia concezione di spazio e privacy? Come avrei vissuto una giornata come quella di ieri?

Quest’anno Raksha Bandhan cade l’11 ed il 12 agosto. In questa giornata di festa le famiglie induiste ed in generale anche molte famiglie indiane che professano altre religioni, celebrano la fratellanza, nello specifico il rapporto tra fratello e sorella. L’usanza prevede che le sorelle leghino al polso dei fratelli un braccialettino, in segno di ringraziamento per i fratelli, i quali ricambiano con un pensierino e la promessa di eterna protezione. Un gesto dolce, di amore fraterno, bilaterale, in cui – non posso fare a meno di notare – la donna è inevitabilmente la persona da proteggere. Non c’è malizia, ne cattiveria, è così e basta.

Nel paese in cui si consuma 1 stupro ogni 15 minuti del resto, cosa ci si può aspettare? La prima volta che ho letto questo statistica, in un articolo di The Passenger India, ne sono rimasta impressionata. Nonostante fosse decontestualizzata, la fonte è ufficiale, il Report annuale sui crimini del Ministero degli Interni di Nuova Delhi: in media 92 stupri al giorno vengono denunciati ogni giorno.

Cosa significa?

92×365=33580 donne stuprate all’anno. Su 1 miliardo 412 milioni di abitanti, di cui poco più del 50% sono donne. Significa che lo 0,0048% circa delle donne indiane viene stuprata ogni anno.

Per avere un metro di paragone si può osservare l’Italia, dove si consuma 1 violenza sessuale ogni 131 minuti (tra stupri, violenze e abusi). Una media di 11 stupri al giorno. 11×365=4015 donne violentate all’anno. Su circa 59 milioni di abitanti, di cui, anche in questo caso, poco più del 50% sono donne. Significa che lo 0,0136% delle donne italiane viene stuprata ogni anno.

Numeri che statisticamente possono risultare poco rilevanti, ma che emotivamente, civilmente, socialmente sono enormi e che cumulati portano a constatare che il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale (https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza). Una. Che basterebbe per sempre, ma non è detto che sia una sola.

Che cos’è una violenza? Qual è il limite tra mancanza di rispetto e violenza? Qual è il limite tra inconsapevolezza ed abuso? Qual è il limite? Il mio? Il tuo?

Me lo chiedevo ieri sera, mentre non riuscivo a prendere sonno e continuavo a rigirarmi nel letto, agitata. Mentre mi chiedevo, per la prima volta, che cazzo di faccio qui, da sola, dall’altra parte del mondo, mentre mi domandavo se ho fatto una cazzata a prenotare un viaggio così lungo, mentre rimuginavo sulla giornata assurda appena vissuta.

Sulla strada per il nord, dove mi sto dirigendo per cercare un angolo d’india più silenzioso, per vedere le montagne, mi sono fermata per un pit stop irrinunciabile: il Taj Mahal. Sono arrivata in città con un paio di ore di ritardo rispetto alla tabella di marcia, provata da 16 ore di treno, mi sono buttata sui divani della piscina dell’hotel dai quali mi sono alzata con l’unico obiettivo di fare la turista: tuc tuc, Taj Mahal, tuc tuc Red Fort, tuc tuc punto panoramico, tuc tuc hotel. Nei miei piani c’era la prima giornata di pura vacanza.

Davanti all’ingresso del monumento, un’infinita fila indianissima faceva il giro dell’isolato. Dopo un po’ di esitazione ho accettato di spendere 500 rupie per saltarla. Il privilegio di essere una turista, l’accoglienza, a volte a pagamento, che riserva questo paese. Il ragazzo che ha ceduto alla mia contrattazione semplicemente arriva con me in cima alla fila, si fa largo e mi ci infila, salvo poi essere preso per il collo da un poliziotto e trascinato via. Io rimango però. Protetta ed accettata nella fila delle donne, passo sotto il metal detector e mi sembra di aver avuto un gran culo: non ho pagato, non ho fatto un minuto di coda e sto per vedere in 3D una delle 7 meraviglie del mondo.

Ho letto alcuni articoli che consigliavano di venire al pomeriggio, quando il sole è alto ed il marmo è più lucente che mai. Altri che suggerivano la mattina all’alba, quando il sito è ancora poco affollato e si può godere dei giochi di luce che il sole crea con gli specchi d’acqua che circondano il giardino. Purtroppo l’alba sarà impossibile: venerdì è chiuso, per lo stesso motivo per cui ieri era aperto e gratuito, è festa.

Mentre con fiume di umani attraverso il primo arco in argilla rossa, intravedo la famosa cupola. In lontananza, alla fine delle fontane, sotto un cielo azzurrissimo, drappeggiato di nuvole, c’era lei. Bianca, candida e cangiante, come me.

Chiedo subito una foto, sono qui in veste di turista, me la merito.

Una, due, tre… grazie.

Da quel momento in poi “photo please” è la cosa che mi sentirò ripetere per tutto il pomeriggio.

In qualsiasi punto panoramico, sullo sterrato, sulle scale, in coda, mentre cammino, mentre sto ferma, chiunque mi chiede una fotografia. Bambini con mamme e senza mamme, ragazze, ragazzi, mamme senza bambini, gruppi di donne, gruppi di uomini.

Non riesco a dire di no, sorrido, mi metto in posa, ma senza preoccuparmi di venire bene, tanto chi le vedrà queste foto? Boh, chi le vedrà queste foto? Inizio a chiedermelo.

Cerco di camminare ed una processione di persone è dietro di me, davanti a me, accanto a me. Cerca di fare foto con me ed a me, qualcuno fa video, qualcuno chiede, qualcuno no. Tra tutte queste persone c’è un ragazzo, si presenta come Nano, parla un inglese forbito ed educatamente mi chiede anche lui una fotografia, prenettendo “solo se non è un disturbo e se non ti dispiace”. Lo ringrazio per l’educazione. Sorrido. Selfie.

Uno tira l’altro. Come se fossi un personaggio famoso. Come se vedendo qualcuno farsi le foto con me, qualcun altro pensasse che sono famosa e nel dubbio volesse anche lui una foto.

È così che si sentono i VIP quindi? È per questo che al museo ci vanno da soli, penso. È per questo che girano con i bodyguard, penso. I bodyguard.

Ricerco Nano tra la folla e gli chiedo se ha intenzione di visitare anche l’interno del Taj Mahal e se non gli dispiace di restare con me, così da passare più inosservata. Accetta. Informa i suoi amici del ruolo di chi è stato investito e gli chiede aiuto. Sono tutti contenti e divertiti, io un po’ sollevata.

Nonostante la loro presenza, la processione continua, ma c’è qualcuno che dice no al posto mio e la cosa mi è d’aiuto.

Seguono 2 ore di visite e richieste di rispetto, durante le quali lo sento dire più volte “this is harassment, please stop”. Lo dice a chi chiede insistentemente foto a me, ma anche quando incrociamo altre turiste, che cerca di aiutare. Coppie di amiche, coppie di fidanzati, tutti stanno vivendo la stessa situazione. Saremo massimo una decina di ragazze bianche e ci guardiamo tutte, contrite, scambiandoci parole di conforto, consigli di sopravvivenza e sguardi solidali.

Nano ed i suoi amici sono simpatici è davvero gentili, cercano di sdrammatizzare e smorzare il momento, mentre io faccio foto come una turista giapponese ai monumenti, loro selezionano giusto un paio di persone educate con cui continuo a fare foto. L’idea di sedermi e rileggerne la storia in un angolo del parco è sfumata velocemente, ormai sono rassegnata a riguardare le foto in hotel.

Mi infilano su un tuc tuc e ci salutiamo. Sono passate 3 ore ed il sole sta calando. Andrò da sola al punto panoramico.

Mentre saltello sul sedile posteriore del mio mezzo preferito, mi spengo lentamente. Sono stanca, provata, un po’ frustrata, non voglio che si ripeta anche al tramonto.

Il punto panoramico è dall’altra parte del fiume Yamuna, sul quale il Taj si specchia. Lo raggiungo dopo una camminata di un km in cui trascino i piedi e mi dà energia un campo di cricket pieno di bambini in lontananza. Il primo finalmente gremito che riesco a vedere.

Il cielo si è rannuvolato, il sole si è ritirato, ho l’1% di batteria, l’area si riempie piano piano, mi siedo sullo spigolo di una panchina in pietra rossa e mi chiedo se sarà rosso anche lui questo tramonto. Forse no. Probabilmente no. E anche se fosse va bene così. Me ne vado.

Tuc tuc. Hotel. Non esco nemmeno per cena. Letto. Rimugino.

Sara mi aveva avvisata “ti chiederanno qualche foto”. Anche Elena mi aveva avvisata “pensano che siamo attrici di Bollywood”. L’avevo notato dalle storie di uno dei viaggi di Samsara road “momento VIP”. Mi era già successo a Varanasi… ma non così.

Cerco una risposta. Scrivo a Tilak, ad Harshil, a Sara, chiedo e scavo nella mia testa, nella storia, in quello che ho letto, in quello che ho visto.

La sovrappopolazione di questa nazione, l’umiltà, le tradizioni, fanno si che molti suoi abitanti siano costretti in spazi molto piccoli, condivisi, con famigliari e non. Le relazioni diventano così strettamente interconnesse ed il concetto di spazio personale, come viene tendenzialmente inteso in occidente, muta. Così come varia il concetto di intimità e privacy, che diventano un lusso, un privilegio, qualcosa di sconosciuto. A questo si aggiunge, un po’ di ignoranza di alcune fasce di popolazione e la mitizzazione dell’uomo bianco, che agli occhi di troppe persone è visto come qualcuno superiore, un mito appunto, da fotografare e con cui non vedi l’ora di fotografarti, per prenderti un pezzo della sua notorietà.

Volevo sentirmi bianca. Volevo sentirmi donna. L’unica donna bianca nella stanza. Ero una delle poche donne bianche in uno spazio esponenzialmente più grande di una saletta ed è stato comunque claustrofobico.

Volevo sentirmi bianca per capire cosa significa stare dall’altra parte, cosa significa essere l’unica persona di colore nella stanza. Per lavorare sulla mia empatia. Invece mi sono ritrovata ad affinare la mia empatia nei confronti delle persone famose ed a constatare lo stupore negli occhi di chi, sorpreso, mi faceva notare “ho visto che hai fatto foto con tutti, persone con il velo e senza, del nord e del sud, Hindu e musulmani. Non me l’aspettavo”.

Volevo sentirmi bianca. Volevo sentirmi donna. Volevo sentirmi Karla. Volevo entrare dentro a Shantaram. Penso di averne avuto un assaggio ieri. È stato intenso. È stato contraddittorio. È stato esponenziale. Come tutto, qui.

Una nazione così ricca ed umile, così sfaccettata e complessa, così profonda e mistica, così sacra e profana, così aperta e così chiusa, cosi accogliente ed esasperante, così piena e desolata, cosi calda e così fredda, così tecnologica e così primitiva.

Una tavolozza intera di colori.

Un masala di umanità.

Tutta da scoprire.

Tutta da capire.

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Sacralità e spazzatura, tra le vie di Varanasi – My Times of India n.2

Appena atterrata a Benares, antico nome di Varanasi, presa dall’emozione, osavo scrivere:

07/08/2022

“Varanasi è ad un altro livello.

Anche se i ponteggi sono sempre sorretti da corde, è ad un altro livello. Me ne accorgo sulla strada dall’aeroporto alla città, 1 ore di taxi condiviso con Simran, e la speranza che la macchina non ci lasci a piedi, dal momento che si è già spenta ripetutamente. Simran è interior designer e sta tornando a casa dai suoi 5 fratelli, per celebrare il giorno della fratellanza, l’11 agosto.

Fa caldo, ed è umido. Molto più caldo che a Bombay. Deduco una situazione diversa dall’asfalto perfetto, dal traffico moderato, dalla sporcizia più concentrata e non ho ancora visto uno slum dopo mezz’ora di tragitto.

Simran, seduta sul sedile posteriore, accende dal suo telefono la musica ed inizia a cantare, tra una telefonata e l’altra. Quando mi saluta, il taxi resiste ancora un paio di metri per poi spegnersi inesorabilmente in mezzo alla strada.

L’autista mi parla a gesti, disperato, sale e scende dal mezzo. Male che vada ne prenderò un altro – penso – e mi godo lo spettacolo mentre il sudore inizio a grondare sotto la camicia che mi ha regalato la mamma di Harshil e che non potevo non mettere, ma che è caldissima.

Un tentativo, due, cinque, ripartiamo.

“In centro non possono entrare le macchine, ti lascio qui.” Mi fa capire in qualche modo. A riprova della civiltà di questa città: il centro pedonale.

Mappa: direzione Assi Gath, dove mi aspettano Santosh, il gestore di Purple Lotus, la guest house che mi ha consigliato Sara ancora prima di partire, e Shunya, il couchsurfer che non poteva ospitarmi, ma con cui andrò a pranzo.

India pt.2. Benvenuta nella città sacra.

Dove le persone sognano di morire, per andare in paradiso.”

A distanza di qualche giorno mi rileggo e rido. Piccola europea stolta. Scesa dal mio taxi claudicante, il centro finalmente pedonale si è impadronito del mio tempo, della mia attenzione, di me, per 4 giorni. Dopo i primi passi sembravano troppi. All’idea di partire ora sembrano troppo pochi.

Ecco cos’è successo in questi santi, contrastanti, giorni. A spizzichi e bocconi, l’impressionante, mistica, magica, Varanasi.

07/08/2022

Giusto il tempo di lasciare lo zaino e constatare che la doccia non è una doccia e scendo.

Shunya mi aspetta all’angolo della strada “I am on bike. With pink kurta and yellowish pyjama”. Ed eccomi in sella ad una moto farmi largo tra la folla di questa nuova città. Per strada noi, pedoni, carretti, food truck, mercati, tuc tuc piccoli e grandi, richò, scooter, moto, vacche, cani, bici, bici che trasportano qualsiasi cosa. Dalla strada principale ci infiliamo nel centro vecchio. L’asfalto perfetto lascia il posto al pavé, le viuzze si stringono sempre più ed i millimetri che ci dividono dagli arti delle persone si riducono proporzionalmente. Frena, salta, suona il clacson. L’esame della patente dello scooter dovrebbero farcelo fare a Varanasi, altroché coni e slalom.

È ora di merenda, ma non ho ancora pranzato, così ordino un Tali. Un piatto diviso in scoparti diversi, al centro il riso basmati, accanto zuppa di lenticchie, verdure masala, patate, yogurt. Buono, piccante, troppo, 3€.

Shunya ha 36 anni, è stato giornalista, ha scritto un paio di libri, la sua famiglia ha alcune proprietà il che gli permette di lavorare a singhiozzo. Sono colpita subito dal tono della sua voce, basso, pacato, caratterizzato da lunghe pause e spazio per l’ascolto. È insolito e rilassante. Inizialmente mette quasi a disagio, ma con un attimo di confidenza, si concilia con il luogo nel quale ci troviamo.

Lasciamo il ristornate per andare, finalmente, ad affacciarci sul fiume. Non mi sono fatta spoiler in alcun modo. Io di Varanasi non avevo visto nemmeno una foto. Avevo solo letto e sentito dire, era tutto frutto della mia immaginazione è quello che vedono i miei occhi, ora, lo vedono per la prima volta.

Una gradinata ripida, che si tuffa direttamente nel fiume, ora che è alto ed ha coperto la passeggiata che lo costeggia durante il resto dell’anno. Un ampio corso d’acqua dal letto larghissimo, nel quale galleggiano barchette colorate, in legno, ormeggiate vicino alla riva e corpi a stella marina. Il colore dell’acqua è tortora, a metà tra il giorno ed il marrone. Vicino alle sponde fanghiglia, sacchetti della spazzatura e persone che si svestono, pronte ad immergersi. C’è chi si lava, chi gioca con i capelli, chi immerge solo i piedi e chi anche la testa. C’e chi raccoglie l’acqua e chi lava il bucato. Di primo acchito il colore dell’acqua mi inorridisce. Vedere un nonno, mano nella mano con il nipote, lanciarci dentro un sacchetto di spazzatura, mi fa rabbrividire. Parallelamente però ci sono le risate di chi ha l’acqua fino al collo. Le mani che si stringono per non scivolare. Amici che si schizzano.

Shunya rispetta la mia curiosità e mi lascia guardare. Mi dice che questa è la sua routine: andare nel bar dove abbiamo pranzato, prendere un chai, venire a vedere il fiume. È zio, ma non è spostato, cosa che preoccupa enormemente i genitori soprattutto la madre, che proprio in questi giorni – scoprirò – ha chiesto vengano ufficiate un paio di punja a casa sua. Per benedire un nuovo appartamento e pregare affinché suo figlio si sistemi. Lui non è incredibilmente credente, ma lei si e non manca di farglielo notare.

Il cielo si fa scuro e, nonostante la vita sul fiume continui, andiamo a bere qualcosa. Mi consiglia di tornare domattina, all’alba, per vedere uno spettacolo diverso. Per la prima di tante sere, finche il sonno non prende il sopravvento, andiamo da Terracotta.

8/08/2022

Attenzione a dove metti i piedi. Grazie. Pavimento dissestato, pozze, guarda anche in alto e non picchiare la testa, stoffe, fili della luce, attenta agli scooter, carretti, cani, gradini, ciabatte, merda. Merda. L’ho presa. È di vacca, merda sacra, mi porterà fortuna.

Cosa succede ad Assi Ghat alle 5 del mattino, il giorno di Shiva, nel mese di Shiva?

Pensavo che la sveglia alle 5 fosse sufficiente per arrivare prima della folla e godermi la pace silenziosa. Stolta.

Il sole non si è ancora rivelato, ma diverse funzioni sono in corso, parallelamente. In suo onore. Al contrario della sera, dove le cerimonie sono dedicate al fiume. In semicerchio alcuni uomini fanno roteare delle grandi piume, in un rituale che termina raccogliendo l’acqua sacra in un’anfora di metallo. Sotto un chiostro una funzione totalmente gestita da una donna, che investe con fiori arancioni tutti i fedeli. Nel frattempo nel Ganga, il nome del Gange in hindi, c’è già chi – impavido – si bagna o semplicemente fa il bagno. Tra gli impavidi, stamani, c’è anche una coppia spagnola che piazza entrambi i piedi dentro l’acqua grigiastra, prima di chiedermi una fotografia. E ancora un uomo con la compagna recitano altri testi (mantra) sacri, cantando. Mani giunte, qualcuno prega stingendo tra le mani una collana che ricorda molto un rosario (rudraksha). Gambe incrociate, mani in posizione dell’om. Qualcuno dorme ancora. Qualcuno ha già iniziato a lavorare: chi decora la fronte. Turisti indiani scattano foto a manetta. La maggior parte delle persone che è qui oggi è in visita, non vive a Varanasi. Bambini scorrazzano, saltellano, si spogliano e si tuffano. Lumini riposti nell’acqua (blazing candles), finché non si spengono e contribuiscono all’inquinamento del fiume. Ricordano quelli dello Stella Maris di Camogli, ma non sono biodegradabili. Schiene nude. Mutande di stoffa intrecciata. Giapponesi con la mascherina. Sari da urlo. Il sole è spuntato e prontamente sono arrivati un paio di ombrelloni a coprire i commercianti, per non farli squagliare. Aprono anche i bagni pubblici. Santoni (Holi man) con le loro lunghe barbe, pelle ed ossa, bastone nella mano sinistra, piedi nudi, girano il Ghat come fosse casa loro. L’arte d’indossare il sari, Tutorial dall’alto.

Quello di ieri sera era uno spettacolo intimo, in un piccolo Gath, questa è una cerimonia plateale.

Quando una religione non mi è famigliare, cerco tutte le associazioni ed i punti in comune con quelle che conosco. Credo fortemente che tutte le religioni abbiano più punti in comune che differenze. Li hanno nella natura della loro esistenza e nei loro rituali. Nella coralità, nell’intimità, nella teatralità e nel silenzio. Ecco, il silenzio. Quella cosa che non caratterizza questa di religione e nemmeno le mie giornate.

Aamir è un ragazzo di religione musulmana che, ho già capito, non mi mollerà per un po’. Sono solo le 7 di mattina, la città è viva come fosse mezzogiorno e le sue strade sono uno scivolo che porta al vecchio tempio di Shiva. Migliaia di ragazzi, ragazze, signore, nonni, attendono pazienti in coda il loro turno per portare in dono a Shiva l’acqua santa raccolta in piccoli contenitori di plastica. Arancione ovunque.

Ci districhiamo tra la folla perché la nostra meta non è quella, ma uno dei burning Ghat, uno dei Ghat in cui vengono effettuate le cerimonie funebri e le cremazioni dei corpi dei defunti. Decine al giorno.

Quando arriviamo, con non poca difficoltà, un fumo bianco sovrasta l’intero Ghat, lasciamo alle nostre spalle una montagna di legna e Aamir mi indica una struttura nella quale c’è un corpo che viene cremato. Legna, barella, ancora legna, fuoco. Attorno i famigliari, ma solo uomini. Brucia, non si vede null’altro che legna e fumo, ma pensare che li sotto ci sia un corpo mi fa venire comunque i brividi. Gli occhi bruciano per il fumo, il cielo è azzurrissimo, sullo sfondo riesco a vedere decine di altri Ghat in cui la vita prende il sopravvento sulla morte. Un contrasto feroce. “Andiamo via”. Chiedo.

Girato l’angolo odore di incenso, canti, fiori, persone in processione. Un corpo. Ad altezza viso mi passa accanto il cadavere di un signore sulla 50ina, sormontato da splenditi fiori gialli ed arancioni e circondato da amici e parenti che lo sorreggono ed accompagnano.

Persone nascono, crescono, credono, sperano, fanno il bagno, vivono e muoiono ogni giorno, in ogni città del mondo, ad ogni ora. Muoiono in compagnia e vivono in solitudine o vivono in compagnia e muoiono in solitudine. Non so cosa mi aspettassi davvero da questa città, ma quanto più guardo questo fiume, tanto più mi sembra che ci sia sempre uno spettatore arguto e pacato, a guardare e proteggere chiunque gli cammini accanto.

Dormo. Mi risveglio per la punja della sera. Ore 6, di nuovo ad Assi Ghat. 12 ore dopo. Mi sembra di vivere 18 vite in una sola ed anche se ci sono migliaia di persone e sono strizzata tra un palchetto ed un gradino, questo cavolo di fiume riesce a prendersi tutta la mia attenzione, i miei occhi e la mia agitazione, rasserenandomi.

La cerimonia della sera coinvolge più persone, consiste anch’essa nel recitare mantra cantando e santificando, facendoli roteare, svariati oggetti, infuocati e non.

Chiedo ospitalità sulla panca della signora che vende le candeline, che mi accoglie e protegge la mia visuale chiedendo di spostarsi a chiunque la intralci. Mentre attendiamo l’inizio della celebrazione mi godo il mio momento VIP: bambini, ragazze, ragazzi, signore, vengono a farsi un po’ di foto con me. Ero stata avvisata di questa cosa, ma viverla è carinissima. Soprattutto quando sono i bambini a sfidare la timidezza. La bambina più impavida stasera si chiama Rushi, avrà 10 anni e viene da me 4 volte: la prima per chiedermi una foto, la seconda per farmi una foto con ogni membro della sua famiglia, la terza per chiedermi di cantarle una canzone e la quarta per chiedermi il numero di telefono. Gliela chiedo anche io una foto. Non voglio dimenticare il suo viso dolce.

Chiamo mamma. Ieri sera c’è stato davvero lo Stella Maris a Camogli, ma chi se lo ricordava? Il mio cervello aveva solo associato… qual è la differenza tra coincidenze e destino?

“Ci vediamo da Terracotta” mi scrive Shunya, “arrivo”.

Questi ragazzi, mi ispirano fiducia, ieri ne ho vista una da lontano e non sembrava così male, oggi sono coraggiosa e mentre faccio la fatidica domanda “mi parli delle caste?” gli dò una possibilità: ordino una pizza. Seguono due ore di disquisizione. Se c’è una cosa di cui devo imparare a parlare spogliandomi di qualsiasi preconcetto sono le caste. È davvero un esercizio difficile. Ne scriverò quando avrò avuto l’opinione di almeno un esponente per ogni casta, prima sarebbe prematuro e dopo sarà comunque superficiale. Respiro e cerco di non arrabbiarmi, devo capire.

9/08/2022

Vedo.

La città non lasciare mai il posto alla campagna. Vacche. L’antica arte della tessitura con il telaio. Processioni, caratterizzate da allegria ed un colore predominante per ognuna. Il succo della canna da zucchero uscire a fiotti. Iconografie di mucche sulle porte delle case. Un bambino spaccare il carbone in micro pezzetti. Braccia che penzolano dagli autobus. Statue di Buddah.

Mezzi contromano che intrecciano processioni. Moto, bici, tuc tuc, carretti, bici cargo. 5 persone su uno scooter solo.

Sento.

Odore di arachidi tostate. Alberi. Riesco a percepire quando dietro l’angolo si nasconde una vacca. Pelle. Spazzatura. Piscio. Vomito.

Oggi abbiamo lasciato il centro per andare a Sarnath, perché Varanasi non è la città sacra solo per gli induisti, ma è anche una delle città più importanti per i Buddisti. Si dice che qui il Gautama, dopo l’illuminazione, raccontò ai suoi primi 5 discepoli il percorso per raggiungere il Nirvana. A nord di Varanasi c’è una zona molto ampia in cui tra bancarelle e parchi giochi, si distinguono un museo ed un’area archeologica, ma soprattutto la casa del nonno acquisito di Shunya. Al primo piano di una casetta rossa, che se fosse trasportata in Italia potrebbe sembrare abbandonata, preceduta da un cancello in ferro arrugginito, tra 4 pareti piene di libri, vive Surnal con sua moglie.

Scale, ciabatte, porta, zanzariera e siamo nel salotto. Non posso dire di no al chai (non si può mai, ci rimarrebbero tutti veramente male, come rifiutare un caffè al sud), ma non posso dire di no a nessuna richiesta di quest’uomo. Mi incanta. La sua testa pelatina, il completo bianco composto da camicia e gonna di cotone, da cui spuntano arti gracili ed ossuti, la barba grigiastra, gli occhi che non smettono di fissarti e sembrano contenere il segreto della vita. Shuya lo precede e gli dice già che lavoro faccio. Ma a lui importa relativamente. “Cosa ti motiva?” Sono spiazzata “in che senso?”. “Cosa ti ha motivato ad essere qui, per esempio?” “La curiosità suppongo”. “La curiosità uccide i gatti. Lo consoci questo detto? Una persona troppo curiosa, per la sua curiosità può arrivare anche ad uccidere un gatto, per vedere che succede.” “Ecco, parlavo di sana curiosità”.

Sono nonni davvero, la loro unica figlia ha fatto il phd a Padova ed ora è tornata a vivere in India, a Chandigarh nello specifico, la città indiana disegnata da un architetto francese che non vi ha mai messo piede.

La moglie non parla inglese, anche se capisce. Per esprimersi sorride e ci invita a pranzo. Shuya rende nota la diarrea che mi ha afflitto dopo colazione e, per fortuna, anche a causa di un’ulcera di Surnal, mangiamo una gustosissima zuppa di lenticchie senza alcuna spezia, insieme ad un paio di roti e seguita dallo yogurt. Rifocillante. Bastava un anziano saggio per curarmi. Se è questa la medicina omeopatica orientale, è veramente potente.

Terza sera di fila da Terracotta. La mia playlist India 2022 si sta riempiendo a furia di shazamare tutte le canzoni allegre di questo Cafè. Stasera sono tornata da sola, è l’ultima sera in città e anche se sono stanca morta, ho fame e non potevo rinunciarvi. Qui le scarpe rimangono all’ingresso perché sul pavimento c’è un fine strato di moquette, sul quale giaciono indisturbati decine di cuscini e piccoli tavolini bassi. Si mangia seduti per terra, cosa che non concilia assolutamente la digestione, ma certamente il sonno. Questo Cafè è frequentato da me, Shuya è uno stuolo di universitari. Varanasi ha un grandissimo polo universitario, all’interno di un campus a forma semicircolare grande quanto una città.

Mi hanno insegnato a riconoscere gli universitari, qui, per come si vestono: europeggianti. Jeans, top, gambe all’aria, spalle scoperte.

Stasera, dopo la sessione in bagno di stamattina, sono ancora alla ricerca di cibo sicuro e leggero. Ordino un’omelette con le patate, due fette di roti. Il gruppo di stasera è affiatato e danzante, ammazza l’attesa trasformando il bar in una discoteca. Un ragazzo in particolare, è un ballerino nato e non manca mai di coinvolgere gli amici. Non riesco a stare ferma ed è un’attimo, una ragazza mi invita e non me lo faccio ripetere due volte.

Canzoni di cui non riconosco le parole, ma apprezzo le melorie, video, foto, trasciniamo anche un altro gruppo, una ragazza che festeggia il suo compleanno ed anche i camerieri.

Una volta abbassata la musica ci presentiamo, alcuni sono studenti, altri sono amici in visita, altri ancora locali. Una ragazza, Ana, non si lascia convincere a ballare e continua a gustarsi il suo piatto di pasta speziato. Mi ispira subito simpatia. Saltando i convenevoli, come spesso succede qui, scopro che anche stasera mi parlerà delle caste qualcuno che appartiene ad una casta alta. Ana è nata in una famiglia di una casta alta, in Nepal. Il suo fidanzato è induista anche lui, ma indiano e di una casta più bassa e la loro reazione sembra non aver alcuna carta in regola per sopravvivere, contro il volere dei genitori. Ma nei sembra proprio una guerriera e qualcosa mi dice che non mollerà il colpo. Glielo auguro, dopo aver fatto una foro per ricordo e prima di salutarci fino alla prossima volta che la vita deciderà di farci incontrare.

Saluto lei, i suoi amici, gli altri studenti ed anche i camerieri, che mi hanno coccolata per tutte queste sere. Con la mia schiscetta della colazione tra le mani mi lascio prendere dalla malinconia. Perché me ne vado già? Non potevo restare qualche giorno in più? Mi sono ambientata adesso, non ho bisogno di maps per tornare a casa, mi sento a mio agio ad Assi Ghat anche da sola in piena notte, i camerieri mi chiamano per nome. Perché me ne vado? Mi torna in mente la Colombia, Santa Marta, la voglia di mandare a quel paese due mesi di viaggio e restare con Andres, Majo e Jaime a dondolarci sull’amaca e mangiare patacones per sempre. Mi torna in mente l’email che avevo mandato all’università locale per capire se avrei potuto creare degli accordi con la Bicocca e tornare lì a scrivere la tesi. Perché non sono rimasta? Quante cose non avrei vissuto restando e quante ne sono persa andandomene?

“Dovresti andare al burning Ghat, li c’è la vera Varanasi”. È la mia ultima sera qui e sono tornata, ancora una volta, ad Assi Ghat. Ho avuto due minuti di solitudine finché un ragazzo si è accomodato accanto a me e mi ha attaccato bottone. La gentilezza a volte sfocia in eccessiva curiosità e diventa invadente, ma basta chiedere un attimo di tranquillità e ogni richiesta viene rispettata.

Sodanchu ha 19 anni, ha lavorato da terracotta 10 giorni per imparare il mestiere e poi ha aperto il suo locale, 2 anni fa. Durante il covid è mancato suo zio e gli spostamenti erano interdetti, è dovuto andare lui al burning ghat per la sua cremazione. Ne parla con la voce tremolante, dice che sa che fa parte del ciclo della vita questa cosa, la morte, ma non vorrebbe doverlo fare più. Un signore accanto a lui alza la voce, lo redarguisce. Lo capisco dal tono, ma non riesco a comprendere una sola parola, mi traduce lui, quando il signore in questione si allontana “mi ha detto che dovrei parlare delle cose belle dell’India, non di quelle brutte. Gli ho detto che ha ragione e mi sono scusato”. “Non credo abbia ragione”, replico. “Lui è più anziano, quindi ha ragione, va bene così”. Mi risponde. Il rispetto cieco.

Mi porta a fare un giro nel campus, a vedere il nuovo tempio di Shiva, mentre fuma una sigaretta, guida e mi mostra video del suo locale, dicendomi che sembro sua madre quando gli chiedo di stare attento alla strada. Sua madre è medico, suo papà li ha lasciati tempo fa, la sorella studia all’università. Gli chiedo se la mamma sa che lui fuma, mi dice che è onesto con lei, che ogni tanto questo gli costa un po’ di sberle, “ogni cosa ha il suo prezzo”.

Mi riaccompagna a casa, prima che crolli, ma non prima di sentire inaspettatamente sulla mia caviglia un liquido viscido. Un sacchetto della spazzatura. Dal cielo. Ok dai, forse è ora di andare.

10/08/2022

Santosh, il gestore della guest house dove dormo, arriva, saluta prima l’elefante e poi me.

“Andiamo!”

Non avevo capito che andiamo significasse subito, anche se era ancora al telefono, esito. Oggi il clima è mite, che bello. Cielo nuvoloso e venticello. Giriamo l’angolo e siamo sulla via principale, che parallela al Gange percorre tutto il centro città, se di centro si può parlare.

Vedo uomini fare la toeletta del mattino, barba, orecchie, chi legge il giornale, chi cuce materassi, chi vende verdura. Andiamo a fare shopping per Sara, alcuni articoli specifici: una dilruba, uno strumento a corde interamente fatto a mano, una diya dorata, un recipiente che ho visto anche durante la punja, tra gli elementi della cerimonia. Quante cose da studiare e scoprire, quanti nomi.

L’attesa. Guardando l’acqua scorrere. L’attesa, dopo aver ordinato una bottiglia d’acqua. L’attesa. La pazienza nel movimento. È un luogo di contrasti. Sono in un Cafè molto europeggiante, si chiama Monalisa e su una sua parete campeggia un quadro della Gioconda con il sari. Ho visto un croissant e non ho potuto resistere. Era in vetrina, già pronto, ma sto comunque attendendo da una decina di minuti. Mi diverte provare prodotti non locali in versione locale. La pizza indiana, il croissant indiano. È sorprendente per le papille gustative avere un’aspettativa di un certo tipo nei confronti di un alimento e, nonostante la forma famigliare, trovare un sapore totalmente diverso sulla lingua.

Al tavolo accanto un gruppo di spagnoli, chiacchierone e rumoroso, come noi. Ho già incrociato qualcuno di loro in questi giorni e ci salutiamo, come vecchi amici del liceo che hanno poco a che spartire, ma si riconoscono.

Perché ci sono così pochi turisti non indiani in questo periodo che si contano sulle dita della mano e si conoscono tutti molto rapidamente. L’occhio cade inevitabilmente su questo essere che ha delle sembianze più famigliari alle nostre e ci lasciamo trascinare dall’apparenza, che porta istintivamente con se fiducia. Rotta la barriera dell’apparenza, trovo maggiore sintonia con ragazzi e ragazze indiane che non con i turisti. È così il pregiudizio, gioca brutti scherzi.

Il croissant si difende. È una medialunas gigante. Torno a Benares, questo angolo d’Europa mi ha rifocillata abbastanza.

Mi concedo un attimo di shopping anche per me: da quando ho messo piede in India ho sbavato davanti ad ogni Sari, sognandone uno. Torno dallo zio di Aamir, gliel’avevo promesso, cerco un filo dorato e di non spendere più di 3000 rupie. Mi sento una principessa. Ora posso andare a salutare Shuya, il Gange e partire.

Vento che riempie il vestito, che annoda i capelli, che accarezza. Vento che risuona, insieme alle onde. La natura che torna a farsi sentire, che riesce a sovrastare i rumori dell’uomo.

L’acqua. La fede. Quel mistero profondo.

La vita lungo il Gange scorre con un ritmo diverso. Segue gli orari del sole e si distacca profondamente dal caos della città. La vita lungo il Gange è lenta, ma mai silenziosa. La vita lungo il Gange è una storia, di inizio e fine. Uno spettacolo dal quale non riesco a staccare gli occhi.

Sono arrivata a Varanasi 4 giorni fa e, come accaduto per Mumbai, ne sono rimasta scioccata. Le strettissime vie del centro che come cascate sfociano nel fiume, il livello dell’acqua troppo alto per camminarci affianco, il fiume. Il Fiume. Sono bastati un paio di giorni per trasformare la mia faccia titubante, perplessa, in un muso disteso, che si lascia andare ad occhi chiusi, sui gradini al suo cospetto.

Sono state sufficienti un paio di ore per trasformare il timore in voglia di toccarlo. E lo tocco. C’è chi fa il bagno nelle spiagge di Rosignano Solvay. Certo che lo tocco. Quante volte abbiamo mangiato senza lavarci le mani? È acqua sporca, non ci farò il bagno, ma lo tocco. Lo tocco con la mano destra, mi faccio un segno della croce, perché questa è la fede che credo di conoscere, ma perché no, mani giunte, occhi chiusi, om.

Cercherò questo momento nella memoria ogni volta che vorrò un po’ di pace.

La prossima volta niente stagione dei monsoni, pantaloni lunghi e ci vediamo sempre da Terracotta. Chissà se cambierai ancora nome, prima di rivederci, Varanasi.

Grazie, come sempre, alla tua gente. Grazie, questa volta, anche al tuo fiume. Il Fiume.

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Welcome to Mumbai – My Times of India n.1

All’aeroporto di Mumbai ci sono una marea di palme. Sembra di essere in una giungla. L’umidità lo conferma. Siamo nella foresta però ci sono i cartelli che indicano il punto di raccolta per Uber. Benedetta concorrenza. Condivido lo stato del viaggio ad Hashril e via, dentro il chaos.

Clacson, pubblicità, tuc tuc, due divinità di cui devo ancora scoprire il nome che ci proteggono dal cruscotto della macchina, il profumo inebriante dell’autista, in moto con il casco attaccato al braccio, bambini in divisa che si dirigono verso scuola. L’ingresso degli slum sembra essere annunciato dal loro nome, come i festoni di quartiere nei nostri paesini.

Case screpolate, grattaceli, ciabatte, camion decorati, lamiere sormontate da teloni in plastica fissati con mattoni.

La mappa segna 6 minuti e siamo ancora in mezzo al caos più totale.

Mercato dei fiori, ragazzini in camicia con lo zainetto, rifiuti, insegne dei negozi coloratissime, grate alle finestre, due vacche, un cane, sacchi di yuta.

È il momento in cui capisco che sarà sempre il caos, meglio che mi ci abitui subito.

Un signore scalzo, accampamenti bordo strada, spazzatura, travi a vista, clacson, no casco, si mascherina.

4 minuti.

In 3 in motorino. Alle 7 del mattino i clacson non sono poi così tanti. Una via contromano.

2 minuti.

Forse non era contromano, si guida a sinistra.

Merda.

1 minuto.

È fatta.

La cameretta che mi è stata riservata guarda a nord est della città, vedo la stazione di Dadar e Mumbai dall’alto. Sono al 16º piano di una torre nel centro geometrico della città. Gli infissi sono ottimi, le finestre sono chiuse, ma dai suoni che riescono a penetrare sembra di essere in un piano rialzato. Ho il bagno in camera, a disposizione per attacchi di diarrea e mi sento fortunata.

Sono arrivata alle 6 di mattina del 3 agosto e sembra sia passato tantissimo tempo. La città mi ha centrifugata, le persone con cui sono entrata in contatto prima di partire mi hanno sballottolata è riempita di nozioni.

Dopo 3 giorni vissuti un po’ di corsa, un po’ in affanno, mi fermo un attimo, sul water, a mettere insieme le idee.

“Come sta andando?” Mi ha chiesto Alex, un ragazzo indiano che ho conosciuto in aeroporto ad Abu Dhabi. Lui tornava in Italia, io andavo. “Bene, è tutto come mi aspettavo, ma x10”. X10 significa una moltitudine di tutto, un purpurrì che ha mandato in escandescenza i miei sensi. Così ho deciso che, in questi primi giorni almeno, non avrei fatto altro se non registrare.

Usare tutti i miei sensi per prendere coscienza di quello che ho attorno. Usare gentilezza e spavalderia per chiedere informazioni su quello che non è comprensibile solo con il mio filtro. Ho preso, chiesto, visto, annusato, cercato di non vedere, toccato e assaggiato.

X10 significa che nella mia testa l’India era questa qui: caos, odori, rumori, sapori, gentilezza, accoglienza, ma la mia immaginazione non arrivata a mettere tutto insieme, scekerarlo ed ottenere tutto questo. Tutto questo.

A Mumbai vivono 25 milioni di persone. Anche se i numeri officiali sono molto più bassi. È la città con maggior densità di popolazione al mondo. Qui le persone vivono in grattacieli nuovissimi, palazzi fronte mare, palazzine fatiscenti, slum, nelle stazioni e bordo strada. A Mumbai c’è il più grande slum del mondo, nel quale abitano e lavorano circa 1 milione di persone (mezza Milano). Mumbai è Milano dell’India, il centro economico del paese ed è un magico caos che cammina. Un incastro di povertà, ricchezza, devastazione, lusso, sporcizia, profumi, puzze, musica, traffico e treni in perfetto orario.

La città pullula di vita e di sofferenza e gli occhi umili ed abituati delle persone che la abitano, per istinto di sopravvivenza, imparano a non vedere.

Per incentivare l’istruzione, obbligatoria fino ai 16 anni, a Mumbai e sempre in più città dell’India, nelle scuole pubbliche i bambini ricevono un pasto al giorno. Per incentivare l’istruzione femminile e ridurre il numero di aborti, al momento dell’iscrizione a scuola, il governo apre un conto in banca a nome della ragazza, sul quale versa 5000 rupie per ogni mese di scuola. Se terminerà gli studi avrà un posto garantito come dipendente pubblica.

Qui ho avuto la fortuna di incrociare il mio cammino con una famiglia che mi ha adottata, riempiendo le mie giornate di conoscenza, stupore, sfide ed affetto. Con una giornalista che è stata mia guida spirituale, più che turistica. Con decine di ragazze che hanno ricambiato i miei sorrisi. Con centinaia di sguardi incuriositi.

Mi sono sentita molto bianca, tanto protetta, troppo accolta.

Camminando, con il mio spacco di 20 centimetri fino a metà coscia, estremamente osè, o in pigiama, ho aguzzato i vista, udito ed olfatto, cercando di tenere a bada il tatto e prendendomi cura del gusto.

Mumbai ti investe e non puoi fare altro che lasciare che ti sorregga, ti porti a galla e ti spinga come la corrente, finché non impari a nuotare. Di notte. Nella tempesta. In un mare inquinato, ma pieno di appigli.

Dopo 3 o 4 giorni, quando i tuoi sensi si sono adattati al caos ed al disordine, puoi iniziare a vedere il bello. Non nelle persone, quello è evidente già dal primo minuto in questa terra, ma anche nei luoghi. L’occhio inizia a notare gli scorci di bellezza molto nascosti, le orecchie mettono in secondo piano i clacson e si concentrano sulle risate, il naso… no il naso no, quello per fortuna o sfortuna rimane vigile.

A seguire, il caos che i miei sensi in fibrillazione hanno percepito. Il 10x di cui ho parlato con Alex. Immaginate quanto elencato separatamente, in questo elenco non puntato e poi scekerate, remixate, tappate il naso e mandate giù: ecco a voi Mumbai.

Odoro.

Odore di gas di scarico, umidità, odore di pipì, di fritto, McDonald, frutta, erba. Odore di incenso, di fiori, biscotti al burro.

Sterco. Bucato. Finché distinguo gli odori significa che se puzzassi me ne accorgerei?

Focaccia al rosmarino, ravioli, pesce fresco, salsedine, spazzatura. Non solo fritto, ma proprio fritto misto.

I piatti prima di assaggiarli, per controllarne la piccantezza.

Sento.

Rumore di clacson, voci, clacson, sega elettrica, ciabatte che strisciano, clacson, calce stesa, telefonate negli aiuricolari, rotaie, i video di Instagram di qualcun altro, monetine dei biglietti del bus, ammortizzatori, cigolio di porte, aria condizionata, il nome della prossima fermata. Musica hindi. Il canto del muezzin. Il silenzio, per 3 secondi, quando le macchine sono ferme in coda. Il clacson è un monito, un avvertimento, serve per evitare collisioni, non per sgridare le persone.

Voci su voci su voci, come in un ristorante pieno di italiani a Parigi.

Vedo.

Persone saltare sui treni e dai treni.

Occhi che, quando si incrociano con i miei, rispondono ai miei sorrisi.

Uno stuolo di piccioni che mangia mais in mezzo ad una piazza che sembra adibita apposta per loro.

Eleganti sari adornati di perle luminose, uscire dall’hotel Taj Mahal.

Gli occhi di Simona riempirsi di commozione, quando mi parla della sua famiglia.

Gazze, un bambino scalzo che gli lancia riso soffiato e pietre. Un signore che mi vede attonita e mi sorride dolcemente, connettendosi.

Se c’è la A o la C davanti al numero dell’autobus, allora ci sarà l’aria condizionata.

Divise color cachi, per forze dell’ordine e dipendenti pubblici come gli autisti degli bus.

Un uomo cuce un abito fucsia, con la macchina da cucire. Mi sorride, “parshi dress”.

File indiane per salire sull’autobus. Indiane.

Una coppia anziana, in auto, entrambi di carnagione bianca, che esce da un palazzo verde tenue, splendido. Lui mi sorride.

“No mask no entry” e nessuno indossa una mascherina.

Un signore ipovedente che conta le monetine che ha in mano, sentendone il peso.

Uomini che fanno il bagno in canottiera. Bambine truccate. Persone mutilate. Un cavallo in mezzo dall’incrocio.

Autista del taxi che si sciacqua la bocca e sputa per terra dal finestrino.

Bambini nudi seduti a terra.

Solidarietà femminile negli occhi.

Tutti i camerieri del ristorante a piedi nudi. Leccate goduriose di dita piene di salsa.

Capre che leccano specchietti di motorini.

Persone prendere cose dal mio piatto, come fosse il loro. Bere dalla mia bottiglia, senza appoggiare la bocca, come se fosse mia, ma senza chiedere.

Bagni senza carta igienica, qui si usa il doccino.

Persone a piedi nudi. In casa, nei negozi, per strada. Piedi nudi ovunque. Piedi curati e devastati. Nudi. E lì vedo solo io.

Il contachilometri girare e raramente superare l’euro.

Le luci dei grattacieli che si illuminano ogni 3 secondi, per segnalare la loro presenza.

La città che non dorme mai, dal tetto della torre che mi ospita.

Una commedia, in hindi, sul divano, con la mia famiglia adottiva.

Movimenti della testa che significano si, no e tutte le sfumature possibili ed immaginabili tra il si ed il no.

Un gruppo di studenti del college alla macchinetta dei biglietti del treno. Sicura che parlino inglese, gli chiedo se gentilmente possono prendermi un biglietto, così da evitare la coda. Alle macchinette si paga solo con valute digitali, ma non internazionali. Devo insistere davvero tanto perché accettino di prendere i miei contanti, volevano regalarmi il viaggio.

Una delle studentesse mi prende sotto braccio e mi accompagna fino a destinazione.

Baba mi accalappia per strada, parla di karma e sa dire “ciao” in italiano, ma soprattuto lavora in un’agenzia turistica. In mezz’ora ho speso 350€ per tutti i biglietti di voli e treni che forse prenderò nei prossimi giorni. O perderò.

Il pi grande slum di tutta l’Asia.

Fabbriche di 5 metri quadrati. Pellami, riciclo plastica, denim, ceramiche.

Bambine in uniforme con le treccine scendere scalette in metallo, salutarmi e correre a scuola.

Tre ragazze che sanno come fare le foto davanti ad un monumento, gliene chiedo una ed ecco che mi trovo ad una cena di compleanno in un ristorante francese di nome Soufflé.

Ponteggi legati con corde.

Una città che ora mi è famigliare, dal finestrino.

Mi dicono.

“Non prendere il bus”. Ma quello con l’aria condizionata me lo concedono.

“Prendi la prima classe sul treno”. Poi cedono “O al massimo stai nei vagoni solo per donne”.

“Chiedi i piatti jail, non troverai cipolle ed aglio.” Ma anche “Stai attenta che anche i piatti jail possono essere piccanti.”

“Stai a sinistra con la bici”. E poi stanno a destra.

“Attenta all’acqua del rubinetto”. Però in realtà quella in bottiglia è meno sicura di quella filtrata in casa.

“Non è piccante”. E poi è piccante.

“Masala non significa piccante, significa mix di spezie” Piccanti.

“Assaggia”. E non sanno che male fa fare la cacca dopo aver mangiato piccante.

“Non dare la mano sinistra, non mangiare con la mano sinistra”. E mangiano con la sinistra.

“Mangiamo con le mani” e mi passano le posate.

“Ti è piaciuto?” E rispondo sinceramente.

“Qual è stato il turning point della tua vita, fin ora?” E mi ritrovo a raccontare cos’è il progetto Erasmus sul tetto di un palazzo a Mumbai.

“Mi piacerebbe tanto rivederci, ma piove” e non ci vediamo davvero.

“Seguimi, ti accompagno io” e Google maps muto.

“Hai Instagram?”

Ghandi è stato insignito con il nome di “Bapu” dell’India, ovvero padre. Con il suo movimento per la libertà ha avuto un ruolo così importante per l’indipendenza indiana che compare su tutte le banconote.

“Pratichi qualche arte marziale?” “Non ancora” rispondo. Ho imparato a non rispondere semplicemente negativamente, ma a lasciare sempre la porta aperta con un “not yet”. “Ma sono sicura sapresti correre veloce”. Non ho dubbi amica.

“Conosci Sadhguru?”.

Percepisco.

La pelle di Simona quando non posso fare altro che abbracciarla, dopo aver vomitato il dolore che si porta dentro dell’infanzia.

La consistenza dei cibi. La croccantezza dei dosa, la morbidezza degli adli.

Aria condizionata gelida.

Pioggia fin nelle mutande.

La temperatura e pulizia del suolo che ho sotto ai piedi, nudi.

La leggerezza delle rupie, il suono tonfo delle monete d’alluminio.

La morbidezza del dicano in velluto, la rigidità del materasso.

Il vento che entra dalle porte aperte del treno.

Le gocce d’acqua che cadono dai tendoni dello slum di Dharavi e che non riesco ad evitare.

Il suolo fangoso e scivoloso sotto le mie ciabatte.

Il calore dei roti e dei nen appena cotti, sulle dita.

Le mani degli altri in un piatto che non è mai solo mio.

La malinconia, sul mio primo letto indiano, mentre una scarica di pioggia si abbatte sulla città e sulle mie finestre, ricordandomi in che stagione siamo. La malinconia all’idea di andarmene già, proprio ora che iniziavo a conoscere i binari dei treni ed i rifiuti iniziavano a passare in secondo piano. Proprio ora che iniziavo a sentire mia la città.

Buon viaggio.

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Un deserto di gentilezza – My Times of India n.0

01.01.2022

Gli aerei Ethiad hanno le coperte celesti come il cielo fuori dall’oblò, come l’ambito ed il velo della signora accanto a me. Elegante, sorridente, mamma di tre ragazze e con le unghie delle stessa forma di quelle di mia nonna. Un po’ piatte, a pianta corta, lasciate crescere, ma non troppo. Mi cade l’occhio mentre appoggia una mano sul braccio del marito e con l’altra lo aiuta a decifrare le impostazioni degli schermi di fronte a noi. Lui dormicchia, lei ha sempre un occhio mezzo aperto. Quando lui deve andare in bagno è lei che prova a parlarmi in inglese. Quando aprono un pacchetto di pringles è lei che me le offre, sfoderando ancora una volta un sorriso materno. Davanti a noi ci sono 3 ragazze, tutte sue figlie. Sono capitata in mezzo ad una famiglia e la mamma non manca mai di includermi. Tutte le mamme del mondo sono semplicemente mamme.

A volte mi chiedo perché abbiamo così poco potere sulla nostra memoria. Perché non possiamo scegliere di dimenticarci com’eravamo vestiti alla festa di compleanno dei 19 anni di Bea e ricordarci invece tutte le date delle guerre Puniche? È una domanda ricorrente in questo periodo e quando si parla di memoria penso a Goleman, ma soprattutto ad Inside Out. Questo quesito si porta dietro delle valutazioni – che altro non sono che voli pindarici – su quello a cui rinuncerei io e quello a cui rinuncerebbero le mie amiche. Io, per esempio, qualche canzone la lascerei anche indietro, MEP no.

Ci ripenso stamattina, di fronte a quelle unghie. Se la mia memoria fosse più pilotata, avrei mai scelto, consapevolmente, di storare per sempre le unghie della nonna? Probabilmente no. Ed è per questo che la accetto e la apprezzo, per la sua capacità di focalizzare ed interiorizzare piccoli dettagli che diventano parte di me.

E ancora.

Life on Mars.

Coperte usate come mantelli.

Piedini di bimbo.

Mani della nonna.

Giocare a Ruzzle da sola, ma spiritualmente contro il signore barbuto qualche sedile davanti a me. Batterlo, anche se lui non ne sarà mai a conoscenza.

Il ragazzo dei tamponi che si preoccupa di mandarmi su whatsapp i risultati.

Lhan, un signore filippino dell’impresa di pulizie dell’aereoporto cui condivido il viaggio in bus che mi mostra le foto della figlia che vive con la madre.

La sauna.

Parchi giochi accessibili.

Campi per qualsiasi sport in spiaggia.

Fermate del bus con l’aria condizionata.

Domani vado al Louvre.

02.02.2022

Fa caldo. Molto caldo. Un caldo che non da tregua nemmeno all’ombra. Un caldo che asciuga la bocca. Un caldo che rallenta i pensieri. Un caldo opaco.

Esco dall’hotel verso le 11.00, l’autobus dovrebbe passare in pochi minuti, ma è in ritardo. Quasi tutte le fermate degli autobus al posto delle pensiline hanno dei box rinfrescati dall’aria condizionata, ma questo è rotto. Dentro fa più caldo che fuori. Mi metto sull’uscio e provo un leggero piacere solo perché l’aria calda, a contatto con il mio sudore, sembra rinfrescante. È un piacere effimero, dura poco, il sudore si asciuga e la morsa di calore mi abbraccia. Non c’è nulla che possa fare, quindi attendo.

Il primo giorno di mestruazioni non è adatto a questo clima, ma forse nemmeno la vita lo è. Vedo umani entrare nelle macchine, uscire per qualche secondo, per poi rientrare in luoghi in cui l’aria condizionata è a 15 gradi. Esseri umani che saltellano dove la pietra non scotta, si rinchiudono, si proteggono, scappano dal calore. Per un attimo mi sembra di vedere quello che succederà tra un paio di anni, anche in Europa, se non agiamo rapidamente limitando il nostro impatto sul surriscaldamento globale. Dovremo muoverci anche noi in questo modo: inscatolati.

Ad aspettare l’autobus con me un gruppo di ragazzi, tutti rigorosamente con la loro mascherina anche all’esterno. Estenuati dall’attesa si dividono per andare a prendere un po’ d’acqua, ma non prima di avermi chiesto se ne voglio un po’ anche io. Tornano vittoriosi con una bottiglia che suda, quando il 96 finalmente si ferma davanti a me. Mi accomodo davanti, vista strada, anche se questo strada si assomigliano tutte. Sbircio il telefono della ragazza accanto a me, sta giocando a chi vuol essere milionario e mi scappa da ridere. Lavora in uno dei bar del Louvre, da un paio d’anni si è trasferita qui dal Kenya, dove il clima – per la cronaca – è tropicale e non fa questo caldo. Se non fosse stato per lei, sarei scesa alla fermata precedente: mi ha bloccata, credo vedendo la mappa che avevo in mano o notando semplicemente la mia faccia da stolta viaggiatrice.

Il Louvre di Abu Dhabi è costruito sul mare, l’acqua s’interseca tra le sue forme squadrate, sormontate da una sinuosa cupola che lo rende leggero alla vista.

Le opere sono disposte cronologicamente dalla prima alla dodicesima sala e si focalizzano sul confronto tra oggetti simili, di epoche vicine, provenienti da luoghi lontani l’uno dall’altra. Un contrasto ed una vicinanza poetici. Mi ci perdo.

Gli umani sono sempre uguali, penso nella prima sala, mentre mi pento di aver lasciato il foulard in hotel.

Spostali, dividili con km di terra e tonnellate di acqua, cambierà poco.

Tante sfaccettature dello stesso ingegno, spirito di sopravvivenza, lusso.

Cambiano i materiali, cambia leggermente la posizione della mano in preghiera, cambia la trama, cambia la forma degli occhi, ma non cambia come si tiene in braccio un bambino, come viene rappresentata la maternità, dove si ripongono le ceneri degli antenati. Sono forme e condizionati dagli usi, ma sono tutte attività condizionate dal l’umanità che ci contraddistingue. Anfore alte e oblunghe, basse e larghe. Astucci in metallo o paglia. Piatti fondi o piani. Sempre anfore. Sempre astucci. Sempre piatti. Per trasportare. Per scrivere. Per mangiare. Passano i secoli, cambia la tecnica, rimane la necessità primaria, che viene soddisfatta con tecniche sempre più sofisticate, si moltiplicano quelle secondarie. Tutto quello che cambia è arte, personalizzazione, ingegno, genio. È quello che ci lascia a bocca aperta di fronte ad un’opera: è un piatto, ma poteva essere semplicemente bianco, avorio, di ferro, invece no, è decorato. Poteva essere tondo, invece cambia forma. Poteva essere composto da un materiale solo, invece è un connubio di elementi.

Chissà cosa provava il curatore del Louvre di Abu Dhabi quando affiancava un piatto turco, uno messicano ed uno tedesco. Una statuetta di madre libanese, francese, cinese. Secoli vicini e lontani. Istinti primordiali immutati. Forme preziose d’espressione. L’evoluzione dell’umanità attraverso le opere. La scoperta. Le mappe, della terra e delle emozioni.

Che magia.

I miei pensieri sono interrotti dalla risata di un addetto alla sicurezza che, vedendo una mamma fotografare le figlie di fronte a due cavalli in ferro, ride. Ride fragorosamente. Per un attimo credo gli abbiano detto qualcosa via radio, ma non ha l’auricolare, le guarda e ride in una maniera così infantile da risultare più buffa che irrispettosa.

Le religioni occidentali rappresentano le divinità con forme umane. Addirittura con incarnazioni negli uomini. In Africa sono spesso affiancate a figure animali. Gli induisti invece lasciano più spazio alla fantasia, rappresentando le loro divinità, come Shiva, con più gambe o più braccia.

Io in questo momento potrei rappresentarle alle guida di un autobus, con le sembianze dei due ragazzi pakistani che mi hanno aperto le porte del loro bus privato, per farmi aspettare al fresco il bus di linea. Credevo stessero aspettando i turisti che hanno accompagnato, finché non sono scesa e li ho visti partire. Ho il cuore accaldato e commosso.

La gentilezza mi sbalordisce, è chiaro.

Lo dico ad alta voce mentre scendo dal bus 161 e l’autista suona il clacson per attrarre la mia attenzione ed indicarmi dove attendere il prossimo bus. Sul 94, il precedente, mentre chiacchieravo con una coppia spagnola conosciuta alla fermata, il ragazzo si è accorto di essere seduto nella zona riservata alle donne. In imbarazzo si è alzato, scusandosi. È intervenuto un altro passeggero, un ragazzo della sicurezza della moschea che avevamo appena visitato invitandolo a sedersi: “please sit down, you are a tourist, you must feel welcome. Like mi casa es tu casa”. I turisti possono non rispettare il cartello “ladies only” insomma.

Sono state 36 intense ore in questa calda, nuova, consumistica, città. Ho visto le uniche tre cose che mi ero prefissata di vedere: il Louvre, la moschea dello sceicco Zayed ed il letto dell’hotel. Tutte e 3 le attrazioni sono state stupefacenti, ma mai quanto gli umani che le popolavano, mai quanto gli umani che per qualche strana ragione hanno deciso di abitare in questa sauna. Sarà il mal comune che diventa mezzo gaudio, sarà che soffrire insieme rende più empatici, sarà che invece di prendere il taxi mi infilo sugli autobus con la plebe, sarà che per gli europei c’è un occhio cuorioso, sarà che quando incrocio lo sguardo di qualcuno, nel dubbio, sorriso.

Forse è una gentilezza indotta, sono stati istituiti ad essere gentili. Nella moschea dello sceicco Zahid, una delle più grandi del mondo, costruita tra il 1995 ed il 2004, ogni ora c’è una visita guidata. Alla visita delle 20.00 ero interessata solo io e così Sahim è stata la mia guida personale. Prima di iniziare il tour ha dovuto accendere un registratore, che portava attaccato alla tunica. Sciolinava numeri di cupole, minareti, metri quadri, colonne. Il grande fratello che ci osservava non mi ha inibita dal far notare che la moschea è un connubio di arte marocchina, araba, tunisina, persiana, ma con materiali italiani. Marmo, madre perla, vetro di Murano, tecniche mosaicali Made in Italy, tranne il tappeto più grande del mondo che è Made in Persia. Uno sfarzo incredibile, in gran parte artigianale.

Sul tappeto più grande del mondo i turisti non possono arrivare in autonomia, ma solo guidati. Viene aperto ai fedeli solo qualche volta all’anno, durante il Ramadan. In quell’occasione la moschea si riempie di migliaia di umani in preghiera rivolti verso la Mecca. In quel momento però, sul tappeto, a guardare verso la Mecca, c’eravamo solo noi ed il grande fratello. Tutti gli altri turisti alle nostre spalle, ignari della possibilità di accedervi solo con la visita guidata, ci fotografavano sbilanciandosi oltre la corda che delimitava l’area. Mi sono sentita fortunata.

Alla fine del tour quando il registratore è stato finalmente spento, ho scoperto che le registrazioni sono per controllare la qualità dei tour e l’attitudine delle guide: “a volte i visitatori hanno toni spiacevoli e noi dobbiamo mantenere le calma” dice Sahim. Ha iniziato a fare la guida 2 anni fa, dopo la prima ondata di covid. Dopo gli studi in finanza, ha scelto di guardare in faccia turisti da ogni dove e prendere qualcosa da ognuno di loro, piuttosto che dal mercato e dai numeri. E nato e vive ad 1 ora e mezza da qui, una tempistica del tutto normale per la zona, ed è anche lui a pieni voti un’esponente del team gentilezza.

Non lo so cosa sia, dicevo, ma avrò qualche altro giorno per scoprirlo alla fine di questo mese, per ora ringrazio. Tutti. Come direbbe qualcuno, il luogo è un 4, però la gente è da 10.

Ciao Emiratini, volo dove potrò mettere i crop top, che qui sento gocce di sudore scendere dalla schiena alle mutande e non è piacevole.

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Najera – Milano 1200 km tra bus, corsa, autostop BlaBlaCar ed aereo

00:23, dormono tutti. Marghe è vicino a me e nel dormi veglia è stata in grado di chiedermi se fosse tutto ok. Ho mugugnato. Ho chiuso gli occhi e respirato. Davanti a me a rallentatore sono passate tutte le persone che ho incrociato in questo cammino, lentamente, come se avessi scattato una foto con le mani ad ognuno di loro.

Sento una goccia muoversi dall’occhio verso il cuscino ed una voragine aprirsi vicino alla bocca dello stomaco. La riconosco. È durata qualche settimana a giugno 2016, prima che prendessi l’aereo per tornare in Italia da Siviglia. Si chiama ansia.

I cocktail di emozioni mi fanno venire voglia di vomitare.

Succede in momenti precisi e puntualmente: esame di maturità, Erasmus, pre partenza per l’Argentina, oggi.

Era abbastanza ovvio, questo viaggio è stato come un breve Erasmus senza università.

Arrivi da solo, aperto e predisposto alla conoscenza, vieni investito dalla benevolenza di altre persone che sono arrivate con lo stesso stato d’animo.

Cammini e continui a conoscerne sempre di nuove. Si presentano, non parlano la tua lingua, riesci comunque a comunicare. Qualcuna inizi a vederla spesso: frequenta i tuoi stessi bar, ha il tuo stesso ritmo. Con qualcuno stringi una relazione diversa, si forma un gruppo. Qualcun altro spunta dopo km e km senza che tu l’abbia mai visto. Ma dove sei stato fino ad ora?

Proprio come in Erasmus, ci si lascia toccare da tante anime. Proprio come in Erasmus si sa che, la maggior parte di quelle anime, non le rivedrai più. Sfioreranno la tua vita lasciando un segno più o meno indelebile e poi si allontaneranno. Resterà il fantasma di una vicinanza grazie ai social media, ma sarà solo un fantasma. Nulla sarà più come prima. Potrai tornare nella tua città Erasmus e stare bene di nuovo, potrai rifare il cammino e vivere nuove esilaranti emozioni, ma non sarà mai più così: mai più con loro, mai più con questa te.

Come ogni Erasmus che si rispetti, ieri c’è stata la mia despedita, solo parzialmente organizzata. Un tavolo con 4 persone sono presto diventati 4 tavoli con 30. Ogni persona che ho salutato, anche chi ho conosciuto solo oggi, mi ha ringraziata e riempita di complimenti. A quanto pare sono una persona solare, positiva, incredibile, magnetica. Essere ringraziata per quello che sono, che gli altri riconoscono in me o che queste persone, in questo momento, sono riuscite a tirare fuori da me, è stata la cosa più commovente di tutte. Non per ego, ma perché l’idea di aver toccato il cuore di così tante persone ed aver lasciato un’impronta solare, positiva, incredibile o magnetica, mi commuove.

Mi hanno chiesto cosa farò domani. Spero di non vomitare.

La città è vuota e silenziosa, il sole illumina già le rocce color mattone alle sue spalle. Sarà una bella giornata. Il cielo sereno, con qualche nuvola leggera, il sole già caldo sole 8 di mattina. Non c’è nessun bar aperto e non potremo concederci un’ultima colazione assieme. Il cinguettio degli uccellini che non ci ha mai abbandonato, il suono del fiume che attraversa anche questo paesino, il rumore costante di un trapano, lo zampettare di un cane, il mio tirare su con il naso. Ci salutiamo nella stessa piazza in cui ieri abbiamo riso, bevuto, in cui ho salutato altre anime buone, meno importanti di loro. Ci salutiamo con gli occhi rossi, gonfi, stanchi.

Nulla di troppo lungo, non si può, non cambia niente.

Li guardo allontanarsi, seguendo le frecce gialle, fin dietro la grande chiesa in mattoni. Lo zaino è ormai diventato così leggero che posso tenerlo su una spalla sola. Passo dopo passo diventano sempre più piccoli, macchie ancora distinte dai colori che indossano, ma sempre più difficilmente riconoscibili, se non dalla loro posizione: in ultima posizione Marghe con le sue racchettine, a ritmo lento, si ferma per sistemare il tutore al ginocchio e perde subito terreno. Di fronte a lei Alex, il peso del cuore un po’ ammaccato oggi lo costringe alla seconda posizione. Tra poco tirerà fuori le cuffie, chiederà se è un problema se cambia ritmo ed inizierà a tarellare. In prima posizione, mani in tasca così da poter cadere con stile, Pippi gambe lunghe, diventerà l’ultimo della fila a furia di fermarsi a fare video, riacchiappando Marghe, perderà ulteriore terreno appena vedrà una panetteria. Insomma, alla fine Marghe arriverà per prima. Del resto è sua la corona ora, è lei il boss, è lei che porterà avanti femminismo e squadra, lei che difenderà l’emancipazione del nostro genere ed il pianeta. La mia bella, gentile, sveglia, sorridente, Marghe. “Non ho mai visto un* francese simpatic* come te, c’è qualcosa di strano” le ha detto Alex. Non che Alex conosca tanti francesi, ma io più di lui e posso confermare. Ho una nuova amica a Parigi, ed è una forza della natura.

Il bus arriva puntuale, l’autista saluta tutte le signore anziane con un “hola guapa” che mette di buon umore anche i sedili. È questo il mio “buen camino” di oggi.

Mi aspettano 20’ fino a Logroño, ho poi 30’ per recuperare la borsa di Jonathan nell’ostello di ieri sera, andare alla posta, spedire il pacco, sperando che costi meno di 150€, andare in stazione e prendere il BlaBlaCar che mi porterà in aeroporto. Ad aspettarmi ci sarà Beatriz, che mi ha già accennato porterà anche un italiano che prende l’aereo con me. Non mi sono scambiata il numero con padre e figlio Bergamaschi incontrati alle porte di Logroño, ma qualcosa mi dice che sono loro.

Mentre il sole si alza ed inizia a scaldare i fili d’erba luccicanti, che si muovono grazie all’evaporazione della leggera brina poggiata su di loro, chiudo gli occhi e ripenso ai miei passi, agli occhi che hanno incontrato i miei, alle mani che hanno toccato le mie, ai sorrisi che hanno scaldato il mio cuore.

Nei miei ricordi c’è il gestore dell’ostello di Bordeaux, che mi ha consigliato il primo croissant della settimana. C’è Patrizia, l’italiana che mi ha preparato il primo minestrone, a Saint Jean, lei che dopo il cammino è tornata qui ad aprire un hotel ed ora si è lanciata sulla ristorazione, ma vorrebbe tornare a casa. C’è Gaetano, il primo Pellegrino che ho incrociato, abbiamo iniziato a parlare spagnolo, anche se mi ero accorta che fosse italiano anche solo dal portamento. E poi solo gli italiani vestono Montura. Ieri sera, era a cena nello stesso ristorante con menù del pellegrino dove abbiamo mangiato noi. “Come va?” “Da Dio!”. A volte va “benissimo”, altre “alla grande” sono le sue risposte, un’allegria contagiosa. Lui di cammini ne ha fatti una decina, mi consiglia, se posso, di farlo intero la prossima volta e certamente di continuare da Najera quando riprenderò. Gli ho ricordato che è stato il primo Pellegrino che ho incrociato lungo il mio cammino. Mi ha chiesto di aggiungerlo su Facebook e prima di andare a dormire mi ha scritto “Piacere di averti conosciuta. Credo tu sia moto positiva.”

Nei miei ricordi c’è anche il secondo Pellegrino, un ragazzo altissimo che lavora nella ristorazione, Lituano, trasferito in Spagna, in Norvegia e poi tornato in Spagna. Mi fa sorridere che anche lui si fosse classificato come “sfigato con le donne”, come se chiunque abbia avuto una delusione amorosa la categorizzi subito come sfiga. Spero stia trovando risposte, perché, dopo la prima notte a Orisson, non l’ho più visto.

E poi arrivano tutti gli abitanti di Orisson: la cameriera Canadese che non parlava inglese, le filles, un gruppetto di 6 amiche francesi che è stato al passo con noi quasi fino alla fine, ricordo che anche loro avrebbero lasciato più o meno dopo 10 giorni come me. Una coppia di una certa età, danese, che una volta ha provato a fare il cammino del nord e gli mancava così tanto quello francese che hanno preso un autobus e si sono fatti portare a Saint Jean. Nella strada tra Roncisvalle e Zubiri lei era molto in difficoltà con un ginocchio e le ho lasciato il mio tutore, la sua gratitudine è stata come sempre esagerata. Non li ho più visti dopo quella tappa. Fratello e sorella, francesi, incrociati troppo velocemente solo ad Orisson.

Nei miei ricordi ci sono Avni e sua mamma, Canadesi, Avni è psicologa, dolce e dai tratti un po’ latini. La mamma farà tutto il cammino mentre lei si fermerà per andare a Madrid qualche giorno e poi tornare in Canada. Ci siamo trovate nello stesso hostel orrido a Los Arcos, la felicità è stata rumorosa: non ci eravamo scambiate il numero e pensavamo di non rivederci più. Un lungo abbraccio preventivo è stata una buona idea, perché non abbiamo più avuto modo di trovarci.

E poi ci sono i fratelli carrello, i due fenomeni che si sono fatti spedire dall’Australia quello che io chiamato “Devil’s trick”, un aggeggio con le rotelle per tirare gli zaini. Anche loro dopo Zubiri non sono più riuscita ad incontrarli.

E poi ci sono Mabel e suo papà, con cui siamo rimasti così in contatto che, nonostante avesse finito i suoi brevi 3 giorni di cammino, a Pamplona è venuta con noi a fare il city tour. Jhon, il mio vicino di cena irlandese, al suo 6º cammino, impossibile vederlo triste, impossibile non lasciarsi contagiare dal suo entusiasmo. Ci siamo salutati alla mia despedida, ma prima di quel momento, nello stop a Navarrete, di fronte ad una chiesa maestosa e magistrale, ci siamo riempiti di foto preventivamente. Dublino è vicina.

Tampa un po’ meno, nei miei ricordi ci sono anche Natalia e suo marito Jessy, lei colombiana e lui della Florida, già in pensione a 55 anni grazie a tanti anni da militare. Quasi dimenticavo la coppia di Francesi che ha iniziato il cammino Francese ancora in Francia, ancora prima di Saint Jean, con cui abbiamo anche cenato a Roncisvalle. Anche loro non ricordo di averlo rivisti dopo Zubiri. Che strage quella tappa, ha lasciato indietro tutti i meno allenati. E poi c’è Jonathan, che non ha bisogno di presentazioni. Che maledirò tra poco, se non riuscirò a spedire la sua borsetta.

E poi c’è Roncisvalle. I 3 italiani che pensavo fossero nonno, padre e figlio, il “figlio” che non ho mai conosciuto davvero perché non si è fermato a Roncisvalle, il padre Bruno ed il nonno Luciano, che non ho più rivisto dopo quella notte. Un altro gruppetto misto di italiani, da Caserta, dall’umbria e da Parma.

Interrompo l’elenco per correre all’ostello, arrivo alle 9 in punto, proprio insieme alla receptionist che mi dà subito la borsa. Corro alla posta più vicina: 4 minuti. Prendo il biglietto… 10 minuti. Sono già le 9.15, alle 9.30 dovrei essere in stazione. La signora che gestisce la mia pratica mette e toglie gli occhiali per vedere meglio da vicino. Usa un dito solo sulla testiera, ma è molto dolce. Non voglio metterle fretta, per non agitarla, ma alle 9.30 mi chiama Beatriz, la ragazza del BlaBlaCar con cui negozio altri 10 minuti, dicendo che avevo già finito. È troppo tardi, non posso fare a meno che mettere fretta alla signora che – come prevedibile – entra nel panico, sottolinea il numero di spedizione con un pennarello indelebile rosso, invece che con l’evidenziatore, cancellandolo completamente. Fotocopia l’etichetta di spedizione ticchettando sulla stampante, mi da tutti i fogli, anche quelli che dovrebbe tenere lei e mi saluta. Corro nella piazza antistante dove dovrebbero esserci dei taxi. Non ce ne sono. Ma c’è Ignacio, la mano de dios, un signore minuto con il suo furgoncino che sta facendo le consegne del giorno che decide di dedicarmi questi 4 minuti della sua vita. Non ha mai fatto il cammino, ma l’ha programmato per il prossimo anno, partirà con i suoi amici. Invio la posizione a Beatriz, con il timore che parta davvero. Arrivo. C’è. È incazzatissima. Grazie Ignacio. Fino a qui, tutto bene.

Il tragitto fino a Vitoria, fantomatica città da cui prenderò il volo, dura 1 oretta. Ora che mi sono tranquillizzata perché sono su quest’auto, posso riprendere a navigare nei ricordi, ma non prima di aver controllato la distanza tra il punto in cui ci lascerà e l’aeroporto. Con il mio ritardo arriveremo poco prima delle 11 alle porte della città. Il volo parte alle 12.30 e chiude le porte alle 12.05.

Dov’eravamo rimasti?

Ah, alla cena a Roncisvalle. C’era questo gruppetto misto di italiani, il ragazzo più giovane, di Parma, ha 23 anni, studia a Milano, ma non ci ha mai vissuto. Mi fissa insistentemente mentre parlo con i francesi alla mia sinistra, vorrebbe imparare più lingue, gli consiglio di andare in Erasmus, ma non lo vedo convinto. Insisto.

Nei miei ricordi c’è anche la guida di Roncisvalle, un accento basco strettissimo ed un sorriso larghissimo. Gli hoteleros olandesi che gestiscono l’albergue. Tony, l’ingegnere irlandese con il viso dolce, seppur squadrato, che cammina al 10% in meno delle sue capacità per conservare energia. È lui che spuntava dal piano di sopra del letto a castello, ridendo, mentre iniziava la conoscenza con i miei compagni di viaggio. Resterà con noi fino alla fine. Sarà con noi anche nel momento in cui Marghe si unirà al clan. Ed ancora Santiago, il chino gestore dell’ostello di Zubiri. Il signore Brasiliano, che la sera prima era arrivato alle 10 a Roncisvalle, nel buio pesto, riportandoci i dettagli della bufera di neve che aveva chiuso Orisson. Possibile che la sera prima non ci fosse una nuvola ed il giorno dopo una bufera di neve? È la stessa persona che mi ha raccontato di un defunto sul cammino. Io non avevo nemmeno lontanamente pensato a questa eventualità. E forse questo argomento merita una parentesi.

Ci sono persone che muoiono sul cammino. Muoiono letteralmente di fatica. Lungo il tragitto, ogni tanto, si incontra qualche targa commemorativa ed è straziante, pensare che qualcuno, mentre percorreva i tuoi stessi passi, carico di emozioni, non abbia avuto la possibilità di continuare a viverle. Non l’ho nemmeno presa in considerazione questa possibilità, non era un rischio esistente per me. Avevo paura per le ginocchia, non per la vita. Va bene, ho 26 anni, forse è giusto così, ma ieri, divagando con Marghe, mi ha fatto presente che sua mamma era molto preoccupata perché la sua bimba sarebbe partita da sola per un lungo viaggio. Aveva paura che venisse violentata, maltrattata. Anche questo pensiero non mi ha sfiorata nemmeno lontanamente. Un rischio reale, ma distante dal portfolio dei rischi che la mia mente ha filtrato. Mente ne parlavamo mi sono sentita un po’ imprudente, innocente, esageratamente fiduciosa nel prossimo. Eppure, questo è il mondo che vorrei: senza paura.

Nei miei ricordi c’è un nuovo ennesimo gruppo di italiani: mamma e figlio sardi, Alma, Pugliese trapiantata a Firenze, Franco, Brianzolo velista e Luigi, il medico maleducato.

Nei miei ricordi c’è Linda, la coppia scozzese con l’accento più difficile della storia, Jonathan 2, il nonno di Santiago.

Nei miei ricordi ci sono papà e figlio, Roberto e Michele, Bergamaschi, che prenderanno il volo con me. Da ieri nei miei ricordi c’è anche Charles, un ragazzo francese conosciuto al fotofinish, che ha lavorato anni nella ristorazione, si è licenziato, separato ed ora cammina. Jacob, un ragazzo tedesco dai capelli platino, con cui ho scambiato davvero poche parole, Flo, la più matta di tutte, una signora di una 50ina d’anni che mentre era in gita con ex marito e figlio, ha visto un paio di pellegrini ed ha pensato “ma sai che c’è? Mò lo rifaccio sto cammino”. È andata al decathlon ed ha comprato il minimo indispensabile e si è messa a saltellare insieme a noi. Con loro anche un ragazzo italiano, Ider, che ha iniziato il cammino correndo per poi spaccarsi e finirlo senza zaino e zoppicando. Lui, suo fratello e sua sorella, hanno da poco preso le redini dell’azienda di famiglia, con tutto il coraggio e la responsabilità che ne consegue.

Siamo arrivati a Vitoria, il tram ci è partito da davanti al naso e non c’è un taxi nemmeno a chiamarlo. La nostra autista, già in ritardo a causa del mio ritardo, cede e sceglie di portarci fino in aeroporto. 20 minuti ad andare, 20 a tornare. Chissà cosa penserà il suo datore di lavoro. Lavora in università, magari insegna, magari c’è una classe intera che la sta maledicendo, mentre lei maledice noi e noi benediciamo lei.

Arriviamo in aeroporto con 30’ di anticipo rispetto alla chiusura delle porte. Sembra che il volo sia in ritardo. Ci sono solo 3 gate, le mascherine non sono ben indossate e non c’è nemmeno un bar per mangiare. Lascio cadere dalla macchinetta un pacchettino di pepas ed una bottiglia d’acqua. Sono le stesse che ci sono nelle macchinette dell’ufficio, così iniziò a riabituarmi.

Fuori dalla porta scorrevole del gate 1 brilla un sole che sembra afoso, a causa della foschia. In realtà ci sono 12º. Non vedo ancora papà e figlio, posso continuare a scrivere ancora per un po’.

Il team mi aggiorna, sono riusciti a fare colazione, stanno sfoggiando i pantaloni corti, camminano ormai da 4 ore e mezza, saranno quasi arrivati a destinazione, oggi hanno solo 20 km da fare. “Solo” guarda come si relativizza tutto nella vita.

Ed eccomi qui, zaino in spalla, ginocchio destro capriccioso, pronta ad imbarcarmi su un volo che mi permetterà di percorrere 1000km in un’oretta. Eccomi qui, a lasciare il mio Erasmus dopo il primo semestre, senza nemmeno aver provato a prolungarlo, come una persona matura, come una persona cosciente. Eccomi qui, con il sole i fronte, ai piedi della scaletta dell’aereo. Eccomi qui, con la mia divisa da sera, indossata di giorno. Eccomi qui, dopo aver vissuto una delle esperienze più belle della mia vita, con le tasche piene di gentilezza da portare a casa. Eccomi qui, grata, felice e pronta a ripartire domani.

Che fantastica storia la vita.

Buen camino, de la vida.

P.s. Uscita d’emergenza, posto finestrino. La benedizione non è finita.

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Logroño – Najera 29km, gli ultimi

Ultimo giorno, signori miei.

Ho dormito benissimo ed avrei continuato ancora per ore se Marghe non fosse venuta dolcemente a svegliarmi.

Ormai ho capito qual è il problema: possono russare anche 20 persone nella stanza, ma se ho i tappi per le orecchie, le lenzuola pulite e non devo dormire nel sacco a pelo, tutto andrà bene. Alti e mentila nottata sarà difficile. Stanotte le lenzuola erano profumatissime, la temperatura giusta ed il sacco lenzuolo l’ho addirittura lavato, sapendo che non l’avrei più usato.

Usciamo dall’ostello alle 7.30, poco dopo il suono della mia sveglia. Il cielo è striato di nubi bianche candide dietro le quali si apre un cielo blu intenso. Le vie del centro sono bagnate come quelle di Siviglia ogni mattina, anche qui in Rioja hanno lo stesso livello di pulizia e gli stessi turni. Il suolo bagnato riflette i colori intensi del cielo rendendo la via ancora più luminosa. Per strada solo Pellegrini, anziani e qualche giovane ubriaca che non è ancora tornato a casa da ieri sera.

Credo che mi mancherai. Sono sicura che mi mancherai. I miei pensieri vengono interrotti da un passante che ci augura “buen camino”. Ma ve lo immaginate andare a lavoro tutti i giorni ed al primo semaforo vedere qualcuno che vi sorride e vi augura “buona giornata”? Che sapore avrebbero le vostre mattine in ufficio se precedute da cotanto calore? Devo essere sincera, ogni mattina, se è nel suo ufficetto, dico “buona giornata” al mio portiere e lui risponde con un cenno del capo o con un sorriso stortino. È sufficiente, ma non è equiparabile. Magari qualcuno di voi vive con coinquilini, con la famiglia, con il fidanzato e vi dite a vicenda ogni giorno “buona giornata”, magari vi baciate anche, ma non è equiparabile. “Buen camino” è l’augurio di un passante, è gratuito, non è dovuto, qualcuno lo dice, qualcuno non ti guarda neanche in faccia, è una carezza ed è quello che ogni umano merita al mattino e pure nel pomeriggio.

“You are an incredible person”, Alex ha gli occhi rossi da ieri, da quando inaspettatamente gli ho regalato 2 braccialetti da portare a Santiago, uno per Cristian ed uno per una sua amica che è mancata qualche settimana fa. Ho anche comprato una spilla per ognuno, per ricordo, una freccetta gialla per indicarci la strada anche quando non saremo più qui.

I primi km oggi sono all’interno di un enorme bieco ben curato, nel quale vivono molteplici specie di animali, abituati al contatto con l’uomo. Mi lascio incantare da un cerbiatto che mangia a pochi centimetri dal mio viso, con le sue unghie lunghe ed i denti levigati. Volano colombe bianche e un laghetto nemmeno troppo piccolo è zona di pesca. Sono rimasta indietro guardando la fauna e non c’è nessuno che possa farmi una foto su questo ponte in legno, che mi ha riportata con un lungo deja vu a Macchu picchu. Gli intrecci catartici della vita.

Non voglio pensare che è il mio ultimo giorno, ma non riesco a non farlo. Eppure non è facile realizzare dove sarò dopodomani. Mi sembra assurdo che solo un paio di ore di bus-BlaBlaCar-aereo-bus mi separino da casa. Dovrò inghiottire ripetutamente le lacrime in questa giornata, già lo so.

Sad & glad.

Sulle mie prime all star delle medie, quando andava di moda scrivere sulle scarpe, avevo riportato una frase lègga da qualche parte su un primordiale Google Explorer. “Life is a journey, not a destination”. Il cammino ha una destinazione, che io non raggiungerò, ma che se anche raggiungessi, ora lo so, non potrebbe fine all’arrivo. Si, finirebbe la fatica, finirebbero gli ostelli, cambieremmo i vestiti, ma non finirebbe il nostro compito, il nostro viaggio, la nostra missione: portare la polvere magica della gentilezza, raccolta lungo la strada, in tutto il mondo. Spargerne un po’, in maniera discreta, in ogni luogo. Sotto il tavolo di un ristorante, in un angolo di una stazione, confondere con il sorriso e lasciarla cadere in una stazione di servizio, sotto il cuscino di tua sorella, nel bicchiere di un’amica.

Inizia la salita, alla mia sinistra un campo, alla mia destra boscaglia, Marghe davanti a me, il ritmo di qualche racchetta dietro di me. E – per continuare ad essere Kantiana – leggerezza dentro di me.

Dopo un parco meraviglioso, abbiamo percorso alcuni km fiancheggiando l’autostrada. Il suono della natura era coperto da quello delle auto, abbiamo così deciso di coprirlo con le nostre voci aggraziate.

C’erano molte persone interessate a “Bella ciao”, ma l’apice l’abbiamo toccato con Bohemian Rhapsody. Eravamo così sintonizzate che le gambe hanno iniziato a muoversi seguendo il ritmo della base, ogni acuto era un granello di amicizia che si posava su me e Marghe. È passata velocemente e siamo arrivati a Navarrete, la città del papà di Mabel. Quattro vie, mattoncini terra di Siena che ricordano la Toscana, una cattedrale da mozzare il fiato. Li, per paura di non avere altre occasioni, ho fatto un po’ di foto con i senior. Linda, per accendere le luci della chiesa, ha inserito 1 euro in una scatola di latta: il tonfo sordo della moneta, l’eco prodotto dagli alti soffitti, i sospiri di stupore dei presenti, erano gli unici suoni presenti tra quelle quattro mura. Nel dubbio, timbro.

Mettiamo i pantaloncini corti, la giornata lo permette e poi li abbiamo portati e li abbiamo sfoggiati solo una volta, sembrano sprecati nello zaino. Allo stop successivo mi costeranno un po’ di nervoso. Dopo aver pranzato con una nuova versione dell’insalata di pomodori, ho salutato Luigi, un medico veterano del cammino. Sempre molto spiritoso, forse troppo. Ci ha salutate dicendo “andate, andate a smaltire un po’ di cellulite”. Ci sono rimasta male. Le due signore accanto a lui gli hanno dato una pacca sulla spalla e non sono stata in grado di aprire una finestra, come Rosemberg mi ha insegnato, ma ho tirato su un muro. Marghe non poteva capire quello che aveva detto perché aveva parlato in italiano e mi sono sentita in dovere di difendere me stessa ed anche lei. Gli ho risposto in maniera simpatica, ma aggressiva “c’è chi deve smaltire la cellulite e chi 40 anni”. Che non significa assolutamente niente, che non ha sortito sicuramente più effetto di un pacato “guarda secondo me in questo caso la simpatia è stata esagerata sfociando in maleducazione, non ti puoi permettere di parlare così a persone che appena conosci, senza sapere quale sia la loro sensibilità”. Eppure no, mi è uscito un ruggito. Non l’ho mandato a quel paese, però ho ruggito e mi è dispiaciuto poco dopo. Ho avuto quello che in francese si chiama « Spirit d’escalier », quel momento catartico in cui, quando ormai è troppo tardi, quando sei già sulle scale, ti viene in mente la risposta perfetta. Ho raccontato il piccolo misfatto ai miei compari che, più infervorati di me, mi hanno fatto notare che non sono stata così antipatica e che una frase del genere, detta magari ad una persona con disturbi alimentari, avrebbe avuto un bruttissimo effetto. La loro sensibilità non smette di stupirmi.

Il cielo da azzurro si copre di qualche nuvola e ci pentiamo presto dei pantaloncini corti, ma ormai è troppo tardi. Mancano 4km e non si può mollare. Quando già vediamo la città, in un parchetto, si riposa un ragazzo italiano che non ho avuto il piacere di conoscere. Lo saluto. Mi squadra e mi chiede se sono io la ragazza che parte domani. Confermo. Sembra stupido che stia facendo una tappa in più per poi tornare indietro, ma mica si può perdere 1 giorno di cammino. Il fatto che la mia storia fosse arrivata prima della mia conoscenza alle orecchie di questo ragazzo è un fenomeno che chiamiamo “radio Camino”. Radio Camino è come la moquette dell’ufficio di MEP, è un passaparola, non si sa chi abbia detto cosa, ma tutti sanno. Sanno da dove vieni, qual è il tuo gruppo, sanno chi è vedovo, chi fidanzato, chi è al suo primo cammino e chi è un veterano, sanno quanti amori stanno nascendo e quanti sono finiti, sanno chi si è licenziato e chi è in pensione. Radio camino sà. Tutti sanno. Nessuno sparla. Tutti comunicano.

E tra una stazione e l’altra, si aprono le porte di Najera. La testa cede e le gambe si rilassano, iniziamo a trascinarle. Gaetano ci guarda da dietro e mi dice “non ci arrivate mica a Santiago eh”, infatti no carissimo, molliamo prima, hai proprio ragione.

Il tempo di una doccia ed il sole torna a splendere sulla città, lo seguiamo fino ad una piazzetta soleggiata. È qui che si chiuderà il mio cammino. Qui che saluterò il mondo. Sotto il sole, con un tavolo che diventeranno quattro, cinque, con il nostro team che, a furia di aggiungere posti a tavola, diventerà una combriccola. Qui, di fronte a quest’ultimo tramonto, finisce il mio cammino. Qui, ricomincerà. Non si sa quando, non si sa con chi, ma so che ricomincerà.

Grazie anime buone. Grazie Camino. Mi mancherete tutti.

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Los Arcos – Logroño 27km

Dicono che il cammino sia come la vita. Ci penso al km 7 di questi 27, quando vedo per terra 4 frecce gialle una vicina all’altra, ad indicarci, senza indugi, la strada.

Dall’inizio alla fine, lungo tutte le strade, ad ogni bivio, c’è un segnale che indica la direzione per Santiago. Può essere una freccia gialla su un muro, a terra, su un palo. Può essere un muretto di pietra con una piastrella incastonata e la conchiglia stilizzata. Può esser un vero e proprio cartello in metallo o in legno, che precisa anche la distanza in km dalla prossima città.

Mi dico “sarebbe bello che la vita fosse così davvero, piena di frecce gialle che ti indicano la retta via”. Mi fermo e mi rendo conto che la vita è proprio così. Non sono sempre frecce gialle, ma se stai attento, questa terra è piena di segnali da leggere, di indicazioni da ascoltare.

I fratelli hanno sbagliato strada qualche giorno fa, si sono distratti, non hanno visto le indicazioni ed hanno percorso 3 km in più. Era il giorno in cui li abbiamo trovati a Estella, sereni e beati, seduti al bar ed intenti a costruire cover con lo scotch impermeabile ed ultra resistente. Non sugante avessero sbagliato strada, ci avessero messo un po’ di più, erano arrivati comunque a destinazione, con pacata perseveranza.

Non è forse così la vita? Non fanno forse giri immensi gli amori, per poi ritornare? Non ci complichiamo la vita per puntuale distruzione, per poi guardarci indietro con un sorriso e relativizzare gli errori fatti?

Ho fatto colazione accanto a due signore sulla 60ina, una svizzera ed una credo americana. Di fronte a noi un gruppo di coreane con le quali purtroppo non riusciamo a comunicare. Qualche anno fa in Corea è uscito un film documentario di una signora che ha percorso il cammino con due borse di tela della spesa nelle mani. Da quel momento è diventato estremamente popolare anche nel paese che nel 2002 ci ha fatto pensare durante una partita che ricordo ancora bene, ed orde di signore coreane invadono le strade del nord della Spagna, senza sapere nemmeno una parola di spagnolo nè di inglese.

In ogni caso, la signora accanto a me ieri sera ha cenato nello stesso ristorantino (l’unico) in cui abbiamo cenato noi e stava ridendo con la sua compare Svizzera ricordando quanto fosse rude la cameriera. Si è soffermata sul fatto che, in una normale giornata, al di fuori di questo cammino, probabilmente ci saremmo arrabbiati in una situazione del genere, con una cameriera con il broncio che lancia i piatti e si lamenta ad ogni ordinazione, ma così non è stato, anzi, la situazione è stata piuttosto goliardica e divertente.

Le dico che in Italia c’è un libro, anzi, in realtà 3, scritti da uno dei miei autori preferiti, che per mesi ho letto ogni mattina. Momenti di trascurabile felicità. Ecco, sul cammino la felicità è costante e non la trascura nessuno, ma quando torneremo a casa, sarà opportuno continuare così. Farlo notare a chi ci sta attorno. Continuare a ridere quando il cappuccino si rovescia sui pantaloni beige, perché… cosa vuoi che sia?

C’è un vento incredibile che ci spinge controcorrente, ma che ha anche portato velocemente via le nubi. Ho dormito malissimo, che peggio non si può, ed oggi la tratta è la più lunga da quando siamo partiti: quasi 30km.

A metà strada abbiamo incontrato un baracchino trasformato in baretto, il cui gestore è un fisioterapista. Dopo il divorzio ha aperto un ristorante ed 8 anni fa, dopo il cammino di Santiago, ha lasciato il ristorante per aprire il suo bar, proprio qui. Ha una voce pacifica e non posso fare a meno di dargli attenzioni. Mi sono avvicinata saltellando e con il sorriso, per salutarlo. Ha subito esordito con un “ohhh così, con allegria”. Tra un caffè e l’altro gli ho raccontato gli acciacchi che mi porto dietro da qualche giorno a questa parte: dopo 20 km la pianta del piede destro inizia a gridare. Parola di barista-fisioterapista: se vi capita, quando siete nella doccia, fateci la pipì sopra. Io ve l’ho detto.

Lascio il cartello che indica l’ingresso di Vianda alla mia sinistra, il vento si è pacato ed il team è davanti a me. Li vedo tutti in fila e sono attraversata da una profonda sensazione di piena gratitudine. Si girano, controllano che io sia ancora qui, puntuali. Potrei camminare altri cento km. Mi brillano gli occhi, sono lucidi di grazia. Nelle cuffie Dani Fernandez canta “si te esperé toda una vita, aun puedo un poco más” mia cara serenità, è proprio questo il tuo volto?

Attraversiamo Vianda, probabilmente il paese più bello in cui siamo stati. Come promessoci, ci fermiamo per riprendere fiato e mangiare qualcosa, l’ostello Pilgrim Oasis attira la nostra attenzione con humus, verdure e con un cartello al suo ingresso, che recita: “Che il cammino si alzi para incontrarti. Che la brezza soffi sulla tua schiena. Che il tenue luccichio del sole illumini il tuo viso. Che pioggia cada dolcemente sui tuoi campi. E, finche non ci rivedremo, che Dio ti protegga nel palmo della sua mano.”

Con una premessa così, non poteva che attenderci il miglior humus di sempre. C’era l’aglio. Una delizia.

Ripartiamo carichi, finché il vento non si fa veramente intenso, la pioggia inizia a bagnare il poncho, poi i leggings ed infine anche le scarpe. Poco, per fortuna il vento aiuta a deviarne la traiettoria. In quest’ultimo tratto ho il piacere di conoscere un papà ed un figlio, bergamaschi, sprovveduti come me con scarpe non impermeabili. Prenderemo, se non lo perdiamo, lo stesso volo per tornare in Italia. Magari mi distrarranno dalla tristezza che appesantirà il mio petto quel giorno.

Passiamo di fronte ad una casetta chiusa in cui – ci racconta la ragazza olandese accanto a noi – soleva vivere una ragazza che si occupava di timbrare le credenziali all’ingresso della città. Quando è venuta a mancare la madre ha preso il suo posto (o viceversa), ed ha fatto il cammino decine di volte in suo onore. L’ingresso della villetta è sormontato da decine di credenziali incorniciate. La pioggia fitta, il suo rumore, rendono questo passaggio mistico e personale.

Stanotte dormiremo in una camerata da 10. Già abbiamo visto alcuni russatori. C’è anche Marti, l’avvocato americano che si occupa di immigrazione, nello specifico di quella degli Hamish, che abbiamo conosciuto sulla strada per Zubiri.

C’è anche un altro signore americano che non ho avuto il piacere di conoscere in precedenza. Mi presento, gli dico che sono italiana “non lavorerai mica per Generali?”. In realtà si, gli rispondo. Preso, alla prima domanda. Mi racconta che ha lavorato per un importante fondo americano e prima di andare in pensione ha lavorato per un anno su un progetto con Generali. Mi mostra anche un collega tra le migliaia dei miei colleghi, per chiedermi se lo conosco. Sarebbe stato troppo.

Facciamo 2 lavatrici, 8€. Stretching con un attrezzo che sembra un gioco di un gatto, che ci presta Marti. Una doccia dignitosa, in un bagno pulitissimo. Quando il bucato pronto e caldo esce dall’asciugatrice lo dividiamo, ci rivestiamo, godendoci il calore ed il profumo che emanano i vestiti appena usciti dalla lavanderia. Ci aspetta una paella così buona che raschieremo la pentola. Anche oggi, tristi domani.

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