Cartagena e Islas del Rosario – diario di bordo 18

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Dopo una giornata intera passata a camminare tra i vicoli di Cartagena, appiccicaticcia, quando il sole ormai era sceso, siamo state attirare da una voce angelica nella cattedrale di San Pedro. Una ragazza stava aprendo la celebrazione del matrimonio di Maicol ed Eliana. Sono le 19.00 e nella chiesa non c’è nessuna luce naturale, entrano le luci calde della strada, i flash illuminano la camminata della sposa all’altare, i ventilatori le spostano il velo ed i capelli, dolcemente, rinfrescando l’aria.
Ale ha visto i miei occhi a cuoricino ed è già rassegnata di sorbirsi tutta la messa (scusami). All’altezza del portone centrale, in mezzo alla corrente, cercando di non dare nell’occhio, ci sediamo per assistere alla cerimonia, allo spettacolo. Le carrozze passano sulla strada accanto, si sentono dall’interno della chiesa e non serve dire che mi riportano immediatamente a Siviglia, come non pensarci, in questo contesto così spagnolo e colorato?
Mentre la cantante con l’abito troppo corto sulla base di halleluia canta per fare un sottofondo all’eucarestia, non riesco a non sognare questo giorno anche per me, nonostante sembri ancora lontano. Chissà cosa sta pensando Eliana, chissà se a 22 anni già sapeva che sarebbe stato Maicol. Tendendo in considerazione i pargoli che gli si attaccano alla gonna penso che sia arrivato tutto dopo. Bea mi potrebbe disegnare l’abito, chi sarebbero i testimoni? Sicuramente con papà entrerò saltellando, con una camminata tutta nostra. Ripenso alle persone che sono passate nella mia vita, tornerò sui miei passi? Mi sconvolgerà un amore nuovo? Resterò zitella?
A pensarci bene nessuna delle ragazze ha una relazione che potrebbe convertirsi in matrimonio, nessuno che “sicuramente loro si sposano”, chi cadrà per primo? È strano pensarci ora, adesso che i temi delle nostre conversazioni ed i nostri pensieri si muovono bonariamente tra carriera ed università, tesi e business. Ma che ce ne facciamo se non lo condividiamo? Lo condivideremo. Sicuramente tra noi, ma anche con qualcun’altro.

A Cartagena si sposano la sera, di giorno fa troppo caldo per stringersi in abiti lunghi e banchettare, questo non mi piace. Le luci finte non mi piacciono, ma la location è spettacolare, la brezza marina, le casette colorate, i terrazzi in fiore, è tutto così romantico. Poco importa se in due giorni l’abbiamo già girata tutta, non mi stanca nemmeno lontanamente e non finisce di stupirmi ad ogni angolino.

Mi piacerebbe essere stata negli scout, abituata alla vita nei boschi, a montare tende e dormire nei sacchi a pelo, avere il manuale delle giovani marmotte nella libreria, conservare ancora oggi lo spirito avventuriero di una bambina a cui non hanno mai fatto schifo determinate condizioni precarie d’igiene.
Invece non è così.
Quando mostrerò le foto dell’isola di Baru, che in realtà non è un’isola, ma è talmente isolata da sembrarlo, con l’acqua cristallina e la sabbia finissima, l’unica banale parola che potrà uscire è “Paradiso”. È vero che io il paradiso l’ho sempre immaginato come il parco Tayrona, lo ammetto, però nel mio personale paradiso, dopo una giornata con la sabbia fine e l’acqua salata, vorrei una doccia. Non che lavarmi e rimettere i piedi nella sabbia mi dia fastidio, è una cosa particolare, che ci sta, che mi piace, ma per più di due giorni di fila mi dà un po’ fastidio. Soprattutto perché dormendo nelle capannine sulla spiaggia è inevitabile che quella sabbia entri anche nel letto e questo è veramente veramente irritante. Non so se sia io troppo snob e schizzinosa o se sia semplicemente questione di abitudine.
In casa mia è categoricamente vietato dalla madre superiore andare in giro scalzi. In una casa di 350 mq come quella di Casale se tu sei scalzo in sala, mamma lo percepisce dalla camera da letto, le antenne si drizzano ed inizia ad urlare come una pazza. Quando ero piccola anche il calzino semplice era bandito, perché se il piede aveva sudato durante la giornata, con il calzino avrei lasciato le impronte. Un pomeriggio, mentre mamma era in bagno – abitavamo ancora a Varese, dove il pavimento era di marmo bianco ovunque – tentai di sfuggire ai calzini detector per sentire un po’ di freschino sotto ai piedi. Dal bagno di alzò un urlo di minaccia, una maledizione pendeva sulla mia testa “mettiti le ciabatte che altrimenti scivoli”. Io? Scivolare? Con i piedi sudati si lasciano le impronte, mica si scivola! Eppure tanto sudati non erano i miei piedini, perché scivolai con una precisione tale da prendere con la testa lo spigolo del mobile di legno del salone. Mentre sanguinavo su una polo verde Benetton – madre mia, oltre al danno anche la beffa – corsi in bagno a mostrare la ferita di guerra e un giro si alzò firme “te l’avevo detto di non andare in giro scalza, così impari”.
I vari punti senza anestesia a qualche centimetro dall’occhio erano serviti, avevo imparato talmente bene la lezione che oggi, a distanza di 16 anni, ancora mi sembra qualcosa di speciale andare in giro scalza. Sarà per questo che ci faccio tanto caso. O perché sono cresciuta con la cabina, la ghiaia, la doccia calda in spiaggia e nessun granello di sabbia nelle chiappe. Ma come fate a sedervi nella sabbia? Io v’invidio dal profondo, sembra un bel contatto con la natura, ma non mi convince ancora.
Mentre penso alla mi schizzinosità il sole sta scendendo verso la Isla Grande, la brezza non ha smesso un attimo di tirare e la penisola è finalmente svuotata. Solo chi si fermerà a dormire è rimasto, qualche ambulante che cerca di parlarmi in italiano, dopo avermi scambiata per l’ennesima volta per Argentina.
È tanto bello e noioso il relax. Ora capisco perché la Lella si rompeva le balle delle Maldive e nessuno le credeva. Sticazzi. Datemi un Kindle tra l’altro, perché non ne posso più della mancanza di spazio nello zaino, ho bisogno di leggere.

Abbiamo il lusso di poterci rompere i coglioni, di poterci lamentare anche della sabbia. Che fortunate.

 

 

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