A tutto il bello che verrà

A chi il mondo l’ha esplorato e l’esplorerà con me, a chi mi ha aspettata e mi aspetterà a casa. Al mondo, a Buenos Aires, a Milano, a casa. A tutto il bello che verrà.

Ho immaginato centinaia di volte questo momento. Quando si diventa grandi davvero? Probabilmente non sarà puntualmente oggi, non sarà con l’upload di questa tesi, magari non sarà proprio e nella realtà si resta un po’ piccoli per sempre. Eppure, ogni qualvolta mi sia soffermata a pensare a quest’istante, vi ho sempre visto un angolo, un gradino, una curva ampia, la parete di una montagna, un ostacolo che avrei superato senza sapere cosa ci fosse dietro né perché stessi correndo realmente in quella direzione.
Ho aspettato, ho temporeggiato, ho preferito scrivere del sole e del mare, del tempo e dei profumi, ho preferito viaggiare, imparare nuove lingue e conoscere nuove culture, ma non posso più rimandare. Oggi, su questo treno regionale 3963, con una carrozza tutta per me e la playlist che mi ha accompagnata in questi anni, mi assumo tutte le responsabilità del caso.

Rido di me stessa, pensando a quanto ingigantisca questo attimo, la fine della vita universitaria e l’inizio di quella lavorativa, a quanto lo stia romanzando ed immaginando come un cambio radicale. Lo sarà? Perderò di vista me stessa o riuscirò a restare fedele ai miei principi? Riuscirò a fare una cosa nuova ogni giorno, a non perdere la curiosità?
Sarò in grado di coltivare le mie passioni attraverso il lavoro, di farle maturare insieme a me, di non dimenticarle? Troverò il tempo per perdermi in città nuove e vecchie, di fermarmi a parlare con sconosciuti, di aiutare hostess in difficoltà, di non avere fretta? Potrò permettermi di non accontentarmi, di non cercare scuse, di essere sempre onesta e schietta nonostante tutto? Dimenticherò ciò che oggi ritengo importante per lasciare spazio ad altro? Riuscirò ad andare a dormire soddisfatta ed a svegliarmi entusiasta e motivata per la giornata che mi attende? Ancora non ne ho la certezza, di nulla, ho invece il sentore che tutto sia nelle mie mani e che “comunque vada sarà un successo” (Scrissi questa frase sul quaderno di biologia, il quinto anno del liceo, la pronunciò la prof più temuta dell’istituto – citando Chiambretti – in uno slancio d’affetto, per motivare e salutare la classe. è un motto che amo ripetere e ripetermi. Male che vada avremo imparato qualcosa, quindi sarà comunque andata bene.)
Non solo, ho anche la consapevolezza che non sarò sola, per quanto abbia imparato ad arredare i miei spazi ed a consacrare i momenti con me stessa, non sarò mai sola.

È questa la sede in cui devo quindi ringraziare chi c’è stato e soprattutto chi ci sarà, mentre in riproduzione casuale sento le prime note di “Cosa resterà”, perché il destino è la sua puntualità, anche e soprattutto oggi.

Grazie dunque alla mia famiglia, mio fardello e mio orgoglio, che non ho sempre messo al primo posto, ma che se lo merita. Grazie mami e grazie papi, tutto il meglio di me è semplicemente la parte migliore di voi che ho ereditato ed emulato. Grazie sisters, non smettete mai di stringere i denti e sorridere, perché vi meritate tutta la gioia del mondo. Grazie alla mia nonnina, mano leggera sulla mia spalla, angelo custode di ogni mio giorno a qualsiasi distanza, a qualsiasi costo.
Grazie Alessia, perché mi hai completata, con la tua amicizia ed il tuo carattere così diverso dal mio, mi hai insegnato a non giudicare mai, a pazientare, a dare valore alle cose più piccole. Eravamo io e te e continueremo ad essere tu ed io, in capo al mondo o in Las Heras, a discutere sull’importanza e la futilità dei ringraziamenti nella tesi. Grazie Simo, per essere la più bella delle condanne. Per essere ancora qui, di nuovo qui, con me.
Grazie alle mie ragazze, Marta, Bea, Elena, grazie a Filippo, siete e sarete ancora e per sempre la miglior rappresentazione dell’amicizia sopra ogni cosa, overall.
Grazie Je e Ale, vivere con voi è stata un’iniezione di felicità, un turbinio di complicità, è stato sentirsi davvero in famiglia, siete famiglia.
Grazie ad Andrea per tutte le testate e gli abbracci, a Lils, dolcezza e amore fatti donna, a Giacomo.
Grazie a quelli della Valla, alle mie amichette del mare, alle amiche di una vita, Elena, Carola, Elisabetta, Ciottini, Alice, ma anche a Stefano, a Lollo, Pelle, Carlo e soprattutto a Giorgio, alle olandesine di Oneto, a chiunque renda Santa un’oasi di pace e serenità.
Grazie Michi, dalla pelle al cuore.
 Grazie Lollo, un per sempre senza fine. Grazie Amalia, amica di penna e amica punto.
 Grazie ad ESN, a tutte le splendide persone che mi ha permesso di conoscere, a quelle che continueranno ad arricchirmi, grazie perché sei stata palestra di vita e sfondo colorato degli ultimi tre anni.

Grazie a tutte le persone che hanno ospitato me ed Alessia durante il nostro viaggio, alla generosità dimostrataci, all’affetto regalato. Grazie a chi ci ha accolto nelle proprie case insegnandoci l’umiltà e la ricchezza d’animo. Grazie a chi ci ha dato un passaggio, a chi semplicemente ci ha donato un sorriso, un abbraccio, un pezzo della sua storia, del suo tempo ed una parte di sé.
Grazie a Joaco e Diego, per aver reso Buenos Aires un po’ più magica, per avermi mostrato il volto migliore di questi milanesi oltreoceano. Grazie a chi ha toccato la mia vita in questi due anni, migliorandola o facendomi meglio comprendere chi sono io, chi merito e desidero al mio fianco. Grazie a chi l’ha solo sfiorata, di sfuggita, in treno, su un camion, in aereo, sul bus, in un ostello, al supermercato, in università, su una spiaggia caraibica o in una villa. Grazie a chi ci si è buttato solo ora, all’ultimo, ma l’ha fatto per restare (sì Andrea, grazie a te).
Grazie al mondo, questo splendido scenario che ospita tutte le relazioni quotidiane. Grazie nuovamente a Siviglia, mio trampolino di lancio su questa vita senza confini, casa lontano da casa, città di gioia e speranza, grazie per aver creato legami indissolubili (ciao Angelo). Grazie a Milano, tanto grigia quanto luminosa quando arriva la primavera, che mi ha guardata sbocciare e mi ha permesso di sbirciare nei miei cortiletti interiori, mentre cercavo il bello in lei l’ho trovato anche dentro di me. Grazie Buenos Aires, inaspettata, piena, piede perno delle avventure più disparate, magia pura. Grazie America Latina, per avermi insegnato che tra nord e sud non c’è un oceano, ma una caterva di pregiudizi. Grazie Casale, Cervinia, Genova, Santa, grazie Italia, perché sei davvero la mia mamma, la mia casa, il mio punto d’arrivo.

Solo così, soffermandomi, riesco realmente a rendermi conto della portata, dell’intensità di tutto quello che ho vissuto, della quantità di persone incontrate, di luoghi visitati, di emozioni provate, di errori commessi e di lezioni apprese.
“Grata e felice”. L’ho scritto un paio di volte in questi anni, non ricordo più in quali occasioni, ma è una sensazione che mi accompagna, quindi lo reitero. Sono troppo fortunata.
Mi auguro di addormentarmi soddisfatta, di svegliarmi entusiasta e motivata. Mi auguro una vita piena, sopra le righe. Una vita in cui poter essere spontanea ed onesta, grata e felice. “I tuoi sogni, non dimenticarli mai” mi disse un anziano antiquario in canottiera, uno di quei personaggi casuali che sembrano poterti leggera la vita nell’iride.
Ed ecco qual è il mio sogno, cosa voglio fare da grande, chi voglio essere: una persona grata e felice. Come? Adesso ci lavoriamo.

P.s.: Un ultimo doveroso ringraziamento va alla relatrice di questa tesi, la professoressa Monica Bonini, che ha creduto in me senza lasciarmi a briglie sciolte. Una professionista attenta e meticolosa, appassionata insegnante, per la quale ho provato estrema simpatia ed ammirazione dal primo giorno o forse dal giorno in cui mi sono resa conto che aveva memorizzato i nomi di ogni alunno, con tutta l’umanità necessaria al mondo universitario italiano.

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Cuaderno de viaje – Día X – La strada tra la terra e il sole

Tra i miei suggerimenti di amicizia ancora spagnoli, ragazzi e ragazze Erasmus, volti noti, alcuni conosciuti, aggiungi, non si sa mai.
Sono in pole position su di un Megabus, di ritorno da un viaggio durato 18 giorni e non sono comunque abbastanza. Potrebbe sembrare un viaggio post laurea, perché cronologicamente collocato dopo la discussione della tesi, ma non lo è. È una scusa, è un pretesto, è una sfida, è un palese allungamento del mio Erasmus che sarebbe dovuto finire a maggio, invece si è protratto fino a fine giugno, si è lasciato disturbare da qualche dovere (3 esami, 1 tesi, miliardi di ore di burocrazia e una laurea) per poi tornare, vivo ed entusiasta, a riprendersi ciò che era suo di diritto: me.
Sono tornata il 28 giugno, dopo 10 mesi a Siviglia, buttandomi immediatamente sullo studio, giusto il tempo di leggere la bandiera, il tempo di sfogare le mie lacrime e di rimpinzarmi delle delizie culinarie del territorio e poi testa china sui libri. Perseverante, testa di cazzo e rompicoglioni, sono riuscita a chiudere il cerchio a modo mio: alla perfezione. E sulla cresta dell’onda me ne sono andata, dopo una delle esperienze più belle della mia vita, dopo una delle giornate più belle della mia vita, sono ripartita.
Non cercavo relax, non cercavo sole, non cercavo mare, cercavo di non darmi per vinta. Cercavo con tutta me stessa di trovare appigli, di vedere con i miei occhi che Erasmus saremo un po’ per sempre, che non finirà mai, che non ci divideremo, che non saranno le distanze ad ucciderci, che le distanze non esistono.
Ho guardato Ilenia, dietro ai suoi occhiali scuri, abbassare la testa ed inghiottire la parole e santificare la sua Sardegna. Ho guardato Monse partire, un’altra volta, per prima, zaino in spalla e sorriso malinconico alla volta di quella mistica e grigia Germania che tanto mi disturba. Ho schiaffeggiato Pedro fino al gate, ammonendolo ed abbracciandolo, lasciandolo alla sua Africa. E poi vi ho visti, Stefania, Federica, Angelo e Gabri, vi ho visti da dietro il finestrino sporco di un regionale pugliese, vi ho visti cercarmi nel treno, tra quell’ammasso di umanità, vi ho visti non trovarmi e scendere le scale, lasciarmi lì con tanta generosità, prepararvi a nuove lacrime, a nuovi sorrisi, ad un nuovo giro di ninja.
Vi ho visti e le lacrime non ho potuto trattenerle, perché si, noi saremo sempre Erasmus e basterà essere insieme perché ricominci ogni volta un piccolo Erasmus, perché la voglia di saltare sui soffitti ci prenda, ma non sarà più la stessa cosa.
Possiamo ritrovarci, come abbiamo fatto adesso, ma non saremo più a Siviglia, e non è questo il problema, nonostante fosse la cornice perfetta, il problema è che non saremo mai più tutti assieme. I volti noti e quelli meno noti, gli occhi da orientale ed i lineamenti da sud americana, le labbra da nero e la pelle scottata dei bianchi. Le porte delle nostre case saranno sempre aperte, fino a quando? Diventeremo adulti e cosa resterà di quei desideri lasciati in mano alle stelle cadenti, una notte d’agosto, a bordo piscina? Diventeremo adulti? Davvero smetteremo di essere Erasmus e diventeremo adulti? Rientreremo in carreggiata? Ci basterà vedere due soldi per dimenticarci di quanta vita avessimo nelle mani? Accetteremo di sottostare ad un contratto a tempo indeterminato che c’incollerà ad una scrivania, con una vita scandita da due settimane di ferie ad agosto? Arriverà il giorno in cui ad un nostro amico Erasmus  che capiterà nella nostra città dovremo dire “scusa, sto lavorando”? Inizieremo ad essere schizzinosi, a cercare la prima classe, a snobbare gli autobus, ci lamenteremo dello stato, parleremo di politica al solito bar, macchina nuova in garage, mogli e mariti, figli pettinati, lavoro stressante, intolleranze alimentari e tutto questo sarà solo un ricordo? 
Forse ha ragione chi dice che l’Erasmus fa male, anzi, senza il forse, L’ERASMUS FA MALE, fa amare il mondo, la vita, apre le menti, i cuori e schiude le ali, rendendo ragazzi di 20 anni pieni di coscienza, di consapevolezza del proprio io e insita in loro interrogativi sottopelle, nascosti dietro le orecchie, sussurri, fili di vento, gli dà il coraggio necessario per affrontare ogni situazione, per guardare negli occhi ogni classe di umanità, con rispetto, con meraviglia, con amore.
L’erasmus fa male perché è una Cappella Sistina di colori, appesa al sole della vita quotidiana, che lentamente si sbiadisce, che lentamente si consuma.
Ci guardo, neolaureati di 20 anni, laureandi di 24, sognatori di 28, cuori che battono all’impazzata, occhi attenti che sanno cogliere e fotografare il mondo, bocche che assaporano, addentano la vita, mani che s’intrecciano, destini che si dividono per poi toccarsi di nuovo.
Sono qui, ho 20 anni, una laurea in economia, una passione per tutto ciò che è legato alla parola, alla conoscenza e alla scoperta. Sono qui, ho 20 anni, alla mia destra un signore romano che parla da solo con il telefono, di fronte a me la strada di casa, dietro una squadra di calcio nigeriana dall’odore strano, ma non importa, perché ci si abitua, anche agli odori diversi dai nostri. Sono qui, ho 20 anni, voglio continuare ad abituarmi agli odori, a pensare di essere distante 20€ dalla Puglia, ad essere Erasmus, a vivere a crepapelle. Sono qui, ho 20 anni e non voglio che vinca il denaro, non voglio che vinca il contratto a tempo indeterminato, non voglio che vinca la monotonia, non voglio che vinca la paura. Sono qui, ho 20 anni e sono felice. Non smetterò.

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110 volte grazie

Era il 2013, avevo 17 anni e vivevo ancora con la mia famiglia, dopo mesi d’indecisione, alla fine, scelsi economia. Facendolo decisi di non trasformare la mia passione per la scrittura in un lavoro, all’epoca non sapevo che avrei tranquillamente potuto unire l’utile al dilettevole, che non si possono sopprimere così facilmente le proprie attitudini e che i talenti vanno coltivati, non accantonati. Nella foto del tesserino sembravo un ragazzino pelato, ma avevo la mia matricola, grandi aspettative per gli anni a venire ed un sorriso smagliante. A distanza di tre anni è cambiato tutto, tranne quel sorriso.
Pochi mesi dopo la mia iscrizione divenni maggiorenne, andai a vivere da sola (o meglio, con un pizzaiolo ed un biondino ribelle), cambiai città, iniziai a coltivare nuove amicizie, nuovi amori, a respirare un’aria diversa. Tra lavoro e vacanze, il secondo anno, cambiai appartamento: finii a convivere con una Siculo-Pugliese, un ragazzo siciliano ed uno valdostano, Alessandria era ormai casa mia, la piccionaia il mio parco giochi e la curiosità mi fece prendere una scelta inaspettata: “mamma, l’anno prossimo vado a Siviglia, ho vinto la borsa di studio Erasmus!”. Era già uno spettacolo, ma volevo di più.
Il mio ultimo anno di triennale l’ho vissuto a Siviglia, tra il profumo dell’oceano ed i colori dei tramonti che si riflettevano nel Guadalquivir, ingrassando, nutrendomi di cultura andalusa e storie dal mondo. Sono partita piena di entusiasmo, voglia di conoscere, di scoprire, con alcune aspettative e nessuna certezza, tranne che avrei dovuto imparare lo spagnolo. Sono tornata 10 mesi dopo con il triplo dell’entusiasmo, un C2 di spagnolo, una me più vera, umile e rispettosa, ricca di esperienze ed il mondo in mano.
Oggi di anni ne ho 20 e mi laureo.
Come quando ne avevo 17 non so di preciso farò nella mia vita, ma adesso so cosa non farò, cosa non abbandonerò, chi sono e quanto valgo.
Oggi, finalmente, so che posso unire la scrittura all’economia, al marketing, che non devo rinunciare a nulla e lo so anche grazie a questa tesi. Oggi, finalmente, so che il mondo è un fazzoletto, che le distanze sono relative e si misurano in forza di volontà e prezzi dei voli.
Oggi, finalmente, so che le amicizie vere vivono in eterno, che non hanno tutte lo stesso colore, che non parlano tutte la stessa lingua, che hanno culture e background differenti, ma che hanno bisogno solo di un sorriso per nascere.
Oggi, finalmente, so che il tempo va santificato, che saremmo troppo irrispettosi verso chi ci ha regalato la vita se passassimo anche un solo giorno senza essere felici.
Oggi, finalmente, ho l’occasione di ringraziare chi la vita me l’ha data e mi ha dato anche la possibilità di viverla nel miglior modo possibile: mamma e papà, che una volta erano una cosa sola, oggi sono una lotta continua, ma restano due stelle polari, due punti fermi, due certezze, due ancore.
Oggi, finalmente, ho l’occasione di ringraziare una persona che dal primo giorno in cui sono nata ha creduto in me più che in chiunque altro ed in me ha riposto ogni preferenza, il mio angelo custode, la mia nonna Gianna.
Oggi, finalmente, posso ringraziare le mie sorelle, Fiorelisa ed Arabella, sangue del mio sangue, quel porto sicuro nel quale troveremo sempre riparo, si chiama fratellanza ed ha la forma di una casetta, anzi, di tre.
Oggi, finalmente posso ringraziare i miei nonni che non ci sono più, che hanno lasciato questa terra con un sorriso, solo perché il loro gomitolo colorato era finito, ma che hanno dato il massimo per i loro figli, talmente tanto che l’eco è arrivato fino all’orecchio di noi nipoti e ne facciamo tesoro.
Oggi, finalmente, posso ringraziare tutte quelle persone che ho scelto, che il destino mi ha fatto incontrare e che ho deciso di abbracciare e tenere strette, anche solo per un momento, anche solo per un periodo, di questi tre anni in particolare e che mi hanno insegnato qualcosa, di me, di loro e della vita.
Grazie quindi al Team Piccionaia, un clan insostituibile, in particolare a Lucia, alla sua onestà ed amicizia vera, ad Alice, alla sua testa dura che nasconde benissimo un cuore grande, a Luca, perché è stato la mia famiglia e darebbe la vita per me, a Luza, perché ha saputo apprezzare anche e soprattutto l’ultima me, la più vera. Grazie a Marco, fuori da ogni team universitario, ma dentro ad uno più importante: il nostro, su una lunghezza d’onda tutta packaging e start up.
Grazie a chi ha toccato la mia vita a Siviglia, tutti, in un modo o nell’altro, l’avete cambiata, grazie soprattutto a chi continuerà a farlo. Grazie a Monse, compagna d’avventure e amica vera, dal primo sguardo, a Pedro, un coinquilino diventato fratello, ad Eduardo, che mi ha insegnato che l’amore non ha sesso, a Carlo, che mi ha regalato tutto ciò che c’è oltre la copertina, a Valentina, al suo sorriso sempre connesso con il mio, a Federica, perché è arrivata per restare, a Ilenia, perché mi ricorda ogni giorno quanto faccio bene a credere nell’umanità, a Eugenia, che sa cosa significhi essere lieti, a Francesca, ai nostri viaggi, senza dubbi, a Gabriele, per tutto il cuore che abbiamo lasciato su quel molo, ad Angelo, che mi ha mostrato come sarà il futuro, a Mariana, a Valentina, a Sylvian, a Giovanni, a Ramiro, a Filippo, a Francesco, a Sara, a Roberta, a Dario. E a Giulio, aun que inesperado, che non mi mancherà mai più di quanto sarò felice nel rivederlo, che ha condiviso con me gioie e dolori dell’ultimo mese d’Erasmus e dopo ancora, che ha sopportato tutta l’ansia, l’emozione e l’entusiasmo che ha preceduto e seguirà questa tesi.
Grazie ai Fenomeni, in particolare a Gianna, che è e resterà un fratello, oltre tutte le promesse, oltre tutti, a Lorenzo, alla sua maturità, alla nostra tenacia ed al suo appoggio, alla Puglia.
Grazie alle mie compagne del liceo, a quelle che sono rimaste, a quelle che il tempo ha solo migliorato, senza cambiarle più di tanto, a Francesca, fedele sorella e compagna di tutto, a Elena, alla sua grinta ed alla sua corazza, ormai esplorata, ad Agnese, inguaribile matta, a Beatrice, sempre, dopo tutto, a Filippo, piccolo, grande uomo e amico, a Margherita e Chiara, da quando eravamo mocciose.
Grazie a “Quelli della Valla”, da tutta la vita e per tutta la vita, in particolare a Elena, Lorenzo, Ciotti, Simone, Martina, Stefano e Carlo, amici senza tempo. A Nicola, il mio salvavita. A Mirko, perché se non fosse per quella piattaforma, forse, fino a qui, non ci sarei nemmeno arrivata.
Grazie a Simone, perché non sarei la persona che sono oggi, e questa tesi non sarebbe giustificata, se non avessi condiviso con lui l’ultimo anno del mio liceo, se non fosse stato la mia squadra, se non ci fosse stato Stay O’ Party, la Junior, se non avessi sbagliato.
Grazie a Lorenzo, al mio migliore amico, alle nostre cene, ad un’amicizia infinita e pura. All’Amicizia. A Luigi.
Grazie a Michele, perché c’è sempre stato, anche quando ero a 2000km da casa, costantemente, più di tutti, perché mi ha aspettata, abbracciata e mai lasciata andare.
Grazie a Lucas, perché nel bene e nel male è cresciuto con me. Grazie a Noemy, amica a distanza, ma sempre più vicina di tantissime altre.
Grazie a Beatrice, piccola Dolly e già grande donna.
Grazie ad Alessandria, grazie a Siviglia, grazie a Casale, grazie a Santa Margherita, grazie a Bon Iver, grazie a Bianco.
Grazie a chi ha sempre creduto in me, grazie al mio relatore, Leonardo Falduto, che è tra queste persone, non solo un professore, ma un grande esempio di vita, di professionalità e di umanità.
Grazie a Marco Novarese, punto di riferimento per tutti noi, senza di lui l’università non avrebbe avuto lo stesso sapore.
Grazie a quelle persone che hanno incrociato la loro vita con la mia, solo per qualche ora, ma abbastanza per lasciare un’impronta indelebile nel mio cuore e nel passaporto. Grazie quindi a quel magazzino d’arte in Camden Town, a Faizail. Grazie al buon Fabio, alle vie buie di Tangeri, al Marocco.
Grazie a chi mi ha spalleggiata, a chi mi ha ammirata, incoraggiata e motivata. Grazie a chi ha cercato di umiliarmi, di abbattermi, d’intralciare il mio percorso, di rallentarmi, di demoralizzarmi, grazie perché non ce l’ha fatta e mi ha dato un’occasione in più per dimostrare a me stessa ed a chi invece mi vuole bene, quanto valgo.

Grazie a questi tre anni, sarò lieta e sarò grata nell’avere quello che la vita mi riserverà dopo questa tesi.

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Come noi nessuno mai

Da quando mamma mi diceva per la prima volta “saluta il mare, digli che ci vediamo l’anno prossimo” sono passati 19 anni, eppure non ho ancora imparato a non piangere il giorno in cui devo partire da Santa.
Più o meno quello che succede in tutte quelle occasioni in cui non vorresti andare e poi la situazione si evolve in maniera tale da desiderare di non tornare più.
Questa vacanza dura da tutta la vita ed ogni volta è la stessa storia.
Quando eravamo ragazzine contavamo i giorni, passavamo l’ultima settimana ad anteporre il termine “ultimo” davanti ad ogni azione. “Ultima partita a carte” “ultimo gelato” “ultima serata agli scogli” “ultimo bagno”. Ricordo l’Ipod di Elena e le canzoni dei Finley nelle orecchie, lacrime e sangue.
Poi ci siamo evoluti “ultimo Covo” “ma dai che ci vediamo alla Vogue” “quando sei a Milano scrivi” “cosa facciamo a Capodanno?”…
Ma siamo sempre noi. La stessa solfa. La stessa storia.
Amici di una vita, new entry, amici di una settimana, amici di amici, amici di una sera.
Sarà che ogni anno che passa diventiamo sempre più grandi, sempre più autonomi, sempre più liberi di viaggiare e ci spostiamo, siamo passati da 3 mesi a Santa, a 2 a 1 a qualche settimana, cerchiamo gli incastri perfetti, i periodi giusti, le occasioni… ma ogni volta è la stessa storia. Non c’è mai paragone.
La Valletta, 9.30 Simonetti, 10.00 Baretto, casa Bonzano in pre serata, scroccare piscine, il compleanno di Lavi, i braccialetti, i gavettoni a ferragosto, il Covo, Garibaldi, la revival, le carte, le gare di tintarella, i mercoledì a tema, gli scandali interni, limoni e litigate, l’organizzazione che non è mai troppa, la voglia di fare che non è mai abbastanza, i motorini, le pizze d’asporto, “Non succederà più”, il carnevale, i genitori di tutti, i ricordi leggendari, le persone sparite, le promesse, le cene a casa Airaghi, i tavoli balzati, Tiziano Ferro random, i temporali estivi, la barca di Ele, la terrazza di Ele, i bagni di notte, “te ne devi andare” e “oddio l’hanno messa”, i concerti privati a casa Mainardi, miss Santa, il Miami, i gradoni, cantare a squarciagola in qualsiasi occasione, farsi riconoscere sempre, le cene a Portofino, gli aperitivi, la campanella delle 4 e i bomboloni del Claudio, Pier fisicato, metal slug e puzzle bobble, calcetto e ping pong, 2 ore di attesa dopo il bagno, Elena con il braccio rotto, il ciambellone, intrufolarsi nelle cucine, i MiGames, il Just Wine, la famiglia Bonelli, le mie sorelline, i divanetti, il set fotografico, sorelle e fratelli, le coppie nate e scoppiate, i contatti internazionali…
Potrei continuare per ore.
Cosa c’è di strano?
Emozioni estive, emozioni da vacanza, ma emozioni solo nostre, impercettibili.
Un anno in giro per il mondo, ognuno nel suo, per poi ritrovarsi, come se nulla fosse cambiato, nel nostro habitat, nella nostra casa, come ogni famiglia che si rispetti.
Perché non c’è mai stato paragone e mai ci sarà. Grazie a tutti, belli, brutti e farabutti.
Vi voglio bene.

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For Eva

Guardando il mondo attraverso un vetro graffiato del treno delle 12:34 per Alessandria noto l’incisione sotto una pensilina della stazione di Valmadonna, “Ila+Sara amiche xs” e la domanda sorge spontanea: “A quante delle amiche a cui scrivevo TVUKDBXS ho smesso di volere bene? O semplicemente di sapere se vivono? O come? ” alle medie era un’abitudine, prova a non scrivere “per sempre” in una letterina e la tua amicizia non è vera. Forse è quella la prima delusione, il primo momento in cui smetti di credere nei per sempre, nell’estate tra la 3ª media e la 1ª liceo, quando cerchi di mantenere contatti con persone che quando vedi ora in via Roma non ti salutano. Ma davvero ti sei dimenticato di me? Oppure fai finta di non vedermi? Io ti saluto lo stesso, chissenefrega. Tra i fili dell’alta tensione s’intravede una luna uguale a quella della dreamworks, che bella giornata. Sorrido alla gente, anche a quella che non conosco, soprattutto alle nonnine con la faccia simpatica, sorrido a volti conosciuti, ma che non associo immediatamente ad un nome. Anche qui ha piovuto bene e solo se ci penso mi viene un po’ di fame. L’arietta non è torrida come al solito, grazie a Dio. Buon appetito, mondo.

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Un’amica

Un po’, dentro. Se guardi si vede dagli occhi, con il mascara buttato, dalle mani, quando velocemente sistemano il ciuffo un po’ crespo, in un gesto rapido, furtivo, quasi a non voler rendere manifesto il piccolo momento dedicato a sistemarsi, con un po’ di disinteresse.
È triste quando si tocca ansiosamente le dita. O quando con il polpastrello intero scorre il pollice sullo schermo dell’i phone, con foga. È triste quando prende lo zaino di peso e se lo sbatte sulla schiena, quando chiude la giacca e mette le mani in tasca tirando queste verso il basso, quasi a volerle deformare.
Però è felice, quando sorseggia il caffè e lo gira, insistentemente con la bacchetta trasparente. È felice e un po’ spaventata quando pensa al futuro, ma ci pensa con assoluta rassegnazione. È felice quando Matteo l’abbraccia e lei, grande, ma piccolina, si sente stretta e protetta in un cerchio chiuso, con lui, che non vuole vedere inizio ne fine.
È felice quando c’è il sole e può mettere gli occhiali da bambina, che però dimostra 10 anni in più e una carriera già avviata, sempre di corsa, sempre di fretta, una figa. È felice quando si siede dopo una sfacchinata e per un attimo apre gambe e braccia come nei cartoni animati gli animali con la lingua di fuori. 
Quando fa il suo dovere è solo soddisfatta, sembra che si tolga un peso “un dovere in meno ✔”.
È soddisfatta anche quando in uno dei suoi momenti tipici di silenzio riesce a cogliere qualcosa che, se avesse parlato come sta sicuramente facendo qualcun altro, non avrebbe udito.
Rende felice me quando pensa al futuro e si pone le mie stesse domande, non mi fa sentire sola.
Immancabilmente, in un momento di tristezza o di gioia, ma soprattutto quando tira fuori i denti e chiude un po’ gli occhi azzurrissimi, per dare spazio al suo nasino, che anche se volevamo farci sciare qualcuno sopra, le dona così tanto, io le voglio immensamente bene, comunque, senza dubbio alcuno.
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Supermercato d’emozioni

Scontato, come Cade la pioggia dei Negramaro in una giornata come questa.
Scontato, come Wake me up when september ends dei Green Day appena tornata dalle vacanze estive.
Scontato, come November rain dei Guns N’ Roses in una buia giornata di novembre.
Scontato, come i prodotti della coop invenduti.
Pensa a quante persone avresti potuto conoscere se non avessi rifiutato l’amicizia a chi non avevi mai visto.
Ricercato, come It’s a beautiful day in una giornata uggiosa.
Ricercato, come Bon Iver.
Ricercato, come quello spacciatore che hai visto l’altro giorno che ti ha fatto perdere il tempo di girare attorno ad una macchina.
Pensa se ogni goccia fosse davvero una lacrima di Dio, che sensi di colpa dovrebbe avere l’umanita.
Infattibile, come lavarsi i denti con l’acqua calda.
Infattibile, come ascoltare davvero la musica con una sola cuffia.
Infattibile, come dormire bene su un pullman.
Infattibile, come crescere senza smarrirsi ogni giorno.
Pensa se non avessero messo la pubblicità nei video di Youtube quanti film in meno avremmo visto, quante canzoni in più avremmo ascoltato senza chiudere la pagina scocciati.
Dolce, come la musica classica.
Dolce, come il ticchettio ritmico dei tacchi per strada, che ha lo stesso suono della pioggia sui vetri, solo meno leggiadro.
Dolce, come il profumo dei biscotti fatti in casa in una giornata ispirata.
Dolce, come i gesti naturali, le mani che s’intrecciano, l’ombrello che ti si apre sopra la testa, l’auricolare offerta, il caffè pagato, la mano allungata a chi è caduto, la portiera aperta, la sedia spostata, il fiore raccolto e regalato.
Pensa se potessi fermare il mondo e guardare nei cuori di tutti con un’occhiata.
Insipido, come svegliarsi in casa da soli, nel silenzio inquietante di un cielo grigio.
Insipido, come la pasta senza sale che ci hanno dato martedì, ma in compagnia ha tutto un altro sapore.
Insipido, come lo sputo di quello che cammina davanti a te e non ha ritegno.
Insipido, come una bestemmia che esce spontanea e irrispettosa.
Pensa se ogni giorno qualcuno ti svegliasse con un sorriso, o più semplicemente se qualcuno ti sorridesse appena sveglia.
Soave, come un ‘ti amo’ sussurrato in un momento di disperazione.
Soave, come alzarsi e sedersi accanto a qualcuno che sta male, in silenzio, offrendogli della musica e una carezza, semplicemente essendoci.
Soave, come la canzone che canticchiavi da tutto il giorno che parte alla radio.
Soave, come le lacrime che si mischiano al the caldo, ai pensieri più brutti, che diventano più leggeri una volta usciti dalla bocca.
E penserò a voi, ogni volta che berrò un the caldo. Penserò a voi quando fuori diluvierà e piangerò silenziosamente dietro ad un vetro, scaldandomi le mani sulla tazza. Penserò a voi, al vostro futuro, alle nostre strade che si sono intrecciate e poi separate. Penserò a voi sulla metro, con i sacchetti della spesa in mano, i capelli sfatti, una cuffia che non riuscirò ad infilare nell’orecchio perché avrò le mani impegnate. Penserò a voi dopo una giornata di studio intenso quando vorrò calmare lo stomaco. Penserò a voi guardando le luci delle città, dall’alto, penserò a quando l’ultimo anno del liceo siamo andate a Parigi e le nostre anime si sono toccate, in un momento qualunque, per ragioni stupide, penserò a voi e al bene che ci ha legate e ci legherà sempre, nonostante le nostre strade si allontaneranno. E penserò alla tav, alle manifestazioni nella val di Susa, dove siamo passate per attraversare il Frejus, penserò che ci sono molti modi per non allontanare davvero le strade.
Vi porterò nel cuore qualunque sarà il nostro destino e nonostante queste parole diventeranno aria in balia delle intemperie, io saprò che sono riuscita a far toccare la mia anima a qualcuno che sapeva con che mani prenderla.
Pensa se non esistesse l’amicizia: niente sarebbe più scontato, ne ricercato, ne infattibile, ne dolce, ne insipido, ne soave. Pensa se non ci fossimo incontrate: tutto sarebbe più scontato, infattibile, insipido.
Penso che grazie a voi tutto è diventato più ricercato, dolce, soave.
Grazie.

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