Cuaderno de viaje – Día X – La strada tra la terra e il sole

Tra i miei suggerimenti di amicizia ancora spagnoli, ragazzi e ragazze Erasmus, volti noti, alcuni conosciuti, aggiungi, non si sa mai.
Sono in pole position su di un Megabus, di ritorno da un viaggio durato 18 giorni e non sono comunque abbastanza. Potrebbe sembrare un viaggio post laurea, perché cronologicamente collocato dopo la discussione della tesi, ma non lo è. È una scusa, è un pretesto, è una sfida, è un palese allungamento del mio Erasmus che sarebbe dovuto finire a maggio, invece si è protratto fino a fine giugno, si è lasciato disturbare da qualche dovere (3 esami, 1 tesi, miliardi di ore di burocrazia e una laurea) per poi tornare, vivo ed entusiasta, a riprendersi ciò che era suo di diritto: me.
Sono tornata il 28 giugno, dopo 10 mesi a Siviglia, buttandomi immediatamente sullo studio, giusto il tempo di leggere la bandiera, il tempo di sfogare le mie lacrime e di rimpinzarmi delle delizie culinarie del territorio e poi testa china sui libri. Perseverante, testa di cazzo e rompicoglioni, sono riuscita a chiudere il cerchio a modo mio: alla perfezione. E sulla cresta dell’onda me ne sono andata, dopo una delle esperienze più belle della mia vita, dopo una delle giornate più belle della mia vita, sono ripartita.
Non cercavo relax, non cercavo sole, non cercavo mare, cercavo di non darmi per vinta. Cercavo con tutta me stessa di trovare appigli, di vedere con i miei occhi che Erasmus saremo un po’ per sempre, che non finirà mai, che non ci divideremo, che non saranno le distanze ad ucciderci, che le distanze non esistono.
Ho guardato Ilenia, dietro ai suoi occhiali scuri, abbassare la testa ed inghiottire la parole e santificare la sua Sardegna. Ho guardato Monse partire, un’altra volta, per prima, zaino in spalla e sorriso malinconico alla volta di quella mistica e grigia Germania che tanto mi disturba. Ho schiaffeggiato Pedro fino al gate, ammonendolo ed abbracciandolo, lasciandolo alla sua Africa. E poi vi ho visti, Stefania, Federica, Angelo e Gabri, vi ho visti da dietro il finestrino sporco di un regionale pugliese, vi ho visti cercarmi nel treno, tra quell’ammasso di umanità, vi ho visti non trovarmi e scendere le scale, lasciarmi lì con tanta generosità, prepararvi a nuove lacrime, a nuovi sorrisi, ad un nuovo giro di ninja.
Vi ho visti e le lacrime non ho potuto trattenerle, perché si, noi saremo sempre Erasmus e basterà essere insieme perché ricominci ogni volta un piccolo Erasmus, perché la voglia di saltare sui soffitti ci prenda, ma non sarà più la stessa cosa.
Possiamo ritrovarci, come abbiamo fatto adesso, ma non saremo più a Siviglia, e non è questo il problema, nonostante fosse la cornice perfetta, il problema è che non saremo mai più tutti assieme. I volti noti e quelli meno noti, gli occhi da orientale ed i lineamenti da sud americana, le labbra da nero e la pelle scottata dei bianchi. Le porte delle nostre case saranno sempre aperte, fino a quando? Diventeremo adulti e cosa resterà di quei desideri lasciati in mano alle stelle cadenti, una notte d’agosto, a bordo piscina? Diventeremo adulti? Davvero smetteremo di essere Erasmus e diventeremo adulti? Rientreremo in carreggiata? Ci basterà vedere due soldi per dimenticarci di quanta vita avessimo nelle mani? Accetteremo di sottostare ad un contratto a tempo indeterminato che c’incollerà ad una scrivania, con una vita scandita da due settimane di ferie ad agosto? Arriverà il giorno in cui ad un nostro amico Erasmus  che capiterà nella nostra città dovremo dire “scusa, sto lavorando”? Inizieremo ad essere schizzinosi, a cercare la prima classe, a snobbare gli autobus, ci lamenteremo dello stato, parleremo di politica al solito bar, macchina nuova in garage, mogli e mariti, figli pettinati, lavoro stressante, intolleranze alimentari e tutto questo sarà solo un ricordo? 
Forse ha ragione chi dice che l’Erasmus fa male, anzi, senza il forse, L’ERASMUS FA MALE, fa amare il mondo, la vita, apre le menti, i cuori e schiude le ali, rendendo ragazzi di 20 anni pieni di coscienza, di consapevolezza del proprio io e insita in loro interrogativi sottopelle, nascosti dietro le orecchie, sussurri, fili di vento, gli dà il coraggio necessario per affrontare ogni situazione, per guardare negli occhi ogni classe di umanità, con rispetto, con meraviglia, con amore.
L’erasmus fa male perché è una Cappella Sistina di colori, appesa al sole della vita quotidiana, che lentamente si sbiadisce, che lentamente si consuma.
Ci guardo, neolaureati di 20 anni, laureandi di 24, sognatori di 28, cuori che battono all’impazzata, occhi attenti che sanno cogliere e fotografare il mondo, bocche che assaporano, addentano la vita, mani che s’intrecciano, destini che si dividono per poi toccarsi di nuovo.
Sono qui, ho 20 anni, una laurea in economia, una passione per tutto ciò che è legato alla parola, alla conoscenza e alla scoperta. Sono qui, ho 20 anni, alla mia destra un signore romano che parla da solo con il telefono, di fronte a me la strada di casa, dietro una squadra di calcio nigeriana dall’odore strano, ma non importa, perché ci si abitua, anche agli odori diversi dai nostri. Sono qui, ho 20 anni, voglio continuare ad abituarmi agli odori, a pensare di essere distante 20€ dalla Puglia, ad essere Erasmus, a vivere a crepapelle. Sono qui, ho 20 anni e non voglio che vinca il denaro, non voglio che vinca il contratto a tempo indeterminato, non voglio che vinca la monotonia, non voglio che vinca la paura. Sono qui, ho 20 anni e sono felice. Non smetterò.

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110 volte grazie

Era il 2013, avevo 17 anni e vivevo ancora con la mia famiglia, dopo mesi d’indecisione, alla fine, scelsi economia. Facendolo decisi di non trasformare la mia passione per la scrittura in un lavoro, all’epoca non sapevo che avrei tranquillamente potuto unire l’utile al dilettevole, che non si possono sopprimere così facilmente le proprie attitudini e che i talenti vanno coltivati, non accantonati. Nella foto del tesserino sembravo un ragazzino pelato, ma avevo la mia matricola, grandi aspettative per gli anni a venire ed un sorriso smagliante. A distanza di tre anni è cambiato tutto, tranne quel sorriso.
Pochi mesi dopo la mia iscrizione divenni maggiorenne, andai a vivere da sola (o meglio, con un pizzaiolo ed un biondino ribelle), cambiai città, iniziai a coltivare nuove amicizie, nuovi amori, a respirare un’aria diversa. Tra lavoro e vacanze, il secondo anno, cambiai appartamento: finii a convivere con una Siculo-Pugliese, un ragazzo siciliano ed uno valdostano, Alessandria era ormai casa mia, la piccionaia il mio parco giochi e la curiosità mi fece prendere una scelta inaspettata: “mamma, l’anno prossimo vado a Siviglia, ho vinto la borsa di studio Erasmus!”. Era già uno spettacolo, ma volevo di più.
Il mio ultimo anno di triennale l’ho vissuto a Siviglia, tra il profumo dell’oceano ed i colori dei tramonti che si riflettevano nel Guadalquivir, ingrassando, nutrendomi di cultura andalusa e storie dal mondo. Sono partita piena di entusiasmo, voglia di conoscere, di scoprire, con alcune aspettative e nessuna certezza, tranne che avrei dovuto imparare lo spagnolo. Sono tornata 10 mesi dopo con il triplo dell’entusiasmo, un C2 di spagnolo, una me più vera, umile e rispettosa, ricca di esperienze ed il mondo in mano.
Oggi di anni ne ho 20 e mi laureo.
Come quando ne avevo 17 non so di preciso farò nella mia vita, ma adesso so cosa non farò, cosa non abbandonerò, chi sono e quanto valgo.
Oggi, finalmente, so che posso unire la scrittura all’economia, al marketing, che non devo rinunciare a nulla e lo so anche grazie a questa tesi. Oggi, finalmente, so che il mondo è un fazzoletto, che le distanze sono relative e si misurano in forza di volontà e prezzi dei voli.
Oggi, finalmente, so che le amicizie vere vivono in eterno, che non hanno tutte lo stesso colore, che non parlano tutte la stessa lingua, che hanno culture e background differenti, ma che hanno bisogno solo di un sorriso per nascere.
Oggi, finalmente, so che il tempo va santificato, che saremmo troppo irrispettosi verso chi ci ha regalato la vita se passassimo anche un solo giorno senza essere felici.
Oggi, finalmente, ho l’occasione di ringraziare chi la vita me l’ha data e mi ha dato anche la possibilità di viverla nel miglior modo possibile: mamma e papà, che una volta erano una cosa sola, oggi sono una lotta continua, ma restano due stelle polari, due punti fermi, due certezze, due ancore.
Oggi, finalmente, ho l’occasione di ringraziare una persona che dal primo giorno in cui sono nata ha creduto in me più che in chiunque altro ed in me ha riposto ogni preferenza, il mio angelo custode, la mia nonna Gianna.
Oggi, finalmente, posso ringraziare le mie sorelle, Fiorelisa ed Arabella, sangue del mio sangue, quel porto sicuro nel quale troveremo sempre riparo, si chiama fratellanza ed ha la forma di una casetta, anzi, di tre.
Oggi, finalmente posso ringraziare i miei nonni che non ci sono più, che hanno lasciato questa terra con un sorriso, solo perché il loro gomitolo colorato era finito, ma che hanno dato il massimo per i loro figli, talmente tanto che l’eco è arrivato fino all’orecchio di noi nipoti e ne facciamo tesoro.
Oggi, finalmente, posso ringraziare tutte quelle persone che ho scelto, che il destino mi ha fatto incontrare e che ho deciso di abbracciare e tenere strette, anche solo per un momento, anche solo per un periodo, di questi tre anni in particolare e che mi hanno insegnato qualcosa, di me, di loro e della vita.
Grazie quindi al Team Piccionaia, un clan insostituibile, in particolare a Lucia, alla sua onestà ed amicizia vera, ad Alice, alla sua testa dura che nasconde benissimo un cuore grande, a Luca, perché è stato la mia famiglia e darebbe la vita per me, a Luza, perché ha saputo apprezzare anche e soprattutto l’ultima me, la più vera. Grazie a Marco, fuori da ogni team universitario, ma dentro ad uno più importante: il nostro, su una lunghezza d’onda tutta packaging e start up.
Grazie a chi ha toccato la mia vita a Siviglia, tutti, in un modo o nell’altro, l’avete cambiata, grazie soprattutto a chi continuerà a farlo. Grazie a Monse, compagna d’avventure e amica vera, dal primo sguardo, a Pedro, un coinquilino diventato fratello, ad Eduardo, che mi ha insegnato che l’amore non ha sesso, a Carlo, che mi ha regalato tutto ciò che c’è oltre la copertina, a Valentina, al suo sorriso sempre connesso con il mio, a Federica, perché è arrivata per restare, a Ilenia, perché mi ricorda ogni giorno quanto faccio bene a credere nell’umanità, a Eugenia, che sa cosa significhi essere lieti, a Francesca, ai nostri viaggi, senza dubbi, a Gabriele, per tutto il cuore che abbiamo lasciato su quel molo, ad Angelo, che mi ha mostrato come sarà il futuro, a Mariana, a Valentina, a Sylvian, a Giovanni, a Ramiro, a Filippo, a Francesco, a Sara, a Roberta, a Dario. E a Giulio, aun que inesperado, che non mi mancherà mai più di quanto sarò felice nel rivederlo, che ha condiviso con me gioie e dolori dell’ultimo mese d’Erasmus e dopo ancora, che ha sopportato tutta l’ansia, l’emozione e l’entusiasmo che ha preceduto e seguirà questa tesi.
Grazie ai Fenomeni, in particolare a Gianna, che è e resterà un fratello, oltre tutte le promesse, oltre tutti, a Lorenzo, alla sua maturità, alla nostra tenacia ed al suo appoggio, alla Puglia.
Grazie alle mie compagne del liceo, a quelle che sono rimaste, a quelle che il tempo ha solo migliorato, senza cambiarle più di tanto, a Francesca, fedele sorella e compagna di tutto, a Elena, alla sua grinta ed alla sua corazza, ormai esplorata, ad Agnese, inguaribile matta, a Beatrice, sempre, dopo tutto, a Filippo, piccolo, grande uomo e amico, a Margherita e Chiara, da quando eravamo mocciose.
Grazie a “Quelli della Valla”, da tutta la vita e per tutta la vita, in particolare a Elena, Lorenzo, Ciotti, Simone, Martina, Stefano e Carlo, amici senza tempo. A Nicola, il mio salvavita. A Mirko, perché se non fosse per quella piattaforma, forse, fino a qui, non ci sarei nemmeno arrivata.
Grazie a Simone, perché non sarei la persona che sono oggi, e questa tesi non sarebbe giustificata, se non avessi condiviso con lui l’ultimo anno del mio liceo, se non fosse stato la mia squadra, se non ci fosse stato Stay O’ Party, la Junior, se non avessi sbagliato.
Grazie a Lorenzo, al mio migliore amico, alle nostre cene, ad un’amicizia infinita e pura. All’Amicizia. A Luigi.
Grazie a Michele, perché c’è sempre stato, anche quando ero a 2000km da casa, costantemente, più di tutti, perché mi ha aspettata, abbracciata e mai lasciata andare.
Grazie a Lucas, perché nel bene e nel male è cresciuto con me. Grazie a Noemy, amica a distanza, ma sempre più vicina di tantissime altre.
Grazie a Beatrice, piccola Dolly e già grande donna.
Grazie ad Alessandria, grazie a Siviglia, grazie a Casale, grazie a Santa Margherita, grazie a Bon Iver, grazie a Bianco.
Grazie a chi ha sempre creduto in me, grazie al mio relatore, Leonardo Falduto, che è tra queste persone, non solo un professore, ma un grande esempio di vita, di professionalità e di umanità.
Grazie a Marco Novarese, punto di riferimento per tutti noi, senza di lui l’università non avrebbe avuto lo stesso sapore.
Grazie a quelle persone che hanno incrociato la loro vita con la mia, solo per qualche ora, ma abbastanza per lasciare un’impronta indelebile nel mio cuore e nel passaporto. Grazie quindi a quel magazzino d’arte in Camden Town, a Faizail. Grazie al buon Fabio, alle vie buie di Tangeri, al Marocco.
Grazie a chi mi ha spalleggiata, a chi mi ha ammirata, incoraggiata e motivata. Grazie a chi ha cercato di umiliarmi, di abbattermi, d’intralciare il mio percorso, di rallentarmi, di demoralizzarmi, grazie perché non ce l’ha fatta e mi ha dato un’occasione in più per dimostrare a me stessa ed a chi invece mi vuole bene, quanto valgo.

Grazie a questi tre anni, sarò lieta e sarò grata nell’avere quello che la vita mi riserverà dopo questa tesi.

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Cuaderno de viaje – Día X – ESN Paradise

Scorro i volti, uno per uno e continuo a ripetermi che è stato un incidente. Che poteva capitare a chiunque. 
Avrebbe potuto essere un pullman di nonnini, di quelli che ho accompagnato io in Spagna 2 anni fa, un pullman di tifosi, un pullman di bambini, un pullman di liceali in gita, un pullman di ESN Sevilla, invece che Barcellona, uno dei nostri. Uno di quelli che ho preso una settimana sì e l’altra pure, da quando sono qui.
In qualsiasi caso sarebbe stata una tragedia, ma in questo di caso mi tocca più a fondo e non riesco a trattenere le lacrime. Non c’è rabbia, come poteva esserci qualche mese fa, dopo uno degli attentati, non c’è cattiveria, ma solo tristezza.
Guardo i sorrisi di tutte queste ragazze e non posso fare a meno di piangere. “Vado in Erasmus, in Spagna, ho ottenuto la borsa di studio, è solo qualche mese mamma, torno presto” le immagino salutare le famiglie, con la stessa tristezza mista ad entusiasmo, con cui ho salutato io la mia. 
Le immagino arrivare in una città nuova, spaventate ed incuriosite, cercare casa, impazzire, trovarla e trovarci dentro una nuova famiglia, che parla una lingua nuova, che non lava i piatti dopo mangiato, che non usa il bidè. Le immagino prenotare il viaggio per vedere Las Fallas, di corsa, sennò i posti finiscono, uscire gasate e trionfanti, con la loro ricevuta, un timbro, un nuovo viaggio targato Erasmus. 
E poi le immagino lì, a cantare canzoni da pullman, inneggiare cori, ad animare tutto il mezzo, come solo gli italiani sanno fare, qualcuna dormicchia, la sera prima non l’ha fatto, qualcun’altra mangia, magari è in piedi, parla con una nuova conoscenza… Si sà che l’autobus è sempre la parte più bella di un viaggio, tutti insieme, vicini, a sconfiggere la noia nella maniera più spontanea ed infantile possibile. 
Il telefono pieno di foto, gli occhi pieni di luce, dopo qualche giorno a Valencia, la testa piena di punti interrogativi, di domande, quelle ci stiamo facendo tutti, da quando siamo partiti ed il cuore pieno di sogni, progetti, obbiettivi.

Lo so che il mondo continua a girare, che non dobbiamo lasciarci spaventare, che non possiamo fermarci, che ogni giorno ci sono migliaia di incidenti nel mondo, però…
Immagino la mia nonna, davanti alla televisione, che arriva vicinissima all’infarto quando sente le parole “ragazze” “italiane” “Erasmus” “incidente” “Spagna” e cerca subito di chiamarmi. Io, che normalmente prima parto e quando torno dico dove sono andata, che prima mi butto con il paracadute e poi mando le foto, per non far preoccupare nessuno, perché “cosa vuoi che succeda?”. Immagino le nonne di queste ragazze, che non hanno ricevuto una risposta, un conforto immediato, che non hanno trovato nessuno dall’altra parte della cornetta a dire “tranquilla nonna, sto bene”. Immagino i genitori, prendere un aereo per andare a riconoscere i loro corpi, invece che a trovarle, a conoscere il loro nuovo mondo, ad aprire un po’ gli occhi su quanto abbiano fatto bene a lasciarle andare. Perché hanno fatto bene, nonostante tutto, perché non devono rimproverarsi niente. Immagino i fidanzati che hanno lasciato a casa, gli amici con il volo già prenotato, la carne nel frigo, l’affitto da pagare, le valigie ancora da disfare, il Learning Agreement da cambiare…

“Chiudersi invece d’aprirsi. Spaventarci invece che sognare, per i nostri figli e nipoti, un futuro condiviso e migliore. Ecco l’errore che non dobbiamo commettere, per rispetto ai ragazzi di Tarragona.”
Questi ultimi due mesi saranno anche per voi, ce li godremo con una marcia in più, avrei preferito non ce ne fosse bisogno, non ci faremo scappare un occasione, non perderemo un attimo, perché è quello che avreste fatto anche voi.
Sapete già cosa dovete fare in Paradiso, no?. Noi, nel mentre, continueremo a consigliare 1 anno d’Erasmus, al posto di 1 minuto di silenzio, in vostro onore.
Buon viaggio ragazze.





Miro las caras, una cada una y sigo repetiendo que ha sido un accidente. Que podría pasar a cualquiera.


Podría ser un autobus de abuelos, como lo que he acompañado hace 2 años, aquì, en España, podría ser un autobus de ultras, un autobus de niños, de colegiales de vacaciones, un autobus de ESN Sevilla, en lugar de lo de Barcelona, uno de los nuestros. Uno de los que he cogido una semana sì y la otra tambien, desde cuando lleguè aquí.
En casa hipótesis seria una tragedia, pero en este caso no puedo parar las lagrimas. No estoy enfadada, como hace unos meses, después los atentatos, pero estoy triste.
Las imagino llegar en una ciudad nueva, asustadas y curiosas, buscar casas, volverse locas, encontrarla y encontrar dentro una nueva familia, que habla un nuevo idioma, que no frega los platos y que no usa el bidè. Las imagino reservar el viaje para ver Las Fallas, corriendo, porque se acaban los sitios, salir felices y triunfantes, con el recibo y un nuevo viaje firmado Erasmus.
Y después las imagino allì, cantando canciones de autobus, coros, animando todo el autobus, como solo los italianos saben hacer, unas duermen, a noche no lo hizò, otra come, puede ser que sea en el pasillo, hablando con una nueva amiga… Se sabe que el autobus es la parte mas bonita de un viaje, todos juntos, cercanos, a luchar contra el aburrimiento de manera espontanea y infantil.
El movil lleno de fotos, los ojos llenos de luz, después unos días en Valencia, el cerebro lleno de signos de interrogación, de preguntas, las que nos ponemos todos desde cuando estamos aquí y el corazón lleno de sueños, projectos, objetivos.
Ya lo se que el mundo sigue dando vueltas, que no podemos asustarnos, que no podemos pararnos, que cada dia hay mil accidentes en el mundo, pero…
Imagino mi abuela, en frente de la televisión, que llega muy cerca a un infarto, cuando oye las palabras “chicas” “italianas” “Erasmus” “accidente” y pronto intenta llamarme. Yo, que normalmente antes me voy y después digo donde he ido, que antes salto con el paracaídas y después mando las fotos, así que nadie se preocupe, porque “que crees que pueda pasar?”.
Imagino las abuelas de esas chicas, que no obtuvieron respuesta, consolación, que no encontraron a nadie a el otro lado del movil que decía “tranquilla abuela, estoy bien”.
Imagino los padres, cogiendo un avión para ir a reconocer los cuerpos de sus hijas, en lugar de ir a visitarlas, para conocer sus nuevo mundo, para abrir un poco los ojos y entender cuando hicieron bien a dejarlas partir. Porque hicieron bien, a pesar de todo, porque no tienen nada que reprenderse.
Imagino los novios que dejaron en Italia, los amigos que ya tenían el billete del avión reservado, la carne en la nevera, el alquiler pendiente, las maletas todavía de deshacer, el Learning Agreement errado…
“Cerrarse en lugar de abrirse. Asustarnos en lugar de soñar, para nuestros hijos, nuestros nietos, un futuro compartido y mejor. Eso es el error que no tenemos que hacer, para el respeto de los chicos de Tarragona”.
Sabeis ya lo que teneis que hacer en el Paraiso, verdad? Nosotros, mientras tanto, seguimos recomendando 1 año de Erasmus en lugar de 1 minuto de silencio, en vuestro honor.
Buen viaje chicas.

Miro las sonrisas de todas esas chicas y no puedo no llorar. “Me voy de Erasmus, a España, me dieron la beca, solo son unos meses mama, vuelvo pronto”, las imagino que despiden las familias, con la misma tristeza mixta a entusiasmo, que tenia yo cuando despedí la mia.

Esos ultimo dos meses serán tambien para vosotras, no perderemos ninguna oportunidad, ni un minuto, porque eso hubierais hecho vosotras.


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Essere o non essere Charlie

Esistono gli spavaldi, quelli che insistono, quelli che “non me ne frega un cazzo”, quelli che abusano della pazienza altrui.
È quotidianità.
“Mi danno fastidio le bestemmie, un po’ di rispetto” “va bene, porco d**”.
Esistono e li catalogo nella sezione I-Idioti.
E poi ci sono gli spiritosi.
“Mi danno fastidio le bestemmie, un po’ di rispetto”
“Oh ma certo, figlia di Dio, scusami”.
C’è una linea sottilissima, ma c’è.
Ora, è indubbio che, in entrambi i casi, la persona che ho di fronte non sappia cos’è il rispetto o lo sappia, ma decide consciamente di fregarsene. Indubbio è anche il fatto che questo genere d’individui, se si prendesse un pugno in faccia “se lo sarebbe cercato”. Indubbio, ed è qui il punto, è anche che, da me, un pugno non verrà mai sferrato. Non so perché, senso di civiltà? Rispetto anche per la stupidità? Non – violenza intrinseca? Educazione al dialogo?
Di certo, tra queste ragioni, non mi è venuto spontaneo scrivere “libertà d’espressione”. Perché dev’esserci un limite, anche alla libertà, quando la tua libertà limita la mia, quando la tua libertà diventa prevaricazione nei miei confronti. Dove finisce la mia e dove inizia la tua? Sicuramente, indubbiamente, lontano da un’arma.
Sicuramente, indubbiamente, lontano dalla ridicolizzazione.
“Ve la siete cercata” non si può sentire, non si può leggere, non si può pensare. Una persona che cerca di farsi un selfie a testa in giù oltre la ringhiera di un ponte, se la cerca, non una persona che enfatizza dei luoghi comuni. Anche se, c’è modo è modo e non si deve mai perdere di vista l’obbiettivo: dare rispetto per ricevere rispetto. 
Sbeffeggiare una religione non è rispetto, enfatizzare un luogo comune, satiricamente, è al limite. Ma chi lo sceglie qual è il limite?
Io, personalmente, mi giro dall’altra parte e mando a cagare, se sono convinta di giocare su in terreno impari.
Loro, in prima persona, prendono un kalashnikow e mandano nell’aldilà. 
L’ignoranza è una brutta bestia. Ma come si sconfigge? Forse non così. Non deridendo e schernendo persone che non hanno senso dell’ironia.
Del resto, ad una cena, la smetti di fare battute, se i tuoi interlocutori non ridono, o no?
È vero anche che è pieno di vignettisti che fanno satira sulla religione cristiana. Ed io non mi sento offesa da ciò, anzi, mi capita di riderci su. Humor? Senso dell’umorismo? Qualche capacità intellettiva in più? Credo sia solo questione di educazione, nel senso di “educazione ricevuta”, cultura, attitudine.

Sono molto combattuta.

Ma su una cosa sono certa: se m’insultamo la mamma li mando a fanculo, ma un pugno non lo sferro. Senò sarebbe lecito pensare che se insultano il mio Dio, io li debba ammazzare, o per lo meno, prendere a pugni. E questo non lo credo.

Resto comunque molto combattuta. 

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Perché meno avrai e più sarai bravo a donare

C’è una giornata all’anno in cui striscio senza ritegno e non per me, si dà il caso che quel giorno fosse oggi: la domenica prima di Natale. Quando ormai allo studio si può soprassedere ed il clima di festa m’invade, invade le strade e le persone. Me ne esco da sola, con mille programmini, che prontamente si rivelano fallimentari. Uno schemino accurato sull’agenda: mamma -> regalo, papà -> regalo […] e poi cambio idea, una, due, tre volte e ancora, mi faccio tenere le cose per 10′ “se non trovo altro”. Mi prefiggo un tetto massimo, che puntualmente sforo, con un “chissene frega, è Natale, se non adesso quando?”. 
È Natale. 
Non posso trattenermi, devo per forza svuotare il portamonete nella custodia del violino, davanti a quei 3 artisti. È Natale e già immagino le facce delle mie amiche quando apriranno il regalo, quelle fenomenali che me lo apriranno sotto al naso, subito, impazienti e quelle che, come me, lo riporranno sotto l’albero, in attesa. Immagino loro, cercarlo per me. Immagino la mamma, che pensa sempre di aver trovato il regalo giusto e magari fa cagare, ma non si può dire e poi cosa importa? È Natale, una cazzata in più, non fa mai male. Ci sono regali studiati, regali dell’ultimo minuto, regali piccolissimi, ma con un enorme valore, regali grossi e regali da riciclare. Immagino i vostri occhi, pieni di curiosità, tentati fino al 25, tentatissimi e poi sorridenti, grati, contenti, dopo aver stropicciato la carta o dopo averla accuratamente ripiegata, per riciclare anche quella. E allora scelgo bene anche la carta.
Vedo mani che volano sugli scaffali, c’è un po’ di agitazione nell’aria, mentre io invece la vivo benissimo, non ho ancora comprato nulla e mi guardo attorno, in attesa dell’idea vincente, di quella convincente, di quella utile. Mi sento un po’ come i mariti che si rannicchiano negli angoli dei negozi, sulle panchine degli outlet,  per cercare d’ingombrare il meno possibile e nella speranza che le mogli non li vedano o almeno non l’interroghino, mi rannicchio dentro di me, canto a voce alta, sorridendo come un ebete e auguro “Buon Natale” a chiunque ricambi il mio sorriso. È Natale, mi tornano in mente tutti i regali fatti, che in un giorno qualsiasi dell’anno, ho visto usare, i regali utili, apprezzati e sfruttati. Così trovo altre idee stupide, ma utili e vado alla caccia. Il bottino è ricco, la tavola imbandita e torno a casa felice. Finalmente in clima natalizio, finalmente pervasa. Speranzosa, anche quest’anno, che Natale sia un pretesto per avvicinare e condividere, più del Natale scorso e meno del prossimo.
Non so se sia più bello riceverli o farli, i regali, a Natale. So invece con certezza che, dopo questo pomeriggio, il sorriso non me lo toglierà nessuno, da qui al 25 almeno!
Buon Natale a tutti i generosi, che decidono di regalarsi, ogni giorno.

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Eternit(à) per la giustizia.

Nera di rabbia, ma accesa di speranza, scrivo nella speranza che non venga prescritto il rispetto, almeno quello.

Se c’è una cosa che dovrebbe essere eterna è la giustizia.

Nulla oggi lascia spazio alla serenità.
Nulla lascia spazio al silenzio.
E così dev’essere.
Nella home di Facebook solo notizie, parole che risuonano, forti e chiare,
articoli, fotografie: sdegno. Lo sfondo che le accomuna è il tricolore, le
parole ETERNIT e GIUSTIZIA. Un connubio per chi si dimena, urla, con tutte le
armi in suo possesso, per chi ancora un po’ ci crede e non può smettere, in
quel tricolore. Perché non c’è altro modo.
Quando vivi a Casale Monferrato lo sai. Cerchi di non pensarci, ma lo sai: da
un giorno all’altro arriva, come un fulmine a ciel sereno, non puoi accettarlo,
ma lo sai. Toccherà te o il tuo vicino, ti sfiorerà di pochi millimetri,
penserai di averla quasi scampata, scapperai, ma lo porterai con te, dentro di
te. Magari lo stiamo già custodendo dentro di noi, questo amico, che un giorno
verrà a farci visita senza preavviso. Ne hai già visti, ne hai già toccati, l’hai
respirato e lo respiri tutti i giorni: l’ossigeno della morte.
La sensazione, oggi, è di un brivido continuo, di occhi gonfi, di lacrime che spingono,
spingono e spingono senza uscire, perché non è il caso, la rabbia le trattiene.
Dove sono i nostri cari? Cosa si aspettano da noi? Cosa si aspettavano dalla “giustizia”?
Non può essere un concetto così effimero, non mi arrendo.
A cosa dobbiamo appellarci? A chi? Dove? Su questa terra c’è ancora modo? C’è
ancora tempo? C’è ancora spazio nei cimiteri?
Non so più cosa pensare e mi lascio attraversare, da tutti questi tremolii, da
questi attacchi di sdegno, di tristezza, di paura. Ma che dico di paura, di
terrore.
Eppure, non posso fare a meno di condividerla, anche io, questa bandiera,
perché, nel dubbio, non ci affidiamo completamente a quella divina e, se anche
fosse, non ci sembra abbastanza, la “giustizia”.
Ci crediamo ancora.
E siamo in lutto.
Un lutto nero, ma acceso. Un lutto forte, luminoso, che si fa sentire, anche in
silenzio, a gesti, ad immagini. Acceso di speranza, perché quella non va in
prescrizione. Potrà nascondersi dietro alla rabbia, ma la teniamo stretta,
insieme all’amore ed al rispetto per chi non c’è più.
Per chi ha sofferto e per chi soffrirà, perché è un olocausto che respiriamo
quotidianamente.
Per loro e per noi, la speranza, rimane viva e va alimentata, con le unghie e
con i denti.

Se c’è una cosa che dovrebbe essere eterna è la giustizia.
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Entropia interstellare e mentale

Carpe Diem,  cogli l’attimo, olocene, qui ed ora. 
Corro a casa, ho dimenticato le chiavi, suono con insistenza, non mi strucco neanche, infilo il pigiama e cerco la colonna sonora giusta. Non posso perderla questa.
Non è vero che devo scrivere di tutto, non credo di essere in grado di scrivere di tutto, men che meno di cinema. una critica cinematografica non credo uscirà mai dalle mie dita, fino a quando non incrementerò almeno del 325% la mia cultura. Ciò premesso, non posso non fermarmi, non dedicarmi, a questo capolavoro.
Capolavoro potrebbe sembrare già una sentenza, ma è soggettiva. Per me lo è.
Sono ancora agitata, cerco e vorrei aiuto, ma se mi soffermo non so dove potrei trovarlo, se non dentro di me.
Cos’è successo di così grave? Ho semplicemente visto Interstellar.
In molti lo aspettavano, in tanti l’hanno visto, la sala era piena anche stasera, chissà che sensazioni si portano a casa loro, ho sentito commenti sulle scelte degli attori e sulle parti assegnate, apprezzamenti e menefreghismi. A me non ha toccato. Sono uscita da quella sala completamente sbigottita, con una miriade di domande in testa, con un’ enormità di punti interrogativi.
Il tempo, lo spazio e gli affetti, sono i 3 fuochi.
Il tempo.
Non so dove potrebbe portare questo discorso, ma se penso al tempo il mio cervello come prima immagine vede un orologio, è una semplice associazione mentale: il tempo mi rimanda subito alla sua unità di misura, che vediamo scorrere nelle lancette. La dilatazione temporale è una cosa che posso accettare, ma non comprendere. Che il tempo scorra diversamente e si possa andare avanti più velocemente, lasciando tutto e tutti indietro, mi traumatizza. Non mi sono mai soffermata  così tanto sul tempo, se non nelle nottate in cui passiamo da ora legale ad ora solare e viceversa, mentre cerco d’incastrare quel tempo perso e quello guadagnato con la vita vissuta in quelle ore. L’unica soluzione che posso escogitare per sfuggire a quest’ansia è godermelo, tutto, viverlo e sfruttarlo.
Lo spazio.
Lo spazio è un’idea che mi martella più spesso. Alzo gli occhi al cielo, di notte, e guardo l’infinito.  L’infinito. Dove passa quest’infinito? Come fa a non arrivare da nessuna parte? A non avere una meta? Cos’è l’infinito? Ancora non ho compreso come sia possibile che ci siano 3 dimensioni, come posso pensare a 5? Mi crogiolo attorno alla parola “infinito”, focalizzando anche il suo simbolo di 8 rovesciato, che ben trasmette l’idea dell’infinito stesso, un poter continuare ad andare, girare, fare, senza mai arrivare. Assolutamente inarrivabile, non solo fisicamente, ma per la mia mente, non ci arrivo, non lo vedo, non lo spiego e quindi non lo concepisco. Eppure è così,  fino a prova contraria. E comunque anche la prova contraria non ci basterebbe, quindi prendiamo quel che viene.
Gli affetti.
Sebbene l’intenzione di Nolan potesse essere quella di sottointendere che l’amore sia il vero grande motore vitale, mezzo grazie al quale poter raggiungere tutte le soluzioni, rispetto agli altri temi che prevalgono il film, passa assolutamente in secondo piano, ma merita attenzione comunque. 
In primis è chiaro e palese che i legami di sangue siano forti e trascendano tutte queste dimensioni e tempistiche, così come l’amore. Mi ha fatto particolarmente specie vedere l’ostinazione in Marphy, giustificata dalla speranza, che non lascia trasparire fino all’ultimo, dalla fiducia in suo padre. La fiducia, quando c’è di mezzo il sangue, è ossigeno. Altrettanto stupore mi ha lasciato vedere l’atteggiamento completamente differente di due uomini trovatisi al punto di non aver più nulla da perdere: Mann, che giustifica il suo voler salvare se stesso, con un voler salvare l’umanità, fino a perdere anche se stesso. E poi Matthew, che non ha esitato a sacrificarsi, venendo in teoria ripagato da questa quinta dimensione. Lui, che dopo essersi sacrificato una volta,  lasciando i suoi figli, per poi doversi lanciare, ancora, dopo aver completato ogni suo obbiettivo: salutare e farsi perdonare da sua figlia.
Così,  si chiude, lasciandomi li a pensare alla vita, alla morte ed a cosa c’è nel mezzo, a come spendere me stessa, per trovare risposte.
Pensieri, sconnessi pensieri dai quali sono stata travolta dopo aver visto e sentito questo spettacolare film, che non mi ha detto niente, mentre mi ha detto tanto. Tutti gli interrogativi dell’umanità racchiusi in una sala dell’Uci per 3 orette. Oltre alle domande mi rimane quello stesso senso di consapevolezza con cui ero entrata: l’amor che muove il sole e le altre stelle, è l’unica cosa che, anche in questo caso, riusciamo ad immaginare possa battere anche la gravità. Non sappiamo perché e non vogliamo neanche chiedercelo, ci prendiamo il tempo per viverlo, dilazionandolo a nostro piacimento, nei nostri cuori. Ci prendiamo lo spazio, tutto quello che sogniamo e tutto quello che riusciamo a toccare, ad attraversare, a concepire. Ci catapultiamo in altre dimensioni, lasciando fermo il corpo, ma lo facciamo.
Così, nonostante il momentaneo desiderio d’iscrivermi ad ingegneria , perché in questo istante il resto pare effimero e piccolissimo , rispetto all’universo, così provo a dormire.
Un senso di piccolezza ed inutilità mi pervade, ma credo che tutti abbiano un utilità, esattamente come nulla accade per caso, anche solo essere la ragione per tornare, il motivo per tentare, la molla di qualcuno.
Lasciatevi dunque attraversare, se già non l’avete fatto, da questa botta di vita.

Nel mentre, vado a dormire anche io.

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A casa di Dio

La luce del sole che risorge, dopo la tempesta, dopo le alluvioni, questa domenica, attraversa prepotente le vetrate colorate del Duomo, proiettandosi su tutto quello che incontra: persone, colonne, pavimenti, sedie e tende. 
Davanti a me c’è una coppia di 30 enni con una bambina dolcissima, di pochi mesi, ha una carrozzina color tortora, abbinata ai leggins minuscoli, una magliettina rosa, come la copertina, e gli Ugg rigorosamente rosa, che paiono portachiavi, con una giacchetta elegantissima, anche quella grigia. 
Sulla panca in legno solo mamma e papà, ad affiancarla, cercano di concentrarsi sulle parole del Don, senza perdere mai di vista, con la coda dell’occhio, la pargolina. A 50 centimetri da me, imperterrita, passa la messa a giocare con la coperta, sorridendo, facendo versetti e rispondendo a qualche altro bebè che versetta vicino. La parabola dei talenti sembra divertirla particolarmente: agita quelle manine come fossero già le sue armi, le apre e le chiude con tutta la sua forza per afferrare la copertina e trattenerla a se. Dice tutto senza nemmeno parlare “è rosa, è la mia copertina, la tengo io”. Chissà di quali talenti è stata investita, lei, così piccola e così viva, lei, che riesce a sorridere anche senza denti, a trasmettere felicità senza nemmeno saper pronunciare “mamma” nè “papà”.
È quasi ora della benedizione finale quando la mamma estrae dalla borsa un piccolissimo poncio marroncino e pesante, si gira lentamente verso la baby e la vedo. Circa 30 anni, un fisico giovane e tonico, nonostante la recente gravidanza, capelli boccolosissimi e scuri, Nike fuxia da corsa, calzino corto bianco e piumino bluette. È struccata, ma rilassata e sorride con premurosa dolcezza, è circondata dall’aurea della neo maternità, quella che mi ricorda Edward Cullen quando luccica al sole. Lentamente si avvicina alla primogenita e con un’attenzione maniacale fa passare il poncio dalla testolina, per poi incastrarlo tra i manici del passeggino, spostando la bimba innumerevoli volte fino ad essere certa che sulla schiena non ci fosse alcuna piega e nulla possa infastidirla. Trascorre non so più quanto tempo ed io sono qui, incantata, ad osservare i suoi gesti lenti e delicati, su quel piccolo tesoro da poco sfornato, con una calma ed una serenità, probabilmente  accentuata dal luogo sacro in cui si trovano, che mi incantata.
È ora del canto finale ed escono, prima ancora dell’ “andate in pace”, loro non ne hanno bisogno, loro sono già la pace. Avanzano mamma e figlia, seguite a ruota da papà. Avanzano a braccetto con la pace, con la loro bontà, vicinissimi, lasciando trasparire tutta la gioia che li accompagna da quando sono diventati un trio.
Il potere della vita.

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La cura

Premessa: non curo abbastanza il mio blog, è che ho problemi d’ispirazione. Mi viene nei momenti meno opportuni: sul cesso, sotto la doccia, a testa in giù su un’altalena, sul tetto di una macchina non mia. Tutti luoghi poco consoni ad aprire un Acer, che si accende troppo lentamente rispetto ai miei pensieri e sfogarmi sulla tastiera. Così abuso delle note dell’IPhone, che sono una mineria d’oro, almeno, le mie, ma non sempre le condivido. Ma a voi che interessa?
Questo è quello che è venuto fuori da una serata, di un lunedì qualsiasi, di ottobre (il mio mese), giorno in cui inizia la settimana ed il cinema costa 5 euro. Quindi, leggete pure tutto e tenete quello che vi va. Anche gli errori di grafia che non ho intenzione di correggere.
Buonanotte.

Quelle cose
che gli umani non possono immaginare.
Per esempio, i comuni mortali credono che i panzerotti migliori siano da Luini,
ma si sbagliano. In un vicolo, a Venezia, insieme a Petronio, dimorano,
nascosti alle grinfie del mercato cinese, i panzerotti più libidinosi che abbia
mai mangiato. A pochi prediletti quest’onore.
A Vienna, per dire, ho iniziato ad odiare i Krafen, un odio che non avete idea:
non riesco più nemmeno a vederli. La gola, nel cortile dell’umile dimora della
principessa Sissi, prese il sopravvento sulla ragione e mi feci rapire da una
palla di pasta, immersa a vista nell’olio bollente, infilzata da un portasapone,
riempito di crema pasticcera. Al primo morso volevo già morire. Fortunatamente
c’erano papà e sorella spazzatura, a spazzolarne l’avanzo.
I comuni mortali, non sanno, fortunatamente, che dopo aver visto un film che mi
piace, impazzisco. E non ammettono che i film si debbano vedere o con le
persone giuste, o da soli, perché è così cattivo sentirsi su un piano diverso
rispetto alla persona che lo guarda accanto a te, piuttosto scansatevi. E per l’amor
del cielo, lasciate quel culo sulla poltroncina fino alla fine dei titoli di
coda. Come fate a dire di aver visto un film se non leggete i titoli di coda?
Mi sono resa conto di quanto fosse strepitoso Come un tuono, solo quando alla
fine è partito Bon Iver, pensate se fossi andata a casa prima.
E poi c’è il polpo con le patate di Porto Venere, da Iseo: la fine del mondo. E
dopo una vita di tremesialmareogniestate ne ho mangiati di polpi patatosi, ma
nessuno così. Piacere puro.
E’ tutto il giorno che mi dimentico di Twittare “Iniziate la giornata con una
qualsiasi forma d’arte e chiudetela allo stesso modo, tutto avrà più senso”.
Non so nemmeno se ci sarebbe stato entro quei benedetti caratteri, ne se
sarebbe stato più apprezzato, o difeso, di Fedez, dopo i super complimenti
ricevuti quest’oggi dalle alte cariche del nostro stato. Comunque. Iniziate la
giornata con una canzone e chiudetela leggendo un libro, oppure googlando un
quadro nuovo, assaporando un blog sconosciuto alla maggior parte, o guardando
un film, come preferite, ma prendetevi tutta l’arte che c’è nell’aria e
buttatela dentro, stringetela e non sprecatela.
Cambiamo playlist.
Ho intenzione di rientrare in quel negozio di vinili e farmi insegnare
qualsiasi cosa dal protagonista in carne ed ossa di Alta fedeltà (o almeno io l’ho
visto così). Immaginatevi di andare a vivere in una nuova casa, in una città
che conoscete un pochino, in una via del centro, una di quelle vie in cui siete
convinti di avere tutto a portata di mano: il calzolaio, la panetteria, quattro
bar nel giro di 20 metri, una pizzeria, una vineria, il kebabbaro, il
Libraccio, Tigella Bella, persino un negozio di abiti firmati usati (Dejavù,
fateci un salto, ho fatto l’acquisto della vita qualche settimana fa, potrebbe
andare bene anche a voi), farmacia, abiti vintage e poi c’è lui: quello che non
avevate messo in conto, che non vi aspettavate, che non cade all’occhio, che non si
vede, uno di quei negozi che se lo vedete quando andate in giù e lo cercate quando
tornate indietro, rischiate di non vederlo più. Vedete prima il legno, massello,
scuro, poi i vetri, quei vetri un po’ vecchi, ma non troppo, che vengono
puliti, ma non nel modo giusto, quindi sono un po’ aloneggianti, un po’ tanto a
vederli con la luce del mattino. Dietro a quegli aloni ci sono una decina di
vinili, appoggiati a mensoline di legno larghe dieci centimetri, non so ancora con
quale criterio siano stati scelti per il primo impatto con il pubblico. Li vedi
e non li vedi. Cambi la messa a fuoco e trovi il paradiso. Scatoloni e
scatoloni, pieni di quei grossissimi e troppovintageperessereveri dischi. E
allora vorresti entrare, ma sulla porta c’è scritto “torno subito”.
E allora torna.
Una persona normale si aspetta che in un negozio di dischi, come minimo, vada
almeno la radio. In un negozio di vinili, almeno un giradischi, anche solo di
presenza. Ed invece no. C’è solo il sottofondo del mondo circostante, attutito
dal parquet.
Io ci voglio passare almeno 48 ore lì dentro. Io voglio tornare e dire al
figlio di Nick Hornby (cacchio è pure pelatino) che mi deve insegnare tutto.
Torno lì, con Rob Fleming e la sua storia, in omaggio ed in cambio chiedo un po’
di cultura musicale. Ci starà?
Così.
Ho questi problemi.
Domani vorrei alzarmi, mettere due stracci in uno zaino e partire per un “Mangia,
prega, ama” a modo mio, un po’ più articolato. Una cosa tipo, mangia, mendica,
canta, prega, ascolta, fermati, cammina scalza, ordina e scappa, vola,
ringrazia, piangi ed ama.
Ci pensate a piazzarvi tutto il giorno su una panchina semplicemente a guardare?
Oppure a caricare fino al 101% l’iPod e girare per la città cantando a
squarciagola?
A tuffarvi vestiti nell’oceano?
A farvi un panino seduti in un angolo, accanto al barbone più sorridente?
Ad inseguire una nuvola scelta alzando gli occhi al cielo?
A ballare alla fine di una scala mobile della metro?
Ma cosa siamo qui a fare? Cosa fate ancora a casa con la mamma? Baciatela e
facciamo lo zaino.
Baciate lei e le vostre splendide sorelle, dite a papà che sarà per sempre l’uomo
della vostra vita, che cercherete un po’ di lui in qualsiasi persona dell’altro
sesso che vi troverete di fronte, affianco. Ditegli che per quanto ne cerchiate
uno migliore, non lo troverete e se per caso lo trovaste, tanto lo lascereste
andare da un’altra parte, perché siete delle teste di merda e nessuno è all’altezza
di papà.
Partiamo, ti prego, Doralice, andiamo, andiamo a sentire il sapore del mondo.

Tutti questi giri per arrivare qui, al mio nuovo punto fermo, che ha un nome: Erasmus,
ed un volto: il mio.

Voglio
entrare in un negozio qualsiasi, in una città qualsiasi, di uno stato
qualsiasi, con il Rob di turno, stanca, con un po’ di occhiaie, felice e
sorridergli.
Sorridergli con il cuore.

Che
faticaccia dev’essere non sognare…
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Ci morireste?

Non so voi, ma io mentre volo ho bisogno di leggere. Sarà che esagero, ma per una settimana ho portato 3 libri, la paura di restare senza era troppo forte. I movimenti, anche turbolenti, dell’aereo, convogliano la mia concentrazione sulle righe. Ne ho talmente bisogno che su un volo per Londra, in mancanza di altro, ho letto tutto il manuale della patente.
Non so voi, magari siete di quelli che ascoltano la musica e canticchiano, oppure dormite con la bocca aperta, incuranti di chi vi vede, o ancora giocate con le luci ed andate 15 volte al bagno, facendo impazzire il povero malcapitato accanto a voi. Io leggo. Da quando arrivo in aeroporto a quando arrivo all’albergo.
E non c’è niente di strano, fin qui. Non è strana nemmeno la collezione di foto pre-partenza alle mie cosce che fanno da letto al volume prescelto per il viaggio, tutto nella norma.
Ma chi di voi appartiene alla famiglia dei lettori-in-volo, si ricorda le emozioni suscitate da quel determinato testo?
No perché credo di avere un problema.
Ad un certo punto del volo, ogni volta, mi fermo e penso di avere il libro sbagliato in mano.
E se adesso cade? Che almeno bruci, così non scoprono che stavo leggendo un romanzo così superficiale. Che si perda il segnalibro, almeno non mi compatiscono perché a questo punto non posso nemmeno aver capito chi è il killer. Ma vaffanculo, che non cada questo maledetto aereo perché non voglio morire leggendo come ultime parole “L’estate è un sentimento.
E ognuno lo vive a modo suo.”
Va bene Cammilli, ok, ma io non voglio morire con un tuo libro in mano. Almeno potevi sforzarti un attimo di più su questa frase riguardante la fantomatica estate brava di queste due gnocche milanesi. 
Non ho ancora trovato un libro con il quale morirei. E se l’ho trovato non lo stavo leggendo in volo, quindi le probabilità di morire erano quotate -1,25 e non c’era nemmeno il brivido.
Ritento con il ritorno, Giorgio o Max, fatemi morire felice, se così dev’essere.
Fatto sta che, se non le avete ancora archiviate nei ricordi, è il momento di iniziare: trattenete il brivido, non come quelli che russano.

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