Najera – Milano 1200 km tra bus, corsa, autostop BlaBlaCar ed aereo

00:23, dormono tutti. Marghe è vicino a me e nel dormi veglia è stata in grado di chiedermi se fosse tutto ok. Ho mugugnato. Ho chiuso gli occhi e respirato. Davanti a me a rallentatore sono passate tutte le persone che ho incrociato in questo cammino, lentamente, come se avessi scattato una foto con le mani ad ognuno di loro.

Sento una goccia muoversi dall’occhio verso il cuscino ed una voragine aprirsi vicino alla bocca dello stomaco. La riconosco. È durata qualche settimana a giugno 2016, prima che prendessi l’aereo per tornare in Italia da Siviglia. Si chiama ansia.

I cocktail di emozioni mi fanno venire voglia di vomitare.

Succede in momenti precisi e puntualmente: esame di maturità, Erasmus, pre partenza per l’Argentina, oggi.

Era abbastanza ovvio, questo viaggio è stato come un breve Erasmus senza università.

Arrivi da solo, aperto e predisposto alla conoscenza, vieni investito dalla benevolenza di altre persone che sono arrivate con lo stesso stato d’animo.

Cammini e continui a conoscerne sempre di nuove. Si presentano, non parlano la tua lingua, riesci comunque a comunicare. Qualcuna inizi a vederla spesso: frequenta i tuoi stessi bar, ha il tuo stesso ritmo. Con qualcuno stringi una relazione diversa, si forma un gruppo. Qualcun altro spunta dopo km e km senza che tu l’abbia mai visto. Ma dove sei stato fino ad ora?

Proprio come in Erasmus, ci si lascia toccare da tante anime. Proprio come in Erasmus si sa che, la maggior parte di quelle anime, non le rivedrai più. Sfioreranno la tua vita lasciando un segno più o meno indelebile e poi si allontaneranno. Resterà il fantasma di una vicinanza grazie ai social media, ma sarà solo un fantasma. Nulla sarà più come prima. Potrai tornare nella tua città Erasmus e stare bene di nuovo, potrai rifare il cammino e vivere nuove esilaranti emozioni, ma non sarà mai più così: mai più con loro, mai più con questa te.

Come ogni Erasmus che si rispetti, ieri c’è stata la mia despedita, solo parzialmente organizzata. Un tavolo con 4 persone sono presto diventati 4 tavoli con 30. Ogni persona che ho salutato, anche chi ho conosciuto solo oggi, mi ha ringraziata e riempita di complimenti. A quanto pare sono una persona solare, positiva, incredibile, magnetica. Essere ringraziata per quello che sono, che gli altri riconoscono in me o che queste persone, in questo momento, sono riuscite a tirare fuori da me, è stata la cosa più commovente di tutte. Non per ego, ma perché l’idea di aver toccato il cuore di così tante persone ed aver lasciato un’impronta solare, positiva, incredibile o magnetica, mi commuove.

Mi hanno chiesto cosa farò domani. Spero di non vomitare.

La città è vuota e silenziosa, il sole illumina già le rocce color mattone alle sue spalle. Sarà una bella giornata. Il cielo sereno, con qualche nuvola leggera, il sole già caldo sole 8 di mattina. Non c’è nessun bar aperto e non potremo concederci un’ultima colazione assieme. Il cinguettio degli uccellini che non ci ha mai abbandonato, il suono del fiume che attraversa anche questo paesino, il rumore costante di un trapano, lo zampettare di un cane, il mio tirare su con il naso. Ci salutiamo nella stessa piazza in cui ieri abbiamo riso, bevuto, in cui ho salutato altre anime buone, meno importanti di loro. Ci salutiamo con gli occhi rossi, gonfi, stanchi.

Nulla di troppo lungo, non si può, non cambia niente.

Li guardo allontanarsi, seguendo le frecce gialle, fin dietro la grande chiesa in mattoni. Lo zaino è ormai diventato così leggero che posso tenerlo su una spalla sola. Passo dopo passo diventano sempre più piccoli, macchie ancora distinte dai colori che indossano, ma sempre più difficilmente riconoscibili, se non dalla loro posizione: in ultima posizione Marghe con le sue racchettine, a ritmo lento, si ferma per sistemare il tutore al ginocchio e perde subito terreno. Di fronte a lei Alex, il peso del cuore un po’ ammaccato oggi lo costringe alla seconda posizione. Tra poco tirerà fuori le cuffie, chiederà se è un problema se cambia ritmo ed inizierà a tarellare. In prima posizione, mani in tasca così da poter cadere con stile, Pippi gambe lunghe, diventerà l’ultimo della fila a furia di fermarsi a fare video, riacchiappando Marghe, perderà ulteriore terreno appena vedrà una panetteria. Insomma, alla fine Marghe arriverà per prima. Del resto è sua la corona ora, è lei il boss, è lei che porterà avanti femminismo e squadra, lei che difenderà l’emancipazione del nostro genere ed il pianeta. La mia bella, gentile, sveglia, sorridente, Marghe. “Non ho mai visto un* francese simpatic* come te, c’è qualcosa di strano” le ha detto Alex. Non che Alex conosca tanti francesi, ma io più di lui e posso confermare. Ho una nuova amica a Parigi, ed è una forza della natura.

Il bus arriva puntuale, l’autista saluta tutte le signore anziane con un “hola guapa” che mette di buon umore anche i sedili. È questo il mio “buen camino” di oggi.

Mi aspettano 20’ fino a Logroño, ho poi 30’ per recuperare la borsa di Jonathan nell’ostello di ieri sera, andare alla posta, spedire il pacco, sperando che costi meno di 150€, andare in stazione e prendere il BlaBlaCar che mi porterà in aeroporto. Ad aspettarmi ci sarà Beatriz, che mi ha già accennato porterà anche un italiano che prende l’aereo con me. Non mi sono scambiata il numero con padre e figlio Bergamaschi incontrati alle porte di Logroño, ma qualcosa mi dice che sono loro.

Mentre il sole si alza ed inizia a scaldare i fili d’erba luccicanti, che si muovono grazie all’evaporazione della leggera brina poggiata su di loro, chiudo gli occhi e ripenso ai miei passi, agli occhi che hanno incontrato i miei, alle mani che hanno toccato le mie, ai sorrisi che hanno scaldato il mio cuore.

Nei miei ricordi c’è il gestore dell’ostello di Bordeaux, che mi ha consigliato il primo croissant della settimana. C’è Patrizia, l’italiana che mi ha preparato il primo minestrone, a Saint Jean, lei che dopo il cammino è tornata qui ad aprire un hotel ed ora si è lanciata sulla ristorazione, ma vorrebbe tornare a casa. C’è Gaetano, il primo Pellegrino che ho incrociato, abbiamo iniziato a parlare spagnolo, anche se mi ero accorta che fosse italiano anche solo dal portamento. E poi solo gli italiani vestono Montura. Ieri sera, era a cena nello stesso ristorante con menù del pellegrino dove abbiamo mangiato noi. “Come va?” “Da Dio!”. A volte va “benissimo”, altre “alla grande” sono le sue risposte, un’allegria contagiosa. Lui di cammini ne ha fatti una decina, mi consiglia, se posso, di farlo intero la prossima volta e certamente di continuare da Najera quando riprenderò. Gli ho ricordato che è stato il primo Pellegrino che ho incrociato lungo il mio cammino. Mi ha chiesto di aggiungerlo su Facebook e prima di andare a dormire mi ha scritto “Piacere di averti conosciuta. Credo tu sia moto positiva.”

Nei miei ricordi c’è anche il secondo Pellegrino, un ragazzo altissimo che lavora nella ristorazione, Lituano, trasferito in Spagna, in Norvegia e poi tornato in Spagna. Mi fa sorridere che anche lui si fosse classificato come “sfigato con le donne”, come se chiunque abbia avuto una delusione amorosa la categorizzi subito come sfiga. Spero stia trovando risposte, perché, dopo la prima notte a Orisson, non l’ho più visto.

E poi arrivano tutti gli abitanti di Orisson: la cameriera Canadese che non parlava inglese, le filles, un gruppetto di 6 amiche francesi che è stato al passo con noi quasi fino alla fine, ricordo che anche loro avrebbero lasciato più o meno dopo 10 giorni come me. Una coppia di una certa età, danese, che una volta ha provato a fare il cammino del nord e gli mancava così tanto quello francese che hanno preso un autobus e si sono fatti portare a Saint Jean. Nella strada tra Roncisvalle e Zubiri lei era molto in difficoltà con un ginocchio e le ho lasciato il mio tutore, la sua gratitudine è stata come sempre esagerata. Non li ho più visti dopo quella tappa. Fratello e sorella, francesi, incrociati troppo velocemente solo ad Orisson.

Nei miei ricordi ci sono Avni e sua mamma, Canadesi, Avni è psicologa, dolce e dai tratti un po’ latini. La mamma farà tutto il cammino mentre lei si fermerà per andare a Madrid qualche giorno e poi tornare in Canada. Ci siamo trovate nello stesso hostel orrido a Los Arcos, la felicità è stata rumorosa: non ci eravamo scambiate il numero e pensavamo di non rivederci più. Un lungo abbraccio preventivo è stata una buona idea, perché non abbiamo più avuto modo di trovarci.

E poi ci sono i fratelli carrello, i due fenomeni che si sono fatti spedire dall’Australia quello che io chiamato “Devil’s trick”, un aggeggio con le rotelle per tirare gli zaini. Anche loro dopo Zubiri non sono più riuscita ad incontrarli.

E poi ci sono Mabel e suo papà, con cui siamo rimasti così in contatto che, nonostante avesse finito i suoi brevi 3 giorni di cammino, a Pamplona è venuta con noi a fare il city tour. Jhon, il mio vicino di cena irlandese, al suo 6º cammino, impossibile vederlo triste, impossibile non lasciarsi contagiare dal suo entusiasmo. Ci siamo salutati alla mia despedida, ma prima di quel momento, nello stop a Navarrete, di fronte ad una chiesa maestosa e magistrale, ci siamo riempiti di foto preventivamente. Dublino è vicina.

Tampa un po’ meno, nei miei ricordi ci sono anche Natalia e suo marito Jessy, lei colombiana e lui della Florida, già in pensione a 55 anni grazie a tanti anni da militare. Quasi dimenticavo la coppia di Francesi che ha iniziato il cammino Francese ancora in Francia, ancora prima di Saint Jean, con cui abbiamo anche cenato a Roncisvalle. Anche loro non ricordo di averlo rivisti dopo Zubiri. Che strage quella tappa, ha lasciato indietro tutti i meno allenati. E poi c’è Jonathan, che non ha bisogno di presentazioni. Che maledirò tra poco, se non riuscirò a spedire la sua borsetta.

E poi c’è Roncisvalle. I 3 italiani che pensavo fossero nonno, padre e figlio, il “figlio” che non ho mai conosciuto davvero perché non si è fermato a Roncisvalle, il padre Bruno ed il nonno Luciano, che non ho più rivisto dopo quella notte. Un altro gruppetto misto di italiani, da Caserta, dall’umbria e da Parma.

Interrompo l’elenco per correre all’ostello, arrivo alle 9 in punto, proprio insieme alla receptionist che mi dà subito la borsa. Corro alla posta più vicina: 4 minuti. Prendo il biglietto… 10 minuti. Sono già le 9.15, alle 9.30 dovrei essere in stazione. La signora che gestisce la mia pratica mette e toglie gli occhiali per vedere meglio da vicino. Usa un dito solo sulla testiera, ma è molto dolce. Non voglio metterle fretta, per non agitarla, ma alle 9.30 mi chiama Beatriz, la ragazza del BlaBlaCar con cui negozio altri 10 minuti, dicendo che avevo già finito. È troppo tardi, non posso fare a meno che mettere fretta alla signora che – come prevedibile – entra nel panico, sottolinea il numero di spedizione con un pennarello indelebile rosso, invece che con l’evidenziatore, cancellandolo completamente. Fotocopia l’etichetta di spedizione ticchettando sulla stampante, mi da tutti i fogli, anche quelli che dovrebbe tenere lei e mi saluta. Corro nella piazza antistante dove dovrebbero esserci dei taxi. Non ce ne sono. Ma c’è Ignacio, la mano de dios, un signore minuto con il suo furgoncino che sta facendo le consegne del giorno che decide di dedicarmi questi 4 minuti della sua vita. Non ha mai fatto il cammino, ma l’ha programmato per il prossimo anno, partirà con i suoi amici. Invio la posizione a Beatriz, con il timore che parta davvero. Arrivo. C’è. È incazzatissima. Grazie Ignacio. Fino a qui, tutto bene.

Il tragitto fino a Vitoria, fantomatica città da cui prenderò il volo, dura 1 oretta. Ora che mi sono tranquillizzata perché sono su quest’auto, posso riprendere a navigare nei ricordi, ma non prima di aver controllato la distanza tra il punto in cui ci lascerà e l’aeroporto. Con il mio ritardo arriveremo poco prima delle 11 alle porte della città. Il volo parte alle 12.30 e chiude le porte alle 12.05.

Dov’eravamo rimasti?

Ah, alla cena a Roncisvalle. C’era questo gruppetto misto di italiani, il ragazzo più giovane, di Parma, ha 23 anni, studia a Milano, ma non ci ha mai vissuto. Mi fissa insistentemente mentre parlo con i francesi alla mia sinistra, vorrebbe imparare più lingue, gli consiglio di andare in Erasmus, ma non lo vedo convinto. Insisto.

Nei miei ricordi c’è anche la guida di Roncisvalle, un accento basco strettissimo ed un sorriso larghissimo. Gli hoteleros olandesi che gestiscono l’albergue. Tony, l’ingegnere irlandese con il viso dolce, seppur squadrato, che cammina al 10% in meno delle sue capacità per conservare energia. È lui che spuntava dal piano di sopra del letto a castello, ridendo, mentre iniziava la conoscenza con i miei compagni di viaggio. Resterà con noi fino alla fine. Sarà con noi anche nel momento in cui Marghe si unirà al clan. Ed ancora Santiago, il chino gestore dell’ostello di Zubiri. Il signore Brasiliano, che la sera prima era arrivato alle 10 a Roncisvalle, nel buio pesto, riportandoci i dettagli della bufera di neve che aveva chiuso Orisson. Possibile che la sera prima non ci fosse una nuvola ed il giorno dopo una bufera di neve? È la stessa persona che mi ha raccontato di un defunto sul cammino. Io non avevo nemmeno lontanamente pensato a questa eventualità. E forse questo argomento merita una parentesi.

Ci sono persone che muoiono sul cammino. Muoiono letteralmente di fatica. Lungo il tragitto, ogni tanto, si incontra qualche targa commemorativa ed è straziante, pensare che qualcuno, mentre percorreva i tuoi stessi passi, carico di emozioni, non abbia avuto la possibilità di continuare a viverle. Non l’ho nemmeno presa in considerazione questa possibilità, non era un rischio esistente per me. Avevo paura per le ginocchia, non per la vita. Va bene, ho 26 anni, forse è giusto così, ma ieri, divagando con Marghe, mi ha fatto presente che sua mamma era molto preoccupata perché la sua bimba sarebbe partita da sola per un lungo viaggio. Aveva paura che venisse violentata, maltrattata. Anche questo pensiero non mi ha sfiorata nemmeno lontanamente. Un rischio reale, ma distante dal portfolio dei rischi che la mia mente ha filtrato. Mente ne parlavamo mi sono sentita un po’ imprudente, innocente, esageratamente fiduciosa nel prossimo. Eppure, questo è il mondo che vorrei: senza paura.

Nei miei ricordi c’è un nuovo ennesimo gruppo di italiani: mamma e figlio sardi, Alma, Pugliese trapiantata a Firenze, Franco, Brianzolo velista e Luigi, il medico maleducato.

Nei miei ricordi c’è Linda, la coppia scozzese con l’accento più difficile della storia, Jonathan 2, il nonno di Santiago.

Nei miei ricordi ci sono papà e figlio, Roberto e Michele, Bergamaschi, che prenderanno il volo con me. Da ieri nei miei ricordi c’è anche Charles, un ragazzo francese conosciuto al fotofinish, che ha lavorato anni nella ristorazione, si è licenziato, separato ed ora cammina. Jacob, un ragazzo tedesco dai capelli platino, con cui ho scambiato davvero poche parole, Flo, la più matta di tutte, una signora di una 50ina d’anni che mentre era in gita con ex marito e figlio, ha visto un paio di pellegrini ed ha pensato “ma sai che c’è? Mò lo rifaccio sto cammino”. È andata al decathlon ed ha comprato il minimo indispensabile e si è messa a saltellare insieme a noi. Con loro anche un ragazzo italiano, Ider, che ha iniziato il cammino correndo per poi spaccarsi e finirlo senza zaino e zoppicando. Lui, suo fratello e sua sorella, hanno da poco preso le redini dell’azienda di famiglia, con tutto il coraggio e la responsabilità che ne consegue.

Siamo arrivati a Vitoria, il tram ci è partito da davanti al naso e non c’è un taxi nemmeno a chiamarlo. La nostra autista, già in ritardo a causa del mio ritardo, cede e sceglie di portarci fino in aeroporto. 20 minuti ad andare, 20 a tornare. Chissà cosa penserà il suo datore di lavoro. Lavora in università, magari insegna, magari c’è una classe intera che la sta maledicendo, mentre lei maledice noi e noi benediciamo lei.

Arriviamo in aeroporto con 30’ di anticipo rispetto alla chiusura delle porte. Sembra che il volo sia in ritardo. Ci sono solo 3 gate, le mascherine non sono ben indossate e non c’è nemmeno un bar per mangiare. Lascio cadere dalla macchinetta un pacchettino di pepas ed una bottiglia d’acqua. Sono le stesse che ci sono nelle macchinette dell’ufficio, così iniziò a riabituarmi.

Fuori dalla porta scorrevole del gate 1 brilla un sole che sembra afoso, a causa della foschia. In realtà ci sono 12º. Non vedo ancora papà e figlio, posso continuare a scrivere ancora per un po’.

Il team mi aggiorna, sono riusciti a fare colazione, stanno sfoggiando i pantaloni corti, camminano ormai da 4 ore e mezza, saranno quasi arrivati a destinazione, oggi hanno solo 20 km da fare. “Solo” guarda come si relativizza tutto nella vita.

Ed eccomi qui, zaino in spalla, ginocchio destro capriccioso, pronta ad imbarcarmi su un volo che mi permetterà di percorrere 1000km in un’oretta. Eccomi qui, a lasciare il mio Erasmus dopo il primo semestre, senza nemmeno aver provato a prolungarlo, come una persona matura, come una persona cosciente. Eccomi qui, con il sole i fronte, ai piedi della scaletta dell’aereo. Eccomi qui, con la mia divisa da sera, indossata di giorno. Eccomi qui, dopo aver vissuto una delle esperienze più belle della mia vita, con le tasche piene di gentilezza da portare a casa. Eccomi qui, grata, felice e pronta a ripartire domani.

Che fantastica storia la vita.

Buen camino, de la vida.

P.s. Uscita d’emergenza, posto finestrino. La benedizione non è finita.

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Logroño – Najera 29km, gli ultimi

Ultimo giorno, signori miei.

Ho dormito benissimo ed avrei continuato ancora per ore se Marghe non fosse venuta dolcemente a svegliarmi.

Ormai ho capito qual è il problema: possono russare anche 20 persone nella stanza, ma se ho i tappi per le orecchie, le lenzuola pulite e non devo dormire nel sacco a pelo, tutto andrà bene. Alti e mentila nottata sarà difficile. Stanotte le lenzuola erano profumatissime, la temperatura giusta ed il sacco lenzuolo l’ho addirittura lavato, sapendo che non l’avrei più usato.

Usciamo dall’ostello alle 7.30, poco dopo il suono della mia sveglia. Il cielo è striato di nubi bianche candide dietro le quali si apre un cielo blu intenso. Le vie del centro sono bagnate come quelle di Siviglia ogni mattina, anche qui in Rioja hanno lo stesso livello di pulizia e gli stessi turni. Il suolo bagnato riflette i colori intensi del cielo rendendo la via ancora più luminosa. Per strada solo Pellegrini, anziani e qualche giovane ubriaca che non è ancora tornato a casa da ieri sera.

Credo che mi mancherai. Sono sicura che mi mancherai. I miei pensieri vengono interrotti da un passante che ci augura “buen camino”. Ma ve lo immaginate andare a lavoro tutti i giorni ed al primo semaforo vedere qualcuno che vi sorride e vi augura “buona giornata”? Che sapore avrebbero le vostre mattine in ufficio se precedute da cotanto calore? Devo essere sincera, ogni mattina, se è nel suo ufficetto, dico “buona giornata” al mio portiere e lui risponde con un cenno del capo o con un sorriso stortino. È sufficiente, ma non è equiparabile. Magari qualcuno di voi vive con coinquilini, con la famiglia, con il fidanzato e vi dite a vicenda ogni giorno “buona giornata”, magari vi baciate anche, ma non è equiparabile. “Buen camino” è l’augurio di un passante, è gratuito, non è dovuto, qualcuno lo dice, qualcuno non ti guarda neanche in faccia, è una carezza ed è quello che ogni umano merita al mattino e pure nel pomeriggio.

“You are an incredible person”, Alex ha gli occhi rossi da ieri, da quando inaspettatamente gli ho regalato 2 braccialetti da portare a Santiago, uno per Cristian ed uno per una sua amica che è mancata qualche settimana fa. Ho anche comprato una spilla per ognuno, per ricordo, una freccetta gialla per indicarci la strada anche quando non saremo più qui.

I primi km oggi sono all’interno di un enorme bieco ben curato, nel quale vivono molteplici specie di animali, abituati al contatto con l’uomo. Mi lascio incantare da un cerbiatto che mangia a pochi centimetri dal mio viso, con le sue unghie lunghe ed i denti levigati. Volano colombe bianche e un laghetto nemmeno troppo piccolo è zona di pesca. Sono rimasta indietro guardando la fauna e non c’è nessuno che possa farmi una foto su questo ponte in legno, che mi ha riportata con un lungo deja vu a Macchu picchu. Gli intrecci catartici della vita.

Non voglio pensare che è il mio ultimo giorno, ma non riesco a non farlo. Eppure non è facile realizzare dove sarò dopodomani. Mi sembra assurdo che solo un paio di ore di bus-BlaBlaCar-aereo-bus mi separino da casa. Dovrò inghiottire ripetutamente le lacrime in questa giornata, già lo so.

Sad & glad.

Sulle mie prime all star delle medie, quando andava di moda scrivere sulle scarpe, avevo riportato una frase lègga da qualche parte su un primordiale Google Explorer. “Life is a journey, not a destination”. Il cammino ha una destinazione, che io non raggiungerò, ma che se anche raggiungessi, ora lo so, non potrebbe fine all’arrivo. Si, finirebbe la fatica, finirebbero gli ostelli, cambieremmo i vestiti, ma non finirebbe il nostro compito, il nostro viaggio, la nostra missione: portare la polvere magica della gentilezza, raccolta lungo la strada, in tutto il mondo. Spargerne un po’, in maniera discreta, in ogni luogo. Sotto il tavolo di un ristorante, in un angolo di una stazione, confondere con il sorriso e lasciarla cadere in una stazione di servizio, sotto il cuscino di tua sorella, nel bicchiere di un’amica.

Inizia la salita, alla mia sinistra un campo, alla mia destra boscaglia, Marghe davanti a me, il ritmo di qualche racchetta dietro di me. E – per continuare ad essere Kantiana – leggerezza dentro di me.

Dopo un parco meraviglioso, abbiamo percorso alcuni km fiancheggiando l’autostrada. Il suono della natura era coperto da quello delle auto, abbiamo così deciso di coprirlo con le nostre voci aggraziate.

C’erano molte persone interessate a “Bella ciao”, ma l’apice l’abbiamo toccato con Bohemian Rhapsody. Eravamo così sintonizzate che le gambe hanno iniziato a muoversi seguendo il ritmo della base, ogni acuto era un granello di amicizia che si posava su me e Marghe. È passata velocemente e siamo arrivati a Navarrete, la città del papà di Mabel. Quattro vie, mattoncini terra di Siena che ricordano la Toscana, una cattedrale da mozzare il fiato. Li, per paura di non avere altre occasioni, ho fatto un po’ di foto con i senior. Linda, per accendere le luci della chiesa, ha inserito 1 euro in una scatola di latta: il tonfo sordo della moneta, l’eco prodotto dagli alti soffitti, i sospiri di stupore dei presenti, erano gli unici suoni presenti tra quelle quattro mura. Nel dubbio, timbro.

Mettiamo i pantaloncini corti, la giornata lo permette e poi li abbiamo portati e li abbiamo sfoggiati solo una volta, sembrano sprecati nello zaino. Allo stop successivo mi costeranno un po’ di nervoso. Dopo aver pranzato con una nuova versione dell’insalata di pomodori, ho salutato Luigi, un medico veterano del cammino. Sempre molto spiritoso, forse troppo. Ci ha salutate dicendo “andate, andate a smaltire un po’ di cellulite”. Ci sono rimasta male. Le due signore accanto a lui gli hanno dato una pacca sulla spalla e non sono stata in grado di aprire una finestra, come Rosemberg mi ha insegnato, ma ho tirato su un muro. Marghe non poteva capire quello che aveva detto perché aveva parlato in italiano e mi sono sentita in dovere di difendere me stessa ed anche lei. Gli ho risposto in maniera simpatica, ma aggressiva “c’è chi deve smaltire la cellulite e chi 40 anni”. Che non significa assolutamente niente, che non ha sortito sicuramente più effetto di un pacato “guarda secondo me in questo caso la simpatia è stata esagerata sfociando in maleducazione, non ti puoi permettere di parlare così a persone che appena conosci, senza sapere quale sia la loro sensibilità”. Eppure no, mi è uscito un ruggito. Non l’ho mandato a quel paese, però ho ruggito e mi è dispiaciuto poco dopo. Ho avuto quello che in francese si chiama « Spirit d’escalier », quel momento catartico in cui, quando ormai è troppo tardi, quando sei già sulle scale, ti viene in mente la risposta perfetta. Ho raccontato il piccolo misfatto ai miei compari che, più infervorati di me, mi hanno fatto notare che non sono stata così antipatica e che una frase del genere, detta magari ad una persona con disturbi alimentari, avrebbe avuto un bruttissimo effetto. La loro sensibilità non smette di stupirmi.

Il cielo da azzurro si copre di qualche nuvola e ci pentiamo presto dei pantaloncini corti, ma ormai è troppo tardi. Mancano 4km e non si può mollare. Quando già vediamo la città, in un parchetto, si riposa un ragazzo italiano che non ho avuto il piacere di conoscere. Lo saluto. Mi squadra e mi chiede se sono io la ragazza che parte domani. Confermo. Sembra stupido che stia facendo una tappa in più per poi tornare indietro, ma mica si può perdere 1 giorno di cammino. Il fatto che la mia storia fosse arrivata prima della mia conoscenza alle orecchie di questo ragazzo è un fenomeno che chiamiamo “radio Camino”. Radio Camino è come la moquette dell’ufficio di MEP, è un passaparola, non si sa chi abbia detto cosa, ma tutti sanno. Sanno da dove vieni, qual è il tuo gruppo, sanno chi è vedovo, chi fidanzato, chi è al suo primo cammino e chi è un veterano, sanno quanti amori stanno nascendo e quanti sono finiti, sanno chi si è licenziato e chi è in pensione. Radio camino sà. Tutti sanno. Nessuno sparla. Tutti comunicano.

E tra una stazione e l’altra, si aprono le porte di Najera. La testa cede e le gambe si rilassano, iniziamo a trascinarle. Gaetano ci guarda da dietro e mi dice “non ci arrivate mica a Santiago eh”, infatti no carissimo, molliamo prima, hai proprio ragione.

Il tempo di una doccia ed il sole torna a splendere sulla città, lo seguiamo fino ad una piazzetta soleggiata. È qui che si chiuderà il mio cammino. Qui che saluterò il mondo. Sotto il sole, con un tavolo che diventeranno quattro, cinque, con il nostro team che, a furia di aggiungere posti a tavola, diventerà una combriccola. Qui, di fronte a quest’ultimo tramonto, finisce il mio cammino. Qui, ricomincerà. Non si sa quando, non si sa con chi, ma so che ricomincerà.

Grazie anime buone. Grazie Camino. Mi mancherete tutti.

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Los Arcos – Logroño 27km

Dicono che il cammino sia come la vita. Ci penso al km 7 di questi 27, quando vedo per terra 4 frecce gialle una vicina all’altra, ad indicarci, senza indugi, la strada.

Dall’inizio alla fine, lungo tutte le strade, ad ogni bivio, c’è un segnale che indica la direzione per Santiago. Può essere una freccia gialla su un muro, a terra, su un palo. Può essere un muretto di pietra con una piastrella incastonata e la conchiglia stilizzata. Può esser un vero e proprio cartello in metallo o in legno, che precisa anche la distanza in km dalla prossima città.

Mi dico “sarebbe bello che la vita fosse così davvero, piena di frecce gialle che ti indicano la retta via”. Mi fermo e mi rendo conto che la vita è proprio così. Non sono sempre frecce gialle, ma se stai attento, questa terra è piena di segnali da leggere, di indicazioni da ascoltare.

I fratelli hanno sbagliato strada qualche giorno fa, si sono distratti, non hanno visto le indicazioni ed hanno percorso 3 km in più. Era il giorno in cui li abbiamo trovati a Estella, sereni e beati, seduti al bar ed intenti a costruire cover con lo scotch impermeabile ed ultra resistente. Non sugante avessero sbagliato strada, ci avessero messo un po’ di più, erano arrivati comunque a destinazione, con pacata perseveranza.

Non è forse così la vita? Non fanno forse giri immensi gli amori, per poi ritornare? Non ci complichiamo la vita per puntuale distruzione, per poi guardarci indietro con un sorriso e relativizzare gli errori fatti?

Ho fatto colazione accanto a due signore sulla 60ina, una svizzera ed una credo americana. Di fronte a noi un gruppo di coreane con le quali purtroppo non riusciamo a comunicare. Qualche anno fa in Corea è uscito un film documentario di una signora che ha percorso il cammino con due borse di tela della spesa nelle mani. Da quel momento è diventato estremamente popolare anche nel paese che nel 2002 ci ha fatto pensare durante una partita che ricordo ancora bene, ed orde di signore coreane invadono le strade del nord della Spagna, senza sapere nemmeno una parola di spagnolo nè di inglese.

In ogni caso, la signora accanto a me ieri sera ha cenato nello stesso ristorantino (l’unico) in cui abbiamo cenato noi e stava ridendo con la sua compare Svizzera ricordando quanto fosse rude la cameriera. Si è soffermata sul fatto che, in una normale giornata, al di fuori di questo cammino, probabilmente ci saremmo arrabbiati in una situazione del genere, con una cameriera con il broncio che lancia i piatti e si lamenta ad ogni ordinazione, ma così non è stato, anzi, la situazione è stata piuttosto goliardica e divertente.

Le dico che in Italia c’è un libro, anzi, in realtà 3, scritti da uno dei miei autori preferiti, che per mesi ho letto ogni mattina. Momenti di trascurabile felicità. Ecco, sul cammino la felicità è costante e non la trascura nessuno, ma quando torneremo a casa, sarà opportuno continuare così. Farlo notare a chi ci sta attorno. Continuare a ridere quando il cappuccino si rovescia sui pantaloni beige, perché… cosa vuoi che sia?

C’è un vento incredibile che ci spinge controcorrente, ma che ha anche portato velocemente via le nubi. Ho dormito malissimo, che peggio non si può, ed oggi la tratta è la più lunga da quando siamo partiti: quasi 30km.

A metà strada abbiamo incontrato un baracchino trasformato in baretto, il cui gestore è un fisioterapista. Dopo il divorzio ha aperto un ristorante ed 8 anni fa, dopo il cammino di Santiago, ha lasciato il ristorante per aprire il suo bar, proprio qui. Ha una voce pacifica e non posso fare a meno di dargli attenzioni. Mi sono avvicinata saltellando e con il sorriso, per salutarlo. Ha subito esordito con un “ohhh così, con allegria”. Tra un caffè e l’altro gli ho raccontato gli acciacchi che mi porto dietro da qualche giorno a questa parte: dopo 20 km la pianta del piede destro inizia a gridare. Parola di barista-fisioterapista: se vi capita, quando siete nella doccia, fateci la pipì sopra. Io ve l’ho detto.

Lascio il cartello che indica l’ingresso di Vianda alla mia sinistra, il vento si è pacato ed il team è davanti a me. Li vedo tutti in fila e sono attraversata da una profonda sensazione di piena gratitudine. Si girano, controllano che io sia ancora qui, puntuali. Potrei camminare altri cento km. Mi brillano gli occhi, sono lucidi di grazia. Nelle cuffie Dani Fernandez canta “si te esperé toda una vita, aun puedo un poco más” mia cara serenità, è proprio questo il tuo volto?

Attraversiamo Vianda, probabilmente il paese più bello in cui siamo stati. Come promessoci, ci fermiamo per riprendere fiato e mangiare qualcosa, l’ostello Pilgrim Oasis attira la nostra attenzione con humus, verdure e con un cartello al suo ingresso, che recita: “Che il cammino si alzi para incontrarti. Che la brezza soffi sulla tua schiena. Che il tenue luccichio del sole illumini il tuo viso. Che pioggia cada dolcemente sui tuoi campi. E, finche non ci rivedremo, che Dio ti protegga nel palmo della sua mano.”

Con una premessa così, non poteva che attenderci il miglior humus di sempre. C’era l’aglio. Una delizia.

Ripartiamo carichi, finché il vento non si fa veramente intenso, la pioggia inizia a bagnare il poncho, poi i leggings ed infine anche le scarpe. Poco, per fortuna il vento aiuta a deviarne la traiettoria. In quest’ultimo tratto ho il piacere di conoscere un papà ed un figlio, bergamaschi, sprovveduti come me con scarpe non impermeabili. Prenderemo, se non lo perdiamo, lo stesso volo per tornare in Italia. Magari mi distrarranno dalla tristezza che appesantirà il mio petto quel giorno.

Passiamo di fronte ad una casetta chiusa in cui – ci racconta la ragazza olandese accanto a noi – soleva vivere una ragazza che si occupava di timbrare le credenziali all’ingresso della città. Quando è venuta a mancare la madre ha preso il suo posto (o viceversa), ed ha fatto il cammino decine di volte in suo onore. L’ingresso della villetta è sormontato da decine di credenziali incorniciate. La pioggia fitta, il suo rumore, rendono questo passaggio mistico e personale.

Stanotte dormiremo in una camerata da 10. Già abbiamo visto alcuni russatori. C’è anche Marti, l’avvocato americano che si occupa di immigrazione, nello specifico di quella degli Hamish, che abbiamo conosciuto sulla strada per Zubiri.

C’è anche un altro signore americano che non ho avuto il piacere di conoscere in precedenza. Mi presento, gli dico che sono italiana “non lavorerai mica per Generali?”. In realtà si, gli rispondo. Preso, alla prima domanda. Mi racconta che ha lavorato per un importante fondo americano e prima di andare in pensione ha lavorato per un anno su un progetto con Generali. Mi mostra anche un collega tra le migliaia dei miei colleghi, per chiedermi se lo conosco. Sarebbe stato troppo.

Facciamo 2 lavatrici, 8€. Stretching con un attrezzo che sembra un gioco di un gatto, che ci presta Marti. Una doccia dignitosa, in un bagno pulitissimo. Quando il bucato pronto e caldo esce dall’asciugatrice lo dividiamo, ci rivestiamo, godendoci il calore ed il profumo che emanano i vestiti appena usciti dalla lavanderia. Ci aspetta una paella così buona che raschieremo la pentola. Anche oggi, tristi domani.

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Estella – Los Arcos 22km

“Your energy is magnetic, your positivity too”. Stringo forte le parole dolci di stamani, che sembrano uscire dagli occhi più che dalla bocca della mia compagna di viaggio. Stringo forte anche il tutore sul ginocchio destro, che non ha mai smesso di fare male da ieri, nonostante massaggi e voltaren. Ma c’è chi sta peggio: Jonathan non può continuare, dopo un controllo effettuato per precauzione all’ospedale di Pamplona, gli hanno trovato una lesione al menisco che potrebbe aggravarsi se continuasse a camminare. Torna in Canada. È ancora, c’è chi stamattina è entrato nel panico perché non trovava più il portafoglio.

Per quanto tempo pensate di poter perdere un portafoglio sul cammino di Santiago? Ve lo dico io. Un paio d’ore. Mentre la tristezza del povero sventurato cresceva, il mio cervello macinava: ho chiamato l’ostello di ieri, l’ostello del l’altroieri, il 112, la polizia di Estella e lasciato una segnalazione sull’app AlertCops, come consigliatomi da un hotelera. In 10 minuti sono stata richiamata, una volante sarebbe venuta a raccogliere la denuncia direttamente nel paesino in cui stavamo camminando in quel momento. Prima ancora che arrivasse la polizia, la guardia civile di Estella mi ha richiamata: hanno ritrovato il portafoglio ed una volante ce lo avrebbe portato. Abbiamo lasciato i nostri dati e ci siamo messi a chiacchierare con la polizia del cammino. C’è una polizia che si dedica solo ai pellegrini, sappiatelo. La scena è stata alquanto comica, a punto da trovarci, nell’attesa, a scattare foto con i poliziotti, tra una traduzione e l’altra. Nota negativa, il portafoglio era vuoto. O meglio, c’erano tutti i documenti, ma non i 300€ in contanti che erano al suo interno. Non che si possa avere tutto dalla vita, ma quante volte vi è capitato di ritrovare un portafoglio perduto in meno di 1 ora?

“Siamo qui per questo” mi dicono i 4 poliziotti accordi in nostro aiuto. 4. Quattro. Non mi sono mai sentita più sicura.

L’eco delle campane, il fruscio dell’erba, un trattore nei campi, il rumore dei passi. Con meno fatica di ieri, ma dolore costante, siamo arrivate a Los Arcos, un paesino tra i più desolati della storia dei paesini. Il nostro ostello è ufficialmente il più brutto di sempre, con le pareti incrostate, gli spifferi alle finestre, letti cigolanti, ovviamente materassi di plastica, docce con tende appiccicose e piene di capelli. Un italiano, Luigi, mi confessa di aver visto anche un bicho. Non ne farò parola con nessuno, ma durante tutta la notte mi perseguiterà l’idea di essere attaccata da pulci presenti nella coperta sudicia che mi hanno dato.

Domani dovremo percorrere la tratta più lunga tra tutte quelle percorse fin ora, 27km fino a Logroño, proprio oggi doveva capitarci questo ostello? Doccia, crema, gambe all’aria, vasellina e stretching finché non sentiamo gridare “fanno i massaggi!” Ci fiondiamo al piano di sotto ed inseriamo i nostri nomi su una lavagnetta di plastica. Marghe è la prima, ma quando scopriamo che l’hotelero che ci ha fatto il check in è anche il massaggiatore – probabilmente anche lo chef, il meccanico e non si sa quante altre cose – tituba quanto basta per lasciarmi passare.

Immaginate di camminare per 8 giorni, più di 20km al giorno, con qualsiasi condizione climatica, uno zaino in spalla e poi di farvi toccare dalle mani di un massaggiatore. Probabilmente fosse stata la chef, il barista o la nonna del paese, sarebbe stato piacevole uguale. 12€ di letto, 5€ di donazione per il massaggio. Probabilmente il valore dei due prodotti si sarebbe potuto tranquillamente invertire.

Io e Marghe finiamo per prime e raggiungiamo il gruppo di Linda, composto da tanti inglesi tra i 50 ed i 65. Oggi Linda compie 56 anni, il sorriso soddisfatto di chi li vive con serenità. Ha 3 figli a casa, 29, 27 e 25 anni, erano preoccupati che non avesse nessuno con cui festeggiare. Si è regalata un hotel per la notte e siamo una decina ad affollare questo bar minuscolo. Il sonno arriva presto e ci salutano velocemente per abbandonarsi ai loro letti, spero meno pulciosi dei nostri.

Io e Marghe facciamo aperitivo con un piatto di jamon, uno di prosciutto, sangria e pane. Ci perdiamo tra i ricordi del catechismo, dei pomeriggi da bambine, delle domeniche da chirichette. Mi fa specie che in una città come Parigi sia riuscita a vivere le stesse consuetudini di una ragazzina di paese. Ci ritroviamo d’accordo sul fatto che sia davvero difficile essere cattoliche, alla nostra età, in questo mondo. Professare un cattolicesimo più moderno e meno estremista, avere fede, amare e rispettare il prossimo e la vita, ma al contempo non annullarsi. Poterla condividere con persone che la pensano come te. Poterlo fare senza timore di essere giudicare da occhi indiscreti.

A Parigi, in quel piccolo grande mondo al profumo di baguette e croissant, in cui ho lasciato un pezzo di cuore, mi rendo conto di avere ora anche una nuova amica. Sveglia, intelligente, profonda e tanto simile a me. Racconteremo a nostri bambini che la zia francese e la zia italiana si sono conosciute in un bar umido sulla strada verso Santiago, mentre un gregge di pecore invadeva la strada del cammino che avrebbero dovuto percorrere.

La cena è una delle peggiori della storia. Io non rischio, vado sul sicuro con un’insalata di pomodori. L’aspettativa è sempre quella di trovare una bella ciotola piena di pomodori, la realtà è che mi ritrovo un pomodoro tagliato a rondelle, distese su un piatto piano. Una pena. Ma non è questa la parte più penosa ed al contempo ridicola, bensì il servizio. Una signora sulla 40ina, con i capelli corti e le forme morbide, che gestisce sia il bar che questa stanzina che prende il nome di ristornante. Ci sono persone burbere e poi c’è lei, che incarna l’etimologia del termine burbero. I piatti lanciati sul tavolo. Il nervosismo ad ogni richiesta. Così burbera da risultare divertente. Perché cosa si può fare, se non ridere, di fronte ad un po’ di durezza?

Prontissimi per questa nottata di gaudio. Prevedo già la fatica. Uno già fa fatica tutto il giorno, poi deve far fatica anche per dormire. Nemmeno a dirlo, 3 minuti dopo esserci infilati nei sacchi a pelo, dalla stanza accanto proviene un gridolino tonfo: niente russatori stanotte, solo gente che parla nel sonno. Eravamo così contenti di dividere la stanza con sole donne! Chi è ancora sveglio scoppia in una sonora risata. Anche in questo caso, che cosa possiamo fare? O la svegliamo o cuffie nelle orecchie, sorriso pronto all’uso e tanta pazienza.

Buonanotte Los Arcos. Ancora non lo sai, ma diventerai il nostro termine di pagandone per identificare luoghi orrendi. Mi dispiace, la tua piazzetta è anche carina.

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Puente de la Reina – Estella 22 acciaccati km

Il vento freddo mi sospinge, da dietro. Un raggio di sole fa capolino sul mio viso. È forse la giornata più fredda di tutte, ma questi sporadici soffi di calore inaspettato, regalano un grande sollievo.

Sto scoprendo l’esistenza di muscoli di cui non ero a conoscenza. Davanti al polpaccio, cosa c’è? Non so come si chiami, ma tira.

Il vento accarezza l’erba e sembra una mano sul velluto, lo modella e gli cambia colore. Ho gli occhi così pieni di bellezza che “Wonderful life” è l’unica canzone che riesco ad ascoltare ora.

La metto in loop. I medesimi bulbi si gonfiano di gioia bagnata.

Mancano una decina di km all’arrivo, a Estella, siamo a metà strada e ce la stiamo prendendo comoda. Sono rimasta indietro, come al solito, perché mi sono fermata a parlare con 2 signori spagnoli ed una signora dell’Alsazia, che vivono tutti a Strasburgo. Margaret è molto indietro oggi, ha avuto un dolore fastidioso al tendine per tutta la giornata di ieri ed oggi ha deciso di ridurre il ritmo. I ragazzi invece non mollano e ci aspetteranno sicuramente al prossimo bar.

Stanotte non hanno dormito per niente bene, mentre io e lei avevamo la nostra cameretta padronale, silenziosa e buia, loro si sono goduti 3 diverse melodie prodotte da russatori seriali, uno dei quali è stato scelto appositamente da me: mentre stavamo per entrare nell’ostello mi sono messa a chiacchierare con questo signore di Granada che non trovava posto per la notte e gli ho naturalmente offerto il posto letto di Jonathan. Avrei dovuto chiedergli se russava, mi hanno rimproverata. Ovviamente russava. E – a detta loro – non aveva neanche un odore piacevole, in quanto fumatore accanito. Mi sono presa giustamente un po’ di insulti.

“Todo fluye” significa “tutto scorre”, una versione post moderna di “panta rei” che noi italiani fortunati ed acculturati abbiamo avuto la possibilità di sentire per la prima volta al liceo. Su questo cammino todo fluye. Luigi me l’aveva detto prima di partire, di non preoccuparmi di niente e così ho fatto, ho lasciato a casa un sacco di cose, non ho prenotato ne letto nulla, se non il minimo indispensabile, non ho scambiato letti o piatti, mi sono lasciata investire dal destino.

Prima di partire un ragazzo con cui ho scambiato un paio di parole su Tinder, che per casualità era tornato dal cammino da poco, mi ha mandato la foto di una pagina di non so che libro, con alcune righe sottolineate. Dicevano “comunque, se mi sforzassi come in altre occasioni, forse un giorno arriverei a capire che le persone giungono sempre al momento giusto nei luoghi dove sono attese”. Andrea, si chiama, ha classificato queste parole come quelle che avrebbe voluto ricevere prima del cammino e me le ha gentilmente regalate. Ora le comprendo più di allora.

Durante l’ultimo tratto di questi incredibilmente faticosi 21 km, Alex mi ha chiesto se penso che ci saremmo comunque incontrati se non avessi per sbaglio preso il suo letto a Roncisvalles. Ho confessato di non aver accidentalmente fatto nulla, ma di aver scambiato di proposito il mio letto al piano superiore con il suo, perché avevo proprio voglia di stare in quello di sotto, senza sfidare troppo il destino, al massimo mi avrebbe chiesto di spostarmi. Invece non l’ha fatto. Dettaglio che ha mostrato dal primo momento la sua personalità generosa ed introversa.

Si, ci saremmo trovati comunque perché quello era il punto in cui i nostri fili rossi erano destinati ad intrecciarsi, sopra o sotto, lì. Perché e come ci siamo scelti, ancora non mi è chiaro, ma il fatto che continuiamo a leggerci nella mente è la riprova che “team” è il termine giusto per quello che siamo diventati.

È così che mi torna in mente quella foto, quella citazione e la cerco di nuovo tra le chat del telefono, mentre provo a favorire la circolazione lanciando le gambe in alto. Non so assolutamente perché, ma oggi è stato doloroso, più che faticoso. Sono partita con la ginocchiera a sinistra, ho finito con la ginocchiera a destra. La pianta del piede mi tira terribilmente, il ginocchio è caldo al tatto e l’anca iniziava a fare i capricci già prima dell’ultimo km, che ho scandito con un countdown in metri ogni dieci passi. Un’agonia.

Si potrebbero leggere tante cose sul Cammino, vedere film, documentari, sentire racconti, ma nulla è sufficiente a farti immaginare la fatica, non si riesce a figurare nemmeno sforzandosi. In qualche modo, per qualche ragione, sono felice di provarla. Contenta di sentirla sulla mia pelle, un’esperienza nuova, accompagnata da una forza e da una positiva costante, uscite naturalmente da non so dove, senza bisogno di alcuno sforzo. Come il dentifricio da un tubetto nuovo, nessun trucco, nessun inganno, una naturale forza di cui prima non c’è semplicemente mai stato bisogno.

Quante cartucce interiori ho ancora da scoprire? Che curiosità.

Per la prima volta dall’inizio di questo viaggio mi sono abbioccata un attimo nel pomeriggio. Dopo la doccia sono caduta in uno stato di trans profondo, sotto le coperte del primo vero letto del cammino. Un letto, fatto con un materasso ed un cuscino, non in plastica e con un vero piumino, in cotone, pulito e profumato. Ieri ho prenotato quest’ostello su booking che di ostello aveva solo il nome, tutto il resto è più vicino ad un hotel. Un lusso per il cammino, ma sembra che anche gli altri pellegrini abbiano avuto la stessa fortuna con le loro dimore, tutte bellissime.

Dopo un po’ di stretching, un’incidente diplomatico Estella-Parigi ed uno scambio di ciabatte, siamo usciti a fare due passi. Estella è la città più viva che abbiamo visto fin ora e, come in tutte le precedenti, sono bastati un paio di passi per incrociare altri camminatori. Casualmente abbiamo formato un bel gruppetto e siamo andati a prendere una birra nella piazza principale. È bastato sedersi per un paio d’ore per allungare la tavolata con qualche tavolo: ogni faccia conosciuta che passava prendeva posto ed ordinava la sua cervecita.

Il signore davanti a me si chiama Jonathan, si, anche lui, ha più di 60 anni e sta facendo il cammino per la seconda volta. Ha una conchiglia stilizzata sulla gamba per non nasconderlo e sta per diventare nonno, di nuovo, ma questa volta di 2 gemelli. L’ultima volta che è arrivato a Santiago, mentre valicava le porte della città, è diventato nonno per la prima volta. Parla lentamente e con il cuore in mano. Mi dice prevedeva di arrivare fino a Pamplona e prendere un bus per Burgos, per godersi una parte di cammino più interessante di questa, fino a Leon, ma ha conosciuto Linda e l’altro signore alla mia destra (di cui purtroppo non ricordo il nome) ed ha deciso di continuare con loro. Anche per lui la compagnia è diventata più importante dei km. Ci tiene a farmi notare che dopo 10 giorni di cammino sei veramente immerso è coinvolto, ricominciare dividendolo come farò io è più faticoso e doloroso, fisicamente e moralmente, più vai avanti, più il corpo si abitua, più vuoi andare avanti. Salutare le persone a cui ti sei affezionato in 10 giorni, per poi affezionarti ad altre, è anch’esso doloroso. Insomma, era dispiaciuto per me. Lo sono un po’ anche io, ad essere sincera.

Dopo una profonda e per niente silenziosa insistenza da parte di Alex, ci alziamo e andiamo a cercare qualcosa per cena. Per strada raccogliamo tutti i pezzi, anche chi aveva bisogno di qualche momento in solitudine, chiedo indicazioni per mangiare qualcosa e ci consigliano un bar in cui troviamo i brothers, ci sediamo con loro.

Quante volte vi è capitato di essere in giro con 3 amici, incontrarne altri 2 e semplicemente sedervi al loro tavolo? “Volete unirvi” non è forse la più bella espressione di accoglienza e generosità?

È strano. Siamo tutti qui, con il cuore aperto, a condividere gioie e dolori, ma contemporaneamente nelle nostre teste roteano pensieri tutti nostri che non condividiamo, ma che chi ci sta accanto percepisce. C’è un sesto senso collettivo molto rispettoso. Una mano sullo zaino, un pezzo di cioccolato, una parola, una domanda, un sorriso. Nessuno viene lasciato indietro, anche se rimane indietro, tranne se vuole essere lasciato indietro.

C’è qualcuno che vuole? Al 100%? Mi sono chiesta più volte perché non abbiamo pensato di fermarci e rallentare, per restare con Jonathan. Avremmo potuto, rinunciando ad un po’ di km. Forse lui non ci avrebbe lasciato, ma questo pensiero non ha smesso di rotearmi nella testa per tutto il giorno. Ho anche pensato di tornare indietro, o di continuare e poi fermarmi a Logroño, così da coincidere ancora una volta. E ancora, di prendere un aereo per un weekend e raggiungerli di nuovo. Questo è il mio cammino, l’ho iniziato, loro sono i miei compagni di viaggio, in questo momento fatico ad accettare il fatto che non arriverò alla fine insieme a loro, che di fronte a Santiago, in quella foto, non ci saremo anche noi, che quelle lacrime siano da conservare per un altro momento, da condividere con altri umani senza gli occhi chiari, senza trecce, senza claudicanti francesi, canterini inglesi, fratelli decoupage, senza accento british, diversi, magari stupendi, ma non loro.

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Pamplona – Puente de la Reina 24 km, 24 litri di lacrime

“Non posso continuare, mi fermo alla prossima città, mi fate una foto con lei?”

Mi ero fermata a parlare con una signora italiana, di Firenze ed i miei 3 ragazzi mi stavano aspettando. Harry ed Alex hanno trovato Jonathan su una panchina, a metà di una ripida discesa, dolorante.

Tra un “no man, come on” e l’altro io avevo già capito. Incredula, le lacrime hanno iniziato ad uscire dai miei occhi a fiotti, rivoli salati mi hanno inondato le guance, mentre il suo sorriso dolce e perfetto mi proteggeva dal vento.

Non mi ricordo un’altra volta nella vita in cui ho avuto quello che non riesco a descrivere diversamente se non con il termine “inception”. Non è un amore a prima vista, non fraintendete, ma una connessione letale. Dal primo momento in cui io e Jonathan ci siamo guardati negli occhi non c’è stato più bisogno di una parola per comprenderci, ci siamo letti ed ascoltati, apprezzati e uniti.

Stamattina ho visto una signora, nello stretto corridoio che collegava i bagni alla cucina, abbracciare un’amica che avrebbe preso un’altra strada. Aveva gli occhi lucidi e non era congiuntivite. L’ho conosciuta lungo la strada, si chiama Beatriz, è colombiana, ma vive in Florida. Mi ha detto di ricordarmi di lei quando partorirò, mi ha detto che questo cammino è come un parto: una fatica mostruosa, ma per la quale sarai grata per tutta la vita. L’ho guardata per un secondo mentre le si bagnavano gli occhi e mi sono prefigurata il momento in cui avrei dovuto salutare il mio piccolo gruppo di Pellegrini. Già mi vedevo piangere come una fontana, ma non pensavo sarebbe arrivato così presto.

Harry ha messo la playlist giusta, Alex ha preso lo zaino di Jonathan ed ha iniziato ad incoraggiarlo. Sono due persone così diverse e che apprezzo così tanto.
Io e Jonathan abbiamo rallentato il ritmo e siamo rimasti appositamente un po’ indietro rispetto alla carovana. Abbiamo percorso gli ultimi km insieme, dicendoci tutto quello che avevamo pensato ed ancora non detto in questi 5 giorni. Controllando se gli sguardi che avevamo letto, fossero realmente stati interpretati nel modo corretto. Avrei voluto lasciargli qualcosa, un ricordo, un oggetto, qualcosa da guardare, da toccare, per non dimenticare. Ma non ho niente. Abbiamo fatto alcune foto. I’m so glad that I’ve met you.

Tira un vento incredibile ed ho lasciato indietro la mia squadra per sfogarmi un po’. Il naso mi cola ed attorno a me si stagliano campi colorati.

Non so quanto raccontarvi di lui perché, se da una parte voglio prendere nota di tutto e non dimenticarmi niente, dall’altra voglio custodirlo con rispetto ed un po’ di gelosia.

Ho fatto notare a Beatriz che questa mattina l’ho vista piangere. Mi ha detto che si dispiace, che è troppo emotiva e vorrebbe essere più forte. Cerco di analizzare queste lacrime, questo senso di gratitudine misto a malinconia che risuona dentro di me, come un singhiozzare.

Jonathan mi ricorda mia mamma, mio papà e me. La fame di vita. L’intelligenza emotiva. Un cuore grande come una casa. Cazzo stavo sbagliando strada. Mi ricorda il coraggio e la paura. È un amico che vorrei avere vicino. Mi ricorda il timore provato atterrando in Argentina, quando stava per iniziare una nuova avventura che mi avrebbe portata a conoscere nuove persone, da lasciare dall’altra parte del mondo. Nuove persone da amare, sapendo che le dovrai abbandonare. La fortuna ed il timore. La profonda accettazione e la continua voglia di migliorare. L’ascolto, l’empatia. La felicità, l’affetto. Tutto in uno.

Sono arrivata a Muruzábal, c’è un cartello giallo che lo indica. Mi scappa la pipì e devo smetterla di piangere.

Penserò al tuo sorriso sempre. Ogni volta in cui avrò freddo o la vita non sarà poi così simpatica. Mi mancherai sempre.

Piscio dietro un cassonetto molto moderno. Mi rimetto sullo sterrato. Puente de La Reina, mancano 4,5km. In meno di 1 ora dovrei essere arrivata. Mi fermo, torno indietro un attimo e li vedo, il mio clan in arrivo. Mi fermo ad aspettarli. Con dolcezza mi chiedono se voglio camminare con loro, rispondo di sì e non mi allontano più.

Claudicanti, arriviamo a Puente de la Reina, forse il paesello più bello nel quale ci siamo fermati fino ad ora, non per questo più animato, anche se gli abitanti hanno risate rumorose e contagiose.

Prima che incontrassimo Jonathan, mi hanno condiviso l’idea di prendere un Airbnb solo per noi, l’ultima sera, per mangiare tutti insieme e condividere appieno gli ultimi momenti. Ho trovato questa proposta così dolce che, a ripensarci ora, mi ruba un sorriso. Ho appena perso 4 partire a scala quaranta, con due inglesi ed una francese. Che giornata.

Note da tenere in conto, oltre al misfatto: non ha piovuto davvero, abbiamo percorso il maggior numero di km di sempre, ho trovato le gallette di riso con lo yogurt bianco, la mia triste insalata di pomodori era buonissima, ogni volta che saluto qualcuno per strada il mio clan si mette a ridere (forse perché saluto tutti?), Marguerite è proprio una ragazza sveglia, anche stasera c’erano le lenzuola, dormiremo in una stanza solo io e lei, lontano da possibili russatori. Domani? Noi 4, in una camera tutta per noi.

Ci stiamo forse chiudendo troppo? Mi chiedo, dopo aver parlato con almeno 10 persone nuove quest’oggi. Che incontentabile incontenibile che sono.

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Zubiri – Pamplona, 21 bagnatissimi km

Siri scriviamo: “Avete mai pensato di poter essere felici, in un giorno di pioggia, senza ombrello, camminando nel fango con le scarpe completamente bagnate?”

La ci siamo svegliati sempre prima della sveglia, seppur fosse piccola, la stanza ha iniziato a brulicare di vita già alle 6.30, nonostante mi ostini a puntare la sveglia alle 6.45.

Per rappresaglia ho preso il bagno per prima, saltando giù dal letto a castello mentre la casinista di turno cercava qualcosa in un armadietto. Si dà il caso che la casinista fosse anche la compagna del russatore della stanza. Che combo. Rido mentre lo scrivo, perché sono giorni così sereni che nulla di tutto ciò ha minimamente scalfito la mia calma mattutina.

Nonostante i 4 vestiti che ho nello zaino (ho lasciato uno dei 3 pantaloni nel primo ostello, l’ho già scritto?), non ho rinunciato alla mia skin care routine che dal lontano 2020 porto avanti con costanza. Ho portato lo spumone, la crema per il contorno occhi e MEP mi ha regalato alcuni campioncini in bustina di siero per il viso. Mi lavo il muso, mi incremo, metto due gocce negli occhi, mi vesto come il giorno prima, dopo aver lavato i vestiti e sento in lontananza la mia sveglia suonare. Anche occhi, sveglia prima della sveglia e riposata, nonostante il russatore seriale. Starò forse invecchiando? È invecchiando che si dorme sempre meno no? Ma poi che domanda è, certo che sto invecchiando.

Sto raccogliendo i pensieri su questa giornata chiusa nel mio lettino, in un ostello attrezzato come uno space shuttle. Il mio letto è il numero 8, ho chiuso la tenda della navicella e mi sono infilata nelle orecchie la playlist del cammino di qualcun altro.

Oggi è stata una giornata troppo piovosa per poter scrivere lungo la strada. Ho provato a dettare a Siri un po’ di frasi, ma era poco recettivo.

Dopo la sveglia prematura, ci siamo trovati alle 7.00 con Margarite al bar per colazione. Quando dico “ci” intendo io, lei, Harry ed Alex. Jonathan ha preferito partire senza fare colazione. Si è formato questo piccolo gruppo con naturale dolcezza, abbiamo scelto di legarci prenotando alcuni ostelli insieme. Ci dividiamo, ci allontaniamo, ognuno cammina per conto suo, ma a volte ci aspettiamo. In ogni caso sappiamo che ci vedremo all’arrivo.

Non sento l’esigenza di riempire i silenzi con loro. Succede che si riempano. Succede che vengano inutilmente riempiti. Succede che vengano interrotti da new entry, da altri viaggiatori che si aggregano per qualche chilometro, succede che ci passino per la mente domande personalissime che osiamo fare ed alle quali osiamo rispondere.

Oggi mi sono presa un momento per godermi la pioggia in solitaria. Ho messo su spotify “purple rain” ed ho iniziato a cantare a squarciagola.

Siamo tanti a fare questo cammino, le strade per chi cammina sono spesso sterrati, tratti in cui ci siamo solo noi Pellegrini, ma ciò nonostante si riesce lo stesso, per una strana combinazione dei ritmi dei passi, a ritrovarsi da soli, volendo, per un paio di km.

Testa bassa, schivando le pozze di fango, la terra mi si attaccava sotto le scarpe, spuntando sui lati, appiccicosa come colla. Ogni dieci passi cercavo di scollarla sbattendo i talloni con forza sull’unica parte leggermente rocciosa del terreno. Dopo i primi 2 km ho smesso di cercare di schivare la parte di scarpa bagnata, cedendo senza più resistenze al destino riservato ai miei piedi per oggi: nuotare in una piscina di acqua piovana per 6 ore e mezza.

Riuscite ad immaginarlo? Il livello di attrito tra calza e suola? Il peso del piede che aumenta? L’acqua che scivola dal poncho sui polpacci, bagnando il pantalone termico, arrivando fino alle caviglie? Ecco, provate ad immaginare di accettarlo: è così e basta. Scegliete la playlist giusta e, appena raggiungete di nuovo i vostri amici, entrate a Pamplona a suon di “La isla bonita” di Madonna, avendo recuperato, grazie alla musica, tutta l’energia perduta durante gli ultimi faticosi ed umidi km.

Ecco, così è stato il nostro ingresso in città.

Doccia, pranzo, city tour. Il giorno prima avevo prenotato uno dei pochi disponibili per poter scoprire meglio la prima città “grande”. Adriana, la guida, ci ha fatto deambulare per 2 ore tra le viuzze del centro storico della città della feria di San Firmino, della corsa dei tori, raccontandoci per filo e per segno la sua storia dai tempi dei romani ad oggi. Peccato che la lingua prescelta fosse lo spagnolo. Mi sono lanciata in una traduzione simultanea di 2 ore, per la cui qualità mi sono scusata parecchie volte, che mi ha comunque sfiancata più della camminata mattutina. Il tour sarebbe proseguito per altri 30 minuti, ma gli 8gradi, il vento gelido e la presenza di saldali e ciabatte ai nostri piedi, ci ha portati ad abbandonarlo prima del previsto. Battendo i denti. 7/7, se volete venire a vedere la corsa dei tori. Sappiate però che, alla fine, muoiono.

Beviamo due te per riscaldarci mentre giochiamo a friendship killer, un gioco di carte inventato da un’amica di Marguerite. È dopo esser stata battuta che Jhonathan inizia la roulette delle domande scomode, che pone in un viso così predisposto all’ascolto e lontano dal giudizio, da farti venire voglia di rispondere contando fino a 10 per rispetto alla pacatezza riposta nel quesito.

“Pensate che i canadesi siano come gli americani?” Il dibattito nasce già su “americani”, in quanto l’America è molto grande e classificare “americans” solo gli statunitensi è già un punto di partenza strano. Dopo alcuni rimpalli riusciamo a sentenziare che il livello di istruzione canadese non ha nulla a che vedere con quello americano, è nettamente superiore. Dati interessanti che emergono sono che la benzina costa 2.5$ canadesi, circa 1.25€, mentre negli states 0.7€. Che ci sono 2 abitanti per km2, motivo per cui sono ancora molto utilizzate le auto, le distanze sono molto ampie e le lande abbastanza desolate, tranne ovviamente a Toronto o Vancouver.

“Sei cresciuta in un ambiente benestante?” Eccoci. Come rispondere no. Si. Sono cosciente delle mie fortune. Si. Ma “si” non è una risposta sufficientemente profonda. Argomento con uno speach così onesto da dover trattenere le lacrime.

Questo cammino è come l’Erasmus, non si può capire e non interessa a nessuno quale sia la situazione economica di ogni persona. Abbiamo tutti 3 vestiti, tutti abbastanza tecnici. Nessuno porta in giro oggetti di valore. Vogliamo tutti dormire in ostelli rumorosi e caotici. Mangiamo una volta al giorno. Abbiamo portato svariati chili di umiltà da casa. Camminiamo. Camminiamo. Camminiamo. A questa umanità ridotta all’osso, all’essenziale, non servono classi sociali, ma solo sguardi d’intesa e curiosità, condivisione e rispetto. È forse lungo questa linea per niente retta, che si trova la rettitudine? È forse qui che si è capito davvero che tutte le sovrastrutture non servono a niente? È forse nella fatica e nella gioia che siamo tutti uguali?

Non ho mai fino alle 23. Provo a mettere la sveglia alle 7, chissà chi mi disturberà domattina.

Ci aspettano 24km, la tratta più lunga mai fatta fin ora. Probabilità di pioggia? 100%.

Ah, un altro dato interessante: esistono dei calzini waterproof. Che funzionano. Peccato che non ne fossi a conoscenza prima, sarebbero stati la salvezza.

Buonanotte mondo buono.

P.s. Non l’ho mai scritto, ma l’ho pensato spesso. Quanto rumore fanno i pensieri nel silenzio? Ogni volta che infilo i tappi nelle orecchie e lentamente li sento adattarsi come acqua alle mie forme, i pensieri si fanno più forti e nitidi. Producono un suono più invadente del solito.

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Roncisvalle – Zubiri 21km

“È grazie a te!” Mi ha risvegliata una signora francese che, seguendo i miei consigli, è riuscita a far risorgere il telefono. È entrata in bagno, mentre mi stavo lavando il viso, saltellando di gioia. Aveva sbagliato così tante volte il pin che le veniva richiesto il puk, cosa che nessuno è mai in grado di recuperare. Le ho consigliato di togliere la sim e connettersi con il Wi-Fi per recuperarlo sul sito della compagnia telefonica. Ha funzionato. La sua gratitudine mi è sembrata smisurata e mi ha iniettato la prima carica di allegria della giornata.

Qualcuno verso le 6 ha deciso che era ora di accendere le luci e così la vita è iniziata. Il mio letto era il numero 126, ma ho preso abusivamente il 125. Il primo numero indica il piano: 1, gli altri il numero di letto. Su ogni piano, nell’Auberge di Roncisvalle, ci sono 100 letti, tranne l’ultimo, nel sottotetto, che ne ha la metà, non essendo letti a castello.

In un altro momento, la furbata sarebbe stata fregarmene del numero assegnato, andare direttamente al terzo, calcolando che probabilmente non ci sarebbero state così tante persone questa notte. Ma ho deciso di seguire il destino in tutte le sue mosse e prendere quello che mi regala.

Ho fatto bene.

Il mio vicino di letto era un ragazzo di Londra, Harry, occhi chiari e capelli rasati. Nonostante Tony, che dormiva sopra di lui, e Alex, che dormiva sopra di me, abbiamo parlato per un’oretta prima di obbligarci a dormire. Ha vissuto in Italia 3 mesi, a Firenze, collabora con la polizia di Londra – non si sa bene in che modo – ma questo lavoro gli assicura la possibilità di bilanciare bene vita e lavoro. Si stava quasi per sposare, con una ragazza italiana, ma è finita.

È qui per fare chiarezza. Futuro. Figli. Ansie. Gli piace parlare ed a me piace l’accento inglese. Ogni tanto la testa di Tony, che in realtà ancora non dormiva, spuntava dal letto e ride anche lui alle mie battute. Harry stava al gioco, potevo sciolinare jokes in inglese. Non so nemmeno come sia possibile che stia pensando in questa lingua.

“Facciamo colazione insieme domani” “Buonanotte”.

Ho infilato nelle orecchie degli strani tappi che sembravano fatti con la cera del galbanino, che mi ha regalato, mi sono infilata nel mio sacco lenzuolo e mi sono coperta con il pile. Non una coperta di pile, ma il mio pile. Ieri sera si stava bene, ma non benissimo, ho avuto una paura fottuta di avere freddo. Ed effettivamente verso le 3 di mattina, dopo essermi alzata per andare in bagno, ho infilato il pile sotto al lenzuolo. Mi sono svegliata solo 5 volte, è andata meglio di ieri, spero peggio di domani.

“Sei sempre circondata da persone interessanti, è la tua aurea, è un dono”. Me lo dice la persona più affascinante che ho conosciuto su questo cammino, Jonathan. “E le guardi negli occhi”. Si, è una cosa che adoro fare e che pochi sanno reggere, alcune popolazioni in particolare. “Puoi catturare la loro anima attraverso gli occhi” “Non voglio invaderle, ma se si lasciano guardare, si, voglio entrargli dentro”. Spiare, scorgere, scovare, leggere, sentire. Con lui c’è stata una connessione dal primo sguardo, una connessione pura ed unica. Che porterò sempre nel cuore.

Passo dopo passo, siamo io, lui ed Harry, che ha scelto di stare al mio passo nonostante il suo amico abbia proseguito più velocemente.

Jonathan è trasparente ed Harry è un chiacchierone, non esistono stigma o veli tra noi e ci raccontiamo piano piano la vita. Papà che sono venuti a mancare, rinascite, fallimenti, successi, problemi mentali, cure. Forse ha ragione Jonathan, si tratta di un’aurea. O forse è solo fortuna. Non lo so, ma è uno di quei momenti in cui non vorrei essere in nessun altro posto del mondo, se non qui ed ora. Qui ed ora.

Avete mai surfato? Dopo mille tentativi siete riusciti a mettervi in piedi sulla tavola e restate in equilibrio sull’onda, potete gestirla, è faticoso, vi sentite grati, il sorriso spunta naturalmente, magari urlate anche dalla gioia. Così, sulla cresta dell’onda, da quando sono partita, è come mi sento. Contenta per aver visto l’onda giusta arrivare, infinitamente grata alle mie gambe che riescono a reggere il peso del mio corpo, piena.

Al primo bar in cui ci siamo fermati una ragazza si è unita a noi. Purtroppo non ha trovato posto nel nostro stesso ostello, ma ci vedremo per cena. È più giovane di me, sveglia, parigina, lavora in VC e anche lei ha solo 10 giorni per arrivare dove arriverà. Ha fatto una prima tappa con un’amica, ma solo una, poi proseguirà da sola.

Poco prima che si aggregasse a noi ho scoperto che Harry ha 40 anni. Ne dimostra almeno 10 in meno. Suo papà è venuto a mancare quando lui aveva solo 24 anni, da quel momento la longevità è diventata quasi un’ossessione per lui ed ha studiato. Tanto. Arrivando a convincersi, grazie ad una ricerca americana, che le saune, insieme ad un corretto stile di vita, hanno un effetto incredibilmente benefico sulla salute, sulla prevenzione del cancro e di conseguenza sulla longevità.

Non vi dico quante saune ha fatto fin ora, ma credo che inizierò ad andare in sauna anche io al mio ritorno. Almeno 1 volta a settimana direi, magari anche con un massaggino, ai piedi.

Questa tappa non è nulla in confronto a quella di ieri, i pezzi in salita si contano sulle dita di una mano e la cosa più impegnativa è l’ultima discesa. Potrei continuare ancora un po’ di km, ma non ha senso: domani voglio arrivare a Pamplona e fermarmi li, Zubiri è a metà strada, meglio conservare le energie.

L’ultima discesa, appunto, è stata la più ripida e lunga, il terreno era instabile e per un secondo, solo per un secondo, ho perso il controllo del mio piede sinistro.

Il vero problema oggi, sopportabile, ma fastidioso, è stato, in alcuni momenti, il freddo. Camminando non si sente minimamente, ma una volta fermi tirava una bella brezza gelida di montagna.

Lo zaino di Harry è così grande che non sarà un problema rubare qualcosa.

Per questa tappa ci siamo fidati di Jonatan, del resto ne ha già fatti 4 di cammini, abbiamo prenotato un ostello che rispetto ai precedenti è una reggia. 15€, ma ho la coperta, il materasso è un vero materasso e la doccia è una vera doccia.

Potrei cedere a prenotare anche l’ostello di domani, su suo consiglio, ormai è la mia stella polare.

Il suo ritmo non è veloce, spesso rimane indietro e ci vediamo all’arrivo, è un ragazzo corpulento ed ha bisogno dei suoi tempi, ma ci raggiunge sempre.

Il cammino è così: inizi, se sei fortunato conosci subito un po’ di persone, fai amicizia, scegli a colpo d’occhio chi ti emoziona di più, ma ognuno prosegue con il suo ritmo. Capita spesso che ci si ritrovi a km di distanza, con persone che hai conosciuto il primo giorno, ma ogni passo che fai, se vuoi, è una nuova conoscenza. Così, le persone continuano ad intrecciarsi, avanti ed indietro si superano e si recuperano, si fermano in un paese e poi in un altro, si ritrovano e si perdono, per sempre.

Se vuoi restare in contatto con qualcuno, devi avere il coraggio di chiedergli il numero, presto, perché potresti non ritrovarlo più. Oppure puoi credere nel destino, nel fatto che quegli intrecci diventino fili invisibili e che vi ritroverete. O ancora, puoi accettare che il loro passaggio ti abbia lasciato qualcosa, sperare di aver lasciato qualcosa a loro e proseguire, con il tuo zaino sempre più leggero ed il tuo cuore sempre più pieno.

A metà strada tra Roncisvalle e Zubiri, penso seriamente che vorrei arrivare fino alla fine, per avere la possibilità di condividere più tempo con queste persone. A Zubiri invece, dopo la fatidica discesa, mi rendo conto che sono disposta a vedere meno posti, a percorrere meno km, pur di condividerli con le persone giuste.

Sotto la doccia, calda, di questo ostello troppo bello per essere un ostello, sono pienamente grata alla vita. Anche oggi.

Stasera cuciniamo. Verdure. Ne abbiamo bisogno tutti. Potremmo mangiare anche aria, sono troppo contenta.

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Orisson – Roncisvalle 17 km, 500 metri di dislivello a salire e 500 a scendere

Tutta la gentilezza del mondo è concentrata qui. Una riserva infinita che continua ad alimentarsi, giorno dopo giorno. È una polvere magica, le persone arrivano, si riempiono le tasche, tornano a casa e la distribuiscono.

Qualcuna torna direttamente qui, a produrne di nuova ed il circolo non finisce mai.

Partenza ore 8:00 in punto punto punto la nottata è stata nuovamente tragica, penso di essermi svegliata almeno 20 volte, per poi rigirarmi su me stessa e Tornare a dormire. Alle quattro speravo che fossero già alle sette per alzarmi. Il sole ha trafitto le finestre della sala da pranzo mentre stavo per bere il primo sorso di te. Le pareti si sono tinte di arancione e così anche i visi delle persone sedute a sud-est. Dopo i primi passi mi rendo conto di avere veramente male all’anca destra. Non è un dolore insopportabile, ma è costante ad ogni passo. Può essere che il fatto che ieri avessi male al ginocchio destro, nell’ultima salita, abbia inciso sulla mia camminata al punto da gravare sull’anca. La parte più dura stamani e questo primo pezzo che stiamo già facendo, dopo questo ennesimo dislivello di circa altri 1000 m, ci sarà un’area pianeggiante e successivamente la discesa. Successivamente significa tra 10 km, cazzo.

Sono partita con Jhon, che sfoggiato fin da subito due racchette che ti invidio molto. Ho potuto portarlo in aereo data la loro natura di strumento contundente, ma avrei potuto comprarle a Saint Jean, alla partenza. Ho voluto provare senza, maledetta me.

In compenso, per ora, le scarpe sono ancora delle ciabatte. John mi ha già superata e corre a 200 m di distanza da me. Per potermi godere il panorama, invece di navigare nel silenzio dei miei pensieri, li racconto Ad alta voce al telefono, così che lui scriva. Siamo io, il suono dei due te la mia voce affaticata, la brina che evapora e gli uccellini. Quale miglior compagnia?

Ho trovato una lumaca. O forse una chiocciola? Bavosa e lunga 10cm, ma con il guscio a chiocciola sopra di lei. Era in mezzo ala strada asfaltata. Per timore che venisse schiacciata l’ho presa è spostata verso l’erba. Non appena ho toccato il suo guscio si è ritratta nella sua dimora, per proteggersi da questa invasione. Cosa fareste se qualcuno muovesse la vostra casa? Con il terremoto andiamo anche noi umani sotto al tavolo. In quell’istante, in un flash, sono tornata in terza elementare, nella scuola pubblica di Varese in cima alla salita, dopo il ristornate cinese. No, non mi ricordo come si chiamasse.

L’istituto era circondato da boschi, nei quali flora e fauna vivevano in armonia finché i marmocchi non decidevano con la loro irruenza genuina, di rompere l’incantesimo. C’erano tante lumache/chiocciole e gli studenti si dividevano in difensori della specie ed assassini. Ricordo con curioso orrore la pratica di infilare un rametto di legno dentro il guscio per recuperare il corpo ritratto dell’animale. Ovviamente quel gesto l’avrebbe perforato ed ucciso, ma i bambini del team assassini, sembravano non rendersene conto. Lo sterminio delle lumache era pratica così consueta che, nel sognare di scappare di casa – si, facevo sogni d’indipendenza da bambina – avevo immaginato di costruire, proprio nel bosco della scuola, una casa fatta di paletti di plastica del caffè, con una lumaca sul tetto. Ho ritrovato il disegno in un vecchio diario. Che piccolo ingegnere malefico.

Rido da sola, con l’affanno per questa salitina, pensando che il dolore all’anca sta forse diminuendo e che i bastoncini del caffè erano lo strumento prescelto in quanto materia prima che si trovava in abbondanza presso scuola di papà. Tutti con il loro involucro di carta, posizionati qua e là in bicchierini di plastica. Farne scorpacciata, nei miei sogni grandiosi, era un gioco da ragazzi. La mia compagna Sabrina era mia complice, ma quando le proponevo di venire a vivere con me, non era troppo convinta ed in cuor mio sapevo, già allora, che, per certe avventure c’è posto solo per 1.

L’opera non ha mai visto la luce in quanto, poco tempo dopo, i miei genitori hanno deciso di ristrutturare una casa vera, in un paese che prendeva il nome dal cognome della mia compagna Sabrina: Casale.

Come si intreccia a volte il destino.

Sto lottando così tanto con l’anca destra che ho deciso di mettere la ginocchiera sul ginocchio corrispondente, almeno in questo modo la forza impressa sul ginocchio sarà ben calibrata è qualcosa farà. La salita non sembra terminare veramente fatica, non per il fiato corto ma per questo dolore. Rallento e mi fermo qualche minuto quando vedo finalmente la croce, per la croce in cielo sterrato, ma segna anche la metà del cammino di oggi.

Dopo qualche chilometro, finalmente entriamo nel bosco posso iniziare la caccia al mio bastone. Ne trovo uno anche con l’impugnatura naturale, ma mi sembra di camminare un po’ storta, continua la caccia finché non trovo anche il secondo salvifico bastoncino. Ora posso continuare il mio percorso gravando molto meno sull’anca, con maggiore agilità e sicurezza.

Ecco, se c’è un consiglio che avrei dovuto ascoltare senza indugi è quello di i bastoncini dall’inizio.

Il ritmo è comunque lento perché dopo un’ultima estenuante salita, condivisa con i fratelli inglesi, inizia la discesa. Un infinito squat che mi fa bruciare le chiappe.

Da quando inizia la discesa mancano 4 km, che dovrebbero essere percorsi in un’oretta.

Lungo l’ultima salita una signora, accompagnata dal marito, barbuto con il cappellino del camino, stava mollando. Li ho incrociati mentre lui le diceva “you can do it”. Per motivare lei, ma, forse, più per motivare me stessa, ho gridato “of course you can do it!” Da quel momento non ho più tolto lo zaino dalle spalle fino alla fine.

Lungo ultimo tratto di strada, che ho percorso in totale solitudine, con il vento nelle orecchie e qualche rumore indecifrabile, le piante, i loro tronchi, erano pieni di muschio. Uno aveva addirittura delle squame, mi è tornato in mente mio nonno… Il papà di mio papà, non usava mai le mappe, era certamente un uomo di un’altra epoca. Gli strumenti che preferiva erano il sole, i girasoli, il muschio sulle piante. Ho qualche dubbio circa la direzione da prendere, scendere dalla macchina e controllava le piante. Abbastanza ridicola se la si immagina oggi, ma non così tanto quando eravamo ancora piccoli e debuttava il tomtom, strumento del diavolo che abbiamo subito regalato alla nonna, l’unica che l’abbia utilizzato.

Nell’ultimo, si spera, tratto di strada, incrocio una famiglia italiana. O meglio, quella che penso sia una famiglia: tre generazioni di maschi italiani: nonno, papà, figlio. Li porterò nel cuore, perché il figlio mi ha fatto capire che mancavano solo poche centinaia di metri all’arrivo. Sono i secondi italiani che vedo.

Scoprirò solo qualche manciata di minuti più tardi che in realtà sono 3 persone semplicemente di eta diverse che si sono conosciute camminando. Luciano, il più anziano, Bruno e non so ancora il nome del più giovane.

Non sono mai stata più felice di sentire il rumore di una moto. Mancano 500 m, da qualche chilometro ha iniziato a farsi sentire anche il ginocchio sinistro, la mia pianta del piede sta chiedendo pietà, l’unica cosa che non molla nel mio corpo e il sorriso. Grazie al cielo davanti a me vedo l’ostello. Si cazzo. Anche queste tappe ce la siamo portata a casa, le ginocchia non lo so.

In coda per entrare in questo Albergue stupendo e gigante, conosco Bruno e Luciano, mentre chiacchiero con mezza fila usando tutte le lingue del mio repertorio. Da ieri sera sono diventata l’interprete e saltello da una parte all’altra cambiando voce e vocabolario a piacere. Non sono mai stata così contenta di aver imparato tutte queste lingue. Poter capire, comprendere, ascoltare e parlare con tutti, ma non solo, aiutare le persone a comunicare tra loro, è un tesoro inestimabile. E pensare che in quinta liceo se c’erano due indirizzi che avevo escluso dalle scelte universitarie erano medicina, perché serve una vocazione, e lingue, perché pensavo di non esser portata. Quanti assi abbiamo nella manica, se ci scaviamo davvero bene?

Ho appena scelto di spendere 4€ per la lavatrice, invece che lavare a mano i vestiti con il rischio che non asciughino entro sera. Grande investimento, peccato che sia rimasta con una t shirt, mutande e pantaloncino, non ho neanche un reggiseno per gestire la situazione. Mi sdraio per la prossima mezz’ora, con i piedi all’insù, per riattivare la circolazione. Poi andrò a riempirli di vasellina ed infine a visitare il paesello, nella speranza di trovare una messa per celebrare la Pasqua come si deve.

Forse devo ripararmi da questo vento di aprile, altrimenti mi prendo un raffreddore che già sento la nonna.

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Bordeaux – Saint Jean Pied de Port 235 km in treno e bus

9.20, Gare Saint Jean.

Il mio treno ha 2 destinazioni. Alcuni vagoni, ad un certo punto, si staccheranno e prenderanno due strade diverse. M’immagino la scena come il distacco di una navicella spaziale dalla nave madre. Probabilmente invece avverrà, giustamente, da fermi.

Il primo treno è in direzione Bayonne, la fermata precedente è Dax (rido), quella successiva Biarritz. A giudicare dai maglioncini con camicia alla Ubaldo, Biarritz è la meta dei miei vicini di sedile, che si esprimono a gesti e non sembrano voler cedere alla loquacità. La prima classe costava 2€ in più della seconda, mi sono lasciata tentare. Vi dico solo che c’è la moquette.

Passo e chiudo per ora, devo concentrarmi sul finestrino.

Ogni tanto guardo telefono. Una volta si è anche alzato. Il mio compagno di viaggio silenzioso, seduto di fronte a me, per fortuna in senso opposto rispetto alla direzione di marcia, è un uomo sulla 40ina, stempiato, con i capelli sale e pepe. Porta un maglioncino grigio con scollo a V, sopra ad una camicia bianco candida che sembra anche stirata. Ha le unghie curate, che mostrano quel millimetro di Bianco, accentuato sugli angoli, che riesce ad infastidirmi. Mani grandi e dita lunghe, non troppo affusolate. Solo con l’indice digita qualcosa sul telefono. Probabilmente sono gli anni 90 in questo caso lo spartiacque: chi è nato prima usa il telefono con l’indice, chi è nato dopo ha i pollici opponibili che consumano lo schermo.

Ogni tanto guarda fuori dal finestrino. Il paesaggio che si staglia alla mia destra ed alla sua sinistra è in continua evoluzione. Siamo partiti con il cielo blu di Bordeaux, passando per boschi nebbiosi, per campi gialli luminosi, per praterie brucate dalle pecore. Ogni tanto una stalla, un paesino, la campagna, la città. Dax.

Avrebbe tutta la faccia di un papà che raggiunge la famiglia, partita prima di lui, per il weekend di Pasqua, ma le sue dita già descritte, non svelano segni di matrimonio. Potrebbe essere già finito, mai iniziato, potrebbe essere un single da sempre in direzione casa di mamma.

Il suo Samsung ha la cover dei boomer, la cover che copre anche lo schermo. Era nera, ora è un nero sbiadito e sgualcito. Rido pensando che è davvero la cover dei boomer, sembra che non gli sia mai andato a genio il fatto che i telefoni non si aprono più come i primi Motorola, conservano quel gesto gelosamente, probabilmente inconsciamente. Lo ruota e sembra intento a guardare un video, senza audio. Di gratta la cute con la mano sinistra sulla quale noto un piccolo graffio. Single e con un gatto?

All’altezza di Dax incrocia le braccia, cede ai miei sguardi furtivi, ma costanti. Gli occhi, sempre bassi, sono di una nuance di marrone abbastanza scura, con venature miele, come le sue scarpe in pelle. Per sbaglio li incrocia con i miei, distogliendoli immediatamente. Chissà cosa pensa lui di me. Chissà se pensa qualcosa o è totalmente assorto nel suo mondo.

In stazione attendono il treno una famiglia con due bambini dagli impermeabili colorati, lei di rosa e lui di giallo. Il piccolo saltella imperturbabile, la piccola si lascia portare in braccio da mamma. C’è un terzo fratello, molto più grande, con una felpa viola ed un cappellino grigio, tiene per mano il bambino con l’impermeabile, gli mostra i segreti dei binari. Che sia quella la sua famiglia? Chi l’ha detto che deve indossare la fede una persona per avere una famiglia?

Mi alzo per bere ed un altro pensiero giunge alla mia mente. Ma se fossi nata in Francia, quale sarebbe la mia vita ora? Una vita italiana traslata in un altro paese? Vivrei a Parigi, andrei in montagna a Chamonix ed al mare a Biarritz? O in Costa Azzurra? Solo in un secondo valuto l’opzione che sarei potuta nascere a Nantes, o in un paesino della Bretagna, nascerci, crescerci, diventare fotografa di battesimi e stazioni. Qualcosa di totalmente diverso. Mi piace immaginare che sarei trovata comunque a 26 anni, su un treno in direzione Bayonne, con un uomo di fronte a cui guardare le mani, intenta ad assaporare ogni secondo di questa vita. Ecco, magari senza smalto color glicine. Ma cosa mi è saltato in testa.

11.36, Treno Bayonne-Cambo

Ora si che si respira cammino. Le porte de masque il est obligatoire sur le bus et le train, ma ciò nonostante questo trenino profuma si cammino. Profuma perché gli umani che l’hanno popolato ancora non hanno iniziato a camminare.

Chiunque mi sembra meglio equipaggiato di me. Dopo tutti i calcoli quantistici parto con l’idea di aver toppato su due pezzi fondamentali, scarpe impermeabili e giacca, ma sono fiduciosa, del resto se la cosa peggiore che può succedere è bagnarsi, c’è poco di cui preoccuparsi.

12.02 bus Cambo – Saint Jean Pied De Port

Fa fresco. Ma soprattutto ancora nessuno mi ha rivolto la parola e ancora non ho rivolto la parola a nessuno. Il bus è gremito, ma non così tanto da costringere qualcuno a sedersi vicino a me. Saliamo. Controllo l’altitudine con la bussola dell’iPhone. Attraversiamo una zona particolarmente boschiva, le piante sono verdissime e le vegetazione folta. Oltre il vetro riesco ad immaginare l’odore di erba bagnata. Pessimo segno. Il cielo è semi coperto, marcia spazio a qualche chiazza azzurra, per poi diventate ombroso verso ovest. Le strade sono abbastanza trafficate. Luigi mi ha detto che ieri sono arrivate 700 persone a Santiago. Questo può solo significare che ci sono migliaia di persone in movimento. Sono un puntino viola con un pile tra quelle migliaia, nel caso mi cerchiate, per ora solitario.

Approfitto di questi tratti sui mezzi per lasciar volare le dita sulla tastiera, non so se avrò ancora voglia o bisogno di scrivere mentre camminerò, non so se ne avrò il tempo e sicuramente non voglio sentirne il dovere.

Farò come dice Truppi, il De Andrè del XXIº, per una volta ascolterò e gestirò i miei istinti più animali, i miei bisogni più personali, nel modo più naturale possibile. Fame, sete, sonno, fatica, voglia di scrivere o di piangere. La voglia di baguette no, fino a domani.

Le case che vedo dal finestrino hanno il tetto in mattoni, facciate bianche candide e finestrelle con persiane rosse. Tutte, tranne qualcuna che si sbilancia con il verde scuro. Ognuna ha il proprio giardino, curato, una o più macchine nel cortiletto ed il bene della famiglia, in ferro modellato, appeso accanto alla porta.

Non faccio in tempo a notarlo che siamo arrivati ad una fermata intermedia dalla quale scendono alcune ragazze, che i genitori sono venuti a prendere. Ora il sole batte più forte, le nuvole di sono leggermente diradate ed il papà selle ragazze è in maniche corte. Nonostante la sua corporatura imponente, mi dà fiducia.

E facevo bene ad avere fiducia.

Sono le 13, splende un sole che non spacca le pietre, ma sicuramente spacca la mia testa. Tra tutti i ristorantini turistici di Saint Jean scelgo quello senza alcuna fotografia ed in cui capeggia nel menu il minestrone. A gestirlo c’è Patrizia, insieme al compagno e due ragazze. Lei sta in cucina, ma casualmente mi accoglie e scopro il lei le mie radici. Piemontese d’origine, ha fatto il cammino 5 anni fa è dura ancora adesso. Dopo averlo completato ha rilevato l’hotel La vita è bella e li ha lavorato o – come piace dire a lei – si è goduta il tempo, fino ad oggi. 3 giorni fa, dopo aver dato in affitto l’hotel, hanno preso in gestione questo ristornare. Una scommessa, la definisce lei. Il locale è vuoto, all’ora di pranzo, ma viene da giorni di grandi pienoni grazie alla festa del prosciutto di Bayonne. Spero di aver capito bene, prosciutto.

Le chiedo se torna a casa ogni tanto, mi confessa che ha voglia di tornarci i. Pianta stabile, per un po’, “ho voglia di tornare dove tutto è iniziato, perché va bene fare le cose per se stessi però c’è tutta la mia famiglia la”. “Anche stare accanto alla propria famiglia può significare fare qualcosa per se stessi”, ribatto. La ringrazio, mi tolgo un altro strato di vestiti ed è lei la prima a dirmi “Buen camino”. Grazie Patrizia.

Timbro. Mappa. Foto. Si parte.

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