Una vita a cucchiaiate

Mi ero imposta, con la solita clemenza che mi concedo quando ho un obiettivo – nessuna – di non leggere nè guardare nulla che non fosse in lingua francese.

Poi ho sognato in questa lingua nuova, mi è capitato di chiacchierare con disinvoltura, addirittura di parlare senza avere in precedenza tagliato a dadini, frullato ed impiattato le parole che componevano la frase. E mi sono stupita. Me ne sono resa conto, qualcosa ha fatto click ed ho sentito il rumore, ero contenta e soddisfatta di questo punto di arrivo che era un nuovo punto di partenza.

Mi meritavo un premio, uno di quelli che possono darsi solo gli ossessivi cagacazzo del XXIº che quando pensano “ho perso tempo”, cancellano con la gomma anche il pensiero e cambiano la terminologia – perché le parole sono importanti – in “investire il tempo”. Insomma, mi sono concessa una serie in italiano. O forse dovrei dire La serie? Quella che è riuscita a monopolizzare le pubblicazioni di tutti i social: da Linkedin a Netlog, che è stato riaperto apposta per dire a Zero “bravo!”.

Insomma.

È finito il penultimo episodio di Strappare lungo i bordi e mi torna in mente una piccola Doralice con l’mp3 rosso che gira per Casale canticchiando Mary dei Gemelli Diversi. Nonostante sia già mezzanotte, nonostante anche questa sera mi fossi ripromessa di andare a dormire ad un orario dignitoso, nonostante gli occhi inizino a bruciare, devo per forza cliccare su “elimina e riproduci il prossimo episodio”. Ed astenermi dal toccare il bottone “salta intro” perché è l’ultimo episodio e voglio godermi anche la sigla.

Era iniziato tutto molto bene. Nel frigo c’erano gli avanzi della cena di ieri sera che sono diventati una gustosa insalata, in casa non c’era nessuno e la pausa pranzo non vedeva l’ora di essere accompagnata da un cartone animato. Dopo il primo episodio ero emozionata. Ho fatto un bel video allo schermo, mentre Ron tornava a riecheggiarmi nelle orecchie dopo anni di quarantena dentro ai CD sotto il sedile in macchina di mia madre. Dicevo, ho fatto un bel video allo schermo mentre Calcare ci rammentava quanto tempo ci lasciavamo la possibilità di perdere a 17 anni. Nell’età del Mc Donald una volta a settimana e di Chrismukkah. Già, perché oggi era pure Hanukka e mi sono svegliata pensando che la nostra generazione è più inclusiva di quelle che l’hanno preceduta perché è stata educata a botte di OC, adozioni di pargoli attaccabrighe in ville da sogno e commistioni di feste religiose. 

Beh, a dire il vero a 17 anni Quella-là-che investe-il-tempo aveva già dedicato un numero limitato – seppur lungo – di mesi al crogiolamento esistenziale davanti al bivio dal titolo “passione o lavoro”. Il che significa, visto che non ho dei fumetti che vi possano aiutare a capire cosa ci si nella mia testa, che ero di fronte alla mia scelta universitaria. Decisione, che come in ogni momento di empasse della mia vita, mi sembrava definitiva ed in grado di condizionare il futuro, quello del mio angolo di prato ed ovviamente anche quello di tutti i fili d’erba del Monferrato. 

Ovviamente la scelta è stata quella più naturale, razionale, quasi facile o se vogliamo definirla come me la farebbe definire l’armadillo denoartri: codarda. Però forse Alice mi direbbe che so troppo dura con me stessa e allora niente. Ho scelto l’altra cosa, quella che mi avrebbe permesso di seguire a menadito i bordi disegnati da chissà chi. Insomma, abbiamo detto che le parole sono importanti, se una la definisco ancora oggi “una passione” e l’altra “il lavoro”, è chiaro che nella scatola dei chissà-come-sarebbe-la-mia-vita-se-avessi campeggia una facoltà letteraria che mi avrebbe permesso di accedere ad una carriera giornalistica. 

Ma sono diventata bravissima a raccontare a tutti i colloqui i dettagli del freddo che fa, perché quello che conta è lo storytelling e non dovrebbe essere faticoso per chi aveva (ed un po’ conserva ancora) ambizioni da scrittrice. Ad ogni colloquio riesco a vendere che con la specialistica in marketing mi sono riavvicinata alla mia parte creativa, unendo passione e lavoro. Peccato che appena ho lavorato per un attimo in comunicazione ho capito davvero che i miei sospetti erano tutti fondati: io a farmi dire da qualcuno cosa devo scrivere sarei morta di fame. Semplicemente perché non avrei accettato di farlo. 

E quindi niente, i bordi si sono rivelati giusti fino a qui. Fino a quando non prendo un libro della Fallaci dalla libreria e mi vien voglia di partire per la frontiera e fare davvero quel lavoro là, ma non a parlare di shampoo, bensì di altri liquidi più grumosi e densi.

A parte questo, dopo il primo episodio ero così gasata dalla scelta intrapresa che ho fatto il video sopracitato, l’ho pubblicato su Instagram rendendo chiaro a chiunque ci sia nella mia genia che stavo facendo anche io il grande passo. Nessuno interessato, ovviamente, così ho anche scritto alla prima persona con cui ero in contatto su whatsapp quando fossi già fan della serie. “Comunque già presa dal primo episodio”. Nemmeno Ubaldo, la vittima in questione, è risultato molto interessato, l’ho dedotto dalla risposta con un emoji del fuoco. Ma forse questo è un costrutto della mia mente, magari quando qualcuno manda un emoji la pondera, si impegna a cercarla perché non sa come sia classificata con lo shortcut, la trova e mette tutto se stesso in quel pigiamento di schermo. Forse faccio di una parte il tutto. Anzi, della mia parte un tutto, perché io quando mando un messaggio contenta solo un’emoji è perché sto chiudendo una conversazione, la porta, er palazzo, perché non c’ho un cazzo da dirti nzomma.

Poi Teams ha iniziato a suonare ad intermittenza, come la sveglia del protagonista un po’ sordo del primo film in francese che ho visto, per rammentarmi che era ora di chiudere il tablet e cambiare schermo.

Non prima di soffermarmi sul fatto che siamo sempre uguali, noi umani. Che abbiamo solo innovato i modi per intrattenerci e per distrarci, che ne abbiamo qualcuno nuovo che è solo l’evoluzione di qualcuno vecchio, accompagnato da qualcuno vecchio duro a morire. Lèggiamo, mettiamo i dischi, suoniamo, cantiamo, ascoltiamo la radio, ma c’è anche Netflix, ci sono i podcast, la play, i viaggi lontano. Ecco forse qualche anno fa la pausa pranzo dello smartworker non esisteva, ma mi madre non si faceva un pranzo senza tg + Beautiful + Centovetrine + pennichella davanti a uomini e donne. È cambiata la dimensione dello schermo, la quantità della scelta, poco il contenuto. Di certo non è cambiata mia madre che quando le dici “svegliati, sono le 4”, risponde “non stavo dormendo, riposavo gli occhi”. A mà che c’hai gli occhi che russano?

Ho fatto l’ultima lezione del corso di B1 di francese, che coincideva con la prima dei nuovi arrivati e sono tornata a casa ancora più gasata di prima. Ho motivato la mia fuga al professore, “c’è una serie spaziale che vorrei finire”. Non ho detto spaziale, quello sarà nel B2 probabilmente, ma “fou”, che volendo potrei anche dire al contrario “ouf” perché qui sono bambini speciali e non hanno mai superato l’età dei primi baffetti dei compagni delle medie con i capelli scuri, o quella del frarfallino. Ma nemmeno i bref l’hanno superata quindi forse non è nulla di grave. 

Ho impiattato gli stessi ingredienti del pranzo, cambiando solo la fonte di carboidrati: perché non abbiamo più i famosi 17 anni ed non solo al Mc Donald non mettiamo più piede da decenni, ma abbiamo scoperto anche la parola caloria, dieta bilanciata e m… merda non mi viene proprio. Sarà che è una cosa cosa che non ho, che già prima della maturità, prima del bivio, avevo iniziato ad invidiare alla fidanzata di quel ragazzo con cui sono uscita perché a detta sua erano in pausa. Lei non ne era al corrente, ma questo l’ho scoperto solo quando la sua migliore amica mi ha urlato dietro di tutto e la diretta interessata si è presa le mie sentite scuse, per poi riprendersi il ciarlatano. Beh mentre pronunciavo le mie davvero sentite scuse ed inveivo leggermente sull’amica che – anche giustamente – le aveva fatto da scudo, pensavo solo “cazzo però quando vorrei il suo metabolismo”. Ecco. Metabolismo. Bastava ripensare all’emblema del metabolismo veloce per rinfrescare la memoria. Forse il problema non era tanto il metabolismo, quanto che alla fine il ciarlatano, per amore delle chiacchiere o della ragazza, a prescindere dal vociare, era rimasto con lei. Con il senno di poi, da quella posizione privilegiata con la vista su tutta la valle, posso gridare oggi: MA MENOMALE. Però allora ero imbarazzata ed un po’ incazzata con il mio culo che aveva bisogno di squat per stare su.

Dicevo, ho impiattato gli stessi ingredienti, con un cereale diverso, già deliziata dall’idea che: 1: avrei continuato la serie, 2: avevo ritrovato nella borsa un macaron comprato sabato e non mangiato, che avrebbe da lì a poco accompagnato la mia tisana post cena. 

Così, tra una forchettata e l’altra, sono inciampata nella scena della pizza e un po’ me stavo ad incazzà perché io quella l’avevo già vista in un altro video sempre di Zero, era riciclata e questo non me l’aspettavo. Forse anche perché mi ha fatto venire una gran voglia di pizza, una gran voglia di chiedere ad Alessia di prendere quella che vorrei assaggiare io. Una gran voglia della bufala che avrei preso pure io. Insomma indignata mi son pure lavata i denti portando in giro il tablet come na prolunga, senza guardare una scena che già conoscevo a memoria: perché la faccio ogni volta al ristornate, solo che io non sono Zero e je rompo i cojonj ar cameriere. Ma io posso, perché, anche se la ruota me la cambio da sola e vado pure in discarica a prenne la gomma di scorta a 20€, ho la gnagna. E questo significa non solo che potrei chiedere aiuto, ma che dovrei, altrimenti la profezia del gommista si avvera ed in discarica i maschietti alfa, invece di pensare alle gomme, pensano alle mie gambe e mi fanno diventare più rossa del tendone da circo – evidentemente molto seducente – che indossavo quel giorno lì, mentre una volata di vento ha deciso di alzarlo mostrandogli non solo le gambe, ma anche le mutande del mestruo che indossavo. FAN CAGARE OKKEI GUARDA DA N’ARTRA PARTE E SMETTILA D’AMMICCÀ A BUZZURRO. 

Si, m’ero proprio incazzata quella volta, non tanto per gli sbavatori della discarica quanto più per il gommista che mi aveva detto “vacci co n’omo”. Ma che davero? Me so cambiata da sola la ruota in autostrada in minigonna e stivali de pelle e mò pe prenne na rota demmerda con sta tunica der circo c’ho bisogno de n’omo? Ma poi io non c’ho bisogno de n’omo manco per… vabbè basta. M’ero incazzata più con Gerry che con i tizi della discarica ed avevo fatto bene, perché una volta che gli avevo riportato la ruota intrinsa di cafonaggine evidentemente s’era preso un virus pure lui e non si era potuto trattenere dal commentare le mie gambe. Il vestito è davvero una tenda, non fate quelli che mettono in dubbio la vittima che vi vedo. Mi sono guardata per un po’ allo specchio cercando di capire dove avessi sbagliato. Sicuramente non nella scelta del vestito. Forse nella solita mancanza di prontezza nel rispondere, perché la stangata perfetta si palesa nella mente di tutti solo qualche minuto più tardi. E tornare indietro non è mai il caso.

Sono le 2 e mezza e sono ancora qui a scrivere, perché ha ragione Carlo: non è nulla di nuovo questa serie, nulla di innovativo, sono tutti concetti semplici e di cui siamo già profondamente consci, ma vederli condensati in 1 oretta e poco più, uno in fila all’altro, vederli disegnati, incastrati, è un bagno turco. È una montagna russa. Dentro e fuori dalla sauna. Su e giù. Vero, cazzo. Non ho capito il riferimento cinematografico. Cazzo il mito della caverna. La mia maestra. Le cose nascoste nel divano. L’attaccamento all’inutule superfluo ed indispensabile. Il gelato.

Ho fermato l’episodio per scattare una foto al sacchetto del gelato mentre viene appoggiato sul sedile del passeggero. Un gesto fatto, visto, ricevuto. L’emblema della risurrezione non è la sindone, è il gelato. Dentro quella vaschetta da mezzo kilo c’è tutto l’affetto che una persona può provare per un’altra. I fiori a confronto sono un cucchiaino del gusto che assaggi e poi non prendi, ricominciando la scena della pizza. Caramelbiscotto, Fiordilatte, spotify, io ed Arabella sull’amaca sul tetto. Gli effetti collaterali del vaccino. Le cene estive. Gli amori finiti o mai iniziati, scivolati come il gelato a ferragosto. Ma non le vaschette, quelle no, quelle sono la cura. La pozione magica. L’asso nella manica.

E poi l’ultimo episodio. Non è ancora iniziato e lo stomaco si è già chiuso. Agli estremi degli occhi le lacrime iniziano a sfrigolare. E piango. Mi dispero. Ogni secondo di più. Avevo la dolcevita azzurra ed un pantalone gessato blu, quando ho ricevuto e dato un abbraccio di quelli. Un abbraccio come solo un genitore spezzato può dare un amico del proprio figlio. Un abbraccio come solo chi ha perso un amico, che questa terra avrebbe meritato di ospitare più a lungo, può dare, ad un padre che potrebbe essere il suo.

Forse l’impotenza è peggio del senso di colpa. Forse no. Alla prima ci si può anche rassegnare, il secondo è lacerante e difficilmente riducibile. 

Tranne con la terapia dell’armadillo. 

Perché aveva la voce di Mastandrea, ma sappiamo tutti che quella è la voce della nostra psicologa, che non è altro che la nostra, una volta che finiamo la terapia ed i sensi di colpa. 

È la voce che ci dice “ma che davero ce stai a pensa a giocà a poker? Meglio che namo a magnà un gelato e poi torni alla vita tua, ma cor punteruolo dell’asilo tra le mani: quello con cui puntellavi i bordi da te disegnati, su fogli di carta colorati. Mò devi vivere x2.” E magari pure “il ne faut pas pousser mémé dans les orties”. 

Perché si, c’ho l’armadillo poliglotta io. Beh? 

Grazie Zero. Ciao Cri.

324
Add

3ème semaine dans le 12ème – 18 mercis

È stata una lunga giornata, ma non la lascio scivolare via così. Oggi vado a vedere la Torre. Sono arrivata qui da due settimane e non ho avuto alcun interesse ad avvicinarmici prima. La torre è un po’ come la Madonnina: è sempre lì, ti guarda, occupa prepotentemente lo skyline della città e ti guida, sembra proteggerti, è una stella polare, ma quanti milanesi sono saliti sulle punte del Duomo per vederla davvero da vicino? Sappiamo che è alta circa 4m e la torre più di 300, ma non abbiamo bisogno di constatarlo, abbiamo fede.

Oggi però è stata una giornata in cui gli occhi si sono riempiti soltanto di e-mail ed Excel, ho bisogno di bellezza. E pensare che quando l’hanno costruita le persone ci salivano sopra pur di non vederla. Certo la vista della città era stupenda, ma la torre era dalla popolazione considerata proprio brutta e per non guardarla da sotto ci entravano. La sua storia la conoscete tutti, non serve che mi dilunghi, ma stasera faccio qualcosa che non ho mai fatto prima: cammino fino alla Torre. Anzi, più precisamente, mi vado a prostrare, quando si illumina, proprio ai suoi piedi.

E lunedì, non c’è folla, solo qualche turista che scatta foto e tantissimi venditori ambulanti. All’ora in punto, tentenna solo per un secondo e poi le luci si accendono, iniziano a muoversi come lucciole impazzite, facendola scintillare. Si può pensare che sia bella, bellissima, ma è difficile farsi un’opinione reale su questa Torre. Da quando siamo bambini è il simbolo di un qualcosa di romantico, emblematico, di troppo chiacchierato per essere un monumento sul quale avere un’opinione scevra di pregiudizi. Mi appoggio su di un pilastro e mi godo lo spettacolo, senza fretta, come se potessi rivederlo altre 1000 volte. Un’ape di quelle turistiche mi passa alle spalle con una canzone di cui non ricordo il titolo, a tutto volume.
Chi se ne frega dei pregiudizi, è bellissima.

Ma quello che cattura di più la mia attenzione è il Trocadero, che la guarda, la sorveglia, dalla sua posizione privilegiata e mi ricorda tanto l’altare della patria. 

Gare de Lyon-Diderot, è la mia fermata, scendo. Davanti a me un’ambulanza sta caricando un paziente che non sembra troppo grave. Sull’autobus lascio quattro spagnoli, un francese ed altre persone che non ho notato. Scendo a questa stazione e dal primo giorno in cui ci ho messo piede sembra passata un’eternità. Invece sono solo 20 giorni. Supererò l’hotel Marriot, Starbucks, il Citizen, lascerò alla mia sinistra il Mercure, alla mia destra un discutibile centro commerciale ed il parcheggio della stazione. Sbircerò dentro le vetrine degli uffici della RATP, l’azienda dei trasporti di cui amo molto l’applicazione, notando anche oggi qualcosa di nuovo: l’ingresso è un portale della metro. Mi ritroverò giusto vicino alla bouche della linea 14, che prendo tutti i martedì e tutti giovedì per andare al corso di francese. E poi ancora una scuola, sulla quale – come su tutte le scuole – campeggiano le tre parole più celebri della lingua francese dopo “je t’aime”: liberté, égalité, fraternité. Un bistro all’angolo, un sushi chiuso, il Social bar, Il supermercato, la panetteria solidale, un cinese nel quale non avrò mai il coraggio di mangiare ed infine l’ultimo angolo: una farmacia, una pizzeria italiana che si riempie soltanto a pranzo ed emana un profumo che ricorda vagamente la pizza, la porta di casa. Se avessi continuato ci sarebbe stato un altro ristorante italiano, ma me lo risparmio, dalla vetrina a volte intravedo della pasta, molto pannosa.

Ricordo perfettamente le sensazioni di quando ho fatto questa strada per la prima volta e mi dicevo: “Doralice guarda bene in giro, impara bene questa strada, perché la farai spesso“. Stasera la faccio senza nemmeno guardare dove metti i piedi, detto al telefono quello che voglio scrivere ed incidere nel blog e nella memoria. È diventata la mia strada, anche se la condivido con un paio di senzatetto che di notte vengono popolarla. In questi due anni abbiamo vissuto in tante case per un breve periodo: Roma, Venezia, Castellammare del golfo. In nessuna di quelle case mi sono sentita a casa. Posso dire di essere stata per un periodo a Roma, a Venezia, in Sicilia, ma non di averci “vissuto”. Di Parigi mi permetto già di dirlo. Perché la sento, dentro. 

Vivere davvero un posto significa crearsi delle abitudini, dei rituali, identificare dei posti familiari, prescindere da quelli turistici, non avere fretta. 

Qui provo a non avere fretta e mi prendo il tempo oggi, per chiedermi: che persona ero 2 anni fa? 

Fine novembre 2019.

Avevo iniziato a lavorare da poco meno di 1 anno. Mamma aveva ricominciato a stare male. Avevo un porto sicuro, il resto era un mare in burrasca. Giovane, impulsiva, irrequieta, piena di domande. Quante cose sono successe in questi due anni? Che persona sono diventata? Quanto sono distante dalla persona che ero? 

Mi fermo davvero solo per la prima volta, consapevolmente, a riflettere. Domani andrò in ufficio, qui a Parigi, i colleghi francesi mi hanno invitata ad esplorare la loro sede e, nonostante mi fosse balenata in testa l’idea di andare a vedere House of Gucci, sono rimasta a casa.

Ho aggiornato il mio quaderno dei mercis, preparato lo zaino e la tisana si sta infondendo alla mi desta. Ero stanca, mi sono ascoltata.

Due anni fa, in questo periodo per paura d’implodere, scrivevo per la prima volta a quella che sarebbe diventata la mi psicologa. A due anni di distanza, settimana scorsa, ci siamo dette arrivederci. 

Ci son voluti due anni di terapia, per arrivare a sedermi sul divano quando sono stanca, tra le altre cose.

Ed è rannicchiata nell’angolo di questo divano che mi metto alla ricerca della prima mail mandatole, per un primo appuntamento conoscitivo. Non la trovo, ma la ricordo. Come ricordo il giorno del primo appuntamento: una piovosa mattina di novembre, il grigiore milanese di certe giornate d’autunno, la sveglia presto. Sulla strada per l’ufficio, scendo a Loreto, con la mappa aperta e la mano congelata, saluto per la prima volta la portinaia dai tratti orientali, ascensore, 5º piano. Lei mi aspettava in uno studio-sottotetto, con poltrone di cuoio color testa di moro, arredi in legno chiaro e pareti bianche. 

Io, lei, il silenzio. Ho pianto, da subito.

Nella serie che sto guardando in questo periodo, dix por cien, una mamma fa notare all’altra che se Ia bambina non piange in braccio a lei, non è necessariamente un buon segno. I bambini piangono – dice – quando si sentono totalmente a loro agio nelle braccia di una persona, si lasciano andare. 

Mi torna in mente questa scena e le dò grande adito. Gli amici veri sono quelli con cui ci sentiamo liberi anche di piangere. La psicologa giusta è quella con cui riusciamo a piangere al primo appuntamento.

Non avevo nemmeno il tempo di essere fiera di me per quella scelta, non era stata ponderata, era dettata da un forte bisogno di supporto, di ordine. 

Ogni martedì, uscita dallo studio, mi sentivo una camicia di lino appena centrifugata: stropicciata, ma pulita.

Piano piano, settimana dopo settimana, mi rendevo conto che le risposte erano tutte dentro di me, il problema è che avevano le sembianze delle tessere dello scarabeo. In quella soffitta non ho solo imparato a giocare a scarabeo, ma ho fatto pure un sacco di punti. 

Sorrido ripensandoci, sorrido per il caos che avevo dentro e fuori. Sorrido su un divano arancione a Parigi. Sorrido ora che ho trovato un metodo per analizzare i problemi ed affrontarli, piano piano. Sorrido ora che ho imparato, a fatica, a chiedere aiuto, a condividere dubbi, paure, timori ed emozioni. Belle e brutte. Sorrido, ora che so che un po’ di sana routine può lasciare spazio all’improvvisazione. Sorrido, ora che a km di distanza da casa, non ho bisogno di staccarmi da tutto, anzi, tengo stretti i fili che mi legano a persone, responsabilità e luoghi. Sorrido, rendendomi conto che nella frase precedente ho appena scritto “casa”. Perché ho davvero ritrovato, o forse costruito, un posto da chiamare casa. Sorrido perché riesco a sorridere anche allo specchio, anche da sola. Sorrido perché godo del tempo con me stessa. Sorrido perché ho imparato a fermarmi ed a rimettere in fila le priorità. 

Smetto di sorridere come un’ebete e salto su un nuovo volo in partenza dal mio cervello. Mi rendo conto e imparare una lingua nuova mi aiuta a rallentare. Dovendo pensare prima di parlare, i concetti che esprimo sono ponderati è quasi mai a sproposito. Esercizio che cerco di fare anche quando parlo la mia lingua madre, ma che è molto più difficile. 

E sorrido di nuovo, perché sono oggi molto di quello che sognavo di essere. Sorrido perché non ho smesso di vedere il lato positivo di ogni cosa, perché ho imparato a respirare. Ma soprattutto sorrido perché so che mi devo dare tregua, mi devo perdonare, mi devo accettare, devo alzare l’asticella, ma di 1cm alla volta. Prima a dx e poi a sinistra. Come per il salto in alto al liceo. Sorrido, perché tutto questo non l’ho visto solo io, ma anche la mia psicologa che con soddisfazione e professionalità ha deciso di darmi una carezza ed una spinta tra le scapole, dicendomi: vai.

Non sarà sempre facile, ma saprai affrontare le difficoltà. Non cavartela, svignartela, ma affrontarle. Con consapevolezza, riducendo al minimo il dolore, trovando il modo più sano ed onesto per superarle.

Ecco chi sono oggi, dopo 2 anni: la stessa persona, più o meno giovane e piena di domande, ma più consapevole, piena anche di risorse. Piena, grata, paziente, serena. È forse questa la felicità?

Me lo chiedevo anche qualche sera fa, mentre piroettavo in Place de la Concorde illuminata a festa. Me lo chiedevo appena arrivata alla Gare de Lyon, quando alzavo la mano per salutare il cameriere che la prima sera a Parigi mi ha offerto lo champagne. Me lo chiedevo mentre, per scaricare l’adrenalina data dalla gioia e velocizzare il ritorno a casa, mi mettevo a saltellare, a correre.

È forse questa la felicità? Avere un posto da chiamare casa e sentirsi a casa in più posti? Avere amicizie vere ed essere veri con quelle amicizie? Poter stare da soli, senza sentirsi soli?

Forse è “solo” leggerezza.

108
Add

2ème semain dans le 12ème – 15 mercis

Mi fermo un attimo in mezzo alla strada, gli occhi chiusi. Il cielo è appena diventato rosa, dopo essere passato dal bianco all’azzurro. Dietro di me, alle mie spalle, biciclette e monopattini elettrici superano i passanti. Davanti a me sfrecciano verso il weekend, per qualcuno già iniziato, macchine e motorini. Sono uscita per vedere il tramonto e dentro di me c’è stata un’alba.

Ho guardato la Senna ciondolare, i turisti spalancare gli occhi, i Flesh scattare all’impazzata, sul ponte nuovo. Una guida con un forte accento spagnolo raccontavano ai turisti, con le orecchie tese, che Parigi è la città delle sirene. Non quelle con la coda, ma quelli delle ambulanze. 

In una città con 12 milioni di abitanti – diceva – è facile sentire, ad intervalli regolari, il canto per niente melodico dei mezzi di soccorso. 

Mi chiedo quante persone ogni minuto stiano male a Parigi. Guardando il numero di clochard per strada e potrebbero essere tante. Contando i minuti tra una serena e l’altra, sono sicuramente tante. 

Caccio questi pensieri mentre I miei piedi toccano il legno del Pont des art, quello prediletto da artisti ed autori. Oltre il fiume c’è una via che porta al 6em arrondissement, in cui anche le facciate delle case trasudano arte, è Rue de la Seine che mi risucchia.

Mentre cammino tra i ristoranti con menu turistici del quartiere latino, un ragazzo con un bel cappello a falda larga suona una canzone rock che non conosco. Proseguo ed incrocio con lo sguardo un ragazzo egiziano. Si gira e “scusami, mi spiace disturbarti, ma non posso non dirti che sei bellissima”. Cambia il sottofondo, inizia una canzona Latina mentre ci mettiamo a chiacchierare, è a Parigi con la famiglia da quando ha 10 anni, ma ha vissuto e lavorato anche a Milano, a casa Milan. Gli lascio il numero, un po’ incredula di fronte a cotanta elegante spavalderia. 

Qui le persone ti parlano. Chiedono indicazioni, attaccano bottone al bar, non sono molto interessate a come sei vestita, ti guardano davvero fisso negli occhi, ti fermano per strada, tagliano corto, si buttano, sembrano sapere bene che la città è grande, e la vita troppo corta per farsi sfuggire un’occasione.

Davanti alla fontana Saint michelle c’è un ragazzone seduto su una cassa, è da lì che proviene la musica latina. La sua performance non è altro che un click sull’mp3 per cambiare canzone, si alza ogni tanto per ballare, copre il rumore delle macchine che a destra e sinistra stringono la fontana. Regala un ritmo alla a quest’angolo di città senza chiedere nulla in cambio. Non è forse questa l’arte?

Mentre sfogliavo un album di vecchi francobolli, cianfrusaglie che si potrebbero trovare tranquillamente nella galleria di casa a Casale, una ventata di profumo famigliare mi ha invaso le narici. Cos’è? Da dove? Peperoni. Odore di casa della nonna.

Fino a quando non mi sono trasferita a Casale, casa dei nonni era un’entità lontana. Con i nonni materni passavo intere estate e con quelli paterni solo qualche momento qua e là durante l’anno. Poi la scelta di trasferirci ed andare a vivere proprio accanto a loro. Una novità, inaspettata per una bambina di 8 anni. Durante la ristrutturazione mamma e papà mi hanno mandata a vivere proprio in casa dei nonni, in un momento di transizione che mi ha permesso di rinascere un’altra volta.

Sono tornata a dormire nel lettone, perché non c’era una camera per i bambini ed ho iniziato, proprio come un neonato, a fare un sacco di cose per la prima volta: andavo a scuola da sola, avevo il coprifuoco, la paghetta ed aiutavo la nonna quando si sbizzarriva in cucina. Sono stata iniziata, in quei mesi, alla cucina piemontese e ad alcune inflazioni francesi che porta con se. Pane burro e zucchero per colazione, panissa, peperoni, aglio. Una volta andare al ristorante era qualcosa di meno abituale o semplicemente quando io e le mie sorelle eravamo piccole i miei genitori limitavano le mangiate fuori casa a rari momenti estivi – che io ricordi. In casa mia i peperoni non si erano mai visti, così come non si erano mai viste tante altre pietanze che nonna si divertiva a preparare. I peperoni però hanno un odore così forte, che all’epoca risultava così nuovo al mio olfatto, che è bastata una ventata, nel Passage de Panoramas, per rispedirmi dritta a casa.

Ci sono ricordi che i miei sensi conservano, che il mio cervello non sa nemmeno di aver immagazzinato. Che sensibilità questi umani. 

155
Add

1re semaine dans le 12ème – 29 mercis

Sono le 11.00 e nessun posto mi ha ancora convinta. Quelli che mi erano piaciuti avevano già chiuso la cucina. In ogni caso non ho capito nulla di ciò che mi hanno detto i camerieri. Mi rassegno e torno verso la stazione, lì sicuramente mi daranno qualcosa da mangiare.

Un semplice croque monsieur, che altro non è che un toast con extra formaggio sopra, è proprio quello che cercavo. Si differenzia dalla madame che ha anche l’uovo. Non esageriamo.

Ordino con un po’ di agitazione, devo dire più parole rispetto ad un semplice “bonjour”. Il cameriere sottolinea il mio imbarazzo notando che sto giocando nervosamente con la collana, segno inconfondibile di insicurezza ed ansia. Sbiascico qualche parola per scusarmi del mio francese e sul tavolo spunta un bicchiere di champagne. Primo giorno a Parigi? Champagne!

Iniziava così, una settimana fa, la mia avventura parigina. Dalla mia finestra, inaspettatamente, riconosco luminose in lontananza Notre Dame, la cupola del Pantheon e la Tour Eiffel. Quando tiro su per la prima volta le tapparelle, sono ancora lì. Il cielo si è fatto azzurro intenso e mi pento immediatamente di non aver portato il cappotto. A 6 giorni di distanza posso invece dire che probabilmente non sarà sufficiente nemmeno il piumino a proteggermi dal vento fresco di questa città.

Qui il tempo cambia velocemente, come le persone che vanno e vengono. Come le auto che non smettono di sfrecciare tra le sue vie nemmeno alle 3 di notte. Milano all’1 e mezza spegne i semafori e me la posso mangiare ai 100 all’ora, come fossi l’ultimo umano sulla terra, è mia. Parigi non dorme mai. Le sue luci la tengono sveglia alle ore più improbabili. Le persone non si stancano mai di riempire i tavolini dei bar. Dentro e fuori, sulle terrasse che in realtà sono dehor. 

Il vento costante muove sempre e visibilmente le nuvole, se pensi di esser fortunato ad aver trovato una giornata di sole, stai in guardia, il meteo a Parigi è come le scale di Harry Potter. Ma non è una sensazione di sfortuna che mi trasmette questo mutamento, bensì di speranza. Non c’è giornata grigia che non possa cambiare colore e quando lo fa, dopo la pioggia, la luce che case sui tetti di zinco bagnati, avvolge la città di una luminosità nuova e calda, un’alba in mezzo alla giornata. 

Ho scoperto che ai francesi piace positivizzare inconsciamente i concetti. “economico” è “pas cher”, “vicino” è “pas loin”, bene è di sovente “pas mal” e ancora “je n’aime pas” è preferito a “mi fa cagare”. Questo modo di esprimersi, ai miei occhi, rende inconsciamente ogni cosa un po’ più bella di quanto già non lo sia, perché la mette implicitamente in relazione con il suo opposto. “È economico” risulta meno potente di “non è caro”, quasi a dare la sensazione di una vittoria. 

Con lo stesso spirito guardo le nuvole stamattina, con la certezza che potrebbe essere peggio e comunque tornerà il sole. Pas mal le météo aujourd’hui.

Mi piace conoscere un luogo, una cultura, mentre imparo anche la lingua locale. Nella semantica delle parole è racchiuso un modo di essere ed un modo di vivere. Da quando ho detto che sarei voluta partire per Parigi mi è stato fatto un grande in bocca al lupo, mettendomi in guardia sulla stronzaggine degli indigeni. E invece qui le persone non imparano le cose a memoria, ma por coeur. Custodiscono i ricordi nel cuore e non nella testa. Come possono essere stronzi degli umani che usano così tanto il muscolo che hanno nel petto?

Non ho ancora trovato una persona sgradevole, 7 giorni è già un periodo abbastanza ampio per poter incrociare uno stronzo in 50km, così non è stato. Sono stata solo fortunata?

Dalla mia finestra si vede la Senna. Il fiume color oliva, color bottiglia, abbraccia la città. Con un primo sguardo distratto potrebbe sembrare che la divida, ma la numerazione degli arrondissment, insieme al numero dei ponti che lo sormontano, fanno pensare a tutt’altro. Sembra il punto in cui la città si apre e ti permette di guardarle dentro. La Senna è il suo cuore pulsante, dai suoi ponti che sembrano tanti piccole cuciture che la tengono insieme, si intravedono le sue viscere. 

Martedì e giovedì ho il corso di francese. In Spagna mi aveva aiutata molto ad imparare la grammatica, mentre per strada imparavo a parlare. Il corso dura 1 ora e mezza, dalle 19.30 alle 21.00, un orario perfetto per obbligarsi a smettere di lavorare almeno alle 7.
Il primo giorno arrivo in ritardo e scopro che i portoni si aprono con un codice: è paradiso degli stalker – penso.
Martedì durante prima lezione, faccio fatica, giovedì, alla seconda sono già il pagliaccio della classe. È lo spirito mediterraneo che mi porto dietro, non c’è niente da fare.

Esco dalla classe ed invece di tornare a casa deciso di esplorare un po’ la zona, nella mi mappa dei ristoranti parigini c’è un ramen discretamente vicino, mi ci butto. Supero una veloce coda ed ordino un ramen vegetariano con pollo bio extra. Suona un po’ ossimorico, ma mi ricordo l’ultima volta in cui ho mangiato carne. 

Tiro fuori i compiti per martedì prossimo e cerco di studiare i passati prossimi per comporre il passè composè. La mia scodella arriva in un batter d’occhio e mi costringe ad alzare gli occhi dal quaderno. Dietro la mia testa c’è una tapezzeria piena di neko, gatti in giapponese, davanti a me una coppia che si accarezza le gambe cena con un’amica, parlando inglese. Alla mia destra tutti francesi, ma con origini giapponesi, tunisine, centro africane. I camerieri sembrano coreani ed io mi sento nel futuro. Un mondo fantastico dove l’integrazione non è un lavoro, ma uno stato dell’arte.

“Non mi sono mai sentita più piena di così”, penso, mentre un gatto entra dalla porta e si aggiunge al quadretto degno di un Monet. Che mondo è mai questo?

È passato qualche giorno, non ho più visto gatti, ma un topo al quale non ho potuto che voler bene pensando a Ratatuille. Si dice che per ogni umano che vive a Parigi ci siamo almeno 2 topi sotto le sue strade. Non stento a crederci, la sua magnificenza è un po’ decadente come quella romana, le sue strade, proprio come a Roma – per colpa del vento – sempre un po’ sporchine. 

Mi sono trovata a Montmatre con Zac, un ragazzo francese con origini algerine a cui avevo chiesto ospitalità su couchsurfing. Montmatre è un luogo alquanto turistico della città, un po’ artefatto e già visto in troppi film, ma ci sono due cose del quartiere che amo immensamente: la quantità di persone di origine africana che lo popola e le scale del Sacre cœur. Le prime riescono a ribaltare l’assioma nel quale sono cresciuta, fanno vacillare il privilegio, mi mettono in una posizione di minoranza, un’emozione così inconsueta da farmi aguzzare la vista. Mani color cioccolato toccano altre mani per stendere lo smalto, toccano capelli perché il sabato è giorno di parrucco, toccano barbe, volantini, bambini. Sbircio dietro le vetrine, mentre mi faccio largo tra fiumi di persone ammassate sul marciapiede in attesa del proprio turno nei saloni di bellezza in cui vorrei entrare per un bagno d’inclusività. 

E poi le scale. Quelle scale. C’è tutta l’umanità su quei gradini. Proprio davanti al Sacro Cuore, che austero protegge la città dall’alto, c’è il suo cuore pulsante. Torno bambina, torno al liceo, cambio prospettiva, mentre tutti puntano lo sguardo sui tetti in zinco che fanno da mantello a Parigi, io mi giro e guardo loro, tutti questi esseri viventi allineati e rumorosi, nella più bella delle cornici. Le lingue si mischiano insieme ai colori dei capelli, della pelle, agli odori di crêpes, al timbro caldo dei cantanti, al trombettare di una cinquecento, alle campane, ai battiti d’ali dei piccioni, ai piedi che pestano foglie d’autunno. Di tutti i quadri della città, questo è sicuramente il più vivace. Non per niente il Moulin de la Galette è a due passi da qui. 

La miglior campagna di marketing della storia, ecco cos’è questa città. Così ben riuscita, da confondersi con la realtà.

Tilak è andato verso lidi turistici, un veloce abbraccio e ci vediamo presto, magari già domani.

Il calore dei funghi mi riscalda il viso, mentre una signora alla mia destra prende nota di qualcosa su un quaderno senza righe, un signore alla mia sinistra osserva semplicemente il mondo. Persone in gruppo, persone sole, brindisi, lingue, abbracci, sorrisi. “Pomme frites” da mangiare con le mani. Mi alzo sorridente, saluto il mio compagno di beatitudine, che ricambia con un sorriso d’intesa, così caldo e pieno che ne sento il calore.

Non riesco a sentirmi sola nemmeno per un attimo, qui.

2
183
Add

26 anni: pienezza e champagne

Avevo 4 anni, era sera e stavo saltellando in una grande piazza, con un pacchetto di grissini in mano. Correvo come Heidi, mentre le luci calde dei lampioni allungavano la mia ombra di bambina. Con la bocca piena, tenendo il passo di mamma e papà, canticchiavo “c’era una volta un re…”.

È uno dei miei primi ricordi da bambina, è uno dei miei primi ricordi di Parigi. 

A distanza di 22 anni da quel giorno alzo la testa dal tavolo e guardo fuori dalle grandi finestre dell’aeroporto, mi ci ritrovo riflessa. I capelli lunghi, che non ho tagliato per codardia, quando ho visto che la luna era calante. Camicia, gilet, per onorare la promessa fatta a me stessa di conciarmi come una donnina. Gli occhi un po’ socchiusi, stanchi dopo una settimana piena. Dopo un anno pieno. Una vita piena.

Sorrido ebete a questa Doralice che mi osserva dal vetro. 

Sono io. Mi riconosco. Sto partendo. Per inaugurare i miei 26 anni mi sono regalata un viaggio, non un weekendino, ma un viaggio vero, di quelli che includono aprire couchsurfing ed imparare una nuova lingua: un’avventura. 

Torno a Parigi, solo bagaglio a mano – come piacerebbe a Romagnoli.

Tra le mani un libro, un biglietto di sola andata, ma con la data del ritorno già chiara in testa. Parto per celebrare e non per scappare. Parto per godere e non per fuggire. Parto per continuare a respirare, non per evadere. 

Questa volta è diverso. Questa volta sono io. Non perché stia partendo sola, ma perché parto piena. 

Se la parola che ha caratterizzato il mio 25esimo anno di vita era “consapevolezza”, questo 26esimo può racchiudersi solo in “pienezza”. Così mi sono sentita quest’anno. Nel bene e nel male, piena. È così che parto: consapevole e piena.

Così piena da temere di adagiarmi nel comfort che mi sono creata. 

Che senso ha? Cerchiamo tutti i giorni di lavorare su noi stessi, sul mondo che ci circonda, una meticolosa selezione di attività, di persone, volta a creare un cerchio più o meno perfetto che si chiama benessere, serenità, comfort zone. E poi… poi c’è il diavolo che è in noi che bussa e ci spinge fuori dalla pista. Come si chiama il vostro diavolo? Il mio fame. Di conoscenza, di vita, di umanità, di tutto.

So che la ragazza del vetro è una persona che si ama, non finita, ma cresciuta. Sa cosa le piace, cosa le fa bene e vuole continuare a scoprirsi. Quella lì cerca di ascoltarsi, di dedicare tempo a se stessa e tempo agli altri.

Me lo ripeto ancora perché è una sensazione nuova, un viaggio con me stessa e non con un mutante, un viaggio per rianimarmi dopo questi due anni da indigena, un’avventura per scoprire che effetto mi fa – oggi – un mondo nuovo, per scavare ancora più a fondo e non per grattare la superficie.

A volte penso che vorrei ripartire, ritornare a Siviglia, a Buenos Aires, rivivere quelle vite con la maturità di oggi. Come sarebbe? Mi fermo spesso a sognare di vivere Milano con l’innocenza immatura di Siviglia e invece… non è possibile. 

Ma soprattutto, non serve. Lo spettacolo non ricomincia, continua. La giostra non si ferma e la vista è splendida. La compagnia è magica. I grandi problemi, visti dal futuro, sono piccoli ricordi. E allora torniamo a Parigi.

Ho 26 anni. Questa volta papà mi ha accompagnata solo fuori dall’aeroporto, kiss & fly. Mamma è venuta a salutarmi il giorno prima della partenza. Sono atterrata con un leggero ritardo e la temperatura è più calda di quanto mi aspettassi. Cammino a passo spedito alla ricerca di un posto che mi dia da mangiare nonostante l’ora tarda. Parlo piano, devo strutturare le frasi nella mia testa prima di esporle. Mi scuso per il mio francese con il cameriere, gli dico che è la mia prima sera a Parigi, torna con un bicchiere di champagne. 

Ora lo so perché ho scelto Parigi. È iniziato tutto qui. Questa città mi ha vista bambina, mi ha fatta sentire straniera per la prima volta e da lei torno, a farle vedere che donna sono diventata, a darle l’onore di farmi sentire straniera ancora una volta. A farle vedere, ora che la mia altezza corrisponde alla mia ombra di bambina, che non ho smesso di saltellare come Heidi.

Ceno sola e non mi sono mai sentita più completa di così. 

Santé! 

45
326
Add

Questa non è una storia, è un abbraccio

Si può misurare l’amicizia in forchettate: quante me ne fai fare nel tuo piatto e quante te ne faccio fare nel mio, può essere un metro di misura. Si possono contare i minuti al telefono insieme o i minuti di note vocali: pochissimi per le amicizie in cui c’è tanta intesa e poco da chiacchierare, tanti, ma sporadici, quando c’è un’amicizia a distanza. A volte mi capita di misurarla in regali fuori dalle date prestabilite, in piccoli gesti banali, in accortezze: uno sguardo di conforto, un piatto lavato, la tavola apparecchiata, un messaggio preoccupato. Una delle maniere che preferisco è contare i secondi: quanti secondi impiego a riconnettermi quando vedo un’amica o un amico dopo un po’ di tempo, quanto durano gli abbracci. Minori sono i primi, maggiori sono i secondi.

Cosa pensate durante gli abbracci lunghi? Che tette! Sento la presenza. Che buono questo profumo. Morbidissima questa maglia. Allenterò io la presa o lei? Vorrei poterti stringere e guardare al contempo negli occhi. Dimenticato il deodorante stamattina?

Ovunque sia, quando vedo Gabriele in lontananza e ci abbracciamo, posso pensare solo “Quanto mi sei mancato, quanto mi sono mancati questi abbracci”.

Indossavo una tuta intera nera, sormontata da una giacca bianca a campana, tra i capelli raccolti troneggiava un fiore rosso ed avevo stranamente il rossetto abbinato. Avevo 20 anni una delle prime sere della Feria de Abril de Sevilla e con i piedi un po’ sporchi di sabbia mi sentivo bella, libera, piena e fortunata. Attorno al tavolo – come sempre – qualche faccia nuova. Di fronte a me un ragazzo boccoloso e pacato lasciava trasparire una cadenza italiana. Abbiamo aperto un corridoio di voci, spaccando il tavolo. C’erano persone attorno, ma a me interessava quello che aveva da raccontare lui.

Sono passati più di 5 anni da quel giorno ed anche oggi è solo un tavolo a dividerci. Negli anni ci hanno separato chilometri di terra e di oceani, ma ogni volta che ci siamo ritrovati seduti a tavola, uno di fronte all’altra, il tempo e la distanza sono diventati ininfluenti. Siviglia, Bari, Milano, Rotterdam, Buenos Aires. Milano. Dopo una camminata di 7 km sento gli stomaci brontolare davvero proprio all’altezza di una trattoria che definire “autentica” è forse un oltraggio all’autenticità. Fidati. Andiamo dalla Lina.

La Lina ha 90 anni e da 60 gestisce una trattoria all’angolo tra via Galeazzo Alessi e via D’oggiono. Varchiamo la soglia del ristorante ed un’atmosfera anni 60 ci avvolge. 4 tavoli riempiono la prima saletta, le sedie ricordano quelle colorate della scuola materna, in versione gigante. Il bancone in acciaio e vetro è sormontato da una vecchia insegna luminosa della birra Pilsen, ai suoi piedi alcolici di ogni genere sono esposti ordinatamente in fila indiana. Una luce fioca proviene da un’altra sala, la terza, in cui qualcuno è seduto di fronte ad un televisore con il volume troppo alto.

Mi addentro nella seconda saletta per segnalare la nostra presenza ed una signora mingherlina con il grembiule in vita spunta dalla cucina. È lei, è la Lina. “Buonasera signora Lina! Possiamo sederci per cenare?” chiedo. “Certo, mettetevi in quel tavolo grande lì” Risponde. “Questo qui? Va bene, grazie”. Ci accomodiamo. Mentre posa forchetta, coltello e cucchiaio, su un tovagliolo di carta, ci notifica che ci preparerà un risottino. “Va bene? Va bene.” Si risponde da sola. Non era certo una domanda.

Gabri è titubante, appende, con la sua solita grazia, lo zainetto impermeabile sullo schienale della sedia, quasi a voler ridurre al minimo la superficie di contatto con qualsivoglia oggetto di questa trattoria. Anche le sue chiappe sono tese, si siede sulla punta della sedia e spalanca gli occhi quando arriva al suo orecchio un rumore greve che proviene da dietro le mie spalle.

Scosto leggermente la tenda e tra le fessure scopro un signore, intento a cenare di fronte al televisore. Il rumore molesto era la sua gola che veniva raschiata con vigore, tra una cucchiaiata e l’altra. L’audio della tv, oltre che alto è anche ovattato, il tipico suono di un vecchio televisore. Non lo vedo, rimane dietro la colonna, ma lo immagino cubico, grigio, con le casse ai lati, pesante più o meno 30kg. Se chiudo gli occhi riesco anche a percepire la patina elettrostatica che gli si forma sul vetro quando rimane acceso troppo tempo. Cosa vuoi dirgli? È anziano, dolce, un nonno con la tosse. Forse un po’ di polmonite. Speriamo nulla di grave.

“Cosa bevete?” Interrompe la Lina. “Acqua”, “Una birra per me”. Ed ecco la chiave. “Me, una birra da 75! Che abbondanza!”. Bastava una birra per farlo rilassare. Il sedere si sposta leggermente più indietro sulla sedia, le gambe si allungano sotto al tavolo, la schiena si lascia cadere sullo schienale e possiamo tornare ai voli pindarici.

È una-di-quelle-settimane e di conseguenza una-di-quelle-sere che arrivano a cadenza regolare nella nostra vita. Quei momenti in cui guardiamo prospetticamente i nostri passi, immaginiamo dove ci possano condurre nel futuro e ci domandiamo se è quello il futuro che vogliamo, quanto vogliamo aspettare per quel futuro, se non è già ora di fare una corsa dentro a quello-che-vogliamo-fare-dopo. Perché? Perché no? Cosa aspettiamo? Ma tu ti ci vedi…? Partiamo? Quando? Perché non ora? È lui coraggioso o noi scemi? È lui scemo o noi caparbi? Quanto pesa la pressione sociale che vediamo nitidamente, ma dalla quale non riusciamo a divincolarci? Fino a quando ci resterà attaccata alle caviglie? Ma tu te lo ricordi quando 5 anni fa, guardando il Guadalquivir, mi dicevi “ma tu te lo immagini il lavoro? Non avere più la libertà di prendere e partire da un giorno all’altro”? E ora guardati, sei felice per il lavoro. Poi sei stressata per il lavoro. Parti ancora. Sei ancora libera. Ti senti libera? Ti senti libero? Quanto? Quanto libero e quanto con le mani di qualcuno alle caviglie?

Tra una cucchiaiata di riso scotto ed una coscia di pollo dal sughetto indefinito, abbiamo lasciato scorrere il fiume che a cadenza irregolare ci travolge, quello dei dubbi esistenziali. Le risposte cambiano di giorno in giorno, di anno in anno, le conseguenze di quelle risposte anche, le domande permangono. Tornano ciclicamente a bussare nelle nostre teste, ad instillarci la voglia di cambiare vaso ai fiori. E insieme alle domande, restiamo anche noi e l’acqua. Noi davanti al Guadalquivir, noi sulla darsena, noi davanti alla piscina a Polignano, noi davanti al mare, noi davanti ad una bottiglia di birra troppo grande.

Quella sera Lina ha vinto il numero di telefono di un ingegnere molto disponibile a spiegare sia a lei che a suo figlio la cessione del credito d’imposta per rifare il cappotto della facciata di casa godendo delle detrazioni al 110. Io, mentre assistevo alla scena, mentre vivevo quest’ennesima cena, quest’ulteriore piccola avventura insieme a Gabriele, sorridevo stupida e consapevole di quello che ho vinto io, 5 anni fa, con i tacchi impiastricciati di sabbia ed un fiore di plastica sulla testa: la fortuna della vicinanza e dell’affetto di un’anima buona e ricca, come le lasagne. Qualsiasi dubbio ci attanagli, qualsiasi strada o scelta prenderemo, ovunque saremo, a riempirci il cuore basterà solo il tempo di un abbraccio.

Buon compleanno Gabri.

227
2

Pane, latte e gallerie

Si partiva il venerdì, non c’era un orario preciso, ma si partiva sempre il venerdì. La mia infanzia è stata costellata da weekend fuoriporta, anche se le porte erano sempre e solo due, dipendendo dalla stagione: Cervinia d’inverno e Santa Margherita d’estate.

Verso ottobre c’era il cambio di stagione, si chiudeva una casa. Coprivamo ogni superficie con lenzuolini incaricati di raccogliere la polvere, abbassavamo tutte le tapparelle, salutavamo la casa e ogni luogo che vedevamo per l’ultima volta. “Ciao bagno, ciao letto, ciao Kaloo, ciao spiaggia, ciao mare”.

E via di nuovo, verso la montagna. Il viaggio era leggermente più lungo e certamente più tortuoso. All’altezza di Valtournanche, ad una delle prime curve, si incontrava il temuto negozio d’antiquariato in cui puntualmente mamma chiedeva di sostare. Un giorno, cullate nella noia, abbiamo provato l’accendisigari… sul sedile di papà. Confesso oggi, a distanza di anni, che fu un crimine commesso per mano di una sola persona: la scrivente. Quando riuscivamo a partire relativamente presto, mamma e papà entravano in quel negozio quando il cielo era ancora chiaro e ne uscivano quando già era notte. La cosa stupefacente, ripensandoci, era che entrasse anche papà. Invece di tenere la nostra parte e sbuffare perché mamma desiderava fare una qualsivoglia forma di shopping, quando si trattava di antiquariato e cianfrusaglie, anche lui era in prima fila. Nei miei pensieri un conto alla rovescia: guardavo l’orologio sul cruscotto e l’orario di chiusura, l’orario di chiusura e l’orologio sul cruscotto, mi ripetevo “non può durare ancora molto”. Invece capitava: a volte erano gli ultimi ad uscire, ancora chiacchierando con la proprietaria che probabilmente, da buona valdostana, non vedeva l’ora di chiudere la porta e cacciarli. Perché se c’è una cosa che accomuna i luoghi in cui ho passato la maggior parte dei giorni di vacanza della mia vita è un po’ di sana e comprensibile burberità.

Il tempo passava lento finché nella mia testa non si prospettava il premio di consolazione: se riuscivamo ad arrivare a casa sufficientemente tardi, nessuno avrebbe avuto voglia di cucinare e poiché di cena al ristorante non se ne parlava mai, la soluzione smart e da me anelata più della cucina degli chef stellati oggi, era pane e latte. Da quel momento il conto alla rovescia prendeva tutto un altro sapore. Le curve, nel tentativo di tenere nello stomaco la bile delle mie sorelle, prendevano tutto un altro sapore. Chiudevamo gli occhi durante l’ultima galleria e li riaprivamo poco prima del “aprite!” di papà, quando percepivamo che il buio aveva preso il posto delle luci del tunnel, lasciandoci abbagliare dalla valle del Cervino illuminata. Anche oggi, quando guido verso Cervinia, anche se sono al volante, per un attimo chiudo gli occhi. Forse solo la galleria mi distraeva dal pensiero della cena succulenta.

E poi garage, corridoi in pietra umida, “perché dobbiamo fare la spesa a Casale e poi portarla a Cervinia io proprio non lo capisco”, “zitta e prendi questa borsa”. La casa era già calda, quando eravamo piccole perché la portinaia accendeva il riscaldamento, quando eravamo già più grandi perché papà aveva trovato una SIM magica alla quale mandare un SMS per attivare, quando e da dove volevamo noi, i termosifoni.

“Mangiamo?” chiedevo subito.
“Dov’è la borsa frigo?” mamma.
“Pane e latte!” gridavamo all’unisono io le mie sorelle.

Mi torna tutto in mente oggi, mentre al posto dei cereali butto nella tazza un po’ di pane. È integrale ed il latte di mandorla, non sono più una bambina, ma ho ripescato questo confort food nei meandri della mia memoria. Sarà il cielo grigio di Milano di oggi? Sarà che questa settimana, andando in ufficio per la prima volta, ho sentito che questa faccenda dell’essere grande si sta facendo più seria del previsto? Sarà un’inaspettata nostalgia leggera che mi ha accarezzato i pensieri come un filo di vento? Sarà che oggi è uno-di-quei-giorni in cui mi chiedo che senso abbia tutto questo?

Non lo so, nel dubbio faccio il bis. Ora che non ho bisogno di lottare perché il latte lo voglio freddo, ora che scelgo io quando è ora di cena, mi rifugio in questo ricordo dolce.

Chiudo leggermente gli occhi, come in galleria e riesco a percepire il brusio di una tavolata piena, di una macchina piena, il rumore della mia famiglia.

Ultimo pezzettino, è ora di lavorare.

Che voglia di montagna.

5
291
Add

I bagni di sangue e l’umanità – Il G8 per una vent’enne, vent’anni dopo

È venerdì sera, ho deciso di farmi la traversata di mezza Italia, dalle Marche alla Liguria. Non andrò fino a Genova, mi fermo prima, a Santa così invece di guidare per cinque ore e mezza guiderò solo per cinque. 

È il 23 luglio 2021 e solo due giorni fa ricorreva il decennale del G8 di Genova. Quel G8 che porta con sé strascichi sanguinolenti, ricordi non miei di urla, fuoco, fiamme, gas, fumo e morte. Internazionale, che il 27 luglio del 2001 metteva la foto di un cadavere in copertina, ha deciso di regalare a noi giovani, a noi che anche se quel giorno eravamo davanti alla televisione, a malapena sapevamo contare fino a otto e certamente non capivamo cosa stesse succedendo, un podcast per scoprilo. 

Non sarebbe stato quello il nostro primo ricordo di fuoco e fiamme, avremmo dovuto aspettare tre mesi per vedere due aerei schiantarsi su due torri molto simili l’una con l’altra e fermare nella nostra memoria la prima atroce immagine che avrebbe messo in dubbio, nei cuori di ogni bambino, la bontà dell’uomo, mostrandoci dal vivo la sua capacità di uccidere i suoi simili. Non sui libri, non nelle fiabe, non nel passato, ma sotto agli occhi di tutto il mondo.

Questo accadde l’11 settembre e se chiudo gli occhi ancora vedo a rallentatore ogni secondo di quegli schianti. Del 21 luglio invece, io, non ho alcun ricordo, per questo ho salvato il podcast Limoni qualche giorno fa: per ricordare.

Genova nel 2001, quando avevo soltanto sei anni, era per me solo una città che sfioravamo, superando un ponte emozionante, dal quale vedevamo per la seconda volta al mare prima di arrivare a Santa. 

Per tutti gli anni a venire Genova è stata solo un capoluogo di regione, una città nella quale una volta ogni estate si andava, insieme ai genitori della mia amica Alice, per fare shopping. Ricordo Rossana con la borsa a tracolla posta davanti, sulla pancia, attenta a potenziali saccheggiatori, perché eravamo “in città”. All’epoca non c’era nulla che mi legasse a quella polveriera, quella fetta di terra poco affacciata sul mare. All’epoca non avrei mai potuto immaginare quanto rivedere le immagini di quel giorno mi avrebbe bloccato il cuore. 

Nel 2016, mentre stavo vivendo l’anno spartiacque della mia vita, l’Erasmus, mamma decise di trasferirsi proprio a Genova. Dovretti tornare da Siviglia per vedere alcune case e scegliere, insieme, quale fosse quella che più ci piaceva. In pole position c’erano due appartamenti, Entrambi in corso Torino. Il primo aveva un fantastico bovindo (elemento architettonico di cui scoprivo il nome per la prima volta) nel quale mi sono subito sognata di porre una poltrona per leggere, ma era posto ad un piano basso non troppo luminoso e questo non avrebbe certo facilitato la lettura. 

Il secondo invece avevo una facciata che mi rapì dal primo istante, era posto all’ultimo piano del primo palazzo di corso Torino, un palazzo che vedevo sempre dal treno ogni volta che accarezzavo Genova per tornare verso il Piemonte. In questo caso l’appartamento era sito al sesto ed ultimo piano, sotto ogni finestra aveva un piccolo gradino che immaginai fin da subito di riempire di cuscini per lo stesso scopo del bovindo: leggere. Ma non fu quello a convincermi, non fu nemmeno la luce che riusciva a filtrare fino al sesto piano, bensì il terrazzo. A solo una rampa di distanza dalla casa, c’era un enorme terrazzo ampio quanto tutto il tetto. La prima volta che ci salimmo erano le 13 – non ho ancora capito quando mangino gli agenti immobiliari – ed il sole alto nel cielo c’investitì violentemente non appena a primo lo porta. Era uno schiaffo celestiale e appena gli occhi furono in grado di adattarsi a cotanta luce, svelò dietro di sé la Superba dall’alto. 

Guardando verso il mare si riusciva a scorgere fino a Corso Italia, alle sue spalle tutto il quartiere di Marassi dominato dal Biscione, guardando sempre verso nord, sporgendosi verso la strada, si poteva vedere via Tolemaide che diventa corso Europa, da una parte e che incontra Brignole dall’altra. Piazzale Alimonda e la cupola della sua chiesa.

E ora questa è la vista dalla mia camera, le rare volte che decido di fermarmi a Genova e dormire nel mio letto. Se i nomi di queste vie vi sono familiari, forse siete più vecchi di me, forse qualcosa del G8 ve lo ricordate. Sì, perché è proprio tra queste vie, che oggi brulicano di traffico, che lasciano poco spazio ai pedoni, che ebbe luogo uno degli episodi emblematici storia moderna italiana e non solo.

Ero ancora nelle Marche, nella pazzesca casa in campagna di Maria Elena, c’era anche Marco e ci stavamo chiedendo dove si fosse persa la voglia di scendere in piazza della nostra generazione, quando apparve su Instagram una nuovo post de Il Mugugno Genovese: erano immagini di quel giorno.

È possibile che negli anni le abbia viste altre volte, ma solo l’altro ieri ho potuto esclamare “merda, ma è casa mia!“. 

Era un carosello. Le foto successive raffiguravano l’ingresso della scuola di mia sorella, la palestra della scuola di mia sorella, dove andai all’open day per conoscere i corsi e gli insegnanti. L’ultima invece era una foto che mia sorella aveva condiviso poco prima: piazzale Alimonda, Carlo Giuliani. 

I miei occhi tetri, la pelle infreddolita da un brivido lungo la schiena, la bocca secca e asciutta, la sete di conoscenza e di giustizia. La stessa che riecheggia anche ora, in quest’auto, nonostante mi stia abbeverando con i limoni. 

Quelle foto sembravano una risposta alle domande mie e di Marco: la nostra volta di scendere in piazza sì è persa lì? Si è persa in quel momento? Si è persa insieme a quella dei nostri genitori, insieme alla loro paura, alla loro sfiducia, alla loro vergogna?

Il podcast si intitola “Limoni” perché la giornalista, che ne è la voce narrante ricorda di quel giorno un forte odore di limoni, quelli che i manifestanti avevano deciso di portare nello zaino per la falsa credenza che il loro succo potesse essere d’aiuto contro i gas lacrimogeni. Quella dei limoni è una fragranza ricorrente in Liguria come in Sicilia, che ritroviamo anche tra i versi di Montale: 

[…] qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza ed è l’odore dei limoni.

Non sarò io a raccontare cosa successe in quei giorni, c’è un podcast che potete ascoltare che lo farà meglio di me, ma non volevo perdere queste sensazioni. L’amarezza nel pensare che è una città così pregna di storia come Genova sia stata troppe volte sciupata, maltrattata, teatro di errori ed orrori, piegata. 

26/07/2021

Ho scritto un nome ed un cognome su google: Carlo Giuliani, mentre sua sorella Elena viene intervistata da Annalisa Camilli, decido di smettere d’immaginare e di vedere. Le foto sono senza filtri, mi chiudono lo stomaco, la bocca si asciuga, il respiro vacilla, la testa torna a pulsarmi, due lacrime escono di prepotenza dai miei occhi, che scoppiano impressionati.

Elena non c’era, io non c’ero, Annalisa non era in quella piazza, la maggior parte di noi non c’erano, alcuni non erano nemmeno nati e da poche cruente foto ognuno può scegliere quali moventi immaginare, chi giustificare, ma non quali conclusioni trarre. 

La conclusione è una sola ed ha il colore del sangue rattrappito che circonda, come un’aureola meschina, il capo di un ragazzo che non doveva morire. Il colore del buio, del vuoto, della paura. 

Sono tornata a Genova da qualche giorno e mi sono messa in testa di tornare nei luoghi più caldi della rivolta, ma prima di mettermi in sella voglio finire il podcast, guardare bene le immagini e camminare consapevole su quest’asfalto.

Dormo male, sono irrequieta e sto solo immaginando. Come sarebbe stato esserci? Viverlo? Quanto dolore mi lascerà questa ferita che sto aprendo dentro di me? 

La tortura riduce l’uomo a carne. Mera carcassa animale, impotente, svuotata. Non sono riuscita ad immaginare le mandibole rotte, i denti spaccati, la sensazione di cagarsi davvero nelle mutande. Non le ho mai provate, mi auguro di non provarle mai, ma mi hanno riportata con il pensiero a 2 libri letti recentemente: Shantaram, in cui si raccontano le torture che vengono tutt’oggi inflitte nelle carceri indiane e Un Uomo, di Oriana Fallaci, che racconta le torture inflitte al suo compagno durante gli anni di prigionia che sarebbero dovuti non finire mai. Entrambi i libri, seppur cruenti, non mi avevano tagliato il cuore come questo podcast e mi domando il perché. Su carta, relativamente lontane nel tempo e nello spazio, mi hanno fatto meno paura. Il fatto che, dietro l’angolo, quando già lo stato di diritto era parte integrante della vita post bellica italiana, si siano consumate tali atrocità, mi terrorizza.

Eppure siamo umani, sempre noi, che pensiamo di progredire invece siamo sempre gli stessi animali, omuncoli… questo forse mi fa più paura di tutto. 

Non so se Carlo potrei essere io, non so se Carlo potresti essere tu, non so se sarei scesa in piazza, perché non ho vissuto quei giorni e gli anni che li hanno preceduti. Mio padre non c’era, altri padri si. 

Non posso giudicare la presenza o l’assenza, ma la disumanità, quella non riesco a tollerarla. Definiamo “disumano” qualcosa che non ci sembra consono all’uomo, inteso come essere che può governare gli istinti, invece di farsi da loro comandare. Eppure a cadenza irregolare l’animale che ci portiamo dentro divora l’umanità che fatica a contraddistinguerci e questo è il risultato.

Impareremo? Sarà mai abbastanza? 

“La più grande tortura che l’uomo ha inflitto ad altri essere umani dal dopo guerra”

Amnesty International 

03/09/2021

È venerdì e tra i buoni propositi stilati per settembre c’è quello di mantenere una costanza nella pubblicazione di contenuti sul mio blog. Potrei condividere storie da film di un’estate pazzesca, incentivi sorridenti a prendere questo settembre con lo spirito giusto, quello con chi dovremmo affrontare ogni mese: con gioia, invece mi torna in mente questa storia che non ho mai condiviso e che penso meriti di passare sotto gli occhi di qualche mio coetaneo, di stuzzicare la sua curiosità, di essere ricordata.

Sono passati due mesi da quando il mio stomaco in subbuglio aveva ordinato alla mia testa di fare chiarezza.

Due mesi d’estate, di serenità e frenesia, di relax e follia.

Ho pensato ancora al G8, a Carlo, ho chiamato i miei genitori e gli ho chiesto cosa si ricordassero, l’ho chiesto alle mie colleghe, ad avvocati, a genovesi, a siciliani, a marchigiani, anche alla figlia di un carabiniere. “Lo sai che il presidente del Genoa Social Forum veniva in spiaggia con noi?” “Certo qualcuno ha esagerato” “Se solo avessero in dotazioni delle armi diverse” “Ricordo solo che mia mamma non andò a lavorare quel giorno”.

Ognuno ricorda una versione leggermente di parte della storia, in base a chi ha deciso di condonare e chi ha preferito accusare. In base a cosa ha visto. Mettendo insieme storia, opinioni e ricordi, non ho avuto il coraggio di prendere una posizione, non ne sento il bisogno, mi sono però resa conto di aver con il tempo perdonato qualcuno, di aver compreso qualcun altro e di non poter giustificare qualcun altro ancora.

Cammino verso piazza Alimonda, è l’ultimo scenario di quei giorni che non ho visitato a luglio. È una piazza che vedo dalle finestre di casa, dal terrazzo ed in cui posso quasi ogni giorno quando sono a Genova, eppure solo ora noto quello che sono venuta a cercare. Già da via Casaregis intravedo la pietra che è stata posta in mezzo all’incrocio, a memoria del popolo tutto. Dei fiori la cingono, alcuni secchi, altri appassiti. Di fronte a lei la targa di marmo “Piazza Alimonda” tutt’oggi imbrattata per cambiarle nome in “Piazza Carlo Giuliani Ragazzo”. Nessuno della giunta comunale ha avuto il pelo sul petto di cambiarlo davvero quel nome, lasciando a chi non vuole dimenticare l’onere di ripassare con un pennarello indelebile il titolo onorario per Carlo.

La targa e la pietra si guardano. È tra loro che giaceva inerme il corpo di Carlo. Non ci sono abbastanza fiori, penso, ne porterò di freschi e porterò una pigna, raccolta nella foresta per un mandala, che pensavo di aver perduto, merita di stare lì. Magari li bagnerò anche quei fiori. Magari non serve. Magari lo fa già sua sorella. Magari mi passerà. No, va bene così, mi tengo stretta, anche a distanza di mesi, questo mal di pancia, che ancora mi contorce le viscere. Penso si chiami umano dolore, o forse solo dolore, umanità.

3
320
Add

Terapia d’urto

Questa sono io, a 3 anni, che vado a comprare un giornale. Sull’outfit non avevo ancora autonomia, delego la responsabilità a mia mamma, nemmeno l’autonomia dell’andare a comprare il giornare era pienamente una mia scelta, in effetti, era un regalo di mio papà.

Mio papà è nato nel 1964, anno in cui la natalità, in Italia ha registrato il massimo storico. Dopo il 64 un declino. Un po’ prima del 64, le guerre, poco prima del 64, il boom, la rinascita appunto. E’ curioso vedere come gli eventi economici e sociali incidano immediatamente sulle nascite (qui per vederne un’analisi), sulla fiducia nel mondo, sul coraggio, sulla paura. Chissà quanto ha inciso sulla loro vita essere nati nel 64, chissà quanto ha inciso sulla nostra.

Dicevo, mio papà è nato nel 64, esattamente il 18 marzo, un giorno prima di suo nonno, del giorno di San Giuseppe, della commerciale festa del papà. 3 anni fa ero in Argentina e scrissi questo post dal titolo “Il mio Miyagi personale”, per ricordare, per celebrare, per abbracciarlo da lontano, perché avevo capito qualcosa di me. Rileggerlo ieri, a distanza di anni e chilometri, mi ha fatto stringere il cuore, sorridere e rimescolare le carte.

Già alla riga 7 mi sono fermata, ho guardato me stessa di 3 anni fa, scuotendo la testa. “Ti piacerebbe Doralice!”, mi sono detta. Perchè se è vero che: “Dopo aver combinato una grande cazzata, dopo esserti sentita quello che hai sempre rimproverato ai tuoi, apri gli occhi e finalmente pensi “cazzo, ma sono umani anche loro””, è lì che inizia la vera salita, la lotta interiore, il lavoro su sè stessi, altroche “da quel momento è tutto in discesa“. è proprio a quel punto che ti rendi conto che data la loro natura di umani erranti, non puoi pretendere, additare e colpevolizzare con la stessa facilità con cui lo facevi prima. Non riesci più a lasciarti sfiorare dalla rabbia adolescenziale, ogni mancanza diventa un problema anche tuo, è tua.

Scrivevo:
Siamo il risultato di un’educazione, una passione, un’unione di pregi e di difetti. Non siamo nessuno per cambiare chi ci sta attorno, per porci nella posizione di giudici, ma possiamo scegliere per noi. Possiamo scegliere chi vogliamo essere, quanti pregi fare nostri e quanti difetti modellare e ridimensionare.
Io, oggi, ho scelto.
Ho scelto tutti i pregi di mamma, tutti quelli di papà e tutti i miei difetti.
Oppure sono stata semplicemente baciata dalla fortuna perché oggi, alla stupida età di 22 anni, mi sento tutto il buono che c’è nei miei genitori.

Mi torna in mente D’Avenia – che per chi non lo conosce è un insegnate, scrittore e sceneggiatore – nella Ted Talk in cui parla del suo libro, L’arte di essere fragili (che potete vedere qui), poco prima della metà dice che quelle rare volte in cui i genitori dei suoi alunni vanno insieme ai colloqui, solo in quel momento, si rende conto della natura dei loro figli. Dice che i figli sono la riproduzione della relazione che c’è tra i genitori. Che questo sia vero o meno, quello che è limitatamente vero è che “possiamo scegliere chi vogliamo essere” e sicuramente era solo una mia impressione che quel giorno io avessi avuto il potere di scegliere chi ero e cosa prendere da ognuno di loro. Era una dolce superficialità sulla quale galleggiavo benissimo, una cecità incosciente che la felicità ci regala ogni tanto. Stavo scoprendo il mondo e piano piano, parallelamente, mi avvicinavo a me stessa. Ma non ero pronta ad affrontarmi, ad affrontare i fantasmi che la famiglia ti appoggia sulle spalle, inconsciamente, quelli che mi trascinavo in giro per il globo come la coperta di Linus.

Forse il discorso è molto più complesso di così e più mi addentro nei miei pensieri, più gli spunti si accavallano. Alla Doralice di 22 anni non direi proprio nulla, in realtà, la lascerei nuotare a filo d’acqua, con i suoi occhiali scuri e gli scudi alzati. Se dovessi ridefinire oggi cosa siamo, direi che siamo davvero il risultato di quel rapporto, di quella relazione, dell’educazione, dell’esempio, di ogni gesto ricevuto e di tutti quelli desiderati e mai ricevuti, delle mancanze, dei sogni disattesi e delle speranze. Siamo anche – come riesce a mostrare magistralmente Francesco Piccolo in L’Animale che mi porto dentro – il risultato di ogni altra piccola esperienza che ci ha segnati, dell’influenza di altre persone oltre ai nostri genitori. I genitori sono solo la relazione più lunga che abbiamo, quella che dura da più tempo, la prima, la più profonda, lo strato più solidificato, inevitabilmente la più impattante fin ora ed al contempo la più difficile da riportare a galla, da rimodellare. Perchè pesa, perchè è quello che fino a poco fa ci sembrava normale, inevitabile, immutabile la nostra fortuna e la nostra condanna. Forse la relazione con loro è più vecchia di quella con noi stessi. Da loro nasciamo due volte, fisicamente e concretamente. In loro ci specchiamo e da loro impariamo a riconoscerci, solo con i loro sguardi ci sentiamo vivi, in loro ci specchiamo. Sarà per questo che per il resto della vita, anche in età adulta, è quello sguardo, quel riconoscimento, che ricerchiamo costantemente?

“Qualsiasi forma di riconoscimento, quindi il premio (Strega n.d.r.) più di ogni altra, serve anche a dimostrare alle persone che non c’entrano col tuo lavoro, che nel tuo lavoro vali qualcosa.” scrive Piccolo.
“Lo sto dicendo per mio padre.” Puntualizza. Alla premiazione a Roma è andata con lui sua mamma, sua moglie, gli amici, i colleghi…
“Nei giorni successivi molti mi hanno chiesto: ma tuo padre è contento? E io ho detto: sì, molto. Ma com’è che non c’era? E io rispondevo: è venuta solo mia madre.

Mio padre non ha fatto in tempo a comprenderlo. Gliel’ho chiesto: hai capito che ho vinto il premio? E lui ha risposto sì, e lo ha fatto perché ha capito che doveva rispondere sì dall’intonazione della domanda, oppure perché a tutte le domande rispondeva sì. Ma non ne ha avuto nessuna consapevolezza, e quindi per me il premio ha avuto meno valore perché il suo cervello non ha fatto in tempo a decodificarlo – e per poco, sarebbe bastato accadesse pochi mesi prima, prima che la sua comprensione evaporasse; almeno avrebbe compreso questo, e ne sarebbe stato orgoglioso, e per me avrebbe avuto più senso, non solo il senso pratico (l’attenzione, le vendite) che poi ha avuto realmente”.

Francesco Piccolo – L’animale che mi porto dentro

Per abbracciare papà, per fargli capire che ero e sono cosciente di tutto quello che mi ha donato, consapevolmente o inconsapevolmente, seguiva un elenco corposo di chi sono, di tanti aspetti che mi piacciono della mia persona, della sua e che riconosco come un’eredità gratuita regalatami da lui.

Omettevo, per non intaccare i connotati positivi dell’elenco, di parlare della fatica.
Omettevo di dire quanto la mia estrema indipendenza possa diventare insopportabile – e me ne accorgo a volte – per chi ha piacere di condividere e mi rende difficile comprendere fino in fondo chi, al contrario, non è autonomo. Non mi soffermavo sull’incoscienza che mi porto dietro dopo quel tuffo, dell’istinto che mi porta sempre a scegliere la strada nuova rispetto alla vecchia, dei dubbi che mi attanagliano prima e pure dopo. Non parlavo della difficoltà che ho a chiedere aiuto, abituata da sempre a cavarmela come unica opzione possibile, pensando sempre di disturbare. Mai dico quanto possa essere angosciante, a volte, sentire addosso la responsabilità della puntualità. “Sono qui, sono avanti, sono andata a scuola a 4 anni, è stato facile fino ad ora, non posso sbagliare proprio adesso”. Ma chi l’ha detto che non posso sbagliare? Certamente non papà, lui che mi ha sempre incitata a capire, anche a costo di sbagliare, avvisandomi solo delle reponsabilità che mi sarei comunque dovuta prendere.
Non mi sono soffermata su quanto possa essere sgradevole avere a che fare con me, quanto possa far sentire impedite le persone che mi stanno accanto perché non hanno avuto la fortuna di fare le aiutanti di papà quando apriva la cassetta degli attrezzi. La mia faccia rimane di sasso, di stucco e di sasso quando nel mio interlocutore manca qualche conoscenza a mio avviso basilare. Quando in realtà di basilare non c’è nulla, solo gli insegnamenti che abbiamo avuto la fortuna di avere e quelli che abbiamo avuto la curiosità di prenderci.
Non conto tutte quelle volte in cui, alla domanda “di dove sei?” avrei voluto avere un posto da chiamare casa, invece di sentirmi un po’ a casa in tutti i luoghi e non esserlo mai davvero da nessuna parte.
E poi, a dirla tutta, taglio le file, supero, mi infilo con nonchalance davanti alla prima auto in coda e non rispetto i limiti di velocità, parcheggio sui marciapiedi impavida, a volte uso anche le conoscenze, sono piccolezze, ma se nessuno me lo fa notare mi sento anche furba – questo mi ferisce -, invece che disonesta.

Forse non omettevo la fatica, semplicemente non associavo le cose. O semplicemente parlavo del bello che vedo in lui, attraverso di me, per rispettare la sua riservatezza. Ed effetticamente rileggendo tutto ciò che di positivo sento di avere, constato che proporzionalmente sono numericamente pochi i risvolti negativi, anche se ci sono giorni in cui pesano tanto. Anche perchè, mica c’è solo papà. E mamma? Nonna? L’altra nonna? I nonni? E l’asilo, le elementari, medie, liceo, università, amiche, amori, colleghi, sconosciuti, passanti, panettieri?

Non ricordo precisamente quale sia stato il giorno in cui ho fatto un passo in più, quel passo arrivato solo dopo la consapevolezza della natura umana dei genitori, sicuramente so che non ci sono arrivata da sola. Quando mi sono accorta che stavo galleggiando e pure l’equilibrio era precario, ho chiesto aiuto. Non un mayday qualsiasi, ma uno di quelli che un po’ mi vergognavo a chiedere, un po’ guardavo con pregiudizio: ho iniziato ad andare in terapia. È con la mia psicologa che sono riuscita a scavare, ad andare fino alla radice, a mettere davvero in fila i miei pregi, i miei difetti, le mie paure, quelle degli altri che avevo fatto mie, i fantasmi, l’eredità. Partendo proprio da loro, da quanto della loro relazione c’è in me.

Con una lettura superficiale si potrebbe pensare che in questi 3 anni l’opinione che avevo nei confronti di mio padre sia cambiata, ma non è così. Mai, nemmeno un giorno della mia vita, ho messo in dubbio l’amore e la gratitudine nei suoi confronti, proprio per tutto l’elenco già redatto, ancora più lungo, ad oggi. Quello che ho notato invece, rileggendo quelle parole, è quanto poco conoscessi me stessa e dal momento che siamo le relazioni che abbiamo, sono partita dalla più duratura: quella con i miei genitori, per poi proseguire con quella con la mia persona, vecchia uguale.

Più il tempo passa, più la plastica affiora, assorbenti, pezzi di merda, rami secchi, tutti i rifiuti nascosti sui fondali tornano a galla, diventavano visibili ai miei occhi. Ho dato un significato oggi, a parole di decenni fa. Ho riletto situazioni con ottiche nuove e da una prospettiva totalmente diversa. Ma perché? Sentivo il peso di tutto quello che avevo preso e spostato sotto al tappeto, scaricato direttamente in mare per continuare a vivere incurante dell’accumulo di pezzi di me che nascondevo. Incurante delle emissioni di CO2 che avrei provocato, tutte in un colpo solo, andando a riprenderli nel modo sbagliato.

Ecco, con la mia psicologa, dal primo giorno, ho fatto la differenziata. Ho diviso piano piano, con i guanti, la muta e la mascherina, tutto ciò che era chiuso nei sacchetti del passato. Ed ho imparato a riciclare, ciò che non era più utilizzabile, a non comprare ciò che davvero non mi serve, a notare a colpo d’occhio i rifiuti infiammabili, quelli da portare in discarica, quelli ingombranti, da lasciare sul marciapiede la mattina, quelli da abbracciare e lasciare con malinconia e dolcezza alla caritas.

Quanto tempo ci ho messo? Non importa. Come le discariche, c’è chi mette insieme vetro ed alluminio, chi plastica ed alluminio. Ognuno ha i suoi tempi, i suoi modi, i suoi mostri, i suoi netturbini. Anzi, sono sempre più convinta che sia un percorso infinito.

Cos’è la vita, se non imparare a vivere la vita?

Achille Laurol – Marilù

Con questo non voglio dire che mi immagino netturbina a vita, ma c’è sempre un buon motivo per andare in terapia. Inizialmente ho mandato quella mail perché non sapevo a chi altro chiedere aiuto, o forse non avevo il coraggio di chiederlo, o ancora nessuno mi sembrava così competente come un professionista dell’aiutare.
Avevo paura, avevo bisogno di scongiurare l’ipotesi che anche io fossi “così”, che anche le mie sorelle fossero “così”, avevo bisogno di essere rassicurata. In quel periodo mi sentivo una bomba ad orologeria e volevo che qualcuno fermasse il ticchettio del cronometro, di cui non potevo vedere il tempo residuo, ma sapevo che a momenti avrebbe portato ad un esplosione. Non volevo esplodere, non riuscivo più ad implodere. Ho smontato l’ingranaggio e piano piano ho scelto quali fili recidere, stringendo gli occhi per la paura, come nei film.
A quel punto, mesi dopo, non avevo più la necessità di tenerli insieme i pezzi, ed il motivo per cui suonavo quel campanello è cambiato: volevo capire, comprendere, scavare ancora di più.
Poi il tempo è passato, con la vanga in mano, la mia consapevolezza è cresciuta, ho visto più chiaramente cosa mi faceva male, cosa riecheggiava dietro le ultime note di PadreMadre di Cremonini “se sono stato così lontano è stato solo per salvarmi” e sono stata bene. Così bene da iniziare a pensare a quell’ora di seduta, semplicemente, come un momento per me. Un’ora della settimana per fermarmi davvero a mettere in fila, prioritizzandole, quelle paranoie che bussavano prima di andare a dormire. Un massaggio per l’anima.
Poi è finita l’estate del cuore ed è stato tempo di capire cosa farmene di questa limitata consapevolezza, come tutelarmi e proteggermi da me stessa, dalle folate di Bora del mondo esterno, radicarmi.

E qui sono ancora, 17 mesi dopo, circa 60/65 sedute dopo. 3 anni dopo quel post, 3 anni dopo tanti altri post che ogni volta che ho occasione di rileggere mi fanno sorridere, ripensando a quanto più o meno inconsciamente anelassi di essere un giorno chi e dove sono oggi. Adesso, dopo esser stata costantemente netturbino, per un periodo artificiere nell’unità anti crisi, ma anche speleologa, infermiera, cerco di essere un atomo. O un albero. Cerco di ammirare e godere di tutte le molecole nelle quali mi trasformo quando, fermo restando il mio nucleo, elettroni e protoni si uniscono ad altri atomi, trasformandomi, senza snaturarmi. Cerco di radicarmi, per non permettere a niente ed a nessuno di succhiarmi linfa vitale, di oscurare il sole, di farmi dimenticare la natura del legame che ci unisce, ma non ci condiziona. Radicarmi, per avere in me tutta la stabilità necessaria a vivere ogni rapporto, anche quando perdo il baricentro.

Non sono sicura che questo percorso mi porterà mai ad una piena consapevolezza, perché siamo in continuo movimento, come i fiumi, panta rei, appena mi sembrerà di averla raggiunta ci sarà qualcosa di nuovo da scoprire, qualcosa che cambierà, un’alluvione. Eppure mi fa sentire bene ritrovare dei tasselli, guardarli, conservarli, comporre un puzzle tutto mio, metterli nell’ordine che preferisco. Massimizzare il numero di elementi a disposizione per scegliere, non cosa prendere da mamma o da papà, bensì cosa accettare o cambiare di me. Lavorare, sulla qualità delle relazioni con chi mi circonda, partendo sempre da me, con una sana autotutela che oggi chiamo ancora erratamente egoismo. Cercare il mio nucleo, per poter entrare con cautela nelle orbite di qualcun altro. Trovare nuovi modi per produrre energia, lavorare sul mio idrogeno, provare davvero ad essere quel cambiamento che voglio vedere nel mondo. Amare, incondizionatamente. Restare, incondizionatamente.

Signore, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare; la forza ed il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare; e la saggezza di conoscerne la differenza.

San Francesco

Ai figli che siete, ai genitori che sarete, ai loro errori che non ripeterete. Alle relazioni che vi permetteranno di leccarvi le ferite della vostra infanzia e guarire, fenici. A chi vi starà accanto in questa convalescenza infinita, senza l’ardore di volervi aggiustare, ma con il coraggio di restare, la voglia di comprendervi, la generosità di riconoscervi la libertà di essere voi stessi.

The ultimate reason you fell in love with your mate – I’m suggesting – is not is not that your mate was young and beautiful, had an impressive job, had a “point value” equal to yours, or had a kind disposition. You fell in love because your old brain had your partner confused with your parents!
Your old brain believed that it had finally found the ideal candidate to make up for the psychological and emotional damage you experienced in childhood. […] Even if you were fortunate enough to grow up in a safe, nurturing environment, you still bear invisible scars from childhood, because from the very moment you were born you were a complex, dependent creature with a never-ending cycle of needs. Freud correctly labeled us “insatiable beings”. And no parents, no matter how devoted, are able to respond perfectly to all of these changing needs.

We are born in relationships, we are wounded in relationships and we can be healed in relationships.

Getting the love you want – Harville Hendrix

Ai figli che siamo, ai genitori che saremo, agli errori che non ripeteremo. Alle relazioni che ci permetteranno di leccarvi le ferite della nostra infanzia e guarire, fenici. A chi ci starà accanto in questa convalescenza infinita, senza l’ardore di volerci aggiustare, ma con il coraggio di restare, la voglia di comprenderci, la generosità di riconoscerci la libertà di essere noi stessi.
A chi sarò io, a chi non sarò, a chi ci sarà con me, con coraggio, comprensione e generosità.a chi mi permetterà di ricambiare con la stessa cura.

3
781
1

77, le gambe delle donne

Era un giovedì qualsiasi di fine febbraio, il tempo era mite da qualche giorno, sembrava in arrivo la primavera. Per rompere la routine dello smart working avevo deciso di andare a lavorare da WeWork e per farlo avrei dovuto vestirmi.

Ci sono outfit che mi piacciono e poi ci sono gli stivali alti, con i vestiti corti, che mi piacciono tantissimo. Ancora di più però, mi piace il momento in cui puoi concederti senza indugi di non mettere i collant.

Nulla al mondo è più fastidioso dei collant, soprattutto quando smetti di metterli e percepisci candidamente la differenza.

Se non stringono in vita cadono e devi muoverti con la grazia di un ornitoringo per tirarli su: li acchiappi attraverso i vestiti, pieghi leggermente indietro il sedere, allunghi le gambe, fai qualche saltello e ti sembra si siano alzati, nel frattempo la maglia è uscita, la gonna o il vestito si sono girati e devi comunque spogliarti per sistemare tutto.

Se invece stringono in vita non cadono, ma guai a te a mangiare qualcosa, men che meno da seduta. Al corso di primo soccorso ci hanno insegnato che il laccio emostatico va usato in casi di estrema necessità, se non vi sono alternative, perchè potrebbe portare alla cancrena se mantenuto eccessivamente. Da Calzedonia perché non ci spiegano che la taglia S dei collant potrebbe interrompere il processo digestivo per 3 giorni? Non scende nulla, finché non li togli ed esplodi come una sacca posh.

Potete solo immaginare, quindi, la gioia nell’uscire senza: mangiare senza indugi, l’arietta fresca su quella piccola porzione di gamba che riesce a rinfrescare tutto il corpo, la consapevolezza del cambio di stagione in arrivo, la comodità di poter fare pipì con un semplice gesto.

E poi ci sono loro: gli altri.
Sì, perché quel piccolo tratto di pelle, possono essere 5, 10, 30 centrimetri, non importa, basta una minima porzione di carne, per far affluire il sangue della persona che hai davanti in un solo posto. Se uomo, verso il pene, se è donna, verso il cervello.

Lui, tendenzialmente, penserà che ad una distanza X da quella porzione di pelle, c’è un orefizio, avrà voglia di toccarla e non riuscirà a trattenere l’emozione, a non far cadere l’occhio.
Lei, tendenzialmente, penserà “ma fa ancora freddo” oppure “vorrei quelle gambe” o ancora “troppo lunghe, troppo corte, troppo grosse, troppo ruvide, troppo bianche, troppo pelose” e non riuscirà a trattenere il labbro superiore che si inarcherà verso l’alto in segno di disappunto. Tranne quelle impavide, quelle che hanno scelto anche loro di lasciare a casa il laccio emostatico che osano chiamare collant, che invece si lasceranno sfuggire uno sguardo d’intesa.

Quel giovedì sono uscita a pranzo, un campotto lungo fino ai piedi mi copriva sia il vestito, sia la piccola porzione di pelle nuda, sia gli stivali alti. Sbottonato, però, lasciava che un ginocchio spuntasse ad ogni passo. Un piccolo pezzo di gamba, da sotto a sopra la rotula.
Ho attraversato il mercato di via San Marco con falcate decise, bardata con la mascherina fino alla fronte, per arrivare fin da Colibrì, passi lunghi e ben distesi, solo gli occhi e quel piccolo ginocchio visibili all’occhio umano. Penso che la mia rotula abbia mietuto più vittime in quel mercato di quanti non ne abbia stesi sul ring il Tyson di turno.
“Ohhh signorina”
“Ma che bella”
“Wellaa”
“Ahhh buongiorno”
“Complimenti signorina”
Sorridevo, salutavo, ringraziavo, proseguivo. Erano commenti e complimenti educati, non fischi da gatto allupato, non insulti, forse per questo mi facevano sorridere e nemmeno lontanamente sentire poco rispettata.

Siamo donne, oltre le gambe c’è di più“, candavano con tutte le gambe all’aria Jo Squillo e Sabrina Salerno nel 1991, a Sanremo. Le hanno imitate Fiorello ed Amadeus qualche giorno fa, con i pantaloni.
Non riesco a fare a meno di soffermarmi sul fatto che quegli sguardi, quei commenti (educati appunto e non sconci), quelle bocche aperte, sono qualcosa che dà gratificazione, che fa piacere. Perché a tutti ed a tutte, anche alle persone più timide, piace piacere, trovare approvazione negli occhi e nelle parole di chi le circonda, conosciuti e sconosciuti, ma è un piacere che riesco a concepire solo nei limiti della considerazione di quel “di più”, nella piena consapevolezza di quello che c’è “oltre”.

Belle gambe, bella testa.
Bel sorriso, grande cervello.
Ottima passerella in mezzo al mercato, grandioso progetto presentato in board.
Fisicata micidiale e mamma fantastica.
Ed al contrario, mamma pazzesca, non serve sia bella.
Manager di livello, non me ne frega niente delle sue gambe.
Che eleganza, che classe, che stoffa, che determinazione, che genio, cos’è la convenzionale bellezza a confronto?

Siamo il nostro corpo, siamo la nostra testa, siamo le nostre emozioni, siamo l’amore che riceviamo, quello che ci concediamo, quello che diamo. Siamo le nostre gambe e siamo di più, tutto.

443
Add