A tutto il bello che verrà

A chi il mondo l’ha esplorato e l’esplorerà con me, a chi mi ha aspettata e mi aspetterà a casa. Al mondo, a Buenos Aires, a Milano, a casa. A tutto il bello che verrà.

Ho immaginato centinaia di volte questo momento. Quando si diventa grandi davvero? Probabilmente non sarà puntualmente oggi, non sarà con l’upload di questa tesi, magari non sarà proprio e nella realtà si resta un po’ piccoli per sempre. Eppure, ogni qualvolta mi sia soffermata a pensare a quest’istante, vi ho sempre visto un angolo, un gradino, una curva ampia, la parete di una montagna, un ostacolo che avrei superato senza sapere cosa ci fosse dietro né perché stessi correndo realmente in quella direzione.
Ho aspettato, ho temporeggiato, ho preferito scrivere del sole e del mare, del tempo e dei profumi, ho preferito viaggiare, imparare nuove lingue e conoscere nuove culture, ma non posso più rimandare. Oggi, su questo treno regionale 3963, con una carrozza tutta per me e la playlist che mi ha accompagnata in questi anni, mi assumo tutte le responsabilità del caso.

Rido di me stessa, pensando a quanto ingigantisca questo attimo, la fine della vita universitaria e l’inizio di quella lavorativa, a quanto lo stia romanzando ed immaginando come un cambio radicale. Lo sarà? Perderò di vista me stessa o riuscirò a restare fedele ai miei principi? Riuscirò a fare una cosa nuova ogni giorno, a non perdere la curiosità?
Sarò in grado di coltivare le mie passioni attraverso il lavoro, di farle maturare insieme a me, di non dimenticarle? Troverò il tempo per perdermi in città nuove e vecchie, di fermarmi a parlare con sconosciuti, di aiutare hostess in difficoltà, di non avere fretta? Potrò permettermi di non accontentarmi, di non cercare scuse, di essere sempre onesta e schietta nonostante tutto? Dimenticherò ciò che oggi ritengo importante per lasciare spazio ad altro? Riuscirò ad andare a dormire soddisfatta ed a svegliarmi entusiasta e motivata per la giornata che mi attende? Ancora non ne ho la certezza, di nulla, ho invece il sentore che tutto sia nelle mie mani e che “comunque vada sarà un successo” (Scrissi questa frase sul quaderno di biologia, il quinto anno del liceo, la pronunciò la prof più temuta dell’istituto – citando Chiambretti – in uno slancio d’affetto, per motivare e salutare la classe. è un motto che amo ripetere e ripetermi. Male che vada avremo imparato qualcosa, quindi sarà comunque andata bene.)
Non solo, ho anche la consapevolezza che non sarò sola, per quanto abbia imparato ad arredare i miei spazi ed a consacrare i momenti con me stessa, non sarò mai sola.

È questa la sede in cui devo quindi ringraziare chi c’è stato e soprattutto chi ci sarà, mentre in riproduzione casuale sento le prime note di “Cosa resterà”, perché il destino è la sua puntualità, anche e soprattutto oggi.

Grazie dunque alla mia famiglia, mio fardello e mio orgoglio, che non ho sempre messo al primo posto, ma che se lo merita. Grazie mami e grazie papi, tutto il meglio di me è semplicemente la parte migliore di voi che ho ereditato ed emulato. Grazie sisters, non smettete mai di stringere i denti e sorridere, perché vi meritate tutta la gioia del mondo. Grazie alla mia nonnina, mano leggera sulla mia spalla, angelo custode di ogni mio giorno a qualsiasi distanza, a qualsiasi costo.
Grazie Alessia, perché mi hai completata, con la tua amicizia ed il tuo carattere così diverso dal mio, mi hai insegnato a non giudicare mai, a pazientare, a dare valore alle cose più piccole. Eravamo io e te e continueremo ad essere tu ed io, in capo al mondo o in Las Heras, a discutere sull’importanza e la futilità dei ringraziamenti nella tesi. Grazie Simo, per essere la più bella delle condanne. Per essere ancora qui, di nuovo qui, con me.
Grazie alle mie ragazze, Marta, Bea, Elena, grazie a Filippo, siete e sarete ancora e per sempre la miglior rappresentazione dell’amicizia sopra ogni cosa, overall.
Grazie Je e Ale, vivere con voi è stata un’iniezione di felicità, un turbinio di complicità, è stato sentirsi davvero in famiglia, siete famiglia.
Grazie ad Andrea per tutte le testate e gli abbracci, a Lils, dolcezza e amore fatti donna, a Giacomo.
Grazie a quelli della Valla, alle mie amichette del mare, alle amiche di una vita, Elena, Carola, Elisabetta, Ciottini, Alice, ma anche a Stefano, a Lollo, Pelle, Carlo e soprattutto a Giorgio, alle olandesine di Oneto, a chiunque renda Santa un’oasi di pace e serenità.
Grazie Michi, dalla pelle al cuore.
 Grazie Lollo, un per sempre senza fine. Grazie Amalia, amica di penna e amica punto.
 Grazie ad ESN, a tutte le splendide persone che mi ha permesso di conoscere, a quelle che continueranno ad arricchirmi, grazie perché sei stata palestra di vita e sfondo colorato degli ultimi tre anni.

Grazie a tutte le persone che hanno ospitato me ed Alessia durante il nostro viaggio, alla generosità dimostrataci, all’affetto regalato. Grazie a chi ci ha accolto nelle proprie case insegnandoci l’umiltà e la ricchezza d’animo. Grazie a chi ci ha dato un passaggio, a chi semplicemente ci ha donato un sorriso, un abbraccio, un pezzo della sua storia, del suo tempo ed una parte di sé.
Grazie a Joaco e Diego, per aver reso Buenos Aires un po’ più magica, per avermi mostrato il volto migliore di questi milanesi oltreoceano. Grazie a chi ha toccato la mia vita in questi due anni, migliorandola o facendomi meglio comprendere chi sono io, chi merito e desidero al mio fianco. Grazie a chi l’ha solo sfiorata, di sfuggita, in treno, su un camion, in aereo, sul bus, in un ostello, al supermercato, in università, su una spiaggia caraibica o in una villa. Grazie a chi ci si è buttato solo ora, all’ultimo, ma l’ha fatto per restare (sì Andrea, grazie a te).
Grazie al mondo, questo splendido scenario che ospita tutte le relazioni quotidiane. Grazie nuovamente a Siviglia, mio trampolino di lancio su questa vita senza confini, casa lontano da casa, città di gioia e speranza, grazie per aver creato legami indissolubili (ciao Angelo). Grazie a Milano, tanto grigia quanto luminosa quando arriva la primavera, che mi ha guardata sbocciare e mi ha permesso di sbirciare nei miei cortiletti interiori, mentre cercavo il bello in lei l’ho trovato anche dentro di me. Grazie Buenos Aires, inaspettata, piena, piede perno delle avventure più disparate, magia pura. Grazie America Latina, per avermi insegnato che tra nord e sud non c’è un oceano, ma una caterva di pregiudizi. Grazie Casale, Cervinia, Genova, Santa, grazie Italia, perché sei davvero la mia mamma, la mia casa, il mio punto d’arrivo.

Solo così, soffermandomi, riesco realmente a rendermi conto della portata, dell’intensità di tutto quello che ho vissuto, della quantità di persone incontrate, di luoghi visitati, di emozioni provate, di errori commessi e di lezioni apprese.
“Grata e felice”. L’ho scritto un paio di volte in questi anni, non ricordo più in quali occasioni, ma è una sensazione che mi accompagna, quindi lo reitero. Sono troppo fortunata.
Mi auguro di addormentarmi soddisfatta, di svegliarmi entusiasta e motivata. Mi auguro una vita piena, sopra le righe. Una vita in cui poter essere spontanea ed onesta, grata e felice. “I tuoi sogni, non dimenticarli mai” mi disse un anziano antiquario in canottiera, uno di quei personaggi casuali che sembrano poterti leggera la vita nell’iride.
Ed ecco qual è il mio sogno, cosa voglio fare da grande, chi voglio essere: una persona grata e felice. Come? Adesso ci lavoriamo.

P.s.: Un ultimo doveroso ringraziamento va alla relatrice di questa tesi, la professoressa Monica Bonini, che ha creduto in me senza lasciarmi a briglie sciolte. Una professionista attenta e meticolosa, appassionata insegnante, per la quale ho provato estrema simpatia ed ammirazione dal primo giorno o forse dal giorno in cui mi sono resa conto che aveva memorizzato i nomi di ogni alunno, con tutta l’umanità necessaria al mondo universitario italiano.

6
681
Add

Al mio Miyagi personale, tanti auguri papà

I genitori non sono perfetti.
Quando siamo piccoli riteniamo che debbano esserlo, lo pretendiamo, li compariamo con i genitori degli altri, ci offendiamo per le loro distrazioni, non comprendiamo i loro momenti di tristezza. Da piccoli il genitore è una figura mitologica, metà uomo, metà Dio, un jolly che possiamo giocarci anche 10 volte in una partita sola, un deus ex machina che ci raccoglie da terra nonostante abbiamo fatto proprio quello che ci era stato proibito di fare.
Con gli anni, l’esperienza, gli errori, una volta scoparsi i contrasti adolescenziali, le pretese e le incomprensioni, anche mamma e papà prendono forma, una forma meno divina e più umana. Dopo aver combinato una grande cazzata, dopo esserti sentita quello che hai sempre rimproverato ai tuoi, apri gli occhi e finalmente pensi “cazzo, ma sono umani anche loro”, da quel momento è tutto in discesa.
Ogni persona è fatta a modo suo, con i suoi pregi ed i suoi difetti, chiunque, anche chi ti ha messo al mondo con tutto l’impegno e la dedizione possibile, è un essere vivente con stimoli, paure, che cerca di dare il meglio per te, ma non sempre può riuscirci. Si può cambiare, ci si può migliorare, lo si può fare per i figli, ma è difficile a 20 anni farlo per se stessi, figurati a 40, dopo che già si sono scelte determinate vie, ci si è dati determinate risposte. Una volta messo in conto che sarà estremamente difficile cambiare il carattere di un adulto, lo si può imparare a conoscere, si può capire cosa pretendere e cosa no, quali sono i suoi lati migliori e quali invece davvero sono insopportabili, un figlio può anche capire fino a che punto può influire, fino a dove è giusto farlo, se ha senso.
Con tutte le carte in tavola, a quel punto e solo a quel punto, ci si può guardare allo specchio. Siamo il risultato di un’educazione, una passione, un’unione di pregi e di difetti. Non siamo nessuno per cambiare chi ci sta attorno, per porci nella posizione di giudici, ma possiamo scegliere per noi. Possiamo scegliere chi vogliamo essere, quanti pregi fare nostri e quanti difetti modellare e ridimensionare.
Io, oggi, ho scelto.
Ho scelto tutti i pregi di mamma, tutti quelli di papà e tutti i miei difetti.
Oppure sono stata semplicemente baciata dalla fortuna perché oggi, alla stupida età di 22 anni, mi sento tutto il buono che c’è nei miei genitori.
Oggi è il compleanno del mio papà, mi ha detto che è invecchiato, sono qui a migliaia di km di distanza, non posso nemmeno abbracciarlo un pochino e dirgli che è ancora un bel marcantonio, ma sono sicura che sia fiero di me e di se stesso, per la bimba che ha cresciuto, spero che sia un regalo sufficientemente grande, grande come quello che ha fatto a me.
In questi mesi ho ricevuto tanti messaggi che mi hanno lusingata, messaggi di chi mi chiedeva come facessi, messaggi di chi mi diceva che sono un esempio, messaggi esagerati, parole sincere.
Sono una persona coraggiosa perchè il mio papà non si è buttato quando a 3 anni mi si è tolto un bracciolo e rischiavo di annegare, invece ho imparato a nuotare.
Sono una persona che pensa di poter fare tutto da sola, senza bisogno di aiuto perché il mio papà mi mandava a fare la spesa al mare, a 4 anni, come se nulla fosse.
Sono una persona puntuale, non negli appuntamenti, ma nella vita, una persona che corre e vuole sempre arrivare prima perché il mio papà mi ha mandata a scuola a 4 anni, quando gli altri ne avevano 6.
Sono una persona che pensa al futuro perché papà mi ha sempre detto di vivere alla giornata, ricordandomi però che se domani avrò la sfiga di essere viva, dovrò fare i conti con quello che ho combinato oggi.
Sono una persona che osserva molto perché con papà, quando andiamo al ristorante, origliamo e creiamo una storia attorno a tutti i personaggi della sala.
Sono una persona curiosa, perché davanti ad ogni porta papà ha sempre detto “entriamo”.
Sono una persona impulsiva, perché papà era sempre pronto, sotto gli scogli di Santa, a prendermi al volo.
Sono una persona aperta e solare, con la faccia come il culo, che parlerebbe anche con i muri, con la battuta sempre pronta, un po’ permalosa, che pensa a mille soluzioni ancor prima di esporre i problemi, che non si lascia prendere dal panico, ma che si fa rispettare sempre, perché così è il mio papà.
Sono una tuttofare, perché papà sa fare tutto.
Sono una persona che s’incazza poco, ma quando s’incazza davvero è per un motivo valido e si vede, si sente, perché così è il mio papà.
Sono una viaggiatrice incallita, perche questa è la natura del mio papà, una persona che in ogni angolo del pianeta ha un posto in cui sentirsi a casa, uno zingaro, un cittadino del mondo.
Sono una persona piena di idee, creativa, che vuole sentire suo quello che sta facendo, che vuole lasciare un’impronta, perché così è il mio papà.
Sono una persona disubbidiente, che rispetta solo le regole che condivide, perché quando mamma mi aveva proibito di andare al concerto dei Gemelli Diversi papà mi ci ha portata di nascosto.
Sono un animale da stadio, perché da bambina invece di andare al parco la domenica si guardava il gran premio, la moto GP, la partita e solo dopo si usciva a mangiare.
Sono un amante del cibo, del buon cibo, perché è sempre stata una gran bella scusa per incontrarsi, trovarsi, ritrovarsi.
Sono un po’ incosciente, perché quando un mercoledì sera qualunque le porte del Natal Palli erano aperte, papà ha accostato e 3 bambine sono scese in campo come nel giardino di casa.
Sono una persona apparentemente apatica, un po’ egoista ed arida di sentimenti, perché nonostante la socialità e l’assenza di pudore, le emozioni sono ben nascoste, chiuse, sotto strati di risate e consigli per gli altri, perché così è il mio papà.
Sono capace di sorprendermi e stupirmi, perché papà ancora oggi lo fa come un bambino, ammirando i piccoli gesti ed i grandi spettacoli del mondo.
Sono una persona spericolata, perché papà non ha mai rispettato i limiti.
Sono una persona che rischia, perché papà ha sempre dimostrato di credere nell’umanità, nel prossimo, con una gran selezione al momento di scegliere chi avere vicino, ma con una grande fiducia di fondo.
Mi piace rendere felici le persone, mi piace circondarmi di persone felici, mi piace che le persone siano felici con me e m’intestardisco se qualcuno al mio fianco spreca la sua vita, il suo tempo, non lo sfrutta, non lo ama, perché così è il mio papà.
Ho scelto deliberatamente di lasciare a lui il suo disordine, la sua poca memoria per le scadenze, la volatilità, la testardaggine.
Mi manca tutta la sua cultura, la sua grande empatia, la sua capacità di piacere a chiunque ed allo stesso tempo di sbattersene i coglioni di chi gli sta sulle balle, nonostante la cosa non sia ricambiata. Mi manca la sua pazienza, quella che ha con tutte noi, la sua tolleranza, la sua forza, la sua riservatezza, la sua capacità di non lamentarsi mai. Mi manca il suo spirito di sacrificio, la sua praticità.
Ma più di tutto mi manca un “ciao bimba” con le sue mani grandi, il suo sorriso dolce e morbido, a bocca chiusa, che spinge con gli angoli della bocca gli zigomi verso i suoi occhioni azzurri.
Tanti auguri al mio compagno di viaggio preferito, a colui che mi ha insegnato l’amore ed il rispetto per le persone, per le cose, per la natura, per il tempo, per me stessa e per la vita.
Tanti auguri papà.

 

4
1241
1

Mia madre che fa cose – Festa della mamma 2017

Ho salutato mamma, era affacciata alla finestra, in mutande e mi urlava “non hai nemmeno salutato la tua mamma!”. Parla di sé in terza persona, come a voler sottolineare che lei è la mamma, come se non si fosse ancora capito dopo 21 anni di stress. E comunque l’avevo salutata anche prima di scendere, ma lasciamo stare, tanto non la saluto mai abbastanza.

Come non le dico mai quello che faccio, la metto solo di fronte al fatto compiuto. Da piccola invitavo le mie amiche a cena e poi l’avvisavo, era così naturale per me aggiungere un posto a tavola, invece mi beccavo delle strigliate clamorose, ma anche quando l’avvertivo prima esordiva sempre con “non abbiamo nulla in casa, aspetta che guardo cosa possiamo fare…” oppure “certo che potevi dirmelo un po’ prima”. Ma secondo il mammese, quand’è prima di prima?
Appena diventata grande ne ho approfittato subito e adesso davvero le dico sempre tutto dopo, sempre prima, ma comunque dopo. 

Madre: “Tua nonna mi ha detto che stai cercando casa ad Alessandria” 
Io: “Veramente ho gia firmato il contratto mamma”

Madre: “Come stai? Dove sei?”
Io: “Ciao mami, baci dal Marocco”
Madre: “MA TU SEI PAZZA?! E L’ATTENTATO? E L’ISIS? E LA TRAMONTANA?”

Io: “Mamma vado un anno in Erasmus”
Madre: “Fai domanda?”
Io: “No, ho già vinto il bando, parto tra un mesetto”

Io: “Mamma vieni a prendermi in stazione che zoppico?”
Madre: “Come zoppichi?”
Io: “Ah no niente, sono caduta in moto settimana scorsa”
Dell’Argentina non serve riportare le conversazioni, erano in mondovisione.
A volte ti sento solo sospirare dall’altra parte della cornetta, se non avessi smesso di venire in chiesa probabilmente ti faresti anche un segno della croce, invece sospiri, m’insulti, ti rassegni. Ad una figlia zingara.
Ho superato Pavia, da sciocca che decide tutto all’ultimo ho dovuto prendere il regionale, ma non uno qualunque, il Treno del mare. Allora anche fare tutte le fermate è più bello, semplicemente perché si chiama “Treno del mare”.
Il sole tramonta alla mia sinistra, accanto e davanti a me dei ragazzi dell’est, probabilmente russi, mi sveglio di soprassalto dal torcicollo e c’è una luce stupenda.
Facebook era impestato di fotine dolci con mamme e popini, di dediche sdolcinate, perché si sa che gli italiani sono dei gran mammoni. Ma lo sai, io sono una zingara, quindi farò a modo mio.
Ad un certo punto della loro vita le mamme si dividono in due categorie: quelle che per la festa della mamma si aspettano un regalo sorprendente e quelle che semplicemente aspettano che i figli tornino a casa. Un po’ spontaneamente, un po’ spinti dal senso di colpa, un po’ per coincidenze di tempistiche, un po’ perché il Treno del mare è un crogiuolo di culture e puzza di umani.
Settimana scorsa, quando avevo già deciso che sarei scesa a Santa, mi hai mandato un messaggio minatorio, diceva “Domenica prossima è la festa della mamma, quindi è la mia festa. Quindi dovete essere tutte qui con me a festeggiarla. Perché me lo merito. Io sono una brava mamma”.
Troppo velocemente sei entrata nella seconda categoria, troppo velocemente siamo cresciute e troppo velocemente ti abbiamo lasciata sola. Riscrivendo questo messaggio mi si bagnano gli occhi, ma ci sono i russi, devo contenermi. Sì, mamma, anche io piango ancora, anche se sono una vecchia zitella acida, mi commuovo e soffro.
Leggere quel messaggio, così spiritoso, se letto immaginando la tua voce da bambina, mi ha fatta sentire tanto in colpa all’idea che avessi sentito davvero il bisogno di chiedere una cosa che per me era già scontata.

E’ difficile spiegare le ali, lasciare il nido, buttarsi sulla vita. 
Ho visto amiche tornare a casa tutti i weekend, di tutti i loro anni di università. Tornavano da mamma, tornavano dagli amici del liceo, tornavano in paese, si rilassavano. Ma io non sono così: tutti i weekend ho qualcosa da fare, ovunque vada mi butto in nuove avventure, mi rimbocco le maniche, lavoricchio, coltivo nuove amicizie. E in realtà anche i miei amici del liceo sono come me, per questo sono miei amici, lo sai. E tra l’altro, a modo tuo, sei così anche tu. 
Non posso prenotare nemmeno un treno di ritorno, perché non so dove sarai. Sei metodica, sì: Santa, Cervinia, adesso Genova, ma cos’è per te casa?
Quando ero piccina era abbastanza chiaro, vivevamo a Varese, poi ci siamo trasferiti a Casale, ma l’inverno in montagna, l’estate al mare… i miei amici erano nati a Casale, i loro fratelli anche, magari anche i loro genitori, avevano amici dall’asilo nido, erano soci alla Cano da prima di sempre, avevano un’identità ben precisa. Io e le mie sorelle invece siamo nate in 3 posti diversi, abbiamo vissuto almeno in 3 città diverse, in case diverse, ci siamo adattate, siamo diventate duttili e malleabili. E adesso “casa” è diventata un concetto astratto, non è un luogo fisico, è un’emozione.
Questo fine settimana casa era sicuramente Santa, eravamo noi 4+1, noi e le nostre nuance di biondo e azzurro, le nostre risate assordanti, il +1 che è Tiffany.

Ma casa è diventata anche Milano, proprio quella che una volta era tua, quella che tu chiamavi “casa”, dove papà veniva a trovarti all’inizio del vostro amore, dove studiavi come una matta, la tua prima casa da arredare e pulire come una maniaca quale sei. Mi sento più vicina a te, ora che casa tua è un po’ casa mia.

È stato fin troppo istintivo per me prendere il volo, buttarmi sulla vita come mi buttavo tra le braccia di papà dagli scogli. E adesso, dopo anni da eremita, all’idea colorata ed emozionante di allontanarmi di nuovo, ho tanta voglia di abbracciarti e farti sapere che ci sono, che puoi contare su di me, anche se sono entrata a piè pari nella mia di vita.
Lo so, è difficile da accettare, prima la tua vita era la mia, la mia era la tua, stessa casa, stessa cena nel piatto… no aspetta, questo non è vero, sarà dal liceo che noi mangiamo diversamente da te.
No, non lo dirò mai che sei la mamma migliore del mondo.
Tu sei diversa, non sei quel concetto che, gli italiani soprattutto, hanno di “mamma”. Quella che prepara la cena, che si preoccupa, che sta sveglia la sera ad aspettarti. Tu sei maturata con il tempo, ci hai dato mille attenzioni quando eravamo piccole e poi via, allo sbaraglio, a spaccare il mondo. Come puoi lamentarti? Ti sei sposata uno zingaro, ok siete separati, ma come potevi pretendere delle bimbe casalinghe?

Sei una grandissima rompiballe, simpatica, pedante, una sagoma, mi diverto a prenderti in giro ed ho superato quel momento in cui mamma era un nemico giurato, quell’adolescenza in cui era tutta colpa tua, tanto odi et amo, ora sei al mio fianco. Ora tifo per te, come tu tifi per me, con tutti gli sforzi che ne conseguono. E’ facile tifare per la propria squadra quando vince, soprattuto quando prende le scelte che avresti preso anche tu, ma quando invece fa di testa sua, spezza il guinzaglio, è difficile fermarsi, guardarla correre, sorridere ed incitarla.

Così vedo la tua rassegnazione, il tuo sospiro di sollievo, così mi viene voglia di abbracciarti, di proteggerti, di farti sentire che sarò sempre la tua bambina, che non ho bisogno di nient’altro se non del tuo sostegno.

L’ho aspettato tanto, dopo anni a sentirmi dire “puoi fare di più” dopo ogni 9 che poteva essere 10, dopo ogni 10 che poteva essere 11, ti sento ancora gridare e battere le mani, in prima fila, il giorno della mia laurea, quel giorno in cui, finalmente ti ho dato il permesso di ascoltarmi. Non come alle medie, non come al liceo, dove ti ho lasciata fuori dalla porta, eri lì con me, ossessionata come sempre con i tuoi video, a sostenermi.
E poi è arrivata, la tua fierezza, il superamento delle tue aspettative, quest’orologio che porto al polso con orgoglio e senza paura, che mi ricorda ogni giorno quanta tenacia hai messo tu nella vita e quanta vuoi che ne metta io.

A volte ti devo istruire, non lo accetti, ma è così. I tempi cambiano, io ti amo, ma non sono come te e non voglio essere come te. Quindi non sempre posso fare quello che vorresti la tua figliola facesse, ma se sono davvero convinta e desiderosa di qualcosa, prima o poi lo capisci.
Come hai capito quanto fosse magica Siviglia, solo venendomi a trovare, solo guardandomi nel mio nuovo habitat. Come te lo ricordi ogni volta che mi senti parlare spagnolo, quando mi alzo al ristorante per aiutare le cameriere a parlare con i clienti. Così.

Mamma, sei un disastro. E potrei continuare per ore, un giorno forse scriveremo davvero il glossario di tutte le frasi incredibili che ci rifili, di tutti gli insulti ai quali non possiamo fare altro che rispondere con una sonora risata, perché una madre così scema da dare delle “puttanine maltesi” alle figlie, merita solo una risata. Perché non sai più cucinare. Perché in moto non superi mai i 30 km/h. Perché ogni volta che compri una macchina la devi smussare su tutti quattro i lati, ed è sempre colpa dell’asfalto, della pioggia, di un’altra macchina, del vento. Perché anche i portafogli si sono rotti le balle di nascondersi in giro per casa. Perché vedi verdi i calzini blu. Perché credi che “lì” “là” “di là” siano coordinate.
Mamma, sei un amore. Perché quando torno a Santa dopo due mesi e in casa non c’è né la focaccia, né le trofie al pesto, ma solamente i canestrelli, mi rendo conto che ci hai messo del tuo. Perché quando arrivo a Casale, tu non ci sei, ma ci sono i Krumiri sul cuscino, per la gioia di Ale e Je oggi, per quella di Alice e Lucia prima, sei proprio la mia mamma. Perché sei autoironica e ti prendi in giro da sola. Perché la tua purea in polvere è la migliore che ci sia. Perché accetti che le tue figlie ti rinominino “Satana” sul telefono. Perché ci lasci suonare con il forno, come nei video dei bambini pazzi. 
Mamma, sei una rompicoglioni. Per questo ti metto sempre di fronte al fatto compiuto. Figurati se avrei potuto sopportare mesi e mesi di “ma cosa ci vai a fare a Buenos Aires?” ancor prima di sapere se mi avrebbero preso. Probabilmente avrei applicato per l’Antartide! Perché quella sedia è tua, il divano è tuo, quella cosa che mi hai regalato è sempre e comunque tua. Perché continui imperterrita a cercare di convincermi che il cioccolato sia buono. Perché non è mai abbastanza pulito e nessuno pulisce mai bene come te. Tu che sei in grado di lavare anche gli ombrelli, di mettere le scarpe al cane, di asciugarle la passera quando fa la pipì. Perché ti coalizzi con i miei fidanzati, soprattutto quando diventano ex.
Mamma, sei una principessa. Perché non appoggi mai la borsa a terra, perché come ti detergi tu la faccia, tutte le sere, io lo faccio una sì e tre no. Perché non hai mai avuto intenzione d’imparare a mangiare il pesce con le mani e quando ti obbligo ti sporchi come una bimba. Perché in ogni borsa hai un borsellino, un astuccio con matita, rossetto, pettinino, specchio e fazzoletti, ovviamente coordinati. Perché lavi anche le solette delle scarpe, lavi l’aria ed i denti al cane.
Mamma, sei una matta. Perché ci segui sul treno senza biglietto. Perché non mi hai mai dato il coprifuoco, facendo affidamento sul mio buon senso, per poi chiamare strillando “non ti sembra ora di tornare a casa?!”. Perché non mi sei mai venuta a prendere in discoteca, “come ci sei andata torni”. Perché hai sposato papà e ci hai fatto pure 3 bambine. Perché ti sei rassegnata ad aprirmi le porte del tuo armadio. Perché ti lasci prendere per il culo in mondovisione. Perché nessuno si sognerebbe di pulire le persiane all’esterno arrampicandosi sul davanzale. 
Mamma, sei la mia mammina. Non sei la migliore, sei un disastro, un amore, una rompicoglioni, una principessa, una matta.


Avrei voluto cambiarti, scambiarti, prenderti a testate, lasciarti in autostrada come gli stronzi che abbandonano i cani, mandarti a fanculo, chiuderti il telefono in faccia, bloccarti su Facebook, scappare di casa, bloccarti sull’iPhone e ti dirò, ci ho provato. E l’ho fatto. Ma poi sono cresciuta, mi sono rassegnata anche io, ho imparato a conoscerti, ad accettarti, ad apprezzarti, a prendere il meglio di te, a tenermelo stretto, a ringraziarti, a vedere il lato positivo, ad abbracciarti, a cercarti, a preoccuparmi per te.
Mamma, sei la mia mammina. Non sei la migliore, ma sei la mia e non ti cambierei con nessun’altra. 
Anche se quella di trasformare camera mia in un salotto non me la dovevi fare. Stronza.

Buona festa della mamma, auguri, amore, ti amo tanto.

137
Add

Le lettere d’amore scritte al computer – Auguri principessa

Era il 3 marzo 2004, al terzo piano a sinistra, scendendo 6 gradini e superando la 4A, c’era una classe, con dentro una ragazzina di 8 anni… la maestra Maria è lieta di annunciarmi che sono sorella per la seconda volta.
Sei nata.
Alle 16.30 esco da scuola ed i nonni mi vengono a prendere, davanti alla tua stanza la casetta rosa di un uccellino rosa, un cartoncino a fondo bianco, rigato di rosa in alto ed in basso, il tuo nome scritto a biro dalla nonna: Arabella.
La stanza di mamma è minuscola, affollata, un piccolo corridoio, il bagno sulla destra ed in fondo un letto, la finestra da sul cortile interno, c’è anche una piccola sedia con i braccioli. Mi siedo, incrocio le gambe e ti aspetto, come si aspetta Babbo Natale, come si aspetta la pizza, come si cerca il regalo nell’Happy Meal, con gli stessi occhi che ho ancora prima che il cono del Centrale passi dalle mani del gelataio alle mie: come una sorpresa, un dono. 
Ed arrivi.
Sei uno scricciolo, in mezzo a tutti questi occhi, a queste voci dei grandi, ma loro non contano, è il mio momento, è il nostro momento. Ti adagiano sulle mie braccia, t’incastrano con il sederino tra le mie caviglie, con la stessa delicatezza con cui si lava la cristalleria. Sei un diamante. E questo è il nostro primo momento di complicità, alla facciazza vostra, ho un’altra sorella, ed è bellissima.

Prima che nascessi mamma e papà aspettarono quasi fino all’ultimo a parlarci di te e quando lo fecero… io volevo che fossi un maschio. T’immagini un principino al posto tuo? Ho perso il conto delle volte che mi hai mandata al diavolo con un “e tu che volevi un fratello”.
Ti abbiamo sentita scalciare e singhiozzare, muoverti e dormire, protetta dalla pancia della mamma, prima che ti tirassero fuori a suon di epidurale.

E sei arrivata.

E mi hai cambiato la vita.

Se il primo figlio è un esperimento, anche la prima sorella lo è, con la seconda ci si può già correggere, si può migliorare ed io l’ho fatto, con tutte le maledizioni che giustamente Fiorelisa mi ha mandato, i denti che mi ha fatto cadere e le lotte greco-romane alle quali ci siamo sottoposte, con te è stata una passeggiata, sei stata da subito la principessa, per tutti, ma ai miei occhi lo sei ancora. Princi.

E’ così nitido il momento in cui ti stringevo forte tra le mie braccia, ti sollevavo e ti chiedevo per favore di non crescere, di rimanere sempre piccola. E tu, più forte ancora, mi promettevi di rimanere per sempre la mia piccola. E non hai mai infranto la promessa.
Sembra ieri che mettevamo a posto la camera dei giochi, tutta per te, che mi chiedevi il significato di qualsiasi parola, dopo aver detto “Doddi” per la prima volta.
Sembra ieri che iniziavi la scuola, con quello zaino più alto di te, con Fiorelisa nelle foto, senza denti. E’ così vicino il giorno della tua comunione, il vestito bianco, il cerchietto e le mie guance rigate dall’emozione.
Sembra ieri che mettevi gli sci e piangevi come una matta sul ventina perché volevi tornare a casa, per poi darmi merda solo qualche anno dopo.
Sembra ieri che mi dicevi “alle medie però non mi chiami più Princi davanti a tutti”, che ti offri volentieri come cavia, insieme alla Franci, per salire la prima volta in macchina con me.
Sembra ieri che ti sedevi su un aereo per la prima volta, che scoprivi cosa vuol dire viaggiare con noi, sembra ieri che ti faccio perdere qualche anno di vita piegando troppo su una curva troppo stretta in Croazia, che ci lasciamo dividere da una corda dalla storia, a Micene, che voliamo sopra la Cappadocia in mongolfiera, all’alba. Sembra ieri, in quella calda Istanbul tutte e tre con i fiori tra i capelli, a Gardaland nelle tazzine, a Barcellona a saltare sui divanetti del W per gli autoscatti più stupidi della storia. Sembra ieri che fotografiamo papà e Fiore che vanno incontro ad un tramonto spettacolare a Madrid, che vuoi a tutti i costi fare il bagno nelle fontane della città della scienza. Ed era solo 1 anno fa che ti regalavamo il concerto di Ariana, che finalmente vedevi la tua tanto amata Londra, che ad 1 ora dal volo ti buttavi in piscina, che ti lanciavi sulla zip line ad Omis, che remavi facendo rafting a Posdram.
Sembra ieri quando per la prima ed unica volta marinasti l’oratorio per vedere la tua sorellona, dopo 2 mesi che era andata via di casa.
Sembra ieri che trovavi nel mio vecchio Iphone una nota che parlava di te e mi chiamavi in lacrime dalla montagna per dirmi che mi vuoi bene.
Anche se taggarti su Facebook, condividere l’armadio, regalarti il mio telefono, chiudere una chiamata e trovarmi menzionata nel tuo ultimo tweet, riempire di cuoricini le tue foto, vederti uscire da sola, cambiarti i vestiti di nascosto sulle scale, accettare il tuo primo fidanzatino, raccontarti tutti gli affaracci miei… adesso è strano, se mi fermo a pensarlo, è giusto.
Hai 12 anni ed è come se ne avessi ancora 4, ma, allo stesso tempo, già 20.

Sei cresciuta principessa ed io non posso farci niente, se non continuare ad appoggiarti, a guardarti da lontano, da vicino, con discrezione, con amore, con tutta la durezza e la dolcezza che meriti. Non posso fare altro che proteggerti, senza invadenza, dall’ingnoranza e dalla cattiveria che a volte incontrerai in questo mondo. Non posso fare altro che appoggiarti, anche al muro se serve.

Prova a tagliare un’altra volta… e torno a casa solo per insegnarti come si fa a non farsi beccare.

Tanti auguri principessa mia,
non c’è niente di più bello che vederti ridere.

Ti amo.

104
Add

Briciole datate

4 settembre 2013.

Mi fermo a leggere in ogni angolo, a riempirmi di vite scritte, vite altrui e non m’interessa niente di chi mi guarda, di chi mi vede, non m’interessa niente.
Con tutti questi libri una cosa credo di averla capita: che l’amore non ha età. Ma non nel senso che la differenza d’età non conta, bensì che i rapporti amorosi sono pieni d’amore e basta. Sono egualmente immaturi o maturi a 20 o a 50 anni, magari a 35 sono contornati da una situazione più stabile per un piccolo dono, ma l’amore è indifferente, l’affetto che potrebbe ricevere un bebè è sempre amore.
Laura mi ha chiesto di scrivere di lontananza, qualsiasi cosa, ma quello è il tema. Io sono sempre fuori tema e se mi concentro, nonostante sia fuori casa da quasi 2 mesi, le parole per la lontananza non arrivano. Oppure si.
La lontananza la sento, quando si tratta di papà, quando sento Arabella dire “anche io vorrei un papà che…”, la respiro quando si parla di università, di futuro, che vedo terribilmente vicino e incredibilmente lontano. La lontananza la vedo, quando guardo il mare calmo, passeggiando sulla riva, quando il sole ha già abbandonato le spiagge ed è diventato esclusiva proprietà di altri lidi, più esposti, vedo la lontananza di quei luoghi, la lontananza esclusivamente fisica.
Ho percepito la lontananza delle anime quando quel treno è scivolato insieme ad una lacrima sulle mie guance, quando le strade si sono divise ed il “noi” è tornato un “io”, quando il “nostro” è diventato “mio”. Mia sorella è lontana, 10 metri da me vicino alla fontana di Cristoforo Colombo, 5 metri da me, sul cannone, quello dove ho anche io le foto da bambina, mi parla di un bambino che potrebbe essersi innamorato di lei, le lascio dire questa lunga parola perché non sono nessuno per poterlo negare. Mia sorella è ad 1 metro da me e io la vedo cresciuta, ogni giorno, più sveglia, più vispa, più autonoma, “Dolly andiamo? Non mi piace!” “Si amore” “cosa stai facendo?” “Scrivo” “allora restiamo, vado a giocare un po’ li mentre tu scrivi” e anche se adesso è a 20 metri la sento vicinissima, ha capito quello di cui avevo bisogno, il sangue che ci scorre nelle vene ci lega ad ogni distanza. Così, ho scelto di vivermela da vicino, di guardarla crescere accanto a me, sorridere anche se dovrà mettere l’apparecchio.
Vieni qui, stammi accanto, dormiamo assieme questa notte, stringimi, voglio sentire il tuo cuore nella mia schiena, battere nel mio, il tuo respiro inglobarsi nel mio, così che la tua aria sia anche la mia, prendo la tua forza e la tua vivacità, la tua gioia ed inconsapevolezza, la faccio mia e la conservo, non esiste lontananza quando c’è amore.

89
Add

Da coda nasce coda

Parlatemi dell’estate. Parlatemi di streaming d’estate. Quanti elenchi di libri da leggere avete fatto? Quanti di film da vedere? Ditemi che anche voi vi sentite in un limbo, in un altrove, perché a me sembra di volare a 4 metri da terra, non sono qui, non in questo mondo, quello che penso, dico, faccio, d’estate è ultraterreno. Così, per 3 mesi all’anno, dormiamo, ci svegliamo, mangiamo, viviamo, in maniera diversa, staccandoci da terra, volando. Tutto è più leggero, d’estate, tutto ha meno peso, meno importanza, magari ci cadrà in testa a settembre, ma non importa. Le ore piccole, il tempo dilatato, ogni momento sembra più importante, più intenso. Viviamo alla giornata o nell’attesa. Quindi, che ci faccio ancora qui? Letto, ventilatore, Gossip Girl, Margaret Mazzantini, che ci faccio ancora qui? Forse l’unico viaggio di cui ho bisogno è con me stessa.
“Papà parto, mi regali quel biglietto? Uno solo, sì, uno solo, vado da sola, a cercare pace chissà dove, a cercare risposte in qualche tramonto, a scrivere, a fotografare lucertole, a mangiare schifezze, a conoscere persone nuove, strane, sorridenti. Sì tranquillo papo, ti chiamo, oh figurati, ci mancherebbe, anche se vorrei lasciare il telefono a casa, posso? Ogni sera alla stessa ora ti chiamo da una cabina, io e me. Ti prego!”
Forse è questa la conversazione ideale. Che poi non avete idea di quanto possa preoccuparsi un padre della sua femminuccia…

Flashback:
Il volto perso di papà, quando suda, quando ha paura di deluderci sbagliando qualcosa. Si mette la mani tra i capelli e allarga le braccia innocentemente, si fa un po’ piccolo nonostante la sua pancia, abbassa la voce, ma si irrita più facilmente.

E poi il pollicione invece si alza, ce l’ha fatta, è riuscito a fare tutto quello che voleva, i suoi occhi sorridenti, la mano sicura che mi dice “Ok! Missione compiuta!”. I piccoli gesti di famiglia, quelli che se ci ripensi ti bagnano gli occhi. Percorsa da un’amore inconsueto e febbrile per papà, stimolato da Margaret, riprendo la mia lettura.
“Non so, figlia mia, dove vanno le persone che muoiono, ma so dove restano”.
Sono i piccoli gesti, è un camionista che ti avverte che stai sbagliando, la tua mano grande che attraversa il vetro del finestrino e si alza nel vento, lasciando entrare l’afa, per ringraziare. Un gesto lento, non era il cervello a muoverti i muscoli, era il cuore.
I libri più belli sono quelli che devi leggere per forza anche in macchina, con il rischio di farti venire la nausea, ma non importa, in macchina, con il mondo che ti passa accanto lento e poi veloce, a ritmo di pagine, hanno tutto un altro sapore.
Sì papà, lo guardo il paesaggio brullo, arido, secco, non è così da noi, noi siamo più fortunati, lo so.
Ci siamo fermati in un autogrill al sole, ma non faceva troppo caldo. Ho detto “olà” ai due ragazzi alla cassa e mi sono diretta subito in bagno, profumava di vaniglia, un profumo dolce, fresco, ho posato la carta sulla tazza per potermi sedere e svuotarmi è stato rilassante. Ho sprecato un assorbente, solo poco sporco, per averne uno nuovo e pulito. Mi chiedo se avere un figlio nel ventre sia doloroso come avere le mestruazioni. Sono domande da adulti, io voglio restare cucciola. Le porte scorrevoli di quel punto ristoro si aprivano su una terrazza calma, mi sarei fermata a leggere e scrivere. Papà mi ha convinta a prendere un gelato, nonostante non ne avessi voglia. Cornetto classico, l’unico che sopporto. Il suo sguardo cade sulle sigarette dietro al bancone, lo lascio li a pagare e, se vuole, a nascondere un pacchetto in tasca.
Quando ero davvero cucciola gli chiedevo di mangiare il cioccolato sopra, quelle inutili scaglie di cioccolato che si ostinano a mettere solo per infastidirmi, ora non più, mi sforzo e con faccia schifata le mangio fino a farle sparire. Lascio solo la fine del cono, quella che tutti attendono e si contendono, ma questa volta la vince Fiorelisa.
Ah quando sono uscita ho detto “Tchao”, il biondo mi ha anche risposto, “ciao”, mi sono sentita brava, grazie. Ho visto il mare, mi sento già meglio.
Mio papà dice spesso “ciumbia!” È una bella espressione e me ne accorgo da una frase che ha pronunciato interrompendo i miei pensieri, non saprei ripetere la frase, so che c’era un “ciumbia!” In mezzo che mi ha fatto pensare che se mio padre morisse e sentissi pronunciare “ciumbia!” mi salirebbe lo stomaco in gola. Un po’ come quando dici “cretinetti”, ma quando lo dici tu non m’infastidisce, mi fa sorridere invece. Credo che sia questo l’amore.

Dalle finestre chiuse entrano comunque i Temper, bravo Falde.
Buona giornata Casale East Side.

2
93
Add