Nel mio mondo perfetto

Nel mio mondo perfetto, avrei una casa a… Santa, Torino, Milano, Forte, Porto Cervo, Venezia, Madrid, Londra, NY, Miami, Roma.
Nel mio mondo perfetto, ogni estate sarebbe un tour del mondo, insieme alle mie migliori amiche di Casale, di Santa e di Alessandria. Magicamente amicone.
Nel mio mondo perfetto, la poligamia è donna.
Nel mio mondo perfetto, salverei solo una decina di amiche ed una ventina di donne-mito, per il resto, la misoginia regnerebbe sovrana.
Nel mio mondo perfetto lavoro per Google, ma non disdegno la vitaccia di Marchionne e men che meno della Wintour.
Nel mio mondo perfetto Zuckerberg ha un debole per le bionde e mi piazza al posto della Sandberg.
Nel mio mondo perfetto vinco 38000€ con un gratta e vinci, posso autofinanziarmi l’MBA e piangere di gioia dal mattino alla sera.
Nel mio mondo perfetto serve più di una vita per essere tutte le Doralice che vorrei.
Nel mio mondo perfetto mia madre riesce a farmi un complimento.
Nel mio mondo perfetto c’è un uomo, non importa il colore degli occhi e nemmeno quello dei capelli, ma le palle. Un uomo in grado di amare, lavorare, soffrire e scegliere.
Nel mio mondo perfetto esiste la meritocrazia e non il culo, esiste a prescindere dal cognome che porti.
Nel mio mondo perfetto ho anche il tempo di scrivere, la possibilità di pubblicare e vengo anche letta, da pochi, ma buoni.
Nel mio mondo perfetto l’egoismo è reato, ma non le sberle a chi le merita.
Nel mio mondo perfetto potrei anche avere le cosce molli, ma avrei comunque qualcuno disposto a pagare per baciarmi il culo.
Nel mio mondo perfetto, tra 30 anni, una diciottenne, piena di sogni, leggerà la mia biografia su wikipedia e crederà di potercela fare.
Nel mio mondo perfetto, nonostante le imperfezioni del mondo, esiste la felicità dietro ad ogni angolo di fatica.

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Rinascere e riscoprirsi, questo significa

L’aspetti, dalla terza inizi ad aspettarla, a sognarla, a progettarla, a fare il conto alla rovescia.
L’Università, questa Dea che profuma di futuro ed opportunità, di aria nuova e passi avanti.
Ho corso, veloce, fin da subito, a 4 anni e 10 mesi, l’asilo non faceva già più per me. Mi è sempre piaciuto andare a scuola, indipendentemente dai risultati, mi piacevano le classi, tant’è che ne ho cambiate 8. Ma non ero io quella indecisa, piuttosto i miei, i mi adattavo come il pongo, dove mi mettevano stavo, menavo tutti, comandavo a bacchetta e facevo subito amicizia (forse più io con gli altri, che gli altri con me).
E’ andata così: all’asilo ho annegato una tartaruga, ho fatto la pipì nel cestino, ho lavato i capelli ad una bambina sporca, non ho mai dormito e mi hanno cacciata alle elementari. Ho preso 12 note tra la prima e la seconda, ho fatto l’esame per andare in terza, sognavo di scappare di casa e costruirne una con i bastoncini di plastica del caffè (ho ritrovato i progetti in un diario di Rossana, insieme a tanti “Erik” infilati in cuoricini storti), avevo una compagna di nome Sabrina Casale. Ed è a Casale che siamo venuti, quarta, quinta, le medie, 1BL al Sobrero, matematica e fisica a settembre, 2B allo scientifico, dalla padella alla brace, in mezzo ad 11 stronzette.
Poi finisce.
Ho passato tutto il periodo pre maturità ad assaporare ogni singolo secondo di studio, ad ascoltare con dolcezza l’ansia che aleggiava nelle voci dei miei compagni, li ho guardati.
Giulia che si martoriava il ciuffo sinistro, Elena che prima di iniziare aveva già finito, Mattia che riusciva ad essere in ansia senza mai scomporsi, Chiara che prima ancora di sapere com’era andata si stava già incazzando, Ube che ha respirato, Biffi che si dimentica di girare il foglio di storia durante la simulazione, Marco che tirava fuori il cuore e le palle, Francesca che in quarta aveva già iniziato a scegliere quali giorni dedicare a quali materie, Agnese che non sa più quale parte del corpo toccarsi per scaricare la tensione…
Tutti, con il loro pregi e, perché no, soprattutto con i loro difetti, hanno segnato uno dei periodi più importanti della mia vita.
Ed eccola.
Arriva, anche lei, veloce, la temuta Maturità, gli scritti, i quadri, gli orali, penultima. In jeans, camicia bianca e azzurra a righe e Superga, con la mia solita originalità porto a casa il primo 30, d’orale. Che sommato a qualche altro merito e demerito totalizza un 84.
Il voto più inutile della storia della mia vita, ma una gran bella soddisfazione. Arriva quando siamo in prima fila a Santa, spensierate a prendere il sole, giusto per smuovere le acque e poi lasciarci alla nostra meritata estate.
Arrivano le batoste, dei test d’ingresso, le delusioni, le sconfitte, non le mie. Io ero ancora nel libro.
Scrittrice o faccia da culo? Faccia da culo o scrittrice?
Alla fine ha vinto la consapevolezza che, fino a prova contraria, le facce da culo fanno strada, così mi butto e provo ad allenarla.
Sogni Milano per tutta la vita, metti i piedi per terra e ti ritrovi a Palazzo Borsalino.
C’è qualcosa che non va.
In questa cavolo di aula non c’è posto per tutti, dove devo andare? Chi sei,? Ma come sei conciata? In mezz’ora non hai ancora trovato un posto a sedere, dividi la sedia con persone semiconosciute, ma hai già capito qual è il gruppo delle fighette, qual è quello delle sfigate, chi odiare, chi insultare, a chi avvicinarti, chi è la più troia, chi si veste leggermente meglio di te, qual è il più gnocco e forse anche qual è il professore.
Alessandria. Per una che viene da Casale dovrebbe essere un’entità simile al male di vivere.
Ed invece no.
Gira e rigira Alessandria diventa la mia seconda casa, gira e rigira Luca diventa la mia persona, gira e rigira il grigio diventa un colore.
L’università porta sicuramente spazio, spazio per se stessi e per le proprie ambizioni.
Porta soddisfazioni, se fatta nel modo giusto.
Porta amicizie, se hai voglia di aprirti e metterti in gioco.
Porta indubbiamente a fare delle valutazioni, sulle proprie scelte ed aspirazioni, ma se le scelte si rivelano corrette, porta gioia e rafforza l’autostima.
Comporta decisioni importanti: allontanarsi da casa, può sembrare facile, ma non lo è. Il problema non è la lavatrice, la pulizia, l’ordine. Il problema diventa il profumo, quello della tua famiglia, quello della tua camera, quello del tuo letto. Il problema diventa il silenzio, quando lasci una principessa che impediva al silenzio di entrare. Il problema diventa cucinare solo per sé, sì, non cucinare per tanti, che riempie di orgoglio e voglia di fare, ma cucinare solo per una triste te, dover lavare una pentola solo per te. Così ti ritrovi ad abusare delle stoviglie in plastica.
Ma poi ti abitui, capisci che la lontananza non è poi così male, capisci che rafforza i rapporti, che mantiene in vita solo quelli più forti, quelli più importanti, quelli per cui vale la pena tornare a Casale, quelli che hanno voglia di resistere, di sopportare, di sorridere. Ed intanto crei una nuova vita, una nuova cerchia, nuove opportunità, nuovi progetti.
Così, il mio primo anno accademico è andato così.
E’ stato pieno di soddisfazioni, ma ancor di più, di momenti difficili, che sembravano quasi impossibili da superare, da gestire, da sopportare. Ma tutto si sistema, tutti i cerchi si chiudono, tutti i portoni si aprono.
I momenti brutti si superano e si ricomincia con una nuova gioia, nuovi sogni.
Così, il mio primo anno accademico è andato così.
E’ stato un anno di crescita, più che mai, ha fatto compagnia a tantissimi cambiamenti che mi hanno fatta crescere.
Se volessi tornare al liceo?
No. La vita universitaria è una figata.
Ma la vita da liceale pure, semplicemente c’è un tempo per ogni cosa, anche se liceali si rimane un po’ per sempre.

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E’ bello sì, quando si è in due

E’ bello l’amore, quando dopo un film che ti ha fatta piangere, hai voglia di sentire solo una persona, è dolce.
Un’altra cosa bella sono le mani delle madri, quando invecchiano, e prendono la forma dell’età, del numero di carezze date.
Una cosa brutta invece è la consapevolezza dei manifesti funebri, quando uno sopra all’altro, con il calore, si piegano sugli angoli e si alzano, muovendosi al passare del vento.
E’ bello sentirsi a casa, tra il tuo braccio ed il tuo collo, con la mia spalla sotto la tua ascella e la mia testa, poggiata sulla tua spalla, con la tua mano sull’altra spalla e la ninna nanna dei nostri respiri.
E’ brutto dormire da sola quando si ha paura dei mostri.
E’ strano addormentarsi in compagnia e svegliarsi da sola, ma questo non è brutto, è solo particolare.
Un’altra cosa brutta è la lontananza, quando nessuno fa un passo verso l’altro per avvicinarsi, quando in ogni passo si nota un tornaconto, si dubita.
Una cosa bellissima è Arabella, quando torno, che apre la porta e mi aspetta, mi guarda salire le scale, mi abbraccia e mi dice “sei tornata”. E non posso fare altro che commuovermi.
Da quando sono andata via “casa” è un termine strano, che fa eco nella mia testa, che va virgolettato, come la principessa sa fare.
Il flusso di coscienza non è forse il mezzo migliore, ma a voi che ve ne frega?
E allora domani mi sveglio presto, e porto la principessa a scuola, me ne frego delle otto ore canoniche, me ne frego se non sorge il sole.
Forse ci siamo.
Buonanotte, buona notte.

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Te capì?

Non capisco.
Non capisco le persone che chiudono le finestre quando si alza un filo di vento, invece di accoglierlo tra i capelli.
Non capisco chi crede che l’amore non possa essere come la nuova pubblicità dei cornetti Algida, perché complicarsi la vita?
Non capisco chi ci mette più testa che cuore.
Non capisco chi si priva delle emozioni felici.
Non capisco chi non corre incontro a chi ama, chi perde quella frazione di secondo, che nessuno le restituirà.
Ma ci pensate mai che siamo vivi? A quanto valga la vita?
Ci penso dopo ogni canonica mezz’ora al telefono con la mia nonna. I nonni, instancabili, che la loro vita l’hanno già vissuta, che si disinteressano del tempo che perdono, perché hanno già dato. Loro, che ti chiedono anche dieci volte “hai mangiato?” “ma mangi?” “cos’hai mangiato?”, a perdifiato.
Non capisco questo Stato nel quale se non c’è il sole le persone non escono volentieri, siete razzisti o poveri di emozioni? Non sapete amare la pioggia? Il rumore di gocce che incontrano altre gocce e si abbracciano nelle pozze, il fruscio degli alberi, le foglie che si adagiano a terra, il temporale che ti segue ovunque provi a scappare, la neve che si adagia lieve, “su tutti i vivi, su tutti i morti”. Non valgono la pena di essere vissute queste cose?
Non capisco le priorità. Non capisco le amicizie di convenienza, di facciata. Non capisco.
Carpe diem non è un motto, ne uno stile di vita, forse la cosa più banale da tatuarsi, ma un consiglio. E’ probabile che domani saremo ancora qui e dovremo affrontare le conseguenze delle nostre scelte di oggi. Non capisco, voi volete affrontare davvero queste di scelte?
Non capisco i vari “non c’è lavoro in questo Paese”, detto dal divano di casa di mamma e papà, con il telecomando e tutto il set Apple sulle ginocchia. Davvero pensate di poter guardare qualcuno dall’alto verso il basso? Giusto quando vi affacciate alla finestra, se non siete al piano terra.
Non capisco, ignoro, per quale cavolo di motivo le persone non siano in grado di divertirsi senza un diamine di cocktail in mano, senza fumare. Potrò sembrarvi pazza, nevrotica, impulsiva, diversa, ma non penso che nessuno mi abbia mai vista incapace di divertirmi. Cos’ho che voi non avete? Nulla credo, solo che fa più comodo non pensare. Nè?
Non capisco e mi lascio infastidire dalle persone grasse, che non sono in grado di rinunciare a nulla e non apprezzano abbastanza il corpo che gli è stato donato e lo sprecano, lo maltrattano, lo riempiono. Riempireste tutti i giorni la vostra macchina di sporcizia, fino a non poterla più usare? Perché lo fate con voi stessi?
Non capisco chi pensa troppo, senza buttarsi mai, ma nemmeno chi pensa troppo poco, peccando d’irruenza. Non capisco chi rischia di avere rimpianti, perché abbiamo davvero troppo tempo per rimpiangere, rispetto alle occasioni da cogliere che ci vengono fornite.
Non capisco le persone dentro all’autobus che mi vedono corrergli dietro e non chiedono all’autista di fermarsi. E mi stupisco quando una lo fa, tanto da ringraziarla ossessivamente per tutto il viaggio.
Non capisco chi perde l’autobus ed aspetta quello dopo, senza punirsi un minimo.
Non capisco, non capisco, non capisco, ma alzo la testa, guardo fuori dalla finestra, respiro e mi godo questo mondo, non disprezzo nemmeno un singolo secondo di vita, li respiro tutti, anche quando l’aria non è quella di mare.
Come prima di partire, quando hai paura, sei stressata e vorresti stare a casa, racchiusa nelle tue abitudini sicure, senza rischiare, ma… Ma dopo non vorresti più tornare. E ti metti a piangere, di nascosto, salutando 44 ragazzi che ti sono entrati dentro in pochi giorni, perché non serve tanto tempo per instaurare un legame, basta uno sguardo, un sorriso, un gesto.
E voi?
Cos’avete capito?

A voi, che avete capito tutto, che guardo con ammirazione, perché siete convinti di non aver capito davvero niente.
Perché forse non c’è davvero niente da capire e si dovrebbe solo vivere.

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Buon viaggio

Il cielo è cristallino, di un azzurro puro ed innocente, come non vedevo da molto. Mentre Fede cambia continuamente canzone in radio, io penso che certe anime meritino una giornata di sole per salutare la terra, meritino di poter vedere tutto dall’alto senza fatica, meritino di lanciare baci a mamma e papà senza ostacoli nuvolosi. In una giornata come queste, da fotografie sorridenti con gli occhiali da sole mi chiedo fino a che punto ci si possa sentire vicini ad una persona mai conosciuta, vicini ad un dolore, svuotati di qualcosa, mancanti. Perché a 16 anni non è giusto morire dopo essere usciti con la propria migliore amica, solo per qualche centimetro, solo per qualche chilometro orario, solo perché questo doveva essere. 
Non saprei nemmeno come arrivare a San Martino, intanto Matteo accelera e mi sento in colpa per tutte quelle volte che non ho detto a papà di rallentare, e non riesco ad astenermi da un segno della croce appena vedo un cimitero. È così? In un attimo? Il tuo profilo Facebook diventa una lapide? Il tuo ultimo stato diventa un coltello, quali avresti voluto che fossero le tue parole? Sognavi anche tu come il mio ragazzo di suonare in uno stadio con la tua famiglia in tribuna d’onore?
E stimolo la capacità di non sentire quello che mi sta attorno, entro nel mio universo ovattato. L’Italia scherza con il tuo nome, torni indietro? Torna indietro, ti prego, fammi ancora credere che esista una giustizia divina, che i bambini siano sacri ed intoccabili, dimmi che ci conosceremo, dimmi che non devo piangere. 
Mi dispiace tanto.
Scusa se ti ho rubato un po’ di attenzione che devi lasciare ai tuoi cari, buon viaggio Pietro, un po’ di rock in paradiso non farà male.

Respiro, ancora. Respiriamo ancora, non smettiamo di ringraziare per quello che abbiamo e perché respiriamo.

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Stai.

E’ l’ora giusta per sputare il rospo.

Vorrei parlare, ma dovrei tacere, però… Poi ve lo dico, ve lo spiego, vi faccio anche un disegnino, per farvi capire cos’è stato per me Stay O’ Party, per me che ne sono uscita, perché ho tradito e meritavo una seria punizione, anche questa, poi vi spiego quante ore ho dedicato a questo progetto, quanto cuore, quanti pensieri, quanto nervoso, quante lacrime, quanta fatica. Non ho creato Stay O’ Party, non ho scelto il nome, non ero nella cerchia di amici, non centravo niente, sono solo stata chiamata a rapporto perché fosse sfruttata la mia audience su Facebook per mettere in vista la novità, come me, molti altri, ma io avevo già deciso “guardate che le foto le faccio io, provate a chiedere a qualcun altro e mi offendo”. Maglia a righe bianca e blu, giacca di renna, Longchamp arancione ed inizia così, sui gradini del teatro la mia avventura, ero contenta di essere dentro ad un progetto, parte di qualcosa, non avevo idea di cosa sarebbe diventato per me.
Conquisto, con la mia faccia da culo, la prima t-shirt, che riposa in pace nel mio armadio, quella del 5 maggio, quella che misi e rimisi. Ci sono cose delle quali non puoi fare a meno di sentirti parte, per me Stay è stata una di queste, quindi ho voluto di più.
Leggo e rileggo i vostri stati, leggo e rileggo i ricordi che conserverete sempre di un qualcosa che è stato mio, che io sono convinta sia stato mio, anche se il mio nome non merita più di comparire.
Le settimane che precedevano la serata erano un grande motivo di nervoso, ansia, eccitazione e chi più ne ha più ne metta. Ma la giornata prima di Stay, quella era il top. Posso ammettere con fermezza di non aver mai cenato prima di una serata. La fame non esisteva, gli orari non esistevano, ma ad un certo punto erano le 22.30 ed io ero già in ritardo. Il beauty in borsa, mi cambio e trucco al Deniro, non ho tempo.
Chiudo casa, che per tutto il pomeriggio aveva accolto i miei cuccioli e le prevendite, conti e disastri.
Non ne andava mai bene una, ma poi arrivava l’ora X.
Arrivavano tutti, sempre.
Forse Valterza non ha mai pensato a Stay O’ Party come ad un rivale e voi lo ringraziate quando la definisce semplicemente “famiglia”. Anche se è riduttivo.
Forse chiunque si è sentito in diritto di dare una sua opinione su Stay perché siamo stati in grado di far sentire tutti coloro che partecipavano agli eventi, parte di qualcosa, parte di quello che vivevano. Posso dire qualcosa anche io?
Guardo il video ricordo ed il 90% delle foto le ho scattate io, anche se Cristian definisce Ale la miglior fotografa, ci ho provato, non ho mai detto di essere la migliore, non in quello almeno.
Ho ricevuto 1 sms, di Elena, che mi ringraziava.
Solo lei.
Perché “senza di te non sarebbe stata la stessa cosa”.
E io ne sono convinta. Dall’alto della mia saccenza sono convinta che senza di me non fosse davvero la stessa cosa. Che una serata è bastata per capire che non sarebbe stata la stessa cosa, che non ne sarebbe valsa la pena. Dite pure che mi sbaglio.
E ora mi ritrovo con un problema, non ho la faccia tosta di pubblicare i miei pensieri, non ho nemmeno la faccia tosta di chiedere “perché? Perché cazzo è finito? Ci sono cose che non devono finire, perché? Davvero, se quello che contava era stare in famiglia, perché smettere? Che cazzo è successo? Se qualcuno voleva farmela pagare doveva continuare, farmi vedere cosa mi stavo perdendo, perché tirarsi indietro?”
Detto questo. Nonostante in tutte le famiglie ci fossero grandi problemi, nonostante ci fosse sempre qualcosa da ridire, nonostante Caretti mi vedesse sempre costantemente insoddisfatta, “perché si può sempre fare di più”, nonostante tutto… La brioches delle 6 aveva sempre lo stesso sapore. Scegliere le foto era sempre una gioia. Riguardarle a distanza di mesi di una malinconia incredibile. Perdere ogni senso, anche quello della fame, prima di ogni serata, era bello e naturale. Piangere adesso davanti a questo computer è più che giusto.
Per me Stay O’ Party non erano le serate. Per me Stay O’ Party era la bandierina sulla torta della mamma di Sorre, era la lucina di Andrea che non funzionava, Garu che fa scendere casinisti dal pullman, Gian che saltella, era un cavo che prende fuoco, era Francesco disperato mentre Nicolò voleva andare a mangiare, erano i genitori di Simo che avrebbero preferito investisse diversamente il suo tempo, erano le lacrime perché Torto voleva essere il numero 1, era Cristian sull’attenti, sempre pronto, era facebook, twitter, instagram, qualcuno che nemmeno sapeva le password di quello che gestiva, erano le differenze di 10 euro per cui qualcuno aveva il coraggio di lamentarsi, era far sparire sempre qualche locandina per attaccarla in camera, era litigare con Atomika perché anche loro volevano attaccarne nel cestino, era competizione, magari su due piani diversi, ma sempre malata competizione, pesante o divertente, erano i miei cuccioli di pr, che più disponibili non si può, erano i posti sul pullman che non mancavano mai e la pazienza di Stefania, di Samuele, erano i mucchietti che faceva Guasco per contare, aspettare, fin troppo, i video di Mucci, l’avidità, l’avarizia, la cattiveria, l’egoismo, di quel mondo. Per me Stay O’ Party ha il gusto di patatine del Burger, di Pop corn che saltano fuori dalla mia macchinetta, di micro zucchero filato, dell’acqua di Gian, sempre rigorosamente del rubinetto, di aperitivi a buffet. Per me Stay O’ Party ha il profumo di bus vuoto, di supermercati, di prevendite appena stampate, ha il colore del buio con una luce di speranza, rosso e blu di una squadra, del fuoco, di bianco sporco di un orso di peluches, ha la mia forza, ha un po’ le ali tagliate dall’antipatia, ma un cuore grande.
Per me Stay O’ Party è quell’orso che ho tenuto in testa piangendo, prima di restituirlo una sera di inizio ottobre. Lo stesso orso che doveva essere maledettamente lavato.
Per me Stay O’ Party è stata la molla, il motivo per cui ho scelto di essere quella che sono e di fare quello che faccio, di studiare quello che studio e di puntare dove punto.
Per me Stay O party è consapevolezza, quella che ho acquisito sul mondo attuale, sulle persone, su Casale, sul valore dei soldi.
Stay O’ Party è quella cosa per colpa della quale non posso più godermi una serata in discoteca senza fare i conti in tasca al barista, al buttafuori, al proprietario ed anche ai divanetti.
Per me Stay O’ Party è stato tanto.
Non ho mollato, io.
Ho scelto amici e nemici, dicono che abbia rinnegato tutto e tutti, ma non l’ho fatto, giuro, sono sempre io, con i miei errori e la mia consapevolezza, in più.
Ma Stay rimarrà nel mio cuore, come il più bello degli sforzi.
Come la più morbida delle mascotte.
Come i pop corn salati al punto giusto.
Come la foto meglio riuscita.
Come il remix sconosciuto che fa rimanere tutti di stucco. 
Come il the alla pesca invece del cocktail.
Come un sogno che inizia e si realizza, senza fine.

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Minore di chi? Minore di cosa? Minorenne.

L’ultimo. L’ultimo giorno da minorenne sta per arrivare anche per me, non ci contavo più, mi stavo quasi abituando agli svariati “no, sono piccina io, ancora  minorenne”.
Ho visto tutte le mie amiche raggiungere la soglia dei 18, ho potuto pensare ai loro regali, partecipare ai loro diciottesimi, vederle crescere, prendere la patente, guidare, pagare le multe… Loro, maggiorenni, io la più piccina. 
Io, 17 anni e alle elezioni sto fuori ad aspettare le crocette di qualcun altro, io posso giusto crocettare i test a risposta multipla in classe.
Io, 17 anni e la maturità, mentre quelle di quarta pubblicavano foto di fogli rosa.
Io, 17 anni e i viaggi, 17 anni ed il lavoro, 17 anni e le responsabilità, 17 anni e l’università “può richiamare per favore? Non si è mai iscritto nessun minorenne”.
Io e questi 17 anni sui quali mi sono tranquillamente adagiata, nonostante i soventi “ah 17 anni? Davvero?”, “Solo? Pensavo di più”, “Ma quindi come fai ad essere all’università? Aspetta un attimo che conto”.
Le mie manie di onnipotenza sono sempre andate oltre all’età, la mia voglia di fare non si è mai fermata davanti ad un numero e troppe volte mi sono sentita dire che nemmeno chi di anni ne ha 1, 2, 3, più di me avrebbe potuto mettermi i piedi in testa.
Mi sono affezionata a questi 17 anni, è facile sentirsi avanti quando lo si è con l’età. Ho  giocato 1 anno in meno all’asilo, giustamente, picchiavo tutti. Sono andata in prima elementare a 4 anni, perché la mia nonnina aveva troppa voglia d’insegnarmi a leggere ed a scrivere ed io ne avevo altrettanta d’imparare. Sono andata a scuola a 4 anni perché il mio papà voleva che prendessi il meglio di lui. Sono andata a scuola a 4 anni perché la mia mamma mi ha dato fiducia, come sempre, alla fine. La prima volta che ho preso una penna in mano non potevo sapere che sarebbe diventata la mia arma, il mio dono, la mia valvola, la mia forza. E così è iniziata la mia corsa.
Non riesco a pensare al 31 ottobre 2013 come ad un giorno qualunque, come ad una data. Elena me l’ha detto, del resto, “per le persone come noi non è vero che non cambia niente”.
“Doralice però è diversa: tutte le donne rapite nell’Orlando furioso fuggono o vengono salvate, Doralice s’innamora del suo rapitore.” Non riesco a non fermarmi, a non guardarmi indietro, a non pensare a tutti i compleanni al McDonald’s, a tutte le 153 candeline spente, alle buste dei nonni, a tutte le richieste sempre esaudite da mamma e papà, alle feste da adolescente in cui non volevo che Fiorelisa s’intromettesse. Non riesco a non pensare a quante cose siano nate, cambiate, vissute, sopravvissute, cresciute e morte in questi 18 anni. Non riesco a non desiderare di fermare il tempo qui. Per un giorno tornare indietro, avere a disposizione più di 24 ore, ringraziare tutte le persone che in questi 18 anni mi hanno fatta diventare quella che sono, tutte le persone che mi sono state accanto, non posso non desiderare di ringraziarle una ad una. Dalle “mi miche”, quelle di Santa, quelle snob, quelle fighe, quelle che potete sognarvi, quelle che conoscevo già prima di uscire dalla pancia di mamma, per arrivare alle persone che ho conosciuto da quando sono venuta qui a Casale, con le quali sono cresciuta e non fisicamente, quelle che per i miei 17 anni mi hanno fatto un video che se ci penso piango e quelle che mi hanno fatta innamorare, a lui. 
Non riesco a non desiderare ancora un po’ di tempo. Fermi. Voglio scendere, un attimo, ancora un attimo.
Ma non si può.
L’ultimo è domani. Da giovedì potrò donare il sangue, potrò prendere la patente, aprire un conto corrente, intestarmi tutte le tessere di tutti i negozi esistenti sulla faccia della terra, farmi qualche dormita in cella, regalare carte sim con il mio nome, prestate la tessera sanitaria a qualche bomber che vuole comprare le sigarette senza avere l’età per farlo, entrare in discoteca legalmente, per un motivo ancora ignoto comprare qualcosa di alcolico, mettere la mia crocetta sul partito sbagliato, avere la mia tessera elettorale, far far valere la mia firma.
Poi?
Importa?
18 anni sono tanti. I miei sono stati sicuramente 18 anni pienissimi.
L’ultimo.
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Grazie a chiunque sia passato lasciando il segno. Grazie a chi mi ha messa al mondo, almeno una volta, con amore. Grazie a chi mi ha cresciuta, con amore, sempre. Grazie a chi è dovuto andare in un posto migliore, ma dopodomani sarà sulla mia spalla destra. Grazie a chi non ha avuto dubbi, a chi non ha mai cambiato opinione su di me, se non in meglio, a chi crede in me, a chi mi vuole bene, a chi è tornato, a chi è stato in grado di scusarsi, o di scusarmi, di perdonarmi o di amarmi. Grazie. 18 miliardi di volte grazie

.Sei, Negramaro

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(May)day 3

E mentre io stendo lo smalto, bene, un’unghia dopo l’altra, la prima mano, la seconda, correggo con cotton fioc e acetone, per ogni dito, per ogni millilitro, una persona chiude gli occhi, un pesce galleggia, una mosca viene spiaccicata, un leone emette il suo ultimo ruggito, un aborto avviene spontaneamente, un ovulo cieco, una macchina si schianta, un bambino urla. Ed io non riesco a non pensarci.
Il giorno “3” è già più facile, la notizia non è più quella d’apertura, il silenzio c’è solo quando tutti dormono, è più semplice non pensarci, non leggere stati su facebook, i mi piace si sono calmati, la guerra è finita, accantonate le armi, si va avanti, ma solo lontano. Ed io non riesco a non pensarci.
Ho acceso per caso la televisione ed ho visto file di corpi sulla spiaggia, ognuno coperto da un telo scuro, perché la morte non si deve vedere in faccia, perché nascondere è rispettoso, meno macabro, più facile. Ho visto soccorritori piangere, superstiti piangere, ho lotto un dolore univoco. Vite.
La guerra è così? Non lascia il tempo nemmeno per asciugarsi le lacrime? Ci vorrebbe la guerra ed anche un po’ di miseria ad insegnarci a non sprecare i giorni?
Qualsiasi fosse il colore della guancia dalla quale si è staccata una lacrima, è caduta sulla nostra terra, ha innaffiato il nostro terreno, è entrata nel ciclo dell’acqua a partire da casa nostra, poco importa se fosse quella del Soccorritore 23485 o del Superstite 58737.
Qualsiasi sia il colore di un corpo di un uomo sdraiato sul fondale del nostro mare, sono certa che se ve lo trovaste davanti in un immersione subacqua il rumore sordo del vostro grido sarebbe indifferentemente sordo.
Qualsiasi sia il motivo per il quale una persona si trova di te in tram e hai l’opportunità di sentire la sua risata, sincera, vera, di quelle che contagiano, avresti davvero bisogno di guardarla in faccia? Di sapere perché si trova lì? Se 10 anni fa sia scappata, su una barca, da una guerra o fosse a casa a poltrire e farsi servire a tavola per non rovinarsi le unghie?
Qualsiasi sia il momento in cui un bambino inizia a camminare o a parlare, l’orgoglio nei cuori dei genitori non dipende dal luogo di nascita.
Ma qualsiasi sia la ragione che spinge un essere umano a non aiutarne un altro o a provare indifferenza verso il dolore, nemmeno questo dipende dalla nazionalità.
Non so quali siano le condizioni per le quali sia doveroso o meno indire un “lutto nazionale”, ma non m’interessa.

Il lutto, almeno dice il dizionario, è un sentimento di vivo dolore che si prova per la morte di qualcuno o per gravi disgrazie, sono i segni esterni del dolore.
Per me il lutto è un senso di lacerazione che parte da dentro, un senso d’impotenza, di piccolezza, che mi lascia attonita e vuota. Un senso che nessuno può impormi, ma che non riesco a togliermi di dosso.
La discussione non esiste, non è il termine “nazionale” che può infastidire, che da più valore ad un vuoto piuttosto che ad un altro.
Se penso alle persone che mi sono morte accanto al cuore, ma ancora vivono dentro di me, sento un lutto mondiale, viscerale, infinito, che non ha bisogno di parole, manifestazioni, politica, retorica, leggi o limiti.
Mentre ascolto Einaudi non riesco a non pensare, a non vergognarmi di di poter amare, odiare, sognare, mangiare, parlare, ascoltare, sentire, ridere, piangere, perdere tempo, studiare, lavorare, pensare al futuro, non riesco a non vergognarmi di essere viva. Non riesco a non sognare un sorriso smagliante di un bambino nero, a non credere che le parole di una nonna cinese valgano quanto quelle della mia. Non riesco a non sentirmi in imbarazzo per lo spazio che ho in casa e che potrei regalare. Non posso aprire l’acqua senza pensare che la sto già sprecando.
Non è vero che gli italiani sono stronzi, non è vero che l’Italia è un Paese di merda, di spaghetti alla Mafia. è però vero che chiunque dovrebbe pensare di più, parlare di meno e donarsi, ovunque.
Mi fermo e sono sicura che Cristian, Roberto, Paolo, Valeria, Andrea, Tizio, Caio, Sempronio e Pinco Pallino abbiano pianto, abbiano perso qualcuno, abbiano sentito un vuoto, abbiano interiorizzato una morte, abbiano lasciato un pezzo del loro cuore ad un essere, in qualche posto e non ho dubbi sulla loro umanità.
Non ho dubbi sull’umanità di nessuno, indipendentemente dalla casella che hanno sbarrato alle scorse elezioni e da quella che sbarreranno alle prossime e sono certa che la notte, prima di chiudere occhio, un pensiero voli dal basso verso l’alto, a tutti.
La politica è una cosa, la vita un’altra. L’indifferenza è una cosa, il silenzio un’altra.
E la morte…beh la morte è vita che richiede silenzio. Solo e soltanto attenzioni silenziose.

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For Eva

Guardando il mondo attraverso un vetro graffiato del treno delle 12:34 per Alessandria noto l’incisione sotto una pensilina della stazione di Valmadonna, “Ila+Sara amiche xs” e la domanda sorge spontanea: “A quante delle amiche a cui scrivevo TVUKDBXS ho smesso di volere bene? O semplicemente di sapere se vivono? O come? ” alle medie era un’abitudine, prova a non scrivere “per sempre” in una letterina e la tua amicizia non è vera. Forse è quella la prima delusione, il primo momento in cui smetti di credere nei per sempre, nell’estate tra la 3ª media e la 1ª liceo, quando cerchi di mantenere contatti con persone che quando vedi ora in via Roma non ti salutano. Ma davvero ti sei dimenticato di me? Oppure fai finta di non vedermi? Io ti saluto lo stesso, chissenefrega. Tra i fili dell’alta tensione s’intravede una luna uguale a quella della dreamworks, che bella giornata. Sorrido alla gente, anche a quella che non conosco, soprattutto alle nonnine con la faccia simpatica, sorrido a volti conosciuti, ma che non associo immediatamente ad un nome. Anche qui ha piovuto bene e solo se ci penso mi viene un po’ di fame. L’arietta non è torrida come al solito, grazie a Dio. Buon appetito, mondo.

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Un’estate

D’estate siamo tutto più belli perché la serenità si vede dagli occhi, perché ci spogliamo dei vestiti e dello stress di tutte le altre stagioni, d’estate sudiamo felici, mangiamo solo quando abbiamo fame, l’estate è strana, fa prendere scelte folli, estive. L’estate ci cambia, ci rende migliori, più puliti, più onesti, siamo spazio al nostro corpo plasmato dall’inverno nel bene e nel male, finiamo per fregarcene, viviamo di più.

Sì che l’estate è uno stato d’animo, come ogni stagione nel resto, siamo colori di giorno, stelle nella notte, siamo il vento che fa venire la pelle d’oca, ma quella che desideravamo, che sparisce lentamente, senza bisogno di strofinarci. Siamo calore. Siamo più vivi.

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