Pacchanta – diario di bordo 22

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Fa così freddo che devo solo preoccuparmi di non morire assiderata, che la mia temperatura corporea rimanga alta il più possibile, che le dita continuino a muoversi, anche quelle dei piedi, che non si atrofizzi niente. Respiro profondamente, mi ripeto che siamo quasi arrivati, parlo sottovoce al mio cavallo, “dai dai, resisti, non mollare”.

È giovedì 8 febbraio, mezzogiorno, il sole alto nel cielo sopra la montagna di Ausangate. Quando qualche mese fa ho chiesto dei consigli a Clara su un Perù non turistico mi ha parlato di Eusevio. A 3 ore di bus da Cusco non c’è solo Machu Picchu. “Se vuoi vivere davvero il Perù vai in questo paesino Quechua dove non parlano spagnolo e vivono di alpaca”, con questa nota audio mi aveva già conquistata, senza troppi dettagli, lasciando decidere al mio spirito d’avventura.
Una volta approdata in Perù le ho chiesto dove fosse, come arrivarci e il numero di Eusevio, che ho sempre scritto Eusebio ovviamente.
Dopo tutte le peripezie fatte per entrare in questo paese, per toccare con mano le Ande, siamo partite da Cusco per Tinki. Tinki è il paese più vicino a Pacchanta, il villaggio dove siamo diretti, peccato che nessuno lo conosca ed un taxista ci abbia insinuato il dubbio che forse si debba scendere prima, a Ocongate. Senza nemmeno una meta chiara e piena di lividi dalle chiappe ai piedi, zoppicante, ci dirigiamo a Coloseo, dove dovrebbe esserci una fermata del bus. Non troviamo il diretto, ne prendiamo uno per Urcos e da lì un auto fino a Tinki, anche se all’ingresso del paese svetta il cartello Tinke, con la E.

Eusebio/Eusevio arriva con una giacca North Face arancione, uno zaino professionale azzurro ed un cappello tipico adornato da una fascia di stoffa e perline. Ha una placca metallica a forma di stella sull’incisivo destro, non troverò mai il coraggio di chiedergli se fosse per bellezza, forse per timore che mi risponda di sì. Non parla perfettamente spagnolo, ma ci capiamo! Con i compaesani invece parla Quechua e ride. Quando non conosco una lingua e la gente mi ride in faccia mi sento sempre un po’ a disagio, ma come biasimarli, si chiederanno che cazzo ci facciamo qui.

“Siete vegetariane o normali?” Ora siamo noi a ridere, che razza di domanda. “Normali, normali”. Spesa e via, saliamo a bordo della sua moto e di un’altra (per 15 soles) e saliamo, saliamo, saliamo per almeno mezz’ora guidano sullo sterrato, nell’acqua, sulle rocce, nel prato. Tutto attorno verde, cavalli, mucche, alpaca, qualche casa in mattoni, una scuola, un cimitero.

A Pacchanta vivono circa 70 persone, ma non ne vedremo mai più di 5 contemporaneamente.
Eusebio ci fa scegliere la stanza, in una casetta recentemente costruita, ci sono un sacco di posti letto e solo a quel punto capiamo che ci sarebbe costato qualcosina.
Fa freddino, così a rigor di logica scegliamo la stanza più piccola e con il letto matrimoniale. Nella nostra camera ci sono 2 finestre, una verso valle ed una verso le montagne innevate, una porta senza maniglia veramente faticosa da aprire, un comodino, il letto con 5 coperte alle quali si aggiungeranno le nostre 4.
Sono in tuta, con una maglia termica, suppongo ci siano 5 gradi o meno, non penso alla faccia che farebbe mamma e m’infilo vestita nel letto, Ale mi segue a ruota, fa freddo.
Eusebio come un angioletto arriva con un termos e del tè. Penso solo a come alzare la mia temperatura interna, mi avvolgo nelle mie due coperte, una presa in aereo e l’altra in bus, e torno a rintanarmi.
Il tempo passa e a fatica, lentamente mi riscaldo.

La mamma di Eusebio è in giardino, con i suoi abiti tipici, seduta su una pietra, scalza, sta tessendo. Tesse una coperta, con la lana di alpaca, un telaio in legno e l’ausilio di un osso. Al mattino al mercato mi sono informata: 15 soles la copertina. “Quanto impieghi a terminarla?” Il figlio traduce, “15 giorni”.
Quindici. Q u i n d i c i giorni. 1 soles al giorno vale il suo lavoro. 0,25 euro. Venticinque centesimi.
Non so se mi lasci più attonita questo o i suoi piedi nudi che non riesco a smettere di fissare.

Accanto alla nostra casetta ce ne sono varie altre: una è la cucina, l’altra quella di Eusebio e la mamma, l’altra del fratello e dei figli, le altre sono in costruzione perché vuole poter ospitare più persone.
Dietro alle sue casette s’intravede del vapore, ci porta a vedere le terme naturali. L’acqua esce a non so quanti gradi dalla terra, con un sistema di miscelazione la mischiano con quella fredda del torrente e riempiono le piscine a 45º. 5 soles per fare il bagno, d’estate, quando c’è “tanta” gente, cambiano l’acqua ogni ora e mezza.

Minestra di quinoa e verdure, alpaca con verdure, finalmente cibo salutare. Le patate sono loro, non le vendono, le usano solo in casa, le piantano mentre gli alpaca ora sono in montagna a pascolare, per 5 mesi.
Alle 18.30 fa buio, alle 19.30 ceniamo, alle 20.30 siamo già di nuovo a letto. Adesso si, possiamo iniziare Casas de Papel, anche se la mia batteria non regge queste temperature e devo massaggiare il telefono come un cane. Meno male che la giornata è stata stancante e domani la sveglia suona presto, andiamo a vedere le 7 lagune dell’Ausangate. Speriamo smetta di piovere.

Alle 7 ci svegliamo ed il sole è alto nel cielo, si vede la vetta più alta: 6’600 metri, cose mai viste.
Colazione dei campioni ed in sella, approfittiamo della giornata.
Cavalcata dopo cavalcata, passo dopo passo, mi si aprono davanti agli occhi degli scenari nuovi, in cui la natura è veramente padrona assoluta. L’erba verdissima cresce rigogliosa durante la stagione delle piogge, qualche alpaca la macchia in lontananza, insieme a leprotti, stambecchi e pecore al pascolo.
Saliamo, 4500, 4700, 4850… Le montagne innevate ci circondano, ora anche l’erba è stata ricoperta da questo bianco candido che mi sta palesemente scottando la faccia. Per fortuna Eusebio ci ha prestato due giacche così ci ripariamo dal vento. Sotto ai nostri zoccoli due lagune di un azzurro intenso come quello del mare di Barù. Non sto nemmeno patendo l’altezza, come se non fosse il punto più alto in cui sia mai stata, anzi, banchettiamo anche. Pane, formaggio, una banana ed il cielo si oscura, riprendiamo il cammino, manca ancora la laguna sagrada.
Scendiamo da cavallo per immergere i braccialetti che abbiamo comprato alla mamma, un rosario che mi ha dato la nonna prima di partire, due preghiere ed inizia a gocciolare. Per fortuna Fiore mi ha regalato un poncho giallo super sexy prima di partire.
Non l’avessi mai pensato.

Due gocce diventano un temporale forte, neve, grandine, William che ci stava accompagnando scende da cavallo, si mette la coperta in testa, cerca di ripararsi. Ale non riesce a tenere su il cappuccio, si sta bagnando il cappello, cerco di spostare il mio da dentro, per non tirare fuori le mani e non bagnarle, ma la plastica si rompe, proprio nel momento meno opportuno.
Tiro il più possibile la maglia termica affinché mi copra le mani, le dita rimangono per forza fuori, con una mano cerco di tener chiuso l’impermeabile, con l’altea stringo le briglie.
Ogni folata di vento è una doccia fredda. Per non bagnarmi la testa devo cercare di tirare il più possibile l’impermeabile, finché non si rompe completamente davanti.
Porca troia. Porca troia! Ma proprio adesso?
Abbozzo un nodaccio orrendo, non c’è verso di riparare le gambe. La tuta inizia a bagnarsi, ad inzupparsi, insieme alle scarpe. Cerco di stringere quel nodo, perdo le briglie, non c’è verso, sono fradicia. Un rigolino d’acqua entra nella scarpa, fin sotto al piede, adesso anche i calzini sono zuppi.
C’è proprio poco che possa fare se non stringere i denti ed essere paziente.
Fa così freddo che devo solo preoccuparmi di non morire assiderata, che la mia temperatura corporea rimanga alta il più possibile, che le dita continuino a muoversi, anche quelle dei piedi, che non si atrofizzi niente. Respiro profondamente, mi ripeto che siamo quasi arrivati, parlo sottovoce al mio cavallo, “dai dai, resisti, non mollare”.
Non penso di aver mai provato così tanto gelo.
In montagna si, ci sono quelle giornate in cui vai a sciare a -10, anche a -20 a Plateau, quelle giornate in cui vento e bufera erano talmente forti che scendevi dal Ventina con i guanti sulla faccia, ma non è la stessa cosa.
Questo è più un freddo da passamontagna bagnato, quando ben sapendo che poi si sarebbe congelato, ti ostinavi a ciucciare il passamontagna o lo scaldacollo, che dopo 5 metri ovviamente diventava un pezzetto di ghiaccio insieme al tuo mento bordeaux o peggio, alle labbra. Ecco, quel freddo, esteso a tutte le gambe, ai piedi, alle mani, un freddo bagnato.
È un freddo fine a se stesso, non è come quando vai a sciare e puoi già visualizzare le crespelle alla valdostana della baita o la vasca calda che ti aspetta a casa, qui anche a casa farà freddo e la doccia, beh la doccia la farò quando tornerò a Cusco.
Quando sento una goccia arrivarmi anche alle mutande capisco che mi posso aiutare solo psicologicamente.
Il maestro Leone ci diceva sempre di pensare a cose calde quando avevamo freddo, i bambini normali pensavano alla cioccolata della baita, io alla coperta di pile del divano arancione della montagna, al sole sul ciambellone, al termosifone di metallo di Casale, a pane e latte d’emergenza.
Così inizio a pensare alle ultime cose calde che ho provato, penso al tè alla coca, alla doccia del Tayta Wasi, a Santa Marta, al sole che riscalda anche il marmo e ti fa venir voglia di camminare scalza, all’amaca al tramonto.
Inizio a pensare ad ogni minuzioso passaggio che farò per svestirmi. Toglierò il cappuccio, quello che resta dell’impermeabile, la giacca, le scarpe, i calzini, i pantaloni, poi entrerò in stanza, metterò i piedi sul legno che sembrerà caldo, mi toglierò anche le maglie, con le salviette mi darò una ripulita, cambierò mutande, metterò l’unico pile asciutto che mi rimane, i pantaloni con gli elefanti, le calze di Andrea, mi avvolgerò nelle coperte e m’infilerò sotto ai 10kg di letto. Magari prenderò anche una tachipirina preventiva.
Ale mi chiede se sono arrabbiata, figa no, cosa c’è da arrabbiarsi? Sono solo bagnata fradicia a 4500 metri, con un diluvio universale e ancora 1 ora e mezza di strada da fare, non sono incazzata, sono solo congelata.
Piano piano perdo la sensibilità di alcune parti del corpo, per fortuna la testa è asciutta e gli organi vitali al caldo. I lividi sulle cosce non fanno nemmeno più male, la caduta dal quad sembra solo un dolore lontano rispetto a questo.
Ho visto Everest prima di partire a novembre, un gran film di merda, ma di cui ricordo chiaramente il protagonista quando con lucida coscienza diceva “mi si dev’essere atrofizzato un piede”.
Ma poi penso che queste persone vanno in giro con i sandali, vivono qui da secoli e a quanto pare non gli hanno amputato arti ne sono morti assiderati, quindi posso stare tranquilla, devo solo respirare e siamo sempre più vicini.

Dopo 2 ore, senza che la pioggia ci abbia dato tregua, vedo la casa. Corro. I passaggi sono importanti per recuperare velocemente calore, bisogna essere lucidi e non fare cagate.
Tolgo il cappuccio, quello che resta dell’impermeabile, la giacca, le scarpe, i calzini con le mani, i pantaloni che sbattono violentemente sul pavimento, talmente sono pesanti, entro in stanza, metto i piedi, che in realtà sono pezzetti di ghiaccio rosso, sul legno che sembra fin caldo, tremo. Questo non l’avevo messo in conto, il tremore dico, tremo tantissimo, la presa con le mani è molto difficile, le gambe sono rossissime e i lividi di svariate sfumature indecifrabili. Mi tolgo anche le maglie, con le salviette mi dò una ripulita veloce, cambio mutande, metto l’unico pile asciutto che mi rimane, i pantaloni con gli elefanti, le calze di Andrea e mi avvolgo nelle coperte, una attorno ai piedi, una attorno alle gambe e via sotto ai 10kg di letto.

Anche la mia voce trema, le coperte sono così pesanti che quasi mi fanno male. Alessia si scalda velocemente e le sale la febbre, io sono ancora freddissima quindi ne approfitto per metterle i piedi sulla schiena, quanto meno ci completiamo e ci diamo sollievo a vicenda. La mamma ha preparato una zuppa d’orzo, ma non ho la forza di alzarmi dal letto. Ale va, io aspetto di prendere coraggio. Le scarpe sono fradice, il che significa che possiamo uscire solo con le infradito e solo l’idea mi uccide.
Ma la zuppa potrebbe riscaldarmi quindi con una coperta sulle spalle ed una in vita, infilo le infradito con le calze ed il tutto in due sacchetti di plastica, purtroppo bucati.
Minestra e di nuovo sotto le coperte. Finiamo tutti gli episodi di casa de papel, lasciamo che tramonti il sole e forse solo dopo 5 ore abbiamo entrambe recuperato una temperatura quasi decente. Le mie dita si muovono ancora tutte, il viso è caldo non so se perché mi sono scottata con il sole o bruciata con il freddo, ma prendo quella famosa tachipirina preventiva.

Ora che non devo più concentrarmi sulla sopravvivenza posso pensare.
Guardo la mamma, i nipoti ed il figlio seduti in cucina, in silenzio, con lo sguardo nel vuoto, un sorriso sempre pronto. Mi chiedo cosa pensino, se siano felici davvero, se amino quello che fanno.
La routine di questo paese è di svegliarsi, fare colazione, far pascolare gli alpaca, le donne tessono, pettinano e lavano i cavalli, la botta di vita potrebbe essere scendere a piedi al paese a fare la spesa, per poi magari risalire in moto o nuovamente a piedi, con la coperta multiuso piena di cibo, pranzo, cena, nanna. Fino a Pacchanta arriva la corrente elettrica che comunque serve solo a fare luce, a caricare i telefoni e la radio. L’acqua calda è solo acqua del torrente canalizzata ai rubinetti e scaldata sui fornelli, che funzionano con le bombole di gas. Il bagno, esterno, ha un rubinetto in pietra, come le fontanelle di montagna, un water e basta.
William studia a Cusco perché fino si 18 anni adesso la scuola è obbligatoria, prima solo il 30% dei bambini ci andava, gli altri restavano nei campi, aiutavano con il pascolo, ora vanno tutti, si spostano nella città quando serve, studiano e magari tornano al paese e trasformano l’attività di sussistenza dei genitori in un’azienda di famiglia. Prima qui non c’erano nemmeno i soldi, il baratto fino a qualche anno fa era la moneta di scambio, chi faceva patate e chi mais. Ora invece Eusebio, che ha studiato turismo, pensa in grande e costruisce, chiama i maestri del paese e fa girare l’economia. Ci sembra troppo intraprendente per non aiutarlo, lo mettiamo in contatto con la cooperativa di Cusco dove andremo a fare volontariato settimana prossima, ci facciamo raccontare tutte le attività che si possono fare e raccogliamo foto per la nuova pagina Facebook che gli creeremo. Ci ringrazia, mille volte e ancora, con un’umiltà inaudita. Un umiltà senza precedenti, che non ha nulla a che vedere con la povertà, con l’assenza, con la privazione, è un’umiltà d’animo, quella che potrebbe avere un bambino quando si stupisce genuinamente anche del gesto più banale.

Vedendo questo posto, la sua incontaminazione, l’autenticità delle persone che vi vivono, sarebbe magico ed egoistico che restasse così per sempre. Eusebio merita che i suoi sogni diventino realtà, che i turisti si avvicinino, che guadino anche l’altro lato della montagna, non tutti, quelli più temerari, quelli disposti a morire di freddo, a sentire sulla loro pelle com’è la vita da queste parti. Viaggiatori, non turisti. Mettiamo da parte l’egoismo e facciamo in modo che questo paesino che non compare nemmeno sulle mappe geografiche diventi conosciuto, una perla, senza che cambi questo profumo di montagna, di sterco di cavallo, di natura e sopravvivenza.

 

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