Buon viaggio

Il cielo è cristallino, di un azzurro puro ed innocente, come non vedevo da molto. Mentre Fede cambia continuamente canzone in radio, io penso che certe anime meritino una giornata di sole per salutare la terra, meritino di poter vedere tutto dall’alto senza fatica, meritino di lanciare baci a mamma e papà senza ostacoli nuvolosi. In una giornata come queste, da fotografie sorridenti con gli occhiali da sole mi chiedo fino a che punto ci si possa sentire vicini ad una persona mai conosciuta, vicini ad un dolore, svuotati di qualcosa, mancanti. Perché a 16 anni non è giusto morire dopo essere usciti con la propria migliore amica, solo per qualche centimetro, solo per qualche chilometro orario, solo perché questo doveva essere. 
Non saprei nemmeno come arrivare a San Martino, intanto Matteo accelera e mi sento in colpa per tutte quelle volte che non ho detto a papà di rallentare, e non riesco ad astenermi da un segno della croce appena vedo un cimitero. È così? In un attimo? Il tuo profilo Facebook diventa una lapide? Il tuo ultimo stato diventa un coltello, quali avresti voluto che fossero le tue parole? Sognavi anche tu come il mio ragazzo di suonare in uno stadio con la tua famiglia in tribuna d’onore?
E stimolo la capacità di non sentire quello che mi sta attorno, entro nel mio universo ovattato. L’Italia scherza con il tuo nome, torni indietro? Torna indietro, ti prego, fammi ancora credere che esista una giustizia divina, che i bambini siano sacri ed intoccabili, dimmi che ci conosceremo, dimmi che non devo piangere. 
Mi dispiace tanto.
Scusa se ti ho rubato un po’ di attenzione che devi lasciare ai tuoi cari, buon viaggio Pietro, un po’ di rock in paradiso non farà male.

Respiro, ancora. Respiriamo ancora, non smettiamo di ringraziare per quello che abbiamo e perché respiriamo.

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Stai.

E’ l’ora giusta per sputare il rospo.

Vorrei parlare, ma dovrei tacere, però… Poi ve lo dico, ve lo spiego, vi faccio anche un disegnino, per farvi capire cos’è stato per me Stay O’ Party, per me che ne sono uscita, perché ho tradito e meritavo una seria punizione, anche questa, poi vi spiego quante ore ho dedicato a questo progetto, quanto cuore, quanti pensieri, quanto nervoso, quante lacrime, quanta fatica. Non ho creato Stay O’ Party, non ho scelto il nome, non ero nella cerchia di amici, non centravo niente, sono solo stata chiamata a rapporto perché fosse sfruttata la mia audience su Facebook per mettere in vista la novità, come me, molti altri, ma io avevo già deciso “guardate che le foto le faccio io, provate a chiedere a qualcun altro e mi offendo”. Maglia a righe bianca e blu, giacca di renna, Longchamp arancione ed inizia così, sui gradini del teatro la mia avventura, ero contenta di essere dentro ad un progetto, parte di qualcosa, non avevo idea di cosa sarebbe diventato per me.
Conquisto, con la mia faccia da culo, la prima t-shirt, che riposa in pace nel mio armadio, quella del 5 maggio, quella che misi e rimisi. Ci sono cose delle quali non puoi fare a meno di sentirti parte, per me Stay è stata una di queste, quindi ho voluto di più.
Leggo e rileggo i vostri stati, leggo e rileggo i ricordi che conserverete sempre di un qualcosa che è stato mio, che io sono convinta sia stato mio, anche se il mio nome non merita più di comparire.
Le settimane che precedevano la serata erano un grande motivo di nervoso, ansia, eccitazione e chi più ne ha più ne metta. Ma la giornata prima di Stay, quella era il top. Posso ammettere con fermezza di non aver mai cenato prima di una serata. La fame non esisteva, gli orari non esistevano, ma ad un certo punto erano le 22.30 ed io ero già in ritardo. Il beauty in borsa, mi cambio e trucco al Deniro, non ho tempo.
Chiudo casa, che per tutto il pomeriggio aveva accolto i miei cuccioli e le prevendite, conti e disastri.
Non ne andava mai bene una, ma poi arrivava l’ora X.
Arrivavano tutti, sempre.
Forse Valterza non ha mai pensato a Stay O’ Party come ad un rivale e voi lo ringraziate quando la definisce semplicemente “famiglia”. Anche se è riduttivo.
Forse chiunque si è sentito in diritto di dare una sua opinione su Stay perché siamo stati in grado di far sentire tutti coloro che partecipavano agli eventi, parte di qualcosa, parte di quello che vivevano. Posso dire qualcosa anche io?
Guardo il video ricordo ed il 90% delle foto le ho scattate io, anche se Cristian definisce Ale la miglior fotografa, ci ho provato, non ho mai detto di essere la migliore, non in quello almeno.
Ho ricevuto 1 sms, di Elena, che mi ringraziava.
Solo lei.
Perché “senza di te non sarebbe stata la stessa cosa”.
E io ne sono convinta. Dall’alto della mia saccenza sono convinta che senza di me non fosse davvero la stessa cosa. Che una serata è bastata per capire che non sarebbe stata la stessa cosa, che non ne sarebbe valsa la pena. Dite pure che mi sbaglio.
E ora mi ritrovo con un problema, non ho la faccia tosta di pubblicare i miei pensieri, non ho nemmeno la faccia tosta di chiedere “perché? Perché cazzo è finito? Ci sono cose che non devono finire, perché? Davvero, se quello che contava era stare in famiglia, perché smettere? Che cazzo è successo? Se qualcuno voleva farmela pagare doveva continuare, farmi vedere cosa mi stavo perdendo, perché tirarsi indietro?”
Detto questo. Nonostante in tutte le famiglie ci fossero grandi problemi, nonostante ci fosse sempre qualcosa da ridire, nonostante Caretti mi vedesse sempre costantemente insoddisfatta, “perché si può sempre fare di più”, nonostante tutto… La brioches delle 6 aveva sempre lo stesso sapore. Scegliere le foto era sempre una gioia. Riguardarle a distanza di mesi di una malinconia incredibile. Perdere ogni senso, anche quello della fame, prima di ogni serata, era bello e naturale. Piangere adesso davanti a questo computer è più che giusto.
Per me Stay O’ Party non erano le serate. Per me Stay O’ Party era la bandierina sulla torta della mamma di Sorre, era la lucina di Andrea che non funzionava, Garu che fa scendere casinisti dal pullman, Gian che saltella, era un cavo che prende fuoco, era Francesco disperato mentre Nicolò voleva andare a mangiare, erano i genitori di Simo che avrebbero preferito investisse diversamente il suo tempo, erano le lacrime perché Torto voleva essere il numero 1, era Cristian sull’attenti, sempre pronto, era facebook, twitter, instagram, qualcuno che nemmeno sapeva le password di quello che gestiva, erano le differenze di 10 euro per cui qualcuno aveva il coraggio di lamentarsi, era far sparire sempre qualche locandina per attaccarla in camera, era litigare con Atomika perché anche loro volevano attaccarne nel cestino, era competizione, magari su due piani diversi, ma sempre malata competizione, pesante o divertente, erano i miei cuccioli di pr, che più disponibili non si può, erano i posti sul pullman che non mancavano mai e la pazienza di Stefania, di Samuele, erano i mucchietti che faceva Guasco per contare, aspettare, fin troppo, i video di Mucci, l’avidità, l’avarizia, la cattiveria, l’egoismo, di quel mondo. Per me Stay O’ Party ha il gusto di patatine del Burger, di Pop corn che saltano fuori dalla mia macchinetta, di micro zucchero filato, dell’acqua di Gian, sempre rigorosamente del rubinetto, di aperitivi a buffet. Per me Stay O’ Party ha il profumo di bus vuoto, di supermercati, di prevendite appena stampate, ha il colore del buio con una luce di speranza, rosso e blu di una squadra, del fuoco, di bianco sporco di un orso di peluches, ha la mia forza, ha un po’ le ali tagliate dall’antipatia, ma un cuore grande.
Per me Stay O’ Party è quell’orso che ho tenuto in testa piangendo, prima di restituirlo una sera di inizio ottobre. Lo stesso orso che doveva essere maledettamente lavato.
Per me Stay O’ Party è stata la molla, il motivo per cui ho scelto di essere quella che sono e di fare quello che faccio, di studiare quello che studio e di puntare dove punto.
Per me Stay O party è consapevolezza, quella che ho acquisito sul mondo attuale, sulle persone, su Casale, sul valore dei soldi.
Stay O’ Party è quella cosa per colpa della quale non posso più godermi una serata in discoteca senza fare i conti in tasca al barista, al buttafuori, al proprietario ed anche ai divanetti.
Per me Stay O’ Party è stato tanto.
Non ho mollato, io.
Ho scelto amici e nemici, dicono che abbia rinnegato tutto e tutti, ma non l’ho fatto, giuro, sono sempre io, con i miei errori e la mia consapevolezza, in più.
Ma Stay rimarrà nel mio cuore, come il più bello degli sforzi.
Come la più morbida delle mascotte.
Come i pop corn salati al punto giusto.
Come la foto meglio riuscita.
Come il remix sconosciuto che fa rimanere tutti di stucco. 
Come il the alla pesca invece del cocktail.
Come un sogno che inizia e si realizza, senza fine.

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Minore di chi? Minore di cosa? Minorenne.

L’ultimo. L’ultimo giorno da minorenne sta per arrivare anche per me, non ci contavo più, mi stavo quasi abituando agli svariati “no, sono piccina io, ancora  minorenne”.
Ho visto tutte le mie amiche raggiungere la soglia dei 18, ho potuto pensare ai loro regali, partecipare ai loro diciottesimi, vederle crescere, prendere la patente, guidare, pagare le multe… Loro, maggiorenni, io la più piccina. 
Io, 17 anni e alle elezioni sto fuori ad aspettare le crocette di qualcun altro, io posso giusto crocettare i test a risposta multipla in classe.
Io, 17 anni e la maturità, mentre quelle di quarta pubblicavano foto di fogli rosa.
Io, 17 anni e i viaggi, 17 anni ed il lavoro, 17 anni e le responsabilità, 17 anni e l’università “può richiamare per favore? Non si è mai iscritto nessun minorenne”.
Io e questi 17 anni sui quali mi sono tranquillamente adagiata, nonostante i soventi “ah 17 anni? Davvero?”, “Solo? Pensavo di più”, “Ma quindi come fai ad essere all’università? Aspetta un attimo che conto”.
Le mie manie di onnipotenza sono sempre andate oltre all’età, la mia voglia di fare non si è mai fermata davanti ad un numero e troppe volte mi sono sentita dire che nemmeno chi di anni ne ha 1, 2, 3, più di me avrebbe potuto mettermi i piedi in testa.
Mi sono affezionata a questi 17 anni, è facile sentirsi avanti quando lo si è con l’età. Ho  giocato 1 anno in meno all’asilo, giustamente, picchiavo tutti. Sono andata in prima elementare a 4 anni, perché la mia nonnina aveva troppa voglia d’insegnarmi a leggere ed a scrivere ed io ne avevo altrettanta d’imparare. Sono andata a scuola a 4 anni perché il mio papà voleva che prendessi il meglio di lui. Sono andata a scuola a 4 anni perché la mia mamma mi ha dato fiducia, come sempre, alla fine. La prima volta che ho preso una penna in mano non potevo sapere che sarebbe diventata la mia arma, il mio dono, la mia valvola, la mia forza. E così è iniziata la mia corsa.
Non riesco a pensare al 31 ottobre 2013 come ad un giorno qualunque, come ad una data. Elena me l’ha detto, del resto, “per le persone come noi non è vero che non cambia niente”.
“Doralice però è diversa: tutte le donne rapite nell’Orlando furioso fuggono o vengono salvate, Doralice s’innamora del suo rapitore.” Non riesco a non fermarmi, a non guardarmi indietro, a non pensare a tutti i compleanni al McDonald’s, a tutte le 153 candeline spente, alle buste dei nonni, a tutte le richieste sempre esaudite da mamma e papà, alle feste da adolescente in cui non volevo che Fiorelisa s’intromettesse. Non riesco a non pensare a quante cose siano nate, cambiate, vissute, sopravvissute, cresciute e morte in questi 18 anni. Non riesco a non desiderare di fermare il tempo qui. Per un giorno tornare indietro, avere a disposizione più di 24 ore, ringraziare tutte le persone che in questi 18 anni mi hanno fatta diventare quella che sono, tutte le persone che mi sono state accanto, non posso non desiderare di ringraziarle una ad una. Dalle “mi miche”, quelle di Santa, quelle snob, quelle fighe, quelle che potete sognarvi, quelle che conoscevo già prima di uscire dalla pancia di mamma, per arrivare alle persone che ho conosciuto da quando sono venuta qui a Casale, con le quali sono cresciuta e non fisicamente, quelle che per i miei 17 anni mi hanno fatto un video che se ci penso piango e quelle che mi hanno fatta innamorare, a lui. 
Non riesco a non desiderare ancora un po’ di tempo. Fermi. Voglio scendere, un attimo, ancora un attimo.
Ma non si può.
L’ultimo è domani. Da giovedì potrò donare il sangue, potrò prendere la patente, aprire un conto corrente, intestarmi tutte le tessere di tutti i negozi esistenti sulla faccia della terra, farmi qualche dormita in cella, regalare carte sim con il mio nome, prestate la tessera sanitaria a qualche bomber che vuole comprare le sigarette senza avere l’età per farlo, entrare in discoteca legalmente, per un motivo ancora ignoto comprare qualcosa di alcolico, mettere la mia crocetta sul partito sbagliato, avere la mia tessera elettorale, far far valere la mia firma.
Poi?
Importa?
18 anni sono tanti. I miei sono stati sicuramente 18 anni pienissimi.
L’ultimo.
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Grazie a chiunque sia passato lasciando il segno. Grazie a chi mi ha messa al mondo, almeno una volta, con amore. Grazie a chi mi ha cresciuta, con amore, sempre. Grazie a chi è dovuto andare in un posto migliore, ma dopodomani sarà sulla mia spalla destra. Grazie a chi non ha avuto dubbi, a chi non ha mai cambiato opinione su di me, se non in meglio, a chi crede in me, a chi mi vuole bene, a chi è tornato, a chi è stato in grado di scusarsi, o di scusarmi, di perdonarmi o di amarmi. Grazie. 18 miliardi di volte grazie

.Sei, Negramaro

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(May)day 3

E mentre io stendo lo smalto, bene, un’unghia dopo l’altra, la prima mano, la seconda, correggo con cotton fioc e acetone, per ogni dito, per ogni millilitro, una persona chiude gli occhi, un pesce galleggia, una mosca viene spiaccicata, un leone emette il suo ultimo ruggito, un aborto avviene spontaneamente, un ovulo cieco, una macchina si schianta, un bambino urla. Ed io non riesco a non pensarci.
Il giorno “3” è già più facile, la notizia non è più quella d’apertura, il silenzio c’è solo quando tutti dormono, è più semplice non pensarci, non leggere stati su facebook, i mi piace si sono calmati, la guerra è finita, accantonate le armi, si va avanti, ma solo lontano. Ed io non riesco a non pensarci.
Ho acceso per caso la televisione ed ho visto file di corpi sulla spiaggia, ognuno coperto da un telo scuro, perché la morte non si deve vedere in faccia, perché nascondere è rispettoso, meno macabro, più facile. Ho visto soccorritori piangere, superstiti piangere, ho lotto un dolore univoco. Vite.
La guerra è così? Non lascia il tempo nemmeno per asciugarsi le lacrime? Ci vorrebbe la guerra ed anche un po’ di miseria ad insegnarci a non sprecare i giorni?
Qualsiasi fosse il colore della guancia dalla quale si è staccata una lacrima, è caduta sulla nostra terra, ha innaffiato il nostro terreno, è entrata nel ciclo dell’acqua a partire da casa nostra, poco importa se fosse quella del Soccorritore 23485 o del Superstite 58737.
Qualsiasi sia il colore di un corpo di un uomo sdraiato sul fondale del nostro mare, sono certa che se ve lo trovaste davanti in un immersione subacqua il rumore sordo del vostro grido sarebbe indifferentemente sordo.
Qualsiasi sia il motivo per il quale una persona si trova di te in tram e hai l’opportunità di sentire la sua risata, sincera, vera, di quelle che contagiano, avresti davvero bisogno di guardarla in faccia? Di sapere perché si trova lì? Se 10 anni fa sia scappata, su una barca, da una guerra o fosse a casa a poltrire e farsi servire a tavola per non rovinarsi le unghie?
Qualsiasi sia il momento in cui un bambino inizia a camminare o a parlare, l’orgoglio nei cuori dei genitori non dipende dal luogo di nascita.
Ma qualsiasi sia la ragione che spinge un essere umano a non aiutarne un altro o a provare indifferenza verso il dolore, nemmeno questo dipende dalla nazionalità.
Non so quali siano le condizioni per le quali sia doveroso o meno indire un “lutto nazionale”, ma non m’interessa.

Il lutto, almeno dice il dizionario, è un sentimento di vivo dolore che si prova per la morte di qualcuno o per gravi disgrazie, sono i segni esterni del dolore.
Per me il lutto è un senso di lacerazione che parte da dentro, un senso d’impotenza, di piccolezza, che mi lascia attonita e vuota. Un senso che nessuno può impormi, ma che non riesco a togliermi di dosso.
La discussione non esiste, non è il termine “nazionale” che può infastidire, che da più valore ad un vuoto piuttosto che ad un altro.
Se penso alle persone che mi sono morte accanto al cuore, ma ancora vivono dentro di me, sento un lutto mondiale, viscerale, infinito, che non ha bisogno di parole, manifestazioni, politica, retorica, leggi o limiti.
Mentre ascolto Einaudi non riesco a non pensare, a non vergognarmi di di poter amare, odiare, sognare, mangiare, parlare, ascoltare, sentire, ridere, piangere, perdere tempo, studiare, lavorare, pensare al futuro, non riesco a non vergognarmi di essere viva. Non riesco a non sognare un sorriso smagliante di un bambino nero, a non credere che le parole di una nonna cinese valgano quanto quelle della mia. Non riesco a non sentirmi in imbarazzo per lo spazio che ho in casa e che potrei regalare. Non posso aprire l’acqua senza pensare che la sto già sprecando.
Non è vero che gli italiani sono stronzi, non è vero che l’Italia è un Paese di merda, di spaghetti alla Mafia. è però vero che chiunque dovrebbe pensare di più, parlare di meno e donarsi, ovunque.
Mi fermo e sono sicura che Cristian, Roberto, Paolo, Valeria, Andrea, Tizio, Caio, Sempronio e Pinco Pallino abbiano pianto, abbiano perso qualcuno, abbiano sentito un vuoto, abbiano interiorizzato una morte, abbiano lasciato un pezzo del loro cuore ad un essere, in qualche posto e non ho dubbi sulla loro umanità.
Non ho dubbi sull’umanità di nessuno, indipendentemente dalla casella che hanno sbarrato alle scorse elezioni e da quella che sbarreranno alle prossime e sono certa che la notte, prima di chiudere occhio, un pensiero voli dal basso verso l’alto, a tutti.
La politica è una cosa, la vita un’altra. L’indifferenza è una cosa, il silenzio un’altra.
E la morte…beh la morte è vita che richiede silenzio. Solo e soltanto attenzioni silenziose.

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For Eva

Guardando il mondo attraverso un vetro graffiato del treno delle 12:34 per Alessandria noto l’incisione sotto una pensilina della stazione di Valmadonna, “Ila+Sara amiche xs” e la domanda sorge spontanea: “A quante delle amiche a cui scrivevo TVUKDBXS ho smesso di volere bene? O semplicemente di sapere se vivono? O come? ” alle medie era un’abitudine, prova a non scrivere “per sempre” in una letterina e la tua amicizia non è vera. Forse è quella la prima delusione, il primo momento in cui smetti di credere nei per sempre, nell’estate tra la 3ª media e la 1ª liceo, quando cerchi di mantenere contatti con persone che quando vedi ora in via Roma non ti salutano. Ma davvero ti sei dimenticato di me? Oppure fai finta di non vedermi? Io ti saluto lo stesso, chissenefrega. Tra i fili dell’alta tensione s’intravede una luna uguale a quella della dreamworks, che bella giornata. Sorrido alla gente, anche a quella che non conosco, soprattutto alle nonnine con la faccia simpatica, sorrido a volti conosciuti, ma che non associo immediatamente ad un nome. Anche qui ha piovuto bene e solo se ci penso mi viene un po’ di fame. L’arietta non è torrida come al solito, grazie a Dio. Buon appetito, mondo.

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Da coda nasce coda

Parlatemi dell’estate. Parlatemi di streaming d’estate. Quanti elenchi di libri da leggere avete fatto? Quanti di film da vedere? Ditemi che anche voi vi sentite in un limbo, in un altrove, perché a me sembra di volare a 4 metri da terra, non sono qui, non in questo mondo, quello che penso, dico, faccio, d’estate è ultraterreno. Così, per 3 mesi all’anno, dormiamo, ci svegliamo, mangiamo, viviamo, in maniera diversa, staccandoci da terra, volando. Tutto è più leggero, d’estate, tutto ha meno peso, meno importanza, magari ci cadrà in testa a settembre, ma non importa. Le ore piccole, il tempo dilatato, ogni momento sembra più importante, più intenso. Viviamo alla giornata o nell’attesa. Quindi, che ci faccio ancora qui? Letto, ventilatore, Gossip Girl, Margaret Mazzantini, che ci faccio ancora qui? Forse l’unico viaggio di cui ho bisogno è con me stessa.
“Papà parto, mi regali quel biglietto? Uno solo, sì, uno solo, vado da sola, a cercare pace chissà dove, a cercare risposte in qualche tramonto, a scrivere, a fotografare lucertole, a mangiare schifezze, a conoscere persone nuove, strane, sorridenti. Sì tranquillo papo, ti chiamo, oh figurati, ci mancherebbe, anche se vorrei lasciare il telefono a casa, posso? Ogni sera alla stessa ora ti chiamo da una cabina, io e me. Ti prego!”
Forse è questa la conversazione ideale. Che poi non avete idea di quanto possa preoccuparsi un padre della sua femminuccia…

Flashback:
Il volto perso di papà, quando suda, quando ha paura di deluderci sbagliando qualcosa. Si mette la mani tra i capelli e allarga le braccia innocentemente, si fa un po’ piccolo nonostante la sua pancia, abbassa la voce, ma si irrita più facilmente.

E poi il pollicione invece si alza, ce l’ha fatta, è riuscito a fare tutto quello che voleva, i suoi occhi sorridenti, la mano sicura che mi dice “Ok! Missione compiuta!”. I piccoli gesti di famiglia, quelli che se ci ripensi ti bagnano gli occhi. Percorsa da un’amore inconsueto e febbrile per papà, stimolato da Margaret, riprendo la mia lettura.
“Non so, figlia mia, dove vanno le persone che muoiono, ma so dove restano”.
Sono i piccoli gesti, è un camionista che ti avverte che stai sbagliando, la tua mano grande che attraversa il vetro del finestrino e si alza nel vento, lasciando entrare l’afa, per ringraziare. Un gesto lento, non era il cervello a muoverti i muscoli, era il cuore.
I libri più belli sono quelli che devi leggere per forza anche in macchina, con il rischio di farti venire la nausea, ma non importa, in macchina, con il mondo che ti passa accanto lento e poi veloce, a ritmo di pagine, hanno tutto un altro sapore.
Sì papà, lo guardo il paesaggio brullo, arido, secco, non è così da noi, noi siamo più fortunati, lo so.
Ci siamo fermati in un autogrill al sole, ma non faceva troppo caldo. Ho detto “olà” ai due ragazzi alla cassa e mi sono diretta subito in bagno, profumava di vaniglia, un profumo dolce, fresco, ho posato la carta sulla tazza per potermi sedere e svuotarmi è stato rilassante. Ho sprecato un assorbente, solo poco sporco, per averne uno nuovo e pulito. Mi chiedo se avere un figlio nel ventre sia doloroso come avere le mestruazioni. Sono domande da adulti, io voglio restare cucciola. Le porte scorrevoli di quel punto ristoro si aprivano su una terrazza calma, mi sarei fermata a leggere e scrivere. Papà mi ha convinta a prendere un gelato, nonostante non ne avessi voglia. Cornetto classico, l’unico che sopporto. Il suo sguardo cade sulle sigarette dietro al bancone, lo lascio li a pagare e, se vuole, a nascondere un pacchetto in tasca.
Quando ero davvero cucciola gli chiedevo di mangiare il cioccolato sopra, quelle inutili scaglie di cioccolato che si ostinano a mettere solo per infastidirmi, ora non più, mi sforzo e con faccia schifata le mangio fino a farle sparire. Lascio solo la fine del cono, quella che tutti attendono e si contendono, ma questa volta la vince Fiorelisa.
Ah quando sono uscita ho detto “Tchao”, il biondo mi ha anche risposto, “ciao”, mi sono sentita brava, grazie. Ho visto il mare, mi sento già meglio.
Mio papà dice spesso “ciumbia!” È una bella espressione e me ne accorgo da una frase che ha pronunciato interrompendo i miei pensieri, non saprei ripetere la frase, so che c’era un “ciumbia!” In mezzo che mi ha fatto pensare che se mio padre morisse e sentissi pronunciare “ciumbia!” mi salirebbe lo stomaco in gola. Un po’ come quando dici “cretinetti”, ma quando lo dici tu non m’infastidisce, mi fa sorridere invece. Credo che sia questo l’amore.

Dalle finestre chiuse entrano comunque i Temper, bravo Falde.
Buona giornata Casale East Side.

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Un’estate

D’estate siamo tutto più belli perché la serenità si vede dagli occhi, perché ci spogliamo dei vestiti e dello stress di tutte le altre stagioni, d’estate sudiamo felici, mangiamo solo quando abbiamo fame, l’estate è strana, fa prendere scelte folli, estive. L’estate ci cambia, ci rende migliori, più puliti, più onesti, siamo spazio al nostro corpo plasmato dall’inverno nel bene e nel male, finiamo per fregarcene, viviamo di più.

Sì che l’estate è uno stato d’animo, come ogni stagione nel resto, siamo colori di giorno, stelle nella notte, siamo il vento che fa venire la pelle d’oca, ma quella che desideravamo, che sparisce lentamente, senza bisogno di strofinarci. Siamo calore. Siamo più vivi.

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Volendo

E si capisce dai regali, comprati in aeroporto, con il resto del caffè, forse per sbarazzarsi delle monetine. E si capisce dall’elemosina dei solitari, non dalla mancia. E si capisce dai silenzi. Si capisce dagli occhi, dalla calma con cui ti muovi, dalla frenesia, dall’altezza dei tuoi salti, di gioia, si capisce. Si capisce dal tono della voce, dalla velocità con cui mastichi, dai passi, da quanto tempo dedichi ad una fotografia, dagli occhi chiusi, dalla fiducia con cui attraversi la strada con le macchine ancora in corsa. Da una carezza, lanciata o curata, dall’intensità dei tuoi sorrisi. Si capisce se sai quale libro comprare a qualcuno, se non hai dubbi. Si capisce con un respiro. Si capisce dalla forza con cui dici “ti amo”, con lo stesso impegno con il quale sposteresti un grattacielo. Si percepisce dalla pelle d’oca, dai rumori della cannuccia, dalle unghie mangiate o curate, dai capelli legati o sciolti, da come reagisci davanti ad un paesaggio mozzafiato, si capisce. Si capisce dal volume dell’Ipod, si sente. Si vede quando piove. Si capisce, non con l’età, non con il tempo, ma in un attimo. Fulmineo, rapido, incisivo, un attimo immobile.

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Due parole, due colori.

Se penso… Se penso ho bisogno di musica. Entro in camera e sulla scrivania c’è una spilla, con una J, rossa e blu. Apro l’armadio e spuntano 6 canotte, mamma le ha lavate e stirate, erano delle Angels, ora le userò tutte io. Fiorelisa stamattina non ha fatto le prove invalsi, andava a scuola giocare a basket: con i miei pantaloncini di Paolo e la t-shirt troppo grande,rossa e blu. Se scrivo ‘Ju’ su google mi esce già il suggerimento in blu.
Se penso che Simone quando ha bisogno di riflettere non va a lungo Po, non va in collina, non va in soffitta, ma nel parcheggio del palazzetto, le lacrime stanno quasi per scendere.
Se penso a quanto stiano larghe ora le felpone da basket a Cristian, al sudore di Ste, che senza testa da gallo è un’altra persona, le lacrime iniziano a scendere.
Se penso che solo quest’anno mi sono resa conto di cosa significhi Junior, mi mangio le mani, per il tempo perso.
Se penso alla partitella con gli UGG e ai canestri che non sono riuscita a fare su quel parquet, se penso ai bimbi di Pierich e Mala che corrono in campo a giocherellare, minuscoli, sotto a quei canestri, devo soffiarmi il naso.
Ero a casa di Agnese, c’era ancora Giulio e il Casale è passato in serie A. Non mi ricordo il tragitto da casa sua a piazza Dante, ma ricordo tutto il resto.
Se penso al cagnolino di Pierich che non porterà più fuori sotto casa mia dopo le partite, se penso che le domeniche casalesi saranno semplicemente domeniche, se penso che già non mi piace il cioccolato, ma da oggi non riuscirò neanche più a guardare lo scaffale della Novi, mi alzo e me lo soffio davvero il naso.
Con tutti i portachiavi di legadue che ci sono in questa casa potete dimenticarvi per sempre la monetina per fare la spesa.
Perchè sì, è vero, sono una donna, a Cighi non piace sentire le donne parlare di basket, ma io non voglio parlare di basket, non ne sono in grado. Parlo di emozioni però.
Parlo del cuore in gola, perché quando ho detto “se domenica vinciamo non m’interessa niente della maturità, io vado a Pistoia” ci credevo davvero, ci credevo fino all’ultimo canestro di Ware, quando ancora non sapevo che sarebbe stato l’ultimo che avrei visto.
Ma piangere non basta. Forse avremmo dovuto svegliarci prima, fare qualcosa di più concreto per la nostra squadra.
Casale Monferrato: 4 gatti, 1 campionato vinto centinaia di anni fa, l’eternit, sempre a lamentarsi “non c’è niente da fare in questo paesino”, ma vigliacchi a spendere 10 euro la domenica. Cos’avevate da fare? Perché il palazzo non era pieno? Perché non vi siete appassionati? Perché non tornavate a casa per guardare la partita? Perché non siete orgogliosi della vostra città? Forse è solo quello che ci meritiamo. 36.000 persone a casa sul divano e la squadra di basket in serie A, si chiama ingratitudine.
Prendo la scatola di Kleenex, è meglio.
E i tramonti migliori uscendo da dietro e i panini che finivano troppo presto, l’intervallo troppo lungo o troppo corto, gli insulti agli arbitri, le esagerazioni, arrotolare i cavi di internet, meglio io degli uomini, ma quei tavoli erano davvero troppo pesanti. E le bottigliette cadute, gli asciugamani lanciati, i giornali stropicciati, “Simone muoviti che andiamo a cena”, aspettare che le luci si spegnessero perchè senò era troppo presto per lasciare il Palazzo.
Non posso citare altri momenti se non quelli di quest’anno, ma La Tripla del capitano, quella con la T maiuscola, le ali invisibili di Casper che sotto canestro non saltava, volava, Gianca, che non ho ancora capito se sia più bello, bravo o dj… E Martinoni, ti prego, non smettere di camminare così, perché più cucciolo di te non c’è nessuno. Green: la fermezza. Butkevicius, togli quell’asciugamano dalla faccia che se piangi ancora piango anche io. Antonelli, di ancora al mio papà che verrai alla serata di Stay, se i medici ti danno l’ok. Mala, salvaci tu. Monaldi, salta come se la vita fosse un harlem shake.
Dovrei pensare alla maturità.
Ma certe emozioni che ti dà il basket il calcio non te le dà. Ma non te le da nemmeno il divano di casa tua. Non te le da facebook che guardi insistentemente la domenica alle 19.43 senza ragione. Fossi in te mi piangerei addosso: non sai cosa ti sei perso. E te lo dice una donna. E te lo dice una che c’ha messo un po’ a vedere i “Passi”.
Se c’è una cosa che la Junior mi ha insegnato è il valore di un attimo, di 1 secondo, di 1 decimo di secondo, perché 1 attimo può fare la differenza, può cambiare tutto. Ed è una cosa che forse non avevo visto prima di sedermi al PalaFerraris. La lunghezza di un attimo, la durata di 1 secondo. A parole non si può spiegare, ma il groppo in gola, le mani sudate, il tabellone che si muove calmo, l’agitazione è tutta nelle bocche aperte, nel fiato fermo, nei polmoni in standby, lì, in quella piccolissima, quasi insignificante percentuale di vita, il basket mi è entrato dentro al cuore. Dopo la sirena mi ha riportata con i piedi per terra e il ricordo è solo di mani che si stringono, abbracci, complimenti, qualche lacrima, qualche coro, ma solo in sottofondo.
Certe cose non capitano tutti i giorni, certe squadre non si vedono in tv, certe squadre non sono come la mia Juve, sono di più.
Grazie Junior, grazie a tutti.

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Un’amica

Un po’, dentro. Se guardi si vede dagli occhi, con il mascara buttato, dalle mani, quando velocemente sistemano il ciuffo un po’ crespo, in un gesto rapido, furtivo, quasi a non voler rendere manifesto il piccolo momento dedicato a sistemarsi, con un po’ di disinteresse.
È triste quando si tocca ansiosamente le dita. O quando con il polpastrello intero scorre il pollice sullo schermo dell’i phone, con foga. È triste quando prende lo zaino di peso e se lo sbatte sulla schiena, quando chiude la giacca e mette le mani in tasca tirando queste verso il basso, quasi a volerle deformare.
Però è felice, quando sorseggia il caffè e lo gira, insistentemente con la bacchetta trasparente. È felice e un po’ spaventata quando pensa al futuro, ma ci pensa con assoluta rassegnazione. È felice quando Matteo l’abbraccia e lei, grande, ma piccolina, si sente stretta e protetta in un cerchio chiuso, con lui, che non vuole vedere inizio ne fine.
È felice quando c’è il sole e può mettere gli occhiali da bambina, che però dimostra 10 anni in più e una carriera già avviata, sempre di corsa, sempre di fretta, una figa. È felice quando si siede dopo una sfacchinata e per un attimo apre gambe e braccia come nei cartoni animati gli animali con la lingua di fuori. 
Quando fa il suo dovere è solo soddisfatta, sembra che si tolga un peso “un dovere in meno ✔”.
È soddisfatta anche quando in uno dei suoi momenti tipici di silenzio riesce a cogliere qualcosa che, se avesse parlato come sta sicuramente facendo qualcun altro, non avrebbe udito.
Rende felice me quando pensa al futuro e si pone le mie stesse domande, non mi fa sentire sola.
Immancabilmente, in un momento di tristezza o di gioia, ma soprattutto quando tira fuori i denti e chiude un po’ gli occhi azzurrissimi, per dare spazio al suo nasino, che anche se volevamo farci sciare qualcuno sopra, le dona così tanto, io le voglio immensamente bene, comunque, senza dubbio alcuno.
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