Pacchanta – diario di bordo 22

Fa così freddo che devo solo preoccuparmi di non morire assiderata, che la mia temperatura corporea rimanga alta il più possibile, che le dita continuino a muoversi, anche quelle dei piedi, che non si atrofizzi niente. Respiro profondamente, mi ripeto che siamo quasi arrivati, parlo sottovoce al mio cavallo, “dai dai, resisti, non mollare”.

È giovedì 8 febbraio, mezzogiorno, il sole alto nel cielo sopra la montagna di Ausangate. Quando qualche mese fa ho chiesto dei consigli a Clara su un Perù non turistico mi ha parlato di Eusevio. A 3 ore di bus da Cusco non c’è solo Machu Picchu. “Se vuoi vivere davvero il Perù vai in questo paesino Quechua dove non parlano spagnolo e vivono di alpaca”, con questa nota audio mi aveva già conquistata, senza troppi dettagli, lasciando decidere al mio spirito d’avventura.
Una volta approdata in Perù le ho chiesto dove fosse, come arrivarci e il numero di Eusevio, che ho sempre scritto Eusebio ovviamente.
Dopo tutte le peripezie fatte per entrare in questo paese, per toccare con mano le Ande, siamo partite da Cusco per Tinki. Tinki è il paese più vicino a Pacchanta, il villaggio dove siamo diretti, peccato che nessuno lo conosca ed un taxista ci abbia insinuato il dubbio che forse si debba scendere prima, a Ocongate. Senza nemmeno una meta chiara e piena di lividi dalle chiappe ai piedi, zoppicante, ci dirigiamo a Coloseo, dove dovrebbe esserci una fermata del bus. Non troviamo il diretto, ne prendiamo uno per Urcos e da lì un auto fino a Tinki, anche se all’ingresso del paese svetta il cartello Tinke, con la E.

Eusebio/Eusevio arriva con una giacca North Face arancione, uno zaino professionale azzurro ed un cappello tipico adornato da una fascia di stoffa e perline. Ha una placca metallica a forma di stella sull’incisivo destro, non troverò mai il coraggio di chiedergli se fosse per bellezza, forse per timore che mi risponda di sì. Non parla perfettamente spagnolo, ma ci capiamo! Con i compaesani invece parla Quechua e ride. Quando non conosco una lingua e la gente mi ride in faccia mi sento sempre un po’ a disagio, ma come biasimarli, si chiederanno che cazzo ci facciamo qui.

“Siete vegetariane o normali?” Ora siamo noi a ridere, che razza di domanda. “Normali, normali”. Spesa e via, saliamo a bordo della sua moto e di un’altra (per 15 soles) e saliamo, saliamo, saliamo per almeno mezz’ora guidano sullo sterrato, nell’acqua, sulle rocce, nel prato. Tutto attorno verde, cavalli, mucche, alpaca, qualche casa in mattoni, una scuola, un cimitero.

A Pacchanta vivono circa 70 persone, ma non ne vedremo mai più di 5 contemporaneamente.
Eusebio ci fa scegliere la stanza, in una casetta recentemente costruita, ci sono un sacco di posti letto e solo a quel punto capiamo che ci sarebbe costato qualcosina.
Fa freddino, così a rigor di logica scegliamo la stanza più piccola e con il letto matrimoniale. Nella nostra camera ci sono 2 finestre, una verso valle ed una verso le montagne innevate, una porta senza maniglia veramente faticosa da aprire, un comodino, il letto con 5 coperte alle quali si aggiungeranno le nostre 4.
Sono in tuta, con una maglia termica, suppongo ci siano 5 gradi o meno, non penso alla faccia che farebbe mamma e m’infilo vestita nel letto, Ale mi segue a ruota, fa freddo.
Eusebio come un angioletto arriva con un termos e del tè. Penso solo a come alzare la mia temperatura interna, mi avvolgo nelle mie due coperte, una presa in aereo e l’altra in bus, e torno a rintanarmi.
Il tempo passa e a fatica, lentamente mi riscaldo.

La mamma di Eusebio è in giardino, con i suoi abiti tipici, seduta su una pietra, scalza, sta tessendo. Tesse una coperta, con la lana di alpaca, un telaio in legno e l’ausilio di un osso. Al mattino al mercato mi sono informata: 15 soles la copertina. “Quanto impieghi a terminarla?” Il figlio traduce, “15 giorni”.
Quindici. Q u i n d i c i giorni. 1 soles al giorno vale il suo lavoro. 0,25 euro. Venticinque centesimi.
Non so se mi lasci più attonita questo o i suoi piedi nudi che non riesco a smettere di fissare.

Accanto alla nostra casetta ce ne sono varie altre: una è la cucina, l’altra quella di Eusebio e la mamma, l’altra del fratello e dei figli, le altre sono in costruzione perché vuole poter ospitare più persone.
Dietro alle sue casette s’intravede del vapore, ci porta a vedere le terme naturali. L’acqua esce a non so quanti gradi dalla terra, con un sistema di miscelazione la mischiano con quella fredda del torrente e riempiono le piscine a 45º. 5 soles per fare il bagno, d’estate, quando c’è “tanta” gente, cambiano l’acqua ogni ora e mezza.

Minestra di quinoa e verdure, alpaca con verdure, finalmente cibo salutare. Le patate sono loro, non le vendono, le usano solo in casa, le piantano mentre gli alpaca ora sono in montagna a pascolare, per 5 mesi.
Alle 18.30 fa buio, alle 19.30 ceniamo, alle 20.30 siamo già di nuovo a letto. Adesso si, possiamo iniziare Casas de Papel, anche se la mia batteria non regge queste temperature e devo massaggiare il telefono come un cane. Meno male che la giornata è stata stancante e domani la sveglia suona presto, andiamo a vedere le 7 lagune dell’Ausangate. Speriamo smetta di piovere.

Alle 7 ci svegliamo ed il sole è alto nel cielo, si vede la vetta più alta: 6’600 metri, cose mai viste.
Colazione dei campioni ed in sella, approfittiamo della giornata.
Cavalcata dopo cavalcata, passo dopo passo, mi si aprono davanti agli occhi degli scenari nuovi, in cui la natura è veramente padrona assoluta. L’erba verdissima cresce rigogliosa durante la stagione delle piogge, qualche alpaca la macchia in lontananza, insieme a leprotti, stambecchi e pecore al pascolo.
Saliamo, 4500, 4700, 4850… Le montagne innevate ci circondano, ora anche l’erba è stata ricoperta da questo bianco candido che mi sta palesemente scottando la faccia. Per fortuna Eusebio ci ha prestato due giacche così ci ripariamo dal vento. Sotto ai nostri zoccoli due lagune di un azzurro intenso come quello del mare di Barù. Non sto nemmeno patendo l’altezza, come se non fosse il punto più alto in cui sia mai stata, anzi, banchettiamo anche. Pane, formaggio, una banana ed il cielo si oscura, riprendiamo il cammino, manca ancora la laguna sagrada.
Scendiamo da cavallo per immergere i braccialetti che abbiamo comprato alla mamma, un rosario che mi ha dato la nonna prima di partire, due preghiere ed inizia a gocciolare. Per fortuna Fiore mi ha regalato un poncho giallo super sexy prima di partire.
Non l’avessi mai pensato.

Due gocce diventano un temporale forte, neve, grandine, William che ci stava accompagnando scende da cavallo, si mette la coperta in testa, cerca di ripararsi. Ale non riesce a tenere su il cappuccio, si sta bagnando il cappello, cerco di spostare il mio da dentro, per non tirare fuori le mani e non bagnarle, ma la plastica si rompe, proprio nel momento meno opportuno.
Tiro il più possibile la maglia termica affinché mi copra le mani, le dita rimangono per forza fuori, con una mano cerco di tener chiuso l’impermeabile, con l’altea stringo le briglie.
Ogni folata di vento è una doccia fredda. Per non bagnarmi la testa devo cercare di tirare il più possibile l’impermeabile, finché non si rompe completamente davanti.
Porca troia. Porca troia! Ma proprio adesso?
Abbozzo un nodaccio orrendo, non c’è verso di riparare le gambe. La tuta inizia a bagnarsi, ad inzupparsi, insieme alle scarpe. Cerco di stringere quel nodo, perdo le briglie, non c’è verso, sono fradicia. Un rigolino d’acqua entra nella scarpa, fin sotto al piede, adesso anche i calzini sono zuppi.
C’è proprio poco che possa fare se non stringere i denti ed essere paziente.
Fa così freddo che devo solo preoccuparmi di non morire assiderata, che la mia temperatura corporea rimanga alta il più possibile, che le dita continuino a muoversi, anche quelle dei piedi, che non si atrofizzi niente. Respiro profondamente, mi ripeto che siamo quasi arrivati, parlo sottovoce al mio cavallo, “dai dai, resisti, non mollare”.
Non penso di aver mai provato così tanto gelo.
In montagna si, ci sono quelle giornate in cui vai a sciare a -10, anche a -20 a Plateau, quelle giornate in cui vento e bufera erano talmente forti che scendevi dal Ventina con i guanti sulla faccia, ma non è la stessa cosa.
Questo è più un freddo da passamontagna bagnato, quando ben sapendo che poi si sarebbe congelato, ti ostinavi a ciucciare il passamontagna o lo scaldacollo, che dopo 5 metri ovviamente diventava un pezzetto di ghiaccio insieme al tuo mento bordeaux o peggio, alle labbra. Ecco, quel freddo, esteso a tutte le gambe, ai piedi, alle mani, un freddo bagnato.
È un freddo fine a se stesso, non è come quando vai a sciare e puoi già visualizzare le crespelle alla valdostana della baita o la vasca calda che ti aspetta a casa, qui anche a casa farà freddo e la doccia, beh la doccia la farò quando tornerò a Cusco.
Quando sento una goccia arrivarmi anche alle mutande capisco che mi posso aiutare solo psicologicamente.
Il maestro Leone ci diceva sempre di pensare a cose calde quando avevamo freddo, i bambini normali pensavano alla cioccolata della baita, io alla coperta di pile del divano arancione della montagna, al sole sul ciambellone, al termosifone di metallo di Casale, a pane e latte d’emergenza.
Così inizio a pensare alle ultime cose calde che ho provato, penso al tè alla coca, alla doccia del Tayta Wasi, a Santa Marta, al sole che riscalda anche il marmo e ti fa venir voglia di camminare scalza, all’amaca al tramonto.
Inizio a pensare ad ogni minuzioso passaggio che farò per svestirmi. Toglierò il cappuccio, quello che resta dell’impermeabile, la giacca, le scarpe, i calzini, i pantaloni, poi entrerò in stanza, metterò i piedi sul legno che sembrerà caldo, mi toglierò anche le maglie, con le salviette mi darò una ripulita, cambierò mutande, metterò l’unico pile asciutto che mi rimane, i pantaloni con gli elefanti, le calze di Andrea, mi avvolgerò nelle coperte e m’infilerò sotto ai 10kg di letto. Magari prenderò anche una tachipirina preventiva.
Ale mi chiede se sono arrabbiata, figa no, cosa c’è da arrabbiarsi? Sono solo bagnata fradicia a 4500 metri, con un diluvio universale e ancora 1 ora e mezza di strada da fare, non sono incazzata, sono solo congelata.
Piano piano perdo la sensibilità di alcune parti del corpo, per fortuna la testa è asciutta e gli organi vitali al caldo. I lividi sulle cosce non fanno nemmeno più male, la caduta dal quad sembra solo un dolore lontano rispetto a questo.
Ho visto Everest prima di partire a novembre, un gran film di merda, ma di cui ricordo chiaramente il protagonista quando con lucida coscienza diceva “mi si dev’essere atrofizzato un piede”.
Ma poi penso che queste persone vanno in giro con i sandali, vivono qui da secoli e a quanto pare non gli hanno amputato arti ne sono morti assiderati, quindi posso stare tranquilla, devo solo respirare e siamo sempre più vicini.

Dopo 2 ore, senza che la pioggia ci abbia dato tregua, vedo la casa. Corro. I passaggi sono importanti per recuperare velocemente calore, bisogna essere lucidi e non fare cagate.
Tolgo il cappuccio, quello che resta dell’impermeabile, la giacca, le scarpe, i calzini con le mani, i pantaloni che sbattono violentemente sul pavimento, talmente sono pesanti, entro in stanza, metto i piedi, che in realtà sono pezzetti di ghiaccio rosso, sul legno che sembra fin caldo, tremo. Questo non l’avevo messo in conto, il tremore dico, tremo tantissimo, la presa con le mani è molto difficile, le gambe sono rossissime e i lividi di svariate sfumature indecifrabili. Mi tolgo anche le maglie, con le salviette mi dò una ripulita veloce, cambio mutande, metto l’unico pile asciutto che mi rimane, i pantaloni con gli elefanti, le calze di Andrea e mi avvolgo nelle coperte, una attorno ai piedi, una attorno alle gambe e via sotto ai 10kg di letto.

Anche la mia voce trema, le coperte sono così pesanti che quasi mi fanno male. Alessia si scalda velocemente e le sale la febbre, io sono ancora freddissima quindi ne approfitto per metterle i piedi sulla schiena, quanto meno ci completiamo e ci diamo sollievo a vicenda. La mamma ha preparato una zuppa d’orzo, ma non ho la forza di alzarmi dal letto. Ale va, io aspetto di prendere coraggio. Le scarpe sono fradice, il che significa che possiamo uscire solo con le infradito e solo l’idea mi uccide.
Ma la zuppa potrebbe riscaldarmi quindi con una coperta sulle spalle ed una in vita, infilo le infradito con le calze ed il tutto in due sacchetti di plastica, purtroppo bucati.
Minestra e di nuovo sotto le coperte. Finiamo tutti gli episodi di casa de papel, lasciamo che tramonti il sole e forse solo dopo 5 ore abbiamo entrambe recuperato una temperatura quasi decente. Le mie dita si muovono ancora tutte, il viso è caldo non so se perché mi sono scottata con il sole o bruciata con il freddo, ma prendo quella famosa tachipirina preventiva.

Ora che non devo più concentrarmi sulla sopravvivenza posso pensare.
Guardo la mamma, i nipoti ed il figlio seduti in cucina, in silenzio, con lo sguardo nel vuoto, un sorriso sempre pronto. Mi chiedo cosa pensino, se siano felici davvero, se amino quello che fanno.
La routine di questo paese è di svegliarsi, fare colazione, far pascolare gli alpaca, le donne tessono, pettinano e lavano i cavalli, la botta di vita potrebbe essere scendere a piedi al paese a fare la spesa, per poi magari risalire in moto o nuovamente a piedi, con la coperta multiuso piena di cibo, pranzo, cena, nanna. Fino a Pacchanta arriva la corrente elettrica che comunque serve solo a fare luce, a caricare i telefoni e la radio. L’acqua calda è solo acqua del torrente canalizzata ai rubinetti e scaldata sui fornelli, che funzionano con le bombole di gas. Il bagno, esterno, ha un rubinetto in pietra, come le fontanelle di montagna, un water e basta.
William studia a Cusco perché fino si 18 anni adesso la scuola è obbligatoria, prima solo il 30% dei bambini ci andava, gli altri restavano nei campi, aiutavano con il pascolo, ora vanno tutti, si spostano nella città quando serve, studiano e magari tornano al paese e trasformano l’attività di sussistenza dei genitori in un’azienda di famiglia. Prima qui non c’erano nemmeno i soldi, il baratto fino a qualche anno fa era la moneta di scambio, chi faceva patate e chi mais. Ora invece Eusebio, che ha studiato turismo, pensa in grande e costruisce, chiama i maestri del paese e fa girare l’economia. Ci sembra troppo intraprendente per non aiutarlo, lo mettiamo in contatto con la cooperativa di Cusco dove andremo a fare volontariato settimana prossima, ci facciamo raccontare tutte le attività che si possono fare e raccogliamo foto per la nuova pagina Facebook che gli creeremo. Ci ringrazia, mille volte e ancora, con un’umiltà inaudita. Un umiltà senza precedenti, che non ha nulla a che vedere con la povertà, con l’assenza, con la privazione, è un’umiltà d’animo, quella che potrebbe avere un bambino quando si stupisce genuinamente anche del gesto più banale.

Vedendo questo posto, la sua incontaminazione, l’autenticità delle persone che vi vivono, sarebbe magico ed egoistico che restasse così per sempre. Eusebio merita che i suoi sogni diventino realtà, che i turisti si avvicinino, che guadino anche l’altro lato della montagna, non tutti, quelli più temerari, quelli disposti a morire di freddo, a sentire sulla loro pelle com’è la vita da queste parti. Viaggiatori, non turisti. Mettiamo da parte l’egoismo e facciamo in modo che questo paesino che non compare nemmeno sulle mappe geografiche diventi conosciuto, una perla, senza che cambi questo profumo di montagna, di sterco di cavallo, di natura e sopravvivenza.

 

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Finalmente Perù – diario di bordo 21

Non mi lavo da due giorni, solo le parti intime con le salviette. Dormiamo sugli autobus da due giorni, stanotte ho anche dormito bene perché i sedili in fondo erano liberi ed ho potuto distendermi su due, alzare le gambe e raggomitolarmi.

All’una di notte Ale mi ha svegliata brutalmente perché eravamo sul confine, dovevamo passare migraciones.

Ed eccoci, in Perù.

Ho sognato questo momento tutta la vita, da quando ho infilato per la prima volta un pacco di pasta in un sacchettino, da quando abbiamo chiuso le prime scatole al Sacro Cuore, da quando ci facevano vedere con il proiettore le foto dei bimbi, da quando ci facevano parlare su skype, con quella connessione internet impossibile da trovare, con qualche animatore in missione.

Ho sognato come potesse essere, ne parlavo con Margherita quando eravamo piccole, pensavamo e ci confrontavamo, avremmo voluto fare lo stesso, “solo un annetto” dicevamo.

Con il tempo le cose sono cambiate, io sono cambiata e non ho più potuto fare un’affermazione del genere a cuor leggero. La percezione di me stessa, del contesto, la paura si fa avanti con gli anni, quella curiosità irrequieta ed infantile è stata affiancata da altre prese di coscienza, una fra tutte la mia memoria.

Ricordo troppe cose, dalle più inutili alle più importanti. Dagli outfit della veglia della Cano 2012, alle esatte parole con cui mi sgridava il nonno quando avevo 5 anni, a quella volta che a 3 mi vomitai addosso al casello.

Mia madre ne rimane sempre impressionata, anche Michi, non con tutti posso fare la super ricordona perché non è carino. Una cosa carina invece è che lascio scivolare i brutti ricordi, dopo aver perdonato, quando mi rendo conto che non ha senso trattenerli, se riesco a perdonare.

Beh, con il tempo, con i libri letti, con i racconti degli altri, provando per brevi periodi a calarmi nella povertà, ad aiutare, a sporcarmi le mani, ho avvertito il timore di non poter più tornare indietro.

Quando parlavo della missione Mato Grosso, mi veniva ormai spontaneo, come una forte presa di coscienza, dire “non sono mai partita, ho paura che vedere tutta quella povertà mi faccia sentire troppo in colpa per quello che ho, che non possa più tornare indietro”.

Questo viaggio, dall’inizio, da quel Techo in Argentina, mi ha aperto tanto gli occhi e mi ha fatto cambiare opinione.

Non mi sento in colpa per quello che ho, mi sento incredibilmente fortunata. Sarei pronta a lasciare tutto per aiutare chi ha bisogno? Per un periodo, a priori posso solo dire “per un periodo”, posso pensare che potrei farlo e poi mettere oceani e chilometri tra me e la povertà perché non penso più che la povertà sia quello che pensavo fosse.

Anche per me sarà difficile esprimere questo concetto.

La povertà, in sé, è senso di mancanza, di precarietà, solo il termine provoca sentimenti tristi e cupi. La povertà, quella vera però, non è così fredda, non è nemmeno così consapevole. Ci sono persone che hanno poco e persone che hanno troppo. Le prime, come le seconde, desiderano sempre di più, per la loro natura umana, ma le prime, forse ancor più delle seconde, sanno essere grate, accontentarsi e vivere in pace. Non hanno bisogno di più, forse dal nostro punto di vista sì, certo è giusto e doveroso pensare di poter aiutare e semplificare la loro vita, ma non come crediamo. Non è detto che tutti desiderino una super casa, non è detto che la scambierebbero volentieri con una umile immersa nella natura. Ci sono degli equilibri di cui nemmeno siamo a conoscenza che probabilmente non andrebbero toccati, intaccati, con la presunzione di chi è abituato a vedere semplicemente qualcosa di diverso.

Non migliore, diverso.

Sì, tutti qui meritano di più, quanto meno di poter scegliere se prendere la strada sterrata o quella asfaltata, se andare in bus o a piedi a scuola, se vivere nella natura selvaggia o avere un bagno. Sì, sicuramente tutti meritano un salario minimo che gli permetta di mangiare meglio, che gli dia tutta la salute di cui hanno bisogno. Tutti meritano un tetto, che non gli piova in casa, aria.

Non tutto ha la forma che noi siamo abituati a dargli. Questo sto iniziando a vedere.

 

Adesso scendo dall’autobus, magari vedo qualcosa di più.

Inizia.

Mi lego le scarpe.

 

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Un weekend in Ecuador: Quito e Cuenca – diario di bordo 20

I viaggi sono persone, lo sono sempre stati per me, chiese, piazze, colori, suoni, odori, sapori, ma soprattutto persone, nulla avrebbe lo stesso sapore senza le persone.

Questo doppio step attraverso l’Ecuador è stato ricco di umanità e non c’è molto altro che possa aggiungere. Non avevamo programmato di vedere questo stato e ci abbiamo passato 3 giorni e 3 notti. C’è chi si fa un weekend a Londra e chi 3 giorni in Ecuador, normale no?
Se non avessimo perso l’aereo, se non fossimo venute in Ecuador, non avremmo conosciuto Sebastian e sua mamma, la spontaneità e la generosità di questa famiglia. Ottimo, 1 punto.
Già dalla frontiera, quando Sebastian si è offerto di darci uno strappo fino a Quito, dovevo nasarlo che sarebbe stato un posto aperto alle conoscenze. Forse perché alle 20.30 a Quito chiudono anche i ristoranti quindi o ti metti a parlare con i muri o niente, vai a dormire.
L’umanità toccata in Ecuador sa di ciabatte, ciabatte e calzini o ciabatte senza calzini, cose terribili da vedere in città, ma che da oggi mi danno un po’ meno fastidio.
Dopo svariati giri attorno alla piazza di Avenida 24 de Mayo, alla ricerca di un ostello che ormai aveva chiuso i battenti, chiediamo ad un vigile volontario d’indicarcene un altro. Sono le 21.30 e sembrano le 5 di mattina. Ci mette nelle mani di un signorotto in ciabatta e tuta usurata, dalle sembianze per nulla affidabili, capello lungo, cappello, mani sporche “ci penso io” dice. Girato l’angolo s’inginocchia di fronte ad un portone, avvicinando la bocca all’unico spiraglio, in modo da svegliare tutto il palazzo ed inizia a gridare. Apre il portone una signora scorbutica affiancata dal marito, scalzo, in mutande. Adesso, con tutti gli uomini che potrebbero aprirmi la porta in mutande, proprio un ottantenne sovrappeso molle che vive in un manicomio? Chiediamo di vedere le stanze e sì, definitivamente vivano ed affittavano a 6$ a notte le stanze di un vecchio ospedale, ma proprio vecchio, lasciato nelle perfette condizioni originali e mò di museo. In corridoio svettava la scritta “per l’acqua calda chiedere alla proprietaria” e già mi vedevo in una vasca con le infradito a travasare da un secchio l’acqua scaldata, cercando d’evitare anche di toccare la tazza. No grazie.
Demoralizzato il nostro uomo, dopo aver ricevuto una dose da un’amica che stava facendo jogging – non è un termine che utilizzerei mai nella vita, ma la sua andatura a “corsetta” è affrancabile solo ad un termine ridicolo come jogging – in una bella tutina rosa, comparsa letteralmente dal nulla al grido di “me debes una”, ci accompagna a vedere gli ostelli cari.
10$ per l’ostello più bello che abbia mai visto: Masaya Quito. Ovviamente con 3 sedi: Quito, Bogotà e la mitica Santa Marta. Il destino è la sua puntualità nananananana.
Se non avessimo perso l’aereo, se non fossimo venute in Ecuador, non avrei mai visto quest’ostello, non mi sarebbero mai venute tutte le idee che invece ho su come rivalutare la casa di Casale. Ottimo. 2 punti.
Dopo una nottata in bus qualsiasi letto sembra splendido, ma questo lo è particolarmente, contando che è il 22esimo che cambiamo in 2 mesi, escludendo gli autobus, posso dire di averne provati parecchi.
Mentre compiliamo finalmente i moduli per il voto dall’estero, una muso sorridente s’infila sotto la scala: “buenos dias, vienen a desayunar?”. Stuart, età indefinita, con il cappello 25, senza decisamente qualcuno in più. E’ la seconda volta che mi succede in due giorni, raga non vi stressate, ma soprattutto non mettete i cappelli perché l’effetto è peggio del con/senza make up, che infarto.
Comunque, Stuart, sulla 30ina, si presenta in leggins, pantaloncini, maglione di lanetta natalizio e sandalo con calza. Nell’attesa si rende conto che per fare colazione con due italiane forse sarebbe stato meglio cambiarsi. Mette un pantalone beige e ripropone il calzino+sandalo, fedele ed imperterrito.
Stuart è di Londra, è cresciuto, ha studiato e lavorato a Londra, finché non è lasciato con la sua ultima fidanzata rendendosi conto che quello studio di architetti e quella città non facevano più per lui, che gli toglievano il fiato, che non lasciavano spazio alla vita. E’ andato in Australia a lavorare in una serra, poi in Sicilia a supportare l’accoglienza degli immigrati, è stato qui in Ecuador 5 mesi ad insegnare inglese a 10 classi di 36 bambini l’una in un paesino verso la costa. L’Australia gli è piaciuta tanto, infatti ci tornerà a breve, questa volta come architetto, unica pecca: “la gente beve troppo, non è il mio stile di viaggio quello da sbronzo”. Buono.
In Italia invece è stato la prima volta per un progetto con l’università, dovevano disegnare delle case multifunzionali che un giorno potevano servire come camere da letto ed il giorno dopo come sala riunioni. E’ rimasto colpito da tutte quelle persone e dall’attività di un parroco in particolare che ha poi contattato per tornare e dare una mano. E’ rimasto deluso. Ha potuto percepire la curruzione, il poco interesse nei confronti delle persone, la grande attenzione solo nei confronti dei fondi che arrivano dall’Unione Europea. Appunta anche un livello scarso di pulizia delle strade, di raccolta dei rifiuti, completamente diverso dal nord Italia. Che figuracce cazzo. Peccato che al fratello non sia dispiaciuto così tanto, ha sposato Annunziata e hanno avuto pure due bimbi, oltre a lavorare insieme per l’impresa manifatturiera di cravatte della famiglia di lei.
Parla in maniera piatta, accenna sorrisi, si vede che alla base c’è una bella freddezza inglese riscaldata dal tempo passato all’estero, ma l’inclinazione della schiena che gli viene naturale quando ti saluta, invece di avvicinare chiappe e petto al tuo corpo, è emblematica. Continua a raccontarci delle sue esperienze e lo fa con un tono costante, particolare, quando ci dice che era stato fortunato a lavorare con i fiori in Australia lo fa con lo stesso tono con cui si lamenta dei rifiuti.
Qui in Ecuador invece l’ha colpito l’umiltà delle persone, la famigliarità dei contesti. Effettivamente anche pranzando al ristorante sembra di mangiare nella cucina di una famiglia, stai letterlamente mangiando nella cucina della casa di una famiglia, semplicemente affaccia sulla via.
Passeggiamo con lui ed i sui sandali per le viuzze del centro storico di Quito, entriamo nelle splendide chiese dorate, ci scottiamo finché non è ora di tornare a prendere il bus successivo.
Se non avessimo perso l’aereo, se non fossimo venute in Ecuador, non avrei mai conosciuto questo ragazzo non più ragazzo. Ottimo. 3 punti.
Che nottata di merda. Arriviamo presto a Cuenca, ci cambiamo nei bagni della stazione dei bus, lasciamo gli zaini al deposito, compriamo i biglietti per il Perù e andiamo a visitare la cittadina più carina dell’Ecuador. Effettivamente è vero, il centro è davvero molto coloniale, le case hanno i sottotetti decorati in legno ed i soffitti in lamine pitturate a mano che sembrano piastrelle, tutte colorate. Siamo a 2500 metri di altitudine in pantaloncini corti, mi manca il fiato, ma ho caldo ed è sempre una cosa che mi lascia attonita del Sud America, era così in Messico, in Colombia ed è così anche qui. Per noi italiani 2500 significa tuta da sci e Moon Boot, qui sandali.
Girovagando alla scoperta delle 21 chiese del centro della città entriamo in un patio totalmente in legno, affascinante da morire, attaccato alla cattedrale nuova. Un nome italiano svetta al secondo piano: Filippo, pizzeria italiana.
Saliamo e Filippo è seduto su un tavolino di legno, gli altri tutti vuoti, effettivamente è presto. Non possiamo valutare le pizze, ma a colpo d’occhio vediamo un forno a legna e questo può bastare. “Ci vediamo a cena, Filippo!”.
Continuiamo la nostra passeggiata casuale tra vicoletti e mercatini, cappelli e chiese, baretti vegan e centri estetici. E macchine.
Ci saltano all’occhio due macchine d’epoca piene di adesivi, il nuovo Carlos. La prima una vecchia Dodge, la seconda una Cinquecentina da cui spunta un ragazzo argentino. Biondo, occhi azzurri, infradito. Ci racconta che sta viaggiando da 5 anni, ma precisamente da 1 e 2 mesi ha iniziato quest’avventura insieme ad un’amica e altre 3 coppie, in totale 4 macchine d’epoca “perché se possiamo girare il mondo con queste auto tutti possono farlo”, è questo il messaggio che vogliono lanciare. (Follow them on FB: Pasajeros del infinito)
Curano pagine facebook, lui anche una rubrica per Sony, ha vinto vari premi fotografici e varie macchine fotografiche, il cui merito attribuisce al destino, al karma, alle onde positive. “Perché se hai bisogno qualcosa e non stai fermo e non demordi, la vita te lo fa trovare sotto al naso”. Bisogna avere anche una buona dose di culo, o no? Sembra tutto facile.
E’ ora d’iniziare l’elenco dei consigli che vi regalerò alla fine di questo viaggio, ho comprato un quadernino, posso annotare tutti i vari “la prossima volta…” così potrete scegliere volontariamente di cadere nei miei stessi errori (od orrori) o evitarli.
E’ ora di cena, finalmente! Ripassiamo dalle signore che vendevano i conetti alla crema, che ricordano lontanamente dei cannoncini, compriamo il dolce e torniamo da Filippo.
Sta cenando con un’amica, ci vede “bentornate!” si scusa, rigorosamente in italiano e si alza per prepararci la pizza, senza neanche chiedere, una margherita per due, che avrei mangiato tranquillamente da sola.
Filippo ha quell’attitudine che vorrei vedere in mio marito, con qualche chilo di troppo.
Di Sorrento, pancione, risata sempre sul viso, non si sforza minimamente di parlare spagnolo, non ne ha bisogno, tutti i suoi dipendenti – rigorosamente donne – lo capiscono benissimo. Ha la faccia e l’attitudine del boss.
Senza peli sulla lingua ride come un matto quando gli diciamo che stiamo vivendo a Buenos Aires: “io sono stato in galera due volte: una a Buenos Aires, ai tempi, quando non potevi nemmeno respirare senza essere additato, ero seduto in un bar e niente, finché non è stato possibile contattare un’ambasciata ho provato il letto. L’altra invece in Israele, ero in barca per i fatti miei, ho avuto un problema al motore, mi sono messo a ripararlo e a quanto pare la corrente mi portò in acque non navigabili dai comuni mortali.” Ride, in assoluta serenità ed io sono affascinata. Sarà perché con questa pelatina mi ricorda Reddington. Noto una fede al dito, non se la toglie per cucinare, non toglie nemmeno l’orologio, stende la pasta, preparata con la farina che gli porta dall’Italia un conoscente “le farine qui non sono farine”, lo sappiamo bene noi che viviamo in Argentina e la pizza è una suola. Immerge la mano nella pummarola, che importa personalmente da Napoli, la schizza sulla pasta, la spalma, sento il profumo fino a qui. “La mozzarella la faccio io, il parmigiano pure”. La fa lui, ha tagliato la testa al toro.
Una signora inglese entra e la compra, direttamente. Ah signora quanto la invidio, in autobus non si conserverebbe bene.
Appoggia dolcemente la mozzarella e con un movimento da maestro, con tutta l’esperienza del caso, la inforna. Non è rotonda, è rettangolare, si è dovuto adattare un po’ alle abitudini di condivisione che hanno qui, ma poco importa, ricorda quella della Marechiaro.
Fumante la poggia su una teglia di legno ed ecco servita, la pizza più buona del Sud America.
“Cosa ci fai a Cuenca?” “E’ il posto più bello dell’Ecuador, sto cercando di vendere una casa da 6 anni e forse ci sto riuscendo solo ora, ma torno a Napoli ogni due mesi, cosa ci sto a fare qui? Cosa ci fate voi qui?” Sminuisce questi posti, non ci consiglia di stare più di 1 o 2 giorni a Lima, ride, con la spocchia e la superbia che solo un italiano può avere. E’ vero, l’Italia è il paese più bello del mondo, compararlo con qualsiasi altro luogo è impossibile e a volte ridicolo. Lo penso dal primo all’ultimo morso, mentre mi si scioglie la pizza in bocca, con annessa una goduria immensa. Morso dopo morso, mangio anche la crosta, il bordo, il cornicione, come cazzo volete chiamarlo, mangerei anche il tagliere se potessi.
Così dev’essere il mio uomo, come un morso di pizza semi italiana dopo 7 mesi di pizze di merda. Da far girare gli occhi, la testa, da chiedere il bis anche d’asporto, da sporcarti le orecchie, le mani, i pantaloni.
Se non avessimo perso l’aereo, se non fossimo venute in Ecuador, non avrei mai conosciuto Filippo, non avremmo mai mangiato questa pizza, non ci saremmo mai sentite a casa a 10’000km da casa. Ottimo. Direi 5 punti.
Ah, il conto: 10 dollari, “giusto le materie prime”. 6 punti Grifondoro.
Ciao Filippo, grazie, andiamo in Perù, ma ti portiamo nel cuore e ti consiglieremo anche oltreoceano. Ci vediamo a Napoli, che è meglio.
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Da Bogotà a Quito, in bilico sul confine – diario di bordo 19

Il destino ha deciso per noi. Ecuador si? Ecuador no? Lasa perdi Doralice, tu compra il volo che tanto non ti faranno partire.
Dopo varie peripezie ed un vocabolario d’insulti e minacce riversato su un’intera compagnia aerea, siamo su un bus. Ci aspettano svariate ore di viaggio in cui sicuramente avrò la possibilità di aggiornare il blog, finire Black Mirror, Blacklist e Casas de papel, leggere 2 libri, spaccarmi la schiena, dormire malissimo e sicuramente odiare Alessia. Al confine con l’Ecuador dovremmo scendere ed attraversare un ponte a piedi, non so perché sia così emozionata all’idea, è l’unico pensiero fisso che rende più morbide queste prime 22 ore. Come minimo sarà una merda, per bilanciare sempre l’equazione, però per ora voglio ancora illudermi.
Mamma non sarà contenta di sapere queste cose, non lo saranno nemmeno le mie chiappe che già patiscono questi sedili , non lo sono nemmeno io che ho dimenticato chissà dove il cuscino gonfiabile, unica salvezza per il collo. Se solo nonna sapesse…
Ma che sarà mai? Se non le facciamo adesso ste minchiate, quando?
Diciamo che me la sarei risparmiata volentieri, ma a quanto pare per ogni volo perso nella vita c’è sempre qualcuno pronto a salvarti, suona il telefono e anche se stai facendo uno scalo a Bogotà, qualcosa di buono evidentemente l’hai creato, il karma fa velocemente il suo giro e “cos’avete combinato? Venite da me a dormire e risolviamo tutto”. Ieri il nostro salvatore è stato Andres, è stato l’italiano in coda da Starbucks che ci ha dato il suo contante, è stata la ragazza dell’hamburgeria che ci ha aiutate a trovare la strada. Domani sarà qualcun altro ad aumentare il nostro debito con la vita o a farci riscuotere i crediti. Se per ogni stronzo ci sono almeno tre persone di cuore però, a me va bene così.
Il mio cammino di Santiago inizia adesso. Speriamo di trovare un last minute da Quito.
Mi scappa già la pipì, non è possibile.

Sono passate più in fretta del previsto queste 22 ore e con ben 1 ora d’anticipo siamo alla frontiera, in coda. Davanti a noi Venezuelani, dietro di noi Venezuelani. Dobbiamo timbrare l’uscita dalla Colombia e poi l’ingresso in Ecuador. Sono le 7.30 di mattina e non ci muoveremo da qui fino alle 13.30. Fa freddo, non lo avevamo messo in conto, il maglione è in una pallina con la maglia termica in fondo allo zaino e non ho nessuna intenzione di aprirlo, mi copro con la coperta, quando inizia a piovere la metto in testa. Abbiamo i nostri zaini, 2 borse ed il cibo in 2 zainetti, 2 sacchi di stoffa ed una coperta in testa, ci mimetizziamo bene nell’intorno.
I ragazzi venezuelani sono decisamente carichi, non riesco ad immaginare quanto sia stato faticoso fare quella valigia con tutta la vita dentro. Non sono di cartone, alcune sono un po’ trasandate, ma sono trolley di tutto rispetto, eppure il concetto è sempre lo stesso: scappano.
Tutti quelli che ci sono qui vanno verso sud, chi si voleva fermare in Colombia ha preso altre strade, loro invece dopo 32 ore di bus sono arrivati a questo confine. Qualcuno si fermerà in Ecuador, molti scenderanno fino al Perù, altri addirittura in Chile e Argentina.
Il Venezuela è tra i paesi andini, potrebbero entrare semplicemente con la carta d’identità, anche se la maggior parte ha il passaporto, mica come in Italia che è quasi un optional.
Sorridono.
C’è chi ha lasciato i genitori, chi i figli, sono poche famiglie e tanti gruppi di amici, giovani o di mezza età, coscienti.
Coscienti, tristemente, della situazione che colpisce il loro paese, della ricchezza delle loro terre, oltre che del sottosuolo, ma che non hanno mai sfruttato per privilegiare quell’oro nero, quel dannato petrolio.
Aspettano la morte del presidente perché qualcosa cambi, nel mentre stanno andando via per svariati motivi. I giovani per iniziare, i papà per trovare lavoro e portare via la famiglia.
È questa la soluzione?
Come biasimare chi scappa dalla guerra. Forse i nostri nonni, i nostri bisnonni la penserebbero diversamente, loro che invece di scappare hanno combattuto per il loro paese, per cambiare le cose.
Alle elementari arrivavamo a studiare solo fino alla seconda guerra mondiale, le guerre moderne e contemporanee non erano contemplate nel programma ed io ero magicamente illusa che dopo la seconda guerra, dopo la guerra fredda, dopo le bombe atomiche, il mondo fosse cresciuto, diventando adulto e maturo, umano.
Poi c’è stato l’11 settembre, quelle immagini vivide che tutti abbiamo nitide nella mente e da lì si è spenta l’illusione, anche se è rimasta latente, fino all’ISIS, finché non si è avvicinato il pericolo, il rischio.
Ciò nonostante la guerra per me ha sempre avuto un’immagine in bianco e nero, antica o lontana.
Durante questo viaggio è stato diverso, dal punto di vista sociale e politico Cuba mi ha fatta arrabbiare, il Messico mi ha dato grinta, Bogotà mi ha spaventata, qui in questa coda, aspettando, senza corsie preferenziali, parlando con chi sta cambiando completamente la sua vita spinto dalla paura e non dalla curiosità, obbligato e non per scelta, penso a come li additerebbe un telegiornale italiano, alle immagini della coda chilometrica, agli zoom sui numeri che ci hanno scritto direttamente sulle braccia, come animali in coda. Carne da macello, sembrerebbe, “sti cazzo d’immigrati”, cambia solo il colore della pelle, la loro fortuna di parlare già lo spagnolo, ma è l’attività più antica del mondo: la migrazione.
“Wow!” Esclama l’ufficiale di polizia quando vede i nostri passaporti in mezzo a tanti. Poteva farci passare prima se fossero stati così wow.

A rallegrare la coda c’è il tipico impiegato statale inutile: il pittore. Un signore in tutina che con un secchio di vernice gialla sta rifinendo il marciapiede ed i cestini, urlando come un matto ogni volta che qualcuno pesta la vernice fresca, che purtroppo è talmente diluita che ha lo stesso colore di quella vecchia, quindi impossibile da riconoscere. Si gira e faccio la fenomena, gli sposto il secchiello, provocando le risate di mezza coda. Indistintamente. Immigrati, europei, colombiani, venezuelani, bambini, anziani. Questo sì che è un linguaggio universale davvero.

Sebastian era sul bus con noi, è un ragazzo di 19 anni colombiano, cresciuto in Ecuador, che vuole studiare teatro e scrittura. È andato in Colombia a fare alcune audizioni e sta tornando a Quito per scegliere tra le varie opzioni a sua disposizione. Alla frontiera lo viene a prendere la mamma, giovane e sorridente, con due posti in più in macchina proprio per noi.
L’elenco degli angeli del viaggio si allunga, la lista dei debiti/crediti con la vita si aggiorna.

Che varietà immensa di panorami che offre l’Ecuador!
Dai sedili posteriori di questo van 4×4 simile a quello di Jaime abbiano una vista a 360º delle montagne, colline, dei campi, delle mucche per strada, delle popolazioni indigene con i loro abiti tipici e lunghe trecce. Sapevate che il Quechua è una lingua indigena di una popolazione Ecuadoreña e non solo uno zaino di Decathlon? Sapevate che anche in Ecuador c’è il dollaro americano, come a Panama?
Scopro tutto ora ed ho anche conferma di un’idea che mi sono fatta: solo i paesi piccoli sono ben gestiti e floridi in sud America. Anche se la mia concezione di “piccolo” è cambiata insieme a quella di “viaggio corto”, pensate a quanto è estesa l’Argentina rispetto al Chile e all’Ecuador, comprensibilmente un territorio così vasto è più difficile da gestire.

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Cartagena e Islas del Rosario – diario di bordo 18

Dopo una giornata intera passata a camminare tra i vicoli di Cartagena, appiccicaticcia, quando il sole ormai era sceso, siamo state attirare da una voce angelica nella cattedrale di San Pedro. Una ragazza stava aprendo la celebrazione del matrimonio di Maicol ed Eliana. Sono le 19.00 e nella chiesa non c’è nessuna luce naturale, entrano le luci calde della strada, i flash illuminano la camminata della sposa all’altare, i ventilatori le spostano il velo ed i capelli, dolcemente, rinfrescando l’aria.
Ale ha visto i miei occhi a cuoricino ed è già rassegnata di sorbirsi tutta la messa (scusami). All’altezza del portone centrale, in mezzo alla corrente, cercando di non dare nell’occhio, ci sediamo per assistere alla cerimonia, allo spettacolo. Le carrozze passano sulla strada accanto, si sentono dall’interno della chiesa e non serve dire che mi riportano immediatamente a Siviglia, come non pensarci, in questo contesto così spagnolo e colorato?
Mentre la cantante con l’abito troppo corto sulla base di halleluia canta per fare un sottofondo all’eucarestia, non riesco a non sognare questo giorno anche per me, nonostante sembri ancora lontano. Chissà cosa sta pensando Eliana, chissà se a 22 anni già sapeva che sarebbe stato Maicol. Tendendo in considerazione i pargoli che gli si attaccano alla gonna penso che sia arrivato tutto dopo. Bea mi potrebbe disegnare l’abito, chi sarebbero i testimoni? Sicuramente con papà entrerò saltellando, con una camminata tutta nostra. Ripenso alle persone che sono passate nella mia vita, tornerò sui miei passi? Mi sconvolgerà un amore nuovo? Resterò zitella?
A pensarci bene nessuna delle ragazze ha una relazione che potrebbe convertirsi in matrimonio, nessuno che “sicuramente loro si sposano”, chi cadrà per primo? È strano pensarci ora, adesso che i temi delle nostre conversazioni ed i nostri pensieri si muovono bonariamente tra carriera ed università, tesi e business. Ma che ce ne facciamo se non lo condividiamo? Lo condivideremo. Sicuramente tra noi, ma anche con qualcun’altro.

A Cartagena si sposano la sera, di giorno fa troppo caldo per stringersi in abiti lunghi e banchettare, questo non mi piace. Le luci finte non mi piacciono, ma la location è spettacolare, la brezza marina, le casette colorate, i terrazzi in fiore, è tutto così romantico. Poco importa se in due giorni l’abbiamo già girata tutta, non mi stanca nemmeno lontanamente e non finisce di stupirmi ad ogni angolino.

Mi piacerebbe essere stata negli scout, abituata alla vita nei boschi, a montare tende e dormire nei sacchi a pelo, avere il manuale delle giovani marmotte nella libreria, conservare ancora oggi lo spirito avventuriero di una bambina a cui non hanno mai fatto schifo determinate condizioni precarie d’igiene.
Invece non è così.
Quando mostrerò le foto dell’isola di Baru, che in realtà non è un’isola, ma è talmente isolata da sembrarlo, con l’acqua cristallina e la sabbia finissima, l’unica banale parola che potrà uscire è “Paradiso”. È vero che io il paradiso l’ho sempre immaginato come il parco Tayrona, lo ammetto, però nel mio personale paradiso, dopo una giornata con la sabbia fine e l’acqua salata, vorrei una doccia. Non che lavarmi e rimettere i piedi nella sabbia mi dia fastidio, è una cosa particolare, che ci sta, che mi piace, ma per più di due giorni di fila mi dà un po’ fastidio. Soprattutto perché dormendo nelle capannine sulla spiaggia è inevitabile che quella sabbia entri anche nel letto e questo è veramente veramente irritante. Non so se sia io troppo snob e schizzinosa o se sia semplicemente questione di abitudine.
In casa mia è categoricamente vietato dalla madre superiore andare in giro scalzi. In una casa di 350 mq come quella di Casale se tu sei scalzo in sala, mamma lo percepisce dalla camera da letto, le antenne si drizzano ed inizia ad urlare come una pazza. Quando ero piccola anche il calzino semplice era bandito, perché se il piede aveva sudato durante la giornata, con il calzino avrei lasciato le impronte. Un pomeriggio, mentre mamma era in bagno – abitavamo ancora a Varese, dove il pavimento era di marmo bianco ovunque – tentai di sfuggire ai calzini detector per sentire un po’ di freschino sotto ai piedi. Dal bagno di alzò un urlo di minaccia, una maledizione pendeva sulla mia testa “mettiti le ciabatte che altrimenti scivoli”. Io? Scivolare? Con i piedi sudati si lasciano le impronte, mica si scivola! Eppure tanto sudati non erano i miei piedini, perché scivolai con una precisione tale da prendere con la testa lo spigolo del mobile di legno del salone. Mentre sanguinavo su una polo verde Benetton – madre mia, oltre al danno anche la beffa – corsi in bagno a mostrare la ferita di guerra e un giro si alzò firme “te l’avevo detto di non andare in giro scalza, così impari”.
I vari punti senza anestesia a qualche centimetro dall’occhio erano serviti, avevo imparato talmente bene la lezione che oggi, a distanza di 16 anni, ancora mi sembra qualcosa di speciale andare in giro scalza. Sarà per questo che ci faccio tanto caso. O perché sono cresciuta con la cabina, la ghiaia, la doccia calda in spiaggia e nessun granello di sabbia nelle chiappe. Ma come fate a sedervi nella sabbia? Io v’invidio dal profondo, sembra un bel contatto con la natura, ma non mi convince ancora.
Mentre penso alla mi schizzinosità il sole sta scendendo verso la Isla Grande, la brezza non ha smesso un attimo di tirare e la penisola è finalmente svuotata. Solo chi si fermerà a dormire è rimasto, qualche ambulante che cerca di parlarmi in italiano, dopo avermi scambiata per l’ennesima volta per Argentina.
È tanto bello e noioso il relax. Ora capisco perché la Lella si rompeva le balle delle Maldive e nessuno le credeva. Sticazzi. Datemi un Kindle tra l’altro, perché non ne posso più della mancanza di spazio nello zaino, ho bisogno di leggere.

Abbiamo il lusso di poterci rompere i coglioni, di poterci lamentare anche della sabbia. Che fortunate.

 

 

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Santa Marta – diario di bordo 17

Che bellino questo aeroporto! Sono le 8 di sera e la temperatura si aggira attorno ai 25º ventilati e umidi. Aspettiamo Jaime, il couch che senza esitazione ha risposto ad Ale solo qualche secondo dopo aver ricevuto il suo messaggio.
Ci accoglie un colombiano, finalmente morenito, con un fuoristrada suzuki che fa dei rumori strani, ma è così bohémien che è proprio quello che ci vuole.
Lui non vive a Santa Marta, ma a Rodadero, una zona di mare ad una 15ina di minuti dal super centro di Santa Marta.
Ale è contentissima perché non deve sforzarsi a trovare argomenti di cui parlare, fa tutto lui. È appena tornato da un viaggio con i suoi amici d’infanzia, una di quelle cose che mi fa sognare il mio rientro in Italia ed una settimana in qualsiasi posto con le ragazze e Filippo. Beh sono andati a passare l’epifania in un paese sulla serra nevada dove vivono alcuni suoi parenti, una zona per niente turistica ed estremamente indigena dove a qualche km di macchina si può raggiungere un paesino incredibilmente primitivo con leggi, usi e costumi propri, con una propria prigione, dove puniscono fino alla redenzione i ladri e traditori, in cui si sentono responsabili dei danni che l’uomo fa alla natura quindi un giorno sì e l’altro pure chiedono perdono, celebrano l’acqua, la terra, il cielo, gli animali e secondo me anche la marijuana. Ne parla entusiasta, chiedendosi come siano finiti a parlare dell’ultimo posto del mondo, invaso dal cattolicesimo, finché non sono riusciti a cacciare pure i cristiani.
Nel mentre la brezza di mare entra dal finestrino, i suoi denti sono estremamente bianchi e non riesco a non fissarli, ma il cambio mi gratta sotto ai piedi e mi distrae, respiro profondo e dietro al Serro si apre la città, illuminata, sotto quei piedi tremolanti. Mi mancava l’aria di mare.

Andiamo subito a cena nel centro di Santa Marta, qui sono come gli spagnoli: se la festività cade nel weekend la recuperano il lunedì. È l’8 di gennaio e stiamo recuperando il 6, infatti i vicoletti più antichi della Colombia sono pieni di gente, giovani, profumi, artisti di strada, umidità e argentini. Figa sempre argentini da tutte le parti. Per iniziare con il piede storto ci pappiamo una bella pizza, Argentina per l’appunto, ma mi passerà velocemente di mente solo sentendo il rumore del mare nell’atrio della torre in cui dormiremo. Lo sento, è vicino, ma non si vede, finché non mi affaccio alla finestra e capisco che è proprio sotto di noi, davanti, tutto il nero è mare e ancora mare finché non si fonde con il cielo.
Chissà che vista ci sarà domattina.

 

 

Ho iniziato ad appassionarmi alla lettura un’estate di una decina di anni fa, andai in libreria con la nonna e mi lasciai trascinare dai titoli romantici di una collana colorata tra cui TVUKDB e cose simili. Mamma mi aveva comprato un grande classico, per partire in quarta, ma proprio non mi andava giù e a tutt’oggi risiede stantio nella libreria. Io ho iniziato ad apprezzare il rito della lettura con i libri di Valentina F, che altro non è che un Fabio Volo in versione colorata per dodicenni. Era il mio periodo romanzi per ragazze e mi chiudevo nella camera degli ospiti ore ed ore, mentre mamma puliva, prima di andare in spiaggia. Ne leggevo uno al giorno e facevo spendere un sacco di soldi a mamma, ma li volevo tutti li, da guardare, toccare, a volte sottolineare rigorosamente. A matita, proprio come faceva mamma sui suoi.
Era l’inizio, con tutta la leggerezza di una ragazzina di 12 anni che sognava in grande, di un vero e proprio amore per la lettura ed ancor di più per tutto quello che vi sta dentro e attorno. L’odore dell’inchiostro, la rugosità delle pagine, la collezione di segnalibri, la morbidezza della poltrona, l’eleganza della libreria piena, il fascino dei tour delle biblioteche, la serenità delle librerie, i dibattiti a fine capitolo, la corrente che mi spinge a continuare a leggere e la mia testardaggine, la voglia di assaporare, che duri il più a lungo possibile un bel libro. Dal periodo romanzi per ragazzi sono passata direttamente a quello dei gialli, intenso, che non lasciava scampo nemmeno ai controcorrente: i gialli si leggono in una notte, si fa after insieme agli scrittori nordici, ci si sveglia quando il tono ci cade in faccia ormai all’alba e ci si incazza, pesantemente, quando il film non rende nemmeno lontanamente giustizia al libro. Questo con tutti i generi in effetti. Suona così sofisticato “no guarda io ho letto il libro ed il film è una porcheria a confronto”. Che sia bello o brutto, veramente bello è veramente brutto, un lettore non sarà mai soddisfatto di una rappresentazione cinematografica di un libro che ha amato, accarezzato, annusato, assaporato. Perché?
Un libro è un compagno di vita, per ore, per giorni, per viaggi, per intere settimane quando non si ha tempo. Un libro, senza bisogno d’immagini, suoni e luci soffuse, non solo ti entra dentro, come potrebbe fare un film, ma esce completamente da te. Quello che ti rimane di un libro è un mix di ciò che hai letto, di quello che hai provato, dei visi che hai immaginato, dei luoghi che hai creato. Non è nulla d’imposto, è solo leggermente delimitato da alcune descrizioni più o meno accurate, ma non è vincolato a nessuno, se non a te. Sono i suoi ricordi, i tuoi sogni, la tua fantasia a plasmarlo nella tua mente e poi ad imprimerlo come un ricordo realmente vissuto sulla tua pelle.
Il presente, il passato ed il futuro s’intrecciano quando leggi, quello che stai vivendo entra dentro al libro, credo sia per questo che alcuni periodi della vita ci spingono verso determinati generi, determinate letture. Così Ornby letto in un volo per Londra ha un sapore, letto ad Alessandria in un negozio di vinili ne ha un altro.
Con i libri c’inventiamo, lavoriamo, ci sforziamo, mentre con i film è tutto un gioco di associazioni, immedesimazione, analisi, viene dallo schermo verso di te e meno da te verso lo schermo.
Un film è come la scopata di una notte, due o tre, un libro è un paziente e fedele, compagno di vita. Le serie hanno lo stesso obiettivo, la stessa voglia di accompagnarci, ma facendoci sforzare meno.

Uno dei primi libri che ho preso in mano, uno di quella collana colorata, era di Paola Zannoner, probablemente cugina della F. “A piedi nudi a cuore aperto”. Sorvolando sulla splendida trama romantica, d’intestazione e rispetto tra popolazioni diverse, quello che mi è sempre rimasto impresso è il titolo.
E mi ritorna in mente, anche qui, soprattutto qui, a Santa Marta.

Qui, la prima mattina, la luce entrava prorompente dalle fessure delle tende, rimbalzando sulle pareti bianche ed illuminando a giorno la stanza. Ale era già andata a comprare la colazione e l’unico rumore che si sentiva in casa, oltre al tintinnio di piatti e posate, era quello del mare. Non c’era tempo per mettere le ciabatte, dovevo andare assolutamente a vedere la vista. Il marmo della camera era a perfetta temperatura cagarella, quello del salone invece piacevole. Oltre l’amaca colorata appesa in terrazzo solo azzurro. Azzurro mare, azzurro cielo, con qualche difficoltà per capire dove iniziasse uno e dove finisse l’altro, talmente era azzurro.
In quel momento, in quel preciso momento, ho deciso che Santa Marta non sarebbe stato un luogo di passaggio, che avevo bisogno di ricaricare le pile e che mi trovavo esattamente nel posto giusto, al momento giusto.

 

 

Siamo andate al Tayrona. Dopo una settimana passata a ripeterci “ma chi ce lo fa fare di camminare al caldo per andare al parco?”. Dopo le 4 ore di camminata a Minca, ci eravamo ripromesse di lasciar perdere il trekking, ma la curiosità ha preso il sopravvento e l’idea di poterci arrivare in barca ci ha convinte totalmente. Sveglia ore 7.00, Andres si aggrega, partiamo per Taganga. Passiamo a prendere Clao e alle 9.00 siamo già in bolla, peccato che la lancha partisse alle 10.30, che da nuovo anno siano entrate in vigore le nuove tariffe ovviamente aumentate e che abbiamo piazzato una bella taquilla per chi arriva con i pirati. Insomma, come direbbe Andrea: Caporetto, scansati lesta.
La barchetta ha 2 motori e 26 posti a sedere, mettiamo gli zaini a prua, tengo solo il telefono e gli occhiali da sole, sai, con una bella navigata potrebbero servire. Nemmeno il tempo di agganciarli al giubbotto di salvataggio che mi rendo conto della grandissima idiozia che mi affligge. Siamo su una barchetta di merda, stiamo per lasciare la baia, l’oceano, per quanto gli piaccia chiamarlo mare dei Caraibi, è più mosso dei miei capelli dopo una giornata al mare ed iniziamo ad imbarcare acqua.
Uno schizzo, due, finché non riesco più nemmeno a tenere gli occhi aperti. Infilo il telefono nella custodia di stoffa degli occhiali, tentando di proteggerlo. Telefono con il quale avevo fatto ben 4 indispensabili foto di merda. La custodia sotto la giacchetta, sotto l’ascella, con una ciabatta davanti. Passo l’altra ciabatta ad Ale, a cui a quanto pare ho attaccato questa malattia delle fotografie, lei sceglie un’atra tecnica: posiziona il telefono sotto le chiappe del passeggero che ha di fronte, con lo schermo verso la sedia e l’acqua che teoricamente scivola sulla cover. Mentre i compagni di viaggio si spaventano, rischiano il vomito, bevono acqua salata e cercano di proteggersi con tutto quello che hanno – le mani – io non riesco a fare a meno di ridere. Recito il testamento del mio telefono, mi maledico un po’ per aver scelto questa imbarcazione e non essere andata a piedi come tutti i normali esseri viventi turisti della zona. Effettivamente la situazione stava sfiorando il ridicolo, la mia posizione assurda, l’acqua ovunque, Gardaland non sarebbe mai più stato lo stesso, iniziavo veramente a divertirmi.
Ci fermiamo per fare rifornimento e salto in testa ai vari passeggeri, i telefoni andavano portati in salvo, ravano, li avvolgo nell’asciugamano e torno di corsa al mio posto. Come se non bastasse mi rendo conto di 3 cose:
1. Ho dimenticato il giubbotto di salvataggio a prua
2. Non ho preso gli occhialini
3. Ho una canottiera bianco, senza reggiseno, sono totalmente bagnata e senza giubbotto di salvataggio a mo di gilet.
Sarebbe potuta andare peggio. Da quel momento il divertimento è stato puro e senza preoccupazioni. Atlantideeeeeee!

Vediamo la riva! Una spiaggia vergine e deserta, sabbia bianca, acqua trasparente, verde sullo sfondo. Come avete sempre immaginato l’Eden? Io così. Natura selvaggia che incontra la sabbia e poi il mare, esattamente così.
Sulla sabbia nessuna cartaccia, niente di fastidioso, tranne la taquilla che ci chiede la bellezza di 55’000$, che riusciamo comunque a far diventare 35’000$ imbucando Andres e Claoh. Ci spostiamo a Cabo San Juan.
Lo stomaco pieno, dopo un bel pisolino, c’incamminiamo verso un’altra spiaggia e poi nella giungla. Incrociamo alcuni indigeni lungo il percorso, vestono di cotone bianco, chi più, chi meno, scalzi o con ciabattine fatte a mano, sembrano proprio degli indiani. Vivono nel parco, mantengono l’equilibrio tra natura e umanità. Da qualche anno, visto il grande boom turistico, chiedono di chiudere il parco per 1 mese, per riavvicinare la flora e la fauna, per espiare i nostri peccati, in quel mese, che sta per arrivare, scendono dalla Sierra tutte le specie animali, indisturbate, persino i giaguari e si riappropriano dei loro spazi.
Li guardo negli occhi, le bambine soprattutto, mi sembra una cosa così lontana da noi, dalla nostra Europa moderna. Mi soffermo a pensare a quali siano le nostre tribù indigene. I greci, i romani sarebbero il corrispettivo dei arhuacos (o ikas), wiwas, kogis e kankuamos? Non ne restano però, si sono evoluti tutti (o quasi). È qualcosa di unico.
Non riesco a pensare ad altro mentre diventiamo come Moogly per 3 ore di camminata nella selva, sudati, nell’umidità assoluta, ma vivi, vivissimi. Non so se il tutto sembrasse più l’isola di Jurassic Park, il libro della giungla o appunto la mia idea di Eden, abitato però da indigeni con buffi cappellini Bianchi che vivono in sintonia con la natura. Chissà come si lavano… Forse a questo è meglio non pensare.

 

 

Torneremo davvero nei posti in cui siamo stati felici? “Torneremo davvero nei posti in cui siamo stati bene? Perché ho creato un mondo in un paesino sulla costa colombiana e pensare di lasciare per sempre tutto questo equilibrio e queste persone, mi fa impazzire.”
Ho scritto questo tweet sabato, era un pensiero che mi martellava la testa mentre il sole tramontava come di consueto davanti alla piscina, che era più piena del solito. Sabato pomeriggio in piscina con gli amici, qualche pacchetto di patatine, musica e le solite diatribe sul cibo della propria nazione. Mi sono appoggiata alla balconata e, senza occhiali, con la vista un poco appannata, la pelle d’oca per quel filino di vento sulla schiena bagnata, ho pensato che non avrei davvero voluto che finisse. Eravamo qui solo da 6 giorni, che sono poi diventati 10 e sembravano molti di più. Sembrava un mese, sembrava di essere tornati a casa per le vacanze, come Andres, come Caro, si respirava quella serenità che solo Santa Margherita riesce a darmi. Sarà il mare, il caldo e la sveglia solare. Saranno i tavolini fuori dai bar, in piazza, le vie pedonali, il mercato, il costume sempre sotto ai vestiti, ma è tutto troppo famigliare e non posso crederci se mi dicono che domani andiamo via. Andiamo via, perché non possiamo fermarci qui. O meglio, potremmo, ma c’è ancora tanto da vedere e finalmente ieri ci siamo decise a comprare un volo per Lima, per quel Perù che ho tanto sognato tutta la vita e che ora che sono a Santa Marta potrebbe anche aspettare.
Un nuvolone grande ha coperto il sole che a momenti rispunterà per poi tuffarsi in mare, per l’ultima volta, davanti ai miei occhi. Ho già voglia di piangere solo a scriverlo, ad immaginarlo. Sistemerò la sedia di metallo – madre mia quanto rumore fanno le sedie di metallo?! – tornerò in casa, lancerò le ciabatte e dondolerò sull’amaca, finché non fa buio, come ogni sera da 10 giorni a questa parte. Una parte di routine che non mi stancherebbe mai. Essere troppo rilassata si, vedere Jaime lavorare mi fa solo venir voglia d’inventare nuovi business, di programmare e progettare qualcosa di nuovo una volta rientrata in patria, di fare i conti e pensare a quanti investimenti intelligenti potrei fare proprio qui.
Non sto cercando una scusa per tornare, ancora prima di essermene andata, ma è veramente una potenziale miniera d’oro. (Non vi dirò i numeri per non farmi rubare le idee, ma se siete ispirati da investimenti immobiliari scrivetemi)
Ok forse sto anche cercando una scusa per tornare, è che mi sembra folle lasciare tutto questo e non aver ben chiaro quando ci ritornerò. Dipende da me, certo, come vado a Santa ogni estate potrei anche tornare qui una settimanina o due, appena ho tempo, tanto qui è sempre estate. Si può fare davvero? È fattibile? E i soldi? E il tempo? Di quanti altri posti m’innamorerò in questo modo? Quanti altri posti mi faranno sentire come Santa Margherita, come Siviglia, come Santa Marta? Quando una persona si sente “così” cosa deve fare? E per così intendo completa, viva, allegra, entusiasta, ottimista, piena di voglia di fare, con il sorriso in viso già dal mattino, già dalla colazione sul terrazzo, cosa bisogna fare? Valigie e andare a vivere proprio dentro a questa perfezione? Prenderla di petto?
Quando mamma diceva di voler andare a vivere a Santa io ero sempre contraria, d’inverno è triste e sarebbe diventata troppo monotona, è così preziosa perché è una perla, un momento unico che ci concediamo ogni anno, qualcosa di lontano dalla routine. Se mangiassimo focaccia tutti i giorni sarebbe ancora così buona? Sicuramente sarei un bue, ma sarebbe ancora così speciale?
Iniziò a pensare che… Si, sarebbe davvero così orgasmatica ogni cazzo di mattina, che ho sempre temuto la routine perché non avevo ancora trovato la mia, quella che mi faceva sentire completa. E poi a Santa esistono le stagioni, che possono cambiare le carte in tavola, a Siviglia e qui decisamente meno.
Quindi?
Che fare?
Quanti altri tramonti dovrò aspettare per decidere in che posto stare? Davvero devo decidere?
Grazie, per ora, Santa Marta.
Grazie Alessia, per esserti fermata, per aver dato adito ai miei capricci, per essertela goduta insieme a me. Grazie Andres, Claoh, Caro, Majo, Daniel, Ross, grazie anche ai portieri, a casa pargo, al muesli del supermercato, agli indigeni, ai ragazzi delle borse, al Tayrona e a te, Jaime. Grazie per aver dormito sull’amaca mentre noi ci spaparanzavamo nel letto, per le ore di pianoforte, per la pazienza, l’ospitalità, le attenzioni, per la condivisione, le serenate, colazioni, pranzi e cene, gite, serate e film, per non aver battuto ciglio, forse solo storto il naso, quando era ora di salutarsi, non sono cose da poco per uno scorpione.

Grazie per tutti i “sembra che siate qui da molto di più, sembrate Samarie, due di noi” perché è esattamente così che ci siamo sentite, a casa.
Questa volta si, ho proprio voglia di ringraziare. Mi mancherà tutto, più che qualsiasi altro posto visitato fin ora, più che qualsiasi altra persona conosciuta. Qui, ora, adesso, mentre sento “pf pf” dal balcone di sopra, mentre il sole si libera dalle nuvole, mentre ci tuffiamo, in mare, per l’ultima volta.

Cule vaina rara la vida.

 


1878
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