Perché meno avrai e più sarai bravo a donare

C’è una giornata all’anno in cui striscio senza ritegno e non per me, si dà il caso che quel giorno fosse oggi: la domenica prima di Natale. Quando ormai allo studio si può soprassedere ed il clima di festa m’invade, invade le strade e le persone. Me ne esco da sola, con mille programmini, che prontamente si rivelano fallimentari. Uno schemino accurato sull’agenda: mamma -> regalo, papà -> regalo […] e poi cambio idea, una, due, tre volte e ancora, mi faccio tenere le cose per 10′ “se non trovo altro”. Mi prefiggo un tetto massimo, che puntualmente sforo, con un “chissene frega, è Natale, se non adesso quando?”. 
È Natale. 
Non posso trattenermi, devo per forza svuotare il portamonete nella custodia del violino, davanti a quei 3 artisti. È Natale e già immagino le facce delle mie amiche quando apriranno il regalo, quelle fenomenali che me lo apriranno sotto al naso, subito, impazienti e quelle che, come me, lo riporranno sotto l’albero, in attesa. Immagino loro, cercarlo per me. Immagino la mamma, che pensa sempre di aver trovato il regalo giusto e magari fa cagare, ma non si può dire e poi cosa importa? È Natale, una cazzata in più, non fa mai male. Ci sono regali studiati, regali dell’ultimo minuto, regali piccolissimi, ma con un enorme valore, regali grossi e regali da riciclare. Immagino i vostri occhi, pieni di curiosità, tentati fino al 25, tentatissimi e poi sorridenti, grati, contenti, dopo aver stropicciato la carta o dopo averla accuratamente ripiegata, per riciclare anche quella. E allora scelgo bene anche la carta.
Vedo mani che volano sugli scaffali, c’è un po’ di agitazione nell’aria, mentre io invece la vivo benissimo, non ho ancora comprato nulla e mi guardo attorno, in attesa dell’idea vincente, di quella convincente, di quella utile. Mi sento un po’ come i mariti che si rannicchiano negli angoli dei negozi, sulle panchine degli outlet,  per cercare d’ingombrare il meno possibile e nella speranza che le mogli non li vedano o almeno non l’interroghino, mi rannicchio dentro di me, canto a voce alta, sorridendo come un ebete e auguro “Buon Natale” a chiunque ricambi il mio sorriso. È Natale, mi tornano in mente tutti i regali fatti, che in un giorno qualsiasi dell’anno, ho visto usare, i regali utili, apprezzati e sfruttati. Così trovo altre idee stupide, ma utili e vado alla caccia. Il bottino è ricco, la tavola imbandita e torno a casa felice. Finalmente in clima natalizio, finalmente pervasa. Speranzosa, anche quest’anno, che Natale sia un pretesto per avvicinare e condividere, più del Natale scorso e meno del prossimo.
Non so se sia più bello riceverli o farli, i regali, a Natale. So invece con certezza che, dopo questo pomeriggio, il sorriso non me lo toglierà nessuno, da qui al 25 almeno!
Buon Natale a tutti i generosi, che decidono di regalarsi, ogni giorno.

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Eternit(à) per la giustizia.

Nera di rabbia, ma accesa di speranza, scrivo nella speranza che non venga prescritto il rispetto, almeno quello.

Se c’è una cosa che dovrebbe essere eterna è la giustizia.

Nulla oggi lascia spazio alla serenità.
Nulla lascia spazio al silenzio.
E così dev’essere.
Nella home di Facebook solo notizie, parole che risuonano, forti e chiare,
articoli, fotografie: sdegno. Lo sfondo che le accomuna è il tricolore, le
parole ETERNIT e GIUSTIZIA. Un connubio per chi si dimena, urla, con tutte le
armi in suo possesso, per chi ancora un po’ ci crede e non può smettere, in
quel tricolore. Perché non c’è altro modo.
Quando vivi a Casale Monferrato lo sai. Cerchi di non pensarci, ma lo sai: da
un giorno all’altro arriva, come un fulmine a ciel sereno, non puoi accettarlo,
ma lo sai. Toccherà te o il tuo vicino, ti sfiorerà di pochi millimetri,
penserai di averla quasi scampata, scapperai, ma lo porterai con te, dentro di
te. Magari lo stiamo già custodendo dentro di noi, questo amico, che un giorno
verrà a farci visita senza preavviso. Ne hai già visti, ne hai già toccati, l’hai
respirato e lo respiri tutti i giorni: l’ossigeno della morte.
La sensazione, oggi, è di un brivido continuo, di occhi gonfi, di lacrime che spingono,
spingono e spingono senza uscire, perché non è il caso, la rabbia le trattiene.
Dove sono i nostri cari? Cosa si aspettano da noi? Cosa si aspettavano dalla “giustizia”?
Non può essere un concetto così effimero, non mi arrendo.
A cosa dobbiamo appellarci? A chi? Dove? Su questa terra c’è ancora modo? C’è
ancora tempo? C’è ancora spazio nei cimiteri?
Non so più cosa pensare e mi lascio attraversare, da tutti questi tremolii, da
questi attacchi di sdegno, di tristezza, di paura. Ma che dico di paura, di
terrore.
Eppure, non posso fare a meno di condividerla, anche io, questa bandiera,
perché, nel dubbio, non ci affidiamo completamente a quella divina e, se anche
fosse, non ci sembra abbastanza, la “giustizia”.
Ci crediamo ancora.
E siamo in lutto.
Un lutto nero, ma acceso. Un lutto forte, luminoso, che si fa sentire, anche in
silenzio, a gesti, ad immagini. Acceso di speranza, perché quella non va in
prescrizione. Potrà nascondersi dietro alla rabbia, ma la teniamo stretta,
insieme all’amore ed al rispetto per chi non c’è più.
Per chi ha sofferto e per chi soffrirà, perché è un olocausto che respiriamo
quotidianamente.
Per loro e per noi, la speranza, rimane viva e va alimentata, con le unghie e
con i denti.

Se c’è una cosa che dovrebbe essere eterna è la giustizia.
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Entropia interstellare e mentale

Carpe Diem,  cogli l’attimo, olocene, qui ed ora. 
Corro a casa, ho dimenticato le chiavi, suono con insistenza, non mi strucco neanche, infilo il pigiama e cerco la colonna sonora giusta. Non posso perderla questa.
Non è vero che devo scrivere di tutto, non credo di essere in grado di scrivere di tutto, men che meno di cinema. una critica cinematografica non credo uscirà mai dalle mie dita, fino a quando non incrementerò almeno del 325% la mia cultura. Ciò premesso, non posso non fermarmi, non dedicarmi, a questo capolavoro.
Capolavoro potrebbe sembrare già una sentenza, ma è soggettiva. Per me lo è.
Sono ancora agitata, cerco e vorrei aiuto, ma se mi soffermo non so dove potrei trovarlo, se non dentro di me.
Cos’è successo di così grave? Ho semplicemente visto Interstellar.
In molti lo aspettavano, in tanti l’hanno visto, la sala era piena anche stasera, chissà che sensazioni si portano a casa loro, ho sentito commenti sulle scelte degli attori e sulle parti assegnate, apprezzamenti e menefreghismi. A me non ha toccato. Sono uscita da quella sala completamente sbigottita, con una miriade di domande in testa, con un’ enormità di punti interrogativi.
Il tempo, lo spazio e gli affetti, sono i 3 fuochi.
Il tempo.
Non so dove potrebbe portare questo discorso, ma se penso al tempo il mio cervello come prima immagine vede un orologio, è una semplice associazione mentale: il tempo mi rimanda subito alla sua unità di misura, che vediamo scorrere nelle lancette. La dilatazione temporale è una cosa che posso accettare, ma non comprendere. Che il tempo scorra diversamente e si possa andare avanti più velocemente, lasciando tutto e tutti indietro, mi traumatizza. Non mi sono mai soffermata  così tanto sul tempo, se non nelle nottate in cui passiamo da ora legale ad ora solare e viceversa, mentre cerco d’incastrare quel tempo perso e quello guadagnato con la vita vissuta in quelle ore. L’unica soluzione che posso escogitare per sfuggire a quest’ansia è godermelo, tutto, viverlo e sfruttarlo.
Lo spazio.
Lo spazio è un’idea che mi martella più spesso. Alzo gli occhi al cielo, di notte, e guardo l’infinito.  L’infinito. Dove passa quest’infinito? Come fa a non arrivare da nessuna parte? A non avere una meta? Cos’è l’infinito? Ancora non ho compreso come sia possibile che ci siano 3 dimensioni, come posso pensare a 5? Mi crogiolo attorno alla parola “infinito”, focalizzando anche il suo simbolo di 8 rovesciato, che ben trasmette l’idea dell’infinito stesso, un poter continuare ad andare, girare, fare, senza mai arrivare. Assolutamente inarrivabile, non solo fisicamente, ma per la mia mente, non ci arrivo, non lo vedo, non lo spiego e quindi non lo concepisco. Eppure è così,  fino a prova contraria. E comunque anche la prova contraria non ci basterebbe, quindi prendiamo quel che viene.
Gli affetti.
Sebbene l’intenzione di Nolan potesse essere quella di sottointendere che l’amore sia il vero grande motore vitale, mezzo grazie al quale poter raggiungere tutte le soluzioni, rispetto agli altri temi che prevalgono il film, passa assolutamente in secondo piano, ma merita attenzione comunque. 
In primis è chiaro e palese che i legami di sangue siano forti e trascendano tutte queste dimensioni e tempistiche, così come l’amore. Mi ha fatto particolarmente specie vedere l’ostinazione in Marphy, giustificata dalla speranza, che non lascia trasparire fino all’ultimo, dalla fiducia in suo padre. La fiducia, quando c’è di mezzo il sangue, è ossigeno. Altrettanto stupore mi ha lasciato vedere l’atteggiamento completamente differente di due uomini trovatisi al punto di non aver più nulla da perdere: Mann, che giustifica il suo voler salvare se stesso, con un voler salvare l’umanità, fino a perdere anche se stesso. E poi Matthew, che non ha esitato a sacrificarsi, venendo in teoria ripagato da questa quinta dimensione. Lui, che dopo essersi sacrificato una volta,  lasciando i suoi figli, per poi doversi lanciare, ancora, dopo aver completato ogni suo obbiettivo: salutare e farsi perdonare da sua figlia.
Così,  si chiude, lasciandomi li a pensare alla vita, alla morte ed a cosa c’è nel mezzo, a come spendere me stessa, per trovare risposte.
Pensieri, sconnessi pensieri dai quali sono stata travolta dopo aver visto e sentito questo spettacolare film, che non mi ha detto niente, mentre mi ha detto tanto. Tutti gli interrogativi dell’umanità racchiusi in una sala dell’Uci per 3 orette. Oltre alle domande mi rimane quello stesso senso di consapevolezza con cui ero entrata: l’amor che muove il sole e le altre stelle, è l’unica cosa che, anche in questo caso, riusciamo ad immaginare possa battere anche la gravità. Non sappiamo perché e non vogliamo neanche chiedercelo, ci prendiamo il tempo per viverlo, dilazionandolo a nostro piacimento, nei nostri cuori. Ci prendiamo lo spazio, tutto quello che sogniamo e tutto quello che riusciamo a toccare, ad attraversare, a concepire. Ci catapultiamo in altre dimensioni, lasciando fermo il corpo, ma lo facciamo.
Così, nonostante il momentaneo desiderio d’iscrivermi ad ingegneria , perché in questo istante il resto pare effimero e piccolissimo , rispetto all’universo, così provo a dormire.
Un senso di piccolezza ed inutilità mi pervade, ma credo che tutti abbiano un utilità, esattamente come nulla accade per caso, anche solo essere la ragione per tornare, il motivo per tentare, la molla di qualcuno.
Lasciatevi dunque attraversare, se già non l’avete fatto, da questa botta di vita.

Nel mentre, vado a dormire anche io.

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A casa di Dio

La luce del sole che risorge, dopo la tempesta, dopo le alluvioni, questa domenica, attraversa prepotente le vetrate colorate del Duomo, proiettandosi su tutto quello che incontra: persone, colonne, pavimenti, sedie e tende. 
Davanti a me c’è una coppia di 30 enni con una bambina dolcissima, di pochi mesi, ha una carrozzina color tortora, abbinata ai leggins minuscoli, una magliettina rosa, come la copertina, e gli Ugg rigorosamente rosa, che paiono portachiavi, con una giacchetta elegantissima, anche quella grigia. 
Sulla panca in legno solo mamma e papà, ad affiancarla, cercano di concentrarsi sulle parole del Don, senza perdere mai di vista, con la coda dell’occhio, la pargolina. A 50 centimetri da me, imperterrita, passa la messa a giocare con la coperta, sorridendo, facendo versetti e rispondendo a qualche altro bebè che versetta vicino. La parabola dei talenti sembra divertirla particolarmente: agita quelle manine come fossero già le sue armi, le apre e le chiude con tutta la sua forza per afferrare la copertina e trattenerla a se. Dice tutto senza nemmeno parlare “è rosa, è la mia copertina, la tengo io”. Chissà di quali talenti è stata investita, lei, così piccola e così viva, lei, che riesce a sorridere anche senza denti, a trasmettere felicità senza nemmeno saper pronunciare “mamma” nè “papà”.
È quasi ora della benedizione finale quando la mamma estrae dalla borsa un piccolissimo poncio marroncino e pesante, si gira lentamente verso la baby e la vedo. Circa 30 anni, un fisico giovane e tonico, nonostante la recente gravidanza, capelli boccolosissimi e scuri, Nike fuxia da corsa, calzino corto bianco e piumino bluette. È struccata, ma rilassata e sorride con premurosa dolcezza, è circondata dall’aurea della neo maternità, quella che mi ricorda Edward Cullen quando luccica al sole. Lentamente si avvicina alla primogenita e con un’attenzione maniacale fa passare il poncio dalla testolina, per poi incastrarlo tra i manici del passeggino, spostando la bimba innumerevoli volte fino ad essere certa che sulla schiena non ci fosse alcuna piega e nulla possa infastidirla. Trascorre non so più quanto tempo ed io sono qui, incantata, ad osservare i suoi gesti lenti e delicati, su quel piccolo tesoro da poco sfornato, con una calma ed una serenità, probabilmente  accentuata dal luogo sacro in cui si trovano, che mi incantata.
È ora del canto finale ed escono, prima ancora dell’ “andate in pace”, loro non ne hanno bisogno, loro sono già la pace. Avanzano mamma e figlia, seguite a ruota da papà. Avanzano a braccetto con la pace, con la loro bontà, vicinissimi, lasciando trasparire tutta la gioia che li accompagna da quando sono diventati un trio.
Il potere della vita.

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La cura

Premessa: non curo abbastanza il mio blog, è che ho problemi d’ispirazione. Mi viene nei momenti meno opportuni: sul cesso, sotto la doccia, a testa in giù su un’altalena, sul tetto di una macchina non mia. Tutti luoghi poco consoni ad aprire un Acer, che si accende troppo lentamente rispetto ai miei pensieri e sfogarmi sulla tastiera. Così abuso delle note dell’IPhone, che sono una mineria d’oro, almeno, le mie, ma non sempre le condivido. Ma a voi che interessa?
Questo è quello che è venuto fuori da una serata, di un lunedì qualsiasi, di ottobre (il mio mese), giorno in cui inizia la settimana ed il cinema costa 5 euro. Quindi, leggete pure tutto e tenete quello che vi va. Anche gli errori di grafia che non ho intenzione di correggere.
Buonanotte.

Quelle cose
che gli umani non possono immaginare.
Per esempio, i comuni mortali credono che i panzerotti migliori siano da Luini,
ma si sbagliano. In un vicolo, a Venezia, insieme a Petronio, dimorano,
nascosti alle grinfie del mercato cinese, i panzerotti più libidinosi che abbia
mai mangiato. A pochi prediletti quest’onore.
A Vienna, per dire, ho iniziato ad odiare i Krafen, un odio che non avete idea:
non riesco più nemmeno a vederli. La gola, nel cortile dell’umile dimora della
principessa Sissi, prese il sopravvento sulla ragione e mi feci rapire da una
palla di pasta, immersa a vista nell’olio bollente, infilzata da un portasapone,
riempito di crema pasticcera. Al primo morso volevo già morire. Fortunatamente
c’erano papà e sorella spazzatura, a spazzolarne l’avanzo.
I comuni mortali, non sanno, fortunatamente, che dopo aver visto un film che mi
piace, impazzisco. E non ammettono che i film si debbano vedere o con le
persone giuste, o da soli, perché è così cattivo sentirsi su un piano diverso
rispetto alla persona che lo guarda accanto a te, piuttosto scansatevi. E per l’amor
del cielo, lasciate quel culo sulla poltroncina fino alla fine dei titoli di
coda. Come fate a dire di aver visto un film se non leggete i titoli di coda?
Mi sono resa conto di quanto fosse strepitoso Come un tuono, solo quando alla
fine è partito Bon Iver, pensate se fossi andata a casa prima.
E poi c’è il polpo con le patate di Porto Venere, da Iseo: la fine del mondo. E
dopo una vita di tremesialmareogniestate ne ho mangiati di polpi patatosi, ma
nessuno così. Piacere puro.
E’ tutto il giorno che mi dimentico di Twittare “Iniziate la giornata con una
qualsiasi forma d’arte e chiudetela allo stesso modo, tutto avrà più senso”.
Non so nemmeno se ci sarebbe stato entro quei benedetti caratteri, ne se
sarebbe stato più apprezzato, o difeso, di Fedez, dopo i super complimenti
ricevuti quest’oggi dalle alte cariche del nostro stato. Comunque. Iniziate la
giornata con una canzone e chiudetela leggendo un libro, oppure googlando un
quadro nuovo, assaporando un blog sconosciuto alla maggior parte, o guardando
un film, come preferite, ma prendetevi tutta l’arte che c’è nell’aria e
buttatela dentro, stringetela e non sprecatela.
Cambiamo playlist.
Ho intenzione di rientrare in quel negozio di vinili e farmi insegnare
qualsiasi cosa dal protagonista in carne ed ossa di Alta fedeltà (o almeno io l’ho
visto così). Immaginatevi di andare a vivere in una nuova casa, in una città
che conoscete un pochino, in una via del centro, una di quelle vie in cui siete
convinti di avere tutto a portata di mano: il calzolaio, la panetteria, quattro
bar nel giro di 20 metri, una pizzeria, una vineria, il kebabbaro, il
Libraccio, Tigella Bella, persino un negozio di abiti firmati usati (Dejavù,
fateci un salto, ho fatto l’acquisto della vita qualche settimana fa, potrebbe
andare bene anche a voi), farmacia, abiti vintage e poi c’è lui: quello che non
avevate messo in conto, che non vi aspettavate, che non cade all’occhio, che non si
vede, uno di quei negozi che se lo vedete quando andate in giù e lo cercate quando
tornate indietro, rischiate di non vederlo più. Vedete prima il legno, massello,
scuro, poi i vetri, quei vetri un po’ vecchi, ma non troppo, che vengono
puliti, ma non nel modo giusto, quindi sono un po’ aloneggianti, un po’ tanto a
vederli con la luce del mattino. Dietro a quegli aloni ci sono una decina di
vinili, appoggiati a mensoline di legno larghe dieci centimetri, non so ancora con
quale criterio siano stati scelti per il primo impatto con il pubblico. Li vedi
e non li vedi. Cambi la messa a fuoco e trovi il paradiso. Scatoloni e
scatoloni, pieni di quei grossissimi e troppovintageperessereveri dischi. E
allora vorresti entrare, ma sulla porta c’è scritto “torno subito”.
E allora torna.
Una persona normale si aspetta che in un negozio di dischi, come minimo, vada
almeno la radio. In un negozio di vinili, almeno un giradischi, anche solo di
presenza. Ed invece no. C’è solo il sottofondo del mondo circostante, attutito
dal parquet.
Io ci voglio passare almeno 48 ore lì dentro. Io voglio tornare e dire al
figlio di Nick Hornby (cacchio è pure pelatino) che mi deve insegnare tutto.
Torno lì, con Rob Fleming e la sua storia, in omaggio ed in cambio chiedo un po’
di cultura musicale. Ci starà?
Così.
Ho questi problemi.
Domani vorrei alzarmi, mettere due stracci in uno zaino e partire per un “Mangia,
prega, ama” a modo mio, un po’ più articolato. Una cosa tipo, mangia, mendica,
canta, prega, ascolta, fermati, cammina scalza, ordina e scappa, vola,
ringrazia, piangi ed ama.
Ci pensate a piazzarvi tutto il giorno su una panchina semplicemente a guardare?
Oppure a caricare fino al 101% l’iPod e girare per la città cantando a
squarciagola?
A tuffarvi vestiti nell’oceano?
A farvi un panino seduti in un angolo, accanto al barbone più sorridente?
Ad inseguire una nuvola scelta alzando gli occhi al cielo?
A ballare alla fine di una scala mobile della metro?
Ma cosa siamo qui a fare? Cosa fate ancora a casa con la mamma? Baciatela e
facciamo lo zaino.
Baciate lei e le vostre splendide sorelle, dite a papà che sarà per sempre l’uomo
della vostra vita, che cercherete un po’ di lui in qualsiasi persona dell’altro
sesso che vi troverete di fronte, affianco. Ditegli che per quanto ne cerchiate
uno migliore, non lo troverete e se per caso lo trovaste, tanto lo lascereste
andare da un’altra parte, perché siete delle teste di merda e nessuno è all’altezza
di papà.
Partiamo, ti prego, Doralice, andiamo, andiamo a sentire il sapore del mondo.

Tutti questi giri per arrivare qui, al mio nuovo punto fermo, che ha un nome: Erasmus,
ed un volto: il mio.

Voglio
entrare in un negozio qualsiasi, in una città qualsiasi, di uno stato
qualsiasi, con il Rob di turno, stanca, con un po’ di occhiaie, felice e
sorridergli.
Sorridergli con il cuore.

Che
faticaccia dev’essere non sognare…
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Ci morireste?

Non so voi, ma io mentre volo ho bisogno di leggere. Sarà che esagero, ma per una settimana ho portato 3 libri, la paura di restare senza era troppo forte. I movimenti, anche turbolenti, dell’aereo, convogliano la mia concentrazione sulle righe. Ne ho talmente bisogno che su un volo per Londra, in mancanza di altro, ho letto tutto il manuale della patente.
Non so voi, magari siete di quelli che ascoltano la musica e canticchiano, oppure dormite con la bocca aperta, incuranti di chi vi vede, o ancora giocate con le luci ed andate 15 volte al bagno, facendo impazzire il povero malcapitato accanto a voi. Io leggo. Da quando arrivo in aeroporto a quando arrivo all’albergo.
E non c’è niente di strano, fin qui. Non è strana nemmeno la collezione di foto pre-partenza alle mie cosce che fanno da letto al volume prescelto per il viaggio, tutto nella norma.
Ma chi di voi appartiene alla famiglia dei lettori-in-volo, si ricorda le emozioni suscitate da quel determinato testo?
No perché credo di avere un problema.
Ad un certo punto del volo, ogni volta, mi fermo e penso di avere il libro sbagliato in mano.
E se adesso cade? Che almeno bruci, così non scoprono che stavo leggendo un romanzo così superficiale. Che si perda il segnalibro, almeno non mi compatiscono perché a questo punto non posso nemmeno aver capito chi è il killer. Ma vaffanculo, che non cada questo maledetto aereo perché non voglio morire leggendo come ultime parole “L’estate è un sentimento.
E ognuno lo vive a modo suo.”
Va bene Cammilli, ok, ma io non voglio morire con un tuo libro in mano. Almeno potevi sforzarti un attimo di più su questa frase riguardante la fantomatica estate brava di queste due gnocche milanesi. 
Non ho ancora trovato un libro con il quale morirei. E se l’ho trovato non lo stavo leggendo in volo, quindi le probabilità di morire erano quotate -1,25 e non c’era nemmeno il brivido.
Ritento con il ritorno, Giorgio o Max, fatemi morire felice, se così dev’essere.
Fatto sta che, se non le avete ancora archiviate nei ricordi, è il momento di iniziare: trattenete il brivido, non come quelli che russano.

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Nel mio mondo perfetto

Nel mio mondo perfetto, avrei una casa a… Santa, Torino, Milano, Forte, Porto Cervo, Venezia, Madrid, Londra, NY, Miami, Roma.
Nel mio mondo perfetto, ogni estate sarebbe un tour del mondo, insieme alle mie migliori amiche di Casale, di Santa e di Alessandria. Magicamente amicone.
Nel mio mondo perfetto, la poligamia è donna.
Nel mio mondo perfetto, salverei solo una decina di amiche ed una ventina di donne-mito, per il resto, la misoginia regnerebbe sovrana.
Nel mio mondo perfetto lavoro per Google, ma non disdegno la vitaccia di Marchionne e men che meno della Wintour.
Nel mio mondo perfetto Zuckerberg ha un debole per le bionde e mi piazza al posto della Sandberg.
Nel mio mondo perfetto vinco 38000€ con un gratta e vinci, posso autofinanziarmi l’MBA e piangere di gioia dal mattino alla sera.
Nel mio mondo perfetto serve più di una vita per essere tutte le Doralice che vorrei.
Nel mio mondo perfetto mia madre riesce a farmi un complimento.
Nel mio mondo perfetto c’è un uomo, non importa il colore degli occhi e nemmeno quello dei capelli, ma le palle. Un uomo in grado di amare, lavorare, soffrire e scegliere.
Nel mio mondo perfetto esiste la meritocrazia e non il culo, esiste a prescindere dal cognome che porti.
Nel mio mondo perfetto ho anche il tempo di scrivere, la possibilità di pubblicare e vengo anche letta, da pochi, ma buoni.
Nel mio mondo perfetto l’egoismo è reato, ma non le sberle a chi le merita.
Nel mio mondo perfetto potrei anche avere le cosce molli, ma avrei comunque qualcuno disposto a pagare per baciarmi il culo.
Nel mio mondo perfetto, tra 30 anni, una diciottenne, piena di sogni, leggerà la mia biografia su wikipedia e crederà di potercela fare.
Nel mio mondo perfetto, nonostante le imperfezioni del mondo, esiste la felicità dietro ad ogni angolo di fatica.

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Rinascere e riscoprirsi, questo significa

L’aspetti, dalla terza inizi ad aspettarla, a sognarla, a progettarla, a fare il conto alla rovescia.
L’Università, questa Dea che profuma di futuro ed opportunità, di aria nuova e passi avanti.
Ho corso, veloce, fin da subito, a 4 anni e 10 mesi, l’asilo non faceva già più per me. Mi è sempre piaciuto andare a scuola, indipendentemente dai risultati, mi piacevano le classi, tant’è che ne ho cambiate 8. Ma non ero io quella indecisa, piuttosto i miei, i mi adattavo come il pongo, dove mi mettevano stavo, menavo tutti, comandavo a bacchetta e facevo subito amicizia (forse più io con gli altri, che gli altri con me).
E’ andata così: all’asilo ho annegato una tartaruga, ho fatto la pipì nel cestino, ho lavato i capelli ad una bambina sporca, non ho mai dormito e mi hanno cacciata alle elementari. Ho preso 12 note tra la prima e la seconda, ho fatto l’esame per andare in terza, sognavo di scappare di casa e costruirne una con i bastoncini di plastica del caffè (ho ritrovato i progetti in un diario di Rossana, insieme a tanti “Erik” infilati in cuoricini storti), avevo una compagna di nome Sabrina Casale. Ed è a Casale che siamo venuti, quarta, quinta, le medie, 1BL al Sobrero, matematica e fisica a settembre, 2B allo scientifico, dalla padella alla brace, in mezzo ad 11 stronzette.
Poi finisce.
Ho passato tutto il periodo pre maturità ad assaporare ogni singolo secondo di studio, ad ascoltare con dolcezza l’ansia che aleggiava nelle voci dei miei compagni, li ho guardati.
Giulia che si martoriava il ciuffo sinistro, Elena che prima di iniziare aveva già finito, Mattia che riusciva ad essere in ansia senza mai scomporsi, Chiara che prima ancora di sapere com’era andata si stava già incazzando, Ube che ha respirato, Biffi che si dimentica di girare il foglio di storia durante la simulazione, Marco che tirava fuori il cuore e le palle, Francesca che in quarta aveva già iniziato a scegliere quali giorni dedicare a quali materie, Agnese che non sa più quale parte del corpo toccarsi per scaricare la tensione…
Tutti, con il loro pregi e, perché no, soprattutto con i loro difetti, hanno segnato uno dei periodi più importanti della mia vita.
Ed eccola.
Arriva, anche lei, veloce, la temuta Maturità, gli scritti, i quadri, gli orali, penultima. In jeans, camicia bianca e azzurra a righe e Superga, con la mia solita originalità porto a casa il primo 30, d’orale. Che sommato a qualche altro merito e demerito totalizza un 84.
Il voto più inutile della storia della mia vita, ma una gran bella soddisfazione. Arriva quando siamo in prima fila a Santa, spensierate a prendere il sole, giusto per smuovere le acque e poi lasciarci alla nostra meritata estate.
Arrivano le batoste, dei test d’ingresso, le delusioni, le sconfitte, non le mie. Io ero ancora nel libro.
Scrittrice o faccia da culo? Faccia da culo o scrittrice?
Alla fine ha vinto la consapevolezza che, fino a prova contraria, le facce da culo fanno strada, così mi butto e provo ad allenarla.
Sogni Milano per tutta la vita, metti i piedi per terra e ti ritrovi a Palazzo Borsalino.
C’è qualcosa che non va.
In questa cavolo di aula non c’è posto per tutti, dove devo andare? Chi sei,? Ma come sei conciata? In mezz’ora non hai ancora trovato un posto a sedere, dividi la sedia con persone semiconosciute, ma hai già capito qual è il gruppo delle fighette, qual è quello delle sfigate, chi odiare, chi insultare, a chi avvicinarti, chi è la più troia, chi si veste leggermente meglio di te, qual è il più gnocco e forse anche qual è il professore.
Alessandria. Per una che viene da Casale dovrebbe essere un’entità simile al male di vivere.
Ed invece no.
Gira e rigira Alessandria diventa la mia seconda casa, gira e rigira Luca diventa la mia persona, gira e rigira il grigio diventa un colore.
L’università porta sicuramente spazio, spazio per se stessi e per le proprie ambizioni.
Porta soddisfazioni, se fatta nel modo giusto.
Porta amicizie, se hai voglia di aprirti e metterti in gioco.
Porta indubbiamente a fare delle valutazioni, sulle proprie scelte ed aspirazioni, ma se le scelte si rivelano corrette, porta gioia e rafforza l’autostima.
Comporta decisioni importanti: allontanarsi da casa, può sembrare facile, ma non lo è. Il problema non è la lavatrice, la pulizia, l’ordine. Il problema diventa il profumo, quello della tua famiglia, quello della tua camera, quello del tuo letto. Il problema diventa il silenzio, quando lasci una principessa che impediva al silenzio di entrare. Il problema diventa cucinare solo per sé, sì, non cucinare per tanti, che riempie di orgoglio e voglia di fare, ma cucinare solo per una triste te, dover lavare una pentola solo per te. Così ti ritrovi ad abusare delle stoviglie in plastica.
Ma poi ti abitui, capisci che la lontananza non è poi così male, capisci che rafforza i rapporti, che mantiene in vita solo quelli più forti, quelli più importanti, quelli per cui vale la pena tornare a Casale, quelli che hanno voglia di resistere, di sopportare, di sorridere. Ed intanto crei una nuova vita, una nuova cerchia, nuove opportunità, nuovi progetti.
Così, il mio primo anno accademico è andato così.
E’ stato pieno di soddisfazioni, ma ancor di più, di momenti difficili, che sembravano quasi impossibili da superare, da gestire, da sopportare. Ma tutto si sistema, tutti i cerchi si chiudono, tutti i portoni si aprono.
I momenti brutti si superano e si ricomincia con una nuova gioia, nuovi sogni.
Così, il mio primo anno accademico è andato così.
E’ stato un anno di crescita, più che mai, ha fatto compagnia a tantissimi cambiamenti che mi hanno fatta crescere.
Se volessi tornare al liceo?
No. La vita universitaria è una figata.
Ma la vita da liceale pure, semplicemente c’è un tempo per ogni cosa, anche se liceali si rimane un po’ per sempre.

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E’ bello sì, quando si è in due

E’ bello l’amore, quando dopo un film che ti ha fatta piangere, hai voglia di sentire solo una persona, è dolce.
Un’altra cosa bella sono le mani delle madri, quando invecchiano, e prendono la forma dell’età, del numero di carezze date.
Una cosa brutta invece è la consapevolezza dei manifesti funebri, quando uno sopra all’altro, con il calore, si piegano sugli angoli e si alzano, muovendosi al passare del vento.
E’ bello sentirsi a casa, tra il tuo braccio ed il tuo collo, con la mia spalla sotto la tua ascella e la mia testa, poggiata sulla tua spalla, con la tua mano sull’altra spalla e la ninna nanna dei nostri respiri.
E’ brutto dormire da sola quando si ha paura dei mostri.
E’ strano addormentarsi in compagnia e svegliarsi da sola, ma questo non è brutto, è solo particolare.
Un’altra cosa brutta è la lontananza, quando nessuno fa un passo verso l’altro per avvicinarsi, quando in ogni passo si nota un tornaconto, si dubita.
Una cosa bellissima è Arabella, quando torno, che apre la porta e mi aspetta, mi guarda salire le scale, mi abbraccia e mi dice “sei tornata”. E non posso fare altro che commuovermi.
Da quando sono andata via “casa” è un termine strano, che fa eco nella mia testa, che va virgolettato, come la principessa sa fare.
Il flusso di coscienza non è forse il mezzo migliore, ma a voi che ve ne frega?
E allora domani mi sveglio presto, e porto la principessa a scuola, me ne frego delle otto ore canoniche, me ne frego se non sorge il sole.
Forse ci siamo.
Buonanotte, buona notte.

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Te capì?

Non capisco.
Non capisco le persone che chiudono le finestre quando si alza un filo di vento, invece di accoglierlo tra i capelli.
Non capisco chi crede che l’amore non possa essere come la nuova pubblicità dei cornetti Algida, perché complicarsi la vita?
Non capisco chi ci mette più testa che cuore.
Non capisco chi si priva delle emozioni felici.
Non capisco chi non corre incontro a chi ama, chi perde quella frazione di secondo, che nessuno le restituirà.
Ma ci pensate mai che siamo vivi? A quanto valga la vita?
Ci penso dopo ogni canonica mezz’ora al telefono con la mia nonna. I nonni, instancabili, che la loro vita l’hanno già vissuta, che si disinteressano del tempo che perdono, perché hanno già dato. Loro, che ti chiedono anche dieci volte “hai mangiato?” “ma mangi?” “cos’hai mangiato?”, a perdifiato.
Non capisco questo Stato nel quale se non c’è il sole le persone non escono volentieri, siete razzisti o poveri di emozioni? Non sapete amare la pioggia? Il rumore di gocce che incontrano altre gocce e si abbracciano nelle pozze, il fruscio degli alberi, le foglie che si adagiano a terra, il temporale che ti segue ovunque provi a scappare, la neve che si adagia lieve, “su tutti i vivi, su tutti i morti”. Non valgono la pena di essere vissute queste cose?
Non capisco le priorità. Non capisco le amicizie di convenienza, di facciata. Non capisco.
Carpe diem non è un motto, ne uno stile di vita, forse la cosa più banale da tatuarsi, ma un consiglio. E’ probabile che domani saremo ancora qui e dovremo affrontare le conseguenze delle nostre scelte di oggi. Non capisco, voi volete affrontare davvero queste di scelte?
Non capisco i vari “non c’è lavoro in questo Paese”, detto dal divano di casa di mamma e papà, con il telecomando e tutto il set Apple sulle ginocchia. Davvero pensate di poter guardare qualcuno dall’alto verso il basso? Giusto quando vi affacciate alla finestra, se non siete al piano terra.
Non capisco, ignoro, per quale cavolo di motivo le persone non siano in grado di divertirsi senza un diamine di cocktail in mano, senza fumare. Potrò sembrarvi pazza, nevrotica, impulsiva, diversa, ma non penso che nessuno mi abbia mai vista incapace di divertirmi. Cos’ho che voi non avete? Nulla credo, solo che fa più comodo non pensare. Nè?
Non capisco e mi lascio infastidire dalle persone grasse, che non sono in grado di rinunciare a nulla e non apprezzano abbastanza il corpo che gli è stato donato e lo sprecano, lo maltrattano, lo riempiono. Riempireste tutti i giorni la vostra macchina di sporcizia, fino a non poterla più usare? Perché lo fate con voi stessi?
Non capisco chi pensa troppo, senza buttarsi mai, ma nemmeno chi pensa troppo poco, peccando d’irruenza. Non capisco chi rischia di avere rimpianti, perché abbiamo davvero troppo tempo per rimpiangere, rispetto alle occasioni da cogliere che ci vengono fornite.
Non capisco le persone dentro all’autobus che mi vedono corrergli dietro e non chiedono all’autista di fermarsi. E mi stupisco quando una lo fa, tanto da ringraziarla ossessivamente per tutto il viaggio.
Non capisco chi perde l’autobus ed aspetta quello dopo, senza punirsi un minimo.
Non capisco, non capisco, non capisco, ma alzo la testa, guardo fuori dalla finestra, respiro e mi godo questo mondo, non disprezzo nemmeno un singolo secondo di vita, li respiro tutti, anche quando l’aria non è quella di mare.
Come prima di partire, quando hai paura, sei stressata e vorresti stare a casa, racchiusa nelle tue abitudini sicure, senza rischiare, ma… Ma dopo non vorresti più tornare. E ti metti a piangere, di nascosto, salutando 44 ragazzi che ti sono entrati dentro in pochi giorni, perché non serve tanto tempo per instaurare un legame, basta uno sguardo, un sorriso, un gesto.
E voi?
Cos’avete capito?

A voi, che avete capito tutto, che guardo con ammirazione, perché siete convinti di non aver capito davvero niente.
Perché forse non c’è davvero niente da capire e si dovrebbe solo vivere.

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