Da Bogotà a Quito, in bilico sul confine – diario di bordo 19

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Il destino ha deciso per noi. Ecuador si? Ecuador no? Lasa perdi Doralice, tu compra il volo che tanto non ti faranno partire.
Dopo varie peripezie ed un vocabolario d’insulti e minacce riversato su un’intera compagnia aerea, siamo su un bus. Ci aspettano svariate ore di viaggio in cui sicuramente avrò la possibilità di aggiornare il blog, finire Black Mirror, Blacklist e Casas de papel, leggere 2 libri, spaccarmi la schiena, dormire malissimo e sicuramente odiare Alessia. Al confine con l’Ecuador dovremmo scendere ed attraversare un ponte a piedi, non so perché sia così emozionata all’idea, è l’unico pensiero fisso che rende più morbide queste prime 22 ore. Come minimo sarà una merda, per bilanciare sempre l’equazione, però per ora voglio ancora illudermi.
Mamma non sarà contenta di sapere queste cose, non lo saranno nemmeno le mie chiappe che già patiscono questi sedili , non lo sono nemmeno io che ho dimenticato chissà dove il cuscino gonfiabile, unica salvezza per il collo. Se solo nonna sapesse…
Ma che sarà mai? Se non le facciamo adesso ste minchiate, quando?
Diciamo che me la sarei risparmiata volentieri, ma a quanto pare per ogni volo perso nella vita c’è sempre qualcuno pronto a salvarti, suona il telefono e anche se stai facendo uno scalo a Bogotà, qualcosa di buono evidentemente l’hai creato, il karma fa velocemente il suo giro e “cos’avete combinato? Venite da me a dormire e risolviamo tutto”. Ieri il nostro salvatore è stato Andres, è stato l’italiano in coda da Starbucks che ci ha dato il suo contante, è stata la ragazza dell’hamburgeria che ci ha aiutate a trovare la strada. Domani sarà qualcun altro ad aumentare il nostro debito con la vita o a farci riscuotere i crediti. Se per ogni stronzo ci sono almeno tre persone di cuore però, a me va bene così.
Il mio cammino di Santiago inizia adesso. Speriamo di trovare un last minute da Quito.
Mi scappa già la pipì, non è possibile.

Sono passate più in fretta del previsto queste 22 ore e con ben 1 ora d’anticipo siamo alla frontiera, in coda. Davanti a noi Venezuelani, dietro di noi Venezuelani. Dobbiamo timbrare l’uscita dalla Colombia e poi l’ingresso in Ecuador. Sono le 7.30 di mattina e non ci muoveremo da qui fino alle 13.30. Fa freddo, non lo avevamo messo in conto, il maglione è in una pallina con la maglia termica in fondo allo zaino e non ho nessuna intenzione di aprirlo, mi copro con la coperta, quando inizia a piovere la metto in testa. Abbiamo i nostri zaini, 2 borse ed il cibo in 2 zainetti, 2 sacchi di stoffa ed una coperta in testa, ci mimetizziamo bene nell’intorno.
I ragazzi venezuelani sono decisamente carichi, non riesco ad immaginare quanto sia stato faticoso fare quella valigia con tutta la vita dentro. Non sono di cartone, alcune sono un po’ trasandate, ma sono trolley di tutto rispetto, eppure il concetto è sempre lo stesso: scappano.
Tutti quelli che ci sono qui vanno verso sud, chi si voleva fermare in Colombia ha preso altre strade, loro invece dopo 32 ore di bus sono arrivati a questo confine. Qualcuno si fermerà in Ecuador, molti scenderanno fino al Perù, altri addirittura in Chile e Argentina.
Il Venezuela è tra i paesi andini, potrebbero entrare semplicemente con la carta d’identità, anche se la maggior parte ha il passaporto, mica come in Italia che è quasi un optional.
Sorridono.
C’è chi ha lasciato i genitori, chi i figli, sono poche famiglie e tanti gruppi di amici, giovani o di mezza età, coscienti.
Coscienti, tristemente, della situazione che colpisce il loro paese, della ricchezza delle loro terre, oltre che del sottosuolo, ma che non hanno mai sfruttato per privilegiare quell’oro nero, quel dannato petrolio.
Aspettano la morte del presidente perché qualcosa cambi, nel mentre stanno andando via per svariati motivi. I giovani per iniziare, i papà per trovare lavoro e portare via la famiglia.
È questa la soluzione?
Come biasimare chi scappa dalla guerra. Forse i nostri nonni, i nostri bisnonni la penserebbero diversamente, loro che invece di scappare hanno combattuto per il loro paese, per cambiare le cose.
Alle elementari arrivavamo a studiare solo fino alla seconda guerra mondiale, le guerre moderne e contemporanee non erano contemplate nel programma ed io ero magicamente illusa che dopo la seconda guerra, dopo la guerra fredda, dopo le bombe atomiche, il mondo fosse cresciuto, diventando adulto e maturo, umano.
Poi c’è stato l’11 settembre, quelle immagini vivide che tutti abbiamo nitide nella mente e da lì si è spenta l’illusione, anche se è rimasta latente, fino all’ISIS, finché non si è avvicinato il pericolo, il rischio.
Ciò nonostante la guerra per me ha sempre avuto un’immagine in bianco e nero, antica o lontana.
Durante questo viaggio è stato diverso, dal punto di vista sociale e politico Cuba mi ha fatta arrabbiare, il Messico mi ha dato grinta, Bogotà mi ha spaventata, qui in questa coda, aspettando, senza corsie preferenziali, parlando con chi sta cambiando completamente la sua vita spinto dalla paura e non dalla curiosità, obbligato e non per scelta, penso a come li additerebbe un telegiornale italiano, alle immagini della coda chilometrica, agli zoom sui numeri che ci hanno scritto direttamente sulle braccia, come animali in coda. Carne da macello, sembrerebbe, “sti cazzo d’immigrati”, cambia solo il colore della pelle, la loro fortuna di parlare già lo spagnolo, ma è l’attività più antica del mondo: la migrazione.
“Wow!” Esclama l’ufficiale di polizia quando vede i nostri passaporti in mezzo a tanti. Poteva farci passare prima se fossero stati così wow.

A rallegrare la coda c’è il tipico impiegato statale inutile: il pittore. Un signore in tutina che con un secchio di vernice gialla sta rifinendo il marciapiede ed i cestini, urlando come un matto ogni volta che qualcuno pesta la vernice fresca, che purtroppo è talmente diluita che ha lo stesso colore di quella vecchia, quindi impossibile da riconoscere. Si gira e faccio la fenomena, gli sposto il secchiello, provocando le risate di mezza coda. Indistintamente. Immigrati, europei, colombiani, venezuelani, bambini, anziani. Questo sì che è un linguaggio universale davvero.

Sebastian era sul bus con noi, è un ragazzo di 19 anni colombiano, cresciuto in Ecuador, che vuole studiare teatro e scrittura. È andato in Colombia a fare alcune audizioni e sta tornando a Quito per scegliere tra le varie opzioni a sua disposizione. Alla frontiera lo viene a prendere la mamma, giovane e sorridente, con due posti in più in macchina proprio per noi.
L’elenco degli angeli del viaggio si allunga, la lista dei debiti/crediti con la vita si aggiorna.

Che varietà immensa di panorami che offre l’Ecuador!
Dai sedili posteriori di questo van 4×4 simile a quello di Jaime abbiano una vista a 360º delle montagne, colline, dei campi, delle mucche per strada, delle popolazioni indigene con i loro abiti tipici e lunghe trecce. Sapevate che il Quechua è una lingua indigena di una popolazione Ecuadoreña e non solo uno zaino di Decathlon? Sapevate che anche in Ecuador c’è il dollaro americano, come a Panama?
Scopro tutto ora ed ho anche conferma di un’idea che mi sono fatta: solo i paesi piccoli sono ben gestiti e floridi in sud America. Anche se la mia concezione di “piccolo” è cambiata insieme a quella di “viaggio corto”, pensate a quanto è estesa l’Argentina rispetto al Chile e all’Ecuador, comprensibilmente un territorio così vasto è più difficile da gestire.

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