Sguazzando nell’impermanenza su e giù tra Dharamkot e Mcleod Ganj – My Times of India n.4

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Starbucks dell’aeroporto di Delhi. 4 ore d’attesa tra un volo e l’altro, prendo un tè verde perché se bevo un altro chai divento marrone. Prima di lasciarmi assorbire da una lunga chiacchierata con il ragazzo seduto al tavolo accanto, riordino il diario di viaggio. Questa tappa è stata così intensa e profonda che il suo articolo sarà un’accozzaglia di pensieri e sensazioni, disordinata e forse incomprensibile.

Ho scritto qualcosa, ogni giorno, quando volevo registrare le emozioni che questo luogo magico mi stava regalando. Il risultato lascia trasparire l’emozione. Se la sentite, vi invito a controllare i voli per Dharamshala.

Sono partita per il nord per cercare un po’ di silenzio, di calma. Sono partita ascoltando testa e cuore che mi chiedevano un attimo di pausa e riflessione, un attimo di stop. Sono partita a scatola chiusa, impreparata, senza aspettative, senza sapere nemmeno dove stessi andando. Me ne vado avendo trovato tutto quello che non sapevo nemmeno stessi cercando.

Sono in India da 15 giorni e sono stati così pieni, così vivi, così intensi, da sembrare mesi. Sono così viva, così piena, da sembrare sempre più me.

A presto.

13/08/2022

Sunset cafe.

Le nuvole di alzano lentamente dalla valle avvolgendo le montagne rigogliose e verdissime. Il sole si fa fioco, ma è sempre accecante. Strizzo gli occhi per poter guardare bene questo spettacolo che mi ricorda Macchu.

Il bar, costruito interamente in roccia, è a strapiombo su una profonda insenatura. Ordino un chai, incrocio le gambe e chiudo gli occhi. Respiro.

Quando li riapro c’è il doppio della gente, tutti indiani, tranne una coppia israelita.

Qui, proprio come a Taganga in Colombia, c’è una gran via vai di ragazzi che dopo gli anni di leva obbligatoria si prendono un paio di mesi di break lontano dalla loro terra.

Il chai tarda ad arrivare, tempistiche indiane, mi stiracchio e le orecchie percepiscono la parola “pizza”. Sulla lavagna c’è scritto “best pizza in India” e quella che esce, su un vassoio in legno, sembra davvero una bella pizza, non è ancora passata al vaglio di salse spezie e salsine. Per poter godere del tramonto ci sono 3 livelli di roccia sulla quale cresce indisturbato luminoso muschio verde. Io sono sul livello più alto, il team pizza su quello più basso. La visuale perfetta. 6 persone si passano il vassoio per fare una foto con la pizza ed il panorama. Pizza al centro, è il momento delle salse. Pioggia di spezie. Sento l’odore della pizza e sono in pena, so che si sta raffreddando. Si raffredda velocemente come il sole sparisce quando è vicino all’orizzonte. Ci siamo. No. Nel dubbio un’altra foto, di gruppo. Ed un selfie. Le ragazze tolgono gli occhiali, sciolgono i capelli, sorridono.

Ci dividono km di nuvole, ma ci uniscono il sole, la natura, la birra al tramonto, la pizza ed i rituali prima dei selfie.

Riordino il chai, se l’era palesemente dimenticato. Arriva subito, in un bicchiere di vetro che sembra quello del bombardino in montagna. Il sole cala. Un mare di nuvole di tinge di rosa.

Ricominciamo.

14/08/2022

La Stagione dei monsoni si fa sentire, qui sulle montagne dell’Himachal Pradesh.

Ha iniziato a diluviare e mi sono rifugiata in un ristorante tibetano, gestito da una giovane coppia con due bimbe di massimo 2 anni e frequentato solo da israeliti. Una bimba dorme e l’altra girulla per il locale con il girello. All’ingresso una mandria di bambini Israeliti mi ha attorniata “da dove vieni tu?” “Dall’Italia” “ah ci sono un sacco di italiani qui” “in realtà ci sono un sacco di israeliti!” “Hai ragione”.

Ordino delle verdure al vapore, nonostante i noodles mi tentino parecchio, non ho così fame. Ho lasciato la lezione di guida alla meditazione per scendere in paese, alla ricerca di un buon Wi-Fi per una videochiamata, ma qualcosa mi dice che dovrò restare per un bel po’ in questo ristorante. Non posso usare il telefono per non consumare la batteria, così mi tuffo sulla libreria. Una guida lonely planet del nord dell’India. Forse è il caso di informarmi su dove sono finita.

Hichmal Pradesh, Daramshala, McLeod Ganj. Sono finita a casa del Dalai Lama?

In barba alla batteria che dovevo risparmiare, apro tutte le pagine Google possibili ed immaginabili per confermare quanto appena letto. La città che ha accolto il Dalai Lama e migliaia di suoi concittadini in esilio dal Tibet. Ecco dove sono finita. Ecco perché la pace sembra essere la regola aurea di questo posto, sono nel posto più buddista del mondo!

Rido.

Avrei potuto informarmi prima di partire, avrei dovuto saperlo… sono venuta in India per scoprire una cultura, conoscere una nazione e tutte le sue sfaccettature, tutte le religioni che la compongono, usi, costumi. Pensavo di dover andare in Ladakh per sentire il buddismo ed avevo mentalmente incluso quest’opzione nell’itinerario, ma ero stanca. Stanca del caos e dei mezzi di trasporto, volevo solo silenzio ed un’altra India, meno caotica. Così ho chiesto ad Harshil, a Aamir, a Sunya “dove posso andare?”. E sono partita, arrivando esattamente, inconsapevolmente, dove sarei voluta essere.

Del resto le cose migliori sono sempre quelle inaspettate. Gli incontri fortuiti, una settimana prima di partire, una meta scelta a caso sulla mappa, un consiglio di un ristoratore, una persona nuova con cui prendi l’iniziativa ed inizi a parlare, un piatto di cui non conoscevi il nome, una scuola di yoga su cui ti cade l’occhio mentre passeggi, una ragazza che per caso di consiglia un centro di meditazione… il caso. Un disegno perfetto.

15/08/2022

Dopo i 2 giorni canonici di acclimatazione, ho la mia routine: meditazione, yoga alle 8.30, colazione da Alt life alle 10.30, un po’ di trekking per scoprire una nuova area della montagna, pranzo in un nuovo ristorante, yoga alle 16.30, tramonto, cena da Zostel. Saluto i ragazzi dell’ostello, il barista che mi ha dato indicazioni, il signore che ha ritrovato il mio ombrello, le ragazze israelite che hanno provato il corso di yoga, i signori che ho visto a meditazione, i vicini di tavolo della prima cena, i taxisti…

Non mi devo preoccupare di nulla, qui ci si muove a piedi, il paesello è tutto una salita ed una discesa, ma la vita è solo in discesa. È tutto così naturale, silenzioso, amichevole, accogliente, famigliare, che posso semplice abbassare la guardia e lasciarmi andare. Respirare, chiudere gli occhi e lasciarmi andare.

Santo. L’acqua che scorre, gli uccellini che cinguettano, il ritmo del mio respiro, una porta che si chiude, la pelle che si distende, l’aria fresca che entra dalla porta, la stoffa della cinghia appoggiata sulla lombare. Pace.

Shitu. Tikki. All the best, Namaste.

Una coppia incrociata sul tragitto, una conversazione breve, gratuita, tanto inutile quanto necessaria.

Spariranno dietro l’orizzonte e sparirò anche io, coperta dal verde e dalla natura. Di loro resterà l’entusiasmo e l’allegria, che un secondo mi hanno profuso. È in questo momento che penso che sono questi i posti e queste le persone che sono venuta a cercare, qui. Questi sorrisi, questo rispetto per la vita, questo rispetto per il prossimo, questo.

16/07/2022

“Ciao! Come ti chiami?”. Qui tutti vogliono sapere il tuo nome. Non c’è conversazione che inizi senza sapere il nome della persona con cui si sta per parlare. “Ciao, come ti chiami? Posso chiederti una fotografia? Namaste”. Non esiste ordinazione al ristorante senza che qualcuno prenda nota del tuo nome, così da scriverlo, impararlo ed aprire un conto utilizzandolo. “Ciao vorrei un chai” “certo, qual è il tuo nome? Piacere!”.

Sorrido ogni volta che succede. E sorrido all’udire la pronuncia storpiata di un nome complicato come il mio. Per fortuna “Dolly” è utilizzato anche qui.

Qualcuno ti porge anche la mano, come farebbero in Italia. Qualcuno no, sorride e basta, si presenta a sua volta.

Ognuno ha un’identità e questo domandare, questa continua ricerca di contatto, mi sembra una curiosità rispettosa, un passo avanti. Mi piace.

Domenica sono stata nel centro di meditazione Tushita. Sono arrivata leggermente in ritardo, la sala era già gremita. Un’ampia sala di meditazione bordeaux con affreschi coloratissimi, in mezzo alla foresta, attorniata da un paio di templi e casette in cui possono vivere solo monaci tibetani. La studentessa tedesca che ci ha guidato per un’ora di meditazione ha mischiato teoria e pratica soffermandosi sul fatto che, tendenzialmente, nella nostra vita quotidiana entriamo in contatto con 3 tipi di persone:

1. Persone che ci piacciono

2. Persone che non ci piacciono

3. Persone che ci sono indifferenti

Nei primi secondi di conoscenza incaselliamo immediatamente una persona all’interno di una di queste tre categorie, anche inconsciamente.

In base a come si muovono gli addendi, al fluire degli eventi, è possibile che le persone cambino categoria. Basta una serata strana, una parola di meno, a volte solo uno sguardo d’intesa, altre volte basta che cambiamo il nostro punto di vista. Perché perdere tempo ad incasellare quindi? Perché non guardare alle persone esclusivamente come persone? Ci chiede.

Perché non chiedere il nome a tutti? Perché centellinare i sorrisi? Mi chiedo.

Imparo dagli indiani la genuinità. O forse mi ritrovo semplicemente nei loro comportamenti, riconosco la mia spontaneità in loro e più la ragazza tedesca m’invita a pensare a che persona vorrei essere e più penso alla gentilezza.

Dopo la sessione di meditazione, sulla piccola sedia ai piedi della statua di buddah, a lato della foto del Dalai Lama, ha preso il posto della ragazza tedesca un ragazzo. Lezione di introduzione alla meditazione. Mi sposto su un tappetino vicino al muro, per poter appoggiare la schiena ed essere più comoda, sembra una cosa lunga ed interessante.

“Partiamo dal presupposto che tutti gli uomini vogliono essere felici ed evitare la sofferenza”. Esordisce. Semplice.

Ciò che ci impedisce di essere felici e ci causa sofferenza si può racchiudere in 3 categorie:

1. Ira

2. Attaccamento

3. Ignoranza

A differenza della psicologia occidentale, che spesso invita ad accettare ed a convivere con le emozioni e le sfaccettature del nostro essere umani, secondo la psicologia buddista, per poter essere felici ed evitare la sofferenza, è necessario estirpare i sentimenti negativi legati a queste 3 categorie.

L’ira.

Tra tutte le scritte che sono riportate sui muri del salone adibito alla meditazione una in particolare ha attirato da subito la mia attenzione, recita “se vi è rimedio, perché turbarsi? Se non vi è rimedio, a cosa serve turbarsi?”. Se associata all’ira, questa frase trova subito un significato pratico. Quante volte ci arrabbiamo? Con noi stessi, con il mondo, con qualcun altro. Alziamo la voce, rispondiamo male, reagiamo d’istinto. Quante di queste volte il risultato cambia e positivamente? Quante volte è assolutamente inutile se non dannoso? “Lavorate su voi stessi, per evitare di farvi prendere dalla rabbia” ci dice. Sostituite la rabbia con la compassione, andate oltre l’empatia: di fronte a voi c’è sempre un umano. Perdonatelo. Vuole solo essere felice ed evitare la sofferenza, come voi.

Più parla e più la mia mente vola a tutte le volte in cui mi sono chiesta “chissà quanto sarei integra se fossi un’alta carica dello stato”, “chissà quanto si stava cagando in mano Schiettino”, “chissà come mi sarei comportata in periodo di guerra”. Io non riesco mai a fare a meno di vedere la natura fallibile e codarda dell’uomo, dietro ai comportamenti virtuosi e non. Non è così facile però, tant’è che un signore continua ad alzare la mano chiedendo “Come posso perdonare i gerarchi nazisti? Uno stupratore? Un assassino?”.

Il ragazzo al microfono sorride pacato, rispondendo sempre con lo stesso tono e con le stesse parole “condanna le azioni, cerca di fare il possibile perché non si ripetano, ma dividi le azioni dall’uomo”.

Non è facile, per questo serve la meditazione: per concentrarsi, ricordarsi chi vogliamo essere e su cosa vogliamo lavorare, continuare a migliorarsi sempre.

Questo buddismo inizia a piacermi.

L’attaccamento.

E qui casca l’asino. L’attaccamento è l’esasperazione dell’amore. È quel banale errore in cui cadiamo perché è più forte di noi. Quell’egoismo, quella forza recondita che ci fa desiderare di possedere cose e persone, illudendoci che quel possesso coincida con la nostra felicità. L’attaccamento è gelosia. È cupidigia. È ingordigia.

Penso di aver avuto 16 anni, all’alba del mio primo amore, scoprivo alcuni sentimenti che facevano male allo stomaco e scrivevo come stato di Facebook qualcosa di inerente alla gelosia. Non ricordo perfettamente le parole, ma avevo maturato l’idea che essere gelosi fosse controproducente: se una persona si deve allontanare da te lo farà, prima o poi, indipendentemente dai tuoi comportamenti, la gelosia può solo portarti a non godere del presente ed ad incentivare l’allontanamento. Insomma, mi sentivo furba: non essere gelosa, mi dicevo, che la gelosia non piace a nessuno e fa venir voglia alle persone di fare proprio quello che tu non vorresti che facessero.

Ecco, non è questa la ratio.

La ratio buddhista è più matura della me sedicenne, è più generosa, è più leggera. Ci invita ad amare con consapevolezza che la nostra felicità si trova dentro di noi e non dentro ad un oggetto o ad un’altra persona. Ci ricorda che amare significa riuscire ad essere felici per la gioia di qualcun altro, indipendentemente da quanto siamo vicini o lontani da questa persona. Ci ricorda una delle regole auree della vita: l’impermanenza. Nulla rimane immutato: le persone cambiano, gli oggetti si deteriorano, il passato è passato ed il futuro non esiste. Qui, ora, noi, felici, generosi, magari ambiziosi, ma consapevoli che il nostro obiettivo è solo uno strumento, non la fonte della nostra gioia. Umili, capaci di accontentarsi.

Non è né facile a dirsi, ne facile a farsi. Anche su questo c’è da lavorare. La soluzione? Indovinate… meditare.

L’ignoranza.

“L’ignoranza la vediamo dopo pranzo”. Si interrompe. Non la sentirò, per il pomeriggio avevo già un impegno, così cerco la spiegazione online. L’ignoranza è un atteggiamento nei confronti della vita, è arroganza, mancanza di comprensione, di empatia. È sussistenza, cinismo. Ignorante è colui che non ha capito che la vita è e sarà sempre una continua interminabile ricerca.

Scrivo ad Amalia “dobbiamo farci un weekend di introduzione al buddismo ed alla meditazione”.

“Sai che mi trovi sempre pronta!”.

Posso chiudermi la porta rossa alle spalle. E pensare che ero venuta solo per i momo.

Sai nonna, c’è un posto sulla terra in cui – ora lo so – potrò sempre essere felice. Provo a fotografarlo con gli occhi perché rimanga per sempre con me, perché mi ci possa rifugiare quando l’ira, l’attaccamento o l’ignoranza prenderanno il sopravvento. Lo guardo, dall’alto di questa terrazza e sono grata, felice di averlo conosciuto, attraversato, sudato, sentito, vissuto. Felice come alla fine del cammino di Santiago. Felice come alla fine dell’erasmus. Felice come alla proclamazione di laurea. Felice come quando una cosa finisce e la tristezza potrebbe prendersi tutta la mia anima, ma non la lascio vincere, perché la gratitudine e la meraviglia sono più forti. Felice.

Sai nonna, in questo posto le case, se non hanno le terrazze, hanno i tetti verdi e tanti colori ricoprono le loro facciate. Le montagne sono rigogliose, di un verde scuro intenso, il cielo può diventare grigio in un attimo, ma quando le nubi si diradano è celeste. Non blu, come nelle giornate serene a Milano o a Buenos Aires, ma celeste, come a Santa al tramonto.

Ogni tanto si tinge di rosa ed in lontananza le nubi creano striature ed ombre che sembrano montagne, a prima vista.

Sai nonna, di fronte a questo tramonto, non riesco a contenere le lacrime. Sorrido e piango. E non vedo l’ora di abbracciarti e farti vedere queste foto, toccare la tua pelle fragile, sorridere insieme a te che ormai non hai più i denti e nemmeno la dentiera. Non lo so nonna, non lo so perché mi sei venuta in mente tu, davanti a questa meraviglia, in questo momento. Sarà che sono in pace, come da bambina, quando con le unghie lunghe mi grattavi la testa. Torno presto.

17/08/2022

“I’ve never been able to leave this place”. Ieri, lungo la strada per le cascate, che sembrava impossibile trovare, ho incrociato una ragazza olandese. Era girata di spalle alla valle e ruotava su se stessa cercando di inquadrare il suo viso e qualcos’altro sullo sfondo. Attacco bottone. Anche lei oggi partirà, dopo 3 anni. Si è trovata qui, 3 anni fa e questo luogo l’ha rapita. Si è innamorata prima del posto, poi di un ragazzo, ha iniziato a lavorare ed eccola adesso – ho pensato -, mentre tenta di fotografarsi con quella che è stata la sua ultima casa, prima di tornare in Olanda, almeno per un po’. Le ho condiviso il mio dispiacere per la partenza imminente e con la massima naturalezza mi ha risposto che non sa nemmeno lei come si faccia, che non è mai stata in grado di lasciare questo posto.

Mi torna in mente questa frase, mentre mi dirigo all’aeroporto. Sono sul sedile posteriore di un taxi che ha dei tappeti al posto dei coprisedili e dell’erba finta al posto dei tappeti. Mentre i miei occhi accarezzano le verdi coltivazioni di te, penso che anche io non sarò mai in grado di lasciare questo posto. Lo sto facendo, fisicamente, ma lasciandoci un pezzo di cuore e portandolo con me. Lo voglio portare nella mia quotidianità, quello che mi ha regalato non lo voglio custodire, lo voglio nutrire e condividere.

Continuerò il mio viaggio, i miei occhi vedranno altre città, altre meraviglie architettoniche e della natura, altri umani, altre valli, altre terre. Le mie orecchie sentiranno altri suoni, rumori, melodie. Le mie mani toccheranno altre piante, altri letti, altri roti. Il mio naso odorerà altre piogge, altri escrementi, altri ristornati, altri umani. Ed il mio palato sarà investito da altri sapori, nuove spezie, ulteriori bruciori. Ma il mio cuore, la mia testa, quelle continueranno ad errare portando con se la pace che questa frazione del paesello della cittadina mi ha donato.

Ecco perché il destino mi ha fatta inciampare in questo luogo. Ecco perché qualcuno ha tirato i fili per farmi arrivare fino a qui. Per riflettere ancora su ciò che mi fa stare bene, per vederlo chiaro e tonto, per non dimenticarlo, per non trascurarlo.

Fuori dall’oblò un cielo blu cobalto sovrasta un soffice tappeto di nuvole che sembrano batuffoli di cotone. Dentro quest’elicottero gracchiante, tra una sessantina di passeggeri, ci sono io, seduta comoda sull’uscita d’emergenza. Non posso avere bagagli sul sedile, sotto il sedile, davanti al sedile, stringo solo un mezzo sorrisino ebete sul volto e la serenità nel cuore.

Cuffie nelle orecchie, playlist India 2022, questa vita a volte mi sembra un film sempre a lieto fine.

Grazie.

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