Bolivia – da Copacabana a Uyuni, passando per La Paz – diario di bordo 25

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Non ero mai stata così tanto attenta all’altitudine in vita mia. Da Hierve El Agua in Messico ho scoperto che la bussola dell’iPhone fa anche da altilometro, una risorsa spettacolare. Da quel momento in ogni città, ad ogni salitina, sulle piramidi aztecas o in collina, taaaaac altezza.

Da quando sono arrivata in Perù ne ho abusato, c’è sempre stata una ragione per vedere a che altezza siamo. Fa freddo, a quanto siamo? Mi fa male la testa, a quanto siamo? Ho il fiatone, a quanto siamo? Effettivamente le altezze sono folli, basti pensare che tornare in città significava tornare a “soli” 3000 metri, praticamente l’altezza massima che raggiungo normalmente in montagna, vestita da sci, prendendo gli impianti.

A La Paz è esponenzialmente peggio, la città è alta, veramente alta ed è tutta una salita ed una discesa.

Dopo aver superato il confine a Copacabana e dopo aver perso il traghetto per la Isla del Sol, abbiamo deciso di boicottare quell’ennesima città bella solo dall’alto e ci siamo buttate sul primo van per La Paz. Abbiamo attraversato il lago su una barchetta, mente il van lo attraversava su una piattaforma, ci siamo lentamente avvicinate alla capitale, tra una curva e l’altra lo scenario che si apriva sotto ai sedili era quello di una città costruita in una vallata, con talmente tanti mattoni a vista da ricordarci Medellin. Si, la prima impressione che ho avuto di La Paz è che fosse simile a Medellin, ma eravamo ancora in alto. Una volta scese lo scenario era decisamente diverso, nonostante sulle nostre teste passasse l’ovovia, la città si presentava decisamente rude. Luca l’aveva definita “dannata”, la più vicina all’idea di sud America che si può avere in Europa. Disordinata, povera, incasinata, piena di gente, ovunque. Quando diciamo “nei peggiori bar di Caracas” praticamente è come dire “in un bar qualsiasi di La Paz.

Prendiamo un taxi per raggiungere Andrea, contrattiamo, 12 bolivianos (cambio 1€-8.30$). Maps indicava un paio di km, da percorrere ingenuamente in 5 minuti, se non fosse che nel centro di La Paz le bancarelle affaccino direttamente sulla via e le persone camminino totalmente in mezzo alla strada, senza prestare nessuna attenzione alle auto. A passo d’uomo abbiamo fatto in tempo a vedere un gruppo di ragazzi che stavano ancora festeggiando il carnevale, tutti i 100 grammi disponibili sulle bancarelle, gli articoli cartoleria per l’imminente rientro a scuola e probabilmente anche qualche taxista addormentato.

Dopo una veloce scelta di un ostello economico, siamo passati alla cena, il tasto più bello de La Paz.

Con Andrea non c’è dubbio, si controlla tripadvisor e tra i primi nomi della lista svetta un Berlusca. Lasciando da parte i pregiudizi iniziali che un italiano (non io) può avere, ci caliamo tra i vicoletti del centro, tra souvenir artigianali e baretti nei sottoscala c’è un cortiletto nascosto.  L’esterno del locale è semplice: ciottolato, qualche tavolino, stoffe tipiche. L’interno è ancora più semplice: pochi tavoli, pareti bianche interrotte da alcune fotografie appese, una cucina nascosta. Nulla che ricordi l’Italia, tranne il menù ed il gestore. Tagliatelle al ragù, rigatoni al pesto, hamburger. Poche idee, ma ben chiare.

Il ragazzo invece è figlio di papà italiano e mamma francese, o il contrario, con nonno boliviani. O forse non ho origliato bene, però è di La Paz, gli piace e non vuole andare via. Parla italiano, spagnolo, francese madrelingua ed ha studiato l’inglese. A parte la camicia a quadri mi sta simpatico, fa i conti a mente, sembrerebbe alla buona, in realtà ogni voce del menù ha lo stesso prezzo.

Tornerò, da sola a mangiare le tagliatelle, davanti a provare un altro ristorante boliviano che ai ragazzi non piacerà. Di La Paz sono questi angoletti che mi rimarranno nel cuore, queste luci soffuse, calde, che illuminano la città di notte.

La vista dall’ostello dopo 4 piani di scale, che ti lasciano senza fiato. Forse aveva davvero ragione Luca, deve ancora crescere, deve assolutamente crescere, però per ora è bella così.

“Ti rendi conto di dove sei?”

 

Dopo qualche giorno di shopping, magnate, passeggiate e relax, insomma quello che si deve fare in una capitale, con le nostre nuove giacche a vento addosso, andiamo al terminal de buses e prendiamo un cama verso Uyuni.

Mai visto bus più ampio di questo, Andrea si tratta proprio bene, arrivo previsto ore 5.30. Chissa che cazzo si fa alle 5.30 a Uyuni.

Nulla si fa alle 5.30 a Uyuni. Arriviamo puntualissimi, ancora mezzi addormentati abbiamo già lo zaino in spalla e nessuna meta. La città è spenta, c’è un po’ di polvere sulle strade popolate solo dai passeggeri del bus. Qualche gestore di agenzie inizia a rifilarci bigliettini, una signora ci indica un “coffee shop”, anzi, ci porta proprio. In una stanzetta al primo piano di una casa c’è una piccola cucina e un paio di tavolini troppo vicini sui quali ci sediamo con poca agilità a causa degli zainoni. In 10 minuti la voce si è sparsa ed il locale è pieno di persone di ogni nazionalità, ognuna con 1/2 zaini a testa, non ci si gira e non faremo mai colazione, ma grazie al Wi-Fi abbiamo già prenotato un ostello.

Usciamo, senza aver consumato, come dei gran maleducati stanchi e andiamo a tentare un check in mattutino. La porta dell’ostello è aperta, cigola, davanti a noi una scala. La imbocchiamo e alla fine della prima rampa troviamo una scrivania ed un divano, nessuno. C’impadroniamo del divano, finché la signora delle pulizie, che nemmeno vedo, ci sposta in una stanza. Qualche oretta di sonno e siamo di nuovo in bolla! Botta di culo e colazione, troviamo il tour a 150$, ancora meno del pronosticato!

Ore 10.30 si parte, andiamo a vedere un insulso “cimitero dei treni”. “Quando i treni erano obsoleti o in disuso li abbandonavano qui”, ci racconta Domingo, “ora è un museo a cielo aperto”. Mi affascina sempre vedere come riescano a trasformare una discarica a cielo aperto in un museo, ma soprattutto come i turisti prendano per oro colato tutto quello che viene detto e si arrampichino su treni arrugginiti per farsi fotografare. Chissenefrega dell’antitetanica, dei topi che ci dormono, dell’inutilità di quella foto, la stanno facendo tutti. A volte proprio lunge da me…

Comunque, dopo questo breve stop riprendiamo il cammino, passiamo al supermercato a prendere la pappa e ci dirigiamo verso il salar. Le strade dissestate boliviane di trasformano in una grande distesa d’acqua, marroncina. Gli autisti si fanno il segno della croce e si buttano con i 4×4 direttamente in quello che sembra un grande lago, in realtà è la salina. 14’000km quadrati di sale che durante la stagione delle piogge si riempiono d’acqua, nella zona più profonda (massimo un metro) l’acqua piovana risulta sporca, marroncina, ma quando l’acqua si fa meno profonda il fondale bianco cristallino è luminosissimo e produce un lucente effetto specchio. Le montagne in lontananza si riflettono perfettamente nell’acqua, le macchine in lontananza sembrano capovolte, anche Andre e Ale sono doppi, mentre camminiamo scalzi con i pantaloni arrotolati, il sale fino alle ginocchia e le nuove giacche blu che creano una nella nuance di colori.

Finalmente vediamo il pranzo che Domingo ha trasportato con cura in tappera: sono alcune verdure bollite, riso, bistecchine e una banana a testa. Mangiamo su un tavolo di sale, con i piedi nel sale, nell’unico hotel di sale rimasto agibile all’interno della salina. È come stare in spiaggia, ma la sabbia è bianca e cristallina. Cristallina nel vero senso della parola, il sale è perfettamente quadrato, spigoloso, con un foro in mezzo. Più ci si allontana dalla zona battuta più il sale diventa veramente pungente, graffia la pianta del piede e sembra di camminare sugli spilli, ma è oggi e chissà quando, quindi graffiamoci tutti, fino alla noia.

Fino al tramonto, finché non sale di nuovo il vento, finché non ci rompiamo i coglioni, finché non ci viene voglia di uccidere i fotografi messicani che non tornano in macchina e ci stanno facendo congelare.

 

Torniamo indietro, ci aspettano poche ore di nanna e poi domani saremo di nuovo in viaggio, verso l’Argentina. È finita. Qualche giorno ancora tra Salta, Jujuy e Tucuman, ma è finita.

Che spettacolo.

 

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