Finalmente Perù – diario di bordo 21

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Non mi lavo da due giorni, solo le parti intime con le salviette. Dormiamo sugli autobus da due giorni, stanotte ho anche dormito bene perché i sedili in fondo erano liberi ed ho potuto distendermi su due, alzare le gambe e raggomitolarmi.

All’una di notte Ale mi ha svegliata brutalmente perché eravamo sul confine, dovevamo passare migraciones.

Ed eccoci, in Perù.

Ho sognato questo momento tutta la vita, da quando ho infilato per la prima volta un pacco di pasta in un sacchettino, da quando abbiamo chiuso le prime scatole al Sacro Cuore, da quando ci facevano vedere con il proiettore le foto dei bimbi, da quando ci facevano parlare su skype, con quella connessione internet impossibile da trovare, con qualche animatore in missione.

Ho sognato come potesse essere, ne parlavo con Margherita quando eravamo piccole, pensavamo e ci confrontavamo, avremmo voluto fare lo stesso, “solo un annetto” dicevamo.

Con il tempo le cose sono cambiate, io sono cambiata e non ho più potuto fare un’affermazione del genere a cuor leggero. La percezione di me stessa, del contesto, la paura si fa avanti con gli anni, quella curiosità irrequieta ed infantile è stata affiancata da altre prese di coscienza, una fra tutte la mia memoria.

Ricordo troppe cose, dalle più inutili alle più importanti. Dagli outfit della veglia della Cano 2012, alle esatte parole con cui mi sgridava il nonno quando avevo 5 anni, a quella volta che a 3 mi vomitai addosso al casello.

Mia madre ne rimane sempre impressionata, anche Michi, non con tutti posso fare la super ricordona perché non è carino. Una cosa carina invece è che lascio scivolare i brutti ricordi, dopo aver perdonato, quando mi rendo conto che non ha senso trattenerli, se riesco a perdonare.

Beh, con il tempo, con i libri letti, con i racconti degli altri, provando per brevi periodi a calarmi nella povertà, ad aiutare, a sporcarmi le mani, ho avvertito il timore di non poter più tornare indietro.

Quando parlavo della missione Mato Grosso, mi veniva ormai spontaneo, come una forte presa di coscienza, dire “non sono mai partita, ho paura che vedere tutta quella povertà mi faccia sentire troppo in colpa per quello che ho, che non possa più tornare indietro”.

Questo viaggio, dall’inizio, da quel Techo in Argentina, mi ha aperto tanto gli occhi e mi ha fatto cambiare opinione.

Non mi sento in colpa per quello che ho, mi sento incredibilmente fortunata. Sarei pronta a lasciare tutto per aiutare chi ha bisogno? Per un periodo, a priori posso solo dire “per un periodo”, posso pensare che potrei farlo e poi mettere oceani e chilometri tra me e la povertà perché non penso più che la povertà sia quello che pensavo fosse.

Anche per me sarà difficile esprimere questo concetto.

La povertà, in sé, è senso di mancanza, di precarietà, solo il termine provoca sentimenti tristi e cupi. La povertà, quella vera però, non è così fredda, non è nemmeno così consapevole. Ci sono persone che hanno poco e persone che hanno troppo. Le prime, come le seconde, desiderano sempre di più, per la loro natura umana, ma le prime, forse ancor più delle seconde, sanno essere grate, accontentarsi e vivere in pace. Non hanno bisogno di più, forse dal nostro punto di vista sì, certo è giusto e doveroso pensare di poter aiutare e semplificare la loro vita, ma non come crediamo. Non è detto che tutti desiderino una super casa, non è detto che la scambierebbero volentieri con una umile immersa nella natura. Ci sono degli equilibri di cui nemmeno siamo a conoscenza che probabilmente non andrebbero toccati, intaccati, con la presunzione di chi è abituato a vedere semplicemente qualcosa di diverso.

Non migliore, diverso.

Sì, tutti qui meritano di più, quanto meno di poter scegliere se prendere la strada sterrata o quella asfaltata, se andare in bus o a piedi a scuola, se vivere nella natura selvaggia o avere un bagno. Sì, sicuramente tutti meritano un salario minimo che gli permetta di mangiare meglio, che gli dia tutta la salute di cui hanno bisogno. Tutti meritano un tetto, che non gli piova in casa, aria.

Non tutto ha la forma che noi siamo abituati a dargli. Questo sto iniziando a vedere.

 

Adesso scendo dall’autobus, magari vedo qualcosa di più.

Inizia.

Mi lego le scarpe.

 

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