La fiducia nel l’umanità – Diario di bordo 23

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Mi hanno chiesto consiglio, mi hanno chiesto se ho avuto paura, se questo Sud America è davvero così pericoloso come lo dipingono ed ho risposto di no. Nell’elenco dei consigli generici che condividerò alla fine di questo viaggio il 9º punto della seconda pagina è “crearsi un proprio concetto di “pericolo””. Ognuno ha i propri limiti e le proprie paturnie, c’è chi non viene scalfito da nulla, chi crede che verrà derubato ad ogni angolo, chi pensa che qui girino ancora con i mitra, le pistole e la coca nei bauli. Non è così, nulla è come lo immaginavo e men che meno come viene dipinto, ma bisogna provarlo sulla propria pelle per crederci.
È vero, qualcuno ci ha raccontato di essere stato derubato e minacciato con un’arma, a qualcuno è capitato. Non a me, che sono bionda e con gli occhi verdi, ho perso un po’ di tette, ma sono ancora discretamente vistose e diciamo che non sono proprio la persona che non dà nell’occhio. Non a me, che sono passata dall’Argentina a Cuba, al Messico, alla Colombia, all’Ecuador, al Perù ed ora anche alla Bolivia.
Il problema, per me, non è il timore, ma la fiducia nell’umanità. E basta un gesto, un giorno storto, due gocce d’acqua, un movimento sbagliato, per comprometterla. Oggi è uno di quei giorni…

Oggi è uno di quei giorni in cui penso “voglio tornare a casa”.
È la cosa che suona in maniera più ridicola e codarda, mi sento un bimbo che batte i piedi per terra e chiama “mammaaaaaa”, cosa che lunge da me fare in ogni momento, anche di difficoltà, tranne quando non so che medicina prendere.

Stamattina mi sono svegliata, con calma, Alessia e Andrea erano già usciti per andare a fare la ruta de la muerte in bici, li ho sentiti trafficare qualche ora prima della mia sveglia. Ho scelto di non andare, francamente 50€ per andare in bici non avevo voglia di spenderli e non mi sono ancora spariti i lividi della caduta dal quad, non mi sembrava nemmeno il caso di rischiare. Per cosa?
Generalmente sono una persona che rischia. Peggio, sono una persona che rischia sempre, sprezzante del pericolo, apprezzo quel brividino di paura nei barrios più brutti delle città sud americane o alle ore peggiori della notte, in zone di merda di Milano.

Un mercoledì, lo scorso anno, ancora non avevo rubato la moto di Pelle, mi avevano già rubato la macchina, andai in metro all’Old. Come ogni santa volta verso l’1/2 mi stavo già rompendo le balle, esco ovviamente da sola, la sostitutiva non sarebbe passata se non in 1 ora, l’enjoy più vicina era a 20 minuti. Non c’era nessuno. Un benemerito cazzo di nessuno, tranne l’omino che puliva le strade e qualche elemento ai bordi dei marciapiedi. L’ho prenotata ed ho corso, forte, ma veramente forte per prenderla solo 7 minuti dopo.
Potrei dire di aver corso perché altrimenti sarebbe scaduta la prenotazione, ma in realtà ho avuto paura. Non so di cosa, ma ho avuto paura.
Voi cosa fate quando avete paura? Correte? Fate finta di parlare al telefono con un fittizio papà poliziotto? Abbassate la testa? Prendete un taxi? Piangete?

Ad Amsterdam mi sono stupita così tanto vedendo le persone vivere al piano terra. Non il nostro concetto di piano terra, che normalmente è un piano rialzato o un bunker, bensì in una vetrina, come in un negozio. Camminando con Monse e Laura, una sera qualunque di ottobre, ho visto famiglie sparecchiare, con le chiavi nella porta ed una cucina a vetrina sui canali. Chiunque sarebbe potuto entrare, dall’enorme finestra si vedeva dove fosse la borsa della mamma, il portafoglio del papà, il duplicato delle chiavi, eppure loro sparecchiavano sereni, senza alcun timore.

La stessa sera ho fotografato una coppia mentre brindava, con due calici di rosso, ad una cena romantica, in una cucina a vetrina su un altro canale. Si sono accorti della macchina fotografica e, voltandosi sorridendo dolcemente, hanno alzato il calice verso di me, in segno di “salute”. Beati.

A Vienna, attaccati ai pali, ogni giorno vengono poggiate pile di quotidiani, le persone possono tranquillamente prenderli e lasciare l’euro nella cassettina gialla al di sotto. Potrebbero prenderli senza lasciare nessuna moneta, chiariamoci, non esiste un meccanismo per cui inserendo la moneta esce il giornale, l’unico click è l’onestà.

A Siviglia vivevo in una casa su 3 piani, con 6 appartamenti, tutti abitati da Eramsus o studenti tranne uno. Il portone era generalmente aperto e la nostra porta di casa anche, visto che per chiuderla servivano le chiavi ed era ovviamente è uno sforzo troppo grande. La porta della mia stanza aveva a sua volta una chiave, ma non so nemmeno quale fosse nel mio mazzo, non l’ho mai chiusa.
Andavamo a dormire con la porta aperta e uscivamo lasciandola aperta. A Caro forse hanno rubato la bici dall’androne, una volta io ho dovuto pulire una cacca talmente grossa che sembrava di cavallo, sempre dall’androne.
Nonostante le porte aperte e la serenità d’animo con cui giravamo per le vie desolate della città anche alle 6 di mattina, ad una festa di hanno rubato il Galaxy S5. Avevo dentro tutte le foto del primo semestre, tutti i ricordi di quell’esperienza pazzesca che stavo vivendo. Ero vestita da Minion ed incazzata nera. Uscii dalla discoteca demoralizzata ed afflitta. Denunciai il furto e rimasi senza telefono fino al mio rientro in Italia, per rappresaglia.

Una volta rientrata in Italia, dopo una laurea ed una super estate andai a vivere a Milano, riempii la mia piccola cinquecenTina e portai la mia vita in quell’appartamentino di San Siro. C’era sempre posto per parcheggiare la sera ed era pure gratuito, come se fossero strisce bianche, tranne durante gli eventi sportivi. Un venerdì di ottobre, in bianco e cammello, tornai a casa serena senza nemmeno guardare dove fosse la mia macchina, la sera ci sarebbe stata la festa di laurea di Pelle e dovevo solo cambiarmi veloce per passare a prendere Ele ed Eli, ma una volta infilati gli stivali e scesa in strada rimasi a bocca aperta con le chiavi in mano.
Ok, mi devono aver portato via la macchina, mi sforzai di pensare positivo, corsi a più non posso verso i cartelli con le date degli eventi a San Siro. Non ci sarebbe stato nulla fino al we. Chiamai il numero indicato per il servizio di rimozione forzata. Non risultava nessuna macchina con la mia targa. Nessuna 500 nera rimossa nell’ultimo mese. La presa di coscienza è stata immediata: mi hanno rubato la macchina.
Era l’ultima cosa che avrei pensato, nel 2017, che rubassero ancora le macchine. Io, nel mio mondo fatato, tra Casale, Alessandria, Santa, qualche gitarella in città e nulla più, non avrei mai immaginato che mi potessero fottere la macchina. Denunciai e non si seppe più nulla. Dentro avevo lasciato mezza aspirapolvere, un sacco di CD, la mia giacchetta dorata che avevo comprato per la laurea di Simo, uno spolverino di mamma, il navigatore, le chiavi di tutte le case ed il penny. 2 mezzi in uno mi avevano fatto, senza che potessi fare nulla per cambiare le cose. Senza aver commesso errori, dopo 2 mesi che avevo finito pagarla, mi avevano fregato la macchina.
Non riuscii nemmeno a piangere talmente ero stupefatta, pregai che papà avesse fatto l’assicurazione sul furto, ma così non era. Fine dei giochi.
Senza macchina ho imparato a vivere Milano sui mezzi e ad amarla poi in motorino, cercavo di trovare un lato positivo della cosa, di rigirare a mio favore la sfiga. La verità è che mi sentivo totalmente impotente, che ogni volta che salivo su un Enjoy mi si stringeva il cuore, che ogni volta che dovevo correre con la valigia in stazione, cambiando 2 metro e perdendo puntualmente il treno, maledicevo chi aveva osato toccare la mia Tina, per non parlare di quando persi il volo per Siviglia. È un tasto veramente dolente della mia vita e finché non la sostituirò con un altro mezzo penso che continuerà a farmi soffrire il solo pensiero.
Ma mi ero ripromessa di non smettere di credere nell’umanità. La 500 è una delle macchine più rubate, non c’è nulla da fare, è un’industria del mercato nero.

Poi andai ad Amsterdam e un po’ mi girarono i coglioni vedendo tutta quella sicurezza e quella serenità, ma a loro fottono le bici, c’è un po’ di equità.

A Buenos Aires ormai era acqua passata, nonostante tutte le raccomandazioni di locali ed europei ancora dopo 5 mesi le nonnine dovevano dirmi di fare attenzione alla borsa perché non era da lasciare attaccata alla sedia, mentre io me ne fregavo. Peccato che oltre ai ladri ci siano pure i matti a questo mondo, quindi nonostante nessuno mi avesse messo le mani nella borsa, la signora del 6º piano decise bene di rubarci il bucato, per vendicarsi del fatto che facessimo la lavatrice sopra la sua testa. Come se fosse colpa nostra.
Un nuovo affronto, mi piegai senza spezzarmi.

È da 3 mesi ormai che viaggio per il Sud America e sono stata in grado di perdere solo una camicia ed una maglia, fino ad oggi.
Stavo scendendo le scale di questo fantomatico hotel per iniziare a godermi la prima giornata da sola dopo 3 mesi di relazioni umane e mi viene il lampo di genio: ieri la GoPro era scarica, torno su e la metto in carica approfittando del tempo fuori. Peccato che una volta rientrata in camera, dopo aver ravanato nella borsa, ribaltato le coperte e ripercorso a ritroso mentalmente le mie azioni di ieri le soluzioni erano solo 3: l’ho persa, me l’hanno rubata, ce l’hanno Andrea e Alessia. Sono tutte poco probabili, visto che la metto sempre in una bustina nella borsa, visto che è pesante, visto che non l’ho più tirata fuori dopo essermi accorta che era scarica, visto che se mi avessero messo le mani in borsa di sarebbero state cose più interessanti da rubare, visto che se Ale l’avesse presa me l’avrebbe detto. Visto che non è possibile che non sia più in mio possesso, soprattutto perché non ho ancora scaricato i video di Cusco, la meta più importante del viaggio. Però non posso essere positiva, non riesco proprio e perdo subito la voglia. Sono stanca, davvero stanca dopo tutto questo tempo viaggiando, ho bisogno di riposare, di riflettere, di dormire, di andare in palestra, di cucinare in casa, di fare colazione in pigiama, di sedermi sul water, di cagare in santa pace. E non posso credere di aver perso la GoPro. Veramente non ci posso e non ci voglio credere. Mi sono già dovuta separare da troppi oggetti a cui sono affezionata per dovermi separare anche da lei e dagli ultimi video che contiene. Non sono psicologicamente abbastanza forte, non oggi, non adesso che probabilmente mi stanno arrivando le mestruazioni e mi rattristo anche per aver scelto la torta sbagliata a merenda. Quindi crollo, un pochino, mi siedo su una panchina in piazza Sucre, generale che con Bolivar ha liberato la Bolivia e non solo, l’ho letto stamattina mentre facevo colazione, mi metto il cappellino e piango un pochino. Giusto due lacrime per sfogarmi, per incazzarmi. Non farò a ritroso la strada di ieri, non ha proprio senso, vado al parco.

Ed ora, prima di andare a consolarmi dal Berlusca con 3 piatti di pasta fatta in casa, in questo parco pieni di coppiette che si sbaciucchiano e non capisco perché non abbiano un cazzo da fare, avrei solo voglia di essere a casa. Con tutte le mie cose al loro posto nell’armadio, senza dubbi esistenziali e con una fiducia cieca nell’umanità. Senza quest’odore di carne morta di cui è impregnata La Paz e di cui sapevano anche alcuni angoli di Cusco. Ho bisogno di respirare un attimo, solo un attimo.

Però poi mi siedo a tavola, a pranzare da sola, con un piatto di tagliatelle al ragù che non mangio da mesi, con la stessa passione con cui la Jolie arrotola gli spaghetti al pomodoro in una piazza di Roma. Il vento muove il fazzoletto sotto a cestino del pane e nonostante l’antipasto sia una crema di broccoli, chiudo gli occhi, lascio lavorare le papille gustative e nuovamente mi rendo conto che per ogni sfiga c’è un Andres, c’è un piatto di pasta, c’è il sole che risorge. E allora va bene così, va ancora bene così, sono ancora troppo fortunata.

Anche perché arriva il messaggio di Andrea con tanto di foto “si, l’abbiamo noi” e allora, oltre che fortunata, sono anche un po’ cretina.

E va ancora meglio così.

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