Pane, latte e gallerie

Si partiva il venerdì, non c’era un orario preciso, ma si partiva sempre il venerdì. La mia infanzia è stata costellata da weekend fuoriporta, anche se le porte erano sempre e solo due, dipendendo dalla stagione: Cervinia d’inverno e Santa Margherita d’estate.

Verso ottobre c’era il cambio di stagione, si chiudeva una casa. Coprivamo ogni superficie con lenzuolini incaricati di raccogliere la polvere, abbassavamo tutte le tapparelle, salutavamo la casa e ogni luogo che vedevamo per l’ultima volta. “Ciao bagno, ciao letto, ciao Kaloo, ciao spiaggia, ciao mare”.

E via di nuovo, verso la montagna. Il viaggio era leggermente più lungo e certamente più tortuoso. All’altezza di Valtournanche, ad una delle prime curve, si incontrava il temuto negozio d’antiquariato in cui puntualmente mamma chiedeva di sostare. Un giorno, cullate nella noia, abbiamo provato l’accendisigari… sul sedile di papà. Confesso oggi, a distanza di anni, che fu un crimine commesso per mano di una sola persona: la scrivente. Quando riuscivamo a partire relativamente presto, mamma e papà entravano in quel negozio quando il cielo era ancora chiaro e ne uscivano quando già era notte. La cosa stupefacente, ripensandoci, era che entrasse anche papà. Invece di tenere la nostra parte e sbuffare perché mamma desiderava fare una qualsivoglia forma di shopping, quando si trattava di antiquariato e cianfrusaglie, anche lui era in prima fila. Nei miei pensieri un conto alla rovescia: guardavo l’orologio sul cruscotto e l’orario di chiusura, l’orario di chiusura e l’orologio sul cruscotto, mi ripetevo “non può durare ancora molto”. Invece capitava: a volte erano gli ultimi ad uscire, ancora chiacchierando con la proprietaria che probabilmente, da buona valdostana, non vedeva l’ora di chiudere la porta e cacciarli. Perché se c’è una cosa che accomuna i luoghi in cui ho passato la maggior parte dei giorni di vacanza della mia vita è un po’ di sana e comprensibile burberità.

Il tempo passava lento finché nella mia testa non si prospettava il premio di consolazione: se riuscivamo ad arrivare a casa sufficientemente tardi, nessuno avrebbe avuto voglia di cucinare e poiché di cena al ristorante non se ne parlava mai, la soluzione smart e da me anelata più della cucina degli chef stellati oggi, era pane e latte. Da quel momento il conto alla rovescia prendeva tutto un altro sapore. Le curve, nel tentativo di tenere nello stomaco la bile delle mie sorelle, prendevano tutto un altro sapore. Chiudevamo gli occhi durante l’ultima galleria e li riaprivamo poco prima del “aprite!” di papà, quando percepivamo che il buio aveva preso il posto delle luci del tunnel, lasciandoci abbagliare dalla valle del Cervino illuminata. Anche oggi, quando guido verso Cervinia, anche se sono al volante, per un attimo chiudo gli occhi. Forse solo la galleria mi distraeva dal pensiero della cena succulenta.

E poi garage, corridoi in pietra umida, “perché dobbiamo fare la spesa a Casale e poi portarla a Cervinia io proprio non lo capisco”, “zitta e prendi questa borsa”. La casa era già calda, quando eravamo piccole perché la portinaia accendeva il riscaldamento, quando eravamo già più grandi perché papà aveva trovato una SIM magica alla quale mandare un SMS per attivare, quando e da dove volevamo noi, i termosifoni.

“Mangiamo?” chiedevo subito.
“Dov’è la borsa frigo?” mamma.
“Pane e latte!” gridavamo all’unisono io le mie sorelle.

Mi torna tutto in mente oggi, mentre al posto dei cereali butto nella tazza un po’ di pane. È integrale ed il latte di mandorla, non sono più una bambina, ma ho ripescato questo confort food nei meandri della mia memoria. Sarà il cielo grigio di Milano di oggi? Sarà che questa settimana, andando in ufficio per la prima volta, ho sentito che questa faccenda dell’essere grande si sta facendo più seria del previsto? Sarà un’inaspettata nostalgia leggera che mi ha accarezzato i pensieri come un filo di vento? Sarà che oggi è uno-di-quei-giorni in cui mi chiedo che senso abbia tutto questo?

Non lo so, nel dubbio faccio il bis. Ora che non ho bisogno di lottare perché il latte lo voglio freddo, ora che scelgo io quando è ora di cena, mi rifugio in questo ricordo dolce.

Chiudo leggermente gli occhi, come in galleria e riesco a percepire il brusio di una tavolata piena, di una macchina piena, il rumore della mia famiglia.

Ultimo pezzettino, è ora di lavorare.

Che voglia di montagna.

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I bagni di sangue e l’umanità – Il G8 per una vent’enne, vent’anni dopo

È venerdì sera, ho deciso di farmi la traversata di mezza Italia, dalle Marche alla Liguria. Non andrò fino a Genova, mi fermo prima, a Santa così invece di guidare per cinque ore e mezza guiderò solo per cinque. 

È il 23 luglio 2021 e solo due giorni fa ricorreva il decennale del G8 di Genova. Quel G8 che porta con sé strascichi sanguinolenti, ricordi non miei di urla, fuoco, fiamme, gas, fumo e morte. Internazionale, che il 27 luglio del 2001 metteva la foto di un cadavere in copertina, ha deciso di regalare a noi giovani, a noi che anche se quel giorno eravamo davanti alla televisione, a malapena sapevamo contare fino a otto e certamente non capivamo cosa stesse succedendo, un podcast per scoprilo. 

Non sarebbe stato quello il nostro primo ricordo di fuoco e fiamme, avremmo dovuto aspettare tre mesi per vedere due aerei schiantarsi su due torri molto simili l’una con l’altra e fermare nella nostra memoria la prima atroce immagine che avrebbe messo in dubbio, nei cuori di ogni bambino, la bontà dell’uomo, mostrandoci dal vivo la sua capacità di uccidere i suoi simili. Non sui libri, non nelle fiabe, non nel passato, ma sotto agli occhi di tutto il mondo.

Questo accadde l’11 settembre e se chiudo gli occhi ancora vedo a rallentatore ogni secondo di quegli schianti. Del 21 luglio invece, io, non ho alcun ricordo, per questo ho salvato il podcast Limoni qualche giorno fa: per ricordare.

Genova nel 2001, quando avevo soltanto sei anni, era per me solo una città che sfioravamo, superando un ponte emozionante, dal quale vedevamo per la seconda volta al mare prima di arrivare a Santa. 

Per tutti gli anni a venire Genova è stata solo un capoluogo di regione, una città nella quale una volta ogni estate si andava, insieme ai genitori della mia amica Alice, per fare shopping. Ricordo Rossana con la borsa a tracolla posta davanti, sulla pancia, attenta a potenziali saccheggiatori, perché eravamo “in città”. All’epoca non c’era nulla che mi legasse a quella polveriera, quella fetta di terra poco affacciata sul mare. All’epoca non avrei mai potuto immaginare quanto rivedere le immagini di quel giorno mi avrebbe bloccato il cuore. 

Nel 2016, mentre stavo vivendo l’anno spartiacque della mia vita, l’Erasmus, mamma decise di trasferirsi proprio a Genova. Dovretti tornare da Siviglia per vedere alcune case e scegliere, insieme, quale fosse quella che più ci piaceva. In pole position c’erano due appartamenti, Entrambi in corso Torino. Il primo aveva un fantastico bovindo (elemento architettonico di cui scoprivo il nome per la prima volta) nel quale mi sono subito sognata di porre una poltrona per leggere, ma era posto ad un piano basso non troppo luminoso e questo non avrebbe certo facilitato la lettura. 

Il secondo invece avevo una facciata che mi rapì dal primo istante, era posto all’ultimo piano del primo palazzo di corso Torino, un palazzo che vedevo sempre dal treno ogni volta che accarezzavo Genova per tornare verso il Piemonte. In questo caso l’appartamento era sito al sesto ed ultimo piano, sotto ogni finestra aveva un piccolo gradino che immaginai fin da subito di riempire di cuscini per lo stesso scopo del bovindo: leggere. Ma non fu quello a convincermi, non fu nemmeno la luce che riusciva a filtrare fino al sesto piano, bensì il terrazzo. A solo una rampa di distanza dalla casa, c’era un enorme terrazzo ampio quanto tutto il tetto. La prima volta che ci salimmo erano le 13 – non ho ancora capito quando mangino gli agenti immobiliari – ed il sole alto nel cielo c’investitì violentemente non appena a primo lo porta. Era uno schiaffo celestiale e appena gli occhi furono in grado di adattarsi a cotanta luce, svelò dietro di sé la Superba dall’alto. 

Guardando verso il mare si riusciva a scorgere fino a Corso Italia, alle sue spalle tutto il quartiere di Marassi dominato dal Biscione, guardando sempre verso nord, sporgendosi verso la strada, si poteva vedere via Tolemaide che diventa corso Europa, da una parte e che incontra Brignole dall’altra. Piazzale Alimonda e la cupola della sua chiesa.

E ora questa è la vista dalla mia camera, le rare volte che decido di fermarmi a Genova e dormire nel mio letto. Se i nomi di queste vie vi sono familiari, forse siete più vecchi di me, forse qualcosa del G8 ve lo ricordate. Sì, perché è proprio tra queste vie, che oggi brulicano di traffico, che lasciano poco spazio ai pedoni, che ebbe luogo uno degli episodi emblematici storia moderna italiana e non solo.

Ero ancora nelle Marche, nella pazzesca casa in campagna di Maria Elena, c’era anche Marco e ci stavamo chiedendo dove si fosse persa la voglia di scendere in piazza della nostra generazione, quando apparve su Instagram una nuovo post de Il Mugugno Genovese: erano immagini di quel giorno.

È possibile che negli anni le abbia viste altre volte, ma solo l’altro ieri ho potuto esclamare “merda, ma è casa mia!“. 

Era un carosello. Le foto successive raffiguravano l’ingresso della scuola di mia sorella, la palestra della scuola di mia sorella, dove andai all’open day per conoscere i corsi e gli insegnanti. L’ultima invece era una foto che mia sorella aveva condiviso poco prima: piazzale Alimonda, Carlo Giuliani. 

I miei occhi tetri, la pelle infreddolita da un brivido lungo la schiena, la bocca secca e asciutta, la sete di conoscenza e di giustizia. La stessa che riecheggia anche ora, in quest’auto, nonostante mi stia abbeverando con i limoni. 

Quelle foto sembravano una risposta alle domande mie e di Marco: la nostra volta di scendere in piazza sì è persa lì? Si è persa in quel momento? Si è persa insieme a quella dei nostri genitori, insieme alla loro paura, alla loro sfiducia, alla loro vergogna?

Il podcast si intitola “Limoni” perché la giornalista, che ne è la voce narrante ricorda di quel giorno un forte odore di limoni, quelli che i manifestanti avevano deciso di portare nello zaino per la falsa credenza che il loro succo potesse essere d’aiuto contro i gas lacrimogeni. Quella dei limoni è una fragranza ricorrente in Liguria come in Sicilia, che ritroviamo anche tra i versi di Montale: 

[…] qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza ed è l’odore dei limoni.

Non sarò io a raccontare cosa successe in quei giorni, c’è un podcast che potete ascoltare che lo farà meglio di me, ma non volevo perdere queste sensazioni. L’amarezza nel pensare che è una città così pregna di storia come Genova sia stata troppe volte sciupata, maltrattata, teatro di errori ed orrori, piegata. 

26/07/2021

Ho scritto un nome ed un cognome su google: Carlo Giuliani, mentre sua sorella Elena viene intervistata da Annalisa Camilli, decido di smettere d’immaginare e di vedere. Le foto sono senza filtri, mi chiudono lo stomaco, la bocca si asciuga, il respiro vacilla, la testa torna a pulsarmi, due lacrime escono di prepotenza dai miei occhi, che scoppiano impressionati.

Elena non c’era, io non c’ero, Annalisa non era in quella piazza, la maggior parte di noi non c’erano, alcuni non erano nemmeno nati e da poche cruente foto ognuno può scegliere quali moventi immaginare, chi giustificare, ma non quali conclusioni trarre. 

La conclusione è una sola ed ha il colore del sangue rattrappito che circonda, come un’aureola meschina, il capo di un ragazzo che non doveva morire. Il colore del buio, del vuoto, della paura. 

Sono tornata a Genova da qualche giorno e mi sono messa in testa di tornare nei luoghi più caldi della rivolta, ma prima di mettermi in sella voglio finire il podcast, guardare bene le immagini e camminare consapevole su quest’asfalto.

Dormo male, sono irrequieta e sto solo immaginando. Come sarebbe stato esserci? Viverlo? Quanto dolore mi lascerà questa ferita che sto aprendo dentro di me? 

La tortura riduce l’uomo a carne. Mera carcassa animale, impotente, svuotata. Non sono riuscita ad immaginare le mandibole rotte, i denti spaccati, la sensazione di cagarsi davvero nelle mutande. Non le ho mai provate, mi auguro di non provarle mai, ma mi hanno riportata con il pensiero a 2 libri letti recentemente: Shantaram, in cui si raccontano le torture che vengono tutt’oggi inflitte nelle carceri indiane e Un Uomo, di Oriana Fallaci, che racconta le torture inflitte al suo compagno durante gli anni di prigionia che sarebbero dovuti non finire mai. Entrambi i libri, seppur cruenti, non mi avevano tagliato il cuore come questo podcast e mi domando il perché. Su carta, relativamente lontane nel tempo e nello spazio, mi hanno fatto meno paura. Il fatto che, dietro l’angolo, quando già lo stato di diritto era parte integrante della vita post bellica italiana, si siano consumate tali atrocità, mi terrorizza.

Eppure siamo umani, sempre noi, che pensiamo di progredire invece siamo sempre gli stessi animali, omuncoli… questo forse mi fa più paura di tutto. 

Non so se Carlo potrei essere io, non so se Carlo potresti essere tu, non so se sarei scesa in piazza, perché non ho vissuto quei giorni e gli anni che li hanno preceduti. Mio padre non c’era, altri padri si. 

Non posso giudicare la presenza o l’assenza, ma la disumanità, quella non riesco a tollerarla. Definiamo “disumano” qualcosa che non ci sembra consono all’uomo, inteso come essere che può governare gli istinti, invece di farsi da loro comandare. Eppure a cadenza irregolare l’animale che ci portiamo dentro divora l’umanità che fatica a contraddistinguerci e questo è il risultato.

Impareremo? Sarà mai abbastanza? 

“La più grande tortura che l’uomo ha inflitto ad altri essere umani dal dopo guerra”

Amnesty International 

03/09/2021

È venerdì e tra i buoni propositi stilati per settembre c’è quello di mantenere una costanza nella pubblicazione di contenuti sul mio blog. Potrei condividere storie da film di un’estate pazzesca, incentivi sorridenti a prendere questo settembre con lo spirito giusto, quello con chi dovremmo affrontare ogni mese: con gioia, invece mi torna in mente questa storia che non ho mai condiviso e che penso meriti di passare sotto gli occhi di qualche mio coetaneo, di stuzzicare la sua curiosità, di essere ricordata.

Sono passati due mesi da quando il mio stomaco in subbuglio aveva ordinato alla mia testa di fare chiarezza.

Due mesi d’estate, di serenità e frenesia, di relax e follia.

Ho pensato ancora al G8, a Carlo, ho chiamato i miei genitori e gli ho chiesto cosa si ricordassero, l’ho chiesto alle mie colleghe, ad avvocati, a genovesi, a siciliani, a marchigiani, anche alla figlia di un carabiniere. “Lo sai che il presidente del Genoa Social Forum veniva in spiaggia con noi?” “Certo qualcuno ha esagerato” “Se solo avessero in dotazioni delle armi diverse” “Ricordo solo che mia mamma non andò a lavorare quel giorno”.

Ognuno ricorda una versione leggermente di parte della storia, in base a chi ha deciso di condonare e chi ha preferito accusare. In base a cosa ha visto. Mettendo insieme storia, opinioni e ricordi, non ho avuto il coraggio di prendere una posizione, non ne sento il bisogno, mi sono però resa conto di aver con il tempo perdonato qualcuno, di aver compreso qualcun altro e di non poter giustificare qualcun altro ancora.

Cammino verso piazza Alimonda, è l’ultimo scenario di quei giorni che non ho visitato a luglio. È una piazza che vedo dalle finestre di casa, dal terrazzo ed in cui posso quasi ogni giorno quando sono a Genova, eppure solo ora noto quello che sono venuta a cercare. Già da via Casaregis intravedo la pietra che è stata posta in mezzo all’incrocio, a memoria del popolo tutto. Dei fiori la cingono, alcuni secchi, altri appassiti. Di fronte a lei la targa di marmo “Piazza Alimonda” tutt’oggi imbrattata per cambiarle nome in “Piazza Carlo Giuliani Ragazzo”. Nessuno della giunta comunale ha avuto il pelo sul petto di cambiarlo davvero quel nome, lasciando a chi non vuole dimenticare l’onere di ripassare con un pennarello indelebile il titolo onorario per Carlo.

La targa e la pietra si guardano. È tra loro che giaceva inerme il corpo di Carlo. Non ci sono abbastanza fiori, penso, ne porterò di freschi e porterò una pigna, raccolta nella foresta per un mandala, che pensavo di aver perduto, merita di stare lì. Magari li bagnerò anche quei fiori. Magari non serve. Magari lo fa già sua sorella. Magari mi passerà. No, va bene così, mi tengo stretta, anche a distanza di mesi, questo mal di pancia, che ancora mi contorce le viscere. Penso si chiami umano dolore, o forse solo dolore, umanità.

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Terapia d’urto

Questa sono io, a 3 anni, che vado a comprare un giornale. Sull’outfit non avevo ancora autonomia, delego la responsabilità a mia mamma, nemmeno l’autonomia dell’andare a comprare il giornare era pienamente una mia scelta, in effetti, era un regalo di mio papà.

Mio papà è nato nel 1964, anno in cui la natalità, in Italia ha registrato il massimo storico. Dopo il 64 un declino. Un po’ prima del 64, le guerre, poco prima del 64, il boom, la rinascita appunto. E’ curioso vedere come gli eventi economici e sociali incidano immediatamente sulle nascite (qui per vederne un’analisi), sulla fiducia nel mondo, sul coraggio, sulla paura. Chissà quanto ha inciso sulla loro vita essere nati nel 64, chissà quanto ha inciso sulla nostra.

Dicevo, mio papà è nato nel 64, esattamente il 18 marzo, un giorno prima di suo nonno, del giorno di San Giuseppe, della commerciale festa del papà. 3 anni fa ero in Argentina e scrissi questo post dal titolo “Il mio Miyagi personale”, per ricordare, per celebrare, per abbracciarlo da lontano, perché avevo capito qualcosa di me. Rileggerlo ieri, a distanza di anni e chilometri, mi ha fatto stringere il cuore, sorridere e rimescolare le carte.

Già alla riga 7 mi sono fermata, ho guardato me stessa di 3 anni fa, scuotendo la testa. “Ti piacerebbe Doralice!”, mi sono detta. Perchè se è vero che: “Dopo aver combinato una grande cazzata, dopo esserti sentita quello che hai sempre rimproverato ai tuoi, apri gli occhi e finalmente pensi “cazzo, ma sono umani anche loro””, è lì che inizia la vera salita, la lotta interiore, il lavoro su sè stessi, altroche “da quel momento è tutto in discesa“. è proprio a quel punto che ti rendi conto che data la loro natura di umani erranti, non puoi pretendere, additare e colpevolizzare con la stessa facilità con cui lo facevi prima. Non riesci più a lasciarti sfiorare dalla rabbia adolescenziale, ogni mancanza diventa un problema anche tuo, è tua.

Scrivevo:
Siamo il risultato di un’educazione, una passione, un’unione di pregi e di difetti. Non siamo nessuno per cambiare chi ci sta attorno, per porci nella posizione di giudici, ma possiamo scegliere per noi. Possiamo scegliere chi vogliamo essere, quanti pregi fare nostri e quanti difetti modellare e ridimensionare.
Io, oggi, ho scelto.
Ho scelto tutti i pregi di mamma, tutti quelli di papà e tutti i miei difetti.
Oppure sono stata semplicemente baciata dalla fortuna perché oggi, alla stupida età di 22 anni, mi sento tutto il buono che c’è nei miei genitori.

Mi torna in mente D’Avenia – che per chi non lo conosce è un insegnate, scrittore e sceneggiatore – nella Ted Talk in cui parla del suo libro, L’arte di essere fragili (che potete vedere qui), poco prima della metà dice che quelle rare volte in cui i genitori dei suoi alunni vanno insieme ai colloqui, solo in quel momento, si rende conto della natura dei loro figli. Dice che i figli sono la riproduzione della relazione che c’è tra i genitori. Che questo sia vero o meno, quello che è limitatamente vero è che “possiamo scegliere chi vogliamo essere” e sicuramente era solo una mia impressione che quel giorno io avessi avuto il potere di scegliere chi ero e cosa prendere da ognuno di loro. Era una dolce superficialità sulla quale galleggiavo benissimo, una cecità incosciente che la felicità ci regala ogni tanto. Stavo scoprendo il mondo e piano piano, parallelamente, mi avvicinavo a me stessa. Ma non ero pronta ad affrontarmi, ad affrontare i fantasmi che la famiglia ti appoggia sulle spalle, inconsciamente, quelli che mi trascinavo in giro per il globo come la coperta di Linus.

Forse il discorso è molto più complesso di così e più mi addentro nei miei pensieri, più gli spunti si accavallano. Alla Doralice di 22 anni non direi proprio nulla, in realtà, la lascerei nuotare a filo d’acqua, con i suoi occhiali scuri e gli scudi alzati. Se dovessi ridefinire oggi cosa siamo, direi che siamo davvero il risultato di quel rapporto, di quella relazione, dell’educazione, dell’esempio, di ogni gesto ricevuto e di tutti quelli desiderati e mai ricevuti, delle mancanze, dei sogni disattesi e delle speranze. Siamo anche – come riesce a mostrare magistralmente Francesco Piccolo in L’Animale che mi porto dentro – il risultato di ogni altra piccola esperienza che ci ha segnati, dell’influenza di altre persone oltre ai nostri genitori. I genitori sono solo la relazione più lunga che abbiamo, quella che dura da più tempo, la prima, la più profonda, lo strato più solidificato, inevitabilmente la più impattante fin ora ed al contempo la più difficile da riportare a galla, da rimodellare. Perchè pesa, perchè è quello che fino a poco fa ci sembrava normale, inevitabile, immutabile la nostra fortuna e la nostra condanna. Forse la relazione con loro è più vecchia di quella con noi stessi. Da loro nasciamo due volte, fisicamente e concretamente. In loro ci specchiamo e da loro impariamo a riconoscerci, solo con i loro sguardi ci sentiamo vivi, in loro ci specchiamo. Sarà per questo che per il resto della vita, anche in età adulta, è quello sguardo, quel riconoscimento, che ricerchiamo costantemente?

“Qualsiasi forma di riconoscimento, quindi il premio (Strega n.d.r.) più di ogni altra, serve anche a dimostrare alle persone che non c’entrano col tuo lavoro, che nel tuo lavoro vali qualcosa.” scrive Piccolo.
“Lo sto dicendo per mio padre.” Puntualizza. Alla premiazione a Roma è andata con lui sua mamma, sua moglie, gli amici, i colleghi…
“Nei giorni successivi molti mi hanno chiesto: ma tuo padre è contento? E io ho detto: sì, molto. Ma com’è che non c’era? E io rispondevo: è venuta solo mia madre.

Mio padre non ha fatto in tempo a comprenderlo. Gliel’ho chiesto: hai capito che ho vinto il premio? E lui ha risposto sì, e lo ha fatto perché ha capito che doveva rispondere sì dall’intonazione della domanda, oppure perché a tutte le domande rispondeva sì. Ma non ne ha avuto nessuna consapevolezza, e quindi per me il premio ha avuto meno valore perché il suo cervello non ha fatto in tempo a decodificarlo – e per poco, sarebbe bastato accadesse pochi mesi prima, prima che la sua comprensione evaporasse; almeno avrebbe compreso questo, e ne sarebbe stato orgoglioso, e per me avrebbe avuto più senso, non solo il senso pratico (l’attenzione, le vendite) che poi ha avuto realmente”.

Francesco Piccolo – L’animale che mi porto dentro

Per abbracciare papà, per fargli capire che ero e sono cosciente di tutto quello che mi ha donato, consapevolmente o inconsapevolmente, seguiva un elenco corposo di chi sono, di tanti aspetti che mi piacciono della mia persona, della sua e che riconosco come un’eredità gratuita regalatami da lui.

Omettevo, per non intaccare i connotati positivi dell’elenco, di parlare della fatica.
Omettevo di dire quanto la mia estrema indipendenza possa diventare insopportabile – e me ne accorgo a volte – per chi ha piacere di condividere e mi rende difficile comprendere fino in fondo chi, al contrario, non è autonomo. Non mi soffermavo sull’incoscienza che mi porto dietro dopo quel tuffo, dell’istinto che mi porta sempre a scegliere la strada nuova rispetto alla vecchia, dei dubbi che mi attanagliano prima e pure dopo. Non parlavo della difficoltà che ho a chiedere aiuto, abituata da sempre a cavarmela come unica opzione possibile, pensando sempre di disturbare. Mai dico quanto possa essere angosciante, a volte, sentire addosso la responsabilità della puntualità. “Sono qui, sono avanti, sono andata a scuola a 4 anni, è stato facile fino ad ora, non posso sbagliare proprio adesso”. Ma chi l’ha detto che non posso sbagliare? Certamente non papà, lui che mi ha sempre incitata a capire, anche a costo di sbagliare, avvisandomi solo delle reponsabilità che mi sarei comunque dovuta prendere.
Non mi sono soffermata su quanto possa essere sgradevole avere a che fare con me, quanto possa far sentire impedite le persone che mi stanno accanto perché non hanno avuto la fortuna di fare le aiutanti di papà quando apriva la cassetta degli attrezzi. La mia faccia rimane di sasso, di stucco e di sasso quando nel mio interlocutore manca qualche conoscenza a mio avviso basilare. Quando in realtà di basilare non c’è nulla, solo gli insegnamenti che abbiamo avuto la fortuna di avere e quelli che abbiamo avuto la curiosità di prenderci.
Non conto tutte quelle volte in cui, alla domanda “di dove sei?” avrei voluto avere un posto da chiamare casa, invece di sentirmi un po’ a casa in tutti i luoghi e non esserlo mai davvero da nessuna parte.
E poi, a dirla tutta, taglio le file, supero, mi infilo con nonchalance davanti alla prima auto in coda e non rispetto i limiti di velocità, parcheggio sui marciapiedi impavida, a volte uso anche le conoscenze, sono piccolezze, ma se nessuno me lo fa notare mi sento anche furba – questo mi ferisce -, invece che disonesta.

Forse non omettevo la fatica, semplicemente non associavo le cose. O semplicemente parlavo del bello che vedo in lui, attraverso di me, per rispettare la sua riservatezza. Ed effetticamente rileggendo tutto ciò che di positivo sento di avere, constato che proporzionalmente sono numericamente pochi i risvolti negativi, anche se ci sono giorni in cui pesano tanto. Anche perchè, mica c’è solo papà. E mamma? Nonna? L’altra nonna? I nonni? E l’asilo, le elementari, medie, liceo, università, amiche, amori, colleghi, sconosciuti, passanti, panettieri?

Non ricordo precisamente quale sia stato il giorno in cui ho fatto un passo in più, quel passo arrivato solo dopo la consapevolezza della natura umana dei genitori, sicuramente so che non ci sono arrivata da sola. Quando mi sono accorta che stavo galleggiando e pure l’equilibrio era precario, ho chiesto aiuto. Non un mayday qualsiasi, ma uno di quelli che un po’ mi vergognavo a chiedere, un po’ guardavo con pregiudizio: ho iniziato ad andare in terapia. È con la mia psicologa che sono riuscita a scavare, ad andare fino alla radice, a mettere davvero in fila i miei pregi, i miei difetti, le mie paure, quelle degli altri che avevo fatto mie, i fantasmi, l’eredità. Partendo proprio da loro, da quanto della loro relazione c’è in me.

Con una lettura superficiale si potrebbe pensare che in questi 3 anni l’opinione che avevo nei confronti di mio padre sia cambiata, ma non è così. Mai, nemmeno un giorno della mia vita, ho messo in dubbio l’amore e la gratitudine nei suoi confronti, proprio per tutto l’elenco già redatto, ancora più lungo, ad oggi. Quello che ho notato invece, rileggendo quelle parole, è quanto poco conoscessi me stessa e dal momento che siamo le relazioni che abbiamo, sono partita dalla più duratura: quella con i miei genitori, per poi proseguire con quella con la mia persona, vecchia uguale.

Più il tempo passa, più la plastica affiora, assorbenti, pezzi di merda, rami secchi, tutti i rifiuti nascosti sui fondali tornano a galla, diventavano visibili ai miei occhi. Ho dato un significato oggi, a parole di decenni fa. Ho riletto situazioni con ottiche nuove e da una prospettiva totalmente diversa. Ma perché? Sentivo il peso di tutto quello che avevo preso e spostato sotto al tappeto, scaricato direttamente in mare per continuare a vivere incurante dell’accumulo di pezzi di me che nascondevo. Incurante delle emissioni di CO2 che avrei provocato, tutte in un colpo solo, andando a riprenderli nel modo sbagliato.

Ecco, con la mia psicologa, dal primo giorno, ho fatto la differenziata. Ho diviso piano piano, con i guanti, la muta e la mascherina, tutto ciò che era chiuso nei sacchetti del passato. Ed ho imparato a riciclare, ciò che non era più utilizzabile, a non comprare ciò che davvero non mi serve, a notare a colpo d’occhio i rifiuti infiammabili, quelli da portare in discarica, quelli ingombranti, da lasciare sul marciapiede la mattina, quelli da abbracciare e lasciare con malinconia e dolcezza alla caritas.

Quanto tempo ci ho messo? Non importa. Come le discariche, c’è chi mette insieme vetro ed alluminio, chi plastica ed alluminio. Ognuno ha i suoi tempi, i suoi modi, i suoi mostri, i suoi netturbini. Anzi, sono sempre più convinta che sia un percorso infinito.

Cos’è la vita, se non imparare a vivere la vita?

Achille Laurol – Marilù

Con questo non voglio dire che mi immagino netturbina a vita, ma c’è sempre un buon motivo per andare in terapia. Inizialmente ho mandato quella mail perché non sapevo a chi altro chiedere aiuto, o forse non avevo il coraggio di chiederlo, o ancora nessuno mi sembrava così competente come un professionista dell’aiutare.
Avevo paura, avevo bisogno di scongiurare l’ipotesi che anche io fossi “così”, che anche le mie sorelle fossero “così”, avevo bisogno di essere rassicurata. In quel periodo mi sentivo una bomba ad orologeria e volevo che qualcuno fermasse il ticchettio del cronometro, di cui non potevo vedere il tempo residuo, ma sapevo che a momenti avrebbe portato ad un esplosione. Non volevo esplodere, non riuscivo più ad implodere. Ho smontato l’ingranaggio e piano piano ho scelto quali fili recidere, stringendo gli occhi per la paura, come nei film.
A quel punto, mesi dopo, non avevo più la necessità di tenerli insieme i pezzi, ed il motivo per cui suonavo quel campanello è cambiato: volevo capire, comprendere, scavare ancora di più.
Poi il tempo è passato, con la vanga in mano, la mia consapevolezza è cresciuta, ho visto più chiaramente cosa mi faceva male, cosa riecheggiava dietro le ultime note di PadreMadre di Cremonini “se sono stato così lontano è stato solo per salvarmi” e sono stata bene. Così bene da iniziare a pensare a quell’ora di seduta, semplicemente, come un momento per me. Un’ora della settimana per fermarmi davvero a mettere in fila, prioritizzandole, quelle paranoie che bussavano prima di andare a dormire. Un massaggio per l’anima.
Poi è finita l’estate del cuore ed è stato tempo di capire cosa farmene di questa limitata consapevolezza, come tutelarmi e proteggermi da me stessa, dalle folate di Bora del mondo esterno, radicarmi.

E qui sono ancora, 17 mesi dopo, circa 60/65 sedute dopo. 3 anni dopo quel post, 3 anni dopo tanti altri post che ogni volta che ho occasione di rileggere mi fanno sorridere, ripensando a quanto più o meno inconsciamente anelassi di essere un giorno chi e dove sono oggi. Adesso, dopo esser stata costantemente netturbino, per un periodo artificiere nell’unità anti crisi, ma anche speleologa, infermiera, cerco di essere un atomo. O un albero. Cerco di ammirare e godere di tutte le molecole nelle quali mi trasformo quando, fermo restando il mio nucleo, elettroni e protoni si uniscono ad altri atomi, trasformandomi, senza snaturarmi. Cerco di radicarmi, per non permettere a niente ed a nessuno di succhiarmi linfa vitale, di oscurare il sole, di farmi dimenticare la natura del legame che ci unisce, ma non ci condiziona. Radicarmi, per avere in me tutta la stabilità necessaria a vivere ogni rapporto, anche quando perdo il baricentro.

Non sono sicura che questo percorso mi porterà mai ad una piena consapevolezza, perché siamo in continuo movimento, come i fiumi, panta rei, appena mi sembrerà di averla raggiunta ci sarà qualcosa di nuovo da scoprire, qualcosa che cambierà, un’alluvione. Eppure mi fa sentire bene ritrovare dei tasselli, guardarli, conservarli, comporre un puzzle tutto mio, metterli nell’ordine che preferisco. Massimizzare il numero di elementi a disposizione per scegliere, non cosa prendere da mamma o da papà, bensì cosa accettare o cambiare di me. Lavorare, sulla qualità delle relazioni con chi mi circonda, partendo sempre da me, con una sana autotutela che oggi chiamo ancora erratamente egoismo. Cercare il mio nucleo, per poter entrare con cautela nelle orbite di qualcun altro. Trovare nuovi modi per produrre energia, lavorare sul mio idrogeno, provare davvero ad essere quel cambiamento che voglio vedere nel mondo. Amare, incondizionatamente. Restare, incondizionatamente.

Signore, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare; la forza ed il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare; e la saggezza di conoscerne la differenza.

San Francesco

Ai figli che siete, ai genitori che sarete, ai loro errori che non ripeterete. Alle relazioni che vi permetteranno di leccarvi le ferite della vostra infanzia e guarire, fenici. A chi vi starà accanto in questa convalescenza infinita, senza l’ardore di volervi aggiustare, ma con il coraggio di restare, la voglia di comprendervi, la generosità di riconoscervi la libertà di essere voi stessi.

The ultimate reason you fell in love with your mate – I’m suggesting – is not is not that your mate was young and beautiful, had an impressive job, had a “point value” equal to yours, or had a kind disposition. You fell in love because your old brain had your partner confused with your parents!
Your old brain believed that it had finally found the ideal candidate to make up for the psychological and emotional damage you experienced in childhood. […] Even if you were fortunate enough to grow up in a safe, nurturing environment, you still bear invisible scars from childhood, because from the very moment you were born you were a complex, dependent creature with a never-ending cycle of needs. Freud correctly labeled us “insatiable beings”. And no parents, no matter how devoted, are able to respond perfectly to all of these changing needs.

We are born in relationships, we are wounded in relationships and we can be healed in relationships.

Getting the love you want – Harville Hendrix

Ai figli che siamo, ai genitori che saremo, agli errori che non ripeteremo. Alle relazioni che ci permetteranno di leccarvi le ferite della nostra infanzia e guarire, fenici. A chi ci starà accanto in questa convalescenza infinita, senza l’ardore di volerci aggiustare, ma con il coraggio di restare, la voglia di comprenderci, la generosità di riconoscerci la libertà di essere noi stessi.
A chi sarò io, a chi non sarò, a chi ci sarà con me, con coraggio, comprensione e generosità.a chi mi permetterà di ricambiare con la stessa cura.

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77, le gambe delle donne

Era un giovedì qualsiasi di fine febbraio, il tempo era mite da qualche giorno, sembrava in arrivo la primavera. Per rompere la routine dello smart working avevo deciso di andare a lavorare da WeWork e per farlo avrei dovuto vestirmi.

Ci sono outfit che mi piacciono e poi ci sono gli stivali alti, con i vestiti corti, che mi piacciono tantissimo. Ancora di più però, mi piace il momento in cui puoi concederti senza indugi di non mettere i collant.

Nulla al mondo è più fastidioso dei collant, soprattutto quando smetti di metterli e percepisci candidamente la differenza.

Se non stringono in vita cadono e devi muoverti con la grazia di un ornitoringo per tirarli su: li acchiappi attraverso i vestiti, pieghi leggermente indietro il sedere, allunghi le gambe, fai qualche saltello e ti sembra si siano alzati, nel frattempo la maglia è uscita, la gonna o il vestito si sono girati e devi comunque spogliarti per sistemare tutto.

Se invece stringono in vita non cadono, ma guai a te a mangiare qualcosa, men che meno da seduta. Al corso di primo soccorso ci hanno insegnato che il laccio emostatico va usato in casi di estrema necessità, se non vi sono alternative, perchè potrebbe portare alla cancrena se mantenuto eccessivamente. Da Calzedonia perché non ci spiegano che la taglia S dei collant potrebbe interrompere il processo digestivo per 3 giorni? Non scende nulla, finché non li togli ed esplodi come una sacca posh.

Potete solo immaginare, quindi, la gioia nell’uscire senza: mangiare senza indugi, l’arietta fresca su quella piccola porzione di gamba che riesce a rinfrescare tutto il corpo, la consapevolezza del cambio di stagione in arrivo, la comodità di poter fare pipì con un semplice gesto.

E poi ci sono loro: gli altri.
Sì, perché quel piccolo tratto di pelle, possono essere 5, 10, 30 centrimetri, non importa, basta una minima porzione di carne, per far affluire il sangue della persona che hai davanti in un solo posto. Se uomo, verso il pene, se è donna, verso il cervello.

Lui, tendenzialmente, penserà che ad una distanza X da quella porzione di pelle, c’è un orefizio, avrà voglia di toccarla e non riuscirà a trattenere l’emozione, a non far cadere l’occhio.
Lei, tendenzialmente, penserà “ma fa ancora freddo” oppure “vorrei quelle gambe” o ancora “troppo lunghe, troppo corte, troppo grosse, troppo ruvide, troppo bianche, troppo pelose” e non riuscirà a trattenere il labbro superiore che si inarcherà verso l’alto in segno di disappunto. Tranne quelle impavide, quelle che hanno scelto anche loro di lasciare a casa il laccio emostatico che osano chiamare collant, che invece si lasceranno sfuggire uno sguardo d’intesa.

Quel giovedì sono uscita a pranzo, un campotto lungo fino ai piedi mi copriva sia il vestito, sia la piccola porzione di pelle nuda, sia gli stivali alti. Sbottonato, però, lasciava che un ginocchio spuntasse ad ogni passo. Un piccolo pezzo di gamba, da sotto a sopra la rotula.
Ho attraversato il mercato di via San Marco con falcate decise, bardata con la mascherina fino alla fronte, per arrivare fin da Colibrì, passi lunghi e ben distesi, solo gli occhi e quel piccolo ginocchio visibili all’occhio umano. Penso che la mia rotula abbia mietuto più vittime in quel mercato di quanti non ne abbia stesi sul ring il Tyson di turno.
“Ohhh signorina”
“Ma che bella”
“Wellaa”
“Ahhh buongiorno”
“Complimenti signorina”
Sorridevo, salutavo, ringraziavo, proseguivo. Erano commenti e complimenti educati, non fischi da gatto allupato, non insulti, forse per questo mi facevano sorridere e nemmeno lontanamente sentire poco rispettata.

Siamo donne, oltre le gambe c’è di più“, candavano con tutte le gambe all’aria Jo Squillo e Sabrina Salerno nel 1991, a Sanremo. Le hanno imitate Fiorello ed Amadeus qualche giorno fa, con i pantaloni.
Non riesco a fare a meno di soffermarmi sul fatto che quegli sguardi, quei commenti (educati appunto e non sconci), quelle bocche aperte, sono qualcosa che dà gratificazione, che fa piacere. Perché a tutti ed a tutte, anche alle persone più timide, piace piacere, trovare approvazione negli occhi e nelle parole di chi le circonda, conosciuti e sconosciuti, ma è un piacere che riesco a concepire solo nei limiti della considerazione di quel “di più”, nella piena consapevolezza di quello che c’è “oltre”.

Belle gambe, bella testa.
Bel sorriso, grande cervello.
Ottima passerella in mezzo al mercato, grandioso progetto presentato in board.
Fisicata micidiale e mamma fantastica.
Ed al contrario, mamma pazzesca, non serve sia bella.
Manager di livello, non me ne frega niente delle sue gambe.
Che eleganza, che classe, che stoffa, che determinazione, che genio, cos’è la convenzionale bellezza a confronto?

Siamo il nostro corpo, siamo la nostra testa, siamo le nostre emozioni, siamo l’amore che riceviamo, quello che ci concediamo, quello che diamo. Siamo le nostre gambe e siamo di più, tutto.

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L’arte di automotivarsi: sport, istinti e tisane

Capita anche a voi di soffermarvi su quello che fate ed indagare i motivi per cui state facendo qualcosa, in quel preciso istante? 

Stavo rifacendo il letto e mi sono soffermata a pensare che stavo inserendo il coprimaterasso, prima di bere la tisana, perché fondamentalmente sono una persona che si pone delle obiettivi. Relax solo post dovere. Mi prefiggo dei traguardi, anche piccoli, che cerco sempre di raggiungere, in modo tale da sfidarmi continuamente. 

Riuscire a raggiungere ogni giorno tanti piccoli traguardi mi gratifica al punto da farmi andare a dormire serena, conscia di aver fatto “quello che dovevo fare” in quella giornata. 

È una cosa che faccio per me stessa, per auto motivarmi, per incentivarmi a fare anche quelle piccole cose noiose che nessuno ha voglia di fare, ma vanno fatte. Ergo: non bevo la tisana se prima non ho posizionato le lenzuola pulite, non ceno se prima non mi sono allenata, non vado a giocare se non ho fatto i compiti, non mi alzo da tavola se non ho finito di mangiare. 

Potrebbe sembrare una vita di stenti, una rottura di coglioni infinita, ma è qualcosa che mi viene istintivo: è semplicemente la mia natura. Sono grata a questo mio istinto, a questo mio modo di agire, mi contraddistingue e mi ha portata dove sono oggi. Non ho ben capito dove sia, ma è un punto che mi soddisfa.

A volte potrei bere la mia cazzo di tisana e non rompere i coglioni a me stessa, invece mi riesce più naturale sfidarmi. Per questo mi sta piacendo molto il libro di Murakami, l’Arte di correre: perché anche i corridori sono delle persone che, in solitaria, si sfidano, si motivano a fare sempre meglio, sempre di più. Non corrono contro qualcuno, non corrono contro qualcosa, forse contro se stessi, per se stessi, per obiettivi che essi stessi si sono preposti. Non contro un nemico, ma verso un traguardo.  Il traguardo non è per forza essere primi, i migliori, ma migliorarsi costantemente, arrivare sempre più in là. 

Forse mi sento così affine a lui, perché anche i miei traguardi quotidiani, non sono maratone pazzesche, non scalo l’Everest nel salotto di casa mia, ma perseguo un obiettivo. E anche quando non è chiaro quello macro, ne ho tanti micro. Quando li raggiungo la gratificazione può essere immensa, ma la maggior parte delle volte mi sembra di aver fatto solo il mio dovere. 

È questo quello che viene chiamato senso di responsabilità, quello che si forma con l’età, crescendo? Quindi sono davvero cresciuta? O sono semplicemente così, è la mia natura?

Sono estremamente consapevole che non ci sia una spiegazione sempre a tutto, ma la cerchiamo sempre. Anche quando ci sembrava che tutti gli eventi avessero un’ordine totalmente casuale, giusto alla fine, con “il senno di poi“, un senso lo troviamo comunque. Per esempio, quest’anno ho provato a giocare a calcio. Mi sono messa in testa che finalmente mi sarei potuta cimentare in uno sport che sognavo da quando ero piccola: uno sport di squadra. Ho trovato una squadra splendida, con un mister davvero di cuore che ha provato ad insegnarci che cos’è il calcio, quello vero. Non la tecnica, ma l’attitudine. 

Ci ha riempito la testa di motivazione, la bocca di lezioni di vita e la pancia di patatine. Dopo un paio di mesi ho smesso. Sono caduta con lo scooter, mi sono procurata una brutta distorsione a ginocchio e caviglia ed ho smesso. Mi è sembrata una manna dal cielo quell’incidente: avevo una motivazione validissima per non andare più. Non mi piaceva, non mi sentivo a mio agio, non mi sentivo nel posto giusto eppure mollare non è nel mio vocabolario. Avevo tanti motivi per smettere, ma migliaia per continuare.

Ripensandoci bene, ripensando alle parole del mister, ai suoi incoraggiamenti, mi rendo conto di quanto mi sentissi un lupo solitario nonostante avessi un branco. Un pesce fuor d’acqua, anche quando l’acqua c’era. Insomma, avete capito. Anche quando tutti i lupi o pesci erano apparentemente nella stessa melma, nella stessa boccia, fradici sotto la pioggia o esultanti dopo un rarissimo goal, avevo l’impressione di guardare gli eventi da un’angolazione tutta mia. 

Non mi sentivo parte della squadra. Saremmo potute andare a mangiare insieme, a giocare a burraco, a mettere in dubbio il nostro orientamento sessuale, a fare mille altre cose, ma non avremmo mai potuto vincere un campionato insieme. 

Se penso ad una squadra penso ad una forza che ti trascina. Avete presente quando da bambino giochi al tiro alla fune? Anche quando sei stanco, anche se molli un attimo, se qualcun altro della tua squadra tira, si porta dietro anche te. Ecco questo per me è il calcio, una squadra: una forza invisibile che lega e trascina tutti.

Da qualsiasi parte tirassero però, io non mi muovevo di un millimetro, non ne ero minimamente influenzata, semplicemente non lo sentivo. Uscivo di casa già carica come una molla: sapevo che sarei scesa in campo, che i miei tacchetti avrebbero falcato il prato, avrebbero lasciato un segno nell’erba ed io avrei lasciato il cuore in quella partita. 

Nulla potevano le parole di incoraggiamento del mister, negli spogliatoi. Nulla potevano le manate appiccicaticce delle compagne sulla mia spalla destra, dopo il riscaldamento. Nulla potevano i motti gridati all’unisono prima del fischio d’inizio. 

Io ero lì, ero uscita di casa, di domenica, con la pioggia e pochi gradi, solo per questo avrei dato il 100% di me, con o senza strilli. L’avrei dato per me stessa, per loro, e perché il mio obiettivo era stancarmi finché non mi si offuscava la vista, non vincere la partita. 

Nonostante il risultato tornavo sempre a casa soddisfatta, perché ero a pezzi, perché avevo dato tutto, perché avevo corso come un mulo e non mi ero risparmiata un istante. 

Il talento mancava, certo, per questo motivo non potevo essere io a fare tutta la partita e dal gioco di squadra sarebbe dovuto venire il risultato, che non arrivava. Ci mancavano anni ed anni di allenamento e compensavo a tutte le nostre mancanze con la consapevolezza che l’obiettivo non fosse vincere, ma migliorarsi. Così tornavo comunque a casa gratificata. Il mister era così incazzato, alcune compagne così affrante, ma io no. Sorridente pensavo alla pizza che mi aspettava.

Ho messo in dubbio anche la mia competitività e determinazione per un periodo, ascoltando i miei istinti mi ero resa conto di un grande assente e non me lo spiegavo. Leggendo questo libro mi rendo invece conto di essere un gran compagno di squadra, in potenza. Se avessi lo stesso obiettivo della mia squadra allora sarei davvero un valore aggiunto con la mia determinazione, l’entusiasmo contagioso, la forza di volontà. Il problema è che loro volevano vincere ed io ambivo a partecipare.

Ora lo so. È la mia indole da sportiva solitaria. Non ho avuto modo di rendermi conto di questo slancio mentre praticavo nuoto o sci, perché non era nulla di straordinario: era la norma. Lottare con se stessi, contro la pigrizia, la fame, il freddo, la sete, per una meta. Farlo da soli, guardando chi è davanti a te, senza aspettarsi nulla da lui, era semplicemente quello che andava fatto. Nello sport di squadra invece la meta dovrebbe essere una per tutte, dovremmo guardare tutte nella stessa direzione e tirarci a vicenda come con una fune. Ecco, solo adesso mi sono resa conto che anche nel calcio ho trasportato il mio metodo dello sport individuale. 

Chissà se nel mio modo di affrontare la vita quotidiana sono stata influenzata dal nuoto e dallo sci, o se nel nuoto e nello sci sono stata influenzata dal mio modo di affrontare la vita quotidiana. Non lo saprò mai. 

Non ho scelto io gli sport che ho praticato da bambina, li ha scelti qualcun altro per me e non posso tornare indietro di dieci anni e provare a giocare a calcio. Con le scarpette che sembrano un portachiavi e mia mamma vestita di tutto punto, con un bel foulard di seta, che insulta le altre madri dagli spalti, non è possibile. 

Magari sarebbe emersa un’indole diversa, magari avrei stimolato comportamenti che avrei integrato nella mia personalità ed oggi sarei tutt’altro umano. Non lo so, ma sento che c’è una fortissima correlazione tra il mio atteggiamento nei confronti delle situazioni della vita e come mi approccio allo sport, alla competizione.

Oserei dire che siamo lo sport che pratichiamo con naturalezza, che siamo lo sport che ci fa sentire vivi, a nostro agio, che ci libera.

Vado a riscaldare di nuovo la tisana, ormai è fredda.

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Possiamo cambiare il mondo dal nostro divano

“Sii tu il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”.

La prima volta avevo letto questa frase in un album di citazioni di film sul profilo Facebook di Michele. Poi ne ho trovato il primissimo portavoce: Ghandi.

È una frase stracitata, abusata, scritta sui muri, ci sono persone che la tatuano addirittura. 

Abbiamo l’occasione proprio oggi di fare quella differenza, di essere noi in prima linea, di essere quel cambiamento. 

Vi rendete conto? Vi basta stare seduti sul divano di casa per poter cambiare positivamente le sorti del mondo. Vi siete mai sentiti così potenti?

Si perché di fronte ad un virus che si espande a macchia d’olio, si può ridere e scherzare, fare humor e non pensare, solo perché ci si sente profondamente impotenti e allora… vale tutto.

Fuori dal sarcasmo però non vale tutto, al di là della battuta abbiamo il potere ed il dovere di non fare minchiate.

Non elenchiamo le mancanze del nostro governo, non soffermiamoci sugli errori, siamo qui, oggi e dobbiamo fermarci. Forse fermeranno 1 regione ed 11 province? Non basta. 

Dopo il fuggi fuggi di notizie e persone di questa sera ciò che si voleva contenere per arginare i danni è stato spostato, chi ha preso un treno stracolmo di persone ha firmato il ricovero della nonnina del piano di sotto del paesello a migliaia di km da Milano. Se il paesello ha un ospedale con una terapia intensiva per la nonna. Altrimenti potrebbe aver firmato la sua condanna a morte. “Tanto muoiono solo i vecchi no?” Quali vecchi? Ma soprattutto, quanti vecchi? Perché in Italia ci sono 13,6 milioni di persone (22,6% del tot) di persone >65 anni e 4 milioni 207 mila (7% del tot) con 80+, sono sacrificabili?

Spostarsi significa creare nuovi focolai. Nuovi focolai significa una quarantena a catena: questa settimana in Lombardia e la prossima in Piemonte e così via, trascinando il problema ed il virus nel tempo e nello spazio.

Fermiamoci.

Non aspettiamo che ce lo ordini qualcun altro. Fermiamoci qui ed ora. Cerchiamo di essere adesso il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. Non pensiamo al nostro culo, al posto in cui saremmo più comodi a vivere i prossimi 20 giorni, pensiamo a chi vorremmo avere accanto in questo momento e stiamogli lontano. 

Preserviamo l’umanità.

Preserviamoci.

Amiamoci.

Rispettiamoci.

Arriviamo prima dello Stato, anche dove lo Stato non arriva.

Siamo noi, adesso, a cambiare il mondo.

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Odi et amo, Milano

Il papà di Ciotti quando avevo 13/14 anni mi disse che Milano era una giostra. Capii solo un po’ di anni più avanti il significato di tale similitudine. A Milano si deve correre, prendere il ritmo e una volta raggiunta la velocità giusta salire a bordo. Una volta su, tra forze centrifughe, centripete ed inerzia, giri, giri, giri per forza e rimani schiacciato. Sei bloccato, i posti a sedere della metro sotto il culo come un cavallino, tutti i ristoranti da provare prima che chiudano, ti fanno venire quasi la nausea, come nelle tazzine.

Eppure continui, incessantemente, anche quando il cielo è grigio, anche quando non vedi la luce del sole, cerchi sempre il risvolto positivo. “Ah ma tanto stasera…” “Per fortuna questo weekend sono off e vado…”.

Ogni tanto lasci che la testa ti porti verso altri lidi, più colorati, cauti, verso vecchie giostre in cui eri tu il motore, dove con le mani, insieme a chi ti stava accanto, sceglievi la velocità. E pensi a posti tranquilli, calmi, biciclette, mare, Spagna, sud, pizza a 4 euro e affitti a 300. E magari ci vai, ci vai davvero… per un weekend. E quando ci sei ti sforzi, provi ad adattarti al fatto che non prendano la carta per 1 euro, che non abbiano Satispay, ma quando ti fanno la multa per divieto di sosta quello no, non lo accetti e torni in giostra.

Ecco, a volte mi fermo e guardo anche io verso le giostrine vecchie e penso che tutto questo non faccia per me, che serva di più, che ci sia un retrogusto così amaro dietro a tutto questo. Hanno nascosto una montagna di merda dentro al tubo del cavallino o sotto agli ingranaggi della giostra? Prima o poi la tazzina si rovescia e cadiamo tutti? Oppure io prenderò la rincorsa e salterò fuori.

E quando mi fermo, quando leggo “9 minuti di attesa per il prossimo treno”, sento un po’ di vita scivolarmi tra le dita, come la sabbia d’estate. Sento un po’ di tempo rubato alla mia esistenza, perso per strada come i centesimi che non ti fermi a raccogliere. E mi dico “solo un pochino”, “ancora un attimo”, ma come un drogato mi ritrovo poi a pendere ancora dalle sue labbra, a nutrirmi dal suo seno, a guardare solo i pos, anche se in mezzo a quintali di cemento. E finisco per ripetermi “In Italia, se non qui, dove?”

Quest’articolo è visto da fuori, è la prospettiva di un papà che guarda i bambini divertirsi, frenetici ed inconsapevoli, ingordi e frettolosi, al luna park.
Quest’articolo raccoglie tutta la consapevolezza che è anche dentro di noi. Il bello, il brutto, il “sarà vero?”. E’ un odi et amo che sento ogni giorno per questa città.
E’ La grande bellezza, in versione milanese, fatta ad articolo.

Ecco, prendetevi il tempo di leggerlo, anche se il tempo è proprio quello che Milano ci toglie, servono una 15ina di minuti, più 1 per il mio pensiero.
Giusto i minuti che perdereste a cercare un parcheggio, ma tanto lo so che la state per mettere sul marciapiede.

Articolo: Contro Milano, di Michele Masneri

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Un volto, un bagno di merda, una responsabilità

Ad Aurelia Bienko

La strada verso quella che potrebbe essere una delle esperienze più toccanti della vita è immersa nel bosco, puntinata da case enormi e scure. Il Van che mi ci sta portando è il cavallo di Troia su cui ho puntato, non c’è una persona che parli inglese però il nome impronunciabile sul cofano era proprio quello del paese in cui c’è il campo, ho fatto vedere il biglietto all’autista e mi ha dato l’ok in qualche modo, ho chiesto conferma ad un ragazzo dicendo solo “Auschwitz?” e anche lui sembra aver confermato. Ho fatto colazione perché non so bene a che ora riuscirò a tornare, ma è tutto bloccato lì in mezzo. Ansia preventiva? Coscienza di ciò che mi aspetta? Spero che scenda in quest’oretta, non vorrei dover vomitare durante la visita guidata.
Mi sono preoccupata del poter avere fame, lì, dove l’unico che mangiava era il freddo. Si cibava di carne umana, insieme a qualche soldato annebbiato, a qualche generale abbagliato. Non pensò proprio che avrò fame. No.
È lunedì, normalmente a quest’ora sono in metro in direzione ufficio, quasi arrivata o in estremo ritardo. “Normalmente”. L’ho scritto davvero? Ho una routine? Da qualche mese sì. Da febbraio. Motivo per cui non ho più trovato troppo tempo per dedicarmi alla scrittura, se non di poche righe, riservandola ai post di Instagram. Oppure di molte righe, riservandola alle mie note dell’iPhone, senza divulgare, ma senza dilungarmi nemmeno. Eppure, fuori da questa routine che non mi appartiene, c’è la vita. E sto andando a farne una scorpacciata. Apro le braccia e cammino a passo svelto per cercare di prendere un van che mi porti sotto una bella valanga di merda, per ricordarmi quanto è bello l’odore del mare alle 6 di mattina, quando si mischia con quello di focaccia e di brioches. Per ricordarmi quanto è bello l’odore di prato bagnato, appena tagliato, il cinguettio degli uccellini all’alba, il letto di casa, poter scegliere, poter addirittura tornare sui propri passi e cambiare le proprie scelte, poterle prendere in totale autonomia. Per ricordarmi quanto è bello avere più di vent’anni, ma molti meno di trenta ed essere qui, ora, 80 anni dopo, a poter imparare, dagli orrori degli altri, chi non voglio assolutamente essere e cosa non dobbiamo assolutamente ripetere. Per ricordarmi che sono viva e non ho nessun merito per questo, ma certamente ho il dovere di rispettare questo dopo e santificarlo con un sorriso per me e per gli altri. Perché siamo troppo fortunati e possiamo fare la differenza.

La foresta è finita, il bambino accanto a me si è addormentato sulle gambe della mamma però con una mano in aria, controllo maps, che qui ci fidiamo del mio non polacco, ma fino ad un certo punto.

Tarella, il nostro chofer, mentre il cielo diventa azzurro di nuovo. Pensavo che l’azzurro non sarebbe stato veritiero, non mi avrebbe calato nel giusto mood, ma solo perché le immagini più evocative e ridondanti che abbiamo visto avevano la neve, il freddo ed erano in bianco e nero, però ci saranno stati dei giorni di sole, il cielo non rievocava sempre gli Stati d’animo dei presenti incupendosi, a volte sarà stato azzurro come oggi e forse quelle erano le giornate che fregavano di più. Quando nemmeno la meteoropatia poteva incidere sull’umore, quando purtroppo il sole non bastava, anzi, era il preludio di odori fortissimi di sudore e vestiti appiccicosi, proliferare di più malattie, aria pesante e poche energie. Va bene anche il sole, non c’è un clima migliore o peggiore per andare a sotterrarsi sotto la merda.

Cerco di fissare queste immagini, perché rimangano nei miei ricordi, ferme ed indelebili. Le foto, la mano di quel fratellino che stringe quella piccola del minore, appena scesi dal treno. I vestiti, le scarpine che sembrano le piccole Superga da spiaggia che avevo da piccola, sporche di terra, come se il terreno fosse bagnato e si fossero impregnate. Immagino i piedini usciti da quelle scarpe, striati di terra, ma bianchi dove c’era la stoffa. Una salopette, che sembra quella di un bambolotto. Capelli. Capelli. Capelli. Pietre, scatole, utensili da camera a gas. E poi ancora capelli. Una luce strana mi dà modo di riflettermi nel vetro, di profilo vedo i miei, lunghi, biondi e poi sullo sfondo qualcosa di simile a paglia, a capelli della nonna, crespi, invecchiati, ammucchiati, scuri, chiari. Guardo fuori dalle finestre, il sole è diventato più forte e non posso fare a meno di pensare a quanti sguardi di speranza ha ricevuto questo cielo, questo scorcio color mattone, questa finestra. Faccio il segno della croce davanti a qualcosa che mi sembra più significativo. Osservo i movimenti delle macchine fotografiche altrui, quello che scelgono e selezionano, alcune cose di cui non vorrei nemmeno una foto in galleria, figuriamoci stampata. Su questo suolo, dove cammino, qualcuno strisciava, moriva, ansimava, mangiava, per un attimo sorrideva. Qui, con quelle scarpe ancora ai piedi, quei capelli ancora in testa, quei vestiti ancora indosso, quelle valigie ancora in mano, quegli spazzolini. Ve la immaginate la mamma che rimproverava i bambini perché non coprivano le setole dello spazzolino con il cappuccio?”- scelta meticolosa di quali creme portare, di cosa fosse necessario nella nuova vita che li attendeva. Le valigie dei ragazzi venezuelani al confine con l’Ecuador erano molto più grandi, le unghie delle ragazze più curate, però la selezione dev’esser stata la stessa, inconsapevole del “quando tornerò”, del “se tornerò”.

Bus. Birkenau.
Il cielo è velato, tira vento, vuoto.
Noi pensiamo sia brutto, ma la realtà è peggio.
A proposito della metafora che avevo in mente prima, della valanga di merda, nel campo di Birkenau, nella parte femminile, inizialmente non c’erano le latrine, ma quando morì una SS i tedeschi si spaventarono e ne costruirono 5 per parte, 12’000 persone ed 1 ora al giorno per poter andare al gabinetto, 5 secondi per ognuna. 90 rubinetti, l’acqua però chissà se usciva. La cacca veniva spalata dagli stessi prigionieri che scendevano 1 metro e mezzo sotto terra e la tiravano fuori ogni giorno. Che schifo? In realtà quando fuori c’era -40, stare immersi nella merda era una delle sensazioni migliori nonché una grande possibilità di salvarsi, rispetto a lavorare all’esterno ed al freddo.

La guida che è con noi fa questo lavoro da 8 anni, è qui da 8 anni, tutti i giorni tranne Pasqua, Natale e capodanno, a raccontare questa storia, che non ha senso che riporti, perché tutti pensiamo di conoscerla e se non la conosciamo è ora di farlo, ma comunque non la conosceremo mai abbastanza. Sottolinea e ci ricorda che l’80% delle persone che entravano qui morivano direttamente, senza avere il tempo di provare nessuna fatica, isolazione, speranza. Entravano, venivano smistate e restavano si e no 1 ora all’interno del campo, poi camera a gas, doccia (che non è proprio come mostrano nei film, il gas non usciva dalle docce sotto forma di fumo, ma veniva disperso da piccole pietre che, in spazi chiusi, con una temperatura creata dal respiro di tante persone, rilasciavano i gas nocivi di cui erano impregnate e uccidevano), carrello, forno crematorio, fumo, ceneri. E come se non fosse abbastanza cruento questo elenco sterile di fasi della vita di un uomo non ritenuto tale, le ceneri erano usate come concime o sparse per la strada quando nevicava, come sale, come sabbia. “Non erano rispettati da vivi, men che meno da morti”. Ci dice che le parole che usiamo non possono lasciar trasparire la vera identità di quello che provavano i prigionieri. Che il freddo che associamo alla parola freddo non è così tanto freddo e così la fame, la sete, la paura, la speranza. Ma ancora che 
“La memoria è solo questo, qualcosa di dinamico da cui imparare. Vediamo il perché, vediamo cosa sappiamo fare noi, al di fuori di questo filo spinato nella vita quotidiana. Inutile tenere qua dentro quello che abbiamo visto oggi, abbiamo un’arma, torniamo a casa e domandiamoci che futuro vogliamo dare ai nostri figli e nipoti? Tutti i nostri errori li pagherà chi verrà.
Alla morte siamo abituati, non ci fermiamo, vogliamo almeno fermarci sull’odio? Lì si, possiamo. A noi non ce l’hanno tolto il futuro, siamo qui, fermiamoci a pensare, vediamo di non essere noi a toglierlo anche a qualcun altro.”

Qualcuno tira su con il naso, toccato, io per tutto il tempo ho ricacciato le lacrime che affioravano e velavano gli occhi. C’è un odore di chiuso, umido, legno, caldo, una mosca che sbatte ininterrottamente sul vetro, proseguo per un po’ da sola ed è tutto incessantemente uguale. Tutto quello che vedo è stato soggetto ad opere di mantenimento, ma è tutto originale, triste e schematico com’era poco più di 70 anni fa. Lavorano alcuni operai, fotografi, tagliaerba. Sì perché ora c’è l’erba, prima era tutto paludoso e invece ora c’è il prato ed i fiorellini, che se ci fossero stati all’epoca sarebbero sopravvissuti giusto il tempo di un boccone.

Ciondoliamo, affranti, ci sono scolaresche, giovani e meno giovani, camminiamo impietositi, cupi. Qualche neonato piange, qualche bambino fa i capricci, il sole ci insegue. Qui è solo dove dormivano e lavoravano alcuni, altri uscivano dal campo per andare a lavorare, dormivano in basi accanto ai terreni e poi tornavano solo quando non erano più buoni per il lavoro. “Non erano più buoni per il lavoro”, che espressione schifosa. Tornavano qui, a morire. Perché questo era il più grande campo di sterminio, più che altro. 

Il bus che riporta ad Auschwitz parte ogni 10 minuti, ho fatto la foto agli orari, posso prenderlo quando voglio, io. 
Compio questo gesto semplice: esco. Passò attraverso un cancello che interrompe il filo spinato ed esco. Come se fosse la cosa più normale del mondo. Cercherò un bus per tornare verso Cracovia, fare una merenda abbondante o un pranzo tardivo, controllare la home di Instagram, pubblicare queste righe sul blog, prendere un aereo, baciare chi amo, cagare nel mio bagno ogni mattina prima di fare colazione, prendendomi il mio tempo, tutto il tempo che voglio. Tutto il tempo che ho. Torno alla mia vita di tutti i giorni. Io che posso.

A cos’è servito tutto questo? Mi sarei potuta fermare di più? Avrei dovuto concedermi più tempo? Avrei dovuto fare una visita individuale senza la guida? Avrei dovuto piangere? Cosa devo fare con i miei capelli?
Mi posso porre interrogativi inutili e superflui, perché ho il tempo per farlo, perché approfitto del viaggio per scrivere. Loro non avevano questo tempo e quando lo avevano cosa sognavano? Cosa pensavano? Cosa immaginavano quei bambini che trasportavano corpi? Cosa sognavano in 8 su un letto, mentre guardavano il disegno di una scuola sul muro? Cosa speravano?
Non ho mai letto Se questo è un uomo, o Anna Frank, ma non ho mai letto tanti altri libri che potrei leggere, come non ho mai visto Shinder List. Ho studiato la storia, con passione, quando me l’hanno spiegata, ho cercato di guardare, cogliere, apprendere da chi sapeva più di me, ho guardato qualche film e tutto qui. Posso fare di più. Per imparare, ancora, dagli errori degli altri, per ricordare. Per non ripetere, per fare la differenza.

Voglio solo staccare la testa ora.
Pensarci tanto o non pensarci affatto. Non so cosa stia provando, ma so che voglio sapere e far conoscere. 

Salgo sul bus, ce ne sono tantissimi, 15 zloti ed in 1 ora e mezza sarò nuovamente nella civiltà, come ci piaceva dire durante l’on The road in sud America. Eppure di civile non c’è niente, la stessa civiltà che oggi banchetta e fa shopping, è nipote o pronipote o vicina di casa, di chi ordinava o supportava più o meno inconsapevole, questo scempio.
Guardiamoci dunque le spalle da noi stessi. Guardiamoci allo specchio e non dimentichiamo.

Mi lego i capelli e li tengo stretti, saldi a me, come la speranza, che è davvero l’ultima a morire in me, che saremo davvero il cambiamento positivo di questo mondo. Perché abbiamo studiato, perché siamo intransigenti, perché abbiamo visto tanti errori, perché non ci siamo abituati al calore della merda. Perché non è di sollievo. È merda. E nella merda non ci vogliamo stare, come non vogliamo far stare i nostri fratelli, amici, figli e nipoti.

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Un techo para mi país – Buenos Aires pt. 7

Stamattina ho aperto i ricordi e campeggiavano lì, le foto dello scorso anno, le foto di quel magico fine settima con Techo. Mi sono ricordata che presa dall’emozione registrai un paio di note vocali, perché dovevo assolutamente far arrivare fino all’Italia le mie sensazioni. Non scrissi, avevo iniziato un progetto, inconcluso ovviamente, che aveva a che vedere con le note vocali, ma ho deciso di riportare fedelmente il parole di una di quelle registrazioni. Non ho modificato i “cioè” “praticamente”, nemmeno i “quelli” o “questi” che potrebbero sembrare quasi dispregiativi, ma non lo sono assolutamente, è semplicemente una nota vocale ad un amico, con tutta la confidenza e l’assenza del tatto che si utilizzerebbe in una situazione normale, per questo credo possano trapelare puramente tutte le mie impressioni di allora. Nonché la mia difficoltà con la lingua italiana quando sono solita parlare spagnolo.
Il concetto di “povertà” si è evoluto molto durante l’ultimo anno e l’ultimo viaggio, non è più troppo simile a quello descritto nella nota qui riportata, ma questa è una fase di riflessione che vale la pena mettere nero su bianco, anche per farvi capire cos’è Techo e come vive una gran parte della popolazione mondiale.

Eccoci!

Allora, faccio una nota vocale registrata perché mi stavano venendo i crampi alle mani a furia di tenere premuto il tasto del vocale, quindi adesso vado di microfono e poi ti manderò questa nota. Sto approfittando del viaggio in autobus quindi se senti dei rumori in sottofondo ti chiedo scusa però il lunedì è giorno volontariato e quindi -anche con un po’ di ritardo- stiamo andando ed il viaggio è lungo (ci mettiamo un’oretta ad arrivare) e ne approfitto per mandarti il messaggio vocale.

Niente, praticamente un mesetto/due fa, io e Ale avevamo cercato delle associazioni con cui fare volontariato e avevamo trovato quella in cui siamo andate ogni lunedì, Banco de Alimentos e questa, che si chiama Techo che costruiva casette, case per delle famiglie bisognose. Noi alla cieca ci siamo iscritte, abbiamo compilato tutto il modulo online, abbiamo fatto il pagamento e qualche giorno fa ci è arrivata una mail per ricordarci che questo weekend ci sarebbe stata questa attività. Di cui noi ci eravamo totalmente dimenticate. Sapevamo che c’era, ma non sapevamo cosa fosse. Ci hanno mandato una mail dicendo “mi raccomando portate il sacco a pelo, guanti da lavoro, stivali, vestiti da sporcare.” 

“Ah, ma quindi stiamo fuori tutto il we?” Non sapevamo cosa saremmo andate a fare, non avevamo minimamente idea e non sapevo nemmeno che saremmo state fuori tutto il we. Vabbè, siamo partite, senza nemmeno il sacco a pelo perché non ce l’avevamo, proprio alla cieca. 

Siamo andate in questo ufficio in cui c’era un sacco di gente, ci hanno smistate in varie zone, io e Alessia ci siamo divise, ci hanno assegnato due zone diverse, abbiamo preso un altro autobus ed in circa 1 ora e mezza dalla Capitale, restando comunque nella Provincia di Buenos Aires, siamo arrivati ad un barrio che si chiama Augustoni. Un barrio della zona di Pilar. A quel punto ci hanno divisi in sottogruppi: eravamo una decina di gruppi da 7/10 persone ciascuno, ad ogni gruppo è stata proposta una famiglia ed ogni gruppo aveva il compito di costruire una casa.

E… abbiamo costruito una casa.

Ci siamo riusciti!

In due giorni abbiamo costruito una casa per una famiglia carinissima.

Erano in 5: mamma, papà, anzi, erano in 6, c’era anche il cagnolino. I 5 erano mamma, papà, due ragazze (una di 12 e l’altra di 13 anni) un fratello più piccolo (di 10 anni) ed il cagnolino di 40 giorni, piccinissimo.

Solo il papà lavora, attualmente vivevano in una casetta di mattoni a vista, in una zona in cui l’asfalto è un miraggio, c’è solo terra e fango, buche e ponticelli di legno fatti con travi ammassate, per superare il ruscello che contorna tutte le case.

La loro casa era composta da una stanza con un frigorifero, un fornello elettrico, un letto matrimoniale, un letto a castello, un letto pieghevole, il tavolo per mangiare che viene tirato fuori quando si piega il letto e… basta.

Grandezza della stanza… non lo so, metà della mia cucina di casale?

Un bagno, di 2 metri quadrati, 4? 3? 5 metri quadrati sarà? 3? Guarda non lo so, 3 metri quadrati sarà stato, in cui c’era soltanto un water ed una cassettina da ricaricare per fare la doccia. 

Basta.

Non avevano una connessione all’acqua, ma una grande tanica da cui la prendevano per lavare le mani, per metterla a bollire e cucinare, per lavare il water al posto dello scarico, per metterla nel cosino della doccia e lavarsi… Non voglio sapere per cos’altro.

Praticamente noi gli abbiamo costruito questa casa che è un prefabbricato, sono delle casette di emergenza, tipo quelle che potrebbero mettere, già fabbricate però, senza mettergli le fondamenta – noi abbiamo fatto le fondamenta ovviamente perché quella diventerà la loro casa – però immagina magari: Abruzzo, terremotati, la gente rimane sfollata, fanno grandi tendopoli, ma se devono rimanere più tempo prendono dei prefabbricati tipo quelli che trovi al Self fuori, ma più grandi e li portano. In Italia magari li portano già fatti, mettono 4 pezzi lì per terra e via, non stanno a scavare e fare le fondamenta, invece noi abbiamo scavato 15 profondissime buche, ci abbiamo infilato i piloni, poi abbiamo messo il pavimento, le pareti, il tetto, le lamiere, abbiamo impermeabilizzato, abbiamo fatto tutto. 

Abbiamo dovuto un po’ lottare perché volevano che la porta della casa coincidesse con una porta che loro avevano già nella loro casetta di prima, in modo tale che fosse come una stanza in più e quindi abbiamo dovuto prendere bene le misure, l’altezza doveva essere quella del loro pavimento, insomma… è stato un weekend faticoso, ma non ho minimamente sentito la fatica.

Finalmente ho visto quella parte di argentina che cercavo, quella parte di Sud America che avevo bisogno di vedere e di conoscere perché… perché sì. Perché alla fine quando ho visto “Buenos Aires” come meta del doppio diploma io ho pensato subito “Ah! Buenos Aires -> Sud America -> Perù -> Operazione Mato Grosso -> Raccolta viveri”. Tutto quello che abbiamo sempre fatto per anni ed anni all’oratorio era per il Sud America. Tutte le missioni in cui sono andati i nostri animatori erano in Perù e quando io pensavo al Sud America pensavo a tutte le immagini che mi hanno sempre mostrato in oratorio.

È stato strano perché quando poi sono arrivata a Buenos Aires, Buenos è una città, una capitale a tutti gli effetti, con tutti i servizi, per quanto arretrati rispetto a quelli italiani o europei, con tutti i servizi possibili ed immaginabili. Con un tenore di vita molto alto, in cui io spendo praticamente come a Milano. Quindi arrivata a Buenos Aires boh non so, forse ero anche un po’ delusa in realtà, ma ho fatto bene a non demordere e ad attendere perché ne è valsa la pena. 

Questo we veramente è stato un bagno di umiltà dall’inizio alla fine. Vedendo la gioia con cui vivono in famiglia, tra di loro, ero quasi invidiosa della loro gioia, stupefatta di quanta gioia si possa provare non avendo nulla. Nulla. 4 mattoni, della calce, dei letti buttati lì. Non avendo nemmeno un cazzo di cesso in cui cagare, una doccia degna di tale nome, nulla. Non avevano un cazzo di nulla, non hanno un cazzo di nulla, anzi ora hanno un tetto in più e sono veramente la persona più felice del mondo per aver avuto la possibilità di regalarglielo. Anzi, di aiutarli a costruirlo, perché ci hanno aiutati dal primo momento all’ultimo, sono stati sempre super disponibili, ci hanno fatto da mangiare per due giorni, le ragazze sono degli amori, il piccolino veniva a scavare con noi, metteva proprio le mani dentro la terra e scavava. Le ragazze -figurati- alla mezzana piace un sacco disegnare, ci ha fatto vedere i suoi disegni (bravissima) e ce n’era uno con un unicorno ed io faccio “no che bello, a me piacciono un sacco gli unicorni!” e me l’ha regalato. Subito. Diretta. Senza pensarci un secondo. Non hanno niente, non hanno la carta per pulirsi il culo e dico “che bello” un disegno e me lo regalano. 

Sono veramente felicissima di questo we. Tra l’altro appena siamo arrivati eravamo tantissimi giovani, dai ragazzi del liceo a ragazzi di 28/30 anni, c’è gente che è in questa assicurazione da anni perché comunque è una cosa che fanno una tantum: circa ogni 2 mesi c’è un we di costruzione. Nel mentre ci sono dei gruppi di volontari che vanno tutti i sabati a conoscere le persone del barrio a fargli dei corsi, di cucina, fanno fare i compiti ai bambini, corsi d’imprenditoria, di microcredito (per spiegargli come accedere ai crediti) etc. C’è poi un gruppo che va a conoscere tutto il barrio e le persone che fanno richiesta della casa per scegliere, per capire chi la merita di più, chi ha delle buone intenzioni, della serie “noi questa casa gliela costruiamo, loro ci danno una cifra simbolica ed è come se gliela stessimo vendendo, loro però firmano un contratto, s’impegnano a mantenerla in una determinata maniera, ad utilizzarla solo per viverci, a non affittarla, a metterci dentro i servizi (noi non possiamo collegare la luce etc). C’è quindi un contratto dietro e non costruiamo a famiglie – costruiamo a famiglie in situazioni di merda – non a famiglie in cui ci siano alcolizzati o drogati, perché magari sarebbe uno spreco o non ne farebbero il corretto uso. Ci sono famiglie oneste e bisognose ed a queste costruiamo, appunto ci sono delle ragazze che vanno tutti i sabati a conoscerle, a farci amicizia, a capire le loro esigenze etc.

Quindi c’era gente che costruiva per la prima volta, gente che è da anni in Techo, gente che ha costruito decine di case, tutte persone carinissime, umilissime, con il sorriso sempre in volto, voglia di conoscersi ed era questa la mia idea degli argentini e della popolazione. in realtà non sono così, non sono così in capitale perché ovviamente chiudono gli occhi e fanno finta che queste cose non esistano vicino a loro, hanno perso l’umiltà, la solidarietà che invece, ho notato, contraddistingue molto tutti questi ragazzi che erano lì, tutte le persone che abbiamo conosciuto, quindi sono veramente veramente contenta, felice. 

Non vedo l’ora di poter costruire di nuovo.

Tra l’altro domenica prossima torniamo perché non abbiamo finito di montare le finestre e verniciamo insieme a loro. ci hanno invitati a pranzo… insomma sono contenta, sono veramente felice, è stato un we pazzesco, il più bello da quando sono qui e… non so se rendo l’idea di quello che è stato.

Ti dico che non mi sono lavata per 3 giorni, dormivamo in una scuola con sacco a pelo buttato per terra. no in realtà per terra no perché io sono arrivata che non avevo ne sacco a pelo ne niente, mi sono fatta prestare sia sacco a pelo, mi sono imbucata nel materassino gonfiabile di un ragazzo, gli ho fregato il cappellino, boh vabè ho fregato tutto alla fine. Eravamo un sacco con sacchi a pelo per terra o sui materassini, c’era il bagno come può essere il bagno del Sobrero, quindi senza docce né niente e non me la sarei nemmeno sentita di rubargli tutta quell’acqua. Eravamo 200 persone, se ci fossimo dovuti lavare tutti questi non si sarebbero più lavati per tutto l’anno praticamente, con l’uso -non so la parola, non mi vengono più le parole-, con l’uso minuzioso che fanno loro dell’acqua. Indi per cui siamo stati tutti belli luridi per tutto il we, mangiavamo tutti assieme, niente di veramente commestibile, il pranzo ce lo facevano le famiglie: noi portavamo la pasta per farcela da soli e poi ovviamente le famiglie insistevano e ci facevano loro da mangiare, cose tutte leggere tipo milanese il primo giorno, pizza, ieri tortilla de patata, della serie cose che dopo aver pranzato avevo voglia di buttarmi e fare la siesta invece no, a scavare, vabè.

É stato veramente bello, poi c’erano delle persone veramente cariiiiine, alcune veramente ammirevoli. sono troppo contenta (l’ho già detto?).

Spero di essere stata abbastanza descrittiva, questa nota vocale è molto lunga, mi dispiace, non so se renderà l’idea, anzi… probabilmente non la renderò e sicuramente le foto non renderanno giustizia, però ho provato a spiegarti un pochino le mie sensazioni e quello che ho provato perché è una cosa che in Italia non puoi vedere. È una cosa magari ti aspetti in Africa, era una cosa che io pensavo ci potesse essere in Sud America e l’ho trovata e mi fa ancora più specie pensare che questo non sia il livello più basso di povertà. che ci siano poveri ancora più poveri dei poveri. che vivono ancora in condizioni peggiori e magari non lo sanno neanche perché ci sono dei paesini del Perù in cui le persone sono totalmente isolate, vivono nel loro.

Wow.

Vedremo.

Vedremo quante altre possibilità avrò di toccare con mano la povertà, di aiutarla, di -nel mio piccolo- essere il cambiamento che vorrei veder avvenire nel mondo.

Scusami per i 17 minuti di nota vocale, però avevo veramente bisogno di condividere con te questa cosa perché non ha eguali, sono felice, grata e quasi un po’ imbarazzata. per tutto quello che ho, per la fortuna che ci ha toccato, perché è semplicemente fortuna: loro sono nati lì, noi siamo nati dall’altra parte del mondo. Che colpe abbiamo? Che meriti abbiamo? Nessuno.

Spero che possano iniziare a sognare in grande anche loro, con un tetto in più sopra la testa.

Scusa per il messaggione, scusami scusami.

Ciao tesoro, mi manchi, spero che 17 minuti bastino per farmi sentire un po’ più vicina.

E smettila di dire che non ci sono, non ci sono stata questo we, ma ti voglio sempre bene.

Basta, stacco…

Sono 18, scusamiiii.

 

   

      

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Piovigginava, lieve – Buenos Aires pt. 5

Era da un po’ di tempo che non mi facevo un pianto liberatorio del genere. Uno di quelli senza senso, stimolati dall’abbandono di un cagnolino in mezzo alla strada in una pubblicità o dalla caduta di un pezzo di prosciutto mentre prepari un toast. Un pianto da pazza, da sbalzo ormonale, da mestruazioni in arrivo, da chi ha proprio bisogno di sfogarsi. Un pianto gratuito, sul letto, nella tua cameretta, in silenzio, con il moccolo al naso e versetti da bambina.

Ho casualmente trovato un articolo che parlava della fidanzata di Tim Bergling (Avicii), con la quale aveva una relazione mantenuta nascosta al pubblico perché fosse solo loro. Ora è di dominio pubblico, l’ha resa pubblica dopo essersi resa conto che lui è morto davvero. Sognavano insieme di apparire solo quando avrebbero messo al mondo un figlio, solo quando qualcosa li avrebbe legati per sempre indissolubilmente, come solo un pargolo può fare, più di qualsiasi anello, più di qualsiasi promessa. Qualche giorno fa Tereza ha pubblicato un video collage di fotografie di loro 3, loro due ed il figlio di lei avuto da una precedente relazione con cui Tim aveva una relazione praticamente paterna. Al video muto sono susseguite 13 fotografie, 13 screenshot di una lettera non semplicemente a piedi nudi a cuore aperto, come la chiamerei io, ma a piedi infangati, insanguinati e cuore a brandelli, putrefatto. Una lettera piena di amore, incredulità, paura, nostalgia e malinconia, che mi ha fatto riversare tutti i liquidi che avevo in corpo sul cuscino.

 

Forse avrei dovuto farlo prima, correre, piangere, prendere a pugni il muro e urlare a squarciagola. Lasciarmi andare ad un po’ di sana e meritata angoscia.

Forse dovremmo concedercela tutti, una rigenerante via di fuga. Ogni tanto, dovremmo aprire quella porta che collega la nostra anima al nostro corpo ed il nostro corpo all’esterno, al vacio celestial. Per lasciar evaporare, come in sauna, le tossine in eccesso, i brutti pensieri, le tristezze, le paure e ricaricarci. Per lasciarli nei fanghi come farebbe Litt o per prenderli a pugni come farebbe Specter.

 

Ho sempre predicato la gioia, l’amore e la pace nel mondo. Ho sempre cercato di essere la soluzione e non il problema, di guardare il lato positivo, di sentirmi una roccia, di non lasciarmi scalfire, di essere quella forte, il punto di riferimento… stronzate.

Arroganti ed esuberanti prese di posizione di una ragazzina impaurita e corazzata, che alza muri ed indossa protezioni per affrontare ogni problema, finché non rimane in mutande, in braghe di tela e non le resta che piangere.

 

È stato un mese difficile, forse più di un mese in realtà. Ho avuto paura. Una paura fottuta di non stare bene. Un timore nemmeno troppo fondato, forse dettato dal senso di colpa oltre che dalla leggera ipocondria da cui mi sono fatta prendere.
Ho iniziato ad interpretare ogni dolore come un sintomo, ogni sintomo come una punizione e le mie azioni come un insieme insensato di scelte prese a caso, per dimostrare non so cosa a chi ed a me stessa.

E invece l’unica cosa che dovevo interpretare, poi me ne sono accorta, ero io che a gran voce mi dicevo di fermarmi, di tornare a nuotare, di smetterla di galleggiare sulle acque della mia stessa vita.

 

È successo che due anni fa, quando ne avevo ancora 20, appena tornata dal mio Erasmus, in fretta e furia mi sono laureata. Il giorno dopo, ancora in clima di festa, sono partita con Monse e Pedro per la Sardegna. Abbiamo raggiunto Ilenia e girovagato per l’isola per una settimana. In direzione Tuerredda, all’ora del tramonto, con l’odore di pesce sotto al naso, la giacca di jeans di mamma e la spensieratezza di quel periodo, ricevetti una mail. Un professore della triennale che aveva chiesto a Lucia i miei recapiti mi scrisse poche significative parole che ho custodito fino ad oggi.

Diceva più o meno così:

 

“È ovviamente scontato farle i complimenti, già sa la profonda stima professionale che ho nei suoi confronti.
Ma leggere le sue parole su Internet, per caso, appese ad un filo di sole invisibile e vive come un acrobata incerto tra la banalità e la perfezione, mi ha lasciato di sasso. Di pietra e di sasso. Di rado ho letto, in una persona così giovane soprattutto, un talento simile, che forse nemmeno io possedevo alla sua età.
Non butti via la sua ricchezza, perché il mondo (e quindi tutti, e quindi anche io) ha bisogno di persone come lei: profonde come una cicatrice, talvolta dissacranti, ma piene di rune e di luna.
Mi ha fatto piacere conoscerla.”

 

La mia risposta non si fece attendere e nemmeno la sua, alla quale seguì un’altra mail di cui, purtroppo, mi rimane solo uno screenshot che mandai a Vincenzo.

 

“La saluto con due raccomandazioni culturali, che so saprà apprezzare (se già non le conosce): il Walden di Thoreau e Unthought Know dei Pearl Jam”.

 

Due mail una più bella dell’altra, che mi hanno riempita di gioia e di orgoglio, quando in realtà avrebbero dovuto riempirmi anche di motivazione. Non ne ho mai fatto l’uso appropriato, lasciandole in disparte nella sezione Speciali di Gmail. Ero in vacanza, non avevo il computer, non era il momento scaricare quella canzone e nemmeno per andare a comprare un libro. Sono stata superficiale, proprio quella parole che non mi piace mai sentir pronunciare ad Ale.

 

L’estate è finita, ho cambiato università, sono andata a vivere a Milano, Alessandria è rimasta da parte, ho vinto la borsa di studio, sono partita per Buenos Aires, ho viaggiato per l’America Latina, sono tornata a Buenos Aires, sono ripartita per il Cile e solo a quel punto sono ritornata al punto di partenza.

 

Non ero a conoscenza del fatto che Eddie Vedder, cantante che amo, di cui amo le colonne sonore da solista e che è sempre stato presente nella mia playlist, giusto al secondo posto rispetto a Bon Iver, fosse il frontman dei Pearl Jam. In teoria una cosa viene prima dell’altra, ma io ovviamente conoscevo l’altra. Superficiale.
Mentre annullavano l’ultimo giorno del Loolapalooza a Buenos Aires e Edward tornava a casa senza essersi esibito, io scoprivo che lui era il cantante dei Pearl Jam.
Così, qualche settimana dopo, al momento di uscire di casa per camminare un po’ sotto la pioggia e piagnucolare su quanto fossi in ansia per la mia condizione fisica, cercai quella mail, per scaricare quella canzone.

“…il Walden di Thoreau e Unthought Know dei Pearl Jam”.

 

Le pareti piano piano hanno iniziato ad oscillare.

 

La settimana precedente ero stata in Cile, durante qualche giorno di relax a Viña del Mar io e Ale ne abbiamo approfittato per finire Merlì, la serie catalana che racconta le dinamiche di una classe di un liceo di Barcellona, incentrandosi sulla vita del loro professore di filosofia. Abbassando sul piano attuale e semplificando alcuni concetti espressi dai più sommi filosofi, il Bergeron ha riacceso la liceale che era in me incuriosendomi, con una citazione di Thoreau rivolta ad un alunno:
“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto.”

Una frase che incuriosirebbe chiunque, che insieme ad un tweet di un professore un po’ moderno, di matematica, che trovate sotto @orporick che diceva “In mezzo a un mondo di chiassosi, superficiali attori, è nobile stare in disparte e dire – Io voglio semplicemente essere -” Da una lettera Di Harrison Blake a Henry David Thoreau del 1848, mi ha convinto a cercare quel Walden, ad andare in biblioteca e portarlo a casa.

 

Ero su una delle sedie rosse del salotto, con Walden nella borsa e Unthought Know nella playlist, le pareti oscillavano, fuori pioveva, non sapevo cosa mi stesse succedendo, ma avevo capito. Con due anni di ritardo, avevo la mia vita tra le mani, nuda e cruda, fatta di certezze e paure, umana come ogni altra vita, a quel punto un po’ più consapevole.

Il mondo ha fatto dei giri strani, forse qualche piccolo Jake o qualche Amelia hanno toccato i fili della sequenza per farmi inciampare in qualcosa che mi avrebbe fatto bene, che mi avrebbe aiutata, in qualcosa che già una volta mi era stato segnalato ed io avevo ignorato.

Mi è parso di aver perso un sacco di tempo, quando in realtà, forse c’è un momento per ogni cosa e davvero se qualcosa dev’essere sarà.

 

Io sicuramente dovevo leggere Walden ed ascoltare i Pearl Jam, mentre mi rendevo conto di cosa significasse il mio vagare, di quale fosse il mio scopo ultimo: trovare la mia dimensione, il mio spazio vitale, il bello che mi fa stare bene, in me stessa però, non in un luogo preciso, ma dentro.

 

Ho avuto paura ed ho scoperto dove finisce, tutta. Immagino che ci sia un posto, dentro ognuno di voi, in cui accumulate lo stress, l’ansia e la paura. Come i brividi per qualcosa d’impressionante arrivano dalle chiappe, quelli di freddo risalgono la schiena, quelli d’emozione prendono le braccia. Così ho scoperto che tutta l’ansia che non sapevo nemmeno potessi provare era rinchiusa tra l’ombelico e l’esofago, lì, nella mia pancia.

Ancora non se n’è andata, magari è in compagnia di qualche virus intestinale preso in una capanna sulla spiaggia in Colombia o in un water all’aria aperta a 4500 metri sulle Ande, magari invece è sola soletta.

Io anche, sono in solitaria nella mia stanza con il computer sulle gambe e la tranquillità nel cuore. In solitaria non significa sola, so di non essere sola, eppure ho imparato ad arredare ed apprezzare ogni tratto della solitudine, rendendola quasi necessaria, quasi un rituale di amor proprio. Questo l’ho imparato grazie ad Alessia, persona splendida che con me ha condiviso tutto questo viaggio, con la sua personalità totalmente opposta rispetto alla mia, con la sua introversione che la rende una perla preziosa da trovare.

 

Mi sono sempre saputa vendere bene, ma ho peccato in tanti aspetti che è ora di correggere.
Fin da bambina non ho mai finito un diario, iniziavo, scrivevo due pagine e poi basta, eppure potevo dire di avere un diario segreto. No, non avevo un diario segreto, non parlavo con il mio diario, facevo finta per qualche giorno e poi lo abbandonavo per qualcos’altro. Crescendo ho smesso di rovinare i bei quaderni per cose che sapevo che non avrei finito, mi sono ripromessa di smettere di farlo e a tutt’oggi non sono ancora stata in grado.
Non mi piace. Non mi piace sentirmi un’inconcludente, anche se si tratta dell’album dei ricordi di Siviglia, o delle registrazioni per Radio ESN, anzi, soprattutto se si tratta di cose meno formalmente importanti. Sono bravi tutti a fare il proprio dovere, a pagare le bollette entro la scadenza, a mangiare lo yogurt prima che sia troppo tardi, quella è la base, ma tutto il resto?
Quando si tratta di cose formali posso essere intransigente e meticolosa, quando si tratta invece di altri impegni presi con me stessa o con persone a me meno vicine, non dovrei avere lo stesso rispetto? Perché mi perdo? Perché non so dire semplicemente “no” o “no guarda, non me la sento di prendermi questo impegno perché temo di non poterlo portare a termine, mi sto dedicando ad altro”, un sincero e rispettoso “no” per non perdere tempo e non farlo perdere agli altri. E’ così difficile?

È così difficile d’altro canto arrivare puntuali?
Un professore che mi piace, d’investigación de mercados, il primo giorno, per conoscerci, ci ha posto alcune domande stravaganti e curiose. Tra queste c’era “che tipo di persona non ti piace?”, dopo aver lasciato rispondere tutti noi le ho rivolte a lui e la sua risposta è stata “non mi piacciono i ritardatari perché rubano il mio tempo, il tempo è una risorsa scarsa per tutti, se una persona me lo estirpa, mi manca di rispetto e non mi piace”. Mi sono sentita così avvilita, così ladra di tempo altrui, così poco rispettosa nei confronti di chiunque mi abbia aspettata, che quanto meno sto imparando ad avvisare anticipatamente le persone che mi conoscono meno, se non che addirittura ad arrivare puntuale.

 

È così difficile accontentarsi? Fermarsi? Guardare più a fondo quello che ho attorno, invece di crede di conoscerlo, e continuare a guardare altrove?

 

Il mio corpo si è fatto sentire, per dirmi di abbassare i giri del motore, chiedendo un po’ di tranquillità e la mia mente ha iniziato a sentire la necessità di punti fermi, di orari, di abitudini.

Che parola spaventosa eh?
Io che ho sempre pensato alle abitudini come a qualcosa di statico, triste e riservato a chi si accontenta, ora ne vorrei di più.

Non parlo di quelle abitudini a cui non ho mai rinunciato, le belle abitudini come il latte e cereali, la messa della domenica e Santa almeno a ferragosto, ma parlo di quelle quotidiane, settimanali, quelle che in questo momento associo alla stabilità ed alla calma interiore. Una routine d’igiene femminile, latte detergente, tonico, creme. Fare i dolci la domenica, mangiare pizza il venerdì, un hamburger al sabato… ci sono stati anni in cui avevo tante di queste abitudini e non saprei dire se stessi meglio o peggio, ero sicuramente felice, mi ricordo felice sempre dal primo anno di università ad oggi almeno, però ero sicuramente in salute, con un fisico pazzesco che rifletteva la tranquillità interiore.

 

Parliamoci chiaro, non voglio comprare un gatto, lavorare in azienda e smettere di viaggiare, questa non sono io e mai lo sarò, ma tra l’essere una nomade vagabonda che cambia casa ogni 2 giorni ed avere quanto meno una casa c’è quello step, quel gradino che ho proprio voglia di fare adesso. Non in un adesso immediato, ma in un futuro estremamente prossimo, diciamo al mio rientro. Per questo ho avuto voglia di tornare a casa: per mettere ordine, fuori, nella mia vita e dentro di me, per ricominciare con onestà intellettuale e consapevolezza a vivere, da umana, da donna, da Doralice. Senza sensi di colpa, freni, senza vergogna, concedendomi alle paure ed ai giorni grigi, come a tutti gli altri. Concedendomi ai miei 22 anni, come Thoureau al bosco, con 24 dollari, un po’ di libri, tanto da imparare e nemmeno un attimo da sprecare.

 

Ho sofferto, un po’, per una giusta causa: rinascere ancora. E va bene così.

 

Grazie a quel professore, che spero sia ancora un mio lettore e possa essere oggi un po’ fiero di me, un po’ di più.

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