Volendo

E si capisce dai regali, comprati in aeroporto, con il resto del caffè, forse per sbarazzarsi delle monetine. E si capisce dall’elemosina dei solitari, non dalla mancia. E si capisce dai silenzi. Si capisce dagli occhi, dalla calma con cui ti muovi, dalla frenesia, dall’altezza dei tuoi salti, di gioia, si capisce. Si capisce dal tono della voce, dalla velocità con cui mastichi, dai passi, da quanto tempo dedichi ad una fotografia, dagli occhi chiusi, dalla fiducia con cui attraversi la strada con le macchine ancora in corsa. Da una carezza, lanciata o curata, dall’intensità dei tuoi sorrisi. Si capisce se sai quale libro comprare a qualcuno, se non hai dubbi. Si capisce con un respiro. Si capisce dalla forza con cui dici “ti amo”, con lo stesso impegno con il quale sposteresti un grattacielo. Si percepisce dalla pelle d’oca, dai rumori della cannuccia, dalle unghie mangiate o curate, dai capelli legati o sciolti, da come reagisci davanti ad un paesaggio mozzafiato, si capisce. Si capisce dal volume dell’Ipod, si sente. Si vede quando piove. Si capisce, non con l’età, non con il tempo, ma in un attimo. Fulmineo, rapido, incisivo, un attimo immobile.

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Due parole, due colori.

Se penso… Se penso ho bisogno di musica. Entro in camera e sulla scrivania c’è una spilla, con una J, rossa e blu. Apro l’armadio e spuntano 6 canotte, mamma le ha lavate e stirate, erano delle Angels, ora le userò tutte io. Fiorelisa stamattina non ha fatto le prove invalsi, andava a scuola giocare a basket: con i miei pantaloncini di Paolo e la t-shirt troppo grande,rossa e blu. Se scrivo ‘Ju’ su google mi esce già il suggerimento in blu.
Se penso che Simone quando ha bisogno di riflettere non va a lungo Po, non va in collina, non va in soffitta, ma nel parcheggio del palazzetto, le lacrime stanno quasi per scendere.
Se penso a quanto stiano larghe ora le felpone da basket a Cristian, al sudore di Ste, che senza testa da gallo è un’altra persona, le lacrime iniziano a scendere.
Se penso che solo quest’anno mi sono resa conto di cosa significhi Junior, mi mangio le mani, per il tempo perso.
Se penso alla partitella con gli UGG e ai canestri che non sono riuscita a fare su quel parquet, se penso ai bimbi di Pierich e Mala che corrono in campo a giocherellare, minuscoli, sotto a quei canestri, devo soffiarmi il naso.
Ero a casa di Agnese, c’era ancora Giulio e il Casale è passato in serie A. Non mi ricordo il tragitto da casa sua a piazza Dante, ma ricordo tutto il resto.
Se penso al cagnolino di Pierich che non porterà più fuori sotto casa mia dopo le partite, se penso che le domeniche casalesi saranno semplicemente domeniche, se penso che già non mi piace il cioccolato, ma da oggi non riuscirò neanche più a guardare lo scaffale della Novi, mi alzo e me lo soffio davvero il naso.
Con tutti i portachiavi di legadue che ci sono in questa casa potete dimenticarvi per sempre la monetina per fare la spesa.
Perchè sì, è vero, sono una donna, a Cighi non piace sentire le donne parlare di basket, ma io non voglio parlare di basket, non ne sono in grado. Parlo di emozioni però.
Parlo del cuore in gola, perché quando ho detto “se domenica vinciamo non m’interessa niente della maturità, io vado a Pistoia” ci credevo davvero, ci credevo fino all’ultimo canestro di Ware, quando ancora non sapevo che sarebbe stato l’ultimo che avrei visto.
Ma piangere non basta. Forse avremmo dovuto svegliarci prima, fare qualcosa di più concreto per la nostra squadra.
Casale Monferrato: 4 gatti, 1 campionato vinto centinaia di anni fa, l’eternit, sempre a lamentarsi “non c’è niente da fare in questo paesino”, ma vigliacchi a spendere 10 euro la domenica. Cos’avevate da fare? Perché il palazzo non era pieno? Perché non vi siete appassionati? Perché non tornavate a casa per guardare la partita? Perché non siete orgogliosi della vostra città? Forse è solo quello che ci meritiamo. 36.000 persone a casa sul divano e la squadra di basket in serie A, si chiama ingratitudine.
Prendo la scatola di Kleenex, è meglio.
E i tramonti migliori uscendo da dietro e i panini che finivano troppo presto, l’intervallo troppo lungo o troppo corto, gli insulti agli arbitri, le esagerazioni, arrotolare i cavi di internet, meglio io degli uomini, ma quei tavoli erano davvero troppo pesanti. E le bottigliette cadute, gli asciugamani lanciati, i giornali stropicciati, “Simone muoviti che andiamo a cena”, aspettare che le luci si spegnessero perchè senò era troppo presto per lasciare il Palazzo.
Non posso citare altri momenti se non quelli di quest’anno, ma La Tripla del capitano, quella con la T maiuscola, le ali invisibili di Casper che sotto canestro non saltava, volava, Gianca, che non ho ancora capito se sia più bello, bravo o dj… E Martinoni, ti prego, non smettere di camminare così, perché più cucciolo di te non c’è nessuno. Green: la fermezza. Butkevicius, togli quell’asciugamano dalla faccia che se piangi ancora piango anche io. Antonelli, di ancora al mio papà che verrai alla serata di Stay, se i medici ti danno l’ok. Mala, salvaci tu. Monaldi, salta come se la vita fosse un harlem shake.
Dovrei pensare alla maturità.
Ma certe emozioni che ti dà il basket il calcio non te le dà. Ma non te le da nemmeno il divano di casa tua. Non te le da facebook che guardi insistentemente la domenica alle 19.43 senza ragione. Fossi in te mi piangerei addosso: non sai cosa ti sei perso. E te lo dice una donna. E te lo dice una che c’ha messo un po’ a vedere i “Passi”.
Se c’è una cosa che la Junior mi ha insegnato è il valore di un attimo, di 1 secondo, di 1 decimo di secondo, perché 1 attimo può fare la differenza, può cambiare tutto. Ed è una cosa che forse non avevo visto prima di sedermi al PalaFerraris. La lunghezza di un attimo, la durata di 1 secondo. A parole non si può spiegare, ma il groppo in gola, le mani sudate, il tabellone che si muove calmo, l’agitazione è tutta nelle bocche aperte, nel fiato fermo, nei polmoni in standby, lì, in quella piccolissima, quasi insignificante percentuale di vita, il basket mi è entrato dentro al cuore. Dopo la sirena mi ha riportata con i piedi per terra e il ricordo è solo di mani che si stringono, abbracci, complimenti, qualche lacrima, qualche coro, ma solo in sottofondo.
Certe cose non capitano tutti i giorni, certe squadre non si vedono in tv, certe squadre non sono come la mia Juve, sono di più.
Grazie Junior, grazie a tutti.

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Un’amica

Un po’, dentro. Se guardi si vede dagli occhi, con il mascara buttato, dalle mani, quando velocemente sistemano il ciuffo un po’ crespo, in un gesto rapido, furtivo, quasi a non voler rendere manifesto il piccolo momento dedicato a sistemarsi, con un po’ di disinteresse.
È triste quando si tocca ansiosamente le dita. O quando con il polpastrello intero scorre il pollice sullo schermo dell’i phone, con foga. È triste quando prende lo zaino di peso e se lo sbatte sulla schiena, quando chiude la giacca e mette le mani in tasca tirando queste verso il basso, quasi a volerle deformare.
Però è felice, quando sorseggia il caffè e lo gira, insistentemente con la bacchetta trasparente. È felice e un po’ spaventata quando pensa al futuro, ma ci pensa con assoluta rassegnazione. È felice quando Matteo l’abbraccia e lei, grande, ma piccolina, si sente stretta e protetta in un cerchio chiuso, con lui, che non vuole vedere inizio ne fine.
È felice quando c’è il sole e può mettere gli occhiali da bambina, che però dimostra 10 anni in più e una carriera già avviata, sempre di corsa, sempre di fretta, una figa. È felice quando si siede dopo una sfacchinata e per un attimo apre gambe e braccia come nei cartoni animati gli animali con la lingua di fuori. 
Quando fa il suo dovere è solo soddisfatta, sembra che si tolga un peso “un dovere in meno ✔”.
È soddisfatta anche quando in uno dei suoi momenti tipici di silenzio riesce a cogliere qualcosa che, se avesse parlato come sta sicuramente facendo qualcun altro, non avrebbe udito.
Rende felice me quando pensa al futuro e si pone le mie stesse domande, non mi fa sentire sola.
Immancabilmente, in un momento di tristezza o di gioia, ma soprattutto quando tira fuori i denti e chiude un po’ gli occhi azzurrissimi, per dare spazio al suo nasino, che anche se volevamo farci sciare qualcuno sopra, le dona così tanto, io le voglio immensamente bene, comunque, senza dubbio alcuno.
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Apro la finestra un po’ di più

Apro la finestra, entra un po’ di musica, finisco di ripassare. È dalle 15.00 che studio. Entro in camera e il letto è ancora da fare, capisci di essere a pezzi quando fai il letto prima di entrarci. Domani dovrò studiare ancora, ma è quasi finita e vedere la meta sempre più vicina mi fornisce lo stimolo per non mollare. Ho scelto le mie facoltà. I miei capelli stanno crescendo e io anche. Sono sicura di rendere i miei genitori orgogliosi ogni giorno di una figlia così, anche se fanno fatica a dirlo. E sono fiera di me, da un po’ di tempo a questa parte. La musica ora è un po’ più lontana e non riconosco le parole, ma poco importa. Lo zaino e i vestiti sono già pronti, la colazione mi sorride. Avrei dovuto dirti che sono felice. Chiudo la porta, entro nel letto, le coperte sono ancora troppo pesanti, ma mi proteggono. Non ripasso più, il mio cuore batte di gioia, chiudo gli occhi e dormo, sola, ma piena. 

Arrivederci.
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Truly Madly Deeply

Chissà se hai letto il messaggio, chissà cosa pensi inserendo le chiavi nella serratura. Sei soddisfatto? Hai visto la luna stasera? Hai provato a contare le stelle? Hai corso in mezzo al parcheggio solo perché ti andava? Prova a spegnere la luce e ad ascoltare i suoni del mondo. Cosa senti? Credi davvero sia tutto qui?

Io credo che un po’, alla fine, non avesse ragione Ax. A volte mi sembra un po’ una comica, un dramma, un horror, un romanzo, questa vita. Una cosa è certa: imprevedibile.
E ho capito il valore di un respiro, di uno solo, sognando di essere in riva al mare, a pieni polmoni. E tanto basta.
Rimetto la canzone dall’inizio. Ho voglia di stare con me.
Quanto può essere luminosa quella sfera bianca volante? Incredibile. Il bello di natura Kantiano.
Che paura. Sei felice? Prova a scrivere “soldi” nella barra Cerca dei messaggi, dimmi poi quante cartelle vedi. Ora scrivi “felicità” e sentiti male, oppure sentiti una grande persona. Dipende da te.
Dipende quasi sempre da noi e fino a li non c’è da preoccuparsi.
Non so scrivere bene e sicuramente, per quanto mi piacesse, il tema ruoterà sempre attorno al 7. Un mulino.
Buonanotte amore, grazie per oggi anche a te.
A volte per aprire gli occhi non basta sentire la sveglia ed alzarsi, la mattina.
Adios.
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Dentro al divano

Ho imparato a commuovermi, ora so piangere anche per le storie belle, quelle a lieto fine, quelle un po’ invidiabili.

Ho imparato a commuovermi e quando lo faccio le mie lacrime sono un po’ meno salate, un po’ meno bagnate, un po’ più profonde, silenziose.
Ho imparato a commuovermi e non dico che vorrei commuovermi per ogni cosa, però quando capita mi piace.
Ho imparato a commuovermi e questo mi ha fatta sentire viva, capace di emozioni potenti.
Ho imparato a commuovermi e ho capito che anche nell’espressione più alta della tristezza può esserci gioia. Così ho capito, finalmente ho compreso, che se piango non mi si arrugginiscono le guance, che non sono di ferro, piombo, metallo o qualsiasi materiale troppo imperturbabile. Non sono una roccia, non sono un tavolo, non sono irremovibile, non sono un coltello, non sono inox, non sono un divano, se qualcuno mi si sdraia addosso mi faccio male anche io, posso rompermi anche io, deformarmi. Così, respiro, conto fino a dieci, mi rilasso e poi ricomincio, con calma, con la giusta dose di autostima e pazienza. 
Ho ancora tante cose da imparare, ma questo ormai lo so: sono viva, mi commuovo e non sono un divano.
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Viscerale

E mentre i mozzi abbandonano la nave, il capitano va giù con lei. E mentre tutti dormono chiudo il libro e m’infilo le cuffie, sembra già di essere in Italia con questi campi verdi e il cielo finalmente azzurro. Ci sono una moltitudine di strani odori, strani versi, rumori diversi. La gita è finita, andate in pace, era l’ultima gita al liceo della vostra vita, l’ultima gita da bambini irresponsabili e affidati a qualcuno, l’ultima comoda, economica e sicura per mamma e papà. Qualcuno si è svegliato, il film è quasi finito e provo una strana sensazione di piacere. Con tutto questo verde penso a pasquetta, ai vari lunedì agli ottotigli, chissà cosa farò quest’anno. Va bene lo stesso no? Spero solo che non piova davvero, perché di pioggia ne ho vista un po’ troppa, ora cerco il caldo. Con una t shirt stranamente bucata di aber, ad esibire i miei sfoghi, cerco il caldo. Si è svegliata qualcun’altra, beve, che facce stanche, sembriamo tutti così animali appena svegli, ci strofiniamo a secco come i gatti, cerchiamo sempre qualcosa, chissà cosa, chissà quando si trova. È bello leggere gli stessi libri, pensare a te che rifletti sulle stesse parole sulle quali sto riflettendo io ora. Chissà in che modo. Non abbiamo una nostra canzone, ci pensavo ora, è bellissimo poterti trovare in una canzone qualsiasi. Ora lo so, nel mio curriculum potrei scrivere: 

viscerale.
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Da un finestrino gelido

La testa sul finestrino freddo del pullman, si sente il motore che trema, se parlassi avrei la voce titubante. Come i tuoi occhi. Vedo gente che cammina, tre uomini vestiti bene fumano fuori dall’ufficio, chissà cosa si dicono, scontatezze. Come le tue parole ormai. Un uomo è salito sul marciapiede con la moto, ha tagliato la strada a tutti e ha superato. Un monopattino. “Pure nella notte più fredda ti darò fiducia”. Scambio d’effusioni su un’altra modo. Ma i bar a che ora aprono qui? La povertà ha sempre lo stesso volto, in qualunque parte del mondo tu vada. La benzina costa meno. La gente è pazza, indistintamente. E materialista in ogni caso. Anche quella povertà, avida, vorrebbe esserlo, ma non può permetterselo. Così la domestica cammina qualche metro più avanti del signore, perché la schiavitù non c’è più, lincon l’ha combattuta, ma quelli di casa si chiamano sempre ‘padroni’.

Curiosità. Con quanta dolcezza quel bambino nell’altro pullman tira su la manina per fare il bullo, contento di essere ricambiato. C’è un peluches davanti al posto del passeggero, è così sporco, chissà da quanto suo figlio non sale sul camion di papà che è sempre troppo lontano, dovrebbero essere tutti puliti i peluches nelle macchine di papà, dovrebbero lavarli, dovrebbero saperlo se quando salirà non lo potrà abbracciare così ingrigito. Con un dito nel naso, anche le porcherie sono sempre le stesse, cinesini. C’è vento, siamo quasi arrivati, mi vesto, fa proprio freschino, già lo sento, sarà particolare. Come sempre. Non ho capito se turisti si nasca, comunque.
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Pensieri vaganti

Happy Is the new chic.

Ogni volta che torno da un viaggio mi rendo conto di quanto l’Italia sia bella, di quanto sono fortunata, dovremmo pensare meno a lamentarci e di più a godere. Inutile cercare il proprio posto, meglio fare proprio ogni posto.
Che poi voglio dire, cosa c’è di più bello del mare della liguria, nel suo sporco di cui puoi sempre lamentarti. Cosa c’è di meglio delle Alpi, dei valdostani antipatici e scontrosi? Cosa c’è di meglio delle corse in centrale in mezzo ad una folla di coglioni che non si sanno orientare, per prendere in tempo l’ultimo treno? Ditemi cosa c’è di meglio dell’odore di focaccia che entra dalle finestre la mattina, della fragranza di krumiri, della nebbia lisergica, dell’alternanza delle stagioni? Vorrei ogni giorno essere in me, respirare profumo di vita, sentirmi viva. Dimmi, ora, adesso, cos’è meglio di un matrimonio in Italia? Perché non ce ne rendiamo conto? Lamentarsi è più facile che accontentarsi, semplicemente. Ma non è meglio.
Ma i sogni restano. Scappare, trovarsi, chissà, in capo al mondo, dove? Nella natura selvaggia della Patagonia, nell’oceano indiano, nelle palafitte cinesi, nei deserti africani, oppure semplicemente aprendo la finestra di casa. Oppure semplicemente svegliandoci al mattino con qualcuno affianco, qualcuno che ci sorride e ha voglia di fare colazione con noi. Semplicemente.
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Odore di caffè

Non beveva caffè, ma ne adorava il profumo, così ogni occasione era buona per offrire una tazzina. Quando c’era suo padre ‘ti faccio un caffe?’ Era la sua domanda preferita, la risposta era sempre la stessa ‘si, se ti va’. E a lei andava, andava sempre. Sentire quella fragranza spargersi per la casa era rilassante, coinvolgente. Lo sentiva salire, era ora di spegnere il fuoco e guardarlo salire, lento e poi veloce, fumate. La tazzina diventava una tazza da latte e il tintinnio del cucchiano, insieme ai granelli di zucchero rotolanti, era troppo breve. Poi un sorso solo, o due. Ma la magia non era finita. Sul fondo della tazzina c’era ancora quell’inafferrabile rimasuglio di amarezza, che per quanto provasse ad afferrarlo, qualcosa restava sempre. Il cucchiano puntualmente macchiava con una gocciolina la tovaglia e lei pensava a quando da bambina suo papà glielo faceva pulire, la faccia schifata, ma interessata. La stessa che l’accompagna quando, costretta, deve bere qualcosa di gassato. Forte.

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