Un masala di umanità, Agra edition – My Times of India n.3

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Volevo sentirmi bianca. Volevo sentirmi donna. L’unica donna bianca nella stanza. Ero una delle poche donne bianche in uno spazio esponenzialmente più grande di una saletta ed è stato comunque claustrofobico.

Benvenuti al Taj Mahal. Meglio non andarci in un giorno di festa.

L’India è sempre stata nel mio retrocranio. Dopo l’Erasmus a Siviglia ho scelto due anni di magistrale, invece di un master, per poter partire per uno. Dopo un anno europeggiante mi sarebbe piaciuto tantissimo vivere un’esperienza culturalmente molto diversa, “vorrei andare in India” dicevo. All’epoca l’unica cosa che conoscevo dell’India era un cartone animato che guardavamo da bambine in macchina, con il lettore DVD portatile: Parva ed il principe Shiva. Non c’erano accordi con nessuna università indiana, così ho preso quello che il destino mi ha proposto: l’Argentina, l’America Latina. Non era l’Oriente, ma si è comunque rivelato un mondo distante da quello occidentale, molto più di quanto mi aspettassi, nonostante l’influenza delle colonizzazioni.

Così l’India è passata in secondo piano, è rimasta nei film di Bollywood e silente nella mia testa, finché non è arrivato il covid. Mesi di clausura e di lettura. Mesi di silenzio e di viaggi solo mentali, di mascherine e pulizia. Durante una grigliata nella vecchia casa di Ema, Toni e Maga a Sarzana, una ragazza girava con un mattone nella borsa, che usava come vassoio per le braciole. “Mi hanno detto tutti che è un libro che cambia la vita, ho ceduto”. Me l’ha presentato così: Shantaram.

Un libro così alto si può iniziare solo d’estate, quando le giornate sono più lunghe e la mente più accogliente. L’ho ordinato, usato, ma nuovo, su Depop. È arrivato in una busta ocra della posta, con il servizio piegodilibri. Era ocra anche lui e sulla sua copertina campeggiavano sfocati una gradinata, un fiume, qualche uomo ed un paio di barchette. Non mi diceva niente, ma ero emozionata. Ho filmato l’unboxing con l’effetto glitter di Instagram, come fosse un qualcosa di prezioso.

È stato difficile scegliere di lasciarlo a casa, quando ho preparato lo zaino per la Sicilia, ma ne avrebbe occupato metà e mi avrebbe distratta troppo dalla vita.

Non era ancora tempo.

Il suo momento è arrivato allo scoccare della mezzanotte, in concomitanza dell’inizio della seconda quarantena e la consapevolezza che avrei passato un paio di mesi al mare, d’autunno.

A Santa ad ottobre non serve la giacca, si può uscire vestiti leggeri e riempire la borsa di altro. Quel libro era in tinta con i divani del mare e con il cestello di pelle che usavo in quel periodo. Era in sintonia con l’ambiente esterno e con quello interno, con me.

Così l’India è tornata nella mia vita, riga dopo riga, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, sottolineatura dopo sottolineatura. Il mio corpo era fermo e la mia mente volava. Chiudevo gli occhi ed immaginavo. Lo sentivo.

E l’ho sentito per mesi.

Vivevo la mia vita e quella di Karla, Linbaba, Prabu, Hasan… ero a Santa, a Roma, a Genova, a Casale, ma anche a Bombai, al Leopold, nello slum ed al Taj.

Poi è finito. Ho deciso di finirlo a capodanno, nel letto della cameretta del liceo di Bea, con l’abat-jour accesa, gli occhi pieni di lacrime ed il cuore in subbuglio. Così finiva il 2020. Finalmente sapevo rispondere alle domanda “qual è il tuo libro preferito” e “qual è la prossima meta?”.

Il resto è una serie di coincidenze fortuite e fortunate che mi hanno fatto pensare che questo posto qui, questa nazione a forma di rombo sbilenco, mi stesse chiamando.

Sono semplici eventi, coincidenze, che si possono leggere come tali o come segno del destino, come sempre. Per esempio:

⁃ Sono uscita per qualche mese con un ragazzo che, il caso vuole, stesse leggendo lo stesso libro

⁃ La mia libreria preferita di Milano ha scontato Siddartha

⁃ Un’azienda per cui ho fatto un colloquio mi ha proposto un business case su una fittizia compagnia indiana

⁃ Ma soprattutto, in un Airbnb a Napoli, dove mi trovavo per il matrimonio di Stefania, tra una dose di vaccino e l’altra, ho conosciuto il mio migliore amico indiano: Tilak.

E potrei continuare.

Così ho studiato, così mi sono informata, così ho fatto domande, così ho aspettato di avere il tempo, quello che mi avrebbe permesso di sentire davvero una regione così profondamente sfaccettata del mondo. Pensavo a Natale, pensavo con Tilak, invece è arrivato inaspettatamente durante la stagione dei monsoni: un mese di ferie tra un lavoro e l’altro. Raro, prezioso, fuori stagione. Il minimo per potersi vestire di una bandiera nuova.

Ho controllato i voli, ho controllato i viaggi organizzati, ho immaginato un mio itinerario, ho iniziato a seguire influencer locali, pagine di ambasciate, giornali indiani. L’ho scritto sul gruppo delle vacanze estive. L’ho detto a papà. L’ho detto ad alta voce. L’ho scritto su Instagram. Ho raccolto contatti. Ho ricevuto informazioni preziose. Ho prenotato. È diventato reale.

Chi non c’è mai stato mi ha presa per matta. Chi c’è già stato mi ha consigliato di partire con qualcuno. Gli amici e contatti indiani mi hanno dato altri contatti ancora. Chi mi conosce mi ha chiesto di stare attenta, abbracciandomi e augurandomi buon viaggio.

I giorni prima di partire sono stati un susseguirsi di emozioni contrastanti. La curiosità, il dubbio, la voglia di partire, la paura, la voglia di restare, il timore di avere il covid, l’estate italiana. Guardavo le coppiette in vespa con le gambe nude andare verso la spiaggia, guardavo la tavola apparecchiata per una cena con gli amici di una vita, guardavo la discoteca gremita, cantavo e trattenevo il respiro, sperando di non prendere il covid. Pensavo che l’estate italiana è la più bella del mondo e che avrei voluto viverla e poter fare questo viaggio in un altro momento. Lasciavo parlare tutte le vocine nella mia testa e mi agitavo, riconoscendo quella sensazione che mi prende lo stomaco prima di ogni grande viaggio: l’ansietta. Si è manifestata la prima volta sotto forma di insonnia, prima di ogni gita o campo estivo: per paura di non svegliarmi e perdermi la vacanza puntavo mille sveglie e non riuscivo a dormire. È diventata vomito appena atterrata a Siviglia. Ho battezzato un angolo di Santa Cruz pensando di aver mangiato qualcosa che mi avesse fatto male. È stata una forte cistite prima di partire per Baires. Era qualche linea di febbre due settimane fa. È il mio corpo in allerta che mi dà un’altra chance, sembra chiedermi “sei sicura? Sei proprio sicura?”. Ed io lo sfido. Sfido il confort, sfido l’ansia, sfido i miei stessi limiti, perché so qual è l’evoluzione di questa ipocondriaca morsa allo stomaco: lacrime amare quando è ora di tornare a casa, la voglia che duri di più.

Ed eccomi qui, dopo 10 intensi giorni, in seconda classe su un treno in direzione Chandigarh. La playlist indiana nelle orecchie, sotto il sedere il lenzuolo pulito che danno ad ogni pazzeggero, in viso la mascherina perchè il ragazzo davanti a me soffiava troppo il naso. Vado verso nord, ho scombussolato i miei piani perché questo paese ha scombussolato me.

Mi chiedo come l’avrei vissuto se, invece che a CABA fossi venuta qui, a 21 anni, da sola. Sarei più stata più selvaggia? Avrei saputo districarmi? Mi sarei abituata al piccante? Avrei imparato l’hindi? Quanti Sari avrei nell’armadio? Sarei tornata a casa? Con chi sarei in treno in questo momento? Con quanti uomini avrei litigato? Come sarebbe cambiata la mia concezione di spazio e privacy? Come avrei vissuto una giornata come quella di ieri?

Quest’anno Raksha Bandhan cade l’11 ed il 12 agosto. In questa giornata di festa le famiglie induiste ed in generale anche molte famiglie indiane che professano altre religioni, celebrano la fratellanza, nello specifico il rapporto tra fratello e sorella. L’usanza prevede che le sorelle leghino al polso dei fratelli un braccialettino, in segno di ringraziamento per i fratelli, i quali ricambiano con un pensierino e la promessa di eterna protezione. Un gesto dolce, di amore fraterno, bilaterale, in cui – non posso fare a meno di notare – la donna è inevitabilmente la persona da proteggere. Non c’è malizia, ne cattiveria, è così e basta.

Nel paese in cui si consuma 1 stupro ogni 15 minuti del resto, cosa ci si può aspettare? La prima volta che ho letto questo statistica, in un articolo di The Passenger India, ne sono rimasta impressionata. Nonostante fosse decontestualizzata, la fonte è ufficiale, il Report annuale sui crimini del Ministero degli Interni di Nuova Delhi: in media 92 stupri al giorno vengono denunciati ogni giorno.

Cosa significa?

92×365=33580 donne stuprate all’anno. Su 1 miliardo 412 milioni di abitanti, di cui poco più del 50% sono donne. Significa che lo 0,0048% circa delle donne indiane viene stuprata ogni anno.

Per avere un metro di paragone si può osservare l’Italia, dove si consuma 1 violenza sessuale ogni 131 minuti (tra stupri, violenze e abusi). Una media di 11 stupri al giorno. 11×365=4015 donne violentate all’anno. Su circa 59 milioni di abitanti, di cui, anche in questo caso, poco più del 50% sono donne. Significa che lo 0,0136% delle donne italiane viene stuprata ogni anno.

Numeri che statisticamente possono risultare poco rilevanti, ma che emotivamente, civilmente, socialmente sono enormi e che cumulati portano a constatare che il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale (https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza). Una. Che basterebbe per sempre, ma non è detto che sia una sola.

Che cos’è una violenza? Qual è il limite tra mancanza di rispetto e violenza? Qual è il limite tra inconsapevolezza ed abuso? Qual è il limite? Il mio? Il tuo?

Me lo chiedevo ieri sera, mentre non riuscivo a prendere sonno e continuavo a rigirarmi nel letto, agitata. Mentre mi chiedevo, per la prima volta, che cazzo di faccio qui, da sola, dall’altra parte del mondo, mentre mi domandavo se ho fatto una cazzata a prenotare un viaggio così lungo, mentre rimuginavo sulla giornata assurda appena vissuta.

Sulla strada per il nord, dove mi sto dirigendo per cercare un angolo d’india più silenzioso, per vedere le montagne, mi sono fermata per un pit stop irrinunciabile: il Taj Mahal. Sono arrivata in città con un paio di ore di ritardo rispetto alla tabella di marcia, provata da 16 ore di treno, mi sono buttata sui divani della piscina dell’hotel dai quali mi sono alzata con l’unico obiettivo di fare la turista: tuc tuc, Taj Mahal, tuc tuc Red Fort, tuc tuc punto panoramico, tuc tuc hotel. Nei miei piani c’era la prima giornata di pura vacanza.

Davanti all’ingresso del monumento, un’infinita fila indianissima faceva il giro dell’isolato. Dopo un po’ di esitazione ho accettato di spendere 500 rupie per saltarla. Il privilegio di essere una turista, l’accoglienza, a volte a pagamento, che riserva questo paese. Il ragazzo che ha ceduto alla mia contrattazione semplicemente arriva con me in cima alla fila, si fa largo e mi ci infila, salvo poi essere preso per il collo da un poliziotto e trascinato via. Io rimango però. Protetta ed accettata nella fila delle donne, passo sotto il metal detector e mi sembra di aver avuto un gran culo: non ho pagato, non ho fatto un minuto di coda e sto per vedere in 3D una delle 7 meraviglie del mondo.

Ho letto alcuni articoli che consigliavano di venire al pomeriggio, quando il sole è alto ed il marmo è più lucente che mai. Altri che suggerivano la mattina all’alba, quando il sito è ancora poco affollato e si può godere dei giochi di luce che il sole crea con gli specchi d’acqua che circondano il giardino. Purtroppo l’alba sarà impossibile: venerdì è chiuso, per lo stesso motivo per cui ieri era aperto e gratuito, è festa.

Mentre con fiume di umani attraverso il primo arco in argilla rossa, intravedo la famosa cupola. In lontananza, alla fine delle fontane, sotto un cielo azzurrissimo, drappeggiato di nuvole, c’era lei. Bianca, candida e cangiante, come me.

Chiedo subito una foto, sono qui in veste di turista, me la merito.

Una, due, tre… grazie.

Da quel momento in poi “photo please” è la cosa che mi sentirò ripetere per tutto il pomeriggio.

In qualsiasi punto panoramico, sullo sterrato, sulle scale, in coda, mentre cammino, mentre sto ferma, chiunque mi chiede una fotografia. Bambini con mamme e senza mamme, ragazze, ragazzi, mamme senza bambini, gruppi di donne, gruppi di uomini.

Non riesco a dire di no, sorrido, mi metto in posa, ma senza preoccuparmi di venire bene, tanto chi le vedrà queste foto? Boh, chi le vedrà queste foto? Inizio a chiedermelo.

Cerco di camminare ed una processione di persone è dietro di me, davanti a me, accanto a me. Cerca di fare foto con me ed a me, qualcuno fa video, qualcuno chiede, qualcuno no. Tra tutte queste persone c’è un ragazzo, si presenta come Nano, parla un inglese forbito ed educatamente mi chiede anche lui una fotografia, prenettendo “solo se non è un disturbo e se non ti dispiace”. Lo ringrazio per l’educazione. Sorrido. Selfie.

Uno tira l’altro. Come se fossi un personaggio famoso. Come se vedendo qualcuno farsi le foto con me, qualcun altro pensasse che sono famosa e nel dubbio volesse anche lui una foto.

È così che si sentono i VIP quindi? È per questo che al museo ci vanno da soli, penso. È per questo che girano con i bodyguard, penso. I bodyguard.

Ricerco Nano tra la folla e gli chiedo se ha intenzione di visitare anche l’interno del Taj Mahal e se non gli dispiace di restare con me, così da passare più inosservata. Accetta. Informa i suoi amici del ruolo di chi è stato investito e gli chiede aiuto. Sono tutti contenti e divertiti, io un po’ sollevata.

Nonostante la loro presenza, la processione continua, ma c’è qualcuno che dice no al posto mio e la cosa mi è d’aiuto.

Seguono 2 ore di visite e richieste di rispetto, durante le quali lo sento dire più volte “this is harassment, please stop”. Lo dice a chi chiede insistentemente foto a me, ma anche quando incrociamo altre turiste, che cerca di aiutare. Coppie di amiche, coppie di fidanzati, tutti stanno vivendo la stessa situazione. Saremo massimo una decina di ragazze bianche e ci guardiamo tutte, contrite, scambiandoci parole di conforto, consigli di sopravvivenza e sguardi solidali.

Nano ed i suoi amici sono simpatici è davvero gentili, cercano di sdrammatizzare e smorzare il momento, mentre io faccio foto come una turista giapponese ai monumenti, loro selezionano giusto un paio di persone educate con cui continuo a fare foto. L’idea di sedermi e rileggerne la storia in un angolo del parco è sfumata velocemente, ormai sono rassegnata a riguardare le foto in hotel.

Mi infilano su un tuc tuc e ci salutiamo. Sono passate 3 ore ed il sole sta calando. Andrò da sola al punto panoramico.

Mentre saltello sul sedile posteriore del mio mezzo preferito, mi spengo lentamente. Sono stanca, provata, un po’ frustrata, non voglio che si ripeta anche al tramonto.

Il punto panoramico è dall’altra parte del fiume Yamuna, sul quale il Taj si specchia. Lo raggiungo dopo una camminata di un km in cui trascino i piedi e mi dà energia un campo di cricket pieno di bambini in lontananza. Il primo finalmente gremito che riesco a vedere.

Il cielo si è rannuvolato, il sole si è ritirato, ho l’1% di batteria, l’area si riempie piano piano, mi siedo sullo spigolo di una panchina in pietra rossa e mi chiedo se sarà rosso anche lui questo tramonto. Forse no. Probabilmente no. E anche se fosse va bene così. Me ne vado.

Tuc tuc. Hotel. Non esco nemmeno per cena. Letto. Rimugino.

Sara mi aveva avvisata “ti chiederanno qualche foto”. Anche Elena mi aveva avvisata “pensano che siamo attrici di Bollywood”. L’avevo notato dalle storie di uno dei viaggi di Samsara road “momento VIP”. Mi era già successo a Varanasi… ma non così.

Cerco una risposta. Scrivo a Tilak, ad Harshil, a Sara, chiedo e scavo nella mia testa, nella storia, in quello che ho letto, in quello che ho visto.

La sovrappopolazione di questa nazione, l’umiltà, le tradizioni, fanno si che molti suoi abitanti siano costretti in spazi molto piccoli, condivisi, con famigliari e non. Le relazioni diventano così strettamente interconnesse ed il concetto di spazio personale, come viene tendenzialmente inteso in occidente, muta. Così come varia il concetto di intimità e privacy, che diventano un lusso, un privilegio, qualcosa di sconosciuto. A questo si aggiunge, un po’ di ignoranza di alcune fasce di popolazione e la mitizzazione dell’uomo bianco, che agli occhi di troppe persone è visto come qualcuno superiore, un mito appunto, da fotografare e con cui non vedi l’ora di fotografarti, per prenderti un pezzo della sua notorietà.

Volevo sentirmi bianca. Volevo sentirmi donna. L’unica donna bianca nella stanza. Ero una delle poche donne bianche in uno spazio esponenzialmente più grande di una saletta ed è stato comunque claustrofobico.

Volevo sentirmi bianca per capire cosa significa stare dall’altra parte, cosa significa essere l’unica persona di colore nella stanza. Per lavorare sulla mia empatia. Invece mi sono ritrovata ad affinare la mia empatia nei confronti delle persone famose ed a constatare lo stupore negli occhi di chi, sorpreso, mi faceva notare “ho visto che hai fatto foto con tutti, persone con il velo e senza, del nord e del sud, Hindu e musulmani. Non me l’aspettavo”.

Volevo sentirmi bianca. Volevo sentirmi donna. Volevo sentirmi Karla. Volevo entrare dentro a Shantaram. Penso di averne avuto un assaggio ieri. È stato intenso. È stato contraddittorio. È stato esponenziale. Come tutto, qui.

Una nazione così ricca ed umile, così sfaccettata e complessa, così profonda e mistica, così sacra e profana, così aperta e così chiusa, cosi accogliente ed esasperante, così piena e desolata, cosi calda e così fredda, così tecnologica e così primitiva.

Una tavolozza intera di colori.

Un masala di umanità.

Tutta da scoprire.

Tutta da capire.

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