Gli indiani sono gli italiani dell’Asia – My Times of India n.5

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“Ma vi rendete conto? Stiamo suonando il clacson alle mucche per tornare a casa”.

Dopo un interminabile viaggio in aereo sono atterrata a Jaipur. Ho chiamato 3 uber e 2 Ola, nessuno è venuto a prendermi in aeroporto, sembra che il problema sia la destinazione: troppo lontana per poche rupie. Scrivo alla ragazza di couchsurfing che mi ha offerto ospitalità, Ritu, che mi consiglia di allontanarmi dall’aeroporto. La ascolto e trovo un tuc tuc che mi carica, fermandosi a metà strada perché non sa in quale direzione proseguire. Arriva in soccorso un secondo tuc tuc, il cui autista parla fortunatamente inglese. Salto sul suo e mi godo il silenzio serale della città rosa, spenta dopo le 22.

Talin mi mette in guardia: la zona in cui mi sta portando non è ricca e nonostante di giorno sia molto frequentata, la sera è buia e pericolosa. Che dire, mi fido delle recensioni dei couchsurfer che ci sono stati prima di me e gli chiedo gentilmente di aspettare finché non sarò entrata in casa, ond’evitare problemi.

Ritu mi apre la porta ed, insieme al fratello, mi accoglie nella loro strana casa. Una scala porta al primo piano che è composto da un patio centrale, che sembra un terrazzo, sul quale si affacciano 4 porte, dietro ad ognuna 1 stanza. Il patio è anche la sala da pranzo.

Sembra tutto all’aperto, ma in realtà la mia camera è al chiuso. In questa piccola ed umile casa, c’è una camera tutta per me. Purtroppo non posso fare la doccia, devo aspettare domani perché non c’è acqua, ma posso darmi una passata con le salviette bagnate e andare a dormire. Sono stanchissima ed anche i ragazzi sembrano aver voglia di continuare a fare gli affari propri. Chiudo la porta della camera e mi cade l’occhio in un angolo in cui, indisturbate, girullano centinaia di formiche. Una fila immensa che percorre tutto là scaffale per poi infilarsi in un buco sulla parete. Sospiro. Sono solo formiche. L’importante è che non si avvicinino al letto. Controllo e sembrano interessate solo a quel lato della stanza. Mi allontano, mi riempio di spray anti zanzare dalla testa ai piedi, mi chiudo a bozzolo nel lenzuolo e mi riprometto di cambiare casa l’indomani. Ora è troppo tardi e sarebbe sciocco oltre che ingiustificabile.

Nonostante i presupposti, non mi sveglio nemmeno per fare pipì e l’indomani, rigenerata, non trovo più le formiche, ma solo sole che surriscalda la stanza. Mi alzo ed il fratello di Ritu mi propone un chai. Ormai sono forgiata e il chai mi fa impazzire. Mi chiede di accomodarmi sul terrazzo. Ci arrivo in punta di piedi e mi raggomitolo sulla sedia. Qualche minuto dopo lo vedo tornare, una t shirt arancione, un piattino con biscotti e tazzina, un gran sorriso in volto. Sono già più a mio agio. Ha 22 anni, ha da poco fatto l’esame per ottenere un impiego statale, ma sogna di poter aprire il suo negozio online e vendere prodotti artigianali. Il nonno faceva ombrelli. Lui ha iniziato a lavorare legno e pietre che vende su etsi. Prima del covid faceva la guida turistica, ma ora i turisti sono così pochi che la compagnia per cui lavorava ha ridotto drasticamente il personale. Si è reinventato e gli piace così.

Tra un discorso e l’altro gli dico che ho cambiato i miei programmi e raggiungerò alcuni amici che casualmente si trovano a Jaipur, insieme ci sposteremo ad est e per questo andrò via prima del previsto. Non fa una piega, mi chiede solo quanto tempo ho prima che i miei amici arrivino, così da potermi mostrare un posto. “Un po’” gli rispondo.

Salgo sulla sua Royal Enfield rossa e nera e ci dirigiamo verso le mura del forte. Al polso ha un sacchettino, che apre lungo la strada, per far avvicinare un branco di scimmie che attendono disciplinate il turno per la colazione. Con le piccole mani pensili prendono un biscotto alla volta e lo sgranocchiano. Impressionante. Incuriositi si avvicinano anche una capra e qualche maiale. Suona il clacson per allontanare tutti e ci dirigiamo ancora più in alto, sullo sterrato. Oltre le mura del vecchio forte di Amber, sulle montagne, c’è un villaggetto nascosto di 1000 anime, che guarda su un laghetto. Quest’anno ha piovuto così poco, anche qui, che il lago di sta ritirando. I pescatori con le reti tirano su gli ultimi pesci rimasti. Dalla sua bustina spunta l’impasto del chapati che ha portato per i pesci. Lo divide e me lo da.

Mi sembra di tornare bambina, alla piazzetta del sole a Santa. Mi racconta della sua famiglia, del matrimonio della sorella troppo giovane, di cugini e zii. Mentre la sua voce calma continua a condividere, abbasso tutte le difese che avevo alzato di fronte alle formiche e devo fare un grande sforzo per ricordami che ieri ero a disagio. “Quasi quasi potrei farmi un’altra notte con loro” penso.

Il tempo passa, il telefono non prende e stimo che i ragazzi stiano arrivando. Andiamo verso il forte e ci salutiamo. “Ripasso per prendere lo zaino”. In realtà verrà a prendermi, mi porterà a casa a prendere lo zaino e mi riporterà al bus. Perché non c’è mai limite alla generosità, qui. Grazie ragazzi, scusate se ho problemi con le formiche. Non siete voi, sono io.

Vedo moto in autostrada. Autogrill in lamiera. Fango, oltre la riga bianca della strada. Due bambine che giocano a carta forbice sasso nel retro di un furgone. Biciclette. Spartitraffico con aiuole. Spartitraffico di legno. Colonnine d’emergenza rosse su cui campeggia, blu, la scritta SOS. Mucche gracili che attraversano la strada, senza alcuna apparente meta o ragione. Bus con portiere e finestrini aperti. Ape car. Auto. Furgoni merci decorati. Cave di marmo in lontananza. Didil ci rammenta quanto avevo già letto per ad Agra, il marmo bianco locale è 5 volte più forte di quello di Carrara, per questo più difficilmente lavorabile, ma anche più resistente ed impermeabile.

Siamo partiti da Jaipur, la città rosa, in direzione Jodhpur, la città blu.

Parlo al plurale perché il caso ha voluto che il mio raffazzonato programma di viaggio si intrecciasse con quello di un amico. O meglio dire, del mio vicino di casa a Siviglia. Alessandro. Il potere dei social ci ha fatto scoprire che saremmo stati nello stesso posto nello stesso momento, così mi sono aggregata alla sua combriccola per qualche giorno. “Un’India turistica e più comoda, in auto, con una guida locale. Sto vivendo tutte le sfaccettature di questo paese, perché non godermi anche questa?” Ho pensato.

Fare i conti con quello che stiamo vedendo, ascoltare le percezioni di altri occidentali, arricchirmi anche delle loro emozioni, contaminarli con le mie sensazioni, avere la possibilità di confrontarmi con una guida che ha vissuto in Europa e studiato la storia del suo paese, che opportunità.

Il gruppo mi ha accolta come se fossi partita con loro, come fosse normale irrompere nel viaggio organizzato di qualcun altro, come indiani generosi.

Questo paese ci somiglia, alla fine.

Ho sbirciato qualche foto di Jodhpur e sembra Chefchauen, un paesino al nord del Marocco in cui sono stata durante un viaggio in mezzo all’Erasmus a Siviglia e sorrido, all’idea di arrivarci proprio insieme ad un pezzo di quell’Erasmus. Quanto può essere beffardo il destino?

Jaipur e Jodhpur sono divise da 5 ore e mezza di asfalto nuovo di zecca. Qualche giorno fa, parlando con papà è emerso che più di 20 anni fa, quando è stato lui in India, l’asfalto ancora non aveva incontrato il suolo indiano. Questo è il progresso, questa è la crescita esponenziale che questo paese sta facendo e questi sono i confronti che dobbiamo fare: l’India di prima, l’India di oggi. L’India negli ultimi 75 anni dal giorno dell’indipendenza ad oggi. È questo il confronto che ci invita a fare Dil, provando a rimuovere dalla nostra mente gli standard europei, un punto che sembra ancora lontano, ma che forse non sarà mai raggiunto, perché verrà customizzato, perché siamo in India e non in Europa, perché questo luogo ha una sua identità.

Metà delle ore passate a macinare km su quest’asfalto nuovo sono una lezione di storia. Pendo dalle labbra di Ale che, nonostante la febbre, non riesce a stare seduto sulla sedia quando si parla di diritto internazionale. Sciolina date e dati, opinioni e fatti, riuscendo a zittire anche la guida. Starei ad ascoltarlo per ore.

L’Erasmus ha fatto con lui quello che il banco fa con le fish, quello che ha fatto a me: ha rimesso le carte nel mazzo, ha ridistribuito le priorità, un bagno di consapevolezza, una doccia calda, ha cambiato il futuro.

Eravamo ventenni stolti, italiani, borghesi, fortunati. Ci siamo scoperti europei, ignoranti, curiosi, capaci, umani, generosi, aperti, irrisolti, irrequieti. Eravamo ventenni stolti, italiani, borghesi e fortunati ed ora ci avviciniamo lentamente ai 30, ci guardiamo e ci riscopriamo nuovi, rinati sotto il sole andaluso di mamma Sevilla. Quella città che si è insinuata nel nostro dna, mettendoci il mondo in mano e dicendoci “scopritelo, amatelo e prendetevene cura”.

In Erasmus non ci siamo cagati troppo, io ed Alessandro. Troppo italiani e curiosi per volerci conoscere togliendo tempo ad altri umani più esotici, ma chiunque abbia fatto l’Erasmus può contare su un legame trasparente ed indissolubile che si porta dietro per sempre. Ci conosciamo ora, grazie a quel legame che ci ha fatti ritrovare e dopo un giorno penso già “que suerte”.

Torno alla classe di meditazione e vorrei dire alla ragazza tedesca che ci ha fatto lezione che ha ragione, che ha proprio ragione, che questi umani che incaselliamo in una categoria o nell’altra, dovremmo proprio guardarli tutti solo con gli occhi degli indiani: genuini, curiosi, gentili e rispettosi. Che se non è oggi, sarà domani, il giorno in cui diventeranno nostri amici. Perché alla fine vogliamo tutti essere felici, evitare la sofferenza e, nello specifico, io ed Ale, mangiare il mondo. Se non è spicy, meglio.

Mi dicono un “namaste, welcome” mentre valico la porta del forte per raggiungere il mio ostello. Un altro Zostel, la catena di cui mi sono innamorata al Nord. Mi danno il benvenuto a Jaisalmer, come se stessi entrando in casa loro. Accomodati, vuoi qualcosa da bere? Te, caffè?

Dopo una doccia fredda mi sono addormentata come un sasso, per poi svegliarmi puntuale alle 7.38, nonostante la sveglia puntata alle 9.00. Mi vesto ed esco alla ricerca di curd, banana, muesli e chai, la mia colazione preferita. Il bar dell’ostello non riesce a soddisfarmi e mi indicano un altro Cafè, Desert Cafe. I sabbiosi vicoli della città sono ancora silenziosi e vuoti, se non fosse per qualche mucca. Salgo sulla terrazza del bar di un altro affittacamere, dal quale posso godere di una vista panoramica sulla città e contemporaneamente sul forte. A differenza dei forti delle altre città questa è abitato da più di 3000 persone. Sui tetti vedo altre persone sorseggiare da una tazza, leggere il giornale, chiudere gli occhi e lasciarsi scompigliare i capelli dal vento. Insieme alla mia colazione arrivano al tavolo Rahim, che sembra gestire la struttura insieme al barista, ed un ragazzo portoghese che sta viaggiando solo. È la sua terza volta in India. Era venuto per 1 mese nel 2010, ma non era stato sufficiente, così si è ripromesso di tornare quando avrebbe avuto più tempo. La seconda volta è stata nel 2013, per un anno. E di nuovo ora, per un paio di mesi. È già stato a Jaisalmer e oggi si sposterà verso un villaggio nel deserto che gli è piaciuto molto durante un precedente viaggio. La sua colazione è simile alla mia, ma prevede anche 2 uova sode. Vedendo come vengono trattate le galline qui la voglia di mangiare uova passa velocemente, insieme a quella di mangiare carne, già molto scarsa. Ci auguriamo buona giornata e ci salutiamo, voglio godermi il paesello prima che venga assalito dai turisti.

I negozi iniziano ad aprire, qualche operaio ad arrampicarsi sulle impalcature pericolanti, i templi ad aprire ed i bambini a scorrazzare in bicicletta. È domenica, non c’è scuola.

Proprio quando Silvia mi condividere la sua posizione una signora appoggiata allo stipite della sua porta mi saluta.

Indossa un sari arancione con un corpetto blu, ha i capelli neri raccolti in una coda bassa e parla inglese. Dopo i primi convenevoli entriamo in confidenza. Bunny è mamma di 3 ragazze, 15 anni, 8 anni e 2 mesi. Nessun maschio, cosa che ha deluso parecchio la famiglia. Ma lei non si lascia prendere dai sensi di colpa. È una donna in gamba, mentre cresce le sue bambine studia storia e letteratura e porta avanti, insieme ad altre 24 donne, un’associazione che ne aiuta 250. Vedove, maltrattate, spose bambine, analfabete. Tutte donne, tutte di questa regione che lei identifica come una delle più retrograde ed ignoranti dell’india, in cui le donne sono ancora trattate alla stregua di oggetti.

Mi racconta che il suo matrimonio è un matrimonio combinato e che solo “in città” ora esistono i matrimoni per amore. Mi dice che quando ha scoperto di essere incinta della sua ultima figlia avrebbe tanto voluto abortire, ma era troppo tardi. Il suo ciclo è irregolare ed ha fatto il test di gravidanza solo al 4º mese. Ne deduco che qui, come in Italia, c’è tempo fino al 3º per abortire. Così si è rassegnata ed ha messo al mondo una piccola bimba all’8º mese, con un doloroso parto cesareo. L’ha chiamata con il suo stesso nome.

Mi mostra la sua pancia e mi dice che ESN momento in cui le donne partoriscono mostrano sempre la pancia, dietro al sari. È una pancia che ha dato la vita, va mostrata con orgoglio.

Mi racconta che invece le donne vedove, devono nascondersi il più possibile. Niente make up, niente esuberanza. Non hanno diritto ad un secondo matrimonio, nessun uomo vorrebbe una donna “già usata”. Lo dice quasi con disprezzo nei confronti del genere maschile.

Finanzia le sue attività e l’indipendenza delle donne che aiuta attraverso il commercio. Lei in primis vende ciò che le ragazze producono e fa l’henné. Sento la parola magica e le chiedo se può farlo anche a me, mi farebbe piacere aiutare.

“Certo! Accomodati!”. Tolgo le ciabatte ed entro in casa sua. Un breve corridoio collega la strada alla cucina: un fornello e due sgabelli. Accanto alla cucina la camera, due letti uno attaccato all’altro, circondati da pareti azzurre, la pargolina su quello di sinistra mi saluta.

Bunny si siede a terra e mi chiede di accomodarmi su uno dei due sgabelli.

Scelgo il disegno e la mano, mentre lei prende una piccola bustina blu che sembra una sacca posh. Inizia e non smette di parlare. Da questa prospettiva riesco a vedere la sua mano che decora la mia, tutta la casa ed i suoi capelli raccolti.

Ride dicendomi che le donne che aiuta con la sua associazione sono così tradizionaliste che quando gli porta gli assorbenti, li lavano a mano. Ha fatto fatica a fargli capire che sono un prodotto usa e getta. Li usa come escamotage per far credere ai mariti che le mogli abbiano ancora il ciclo, dopo averle aiutate a rimuovere di nascosto l’utero. Zac zac. Mi dispiaccio. Le chiedo se non c’è un’altra soluzione, meno invasiva. Mi fa l’esempio di una ragazza, 6 figli in 6 anni. Il marito voleva il 7º e lei non ne poteva più, non ha trovato altre soluzioni che fingere di non riuscire più ad averne, dopo aver asportato ovaie e tube. Anche lei le ha asportate, dopo quest’ultima bambina. “Così non corro più il rischio”, dice. Anche se suo marito ormai è andato oltre alla religione ed usa i preservativi, cosa che molti altri non sono disposti a fare.

L’henne si seccherà da solo, con sole ed aria, solo a quel punto potrò grattarlo via. Diventerà sempre più scuro e dovrebbe durare circa un mese, se lo idrato bene. Un pezzo di India che resterà sulla mia pelle anche al mio ritorno. Ha un odore sgradevole. Ma lei sorride, sorride il marito, sorride la bimba e sorrido pure io, anche se i soldi che le lascio potrebbero servire a rimuovere un utero.

E come siamo arrivati ce ne andiamo. Edoardo, il pacato. Riccardo, l’impavito. Silvia, la responsabile. Mari, la dolcezza. Calo, l’esuberanza. Ale, la saggezza. Dillirulli Joshua, la bontà. Ce ne andiamo all’alba, che non è già più l’alba. Ce ne andiamo dopo 4 giorni pieni passati insieme. E mentre provano a dormire, io guardo questo gruppo accogliente di amici di una vita, nel quale sono stata inclusa con grande generosità ed il mio cuore ringrazia.

In uno dei primi capitoli si Shantaram, Gregory sostiene che gli indiani siano gli italiani dell’Asia. L’ho ripetuto più volte, proprio a loro, cercando assonanze e somiglianze. L’attaccamento alla famiglia, l’amore per il cibo, la fede permeata nella cultura e la cultura trasposta nella fede, l’ospitalità quasi invadente. Il bello degli italiani, a volte esasperato, a volte meravigliosamente genuino.

Guardo questi nuovi amici, quest’amicizia rinnovata con Ale e penso che, come sono stata trattata negli ultimi venti giorni dagli indiani, sono stata trattata anche dagli italiani: con gratuito affetto, genuina inclusione, spontanea curiosità.

Questo pezzo di italianità itinerante, questi 4 giorni di vacanza invece che di viaggio, una vacanza nella vacanza, anche loro, mi hanno riempita di gioia, stupore e di gratitudine.

Ma cos’ho fatto io per meritarmi tutto questo?

C’è chi nasce in paesi che per avere il visto sul passaporto devono aspettare mesi… anche solo per questo dovremmo svegliarci ogni mattina ed essere grati. Essere grati di essere nati in quel lato di mondo che, come diceva J Ax, “in fondo in fondo è perfetto”.

Vedo cavalli impagliati venduti e costruiti ai bordi della strada, uno scuola bus pieno di bambini in divisa, l’incredibile capacità delle donne di portare pesi in equilibrio sulla testa, un uomo che soffia il naso come un calciatore, loghi di brand disegnati a mano, ancora impalcature sostenute da corde, una discarica nella quale mangiano delle mucche, case in costruzione o distrutte, Royal enfield, una bambina sul retro di uno scooter che agita la mano per spostare la polvere che le investe il viso. Un signore che, seduto sul retro di un Ape car, mi fissa negli occhi intensamente, con Indiana ostinazione.

Quando arriviamo a Jodhpur i ragazzi scendono all’aeroporto, ci abbracciamo, ci salutiamo e ci rivedremo in Sicilia. Io torno verso il centro e mi faccio lasciare di fronte ad un bar che mi era piaciuto qualche giorno fa, vista pozzo, dove ho intenzione di pranzare e lasciare lo zaino per far passare le 5 ore che mi dividono dal bus per Udaipur. Ha proprio le sembianze di un altro capitolo di questo viaggio che si chiude, questo pomeriggio.

E mentre guardo dalla finestra i ragazzi della città che si tuffano nell’acqua piovana e stagnante di questa meraviglia architettonica che è il pozzo centrale, realizzo che domani si aprirà l’ultimo capitolo indiano: 3 giorni ad Udaipur, 1 a Delhi e si riparte. Sono già passati 20 giorni dal mio arrivo. Pazzesco.

Sono contenta di essere qui, sono contenta di quello che ho vissuto, sono contenta di quello che sto vivendo e sono contenta anche all’idea di tornare a casa. Anzi, ho quasi voglia di tornare a casa, mi rendo conto. Una doccia, il mare, sorrisi famigliari, pomodoro e mozzarella, l’estetista, la pulizia. I ragazzi dei food truck mi chiamano, sta arrivando il mio bus, nessuno qui si dimentica mai di me. Che pacchia.

Ci vediamo all’ultimo giro di boa, India cara.

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