Call me come cavolo ti pare, basta che call me

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Avrei voluto consigliarvi un film, con un post che non sono pronta a condividere e che resterà a prendere polvere per un po’, finché non diventerà desueto e allora non sarà più così intimo, perché apparterrà al passato. Mi è però venuto alla mente uno scambio di battute avvincente e profondo, vecchio come Chiamami con il tuo nome, che per assonanza di temi (cinematografia) e per la sua veridicità, ho deciso di pubblicare.

Che rimanga negli annali.

 

– Ieri ho visto il film (Call me by your name di Luca Guadagnino) prima di finire di leggere l’articolo e continuo a pensarci.

– “In questo momento magari non ti va di provare alcunché. Magari non hai mai voluto provare alcunché. E magari non è a me che vorrai parlare di queste cose. Ma ovviamente qualcosa l’hai provato. Avevi una splendida amicizia. Forse più di un’amicizia. E io t’invidio. (…) Soffochiamo così tanto di noi stessi per cercare di guarire più in fretta, che quando poi arriviamo a 30 siamo già prosciugati, e ogni volta che ricominciamo con qualcun altro abbiamo sempre meno da offrirgli. Ma costringersi a non provare niente per non soffrire — che spreco! (…) Come vivi la tua vita è affar tuo, ma ricorda: i nostri cuori e i nostri corpi ci vengono dati una volta sola. E prima che tu te ne renda conto, il cuore si logora, e quanto al tuo corpo, a un certo punto arriva il momento in cui nessuno lo guarderà, né tanto meno vorrà avvicinarcisi. Adesso c’è dispiacere, dolore: non ucciderli, perché assieme ad essi se ne andrebbe anche la gioia che hai vissuto.”

– E questa frase finale è veramente veramente top. Altro che oscar. 
Mi è piaciuta proprio la dolcezza lenta di tutto il film, i suoni forti dell’Italia d’estate, ne sentivo quasi il sapore. Ho amato la zozzaggine naturale di una coppia che si ama e vaffanculo mi mangio la tua sborra perché è tua, è mia, è nostra. Eppure, come ogni cosa bella ed intensa, come tutti i nostri primi amori forti ed adolescenziali, veri come non mai, ma distanti dai compromessi a cui scenderai più avanti, finisce. Dolcemente, bruscamente, brucia e ti spacca come mai più nessuno sarà in grado di fare. Perché non ti concederai più così, non amerai più così, bramerai tutta la vita l’intensità di quel primo amore, un nuovo amore forte e folle com’eri tu, a 15 o 20 anni. Senza accettare che quel tu non esiste più. E sarà forse l’unico dolore che non dimenticherai, perché ti sei concesso pure al dolore, quella volta. L’hai lasciato entrare e ti sei lasciato soffocare, con la testa nel cuscino, gridando, umiliandoti, lasciando passare anche la fame.

– Quanto hai ragione? È proprio la mia paura quella, non trovare mai più nessuno che mi faccia diventare incosciente, incurante di tutto… che mi faccia trovare anche le forze che non ho per starci insieme. Che mi faccia cambiare il modo di vedere le cose o che mi faccia pensare che la mia vita vada modificata… Quella forza quella passione di andare oltre ogni cosa. Quel dolore anche – sì, esatto – è un dolore consequenziale soltanto ad un sentimento enorme, che non tornerà più crescendo. Tra la corazza che ci si costruisce, il proprio mondo e quella mancanza di voglia di scendere ai compromessi di cui tu parli, non tornerà più.

– E per cosa? Per paura? Ce la siamo fatti per paura quella corazza? O perché dopo aver sofferto siamo stati in grado di accantonare il dolore e semplicemente andare avanti? Siamo stati di nuovo felici, rendendoci sterili, facendoci sentire potenti, in grado di superare ogni cosa, ma allo stesso tempo fortemente apatici. Che strana forma di vivere e vedere le cose, che paradosso.

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