Un volto, un bagno di merda, una responsabilità

Ad Aurelia Bienko

La strada verso quella che potrebbe essere una delle esperienze più toccanti della vita è immersa nel bosco, puntinata da case enormi e scure. Il Van che mi ci sta portando è il cavallo di Troia su cui ho puntato, non c’è una persona che parli inglese però il nome impronunciabile sul cofano era proprio quello del paese in cui c’è il campo, ho fatto vedere il biglietto all’autista e mi ha dato l’ok in qualche modo, ho chiesto conferma ad un ragazzo dicendo solo “Auschwitz?” E anche lui sembra aver confermato. Ho fatto colazione perché non so bene a che ora riuscirò a tornare, ma è tutto bloccato lì in mezzo. Ansia preventiva? Coscienza di ciò che mi aspetta? Spero che scenda in quest’oretta, non vorrei dover vomitare durante la visita guidata. Mi sono preoccupata del poter avere fame, lì, dove l’unico che mangiava era il freddo. Si cibava di carne umana, insieme a qualche soldato annebbiato, a qualche generale abbagliato. Non pensò proprio che avrò fame. No.
È lunedì, normalmente a quest’ora sono in metro in direzione ufficio, quasi arrivata o in estremo ritardo. “Normalmente”. L’ho scritto davvero? Ho una routine? Da qualche mese si. Da febbraio. Motivo per cui non ho più trovato troppo tempo per dedicarmi alla scrittura, se non di poche righe riservandola ai post di Instagram. Oppure di molte righe, riservandola alle mie note dell’iPhone, senza divulgare, ma senza dilungarmi nemmeno. Eppure, fuori da questa routine che non mi appartiene, c’è la vita. E sto andando a farne una scorpacciata. Apro le braccia e cammino a passo svelto per cercare di prendere un Van che mi porti sotto una bella valanga di merda per ricordarmi quanto è bello l’odore del mare alle 6 di mattina, quando si mischia con quello di focaccia e di brioches. Per ricordarmi quanto è bello l’odore di Prato bagnato, appena tagliato, il cinguettio degli uccellini all’alba, il letto di casa, poter scegliere, poter addirittura tornare sui propri passi e cambiare le proprie scelte, poterle prendere in totale autonomia. Per ricordarmi quanto è bello avere più di vent’anni, ma molti meno di trenta ed essere qui, ora, 80 anni dopo, a poter imparare dagli orrori degli altri chi non voglio assolutamente essere e cosa non dobbiamo assolutamente ripetere. Per ricordarmi che sono viva e non ho nessun merito per questo, ma certamente ho il dovere di rispettare questo dopo e santificarlo con un sorriso per me e per gli altri. Perché siamo troppo fortunati spossiamo fare la differenza.

La foresta è finita, il bambino accanto s me si è addormentato sulle gambe della mamma però con una mano in aria, controllo maps, che qui ci fidiamo del mio non polacco, ma fino ad un certo punto.

Tarella, il nostro chofer, mentre il cielo diventa azzurro di nuovo. Pensavo che l’azzurro non sarebbe stato veritiero, non mi avrebbe calato nel giusto mood, ma solo perché le immagini più evocative e ridondanti che abbiamo visto avevano la neve, il freddo ed erano in bianco e nero, però ci saranno stati dei giorni di sole, il cielo non rievocava sempre gli Stati d’animo dei presenti incupendosi, a volte sarà stato azzurro come oggi e forse quelle erano le giornate che fregavano di più. Quando nemmeno la meteoropatia poteva incidere sull’umore, quando purtroppo il sole non bastava, anzi, era il preludio di odori fortissimi di sudore e vestiti appiccicosi, proliferassi di più malattie, aria pesante e poche energie. Va bene anche il sole, non c’è un clima migliore o peggiore per andare a sotterrarsi sotto la merda.

Cerco di fissare queste immagini, perché rimangano nei miei ricordi, ferme ed indelebili. Le foto, la mano di quel fratellino che stringe quella piccola del minore, appena scesi dal treno. I vestiti, le scarpine che sembrano le piccole superga da spiaggia che avevo da piccola, sporche di terra, come se il terreno fosse bagnato e si fossero impregnate. Immagino i piedini usciti da quelle scarpe, striati di terra, ma bianchi dove c’era la stoffa. Una salopette, che sembra quella di un bambolotto. Capelli. Capelli. Capelli. Pietre, scatole, utensili da camera a gas. E poi ancora capelli. Una luce strana mi dà modo di riflettermi nel vetro, di profilo vedo i miei, lunghi, biondi e poi sullo sfondo qualcosa di simile a paglia, a capelli della nonna, crespi, invecchiati, ammucchiati, scuri, chiari. Guardo fuori dalle finestre, il sole è diventato più forte e non posso fare a meno di pensare a quanti sguardi di speranza ha ricevuto questo cielo, questo scorcio color mattone, questa finestra. Faccio il segno della croce scavanti a qualcosa che mi sembra più significativo. Osservo i movimenti delle macchine fotografiche altrui, quello che scelgono e selezionano, alcune cose di cui non vorrei nemmeno una foto in galleria, figuriamoci stampata. Su questo suolo, dove cammino, qualcuno strisciava, moriva, ansimava, mangiava, per un attimo sorrideva. Qui, con quelle scarpe ancora ai piedi, quei capelli ancora in testa, quei vestiti ancora indosso, quelle valigie ancora in mano, quegli spazzolini. Ve la immaginate la mamma che rimproverava i bambini perché non coprivano le setole dello spazzolino con il cappuccio?”- scelta meticolosa di quali creme portare, di cosa fosse necessario nella nuova vita che li attendeva. Le valigie dei ragazzi venezuelani al confine con l’Ecuador erano molto più grandi, le unghie delle ragazze più curate, però la selezione dev’esser stata la stessa, inconsapevole del quando tornerò, del se tornerò.

Bus. Birkenau.
Il cielo è velato, tira vento, vuoto.
Noi pensiamo sempre brutto, ma la realtà è peggio.
A proposito della metafora che avevo in mente prima, della valanga di merda, nel campo di Birkenau, nella parte femminile, inizialmente non c’erano le latrine, ma quando morì una SS i tedeschi si spaventarono e ne costruirono 5 per parte, 12’000 persone ed 1 ora al giorno per poter andare al gabinetto, 5 secondi per ognuna. 90 rubinetti, l’acqua però chissà se usciva. La caccia veniva spalata dagli stessi prigionieri che scendevano 1 metro r mezzo sotto terra e la tiravano fuori ogni giorno. Che schifo? In realtà quando fuori c’era -40, stare immersi nella merda era una delle sensazioni migliori nonché una grande possibilità di salvataggio rispetto al lavoro all’esterno ed al freddo.

La guida che è con noi fa questo lavoro da 8 anni, è qui da 8 anni, tutti i giorni tranne Pasqua, Natale e capodanno, a raccontare questa storia, che non ha senso che riporti, perché tutti pensiamo di conoscerla e se non la conosciamo è ora di farlo, ma comunque non la conosceremo mai abbastanza. Sottolinea e ci ricorda che l’80% delle persone che entravano qui morivano direttamente, senza avere il tempo di provare nessuna fatica, isolazione, speranza. Entravano, venivano smistate e restavano si e no 1 ora all’interno del campo, poi camera a gas, doccia (che non è proprio come mostrano nei film, il gas non esce dalle docce sotto forma di fumo, ma è disperso da piccole pietre che in spazi chiusi con una temperatura creata dal respiro di tante persone, rilasciano i gas nocivi di cui sono impregnate e uccidono), carrello, forno crematorio, fumo, ceneri. E come se non fosse abbastanza cruento questo elenco sterile di fasi della vita di un uomo non ritenuto tale, le ceneri erano usate come concime o sparse per la strada quando nevicava, come sale, come sabbia. “Non erano rispettati da vivi, men che meno da morti”. Ci dice che le parole che usiamo non possono lasciar trasparire la vera identità di quello che provavano i prigionieri. Che il freddo che associamo alla parola freddo non è così tanto freddo e così la fame, la sete, la paura, la speranza. Ma ancora che 
“La memoria è solo questo, qualcosa di dinamico da cui imparare. Vediamo il perché, vediamo cosa sappiamo fare noi, al di fuori di questo filo spinato nella vita quotidiana. Inutile tenere qua dentro quello che abbiamo visto oggi, abbiamo un’arma, torniamo a casa e domandiamoci che futuro vogliamo dare ai nostri figli e nipoti? Tutti i nostri errori li pagherà chi verrà.
Alla morte siamo abituati, non ci fermiamo, vogliamo almeno fermarci sull’odio? Lì si, possiamo. A noi non ce l’hanno tolto il futuro, siamo qui, fermiamoci a pensare, vediamo di non essere noi a toglierlo anch a qualcun altro.”

Qualcuno tira su con il naso, toccato, io per tutto il tempo ho ricacciato le lacrime che affioravano e velavano gli occhi. C’è un odore di chiuso, umido, legno, caldo, una mosca che sbatte ininterrottamente sul vetro, proseguo per un po’ da sola ed è tutto incessantemente uguale. Tutto quello che vedo è stato soggetto ad opere di mantenimento, ma è tutto originale, triste e schematico com’era poco più di 70 anni fa. Lavorano alcuni operai, fotografi, tagliaerba. Sì perché ora c’è l’erba, prima era tutto paludoso e invece ora c’è il prato ed i fiorellini, che se ci fossero stati all’epoca sarebbero sopravvissuti giusto il tempo di un boccone.

Ciondoliamo, affranti, ci sono scolaresche, giovani e meno giovani, camminiamo impietositi, cupi. Qualche neonato piange, qualche bambino fa i capricci, il sole ci insegue. Qui è solo dove dormivano e lavoravano alcuni, altri uscivano dal campo per andare a lavorare, dormivano in basi accanto ai terreni e poi tornavano solo quando non erano più buoni per il lavoro. “Non erano più buoni per il lavoro”, che espressione schifosa. Tornavano qui, a morire. Perché questo era il più grande campo di sterminio, più che altro. 

Il bus che riporta ad Auschwitz parte ogni 10 minuti, ho fatto la foto agli orari, posso prenderlo quando voglio, io. 
Compio questo gesto semplice: esco. Passò attraverso un cancello che interrompe il filo spinato ed esco. Come se fosse la cosa più normale del mondo. Cercherò un bus per tornare verso Cracovia, fare una merenda abbondante o un pranzo tardivo, controllare la home di Instagram, pubblicare queste righe sul blog, prendere un aereo, baciare chi amo, cagare nel mio bagno ogni mattina prima di fare colazione, prendendomi il mio tempo, tutto il tempo che voglio. Tutto il tempo che ho. Torno alla mia vita di tutti i giorni. Io che posso.

A cos’è servito tutto questo? Mi sarei potuta fermare di più? Avrei dovuto concedermi più tempo? Avrei dovuto fare una visita individuale senza la guida? Avrei dovuto piangere? Cosa devo fare con i miei capelli?
Mi posso porre interrogativi inutili e superflui, perché ho il tempo per farlo, perché approfitto del viaggio per scrivere. Loro non avevano questo tempo e quando lo avevano cosa sognavano? Cosa pensavano? Cosa immaginavano quei bambini che trasportavano corpi? Cosa sognavano in 8 su un letto, mentre guardavano il disegno di una scuola sul muro? Cosa speravano?
Non ho mai letto Se questo è un uomo, o Anna Frank, ma non ho mai letto tanti altri libri che potrei leggere, come non ho mai visto Shinder List. Ho studiato la storia, con passione, quando me l’hanno spiegata, ho cercato di guardare, cogliere, apprendere da chi sapeva più di me, ho guardato qualche film e tutto qui. Posso fare di più. Per imparare, ancora, dagli errori degli altri, per ricordare. Per non ripetere, per fare la differenza.

Voglio solo staccare la testa ora.
Pensarci tanto o non pensarci affatto. Non so cosa stia provando, ma so che voglio sapere e far conoscere. 

Salgo sul bus, ce ne sono tantissimi, 15 zloti ed in 1 ora e mezza sarò nuovamente nella civiltà, come ci piaceva dire durante l’on The road in sud America. Eppure di civile non c’è niente, la stessa civiltà che oggi banchetta e fa shopping, è nipote o pronipote o vicina di casa, di chi ordinava o supportava più o meno inconsapevole, questo scempio.
Guardiamoci dunque le spalle da noi stessi. Guardiamoci allo specchio e non dimentichiamo.

Mi lego i capelli e li tengo stretti, saldi a me, come la speranza, che è davvero l’ultima a morire in me, che saremo davvero il cambiamento positivo di questo mondo. Perché abbiamo studiato, perché siamo intransigenti, perché abbiamo visto tanti errori, perché non ci siamo abituati al calore della merda. Perché non è di sollievo. È merda. E nella merda non ci vogliamo stare, come non vogliamo far stare i nostri fratelli, amici, figli e nipoti.

2
442
Add

San Cristobal de las Casas – diario di bordo 9

Ma chi è che ha detto che fa freddo a San Cristobal? Si sta veramente bene in maniche corte. Taxi e siamo sotto casa di Monse, questo paesone è pieno di casette colorate, basse, stradine in pietra in cui passa solo una macchina alla volta, i marciapiedi sono percorsi ad ostacoli, su, giù, rampa. 39a. Eccola!
L’unica cosa certa era vederla arrivare saltellando.
La casa è veramente bella, ma molto fredda, non c’è il riscaldamento qui nelle case, nonostante siano super moderne ed il Wi-Fi vada meglio del nostro a Buenos Aires, ovviamente.
Usciamo velocemente per pranzare perché in casa ci saranno veramente 5 gradi in meno che fuori.
Qui si può pranzare con 60$ (circa 3 euro), una zuppa, un piatto principale ed un acqua al limone. Proviamo tutto, come sempre, povero stomaco.

Un paesino di montagna, con le strade in salita ed in discesa, con una via principale, due piazze, un mercato dell’artigianato, uno alimentare, centinaia di localini uno più bello dell’altro, anche le catene più famose sono inserite in casette tipiche e si mimetizzano con il contorno. Ahhhh. Se non fosse per la mancanza della neve e per i troppi hippie per strada potrebbe anche ricordarmi Cervinia. Sicuramente, finalmente, si sente il Natale.
A tal proposito andiamo ad una posada! Tutto il giro di amici di Monse sono altri ragazzi e ragazze internazionali e non che lavorano per associazioni umanitarie, ed è in una di queste che c’è la posada di questa sera. “Posada” è il nome comune dell’attività di andare di casa in casa, come fecero Maria e Giuseppe prima del Natale e per questo il termine indica anche la festa pre natalizia tra colleghi ed amici, che si accolgono a vicenda nelle case o nei posti di lavoro.

Questa posada non è famigliare, ma di un’associazione che difende i diritti umani delle popolazioni indigene, come quella in cui lavora Monse, ma stasera non c’è distinzione, ponch per tutti e tacos a volontà.
Bello questo mood, bello questo Mexico.

Il giorno dopo è ancora un gironzolare, perché è questo il bello di San Cri, non tanto i monumenti, quanto i movimenti della gente, gli usi. Gli indigeni delle cittadine limitrofe scendono in città a vendere i prodotti del loro lavoro, principalmente tessile e alimentari. Le blusas di Chiapas sono famose ovunque, fresche, di puro cotone e decorate a mano. Le coltivazioni sono le tipiche messicane: mais di tutti i colori, riso, fagioli, platano, spezie, carne e chile. Di tutti questi prodotti è pieno zeppo il mercato, in cui mi scontro con le fragranze, ma soprattutto con i tanti bambini che sono accanto ai genitori anche in mattinata. Chiedono a Monse se vadano a scuola, la risposta è un po’ vaga: alcuni si, altri no. L’impressione è che molti non ci vadano, che aiutino mamma e papà a vendere, che vendano da soli con una cassettina-espositore al collo, nella via principale. Mentre penso che la prima preoccupazione delle mille ONG locali dovrebbe essere istruire i bambini, a quanto sia carino un biondino con cui ho incrociato lo sguardo, a trattenermi dal mettere le mani nei sacchi di legumi come farebbe Amelie, non riesco a togliere gli occhi di dosso ad una giovane che striscia letteralmente per il mercato. Si tira con le braccia, senza alzare la testa, due ciabatte nelle mani, per non tagliarsi ed i pantaloni lunghi, che puliscono il suolo, vuoti. Qualcuno le tocca una spalla, lei capisce, ferma il suo impegnativo cammino, sfila la manina piccola e sporca dalla crocs e la alza al cielo, afferra una moneta piccola piccola e senza nemmeno guardarla riprende il ritmo. Mi si stringe il cuore, il portafoglio, non riesco a non soffrire per lei, eppure andiamo avanti, allunghiamo il passo, Monse vuole farmi vedere le tortillas azzurre. Voi lo sapevate che esiste il mais azzurro? Che colore stupendo e raro da trovare nel piatto. È bastato un attimo ed abbiamo girato l’angolo, lasciando indietro i bambini, l’umanità strisciante e la tristezza, i pensieri profondi e quelli frivoli. Come siamo volatili.
Cerchiamo un hamburgeria che ci hanno consigliato, dove giustamente sono finiti gli hamburger ed è già ora di rimettersi in viaggio, di lasciare il freddo e le luci natalizie, che per un attimo mi hanno ricordato che si avvicina il Natale. Saliamo sul bus ed inizia una nuova avventura, mentre quella ragazza magari sta ancora consumando le ciabatte con le mani, o sarà in qualche angolino a lottare con il freddo.
È difficile lasciar andare, guardare oltre, passare sopra. Monse sa che non ce la può fare, ha deciso che non seguirà i suoi studi, che questo mondo ha bisogno di lei, che questi indigeni vanno aiutati, magari tornerà in Germania a lavorare qualche mese per poi vivere come un pasha a sancri, dove l’affitto mensile le costa 90€, perché lei si tratta bene, altrimenti potrebbe costare pure meno, e un pranzo costa Massimo 3€. È sostenibile, è altruista, le fa onore, ma resta il fatto che…
Siamo troppo fortunati.

 

1
617
Add

Laguna Bacalar – diario di bordo 8

Non era in programma, ma ci hanno convinte. Dopo una serata fin troppo lunga al Coco Bongo, dopo 6 mesi che non mettevo piede in una discoteca, con 4 ore di sonno, carichiamo 6 messicane, 1 svedese, 1 polacca e ci avviamo verso Bacalar. Mi addormento secca finché non crepo dal caldo e mi rendo conto che tutto il van sta facendo colazione. Apro lo sportello e sono investita da un forte profumo di pesce. Sono le 11 di mattina, la colazione è a base di pesce, cipolle, pesce, peperoni, piccante. Abbiamo i biscottini ai mille cereali nella borsa, ma bando alle ciance, o si fanno le cose bene o non si fanno. E allora via di pesce, cazzo se è buono! Non pranzerò, ma poco importa, la laguna ci aspetta, azzurra e cristallina come poche acque che ho avuto sotto ai miei occhi.
Una distesa enorme di sabbia chiara, solo qualche metro di profondità, finché il colore non si fa più scuro, più intenso e si sprofonda in uno dei vari Cenotes, fino a 90 metri sotto il livello della riva. 90 sono abbastanza per tuffarsi con corde, trampolini, dal tetto di un ristorante abusivo a forma di nave o semplicemente dai rami degli alberi. In silenzio, senza calpestare rocce e natura, arriviamo fino alle altalene in mezzo all’acqua. Non c’è nessun rumore molesto, non si sentono motori, non c’è la musica alta, nessuno grida, il sole non abbronza più, scende lieve dietro di me, dietro a questi due musicisti di Los Angeles che stasera suoneranno nel forte della città. La pace.

Non faremo in tempo a sentire i due musicisti perché dopo aver salutato tutto il Van, gironzolando alla ricerca di un ristorantino economico e tipico, mi cade l’occhio su un furgoncino, sul parabrezza spicca chiara la scritta “Un paraguayano rodando el mundo”. Fermi tutti, qui devo vederci chiaro.
Vicino al portellone c’è Carlos, un nonnino che due anni fa, senza nessuna dama che lo seguisse, ha deciso di vendere un camper che non sarebbe stato abbastanza compatto per tutti i km che aveva intenzione di fare, è andato in pensione, da Asuncion è sceso fino alla punta estrema dell’Ushuaia e da lì è risalito. Alla scoperta dell’America Latina, della natura più sperduta, delle persone, della fame, dell’ingegno, delle priorità, dell’umiltà. Non è mai troppo tardi per imparare no?
Questo mio viaggio ha due grandi falle, mi fa notare: il tempo ed il budget. Quando l’orologio gira ci stressiamo, ci lasciamo prendere, corriamo. Quando abbiamo un budget viviamo in funzione di quel limite, di quel tetto massimo, invece di trovare le priorità, d’inventarci come modificarlo in base alle nostre esigenze, alle esigenze del luogo in cui ci troviamo. Carlos ha iniziato a fare braccialetti in macrame, ha stampato degli adesivi, ha personalizzato delle casaettine di fiammiferi e li vende, accetta offerte. Il tempo non esisteva, non ho nemmeno tolto lo zaino da quando ha iniziato a parlarmi, non sentivo il peso, la fame di qualche minuto prima, ero affascinata, incuriosita, un po’ gelosa, un po’ codarda. Spero che questo intreccio di cotone colorato che mi ha legato al polso mi ricordi sempre chi sono, cosa c’è oltre, al di fuori. “Ho vissuto tutta la vita affianco a persone che gioivano per l’arrivo del venerdì e s’intristivano quando tornava il lunedì. Perché aspettare il venerdì? Cosa aspetti a vivere la tua di vita? Non credere che quando questa finisca ce ne sia un’altra, è una scusa, un’illusione, devi prenderti questa”. A pensarci bene lui ha aspettato i 65 anni e la pensione per prendersela, parla per esperienza, perché se tornasse indietro si comporterebbe diversamente? O perché adesso, con queste condizioni, è quello che si sente di consigliare?
La prima cosa che mi ha detto è che nessuno lo accompagna, lasciando trasparire che una compagna d’avventura sarebbe ben accetta, ma “tutti mi fanno i complimenti, mi dicono wow, che bello, ma nessuno si è aggregato”.
Non so perché ripensandoci mi viene in mente solo Angelo, quel rasta che ha tagliato e quanto gli starebbe bene questo furgoncino. Quello che penso è che non sarei pronta però, non adesso, non così e non so se lo sarò mai. Pronta a lasciare tutti. Perché alla fine, anche lui, anela per una compagna di viaggio. Anelo solo al pensiero.

 

5
765
Add

Qual buon vento – Buenos Aires pt.1

Ho appena finito di vedere un film bellissimo, si chiama “The Intern”, “Lo stagista inaspettato” in italiano. 
Vado a dormire con il buon umore, domani è l’ultimo giorno di agosto e ho grandi progetti. 

Voglio che questa esperienza sia diversa, arricchirla e arricchirmi, quindi farò un elenco di propositi mensili, degli obiettivi, dei goal. Siamo ancora giovani, possiamo reinventarci, scoprire, curiosare, provare.
Io inizio da qui. 

Sono andata a lezione di yoga lunedì e hai presente come le fanno vedere nei film? Luci calde, musica da yoga, incenso, a metà tra il sacro ed il profano? Beh è proprio così, è un culto, è un rito, è come una preghiera, però non è sufficiente avere le mani giunte. Per pregare in yoghese devi metterci tutto te stesso, abbandonarti completamente, lasciare veramente fuori dalla porta tutte le preoccupazioni, cercare dentro di te le soluzioni più semplici, prendere contatto con il tuo corpo e con te stesso. 
E poi la meditazione. 
Hai presente quando dicono che solo una persona veramente devota è in grado di galleggiare nell’aria e alzarsi e svolazzare a gambe incrociate? Beh a questo livello non sono arrivata, però la meditazione è stato qualcosa di veramente extra corporeo, un’illuminazione. Il mio corpo era lì, sdraiato in maniera disordinata su quel tappetino, il cuscino sotto al ginocchio, una copertina in pile bianca, una mascherina con i pallini sugli occhi, ma io ero da un’altra parte. Il mio corpo era leggero, morbido, fluido e mi lasciavo trasportare dalla melodia, disarmata. Come quando da bambini ci cantavano la ninna nanna o ci raccontavano una storia, ecco, quello era il livello. E credimi, per raggiungere quella sala di yoga c’è un cavalcavia degno delle peggiori zone di Caracas (poi te lo dirò se fanno veramente così paura i bar di Caracas), nonostante sia abbastanza centrale, le luci calde delle vie di Buenos Aires non sono così rassicuranti. Anzi. Sono il set perfetto di un film horror. Soprattutto perché è facilissimo passare dalle vie delle strade principali, illuminate a giorno, al buio caldo e soffuso.
Beh, dopo quel cavalcavia, più in basso dell’altezza della strada, c’è il numero 40, una porticina e una ragazza gracile con lo smalto nero che, aprendo la porta, la prima volta che ti vede, ti bacia. Si, ok, qui lo fanno tutti, ma lei ci ha messo più amore.
Ecco, insomma, proprio lì dentro, in un posto forse tetro, mi sono sentita al sicuro e disarmata come nella culla della principessa dove io e le mie sorelle siamo cresciute a suon di Fra Martino e racconti di mamma e papà. 

Non sono ancora convinta, probabilmente farò Crossfit due volte a settimana e yoga una sola, come se fosse un premio, un regalo a me stessa. Questo lo pianificherò domani, prima che arrivi settembre.

Tornando al film, basta che tu legga la trama per capire perché mi sia piaciuto. Una cucciola randagia intraprendente, di cuore, indaffarata, nevrotica, amorevole, che impara a fidarsi davvero, sotto l’ala dell’esperienza, della vecchiaia, della calma, ha trovato il suo yoga in De Niro. E cosa non meno importante ha lanciato una start up della madonna (lo devo mettere maiuscolo? In realtà non volevo essere blasfema, solo l’avrei detto così se ti avessi avuto qui davanti. Se ti avessi davanti muoverei anche le mani come una matta, con i palmi aperti, toccando il cruscotto, facendo disegni nell’aria e questo era un inciso ecco).

Buenos Aires è bella, mi ricorda Milano al principio, quando sono arrivata e dovevo imparare ad amarla. In realtà non assomiglia per niente a Milano, è il mio modo di guardarla che mi ricorda gli occhi che mi hanno accompagnata, quelli primavera/estate 2017. 

A proposito di collezioni, oggi sono andata ad un incontro splendido in Università, era una “charla” che qui è un modo molto conviviale di chiamare una conferenza, potrebbe essere l’equivalente di workshop, ma in realtà è un finto workshop come sempre tranne che alle school, però questo è troppo ESNenniano quindi non lo capiresti comunque. Il titolo era “la comunicazione della moda – la trasformazione del linguaggio della moda nella contemporaneità”, c’erano 3 giornaliste che si sono dovute reinventare con l’arrivo di internet, dei blog e poi di Facebook e di Instagram e di tutto quello che uso io insomma. Davano una visione ampia anche sulle nuove posizioni lavorative che sono nate sull’onda del web, tutto molto bello di conseguenza ho pensato che nel secondo semestre potrei cercare uno stage.

Se in Spagna mi aveva dato un grande aiuto a capire cosa non volessi fare nella vita, magari in questo emisfero l’impulso potrebbe essere in direzione opposta!
Ma questo rimane un buon proposito per il prossimo semestre, quindi non mi devo portare troppo avanti, va nel box del lungo termine.

A proposito, oggi sono anche tornata al box. Ovviamente non nel mio bellissimo dietro alla Sogegros di Alessandria, bensì ad uno nuovo porteño, si chiama BIGG ed è molto più metropolitano, ciò nonostante mi ha dato modo di confermare il mio sospetto: un ampio campione di segretarie delle palestre oltre che un dito in culo ha anche un leggero ritardo mentale. 
Sorvolando sul dettaglio, sono abbastanza stanca, anche se non si direbbe dall’orario e ho tutte le parti appuntite del corpo ustionate dallo sfregamento (sono sicura che ci sia una parola che indica gomiti e ginocchia, ma non riesco proprio a ricordarla). Beh non serve nemmeno dirlo, dopo Crossfit mi sento rinata, orgogliosa e fiera di me stessa, soprattutto completando il pomeriggio merendando (perché non esiste anche in italiano questo verbo? Lo voglio importare, è il mio preferito) con una banana. 

Ok, sono sicura che a questo punto, quando domattina leggerai queste righe, inizierai a pensare che stia nuovamente partendo per la tangente (o forse non sono mai stata dritta) però (ok sicuramente sono sempre stata un po’ stranina) in realtà ho solo voglia di riassettare tutto, di raddrizzare un po’ questa tangente e guardare, a porta spalancata, non dallo spioncino, il mondo e me stessa al suo interno.

In realtà avrei voluto anche parlarti del fatto che qui girano veramente tante droghe, di qualsiasi tipo e sai che c’è? Che non ho più voglia nemmeno di motivare il perché non bevo, di rispondere alla solita cantilena “Ma davvero?” “Ma perché non ti piace o…?” “Ah quindi sei astemia?” “Ma hai mai provato?” “Nemmeno la birra?” sorrido, “scelte” e giro i tacchi. Non mi piacciono quegli occhi da scienziati che osservano un topo in gabbia, io non sono in gabbia, saranno le vostre le gabbie a forma di bottiglia! A me fa cagare anche la coca cola, non mi sforzerò di certo per farmi piacere qualche intruglio schifoso di quelli lì che ti servono in discoteca. Perché poi? Va bene così. Se sono presa male sto a casa, se non mi diverto me ne vado, se sono stanca bevo un te, se ho paura sudo freddo, se non ho il coraggio di fare qualcosa stringo i denti. A me va bene così. Mi piace sentire tutte le emozioni, vive, ustionanti, sulla pelle, nella testa, fino al cuore.

Dovrei aggiungere qualche dettaglio sulle persone che ho deciso di frequentare, su quelle che invece saluto dopo cinque minuti e su quelle che mi hanno già accolta nel loro mondo. Vorrei anche dirti alcune cose sulle associazioni e su un volontariato diverso da quello al quale sono abituata, ma devo ancora approfondire l’argomento, quindi per ora mi fermo. Lo appunto, così me lo ricordo al prossimo giro.

Credo che ad aggiornamenti per oggi siamo a buon punto. Avevo bisogno di svuotarmi un po’ e lo yoga non era forse sufficiente, non fa rumore e io sono una casinista. 
Ma mi placherò un pochino, sarà nei propositi che stilerò domani, ti aggiorno!

2
120
Add

110 volte grazie

Era il 2013, avevo 17 anni e vivevo ancora con la mia famiglia, dopo mesi d’indecisione, alla fine, scelsi economia. Facendolo decisi di non trasformare la mia passione per la scrittura in un lavoro, all’epoca non sapevo che avrei tranquillamente potuto unire l’utile al dilettevole, che non si possono sopprimere così facilmente le proprie attitudini e che i talenti vanno coltivati, non accantonati. Nella foto del tesserino sembravo un ragazzino pelato, ma avevo la mia matricola, grandi aspettative per gli anni a venire ed un sorriso smagliante. A distanza di tre anni è cambiato tutto, tranne quel sorriso.
Pochi mesi dopo la mia iscrizione divenni maggiorenne, andai a vivere da sola (o meglio, con un pizzaiolo ed un biondino ribelle), cambiai città, iniziai a coltivare nuove amicizie, nuovi amori, a respirare un’aria diversa. Tra lavoro e vacanze, il secondo anno, cambiai appartamento: finii a convivere con una Siculo-Pugliese, un ragazzo siciliano ed uno valdostano, Alessandria era ormai casa mia, la piccionaia il mio parco giochi e la curiosità mi fece prendere una scelta inaspettata: “mamma, l’anno prossimo vado a Siviglia, ho vinto la borsa di studio Erasmus!”. Era già uno spettacolo, ma volevo di più.
Il mio ultimo anno di triennale l’ho vissuto a Siviglia, tra il profumo dell’oceano ed i colori dei tramonti che si riflettevano nel Guadalquivir, ingrassando, nutrendomi di cultura andalusa e storie dal mondo. Sono partita piena di entusiasmo, voglia di conoscere, di scoprire, con alcune aspettative e nessuna certezza, tranne che avrei dovuto imparare lo spagnolo. Sono tornata 10 mesi dopo con il triplo dell’entusiasmo, un C2 di spagnolo, una me più vera, umile e rispettosa, ricca di esperienze ed il mondo in mano.
Oggi di anni ne ho 20 e mi laureo.
Come quando ne avevo 17 non so di preciso farò nella mia vita, ma adesso so cosa non farò, cosa non abbandonerò, chi sono e quanto valgo.
Oggi, finalmente, so che posso unire la scrittura all’economia, al marketing, che non devo rinunciare a nulla e lo so anche grazie a questa tesi. Oggi, finalmente, so che il mondo è un fazzoletto, che le distanze sono relative e si misurano in forza di volontà e prezzi dei voli.
Oggi, finalmente, so che le amicizie vere vivono in eterno, che non hanno tutte lo stesso colore, che non parlano tutte la stessa lingua, che hanno culture e background differenti, ma che hanno bisogno solo di un sorriso per nascere.
Oggi, finalmente, so che il tempo va santificato, che saremmo troppo irrispettosi verso chi ci ha regalato la vita se passassimo anche un solo giorno senza essere felici.
Oggi, finalmente, ho l’occasione di ringraziare chi la vita me l’ha data e mi ha dato anche la possibilità di viverla nel miglior modo possibile: mamma e papà, che una volta erano una cosa sola, oggi sono una lotta continua, ma restano due stelle polari, due punti fermi, due certezze, due ancore.
Oggi, finalmente, ho l’occasione di ringraziare una persona che dal primo giorno in cui sono nata ha creduto in me più che in chiunque altro ed in me ha riposto ogni preferenza, il mio angelo custode, la mia nonna Gianna.
Oggi, finalmente, posso ringraziare le mie sorelle, Fiorelisa ed Arabella, sangue del mio sangue, quel porto sicuro nel quale troveremo sempre riparo, si chiama fratellanza ed ha la forma di una casetta, anzi, di tre.
Oggi, finalmente posso ringraziare i miei nonni che non ci sono più, che hanno lasciato questa terra con un sorriso, solo perché il loro gomitolo colorato era finito, ma che hanno dato il massimo per i loro figli, talmente tanto che l’eco è arrivato fino all’orecchio di noi nipoti e ne facciamo tesoro.
Oggi, finalmente, posso ringraziare tutte quelle persone che ho scelto, che il destino mi ha fatto incontrare e che ho deciso di abbracciare e tenere strette, anche solo per un momento, anche solo per un periodo, di questi tre anni in particolare e che mi hanno insegnato qualcosa, di me, di loro e della vita.
Grazie quindi al Team Piccionaia, un clan insostituibile, in particolare a Lucia, alla sua onestà ed amicizia vera, ad Alice, alla sua testa dura che nasconde benissimo un cuore grande, a Luca, perché è stato la mia famiglia e darebbe la vita per me, a Luza, perché ha saputo apprezzare anche e soprattutto l’ultima me, la più vera. Grazie a Marco, fuori da ogni team universitario, ma dentro ad uno più importante: il nostro, su una lunghezza d’onda tutta packaging e start up.
Grazie a chi ha toccato la mia vita a Siviglia, tutti, in un modo o nell’altro, l’avete cambiata, grazie soprattutto a chi continuerà a farlo. Grazie a Monse, compagna d’avventure e amica vera, dal primo sguardo, a Pedro, un coinquilino diventato fratello, ad Eduardo, che mi ha insegnato che l’amore non ha sesso, a Carlo, che mi ha regalato tutto ciò che c’è oltre la copertina, a Valentina, al suo sorriso sempre connesso con il mio, a Federica, perché è arrivata per restare, a Ilenia, perché mi ricorda ogni giorno quanto faccio bene a credere nell’umanità, a Eugenia, che sa cosa significhi essere lieti, a Francesca, ai nostri viaggi, senza dubbi, a Gabriele, per tutto il cuore che abbiamo lasciato su quel molo, ad Angelo, che mi ha mostrato come sarà il futuro, a Mariana, a Valentina, a Sylvian, a Giovanni, a Ramiro, a Filippo, a Francesco, a Sara, a Roberta, a Dario. E a Giulio, aun que inesperado, che non mi mancherà mai più di quanto sarò felice nel rivederlo, che ha condiviso con me gioie e dolori dell’ultimo mese d’Erasmus e dopo ancora, che ha sopportato tutta l’ansia, l’emozione e l’entusiasmo che ha preceduto e seguirà questa tesi.
Grazie ai Fenomeni, in particolare a Gianna, che è e resterà un fratello, oltre tutte le promesse, oltre tutti, a Lorenzo, alla sua maturità, alla nostra tenacia ed al suo appoggio, alla Puglia.
Grazie alle mie compagne del liceo, a quelle che sono rimaste, a quelle che il tempo ha solo migliorato, senza cambiarle più di tanto, a Francesca, fedele sorella e compagna di tutto, a Elena, alla sua grinta ed alla sua corazza, ormai esplorata, ad Agnese, inguaribile matta, a Beatrice, sempre, dopo tutto, a Filippo, piccolo, grande uomo e amico, a Margherita e Chiara, da quando eravamo mocciose.
Grazie a “Quelli della Valla”, da tutta la vita e per tutta la vita, in particolare a Elena, Lorenzo, Ciotti, Simone, Martina, Stefano e Carlo, amici senza tempo. A Nicola, il mio salvavita. A Mirko, perché se non fosse per quella piattaforma, forse, fino a qui, non ci sarei nemmeno arrivata.
Grazie a Simone, perché non sarei la persona che sono oggi, e questa tesi non sarebbe giustificata, se non avessi condiviso con lui l’ultimo anno del mio liceo, se non fosse stato la mia squadra, se non ci fosse stato Stay O’ Party, la Junior, se non avessi sbagliato.
Grazie a Lorenzo, al mio migliore amico, alle nostre cene, ad un’amicizia infinita e pura. All’Amicizia. A Luigi.
Grazie a Michele, perché c’è sempre stato, anche quando ero a 2000km da casa, costantemente, più di tutti, perché mi ha aspettata, abbracciata e mai lasciata andare.
Grazie a Lucas, perché nel bene e nel male è cresciuto con me. Grazie a Noemy, amica a distanza, ma sempre più vicina di tantissime altre.
Grazie a Beatrice, piccola Dolly e già grande donna.
Grazie ad Alessandria, grazie a Siviglia, grazie a Casale, grazie a Santa Margherita, grazie a Bon Iver, grazie a Bianco.
Grazie a chi ha sempre creduto in me, grazie al mio relatore, Leonardo Falduto, che è tra queste persone, non solo un professore, ma un grande esempio di vita, di professionalità e di umanità.
Grazie a Marco Novarese, punto di riferimento per tutti noi, senza di lui l’università non avrebbe avuto lo stesso sapore.
Grazie a quelle persone che hanno incrociato la loro vita con la mia, solo per qualche ora, ma abbastanza per lasciare un’impronta indelebile nel mio cuore e nel passaporto. Grazie quindi a quel magazzino d’arte in Camden Town, a Faizail. Grazie al buon Fabio, alle vie buie di Tangeri, al Marocco.
Grazie a chi mi ha spalleggiata, a chi mi ha ammirata, incoraggiata e motivata. Grazie a chi ha cercato di umiliarmi, di abbattermi, d’intralciare il mio percorso, di rallentarmi, di demoralizzarmi, grazie perché non ce l’ha fatta e mi ha dato un’occasione in più per dimostrare a me stessa ed a chi invece mi vuole bene, quanto valgo.

Grazie a questi tre anni, sarò lieta e sarò grata nell’avere quello che la vita mi riserverà dopo questa tesi.

144
Add

Cuaderno de viaje – Ultimo día – se acabó lo que nunca se acabará

Mi sto asciugando le lacrime nella bandiera quando improvvisamente la pubblicità di Spotify interrompe il pianto… è in italiano e cado. Cado su me stessa, cado su queste voci nuove, cado in questo mondo vecchio.
Ho paura di addormentarmi e di svegliarmi qui, nel letto di casa mia, quel letto che mi ha accompagnata dalle medie, per tutti gli anni del liceo, questo letto che non è più così tanto mio. Ho paura perché significherà che il sogno è davvero finito. E non si torna indietro.
Fermate tutto, dove sono le coperte sbiadite? Dov’è il cuscino stretto e lungo? Dov’è il mio terrazzo? Dove sono le luci fuori dalla mia finestra? Dov’è Pedro? Dov’è Edu? Dov’è Robi? 
Se grido non mi risponde nessuno. 
Ora lo so Gabri, lo so cosa dobbiamo rispondere quando ci chiedono di dove siamo: siamo di dove abbiamo voglia di svegliarci. 
Apro facebook e lo richiudo. Voglio vedere, ma non voglio sapere. C’è chi è partito ancora prima di me che sta riprendendo in mano la vita precedente, feste di bentornato, chi è ancora là, nel limbo, nell’attesa, guardando partire gli altri, soffrendo forse ancora di più di chi è a casa. 
Siviglia è magica, con la pioggia o con il sole, di notte e di giorno, d’estate e d’inverno, però la mia Siviglia siamo noi. Noi tutti. Dai miei migliori amici, alla compagnia, alle persone di contorno, con le quali avresti voluto approfondire, le avevi lì, ad un passo, le hai avute magari per un anno, ma non si può avere tutto, non c’è tempo.
Tempo.
Lo so, chi è partito nel secondo semestre vorrebbe tirarmi un ceffone, io che di tempo ne ho avuto il doppio, ma anche il triplo non sarebbe mai abbastanza. Come si fa a dire addio serenamente a questa classe di felicità?
Non è un addio, è un arrivederci, con le persone, con alcune almeno… però è un addio con questa Siviglia, Sevilla Erasmus 2015/2016. 
La Torre dell’Oro si fermerà lì, a guardare dall’alto altri ragazzi, ad accoglierli, a spiare nuovi amori, a nascondere botellon, ad asciugare lacrime.
Hoyo19, Casino, ma anche Bilindo, Libano, Uthopia, non si muoveranno, continueranno a regalare serate indimenticabili, a far incazzare i fautori del “facciamo qualcos’altro?” “ma un po’ di rock?” “andiamo all’Alameda!” eppure torneranno lì, anche solo un salto, anche solo un’oretta, perché è così: casa è dove c’è chi ti scalda il cuore. E allora tanto vale.
Nemmeno Plaza d España si sposterà, continuerà ad accogliere le visite inaspettate ed illegali di qualche ragazzo coraggioso e folle. Statuaria, immensa, tuffandosi nei loro cuori con leggerezza e lasciandoli sussultare sempre anche solo immaginando quella grandezza, quella vastità, che ci frega, quella fortuna.
E poi la Giralda, la Cattedrale, Plaza Nueva, l’Alfa Alfa, il Parasol, calle Feria, l’Alameda, il parque del Alamillo, Duo Tapas, 100 montaditos, la UPO, il rectorado, l’Alfonso XIII, gli aranci, il ponte di Triana, Calle Rosario Vega, la mia camera…
Tutto resterà immobile, cambieranno i sensi di marcia, cambieranno i piedi che la calpesteranno, mentre lei resterà lì a prostituirsi a tutti, a far godere generazioni di Erasmus con gli occhi a cuoricino.
Non è stato nemmeno poi così emozionante farsi il bidè di nuovo, alla fine mi manca anche lo squat nella doccia.
Sono passati due giorni ormai da quando sono tornata, la voce inizia a spargersi e adesso sono io qui, dall’altra parte, ad aspettare una chiamata su Skype, a stare in disparte, a cercare di non dare fastidio, di non mettere il dito nella piaga.
E’ strano, ovattato, m’immaginavo nella mia bolla e qui sono, seduta sul mio divano, davanti al mio specchio, nella casa dove sono cresciuta, ospite.
In camera mia è pieno di pezzi di altre case, ormai di mio sono rimasti solo i vestiti nell’armadio, nemmeno tutti, perché le valigie ancora non le ho svuotate. Sono tornata e mi sono buttata a capofitto sull’università, studiando fino a tardi, pensando poco, respirando tanto.
E poi arriva lui.
Ore 2.00 di mattina, dopo una serata passata a ricordare, davanti ad una coppa gelato più grande di me, arriva lui in boxer, calzettoni e grembiulino. Un panettiere sconosciuto in quel di Acqui che impasta qualcosa che sembra una pizza. L’odore si sente da fuori, ma non è pizza. E’ odore i pane, di brioches, di panetteria. Mi fermo e chiudo gli occhi. Sì, questo mi è mancato. E’ un momento magico, mi riprendo un pezzo di me, mi lascio inebriare da questo profumo e da tutto ciò che si porta dietro. E’ bello essere a casa.
Avevo programmato di tornare ad inizio giugno, per potermi laureare, ma alla fine avevo lasciato che prevalesse la voglia di vivermi ancora un mese d’Erasmus e nonostante i mille dubbi, non me ne sono mai pentita, era la cosa giusta da fare, ci avrei perso troppo rispetto a quello che avrei guadagnato. Ed invece la vita è imprevedibile e pare che il karma avesse qualche debito con me… 
Davvero posso laurearmi a luglio?
Davvero ho vissuto l’anno più spettacolare della mia vita, torno ed ho ancora la possibilità di laurearmi?
Ma come ho fatto a meritarmi tutto questo?
Un bagno freddo nella realtà, bisogna rimettersi in marcia, esami, tesi, corri Doralice, corri.
Ci ho messo dieci mesi per imparare ad apprezzare chi si piazza in mezzo alle scale mobili ed ora devo riprendere a correre?
Fermi tutti.
Una cosa alla volta.
Tutto andrà bene.
Siviglia mi manca, ogni mattina quando mi sveglio e non vivo in Calle Rosario Vega 4 è un gradino in più verso la realtà ed uno in meno verso il sogno. Forse aveva proprio ragione Mari, alla fine era un sogno e con quell’atterraggio brusco Ryanair ci ha fatte svegliare, di soprassalto, affannate,  con le lacrime agli occhi. Chissà se raccontandolo ci crederanno, dobbiamo assolutamente stampare le foto sennò ci dimentichiamo qualche dettagli, aspetta però… non eravamo soli.
E’ qui il trucco, è qui la magia, è tutta qui la differenza tra un sogno ed una vita.
Non eravamo soli.
E ripenso al receptionist dell’Oasis “Hola, tienes reserva?”, penso a calle San Clemente, a Matteino che mi fa vedere casa sua, come sarebbe andata se avessi vissuto lì? Dopo sarebbe arrivato anche Valerio, che figata! Penso a Nico con la maglietta del pagliaccio, a Fra con il vestito colorato, alla fermata della metro di puerta Jerez, i primi. Penso a quel biglietto giallo con il numero di Pepe, a Cristina che mi fa vedere l’edificio, a Pedro nel salotto, con la chitarra “è questa, è casa mia”. Penso alla prima volta che sono uscita con Pedro, rubando involontariamente lo scotch alla Fnac, con la sua felpina rossa dalle tasche grandi, non capivo nulla di spagnolo eppure c’intendevamo alla perfezione. Penso ai post-it su qualsiasi oggetto della casa, che una volta erano arancioni, mentre adesso sono bianchi. Penso al primo tramonto dalla finestra della mia cucina, dietro a Triana, dolce, sui tetti rossi, dietro le colline di Tomares. Ed il primo giorno alla UPO, Federica e Davide stanchi morti sulla metro, Adrian che m’insegna il verbo essere e la cultura della tostada a 90 centesimi in caffetteria. Chi l’avrebbe mai saputo che in quella caffetteria avrei portato addirittura la mia bandiera da firmare, che ci avremmo fatto colazione tutti i giorni, dopo il corso, che si sarebbe rubata una delle tradizioni più dolci del primo semestre della nostra vita. Penso al mio Buddy, JuanCa, austero a descrivere ESN  a parole, come se le parole bastassero, che ne sapevo, dietro a quella scrivania, che sarebbe diventato una delle pietre miliari di quest’esperienza. Come Lucas, come Roberto, come Simon. Penso a quella prima sera a Torre del Oro, con il vestito nero lungo e le all star, a Federico che arriva solo, incamiciato, con il suo zainetto “no guarda questo è il mio secondo Erasmus, quest’anno starò più calmo, studio e tesi” che ridicolo che sei stato. Penso a quel coglione sorridente che mi presenta Nico, “ti presento un fenomeno” “piacere, Giulio” “Doralice”. Cazzo c’ha da ridere. Chi l’avrebbe mai detto. Penso a quel chitarrista ai piedi della cattedrale, che tanto piaceva a Fede. Penso a Leonardo al supermercato, a cosa sarebbe cambiato se non gli avessi chiesto “sei italiano vero?” e se non mi avesse proposto di cenare con lui, Mattia, Claudia, Simone e Vanessa. Penso al FaceTime con Simone, pezzi di storia. Penso a quella prima cena da Nazca, al mio imprinting con Monse, al pub irlandese in cui siamo andati dopo, secondo piano, scuro, a raccontarci aneddoti strani della nostra vita, c’era anche Laura quella volta. Penso alle cene internazionali, a quando sono diventate una tradizioni, a Julie, a Raissa, Klara, alla prima volta che Leo ha portato Tina “è una mia compagna, non è bellissima?”. E poi Lisbona, Giovanni il muto, la colazione a sorpresa per il compleanno, la gamba dei selfie, la pioggia, Sintra di notte, perdersi nei mercatini dell’usato, conoscere un amico argentino che Leo aveva conosciuto a Bologna, che stava facendo un altro Erasmus a Lisbona, che si chiama Gaston e fa video, come Gaston videomaking di Alessandria, scrivere solo G su Facebook e scoprire che sua nonna italiana è la migliore amica della nonna di Giorgia. Ridere di gusto, per quanto sia piccolo il mondo. 
E quella sera, al tandem, c’era una ragazza riccia, carinissima, con le sue 2 compari, si chiama Eugenia, cazzo se parla già bene, ah beh studia lingue… chi l’avrebbe mai detto che da quei boccoli sarebbe nata un’amicizia così grande. Propongo di andare a mangiare un boccone tutti assieme, è il primo “sì” dei mille che arriveranno da Eugi, anche Lucio ed Antonio si aggregano, le orazioni di Lucio sull’efficienza di Erasmus Club, Antonio ed i suoi piani precisi sull’università. E poi Granada, Lucio in ritardo, la futura miss Erasmus pure, Hannah che mi racconta in che lingua sogna, lei che parla italiano ed inglese madrelingua, quello spettacolo dell’Alhambra, godermela litigando con Lucas, benedetta quella litigata, dalla quale nacque una grande ammirazione reciproca. Belle le persone che non te le mandano a dire. 
E poi c’era la Juve, ad Alessandro era arrivato il pacco con il cibo, lo stesso giorno che a me arrivava una busta con il biglietto della mia Juve, ovviamente settore ospiti. Llorente, non esulta, ci vuole bene. Però non insultateli sti Sivigliani, sono brava gente, “hey, tu sei l’avvocato di Ale?”, perdiamo, ma l’inno del Sevilla mi ha emozionata così tanto che torno a casa con una sciarpa ed una vittoria personale.
Ed in un batter d’occhio arriva mia mamma, Arabella, che spettacolo condurre una vita Erasmus e poter andare a pranzo a casa dalla mamma, sembrava che non mancasse nulla a quel momento. Poi però dall’Italia parlano di un attentato, la tv spagnola non dice ancora niente, ansa.it sì, eccolo. Parigi. Il panico.
Crescere in paese ti mantiene lontano da questa classe di paure, ma quella sera, per la prima volta, sentendo il rumore di fuochi d’artificio, ci siamo affacciati tutti sul balcone ed abbiamo avuto paura.
Penso alla pelle d’oca, davanti al consolato francese, con tutti quei ragazzi che da un momento all’altro iniziano ad intonare l’inno. Non un eterno riposo, non una preghiera, non una canzone qualsiasi, La Marsigliese. “Voiture!”. Julie con gli occhi lucidi ce lo traduce, è una chiamata alle armi, che curioso che unisca così tanto qualcosa che incita all’attacco, che curioso questo patriottismo.
Ma il panico non può avere la meglio e due giorni dopo siamo già su un traghetto in direzione Marocco. E chi ci ferma a noi? La polizia alla frontiera, chi non ha il passaporto torna indietro. Charlie aveva già cambiato foto profilo, aveva già la GoPro al petto. Che fregatura. Chissà se avessi conosciuto Federica quella settimana, come sarebbe andata. Invece ho conosciuto Valentina ed abbiamo fatto subito squadra, mentre insegnava le parolacce a Tristan, mentre dormiva in autobus. Ed anche Alice, Laura, un ragazzo che parla a bassa voce, sorride a mille denti e si sdraia per terra per fotografare il mondo: Giovanni. Se chiudo gli occhi sto ancora cercando la prospettiva migliore per guardare il tramonto su Chefchauen e lì, nel posto scelto da me, ci trovo loro tre, Sylvian, Giovanni e Tristan. Ed è subito feeling. In quel momento magico, in quel luogo unico, solo quattro persone si erano staccate dal gruppo per vedere oltre le piante di quel terrazzo. Vi sembra poco?
Se chiudo gli occhi sento ancora gli sguardi di quelle ragazze, il buon Fabio che mi parla dell’Islam, della gelosia, della paura, dell’ISIS, della realtà, lo sento che mi dice “pazzesco, stai dicendo che devi fare la cacca, non l’ho mai sentito dire da nessuna ragazza qui, mi mancherai”. Ho ancora il mio nome scritto da lui nella taschina del passaporto. Ci sono persone che non si dimenticheranno mai.
E poi si rompe l’autobus, ci facciamo giochi di logica fino a scoppiare di caldo. E poi fotografiamo il tramonto, sul mare, dopo aver comprato facce strane ad Assilah, ci guardiamo nei riflessi dei vetri, perdiamo il traghetto, botellon alla frontiera, siamo tutti ninja.
Monse, andiamo alla ONCE, vediamo senza vedere, annusiamo senza vedere, tocchiamo senza guardare, andiamo in tandem, fidiamoci, impariamo il braille, invece di andare a ballare.
Ripenso alle luci di Natale, a tutte le volte che io e Charlie abbiamo detto che saremmo dovuti uscire prima delle 11 per vederle, alla paura che avevo di vedere quella città ancora più bella di quanto già non fosse. E così è stato. Tra una lucina e l’altra ci siamo buttati anche da un ponte, abbiamo rubato mandarini da un campo, mostrato le nostre abilità con il pattinaggio sul ghiaccio. E poi Valentina. Davanti alla metro di San Bernardo, arriva con il francesino delle parolacce quella biondina alla quale aveva comprato una collana proprio a Chefchauen. Carina sta ragazza. Davvero ci siamo aperte il cuore fino in plaza Nueva? Non ti ho mai chiesto scusa Tristan per avertela rubata per così tanto tempo. Eppure le ho voluto bene fin da subito. Ciao belli, vado a fotografare le lucine di Natale.
Monse, amore mio, vorrei tanto conoscere la tua mamma, però me ne vado a Praga qualche giorno con papà e Fiore, faccio Natale a casa, capodanno a Limone e torno.
Scusate raga, ma riatterrare a Sevilla dopo le vacanze di Natale è stata la sensazione di sollievo più grande della storia: finalmente, di nuovo a casa.
Lanciano le caramelle da dei carri di carnevale? Ma cos’è questo posto? Ah i regali li portano i Re Magi? Beh ha tutta la sua logica.
Cazzo Matti falli restare di più sti ragazzi, questa Puglia ci piace da matti e non si fanno nemmeno una serata. Ok, ci vediamo quest’estate.
Alessandria in finale di coppa Italia, salto sui soffitti.
Angelo, i gradini del Casa Blanca, cosa sarebbe cambiato? Un altro incrocio che dovrà aspettare.
Paolo, il nuovo ragazzo che vivrà in casa di Matti, con Gianluca e Valerio, dice che gli amici del primo semestre ce li dimenticheremo, perché i rapporti del secondo saranno quelli più veri, a lui è andata così a Granada. Non ci voglio credere.
Carnevale? Ci prendiamo tutti seriamente, io, Doro, Vale e Andy a sfoggiare la nostra varicella per tutta Cadiz. Io e Vale su quel muretto, a guardare l’oceano, a raccontarci la vita, a prometterci di non smettere.
Ed è già tempo di despedidas. 
Vale, Doro, Levies, solo adesso conosco davvero Maurizio e Gianfranco? Ma cos’è sta fregatura? E già ve ne andate? E dovrò tornare a casa sconsolata con Fede, parlando di Genni e di quello che non c’è più? No dai, fermatevi anche voi. La Juve deve ancora vincere il campionato.
Dario, sei fantastico. Solo uno con i controcazzi si sarebbe infiltrato negli abbracci di una despedida, con la tua classe. Ti sei meritato di vedermi sudare come un maiale in palestra per i prossimi 4 mesi.
Julie, cara Julie, continuo ancora a ripetere “ma ma ma” con mille intonazioni diverse ogni volta che vedo un cinese. Il nostro tramonto tartarughiano sul Parasol, quel risotto al bar Antojo, l’Abril per una volta è stato pure carino, Plaza d España, io e Monse addormentate su ogni superficie, l’alba. Buon viaggio cucciola, è stato bellissimo.
E bum. Precipito. Precipitiamo in realtà. A 300 km/h, nel vuoto, con un militarino da quattro soldi, che si è fatto un paio di mandati nella legione straniera, un decennio ne La Folgore e ha combattuto in Iraq, in Kenia e chissà in quanti altre guerre. Mi metto quest’uomo a mò di zainetto e mi lancio tranquillissima tra le nuvole. Il paracadute si apre, è andata bene, benissimo, voliamo. E Monse è lì, anche lei, voliamo assieme, come abbiamo fatto tutti questi mesi.
Auguri Monse! Non ci lasceremo prendere dalla tristezza, non c’è storia, adesso ce ne andiamo a conoscere chiunque, prima però prenditi sto formaggio fritto, offro io, e tieni un massaggio, ne avremo bisogno. Poi ci siamo risollevate da sole, il massaggio è ancora nella cartellina, scaduto.
Ciao Matti. Lo sai che è un “a prestissimo”, abbiamo già programmato tutto, dobbiamo sfruttarla questa Puglia. L’album è finalmente pronto, mi porto a casa la tua crema e ti lascio su quell’autobus. E’ stato bellissimo.
Pedro, ti prego, andiamo a suonare al fiume. Forse è stato quello l’inizio sai? Con la mia camicia fuxia ed uno stronzo che tirava le bottiglie per terra.
E’ San Valentino e mi regalo Netflix, diventa nostro e Breaking Bad farà compagnia a tutti i nostri pasti, per un mese. Seguito da Narcos, con Monse ed House of Card, ormai sulle mie gambe.
Adesso io e Monse ce ne andiamo a Cordoba, a lasciarci colorare dai riflessi delle vetrate di quella Mezquita. Uno di quei posti che assaporai fino all’ultimo arco, nel dubbio di non rivederlo mai più, senza sapere che qualche mese dopo Tommaso avrebbe avuto una macchina ed io altri 8 euro da regalare al comune di Cordoba.
C’è una Gaia che si sdraia a fare una siesta con noi sotto il sole di febbraio, è una ragazza un po’ sulle sue, un po’ dura, ma avrò la fortuna di poter sbirciare sotto quel guscio e trovarci un cuore grande.
Torniamo di corsa, c’è il compleanno di Edu. C’è il vicino incazzato nero, 50 persone in casa, un concerto in camera di Victor, Monse ubriaca, io con un pigiama da unicorno, da Mc Donald, alle 5 di mattina. 
Il giorno dopo era già resaca & pic nic time al fiume. Hola familia, è il 29 di febbraio e siamo in canottiera al fiume, a mangiare, cantare e chi più ne ha più ne metta.
Ciao Darin, ci vediamo alla feria, non tornare tedesca mai.
1 marzo, inizio del mio tirocinio. Quintas Energy, plaza nueva, è il giorno in cui inizia una tradizione fatta di piccoli gesti, rallegrata dall’omino dei giornali in puerta Jerez, da Margaret davanti al bar Genova, dalla colazione delle 10.30 da Paco, dal mio capo che è una persona squisita… Il terzo giorno mi stavo già maledicendo. Ma chi me l’ha fatto fare di cercare uno stage, in Erasmus, a Sevilla, il secondo semestre, in un dipartimento di finanza e contabilità? Eppure, l’ultimo giorno piangerò lacrime salatissime uscendo da quel contesto, ma ancora non lo sapevo.
E’ la settimana dell’evento nacional. Sta biondina che dicono mi somigli, a quanto pare, vive sotto casa mia! Roberta. E incrociamo anche Fede, non abbiamo una compagnia, io, Monse, Mattia su FaceTime e c’è un incrocio inconsapevole di quelle strade che torneranno poi ad attraversarsi più tardi.
Una serata pazzesca, trovando due ragazze magiche: Ilenia e Mariana, un nuovo inizio.
Ciao Sylvian, buon viaggio, non c’è niente da aggiungere, ci vediamo a giugno, forse.
E con l’innocenza di un Minions regalo il mio Galaxy S5 e tutte le foto che portava con se, ad uno stronzo di Sevilla Est. Avrai il mio telefono, ma non la mia anima e nemmeno il mio sorriso, Pedro andiamo a fare la denuncia, non ne voglio un altro, svegliami tutte le mattine alle 8.15. E da questo furto senza rimorsi nacque una sveglia, quella dei miei coinquilini che con puntualità e generosità, a turni, si svegliavano per darmi il buongiorno e buttarmi giù dal letto. Grazie familia.
Posso osare andare a Gibilterra con Erasmus Club? Ma davvero nessuno canta in questo autobus? Questa cosa deve cambiare.
Los pollos hermanos. La gioia.
Ed il conto alla rovescia finisce, ed alle 9.00 siamo i primi clienti del Mercadona di Triana, io, Monse e Pedro, sulla cresta dell’onda.
Cenetta a casa di Mariana? Dario, vieni anche tu, vabbè raga sono alla frutta: mi addormento appena tocco il divano ed attorno a me continua una serata tranqui, ma non me ne renderò nemmeno conto. Bene così, è nata una nuova connessione, Dario è dentro.
E via di Semana Santa, anche Fede è dei nostri, portiamo Ile a sconfiggere la timidezza, inebriamoci d’incenso, sbagliamo mille volte strada, corriamo sotto la pioggia per vedere il muso sconsolato di Edu che rientra in chiesa, che bello conoscere la tua famiglia.
Aspetta, è già ora di andare a Ceuta? Quattro giorni a farci coccolare dalla Mari, da Pedro, svegliandoci con il rumore del mare nella testa, ogni mattina. Un pezzo di paradiso. Fernando ti possiamo portare con noi? Grazie.
Raga, torno in Italia solo due giorni, promesso. Le lacrime di gioia di Alice e Lucia sono un toccasana, ma sono già di nuovo a casa.
Cenetta sotto la cattedrale? Trattiamoci bene. Andiamo a fare surf? Un surf che si trasformerà in Malaga, una Malaga che sarà un toccasana, La Vacanza, una Malaga che darà tutto un altro sapore ad una città che non mi era piaciuta per niente e che ora porto stretta nel cuore. Unica, come un Picasso, come ogni gamberetto, come i discorsi con Mariana sulla malagueta, tra una folata di vento ed una botta di culo. Come i consigli di vita del receptionist dell’ostello.
E già profuma a feria, possiamo sfoggiare i nostri abiti di seconda mano, a vivere 24/7 in casa di Charlie, io a dormire 3 ore a notte per poter andare a lavorare ogni mattina. Quanto siamo belle. Che spettacolo è questo mondo? In che secolo siamo? Cavalli, alcol, non fermarsi mai, casette, abiti spettacolari, un po’ di sano classismo. Finalmente ci trucchiamo, finalmente sembriamo di nuovo persone normali e non Erasmus, per un paio di giorni solo, ma siamo splendide.
Com’è splendido quel Gabriele che nonostante si sia seduto a 3 tavoli da dove sono io, continua a parlarmi, sorvolando tutti gli altri, guarda che ci ritroviamo testina, sarò la tua croce.
Com’è splendido anche il monopoly che ha costruito Carlo e giocarci fino alle 6 di mattina… ah sì e vincere.
Mi sembra il caso di andare a vedere una corrida, almeno una volta, per sapere di cosa si parla. Coinvolgente quasi più che allo stadio il clima che si crea tra una canzone e quei fazzoletti bianchi, ma il mondo ha superato i Gladiatori, non c’è più bisogno di questo tipo di divertimento, non serve ucciderlo. Una volta nella vita, basta ed avanza.
E ormai siamo un gruppo, dobbiamo lasciar andare la feria, ma noi restiamo uniti. Ed è questa la spinta gentile che mi tiene in piedi durante la despedida peggiore delle despedidas: quella della mia migliore amica. Non so se ho mai imparato a farne a meno, penso di no, visto che fino all’ultimo giorno, tornando a casa da ogni discoteca, le arrivava una nota vocale, però l’ho superato. Dopo qualche giorno di depressione e pianti, sono andata avanti, senza sostituirla mai, ma non ho perso la nostra gioia. Avremmo vinto noi.
E continuano le cene, i botellon a casa di Mari, le serate anche con il Casa Blanca vuoto, io ed Ile scopriamo la fondazione, una domenica mattina, mentre tutti ancora dormono. 
Salutiamo ripetutamente Hoyo, tra lacrime, vomito e gioie.
E diamo il benvenuto, un altra volta a Manhattan, Casino, Bilindo, Alfonso, Libano… alle gambe scoperte, alle infradito, al sudore, al sole fino alle 10.30, alle cene a mezzanotte, alle spiagge, continuiamo con i pic nic, questo prato sa un po’ di mare.
12 maggio, ti giuro che è la prima volta che vedo la casa di Ale, auguri. Promesso Giu, andiamo a prendere una birra. Tu allergico, io non la bevo. Fantastici a livello esponenziale.
14 maggio, Merida, perché non mi sono innamorata di Sara? Sei fantastica ragazza, cercherò nei ricordi un tuo abbraccio ogni volta che avrò bisogno di forza.
Ma cazzo, Camilla, Madga, Sara, Sonia e Cristina, insieme sono un portento di ragazze, dobbiamo uscire più spesso.
Esco solo un attimo stasera, giuro, sono stanchissima e domani dobbiamo andare in spiaggia presto. Brava Doralice, poi sei tu la croce. Quel molo, Gabri, il passato, il presente, il futuro ed un’affinità della quale non posso fare a meno.
Gio, galeotta fu la ricerca del tuo fidanzato, Emma, Robi, finalmente.
15 maggio, spiaggia, Conil de La Frontera, la prima di una lunga serie, un angolo di terra solo per noi, ma che bello è quest’albergo Emmì? Torniamo su. Robi, stiamo vicine, troviamoci, ma cos’abbiamo fatto fino ad ora? Viviamo ad una rampa di scale l’una dall’altra. Era solo l’inizio.
Arenal, sono scottata come una cretina, ho il vestito di quella volta che “vuoi davvero vivere un Erasmus a metà?” e Luca ci regala un po’ d’ilarità e di Padania.
Incredibilmente incroceremo anche il giorno dopo lui e quella mitica di sua cugina. In una città così grande, niente, inutile, non un metro di privacy.
Chi l’avrebbe mai immaginato a settembre, seriamente? Cosa ci faccio qui? Non dovrei nemmeno, il 99.9% di probabilità dice che è inutile, un illusione. Bum, chissenefrega. Quello che affermano le statistiche frega solo a I Cani.
Pennyboard.
Raga se non studiamo non andiamo da nessuna parte, proviamo assieme. Casa di Ilenia mi sembra un posto tranquillo… e fu così che, guardando l’orologio, arrivano magicamente le 22.00. Fede, Ile, siamo serie? A piedi nudi, stomaco pieno e cuore aperto, sigilliamo tra quelle quattro mura, davanti a degli appunti assolutamente inutili, un’amicizia che non si supera.
Vale, domani abbiamo un esame, non possiamo assolutamente… andiamo a Casino, ci vediamo lì!
Canoa?
Raga cena da me, questa volta davvero Gabri. Polizia? Perché no. Ognuno prenda uno strumento, questo è un concerto alla Rosario Vega. Restate.
Ed è già domenica, è già tempo di tornare in spiaggia, seriamente sei di Bra? Prof, pazzesco, due piemontesi, Mada, ma da dove siete spuntate? Con tutta questa dolcezza mista a schiettezza, restate qui!
Surf? El Palmar, di nuovo Erasmus Club, questa volta l’autobus canterà, a tutti i costi, anche a costo di farci fare il culo persino da Nabil. Bravi, bravi tutti, vedo che c’è affinità. Ma poi una tavola in testa. Non dire stronzate Stefi, non parti dopodomani. Non dirlo. Anche Cri? Ma state scherzando? Proprio adesso?
La prima dell’Italia, i pastelli a cera, i 12 anni che non abbiamo più, la voglia di cantare ancora, un trio che suona bene.
Ed è già despedida. Di nuovo in ballo, ricomincia il giro, questa volta però arriverà anche il nostro turno, non possiamo fare i furbi.
Il sole che scende dietro la torre dell’oro è lo stesso di sempre, anche se quando si riflette sui palloncini, su quella tavolata, sembra più malinconico del solito. No Matti, ma pure tu? Mi prendete per il culo? 
Incastri, affinità, piuttosto mi faccio menare, ma io la torta a Fede la compro. E anche se arriva dopo mezzanotte perché Carlo è il solito… è felice.
Ciao Stefi, ciao Cri, la faccia è quella che è, sembra quella di Cri, in realtà è triste e non perplessa. Se solo ci fossimo trovati prima…
e via, in un baleno, un pezzetto di quest’iceberg si stacca e va, solo, a sciogliersi, a tornare nel mare.
Ma ributtiamoci in carreggiata, pare che qui ci sia una crew! 4 pennyboard? All’arrembaggio! C’è una fiera de las tapas in Alameda, facciamo il parco, arrampichiamoci sopra al labirinto, non pensiamo a nulla. Mi piace questa crew.
E non si sa come diventa un circolo, studio, sport, despedidas, spiaggia, discoteca, torre dell’oro, bandiere, partite, lacrime.
Le ultime settimane sono così.
Tutto diventa più forte, più intenso, più nostro, più intimo.
Magda conosce Chiara dello Iacovo e pure Bianco, non dovremmo andare al Libano, ma ci andiamo comunque e poi spiaggia di nuovo. Franci, Fili, ma dove sono state tutte queste belle persone fin ora?
Davide, Federica, Laura e adesso sì che è arrivato, forte e chiaro, come il viaggio introspettivo attraverso le metafore di Davide, è sceso caldo e potente come quello shot di tequila, si è fatto sentire dopo, all’ultimo sguardo, vedendovi saltellare sul ponte, ripensando a tutti i momenti, a partire dal primo, lasciando precedere ogni evento dalla parola “ultimo”.
Però fino a ieri era ancora nostra, questa Sevilla, piena di cantanti improvvisati in Alameda, donne in bicicletta che vendono empanadas e passeggini pieni di mojito, con una chitarra, qualche canna e la pelle d’oca. Buon viaggio Napulé, resterà sempre un po’ nostra, ci vediamo presto.
Le persone sono come gli uccellini, solo se li lasci volare torneranno da te, Achraf, quanto hai ragione amico mio.
Nel dubbio ci riempiamo la pancia con il Casatiello napoletano di Valerio, prima di fare gli auguri a Totti, prima di cenare per l’ultima volta con JuanCa, di andare a salutare Andres a Torre dell’Oro.
Prima di un’altra spiaggia.
Prima di un altro successo dell’Italia, questa volta al Phoenix, c’è tutto un altro sapore, quell’inno è tutto nostro e davanti al calcio si sente, più o meno con la stessa intensità del La Marsigliese davanti al consolato. C’è chi si unisce nel dolore, chi nella gioia, noi nel calcio. Ad ognuno il suo.
Ed è un circolo vizioso, Eugi, quello della nostra compagnia lo apri tu.
Prima ci concediamo un po’ di wakeboard e poi siamo tutti tuoi, a far impazzire un ristorante, ad impazzire noi, a ridere, a piangere. La felicità e l’angoscia. Pieni, ma presto vuoti. Non cadere da quel penny, per carità. “Cazzo ridi?” “Ti ha chiesto cazzo ridi”, non mi parlare così Eugi, niente lacrime, alziamoci e balliamo il twist a squarciagola.
Michi… maledetto tempo. Ci vediamo al nord tanto, la LIUC è troppo vicina.
Ci sta sfuggendo dalle mani, è l’ultima.
Non può essere.
Carlo, per favore, gestiamola bene, non ho più voglia di piangere. Nasce così #despedidasweek, nasce così il flag party, nasce l’idea della battaglia d’acqua in Plaza d España, di salutare Casino come si deve, di salutare Los Coloniales, con gli stessi ornamenti ridicoli che ci hanno regalato a Casino, di battezzare la terrazza di Calle Rosario Vega con il compleanno di Caro, con un festino andato non troppo bene, chiuso un’altra volta in Alameda, perché riserva sempre sorprese, piacevoli, belle, come Cri e Leti che alla fine non sono così male, anzi, sono proprio due belle persone. E bussa, anche lì, il tempo, a ricordare che stringe. Ragazze ci ritroviamo, davvero, ne avremo l’occasione.
E poi Bilindo, siamo già in plaza d’España con l’acqua alle ginocchia, un po’ di cagarella, tanta adrenalina e voglia di continuare.
Alba sì o no? Facciamo i bravi, sennò domani Gabri ti sgrida. Domani devo studiare e poi salutare la fondazione, con quel gruppo che risuona già nella mia 500. Non compravo un cd da 2007, che emozione, rinascerà il mercato discografico.
Ragazze mangiamo da me, vuotiamo il frigo, “Robiiiiii, saliiiii”, niente raga, oggi le chiudiamo ste valigie. Serve un pacco, ma non ci crederò fino all’ultimo minuto.
E no, il Libano non ci avrà, questa sera restiamo qui, a sperare fortissimo che duri per sempre, a guardarci negli occhi, a non piangere, ok, qualcuno sì. Michele, sei veramente una bella persona. “Ragazzi non ve ne andate, aspettateci, aspettate un attimo”, quegli occhi, Angelo, me li porto dentro. Che bello sarebbe stato aspettarvi ancora un po’, tutti assieme. Piuttosto, venite anche voi in spiaggia domani.
L’ultima spiaggia. O come direbbe Ca, l’ultima playa.
Bandiere, salsedine, musica, risotto, pallavolo, andiamo al faro, cazzo è così lontano? La battaglia di Trafalgar? Stiamo camminando a piedi scalzi sulla storia. Non abbiamo nemmeno un telefono per immortalarlo. “Scusi, non è che ci farebbe una foto e ce la manderebbe pure?”, mi manca già l’odore di questa notte, questo cambio di suolo sotto ai piedi, correre tra l’alta e la bassa marea, mi mancate già voi, ragazzine, cuori, corriamo. Corriamo per goderci questa ultima ora.
Incrociamo Giovanni, ovviamente, è lui che ha l’occhio lungo come me, però ha portato il telefono, bravo.
Siamo noi, ancora noi, sempre noi.
Jenni, veloce, dammi il quaderno, l’altra sera è stato un attimo, un flash, un nodo, quando verrai in Italia, quando verrò in Germania, dobbiamo recuperare, è una promessa…
Il sole si sta abbassando dietro quel faro, la musica si sta alzando, le bandiere ormai sono tutte firmate, prendiamoci due minuti, incastriamoci, i tuoi occhi color tramonto promettono più delle parole.
Uno shot di Malibù, perché dobbiamo suggellarlo questo momento. La pizza più buona della terra, un telo umido, il cielo rosa, un altro telefono che muore, una giornata che finisce, il buio che arriva, due parole, una canzone, lacrime sorridenti. Che dolcezza, che amarezza, che spettacolo.
Mi manca già l’aria di questa notte, dove tutto è sospeso in bilico.
Non è finita raga, finché non metti l’ultima noi non ce ne andiamo e se ce ne andiamo l’ultima la mettiamo noi. Facciamo tremare questo autobus.
Mi manca già questo Carmelo che mi sta dietro e poi mi fa strada in tutte le canzoni. Vale svegliati, vieni. Non è finita.
Non saluto nessuno. Col cazzo.

Fede, è il tuo turno, è l’ultima, sono le 2.30 di mattina, ma chissenefrega, doccia e alle 3 ci vediamo a Torre dell Oro, con la testa all’insù, con il cuore fermo su quelle pietre, che batte, che risuona, che non si spegne nemmeno quando si spegne la Torre.

Buonanotte, buongiorno, andiamo a chiudere le pratiche, UPO, vieni a me, vieni a noi. Questo campus così grande, questo luogo così diverso dalla mia università, lontano dal centro, scomodo, ma con tutto, enorme, pieno di gente, di vita, di ricordi. Magari un giorno daremo una lectio magistralis o c’inviteranno, saremo ospiti ad una cerimonia, ex studenti divenuti grandi imprenditori. Oppure non torneremo più. Addio non te lo dico però, ciao Pablo de Olavide, ciao pasillo, ciao caffetteria, ciao biblio, ciao viale alberato, è il mio ultimo giorno, non posso stare qui a salutarti. 
Buttiamoci su queste maledette valigie, pranziamo fuori? No, non facciamo in tempo, tutto quello che rimane nel frigo, dentro ad 1kg di spaghetti e via al Phoenix. Qualcuno dentro, qualcuno fuori, goal. Sara? Ma non sei partita? “ho perso il volo!” che cosa fantastica il destino, non ti avevo salutata, vieni quì, vieni stasera, non mollare.
Fede, è il momento, asciuga le lacrime, ci vediamo tra poco, sii forte, buon viaggio, ti voglio bene.
Vale, che ore sono? e 44. Cuore in gola, gambe in spalla e di corsa a veder finire la partita. Poggio il culo sulla sedia e lo alzo subito. Goal. Goal. Goal. Gooooooooal.
Un’ora dopo stavamo ancora gridando.

Ceniamo sul tetto, non poteva andare diversamente, un anello, una pizza, il tramonto, suggelliamo questa convivenza come si deve e poi raggiungiamo gli altri a Levies, Bilindo, barra libre per gli italiani, Plaza d España di nuovo, bandiere, poster, abbracci che sono addii, abbracci che sono arrivederci, abbracci che sono un per sempre.

Rami, giuro, non me la dimentico questa faccia, così, con questo sorriso, mai e poi mai.

Sì Franci, me lo sto mangiando questo ponte, non voglio dimenticare nemmeno un centimetro di questo spettacolo, di questa notte, di queste persone che sono venute solo per salutarmi, che arriveranno alle 5 di mattina sotto casa mia, che hanno speso lacrime per me, per noi, per quello che abbiamo costruito. M’abituerò, ma non è ancora ora. Ora me lo assaporo, me lo annuso, con questo retrogusto di mare che solo il Guadalquivir, a Sevilla, sa avere.

La mattina arriva luminosa, dopo una notte in bianco, la colazione mi rimane sullo stomaco, voglio vomitare, calmati. Andiamo ancora una volta a guardare il ponte. Grazie Giu.
Adesso sì mi serve un pacco.
E poi bum.
Ci sono io lì.
Valentina spulcia cose utili dalla busta che lascerò in casa, forse le servirebbe solo il palo dei selfie, magari imparerebbe a farli, Pedro rimane a casa ad aspettare Pepe, Edu ha la sua lettera sulla scrivania, Victor mi prende in braccio, Ale si sveglia e viene a salutare, sale anche Lupì, Gabri muoviti, c’è ancora una valigia da prendere, alla fine del ponte Lucio, già alla fermata ci sono Carlo, ovviamente con una busta in mano, Salvo, Magda, Cami, Sylvian arriva di corsa.
Devo piangere? Si dovrebbe piangere in questo momento…
Ma chi me lo fa fare, non posso, non riesco, è tutto qui, sono tutti qui, tranne chi già è andato, chi ci dev’essere c’è. Sono felice.
Abbraccio tutti felice, una di quelle felicità consapevoli, forti, quella che mi torna in mente ogni volta che qualcuno mi chiede “com’è andata?”.
Tu vieni con me, col cavolo.
Ciao Mari, eccovi, tiriamo fuori altri 5kg da queste valigie, freghiamo Ryanair, quanta esperienza, Mari ci vediamo presto, non è stato solo un sogno. Non si possono ricordare tutte queste cose di un sogno.
Giu, sei pronta? Gli occhi si riempiono di lacrime, fortunatamente c’è questo bracciolo da stringere e Tiziana, la bimba italodominicana che mi ha fatto giocare a sardina fino a due minuti prima dell’atterraggio.
Sbam.
E’ finita.
Grazie a tutti.
E’ stata la scelta migliore che potessi prendere in tutta la mia vita.
E’ il ricordo migliore che mi porto dietro ogni giorno.
E’ una cicatrice che arriva da un’elevazione, invece che da una caduta.
E’ un tatuaggio invisibile (o visibile).
E’ una fotografia che non ingiallirà mai.
E’ un filo invisibile che attraversa tutto il mondo, che attraversa i nostri cuori.
E’ e sarà per sempre, perché i sogni finiscono, l’Erasmus pure, ma la voglia di guardare alla vita con gli stessi occhi con cui si guarda la prima pizza italiana dopo mesi, lo stesso naso con cui si annusa il profumo di panetteria alle 2 di mattina, le stesse mani con cui hai stretto promesse on the road, le stesse orecchie con cui hai ascoltato e compreso lingue diverse, come se di diverso non ci fosse nulla, con lo stesso gusto con cui hai assaporato ogni pietanza, quello no, quello non si perderà mai, è nostro per sempre.
E dobbiamo tenerlo con noi, dobbiamo portarlo a casa, alla facciazza di tutti.
Perché è solo l’inizio, di una vita di tanti ex Erasmus che hanno capito un po’ di più cosa significhi vivere. E come si faccia, insieme.
La magia non si spegne con un atterraggio, anche se brusco, ci abbiamo messo un anno intero per forgiare queste ali, non provate nemmeno lontanamente a pensare di riporle in cantina.

A presto pezzettini di cuore.

165
Add

Cuaderno de viaje – dia 250 – Quinta essentia

La routine è una centrifuga, il cratere di un vulcano, ma anche un divano morbido, un soffice marshmallow.

E’ da due mesi che aspettavo il 13 maggio. Ho cerchiato la data sul calendario, ogni giorno, prima di uscire dall’ufficio. Da lunedì ho iniziato a contare le ore… eppure quando sono scattate le 14.00, oggi, sono rimasta seduta, non avevo più fretta. 
Ho baciato tutti i miei colleghi, uno per uno, ho ringraziato e salutato. E tornerò ancora, prima di partire, perché nel farlo mi si è stretto il cuore.
244 ore alla destra di quel fenomeno di Riccardo, 49 giorni con la sveglia alle 8.00, 49 colazioni “da Paco”, 49 “Buenos dias” al ragazzo dei giornali, 98 “hola guapa” a Margaret, la ragazza dei fazzoletti, parlare di calcio, contabilizzare fatture, aspettare le 10.30…
L’ho capito subito che sarebbe stato diverso, io che ho sempre bazzicato tra ferie, stadi, palazzetti, viaggi e discoteche. Io, inchiodata ad un computer, stretta in un ufficio, seduta composta, non mi sento a mio agio.  Eppure sono meticolosa, precisa, ordinata e soprattutto rigorosa: s’ha da fare.
E’ che darsi degli orari è una cosa, doverli rispettare per forza è un’altra. 
Così, nel bel mezzo di un anno senza tempo ne spazio, ho avuto la bella idea di approfittare dell’occasione per fare tre cose in una: studiare, vivere il mio Erasmus e perché no? Buttiamoci dentro anche un tirocinio, tanto le giornate durano 48 ore ed io sono invincibile.
Il cazzo.
Dopo 2 mesi e mezzo di “non torno tardi, domani lavoro”, dopo 244 ore che mi hanno fatto capire chi voglio essere, ma soprattutto cosa non voglio fare, ho fatto per l’ultima volta quei tre piani di scale, piroettando felice, con gli occhi lucidi.
E’ stato bello provare a fare l’adulta per un po’, scegliere tra dormire e vivere, maledirsi per non aver chiesto una firmetta al commercialista, dimenticarsi che bisognerebbe riposare 8 ore a notte, pranzare alle 16.00, rinunciare ad un viaggio ad Ibiza, in Algarve, anteporre l’umiltà a qualsiasi conoscenza, guardare con gli occhi ancora da bambina il mondo dei grandi…
Lo rifarei?
Mille volte.
Anzi, dovremmo iniziare a farlo prima, tutti. Dovremmo avere la possibilità di fare uno stage ogni anno, dal primo anno di Università, perché no, già dal liceo, capire chi siamo, renderci conto di chi vogliamo diventare, di quello che vale davvero la pena, di quali sono le nostre inclinazioni, i nostri punti di forza, ma soprattutto di quanto siamo fortunati. Provare.
Se già l’Erasmus è una grande fonte di consapevolezza, una traineeship lo è ancora di più.
Provare, solo un boccone, assaggiare, gustare, senza impegno.
Il lavoro nobilita l’uomo, ma solo se quest’ultimo è in grado di non lasciarsi mangiare vivo. Sì, mangiare vivo. Perché non c’è salario che valga la vita di cui ci priviamo per stare in ufficio. Il tempo passa, viene monetizzato, si trasforma in stipendio a fine mese e di 720 ore di vita ne avremo passate 160 lavorando, 10 andando e tornando da lavoro, 200 dormendo (nella migliore delle ipotesi), 24 in palestra, almeno 100 mangiando… e le altre 226, quasi 10 giorni, per lo meno, dovremmo passarle felici.
Cercatelo, dentro di voi, per strada, dal panettiere, al cinema, in università, cercatelo questo lavoro che vi porti in palmo di mano, vegano, che non mangi gli umani, un po’ fascista, che non mangi quei bambini che siamo ancora e che dovremmo continuare ad essere, anche una volta diventati adulti. 
Assaporateli questi stage, invece di cercare di deviarli, mangiateli con le mani, sporcatevele, perché se non lo fate adesso dopo potreste non avere tutta questa scelta.
E approfittatene, adesso che i doveri sono ancora un’opzione personale e le responsabilità limitate, approfittatene, ora che la frequenza non è obbligatoria, i voli sono economici ed i continenti ad una manciata di ore. Approfittatene per rispetto dei nostri genitori, che forse non hanno avuto tutte queste opportunità, per rispetto dei nostri nonni, che hanno combattuto, con le armi o con il cuore, per difendere ed abbattere i confini del mondo. Approfittatene per rispetto dei vostri coetanei che non hanno potuto, per quelli che si sono lasciati centrifugare troppo presto e per quelli che l’hanno fatto volontariamente, per un pargoletto o per presa di posizione.
Ma soprattuto approfittatene per voi stessi, perché è passato un filo di vento tra quella orribile foto del tesserino universitario, a questa ricerca per la tesi. Un soffio caldo e piacevole, ma forza 9.
Quando passerà quest’attimo, quando finirete nella centrifuga, non lasciatevi cogliere impreparati, arrivate sorridenti e pieni di vita.
Approfittatene, adesso: viaggiate.
Rendetevi conto che la vita è una sola e bando ai convenevoli, basta con le ciance, chissenefrega dell’orgoglio, “dove sei?”, “partiamo!”, “scendi!”.
La routine è una centrifuga, il cratere di un vulcano, ma anche un divano morbido, un soffice marshmallow… però, per ora, voglio ancora ridurmi all’ultimo calzino, prima di fare una lavatrice, disegnare vulcani con i pastelli a cera, fare le capriole sul divano e masticare i marshmallow a bocca aperta.
Correte, ma senza fretta. La vita è adesso.
101
Add

Cuaderno de viaje – dia 248 – Il significato della parola “casa”

E’ il 10 di maggio.

Da qualche settimana ho smesso di contare i giorni dal mio arrivo ed ho iniziato a contare quelli che mancano al mio rientro, alla fine. E’ stato un passaggio rapido, una caduta dalle nuvole, difficile da accettare, ma dai confini ben precisi. Dicono succeda il contrario con i 50 anni, ma non è ancora un mio problema.

Siamo arrivati e 9 mesi sembravano un’eternità, sono passati lenti, nel primo semestre, perché pieni di novità. E’ passato Natale e siamo tornati, qualcosa era diverso.
Lucas ci aveva avvisati “Quando tornerete sarà un colpo, una presa di coscienza: vedrete la differenza.”
E così è stato, siamo tornati ed è stato come il penultimo giorno di una vacanza estiva, quando hai voglia di vivertelo al massimo, pensi ai giorni passati, alla preparazione prima della partenza, è stato tutto bellissimo, ma sai che domani finirà. Inizi a lasciarti prendere da una malinconia previa che ti accompagna, anche quando t’imponi di sfruttare al massimo gli ultimi giorni rimasti.
E’ stato come in Puglia, quest’estate, quando dopo 8 giorni stupendi, sono andati via i fenomeni e siamo rimasti io e Lori. Sempre bellissimo, ma malinconico.
Così, siamo andati avanti in questi mesi, dopo aver salutato gli amici del primo semestre, ce ne siamo fatti di nuovi, abbiamo approfondito vecchi rapporti, siamo andati a fondo. Abbiamo cambiato locali, cercato di mangiare tutto quello che ci mancava, di vedere oltre, di andare più in là, ma non sembra mai abbastanza.

E’ il 10 maggio e vivo a Sevilla da 8 mesi e 4 giorni. 
Sono andata almeno 60 volte alla UPO, 184 volte su e giù da quelle scale del metro, una 50ina di volte a fare la spesa al Supersol, 10 al Mercadona. Ho percorso Av. De La Constiucion praticamente tutti i giorni, 49 volte ho salutato l’omino dei giornali, 98 la ragazza dei fazzoletti, ho passato 15 martedì sera al Ruko, 6 mercoledì al Bribon, 5 lunedì al Karaoke e solo una 15ina di giovedì in Hoyo. Abbiamo organizzato una 20ina di cene internazionali a casa di Monse, 6 a casa di Mattia. 47 mattine ho fatto colazione alla boteguita Cerrillo, 24 in caffetteria, dopo la clase di Spagnolo. Ho mangiato 8 volte a Los Coloniales, 5 Al Solito Posto, 2 al Sushi con il rullo, 1 fortunatamente all’wok di Nervion. Ho visto interamente 3 serie (per ora), sono andata al cinema 14 volte, a casa di Monse 50. Sono entrata 3 volte all’Alcazar, 3 alla cattedrale e solo oggi al Pabellon de Marruecos. Ho fatto 6 grandi viaggi, visitato 18 città, ancora troppe poche spiagge. Ho imparato 1 lingua e scoperto un sacco di dialetti. Ho prestato 4 volte soldi a Victor, rotto 1 pantalone, 2 calzini, 4 mutande. Ho lavato troppe volte i piatti e fatto troppe lavatrici, ma solo 1 volta ho stirato. Ho comprato 4 travestimenti, troppe pizze, 2 abbonamenti per la palestra. Ho mangiato una quantità indefinita di tartas de queso, di tortillas, di jamon cerrano, di tacos improvvisati. Ho imparato a mangiare la cipolla, la frutta, ho trovato 1 cocktail ed 1 amaro che mi piacciono. Ho visto 248 tramonti, almeno 200 dal Puente S Telmo, se li può rivedere lo stronzo che mi ha rubato il telefono, ma a me hanno riempito occhi e cuore.

Ho fatto 3 mesi di tirocinio e 9 di Erasmus.
Tutti i giorni ho dato il buongiorno a Pedro. Tutte le volte che sono entrata in casa ho gridato “Hola familia”. Tutti i giorni mi sono concessa una colazione con i fiocchi. Tutti i giorni ho conosciuto qualcuno di nuovo, un angolo nascosto di questa città. Tutti i giorni mi sono alzata con la voglia di vivere. Tutte le sere sono andata a dormire sperando che non mi abbandonasse. E pensando alla colazione del giorno dopo. 

Tutti i giorni ho sorriso. Tutti i giorni ho riso. Qualcuno ho pianto.

E’ il 10 maggio, Mariana mi scrive “baja” ed io apro la finestra. Dario è già ubriaco, Mari mi canta una serenata, vanno al concerto degli AC/DC. “Disfruten!”. Pedro mi sente gridare ed apre la finestra. Abbiamo i balconi comunicanti, se la ride. Mi chiede cosa stia combinando “It’s time to planning!”. 

– Sto organizzando la mia vita.
-Ma cosa organizzi, fai e basta

-Devo organizzarmi, non voglio perdere nemmeno un giorno di questi… 30.

Mi si gela il sangue, rido e piango.
Non posso farne a meno.
Piango e rido.
Piango.

E’ il 10 maggio, mi guardo allo specchio e devo ammetterlo: è ora di compare un biglietto. 

Tra 1 mese devo tornare a casa e me la sto facendo sotto.
Vorrei fermarmi, vorrei tornare, vorrei già ripartire.
Mi sento a casa qui, mi manca l’Italia, mi mancherà la Spagna, mi mancherà Sevilla. Dov’è casa? Cos’è casa?
Sono i Krumiri Rossi o la focaccia di Pinamonti?
E’ questo Guadalquivir o il mar Mediterraneo?
E’ la mia famiglia o Pedro?
E’ un posto fisico o uno stato d’animo?
Cosa sarà cambiato? Incroci, sguardi, cielo? Cosa cambierà? Chi verrà a vivere qui? Chi vive nelle mie vecchie case ad Alessandria?
Vorrei portarmi dietro gli amici di qui, oppure portare qui gli amici italiani, oppure andare in un altro posto, tutti assieme.
Vorrei andare a pranzo dalla donna la domenica, ma vivere a Sevilla dal lunedì al giovedì, il venerdì andare a Milano, il sabato però passarlo a Santa. Inventare altri giorni della settimana e viaggiare ancora.

Ha ragione Ca, è il tempo la chiave. E’ solo il tempo.

E allora mi prendo il mio, tutto quello che c’è, tutto quello che resta e tutto quello che verrà. E lo prendo di petto, di cuore, come dev’essere. E me lo divoro, fino all’ultimo boccone, leccando il piatto. E che non cadano briciole.

Titoli di coda

Oggi invece è l’11 maggio, piove che Dio la manda e mi concedo una cosa di cui spesso ci priviamo: approfitto della pioggia e mi ci butto, senza ombrello, con il rischio del raffreddore, il fiato corto, i capelli bagnati ed il sorriso.
Sono solo 29 e continuo a farmela sotto… ma stasera smetterà di piovere.

135
Add

Cuanderno de viaje – dia 240 – Felice da paura

Felice.

Felice da paura.
Felice delle piccole cose, del sole, del caldo, dei piccoli gesti, di un sorriso, di una battuta di un cameriere, vedendo una coppia innamorata, del vento tra i capelli, dell’aria d’estate.
Felice quando apro la finestra e respiro incenso, misto ad aranci.
Felice, quando con amici di qualche mese, ci s’intende come fossero con me da una vita. Perché è una vita, questa.
Felice, per tutte quelle cose che erano nuovissime ed adesso sono diventate rituali, quotidiane, ma non mi stufano mai.
Felice, ogni mattina, salutando il ragazzo dei giornali, la signora bionda con i capelli sempre bagnati, Federica, la ragazza dei fazzoletti.
Felice per queste amicizie facili, per questa voglia di conoscere, per quest’ansia di presentarsi.
Felice quando esco dall’ufficio e c’è il sole ad aspettarmi, una città sorridente.
Felice con i tramonti, dopo una giornata al parco, senza guardare l’orologio, aspettando che il sole scompaia. E sono le 10.
Felice, per le serate inutili, dove ci s’inventa qualsiasi cosa per essere sempre sulla cresta dell’onda. Per santificare questo Erasmus. Perché manca poco. Perché non voglio perdervi. Perché non voglio nemmeno un ricordo sfregiato, nemmeno una notte inutile.
Felice di questo senso di libertà, di aver trovato questo senso della vita, che va oltre al vile denaro, che va oltre tutto.
Felice di questa serenità, di questa primavere costante dell’anima.
Felice, perché è tutto così incredibilmente perfetto.
Ed impaurita.
Impaurita, pensando che tutto questo spettacolo sia davvero un momento, una menzogna, come dice Mariana. 
Impaurita, all’idea che questa umiltà e questa serenità non possano tornare con me, in Italia. Impaurita, perché ho lasciato indietro tante parti inutili e superficiali di me e non voglio tornare a prenderle, non mi appartengono più e probabilmente non mi sono mai appartenute.
Impaurita pensando alla mia amata Santa, ad una sera normalissima, circondata da apparenza, ignoranza, saccenza, superficialità. Ma fortunatamente ci sono le eccezioni. Poche, buone, mie.
Impaurita perché non so se riuscirò ancora a sentirmi al mio posto, al posto giusto, come mi sento da 8 mesi a questa parte, quì.
Impaurita perché non so se riuscirò mai a convincere i miei amici, di quanta tolleranza si possa imparare ad avere, uscendo di casa.
Impaurita, dall’idea di non poter trasmettere lo stesso entusiasmo e lo stesso coraggio di partire, alle mie sorelline.
Impaurita perché non so cosa ci sarà dopo aver saltato il fosso della laurea e dopo ancora.
Impaurita, da un divario d’anime tra me e quelli che sono sempre stati i miei amici, le mie amiche, che però non hanno avuto la fortuna, la voglia o il coraggio di aprirsi ad un’esperienza simile. Impaurita, dall’idea di non poter trasmettere la mia serenità e tutto quello che ho guadagnato, anche a loro.
Impaurita di dimenticarmi, poco a poco, di cosa significa santificare ogni giorno, come fosse l’ultimo, come adesso, come quando sai che manca solo 1 mesetto al tuo ritorno, alla fine di questa vita.
Impaurita perché vorrei essere per sempre così, come sono adesso: ventenne, leggermente abbronzata e felice da paura.

78
Add

Cuaderno de viaje – Día X – ESN Paradise

Scorro i volti, uno per uno e continuo a ripetermi che è stato un incidente. Che poteva capitare a chiunque. 
Avrebbe potuto essere un pullman di nonnini, di quelli che ho accompagnato io in Spagna 2 anni fa, un pullman di tifosi, un pullman di bambini, un pullman di liceali in gita, un pullman di ESN Sevilla, invece che Barcellona, uno dei nostri. Uno di quelli che ho preso una settimana sì e l’altra pure, da quando sono qui.
In qualsiasi caso sarebbe stata una tragedia, ma in questo di caso mi tocca più a fondo e non riesco a trattenere le lacrime. Non c’è rabbia, come poteva esserci qualche mese fa, dopo uno degli attentati, non c’è cattiveria, ma solo tristezza.
Guardo i sorrisi di tutte queste ragazze e non posso fare a meno di piangere. “Vado in Erasmus, in Spagna, ho ottenuto la borsa di studio, è solo qualche mese mamma, torno presto” le immagino salutare le famiglie, con la stessa tristezza mista ad entusiasmo, con cui ho salutato io la mia. 
Le immagino arrivare in una città nuova, spaventate ed incuriosite, cercare casa, impazzire, trovarla e trovarci dentro una nuova famiglia, che parla una lingua nuova, che non lava i piatti dopo mangiato, che non usa il bidè. Le immagino prenotare il viaggio per vedere Las Fallas, di corsa, sennò i posti finiscono, uscire gasate e trionfanti, con la loro ricevuta, un timbro, un nuovo viaggio targato Erasmus. 
E poi le immagino lì, a cantare canzoni da pullman, inneggiare cori, ad animare tutto il mezzo, come solo gli italiani sanno fare, qualcuna dormicchia, la sera prima non l’ha fatto, qualcun’altra mangia, magari è in piedi, parla con una nuova conoscenza… Si sà che l’autobus è sempre la parte più bella di un viaggio, tutti insieme, vicini, a sconfiggere la noia nella maniera più spontanea ed infantile possibile. 
Il telefono pieno di foto, gli occhi pieni di luce, dopo qualche giorno a Valencia, la testa piena di punti interrogativi, di domande, quelle ci stiamo facendo tutti, da quando siamo partiti ed il cuore pieno di sogni, progetti, obbiettivi.

Lo so che il mondo continua a girare, che non dobbiamo lasciarci spaventare, che non possiamo fermarci, che ogni giorno ci sono migliaia di incidenti nel mondo, però…
Immagino la mia nonna, davanti alla televisione, che arriva vicinissima all’infarto quando sente le parole “ragazze” “italiane” “Erasmus” “incidente” “Spagna” e cerca subito di chiamarmi. Io, che normalmente prima parto e quando torno dico dove sono andata, che prima mi butto con il paracadute e poi mando le foto, per non far preoccupare nessuno, perché “cosa vuoi che succeda?”. Immagino le nonne di queste ragazze, che non hanno ricevuto una risposta, un conforto immediato, che non hanno trovato nessuno dall’altra parte della cornetta a dire “tranquilla nonna, sto bene”. Immagino i genitori, prendere un aereo per andare a riconoscere i loro corpi, invece che a trovarle, a conoscere il loro nuovo mondo, ad aprire un po’ gli occhi su quanto abbiano fatto bene a lasciarle andare. Perché hanno fatto bene, nonostante tutto, perché non devono rimproverarsi niente. Immagino i fidanzati che hanno lasciato a casa, gli amici con il volo già prenotato, la carne nel frigo, l’affitto da pagare, le valigie ancora da disfare, il Learning Agreement da cambiare…

“Chiudersi invece d’aprirsi. Spaventarci invece che sognare, per i nostri figli e nipoti, un futuro condiviso e migliore. Ecco l’errore che non dobbiamo commettere, per rispetto ai ragazzi di Tarragona.”
Questi ultimi due mesi saranno anche per voi, ce li godremo con una marcia in più, avrei preferito non ce ne fosse bisogno, non ci faremo scappare un occasione, non perderemo un attimo, perché è quello che avreste fatto anche voi.
Sapete già cosa dovete fare in Paradiso, no?. Noi, nel mentre, continueremo a consigliare 1 anno d’Erasmus, al posto di 1 minuto di silenzio, in vostro onore.
Buon viaggio ragazze.





Miro las caras, una cada una y sigo repetiendo que ha sido un accidente. Que podría pasar a cualquiera.


Podría ser un autobus de abuelos, como lo que he acompañado hace 2 años, aquì, en España, podría ser un autobus de ultras, un autobus de niños, de colegiales de vacaciones, un autobus de ESN Sevilla, en lugar de lo de Barcelona, uno de los nuestros. Uno de los que he cogido una semana sì y la otra tambien, desde cuando lleguè aquí.
En casa hipótesis seria una tragedia, pero en este caso no puedo parar las lagrimas. No estoy enfadada, como hace unos meses, después los atentatos, pero estoy triste.
Las imagino llegar en una ciudad nueva, asustadas y curiosas, buscar casas, volverse locas, encontrarla y encontrar dentro una nueva familia, que habla un nuevo idioma, que no frega los platos y que no usa el bidè. Las imagino reservar el viaje para ver Las Fallas, corriendo, porque se acaban los sitios, salir felices y triunfantes, con el recibo y un nuevo viaje firmado Erasmus.
Y después las imagino allì, cantando canciones de autobus, coros, animando todo el autobus, como solo los italianos saben hacer, unas duermen, a noche no lo hizò, otra come, puede ser que sea en el pasillo, hablando con una nueva amiga… Se sabe que el autobus es la parte mas bonita de un viaje, todos juntos, cercanos, a luchar contra el aburrimiento de manera espontanea y infantil.
El movil lleno de fotos, los ojos llenos de luz, después unos días en Valencia, el cerebro lleno de signos de interrogación, de preguntas, las que nos ponemos todos desde cuando estamos aquí y el corazón lleno de sueños, projectos, objetivos.
Ya lo se que el mundo sigue dando vueltas, que no podemos asustarnos, que no podemos pararnos, que cada dia hay mil accidentes en el mundo, pero…
Imagino mi abuela, en frente de la televisión, que llega muy cerca a un infarto, cuando oye las palabras “chicas” “italianas” “Erasmus” “accidente” y pronto intenta llamarme. Yo, que normalmente antes me voy y después digo donde he ido, que antes salto con el paracaídas y después mando las fotos, así que nadie se preocupe, porque “que crees que pueda pasar?”.
Imagino las abuelas de esas chicas, que no obtuvieron respuesta, consolación, que no encontraron a nadie a el otro lado del movil que decía “tranquilla abuela, estoy bien”.
Imagino los padres, cogiendo un avión para ir a reconocer los cuerpos de sus hijas, en lugar de ir a visitarlas, para conocer sus nuevo mundo, para abrir un poco los ojos y entender cuando hicieron bien a dejarlas partir. Porque hicieron bien, a pesar de todo, porque no tienen nada que reprenderse.
Imagino los novios que dejaron en Italia, los amigos que ya tenían el billete del avión reservado, la carne en la nevera, el alquiler pendiente, las maletas todavía de deshacer, el Learning Agreement errado…
“Cerrarse en lugar de abrirse. Asustarnos en lugar de soñar, para nuestros hijos, nuestros nietos, un futuro compartido y mejor. Eso es el error que no tenemos que hacer, para el respeto de los chicos de Tarragona”.
Sabeis ya lo que teneis que hacer en el Paraiso, verdad? Nosotros, mientras tanto, seguimos recomendando 1 año de Erasmus en lugar de 1 minuto de silencio, en vuestro honor.
Buen viaje chicas.

Miro las sonrisas de todas esas chicas y no puedo no llorar. “Me voy de Erasmus, a España, me dieron la beca, solo son unos meses mama, vuelvo pronto”, las imagino que despiden las familias, con la misma tristeza mixta a entusiasmo, que tenia yo cuando despedí la mia.

Esos ultimo dos meses serán tambien para vosotras, no perderemos ninguna oportunidad, ni un minuto, porque eso hubierais hecho vosotras.


139
Add