Aborto sì, aborto no, aborto bum – Buenos Aires pt. 6

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Premessa: Uscendo dalla messa serale della domenica mi è stato dato un volantino, con una bella grafica, il Congreso sullo sfondo e lo slogan “Salvemos las dos vidas”.

Mercoledì 13 giugno la camera dei deputati argentina voterà per ampliare i termini della legalizzazione dell’aborto.

Puntualizzazione: Attualmente il codice penale (Articulo 86) permette l’aborto nel caso in cui sia praticato da un medico con il consenso di una donna incinta ond’evitare un pericolo per la sua vita o la sua salute (la salute può essere fisica o mentale), nel caso di violenze o di donne dementi. L’opinione pubblica parla sempre di “legalizzazione” dell’aborto in questo paese perché nella realtà la legge non si è espressa sugli obiettori di coscienza, quindi è possibile che in un intera provincia (parliamo di 15 milioni di abitanti) non vi siano medici (nella sanità pubblica) disposti a praticare l’aborto anche nei casi in cui questo sia legale.

Con la nuova riforma di legge (Proyecto 0230-D-2018Proyecto 0559-D-2018) la pratica sarebbe estesa a tutte le donne che la richiedano, in maniera gratuita, dai 13 anni in su, presupponendo che una ragazza di 13 anni dal momento in cui sceglie di avere un rapporto sia anche in grado di assumere una scelta su un’eventuale interruzione di gravidanza senza interpellare i genitori.

Tornando verso casa, saltellando come Heidi i primi giorni di primavera, cercavo dentro di me la risposta alla domanda che mi pongo ormai da mesi su questo argomento.

Qualche settimana fa, scrivendo tra me e me, mi sono posta vari interrogativi che poi ho twittato.
Interrogativi che oggi risuonano nella mia mente di donna, punti di domanda che mi fanno guardare allo specchio chiedendomi, ma con chi dovrei andare a manifestare domani? Con #NiUnaMenos per inneggiare all’aborto legale, sicuro e gratuito o con Unidad Provida? E anche nel caso in cui decidessi di stare comodamente a casa mia a studiare, qual è la mia posizione a riguardo? Qual è la mia cavolo di opinione?

Mi chiedevo:
«Fino a che punto possiamo invocare la “libertà sul nostro corpo” quando la libertà stessa diventa un sopruso, un’oppressione? Fino a che punto possiamo alzare l’asticella? Non si diceva forse che la mia libertà finisce dove inizia quella di un altro? E se lo privo di ogni scelta?
A volte mi chiedo se davvero non sia un eccesso di onnipotenza, il nostro, una ricerca estrema di autogiustificazione, un egoismo galoppante per cui lottiamo, una ricerca di quella proprietà privata che in altri contesti contestiamo.
Vogliamo essere padrone, non solo del nostro utero, ma di tutto ciò che può nascere lì dentro, anche se si tratta di un altro essere vivente che dovrebbe avere il nostro stesso diritto di dire “sto cazzo che mi vendi mercenaria di merda, mastubati e vai a lavorare ciao”.
Non capisco questa carovana di cattiveria (nei confronti di chi non è così convinto sulla legalizzazione dell’aborto a tutti i costi, nei confronti di chi è convinto che non sia una pratica corretta), non è retrogrado pensare nei diritti di un essere vivente che non può difendersi.
È ipocrita ed egoista pensare invece di essere proprietarie di qualcuno solo perché lo mettiamo al mondo. Un gesto che dovrebbe essere pura generosità.»

Pubblicando una foto scattata a Valparaiso di un murales che recita: “Si no eres dueña de tu cuerpo de que mierda eres dueña?”, commentavo:

«Non lo so di cosa sono padrona, ma nel momento in cui nel mio corpo non ci sono solo io è una comproprietà e come tale sono due le persone ad aver diritto d’espressione, parola, scelta. Se vogliamo far prevalere i nostri ok, ma che non si dica che è giusto e sacrosanto, indubbio ed incontestabile.
O meglio, dite pure quello che volete, ma io credo che stia passando il messaggio sbagliato.
L’aborto dev’essere legalizzato per fare 1 danno solo e non 2? Per dare modo a chi, per niente a cuor leggero, sceglie di rinunciare a qualcosa che non può affrontare in quel momento?
L’aborto dev’essere legalizzato perché è una realtà? Perché anche quell’ammasso di cellule o bambino che sia, ha diritto quantomeno di morire con dignità e quella donna di sopravvivere?
Non ne sono pienamente convinta, ma qui ad affermare che sia sacrosanto ne passa.
Ed intanto aumentano sempre più gli aborti, le proprietà private, le scuse, le giustificazioni, l’egoismo. Diminuisce l’accortezza, l’altruismo, l’amore per la vita, il senso di responsabilità, il tasso di natalità.»

Aggiungevo, poi, un po’ da paraculo, un po’ onestamente:
«Flusso di coscienza, interrogativi e non giudizio. Domande per me stessa e per chi voglia esprimere un’opinione, la mia è in continuo divenire, ma non prende per buono tutto quello che arriva solo per seguire la massa e farsi portavoce di una battaglia nuova.»

Il punto è che per quanto rilegga, per quanto provi ancora a trovare una risposta a questa domanda, non ci riesco.
Ho sempre risposto in maniera molto politically correct, a chi mi chiedeva un’opinione a riguardo: «io non lo farei mai, ma non sono nessuno per giudicare le scelte di qualcun altro, soprattutto una scelta di questo calibro».
Eppure non è un giudizio postumo quello che vorrei da me, ma una semplice presa di posizione, un’idea precisa, qualcosa da gridare in piazza. Invece non ci riesco, mi sforzo e non ci riesco, mi sento piccola così e non ci riesco.

Chi sono io per obbligarti ad amare un figlio? A portarlo in grembo per nove mesi per poi magari abbandonarlo, oppure crescerlo, fargli fare una vita miserabile? Chi sono io per obbligarti ad affidarti ad un istituito, a darlo in adozione magari proprio ad una coppia omosessuale che finalmente ne avrà il diritto? Una di quelle coppie che chi inneggia alla legalità dell’aborto vorrebbe vedere adottare un bimbo perché “un bambino merita amore, non importa da chi lo riceva”. Non sembra un po’ strano? Se ovunque i figli indesiderati si uccidono togliamo loro la possibilità di essere amati proprio da chi vorrebbe. Ma chi sono io per decidere che un altro umano può morire? Ancora prima di essere nato? Chi cazzo sono io?

Se esistono medici obiettori di coscienza, che smettono di esserlo, che magari poi tornando ad esserlo, che s’incazzano e si rifiutano di praticare più volte l’aborto ad una stessa donna, se anche un medico dubita delle sue convinzioni, davvero voi avete un quadro chiarissimo della situazione?
Davvero la civiltà di un paese si dimostra con la legalizzazione e la gratuita dell’aborto ancor prima della gratuità dei metodi anticoncezionali? Ancor prima degli assorbenti come beni di prima necessità? Davvero la civiltà di un popolo si dimostra con gli investimenti nelle cure e non con la prevenzione? Con una lotta pazzesca per prevenire a più non posso, per insegnare, per educare al sesso? Un popolo in cui il sesso rimane un tabù a scuola, a casa, con gli amici, può essere civile legalizzando l’aborto? Un popolo di donne che non ammettono di masturbarsi, può avere la faccia così tosta di gridare chissà cosa?

Davvero siete al 100% convinte di quello per cui state scrivendo gli striscioni? In un caso e nell’altro, come fate?

Ma sopratutto, come fate a non accettare che ci sia qualcuno che nutre dei dubbi sul vostro punto di vista, qualunque esso sia, su una questione così borderline?

Vado a dormire con tutte queste domande e pochissime risposte, nonostante tutti gli articoli, le pubblicazioni, le proposte di legge, le statistiche, mi porto a letto questo peso, voi dormite davvero leggere?

One thought on “Aborto sì, aborto no, aborto bum – Buenos Aires pt. 6”

  1. Ciao Doralice, sono finita sul tuo blog perchè ti seguo sull’instagram, ho letto questo post, lo trovo interessante e pieno di riflessioni non banali. Cercherò di risponderti con altrettanti spunti, senza voler giudicare nulla e nessuno 🙂
    Nel tuo post ti sei concentrata sull’interrogativo etico giusto/sbagliato, dando per scontato che la legalizzazione dell’aborto (o la richiesta di legalizzazione), attraverso una legge dello stato, sia di fatto una legittimazione della linea per cui l’aborto è giusto ed eticamente corretto. Tutto normale, il confine tra politica, (etica) e religione è labile e molto spesso l’una e l’altra parte lo oltrepassano senza criterio.
    Ma siamo veramente sicuri che sia così? Non sto ovviamente dicendo che lo stato debba avere un forte ruolo etico, al contrario uno stato di diritto deve avere forti basi etiche sul quale basarsi. Ma come sottolinei tu, questa questione è troppo border line, è troppo complicato prendere una ferma e unitaria posizione. Lo è per una piccola personcina pensante, figurarsi quanto lo deve essere per una istituzione che rappresenta un intero popolo, milioni di personcine pensanti.
    Quindi, deve essere proprio questa istituzione a prendere una posizione? Non è forse il caso che rimetta la responsabilità e le valutazioni etiche sulla schiena di ciascun cittadino? In questo caso, ognuno si porterà dietro il proprio peso, prendendo le proprie decisioni e rispondendo solo di se stesso. Qualsiasi cosa deciderà, non verrà giudicato ne potrà essere passibile di denuncia, verrà solo aiutato a prendere la decisione giusta ed assistito (questo in realtà dipende degli obiettori di coscienza, ma preferico parlarne in via teorica).
    La mia sensazione leggendo il tuo post è che le domande che ti sei posta in realtà abbiano al loro interno già la risposta.
    Spero che il mio contributo possa essere, almeno in minima parte, utile al tuo viaggio verso qualche consapevolezza sul tema.
    Buon proseguimento 🙂

    1. Ciao Silvia, scusami se ti rispondo solo ora.
      Leggendo la tua risposta a distanza di qualche settimana dalla votazione, dalla frenesia e dalla fretta di trovare una risposta per prendere una posizione, confermo ancora con le tue parole la conclusione a cui sono giunta.
      Il fatto che lo Stato legalizzi una pratica, il consumo di una sostanza o l’aborto, non significa legittimarla, proclamare che sia eticamente corretta, ma regolarla. Prendere consapevolezza del fatto che esiste, non tapparsi gli occhi, non nascondersi dietro un dito e regolamentare qualcosa che altrimenti verrebbe fatto comunque, però senza nessuna tutela.
      Quindi sì alla legalizzazione dell’aborto, perché chi assume questa scelta lo possa fare senza rischiare la vita, dal momento che già ne sarà segnato psicologicamente per sempre.
      Mi è stato difficile prendere coscienza di questo perché l’aborto è un tema per me diverso dalle droghe leggere o dalla prostituzione, argomenti sui quali ho sempre avuto una posizione favorevole rispetto alla loro legalizzazione. Ma il ragionamento è esattamente lo stesso.
      Il fatto che le sigarette siano legali non significa che dobbiamo fumare tutti e che questo sia corretto, il fatto che l’alcol sia legale non significa che dobbiamo per forza sbronzarci e farci venire la cirrosi, il fatto che l’aborto sia legale non lo rende un metodo anticoncezionale.
      Forse a rendere ancora più difficile la mia presa di coscienza è il fatto che di alcol, tabacco e droghe si parla senza peli sulla lingua, senza troppa paura e si fa molta prevenzione, anche se a volte passa inosservata, mentre è molto meno percepita ed incentivata la prevenzione per quanto riguarda l’aborto, quindi i metodi anticoncezionali.
      Tutto ciò per dire che no, non ho avuto la forza di andare in piazza a gridare sì all’aborto, perché non avevo ancora preso una posizione, ma ogni volta che mi sarà possibile griderò alla prevenzione, alla gratuità della pillola, all’educazione sessuale etc.
      Grazie!

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