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14’000 km non mi separeranno da te, CASAle – Buenos Aires pt.3

Mezzanotte passata, in quel di Buenos Aires, mi metto a testa in giù sul letto, appoggiata al muro e faccio due esercizi per la circolazione, guardando Instagram.
Mia sorella ha fatto un video ad un ragno enorme che alberga affianco alla seconda porta di cas… no. Mi rendo conto che oggi sono usciti da quel cortile 126 scatoloni contenenti stoviglie, cornici, apparecchi tecnologici di vario genere, vestiti e la mia vita.
E’ parte anche questo del gioco, ritrovarsi a 14’000 km da casa e doverla salutare, chiudere, inscatolare.
Un giorno diventerà facile, per ora non lo è mai stato.

Quando ero a Siviglia avevo staccato tutto, l’Italia non esisteva più, sentivo te e nessun altro praticamente. 
Qui non è così, ho un sacco di cose in ballo là, la casa affittata a Milano, la nonna, aggiornarmi con le ragazze, rispondo sempre ai messaggi, con i miei tempi, ma rispondo, Fiore che si avvicina ai 18, Arabella che si trasferisce a Genova… 
Oggi hanno fatto il trasloco, casa a Casale è vuota e non riesco nemmeno ad immaginarla. La casa dove sono cresciuta, dove ho fatto l’amore per la prima volta, dove i miei si sono amati, dove hanno fatto nascere Arabella, dove ho festeggiato un sacco di compleanni, rifugio di serate tra amici, ha chiuso i battenti. Con tutti i divani rivolti verso la TV ed i film più stupidi della storia, incontri pomeridiani al piano di sopra, davanti a Netlog, con amiche del cuore che ora sono solo vecchie conoscenze, è stata un po’ la casa di tutti. La casa che ha visto la separazione dei miei genitori, le lotte di davanzale tra mamma e nonna, la porta sul pianerottolo che è stata sbarrata con gli anni, la casa da cui Fiorelisa è scappata, io dopo di lei e ora anche mamma e Arabella. 
Non c’è più nessuno. 
E sento il suo rumore. 
I miei piedi con i calzini che entrano di soppiatto la sera tardi, le luci spente, ma tutto è illuminato solo dalla Torre e dai suoi colori. Prima un giallo fisso, ora sfumature. Mi si riempiono gli occhi di lacrime. Rintoccano le campane più intuitive della storia e cado.
Lorenzo dice che lì, tra il primo cortile ed il Pantagruel, c’è lo scorcio più bello di Casale. Quello scorcio che io ho sempre potuto comodamente ammirare dal divano di casa mia.
Posso sentire le risate provenienti dalla cucina, le urla dei miei, il profumo delle ultime lasagne al pesto cucinate da mamma, quella sera dopo piscina, il campanello finché funzionava, le mie amiche gridare dal cortile, vedo ancora tutti i ragazzi di ESN dormire per terra, i miei 18 anni, quando mi sono trasferita al piano di sopra insieme alla mattonella di Zac Efron, le cenette con le ragazze, il compleanno di Elena, il mio ritorno da Siviglia, la camera dei giochi con le bimbe, la tenda delle principesse, l’albero di Natale illuminato, le foto davanti allo specchio grande con le piccole ancora sdentate, tappare le orecchie ad Arabella. E prima ancora mamma in lingerie, nel bagno rosa, con il pancione, papà che le fa le foto. La nonna che prepara il pranzo di Natale, cugini da tutte le parti. I cenoni di Natale con gli insegnanti della scuola. I maghi ai compleanni delle bambine. Arabella e la piccola Franci, tutte le lotte perché potessero giocare insieme. Dormire nel letto di mamma, prima di partire. Bigiare nascondendoci al piano di sopra, senza che la domestica ci scopra, tecnica collaudata e poi ripresa da Fiore qualche anno dopo: il sangue non è acqua. La tesi, rinchiusa in casa. Mia sorella che nasconde tutti i manga dentro la caldaia. L’armadio dei regali. Windows 98. Tommi ed Edo in cortile. I Fendi al completo in complotto sul divano. La testa dell’orso quando non era nel baule di Simo. Pizza da me? Colazione a domicilio. La messa della 10.30, la domenica, svegliando tutti chiudendo il portone. Quella maledetta bottiglia di Fragolino che presi dal tappo ammaccando la piastrella della cucina. Gli album delle fotografie, impilati in ordine cronologico, da toccare con cautela. Intrufolarmi nel letto con Ara e Fiore, la domenica, per svegliarci ed infastidirci. La mia nuova cameretta tutta rosa, sfrattando quella dei giochi. La musica del Pantagruel dalla finestra, il profumo di Maria. Grace che ci viene a trovare. Le macchine al pascolo. I ponteggi fino al campanile, arrampicarsi insieme a Clelia ed Ylenia, per il tramonto più bello. Piadina o Kebab? Ancora uscivamo tutte assieme. Agnese che la sera prima dell’esame di maturità viene da Falde a sentire il discorso, perché io ero in pigiama ed agitata. Ale e Je in gita con me. Pedro e Monse, dal Messico a Ceuta, a Casale Monferrato. Tutti i miei più grandi amici di Santa a prendere multe per i miei 18. Ciotti, immancabilmente fan della notte di Halloween casalese. Gli anni in cui si regalavano sempre i poster da appendere, finché, un bel giorno, non mi è stato regalato un planisfero.
I ricordi arrivano a fiumi e mi travolgono. Potrei continuare a scrivere per tutta la notte.

Il mondo le cambiava attorno.
Giovannacci chiudeva, la locanda Rossignoli riapriva, il barbiere mancava e Falde arrivava, il profumo di Krumiri in sottofondo.
E noi crescevamo.

Sto annegando nelle lacrime. 
Non posso immaginarla. 
Non posso immaginarla vuota. 
Non posso immaginare di non averla salutata per bene. 
O forse meglio così, la ricorderò intatta, piena. Colorata, come quando studiando arrivava il riflesso della finestra sul tavolo della cucina, nero, che dava modo di vedere anche l’azzurro del cielo. 
La casa in cui ho preparato tutti gli esami importanti della mia vita, da quello di terza media, alla laurea… 
Ci sono lati positivi e negativi dell’essere una zingara. Stasera, ora, dopo aver visto le storie di mia sorella, felice del suo nuovo inizio, di un nuovo posto da chiamare casa, sento la nostalgia della mia, che non c’è più definitivamente. 
Vuota, mi aspetta, perché raccolga le mie ultime cose e la chiuda, per sempre, insieme a quella bambina che a 8 anni ha messo piede a Casale, a quella ragazza che aveva trasformato la cucina nell’ufficio di Stay, a quella ragazza cresciuta che ora forse dovrà diventare donna a tutti i costi. 
Tornerò e non solo mi toccherà laurearmi un’altra volta, ma anche chiudere e salutare per sempre la casa della mia infanzia, adolescenza e gioventù. 
E allora scusami, ma non riesco proprio a smettere di piangere.
Che colpo al cuore.
Che naufragio. 

In bocca al lupo alla principessa, che tutte le vecchie rinunce siano solo futuri guadagni in termini di sorrisi. 
Ti auguro un’adolescenza splendida, princi, in questa città nuova, in questa nuova casa. La mia rimane Casale, per sempre.

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2 años después… Erasmus 2.0 – Buenos Aires pt.2

Sono
Passati
D U E 
Anni

Sono passati 2 anni. Davvero? 365×2? Avevo 19 anni quando sono partita? La stessa età dei ragazzi che qui a Buenos Aires mi fanno sentire fuori target?
Ad un certo punto della vita si dovrebbe avere il diritto di traslare il giorno del proprio compleanno o quanto meno i festeggiamenti. Beh, se si potesse, io lo sposterei al 6 settembre: la rinascita. Nasciamo, respiriamo, mangiamo, cresciamo, caghiamo, salutiamo mamma e papà e rinasciamo.
Io sono rinata ad Alessandria, quando ho montato il mio primo divano letto Ikea, di nuovo l’anno dopo, quando ho firmato il mio primo contratto per l’appartamento in via Milano, per poi dover rimettere in gioco tutto, in terra andalusa.
No signori, dopo 1 mese e mezzo nel paese di Maradona, dell’asado e delle empanadas, ve lo posso dire: nulla è come il primo Erasmus.
Non sputo nel piatto in cui sto mangiando, lunge da me un simile affronto a questa città che ha tantissimo da regalarmi, soprattutto ora che si avvicina la primavera, ma è tutto diverso.
Ormai due anni fa sono partita con la valigia vuota, il cuore spalancato, tuffandomi di testa. A Siviglia ho trovato me stessa, amicizie sconfinate, il paradiso in terra, ho capito che direzione prendere e quando sono tornata mi sono anche resa conto di chi ci sarebbe stato al mio fianco. Tornare però non è stato facile. Staccarsi da quella città era un po’ come staccare la pelle dopo una scottatura: non viene mai via tutta e lascia il segno. E tutti ti avvisano: “metti la crema”, “è l’esperienza più bella della vita”, ma tu ti convinci, è solo la prima di tante, è il trampolino di lancio, però te la godi. La assapori, la bevi, la assaggi, fino all’ultimo respiro, all’ultimo goccio, all’ultimo chilo.
Tornare è una doccia fredda.
Le lacrime che versai l’ultimo mese non le ho versate in tutta una vita.
Ed è per questo che ripartire sarà sempre diverso, non per forza più brutto, meno entusiasmante, ma diverso.
Dopo la reticenza iniziale ho lasciato entrare Milano, come si dovrebbe fare con Ascanio, fin sotto la pelle, fino a sentirne la mancanza adesso che non sono lì con lei. Ora che l’estate sta finendo, la sessione di settembre iniziando e tutti tornate alle vostre case da fuori sede, proprio adesso, sono in grado di sentire la mancanza anche dei gas di scarico di viale Zara alle 8 del mattino.
Beh stavo dicendo che, a differenza della prima volta che si fa l’amore, l’Eramsus è davvero buona la prima, perché ti sbatte in faccia così tanti aspetti di te stesso, del mondo, delle persone che ti amano, in ogni fase del percorso, che alla fine tutto è diverso.
Sono partita per Buenos Aires consapevole di quello che stavo lasciando a casa. A Siviglia non lo ero. 
Pensavo che il mondo si sarebbe fermato, che nulla sarebbe cambiato e mi sbagliavo.
Sono qui e non sono lì, ma lì, per quanto m’illuda che il mondo vada più piano, mia sorella inizierà il liceo fra una settimana, qualcuno risponderà alla call da RL, Fiorelisa diventerà maggiorenne, la SWEP sarà a Milano, mia mamma inaugurerà la casa a Genova, Je e Ale si trasferiranno, Bea amerà sempre di più Carpi, Elena è già tornata, Marta partirà, Filippo è già ripartito, Betta anche, la Fanga continuerà a spaccarsi a Bergamo, Lollo delizierà solo Franci con le sue cenette vegetariane, papà ha già prenotato tutte le partite di Champions, la nonna si avvicinerà ai 90… E io non ci sarò.
Non importa quanto possano evolversi le tecnologie, quanti pixel abbia la tua fotocamera interna, quanti punti neri ti riesca a distinguere con un selfie, se non ci sei non ci sei. E io non ci sono, di nuovo.
Quando pensate che partire sia da egoisti, non credete che non ci sia un risvolto della medaglia. Un costo-opportunità. C’è sempre ed è caro, spero non carissimo.
Così cerco di essere più presente possibile, questa volta, di far preoccupare le persone, ma non troppo, per ora. M’impegno.

Abbiamo mandato l’application per un’associazione che raccoglie viveri da imprese, supermercati e privati, una di quelle cose assolutamente illegali in Italia che invece risolverebbero molti problemi di fame nel mondo. Venerdì andiamo a conoscere i ragazzi ed a farci conoscere, lunedì iniziamo. Quando ho detto ad Ale “se va bene la entrevista lunedì iniziamo” si è messa a ridere, come se effettivamente ci potessero snobbare anche le ONG.
Mi sono anche candidata per aiutare nella costruzione di una casa a novembre, se Ale non viene le tiro un mattone.
Ho pagato il mensile di yoga, andrò tutti i lunedì, per iniziare bene la settimana e perché mi piace molto la sede del lunedì, la via si chiama Ciudad de la paz e già questo dovrebbe bastare a farvi capire il livello di serenità che m’infonde tutto l’insieme.
Stasera, comodamente dal divano – si, anche qui sono arrivati questi mezzi altamente tecnologici – ho pagato anche il box, 3 mesi, 2 volte a settimana, fino a dicembre escluso. Sono tornata al box settimana scorsa, dopo 2 anni di stop è ancora mi chiedo se il fatto che l’addio me mi faccia così male sia dovuto alle mestruazioni o all’allenamento di venerdì scorso.
Ho anche provveduto ad un piano d’attacco per lo studio, dando inizio al famigerato tour itinerante delle biblioteche che ho deciso di riproporre a me stessa (ed al pubblico di Instagram) dopo l’enorme successo che ha riscosso (ai miei occhi) a Milano. Forse ne uscirò viva.

Sono andata al parco, il 31 agosto, dopo l’ultimo post, a stilare proprio questa lista di propositi, di obiettivi, di mete da raggiungere. Per me stessa, per gli altri, per investire il mio tempo, riassumendo l’elenco era questo:
1. Studio
2. Lezioni
3. Yoga
4. Crossfit
5. Fondazione
6. Blog
7. Exploring 

A colpo d’occhio sembrava un programma troppo ambizioso, a giochi fatti mi sono resa conto che 24 ore sono davvero tante.

Non sarà Siviglia, non ho più 19 anni, magari scelgo di mangiare sano, andare a dormire presto ed investo il mio tempo in maniera diversa, ma pensò che faccia tutto parte del pacchetto. Ogni esperienza è fatta a modo suo. Ogni luogo, ogni persona, noi, siamo pongo.
L’importante?
Andare a dormire con il sorriso, presto o tardi che sia.
Ma soprattutto, che manchino ancora undici mesi e che basti un giorno per ribaltare completamente tutto.

P.s. Il punto 6. sarà oggetto di nuove discussioni, stay tuned.
P.p.s. Qui trovate il post di esattamente 2 anni fa: http://doralicebosio.com/2015/09/cuaderno-de-viaje-dia-1/

Buona giornata Erasmussini.

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Qual buon vento – Buenos Aires pt.1

Ho appena finito di vedere un film bellissimo, si chiama “The Intern”, “Lo stagista inaspettato” in italiano. 
Vado a dormire con il buon umore, domani è l’ultimo giorno di agosto e ho grandi progetti. 

Voglio che questa esperienza sia diversa, arricchirla e arricchirmi, quindi farò un elenco di propositi mensili, degli obiettivi, dei goal. Siamo ancora giovani, possiamo reinventarci, scoprire, curiosare, provare.
Io inizio da qui. 

Sono andata a lezione di yoga lunedì e hai presente come le fanno vedere nei film? Luci calde, musica da yoga, incenso, a metà tra il sacro ed il profano? Beh è proprio così, è un culto, è un rito, è come una preghiera, però non è sufficiente avere le mani giunte. Per pregare in yoghese devi metterci tutto te stesso, abbandonarti completamente, lasciare veramente fuori dalla porta tutte le preoccupazioni, cercare dentro di te le soluzioni più semplici, prendere contatto con il tuo corpo e con te stesso. 
E poi la meditazione. 
Hai presente quando dicono che solo una persona veramente devota è in grado di galleggiare nell’aria e alzarsi e svolazzare a gambe incrociate? Beh a questo livello non sono arrivata, però la meditazione è stato qualcosa di veramente extra corporeo, un’illuminazione. Il mio corpo era lì, sdraiato in maniera disordinata su quel tappetino, il cuscino sotto al ginocchio, una copertina in pile bianca, una mascherina con i pallini sugli occhi, ma io ero da un’altra parte. Il mio corpo era leggero, morbido, fluido e mi lasciavo trasportare dalla melodia, disarmata. Come quando da bambini ci cantavano la ninna nanna o ci raccontavano una storia, ecco, quello era il livello. E credimi, per raggiungere quella sala di yoga c’è un cavalcavia degno delle peggiori zone di Caracas (poi te lo dirò se fanno veramente così paura i bar di Caracas), nonostante sia abbastanza centrale, le luci calde delle vie di Buenos Aires non sono così rassicuranti. Anzi. Sono il set perfetto di un film horror. Soprattutto perché è facilissimo passare dalle vie delle strade principali, illuminate a giorno, al buio caldo e soffuso.
Beh, dopo quel cavalcavia, più in basso dell’altezza della strada, c’è il numero 40, una porticina e una ragazza gracile con lo smalto nero che, aprendo la porta, la prima volta che ti vede, ti bacia. Si, ok, qui lo fanno tutti, ma lei ci ha messo più amore.
Ecco, insomma, proprio lì dentro, in un posto forse tetro, mi sono sentita al sicuro e disarmata come nella culla della principessa dove io e le mie sorelle siamo cresciute a suon di Fra Martino e racconti di mamma e papà. 

Non sono ancora convinta, probabilmente farò Crossfit due volte a settimana e yoga una sola, come se fosse un premio, un regalo a me stessa. Questo lo pianificherò domani, prima che arrivi settembre.

Tornando al film, basta che tu legga la trama per capire perché mi sia piaciuto. Una cucciola randagia intraprendente, di cuore, indaffarata, nevrotica, amorevole, che impara a fidarsi davvero, sotto l’ala dell’esperienza, della vecchiaia, della calma, ha trovato il suo yoga in De Niro. E cosa non meno importante ha lanciato una start up della madonna (lo devo mettere maiuscolo? In realtà non volevo essere blasfema, solo l’avrei detto così se ti avessi avuto qui davanti. Se ti avessi davanti muoverei anche le mani come una matta, con i palmi aperti, toccando il cruscotto, facendo disegni nell’aria e questo era un inciso ecco).

Buenos Aires è bella, mi ricorda Milano al principio, quando sono arrivata e dovevo imparare ad amarla. In realtà non assomiglia per niente a Milano, è il mio modo di guardarla che mi ricorda gli occhi che mi hanno accompagnata, quelli primavera/estate 2017. 

A proposito di collezioni, oggi sono andata ad un incontro splendido in Università, era una “charla” che qui è un modo molto conviviale di chiamare una conferenza, potrebbe essere l’equivalente di workshop, ma in realtà è un finto workshop come sempre tranne che alle school, però questo è troppo ESNenniano quindi non lo capiresti comunque. Il titolo era “la comunicazione della moda – la trasformazione del linguaggio della moda nella contemporaneità”, c’erano 3 giornaliste che si sono dovute reinventare con l’arrivo di internet, dei blog e poi di Facebook e di Instagram e di tutto quello che uso io insomma. Davano una visione ampia anche sulle nuove posizioni lavorative che sono nate sull’onda del web, tutto molto bello di conseguenza ho pensato che nel secondo semestre potrei cercare uno stage.

Se in Spagna mi aveva dato un grande aiuto a capire cosa non volessi fare nella vita, magari in questo emisfero l’impulso potrebbe essere in direzione opposta!
Ma questo rimane un buon proposito per il prossimo semestre, quindi non mi devo portare troppo avanti, va nel box del lungo termine.

A proposito, oggi sono anche tornata al box. Ovviamente non nel mio bellissimo dietro alla Sogegros di Alessandria, bensì ad uno nuovo porteño, si chiama BIGG ed è molto più metropolitano, ciò nonostante mi ha dato modo di confermare il mio sospetto: un ampio campione di segretarie delle palestre oltre che un dito in culo ha anche un leggero ritardo mentale. 
Sorvolando sul dettaglio, sono abbastanza stanca, anche se non si direbbe dall’orario e ho tutte le parti appuntite del corpo ustionate dallo sfregamento (sono sicura che ci sia una parola che indica gomiti e ginocchia, ma non riesco proprio a ricordarla). Beh non serve nemmeno dirlo, dopo Crossfit mi sento rinata, orgogliosa e fiera di me stessa, soprattutto completando il pomeriggio merendando (perché non esiste anche in italiano questo verbo? Lo voglio importare, è il mio preferito) con una banana. 

Ok, sono sicura che a questo punto, quando domattina leggerai queste righe, inizierai a pensare che stia nuovamente partendo per la tangente (o forse non sono mai stata dritta) però (ok sicuramente sono sempre stata un po’ stranina) in realtà ho solo voglia di riassettare tutto, di raddrizzare un po’ questa tangente e guardare, a porta spalancata, non dallo spioncino, il mondo e me stessa al suo interno.

In realtà avrei voluto anche parlarti del fatto che qui girano veramente tante droghe, di qualsiasi tipo e sai che c’è? Che non ho più voglia nemmeno di motivare il perché non bevo, di rispondere alla solita cantilena “Ma davvero?” “Ma perché non ti piace o…?” “Ah quindi sei astemia?” “Ma hai mai provato?” “Nemmeno la birra?” sorrido, “scelte” e giro i tacchi. Non mi piacciono quegli occhi da scienziati che osservano un topo in gabbia, io non sono in gabbia, saranno le vostre le gabbie a forma di bottiglia! A me fa cagare anche la coca cola, non mi sforzerò di certo per farmi piacere qualche intruglio schifoso di quelli lì che ti servono in discoteca. Perché poi? Va bene così. Se sono presa male sto a casa, se non mi diverto me ne vado, se sono stanca bevo un te, se ho paura sudo freddo, se non ho il coraggio di fare qualcosa stringo i denti. A me va bene così. Mi piace sentire tutte le emozioni, vive, ustionanti, sulla pelle, nella testa, fino al cuore.

Dovrei aggiungere qualche dettaglio sulle persone che ho deciso di frequentare, su quelle che invece saluto dopo cinque minuti e su quelle che mi hanno già accolta nel loro mondo. Vorrei anche dirti alcune cose sulle associazioni e su un volontariato diverso da quello al quale sono abituata, ma devo ancora approfondire l’argomento, quindi per ora mi fermo. Lo appunto, così me lo ricordo al prossimo giro.

Credo che ad aggiornamenti per oggi siamo a buon punto. Avevo bisogno di svuotarmi un po’ e lo yoga non era forse sufficiente, non fa rumore e io sono una casinista. 
Ma mi placherò un pochino, sarà nei propositi che stilerò domani, ti aggiorno!

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Con la M di Milano

Nessuna foto avrebbe reso giustizia al cielo di Milano, questa sera.

Mi sono dimenticata di caricare il telefono, non ho nemmeno la musica da infilare nelle orecchie, posso così assaporare ogni metro percorso, insieme al mio piccolo scooter. Il rosa si dirada sopra al quartier generale della Pirelli, il viola rimane dietro la collinetta dei ciliegi. Respiro tutto: dal calore delle marmitte, al profumo delle panettiere, al sole che tramonta e riesce ancora ad illuminare la pelle, dai cambi di temperatura tra un semaforo e l’altro, al vento tra i capelli sulla sopraelevata.

Mi fermo e penso che tutto è iniziato con i tramonti, tutto. 
La Milano invernale non lasciava spazio a questi colori, ma da quando sono usciti allo scoperto è entrata anche in me e da lì è stata una grande discesa, fin troppo semplice. 
Milano non è facile, non può essere un amore a prima vista. Non è a misura d’uomo come Torino, come Siviglia, non è a pianta romana come la maggior parte delle città europee a cui siamo abituati. Milano è un lavoro, è un’onere ed un onore. Sa farsi amare, ma bisogna avere pazienza, bisogna essere tenaci, credere in lei, aspettarla come si aspetta che i fiori sboccino in primavera, per vederla nascere e rinasce. Per farla propria.
Ed ecco che, contro ogni pronostico, la chiamo “casa”.

In questa serata, in questa settimana un po’ malinconica, dopo 5 giorni splendidi passati al mare, tornare e segregarsi in biblioteca è stato impattante. Fare chiusura giusto in università, uscire alle 21.30 ed essere travolta da tutte queste sfumature, gustarsele, arrivare fino a San Siro, con il sole dietro allo stadio, il Meazza illuminato a giorno, i paninari, i primi concerti estivi, gli uccellini che cinguettano, una leggerissima brezza estiva che sembra quasi aria… mi ha ricaricata.

Entro in casa con il sorriso, non ho nulla di cui potermi lamentare: la vita è bella, oggi ancor di più.

Buonanotte.

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Italians do it well, but ESN do it better

Palermo luccica sotto il finestrino, in aereo fa fin caldo, la mia borsa emana un piacevolissimo odore di arancina fritta e la PN è finita.
Sono partita per questo viaggio con zero aspettative, senza sapere cosa mi aspettasse, organizzare una PN è una cosa, viverla un’altra… torno a casa con le lacrime agli occhi, decine di nuove conoscenze ed un paio di grandi nuove amicizie, il cuore a mille e la sabbia ancora nei piedi. Con una quantità indefinita di adesivi, 2 nuove t-shirt e qualche manata di vernice sulla canotta bianca. Se chiudo un attimo gli occhi ancora le sento quelle mani, gli adesivi che si appiccicano ai capelli, la risata della Bettelli, la voce di Carmi, i commenti di Robi, sento anche la clemenza di Acquaviva, i commenti sarcastici, l’odore di mare, il rumore dei tuffi abusivi in piscina, il sapore della condivisione, della pasta con le sarde, della serenità. 
Il “network”, quel mito amato da qualcuno ed odiato da qualcun altro, quella cosa che per i fan degli Erasmus non ha quasi senso di esistere, quell’entità magica e segreta, mi ha fregata completamente.
Dal primo giorno all’ultimo, dall’accoglienza di ESN Catania, all’asse Chieti-Pescara-Perugia-Firenze.
Tanti disagiati da tutta Italia, tra chi perde il volo, chi dimentica il documento e chi prende il volo sbagliato, che alla fine sono riusciti a portare il disagio a destinazione. Chi se lo aspettava di trovare un medico dietro a quel matto con le boom? Un cuore d’oro dentro a quel minchione di Bongiorni? Un colpo di fulmine con tutta Roma ASE? Una Sollima che non beve? Un sole nella Caronna? La mia stessa nonchalance nelle parole di Giada? Onestà & sobrietà in una discoteca a strapiombo sul mare, con 3 sconosciuti che sembrano essere tuoi amici da una vita, alle 3 di mattina. Chi se lo aspettava che il mio corpo avrebbe retto così tanto senza dormire, per ottimizzare il tempo, per godersela appieno? Chi se lo aspettava che avessero inventato i pedalò con le casse incorporate? Che si potesse convincere anche degli Highlanders che la sobrietà e l’entusiasmo possono andare a braccetto?
Non mi aspettavo nulla e torno a casa piena, stracolma, grata alle ragazze di ESN Palermo, grata al sole che non si è fatto desiderare, grata alla vita.
Torno a casa bianca come 5 giorni fa, con qualche chilo di troppo e la malinconia nel cuore. 
Avrei voluto non finisse. Avrei voluto non dire “a tra un anno”. Avrei voluto non aggiungere anche queste all’elenco delle persone di cui sentirò la mancanza una volta atterrata a BA. Avrei voluto non piangere, ma in pre mestruo le emozioni sono estremamente amplificate. 
Avrei potuto starmene a casa insomma… e invece no.
Mi rimbombano nelle orecchie cori e tormentoni, mi bruciano le labbra per il troppo sole ed il costume è ancora bagnato, la PN è finita e forse questa è la mia nuova normalità. 
Da domani si ricomincia, con lo studio, con i preparativi per la partenza, qualcuno con il lavoro, qualcun altro con il cazzeggio, torniamo tutti ai nostri posti, nel nostro letto, a nanna ad orari decenti, torniamo dai nostri Eramsus, dalle mamme, dai coinquilini, alle nostre vite. 
Ritorno sicuramente più ricca, più grassa e con una ragione in più per amare questo Paese, la mia vita, per sentire questo posto il mio posto.
Italians do it well, but ESN do it better.
Grazie a tutti, mi mancate già.

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Cuore (bianco) nero

No in realtà non sono solo triste, sono un po’ traumatizzata, non riesco a concentrarmi. 
Ieri sera la prima persona a cui ho scritto a fine partita è stato Matteo, goliardicamente, paragonandolo a Cuadrado. Lui con il fiatone ed in preda al panico mi ha mandato una nota vocale, stava scappando da piazza San Carlo, totalmente spaesato. 
Mi sono preoccupata, ho iniziato a cercare notizie, hanno iniziato ad arrivarmi foto di ragazzi insanguinati, di persone che erano lì e senza nemmeno il tempo di capire cosa fosse successo, giusto il tempo di raggiungere la macchina, tra i tweet vedo la nuova tendenza, #LondonBridge e a quel punto davvero non capisco più un cazzo, mi sono sentita un po’ schiacciata, un po’ fortunata, un po’ in ansia. La tristezza per la partita non era nulla a confronto del magone, dalla confusione, del sudore freddo.

Cerco di studiare, chiusa qui, nel mio hotel di Londra, c’è il sole fuori dalla finestra e la speranza si riaccende. Dall’ascensore dell’Excel esce una mamma, ad aspettarla fuori le sue due bimbe ed il papà. La grande corre subito ad abbracciarla, la piccolina scalcia per essere slegata dal passeggino, per poi avvinghiarsi al suo collo e fare la spola abbracciando prima mamma e poi papà. Mi piace pensare che siano venuti a prendere mamma che tornava da un lungo viaggio. O magari usciva semplicemente dall’ufficio. O da un viaggio corto, che a loro è sembrata un’eternità.
Ieri abbiamo fatto il giro largo, non come al mattino, quando prima il Tower e poi il London Bridge li abbiamo attraversati in auto, per andare a recuperare Sergei ed il suo amico, due ragazzi che venivano dalla Moldavia per la partita. Sono riuscita a convincere papà ad usare bla bla car e sia nel viaggio di andata che in quello di ritorno erano con noi. 
Due bravi ragazzi.
Due bambine stupende.

Tutta questa umanità, questa condivisione, questa apertura, questi denti all’aria, questo sole, sono quello che mi fa pensare che non vincerà il terrore, che non ci fermeremo, che la paura non prenderà il sopravvento.
Ma non riesco a dirlo oggi. Non riesco neanche a crederlo, perché se non fosse così reale, così tangibile, così quotidiana, questa paura, ieri sarei entrata allo stadio con il cuore più leggero, il campo non sarebbe stato coperto ed avremmo visto il cielo. 
Se non fosse così viva, così forte, al cadere di una transenna, all’esplosione di un petardo, allo scatto di qualche persona, non avrebbe prevalso lo spirito di sopravvivenza, nessuno avrebbe perso le scarpe, nessuno avrebbe camminato su altri corpi, nessuno juventino si troverebbe oggi in ospedale, a farsi togliere pezzi di vetro dal corpo. Se non fosse così truce oggi il London Bridge sarebbe aperto al traffico e potremmo attraversarlo ancora, a piedi nudi, a cuor leggero. Potrei studiare frivolezze, come aumentare gli incassi di un supermercato, invece penso soltanto che se qualche sponsor avesse portato i bicchieri di plastica non ci sarebbe stato tutto quel vetro a terra. Che se solo avessi attraversato quel ponte qualche ora più tardi, o fossi uscita dallo stadio prima, che se non avessi avuto il coraggio di andare a Cardiff probabilmente sarei stata lì, proprio lì in piazza, come due anni fa…

Se viaggiamo è per sputargli in faccia, per sentirci ancora vivi. Se non rinunciamo ad andare in massa a vedere la Champions, ad un concerto, a prendere la metro, a far preoccupare la nonna, è perché siamo vivi e non possiamo che godercela questa vita, perché la rispettiamo, perché la onoriamo, alla faccia di chi il rispetto non sa nemmeno cosa sia, di chi non ha amore ne religione. 
Ma se invece rinunciate… Oggi vi capisco.

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Only the sky is the fucking limit. Goodbye M.

Finisce qui. Finisce così.
Non so perché senta questo bisogno incessante di suggellare momenti di questo
tipo, non so perché non sia cinica e acida 24/7 e mi lasci andare anche a
questo tipo di sensibilità.
Aspetto che la Poli sia girata, raccatto le cose e lascio
che questa porta antipanico Cisa si chiuda dietro di me. Spingo me stessa,
insieme alla sua maniglia rossa, lasciandomi dietro un anno di vita.
Finisce qui, finisce così il mio primo anno di magistrale,
il mio primo anno di lezione in Bicocca, il mio anno di domicilio a Milano.
Lascio in quell’aula 29 dell’U6 un pezzetto di cuore, tutto il resto l’avevo
già lasciato, mezz’ora prima, nella 26, insieme a Lucia ed al suo seminario
pieno di entusiasmo e di coraggio.
Simo dice di non piangere, che sto solo diventando grande,
ma io non so fare altro che disubbidire e corro sulla collina dei ciliegi ad
irrigare il prato con le mie lacrimucce.
È stata una scelta sofferta, ad esclusione, che mi ha
stressata tanto. Ho sognato Milano per anni, ma dopo Siviglia non la credevo
più conforme alle mie esigenze, non la volevo più. Invece, per assaggiare un
po’ di quello che, forse, vorrò essere, era l’unica possibilità congeniale.
Si è fatta odiare, insultare, ammirare ed amare. Sullo
sfondo c’è sempre stata l’università, una nuova università, diversa, rosso
mattone, con le aule in verticale, con troppi compagni di corso, con gli
edifici dislocati su una superficie immensa, in una zona del cavolo.
Finisce qui, finisce così. In una giornata di sole, dopo una
lezione originale che ci ha commosso, spronato, invogliato a credere in noi
stessi, a superare i nostri confini, a salire i gradini della nostra scala. Ed
è quello che ho deciso di fare, è il motivo per cui sono venuta in questa
Milano: per cavalcare la mia onda, per la vista dal gradino più alto, per
lanciarmi dal trampolino. Mi lancio tra 1 mese e mezzo, con un volo di 16 ore
diretto a Buenos Aires che ho sognato, desiderato, scelto con tutta me stessa.
L’ho fatto pensando che il tragitto non sarebbe stato così emozionante, che non
mi avrebbe portata fino a questa collinetta a pensare a tutto quello che,
ancora una volta, egoisticamente o coraggiosamente, lascerò qui.

“The sky is the limit. Per quello che siamo dobbiamo ringraziare Dio, ma quello
che diventeremo sarà tutta farina del nostro sacco. Cadremo, basterà
ammetterlo. Sbaglieremo e ci rialzeremo. La fiducia è come l’amore, dev’essere
reciproca per funzionare. Dobbiamo imparare ad ascoltare, prima ancora di pensare
a cosa dire. Senò perché ci avrebbero fatti con due orecchie ed una sola
bocca?”

Finisce qui, finisce così, anche se mancano ancora troppi
esami, finisce comunque. Niente più risata di Cecilia, niente più rossore e
proposte di Chiara, niente più ticchettio di unghie di Marta sulla tastiera.
Fine degli interventi di Vinz, del total black di Carlo, basta sguardi d’intesa
con Vale, basta shekerate con Ale. Non ho creato molti legami in classe, ho
conosciuto tutti, mi sono fatta conoscere da tutti, ma ho approfondito davvero
pochi rapporti, ne ho consolidati alcuni, ma il mio cuore è andato subito al
-1, vicino alle macchinette, in quel locus puzzolentus che è l’ufficio di ESN.
Non so quantificare se mi mancheranno di più le persone, la routine, il nervoso
o la gratitudine negli occhi degli Erasmus, non riesco a misurare. So per
esperienza che ogni scelta è un maledetto trade off, che per fare qualsiasi
cosa devi rinunciare almeno ad un’altra. Sono qui a scrivere e non sono all’EN
e mi si stringe il cuore, per un’idiozia. Sono qui a piagnucolare e non sono in
Feltrinelli a studiare. Andro a fare merenda con Baboz e continuerò a non
studiare. Insomma, ho scelto l’Argentina ed il peso si è sentito subito, non
solo sulle mie spalle, ma anche su quelle di chi mi si avvicinava, di chi mi
era già accanto, un pochino, non troppo, non sia mai che ci si scotti e poi
come si fa con tutta quell’acqua in mezzo?
È arrivata la primavera, Milano è sbocciata ed io con lei,
ho accorciato i pantaloni ed aperto il cuore. Ho respirato il suo smog ed
assaggiato i suoi parchi. Ho corso in moto, ho corso a piedi, mi sono lasciata
travolgere. Ho spiato i suoi cortili, assaggiato l’asfalto, collezionato
biglietti da visita.
Ho chiuso gli occhi, nei sedili posteriori, lasciandomi investire
dall’aria fresca della sera, dalle voci di Je e Ale che cantano, in uno dei
nostri tipici e banali giretti. Ho chiuso gli occhi e li ho immaginati in
un’altra casa, con altri coinquilini, nuove abitudini, nuovi posti in cui
correre, nuovi supermercati in cui fare la spesa. E ne ho già sentito la
mancanza. Ho chiuso gli occhi per tenere dentro tutta la gioia, per non
lasciarla scappare, per fermarla qui ad aspettarmi.
Finisce qui, finisce così, anche se manca ancora un mesetto,
anche se nel 2018 tornerò, anche se questa università deve ancora vedermi con
la corona d’alloro, anche se forse è solo l’inizio.
Me lo sono chiesta, se fosse giusto fermarmi. Mi sono detta
che non era ancora ora, che me ne sarei potuta pentire poi, che se non l’avessi
fatto ora, non avrei mai più avuto la possibilità. Magari sì, ma non con questa
serenità, non con quest’età, non con questa leggerezza.
Oggi non mi sento leggera e non sono sicura di sentirmi
leggera tra un mese e mezzo.
Arabella andrà al liceo, Fiorelisa cambierà colore di
capelli, inaugureremo la casa di Genova, ci sarà un nuovo board, arriveranno
nuovi Erasmus, due nuove welcome weeks, 4 PN, 1 AGM in Costa Brava, 1 altro EN…
Ed io dove sarò? A Machu Pichu? Sui ghiacciai della Patagonia? Al Carnevale di
Rio? A festeggiare i morti in Messico?
Sì, sicuramente sono egoista, ma non leggera, questo no.
Mi mancherete.
Mi mancherà la buonanotte di Je, nel dormiveglia, Alessandro
che passa a salutarci prima di andare a lavoro, gli uccellini di San Siro che
mi svegliano, il latte dell’Esselunga che riempie il frigo, il “buongiorno”
sorridente del Gianni, la pedivella del Phantom, la voce metallica della Lilla,
salutare i guardiani senza essere ricambiata, le uscite di Brondoni, la
gratificazione di ESN, le assemblee, tornare a casa distrutta, tutti voi. Mi
mancheranno le cene con le scatolette, le brioches di Panini, i pranzi con
Anto, incontrare Marta per caso in biblioteca, la biblioteca, la Feltrinelli, la terrazza di Corso Como, i tramonti dietro Ponale, sul
ballatoio del 7° piano, dietro l’Arco. Mi mancherà San Siro illuminato a giorno
dalle luci dello stadio. La nebbia. No, forse quella no. Oppure sì. Mi mancherà quest’aria di primavera, i panzarotti, i 23 semafori che mi separano dall’università, le 16 fermate di metro prima di Ponale, le scene da frettolosi impazienti, le battute dai finestrini, voi.
Mi mancherà tornare a Casale qualche weekend sì e qualche no, poter rivedere le
colline ed apprezzarle come mai prima d’ora, te, loro, le ragazze, i krumiri.
Mi mancherà Santa, Genova, per non parlare delle mie principesse, di mamma, di
papà.
Mi mancherà questo momento, quest’aria sporca, questo verde,
cruzerò el charco per riempirmi ancora una volta gli occhi, il cuore, ma con la
consapevolezza che al mio ritorno c’è un posto nel quale non mi dispiacerebbe
crescere, respirare, sbagliare, cadere, innamorarmi… vivere.
Grazie stronza, sei e continuerai ad essere una grande
compagna di giochi, un bel teatro, un palcoscenico con i fiocchi.
Mi mancherai, Milano.
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Mia madre che fa cose – Festa della mamma 2017

Ho salutato mamma, era affacciata alla finestra, in mutande e mi urlava “non hai nemmeno salutato la tua mamma!”. Parla di sé in terza persona, come a voler sottolineare che lei è la mamma, come se non si fosse ancora capito dopo 21 anni di stress. E comunque l’avevo salutata anche prima di scendere, ma lasciamo stare, tanto non la saluto mai abbastanza.

Come non le dico mai quello che faccio, la metto solo di fronte al fatto compiuto. Da piccola invitavo le mie amiche a cena e poi l’avvisavo, era così naturale per me aggiungere un posto a tavola, invece mi beccavo delle strigliate clamorose, ma anche quando l’avvertivo prima esordiva sempre con “non abbiamo nulla in casa, aspetta che guardo cosa possiamo fare…” oppure “certo che potevi dirmelo un po’ prima”. Ma secondo il mammese, quand’è prima di prima?
Appena diventata grande ne ho approfittato subito e adesso davvero le dico sempre tutto dopo, sempre prima, ma comunque dopo. 

Madre: “Tua nonna mi ha detto che stai cercando casa ad Alessandria” 
Io: “Veramente ho gia firmato il contratto mamma”

Madre: “Come stai? Dove sei?”
Io: “Ciao mami, baci dal Marocco”
Madre: “MA TU SEI PAZZA?! E L’ATTENTATO? E L’ISIS? E LA TRAMONTANA?”

Io: “Mamma vado un anno in Erasmus”
Madre: “Fai domanda?”
Io: “No, ho già vinto il bando, parto tra un mesetto”

Io: “Mamma vieni a prendermi in stazione che zoppico?”
Madre: “Come zoppichi?”
Io: “Ah no niente, sono caduta in moto settimana scorsa”
Dell’Argentina non serve riportare le conversazioni, erano in mondovisione.
A volte ti sento solo sospirare dall’altra parte della cornetta, se non avessi smesso di venire in chiesa probabilmente ti faresti anche un segno della croce, invece sospiri, m’insulti, ti rassegni. Ad una figlia zingara.
Ho superato Pavia, da sciocca che decide tutto all’ultimo ho dovuto prendere il regionale, ma non uno qualunque, il Treno del mare. Allora anche fare tutte le fermate è più bello, semplicemente perché si chiama “Treno del mare”.
Il sole tramonta alla mia sinistra, accanto e davanti a me dei ragazzi dell’est, probabilmente russi, mi sveglio di soprassalto dal torcicollo e c’è una luce stupenda.
Facebook era impestato di fotine dolci con mamme e popini, di dediche sdolcinate, perché si sa che gli italiani sono dei gran mammoni. Ma lo sai, io sono una zingara, quindi farò a modo mio.
Ad un certo punto della loro vita le mamme si dividono in due categorie: quelle che per la festa della mamma si aspettano un regalo sorprendente e quelle che semplicemente aspettano che i figli tornino a casa. Un po’ spontaneamente, un po’ spinti dal senso di colpa, un po’ per coincidenze di tempistiche, un po’ perché il Treno del mare è un crogiuolo di culture e puzza di umani.
Settimana scorsa, quando avevo già deciso che sarei scesa a Santa, mi hai mandato un messaggio minatorio, diceva “Domenica prossima è la festa della mamma, quindi è la mia festa. Quindi dovete essere tutte qui con me a festeggiarla. Perché me lo merito. Io sono una brava mamma”.
Troppo velocemente sei entrata nella seconda categoria, troppo velocemente siamo cresciute e troppo velocemente ti abbiamo lasciata sola. Riscrivendo questo messaggio mi si bagnano gli occhi, ma ci sono i russi, devo contenermi. Sì, mamma, anche io piango ancora, anche se sono una vecchia zitella acida, mi commuovo e soffro.
Leggere quel messaggio, così spiritoso, se letto immaginando la tua voce da bambina, mi ha fatta sentire tanto in colpa all’idea che avessi sentito davvero il bisogno di chiedere una cosa che per me era già scontata.

E’ difficile spiegare le ali, lasciare il nido, buttarsi sulla vita. 
Ho visto amiche tornare a casa tutti i weekend, di tutti i loro anni di università. Tornavano da mamma, tornavano dagli amici del liceo, tornavano in paese, si rilassavano. Ma io non sono così: tutti i weekend ho qualcosa da fare, ovunque vada mi butto in nuove avventure, mi rimbocco le maniche, lavoricchio, coltivo nuove amicizie. E in realtà anche i miei amici del liceo sono come me, per questo sono miei amici, lo sai. E tra l’altro, a modo tuo, sei così anche tu. 
Non posso prenotare nemmeno un treno di ritorno, perché non so dove sarai. Sei metodica, sì: Santa, Cervinia, adesso Genova, ma cos’è per te casa?
Quando ero piccina era abbastanza chiaro, vivevamo a Varese, poi ci siamo trasferiti a Casale, ma l’inverno in montagna, l’estate al mare… i miei amici erano nati a Casale, i loro fratelli anche, magari anche i loro genitori, avevano amici dall’asilo nido, erano soci alla Cano da prima di sempre, avevano un’identità ben precisa. Io e le mie sorelle invece siamo nate in 3 posti diversi, abbiamo vissuto almeno in 3 città diverse, in case diverse, ci siamo adattate, siamo diventate duttili e malleabili. E adesso “casa” è diventata un concetto astratto, non è un luogo fisico, è un’emozione.
Questo fine settimana casa era sicuramente Santa, eravamo noi 4+1, noi e le nostre nuance di biondo e azzurro, le nostre risate assordanti, il +1 che è Tiffany.

Ma casa è diventata anche Milano, proprio quella che una volta era tua, quella che tu chiamavi “casa”, dove papà veniva a trovarti all’inizio del vostro amore, dove studiavi come una matta, la tua prima casa da arredare e pulire come una maniaca quale sei. Mi sento più vicina a te, ora che casa tua è un po’ casa mia.

È stato fin troppo istintivo per me prendere il volo, buttarmi sulla vita come mi buttavo tra le braccia di papà dagli scogli. E adesso, dopo anni da eremita, all’idea colorata ed emozionante di allontanarmi di nuovo, ho tanta voglia di abbracciarti e farti sapere che ci sono, che puoi contare su di me, anche se sono entrata a piè pari nella mia di vita.
Lo so, è difficile da accettare, prima la tua vita era la mia, la mia era la tua, stessa casa, stessa cena nel piatto… no aspetta, questo non è vero, sarà dal liceo che noi mangiamo diversamente da te.
No, non lo dirò mai che sei la mamma migliore del mondo.
Tu sei diversa, non sei quel concetto che, gli italiani soprattutto, hanno di “mamma”. Quella che prepara la cena, che si preoccupa, che sta sveglia la sera ad aspettarti. Tu sei maturata con il tempo, ci hai dato mille attenzioni quando eravamo piccole e poi via, allo sbaraglio, a spaccare il mondo. Come puoi lamentarti? Ti sei sposata uno zingaro, ok siete separati, ma come potevi pretendere delle bimbe casalinghe?

Sei una grandissima rompiballe, simpatica, pedante, una sagoma, mi diverto a prenderti in giro ed ho superato quel momento in cui mamma era un nemico giurato, quell’adolescenza in cui era tutta colpa tua, tanto odi et amo, ora sei al mio fianco. Ora tifo per te, come tu tifi per me, con tutti gli sforzi che ne conseguono. E’ facile tifare per la propria squadra quando vince, soprattuto quando prende le scelte che avresti preso anche tu, ma quando invece fa di testa sua, spezza il guinzaglio, è difficile fermarsi, guardarla correre, sorridere ed incitarla.

Così vedo la tua rassegnazione, il tuo sospiro di sollievo, così mi viene voglia di abbracciarti, di proteggerti, di farti sentire che sarò sempre la tua bambina, che non ho bisogno di nient’altro se non del tuo sostegno.

L’ho aspettato tanto, dopo anni a sentirmi dire “puoi fare di più” dopo ogni 9 che poteva essere 10, dopo ogni 10 che poteva essere 11, ti sento ancora gridare e battere le mani, in prima fila, il giorno della mia laurea, quel giorno in cui, finalmente ti ho dato il permesso di ascoltarmi. Non come alle medie, non come al liceo, dove ti ho lasciata fuori dalla porta, eri lì con me, ossessionata come sempre con i tuoi video, a sostenermi.
E poi è arrivata, la tua fierezza, il superamento delle tue aspettative, quest’orologio che porto al polso con orgoglio e senza paura, che mi ricorda ogni giorno quanta tenacia hai messo tu nella vita e quanta vuoi che ne metta io.

A volte ti devo istruire, non lo accetti, ma è così. I tempi cambiano, io ti amo, ma non sono come te e non voglio essere come te. Quindi non sempre posso fare quello che vorresti la tua figliola facesse, ma se sono davvero convinta e desiderosa di qualcosa, prima o poi lo capisci.
Come hai capito quanto fosse magica Siviglia, solo venendomi a trovare, solo guardandomi nel mio nuovo habitat. Come te lo ricordi ogni volta che mi senti parlare spagnolo, quando mi alzo al ristorante per aiutare le cameriere a parlare con i clienti. Così.

Mamma, sei un disastro. E potrei continuare per ore, un giorno forse scriveremo davvero il glossario di tutte le frasi incredibili che ci rifili, di tutti gli insulti ai quali non possiamo fare altro che rispondere con una sonora risata, perché una madre così scema da dare delle “puttanine maltesi” alle figlie, merita solo una risata. Perché non sai più cucinare. Perché in moto non superi mai i 30 km/h. Perché ogni volta che compri una macchina la devi smussare su tutti quattro i lati, ed è sempre colpa dell’asfalto, della pioggia, di un’altra macchina, del vento. Perché anche i portafogli si sono rotti le balle di nascondersi in giro per casa. Perché vedi verdi i calzini blu. Perché credi che “lì” “là” “di là” siano coordinate.
Mamma, sei un amore. Perché quando torno a Santa dopo due mesi e in casa non c’è né la focaccia, né le trofie al pesto, ma solamente i canestrelli, mi rendo conto che ci hai messo del tuo. Perché quando arrivo a Casale, tu non ci sei, ma ci sono i Krumiri sul cuscino, per la gioia di Ale e Je oggi, per quella di Alice e Lucia prima, sei proprio la mia mamma. Perché sei autoironica e ti prendi in giro da sola. Perché la tua purea in polvere è la migliore che ci sia. Perché accetti che le tue figlie ti rinominino “Satana” sul telefono. Perché ci lasci suonare con il forno, come nei video dei bambini pazzi. 
Mamma, sei una rompicoglioni. Per questo ti metto sempre di fronte al fatto compiuto. Figurati se avrei potuto sopportare mesi e mesi di “ma cosa ci vai a fare a Buenos Aires?” ancor prima di sapere se mi avrebbero preso. Probabilmente avrei applicato per l’Antartide! Perché quella sedia è tua, il divano è tuo, quella cosa che mi hai regalato è sempre e comunque tua. Perché continui imperterrita a cercare di convincermi che il cioccolato sia buono. Perché non è mai abbastanza pulito e nessuno pulisce mai bene come te. Tu che sei in grado di lavare anche gli ombrelli, di mettere le scarpe al cane, di asciugarle la passera quando fa la pipì. Perché ti coalizzi con i miei fidanzati, soprattutto quando diventano ex.
Mamma, sei una principessa. Perché non appoggi mai la borsa a terra, perché come ti detergi tu la faccia, tutte le sere, io lo faccio una sì e tre no. Perché non hai mai avuto intenzione d’imparare a mangiare il pesce con le mani e quando ti obbligo ti sporchi come una bimba. Perché in ogni borsa hai un borsellino, un astuccio con matita, rossetto, pettinino, specchio e fazzoletti, ovviamente coordinati. Perché lavi anche le solette delle scarpe, lavi l’aria ed i denti al cane.
Mamma, sei una matta. Perché ci segui sul treno senza biglietto. Perché non mi hai mai dato il coprifuoco, facendo affidamento sul mio buon senso, per poi chiamare strillando “non ti sembra ora di tornare a casa?!”. Perché non mi sei mai venuta a prendere in discoteca, “come ci sei andata torni”. Perché hai sposato papà e ci hai fatto pure 3 bambine. Perché ti sei rassegnata ad aprirmi le porte del tuo armadio. Perché ti lasci prendere per il culo in mondovisione. Perché nessuno si sognerebbe di pulire le persiane all’esterno arrampicandosi sul davanzale. 
Mamma, sei la mia mammina. Non sei la migliore, sei un disastro, un amore, una rompicoglioni, una principessa, una matta.


Avrei voluto cambiarti, scambiarti, prenderti a testate, lasciarti in autostrada come gli stronzi che abbandonano i cani, mandarti a fanculo, chiuderti il telefono in faccia, bloccarti su Facebook, scappare di casa, bloccarti sull’iPhone e ti dirò, ci ho provato. E l’ho fatto. Ma poi sono cresciuta, mi sono rassegnata anche io, ho imparato a conoscerti, ad accettarti, ad apprezzarti, a prendere il meglio di te, a tenermelo stretto, a ringraziarti, a vedere il lato positivo, ad abbracciarti, a cercarti, a preoccuparmi per te.
Mamma, sei la mia mammina. Non sei la migliore, ma sei la mia e non ti cambierei con nessun’altra. 
Anche se quella di trasformare camera mia in un salotto non me la dovevi fare. Stronza.

Buona festa della mamma, auguri, amore, ti amo tanto.

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L’aria metropolitana di Milano

“Povera Milano.

Povera Milano, i sensi di colpa oggi toccano livelli indescrivibili e mi scuso anche con le città.
Povera Milano, non è colpa tua. Sotto il tuo grigiore nascondi segreti e meraviglie colorate, tutte da scoprire e difficili da scovare, ma incantevoli.
Povera Milano perché ti addosso colpe solo mie, scusami, non è un tuo demerito, sono io che non riesco a colmare il vuoto che mi sono creata attorno, quest’aurea di nostalgia, questa corazza dura che non ti lascia arrivare al cuore.
Povera Milano, è toccato a te, il peso di quest’anno così strano, di queste notti insonni, di questi nodi alla gola. Ti stai sobbarcando carichi che non ti spettano, lacrime che non meriti, insulti generici, banalità sconfinate. 
Povera Milano, non ti offendere, l’unico problema che hai è che non sei Siviglia. Ed è un problema tutto mio.
Imparerò a rassegnarmi.
Un secondo per amare ed una vita per dimenticare. Un secondo per sentirsi a casa ed una vita cercando ovunque di ritrovare quella sensazione.
Avrei dovuto fermarmi?
Già?
Davvero?
E’ lei o sarebbe stata qualsiasi altra?
Forse tutti pensano che la loro sarebbe stata la perfetta, forse sono solo accecata, ma non passa giorno in cui non mi ritagli il tempo di una lacrima da versarsi addosso. 
Solo perché non sei lei, Mi.
Che zitella frustrata, che eterna insoddisfatta, che rompicoglioni.”
E’ passato solamente poco più di un mese da quando, in preda al panico, gettavo tra le note queste parole. Un mese nel quale mi sono rimessa in carreggiata, sono rientrata nel mio corpo, ho ripreso le redini della mia vita e mi sveglio ogni giorno con il sorriso.
Che sia l’avvicinarsi della primavera, il caldo o semplicemente le cose che vanno esattamente come devono andare, non lo so.
So che da qualche pomeriggio, preparando i documenti per l’application, all’idea che tutto questo finisca presto, mi mordo la lingua.
So che oggi, dopo 3 giorni full immersion in quest’avventura piena di sigle, all’idea di allontanarmi da ESN, mi si stringe il cuore.

Il papà di Ciotti diceva che Milano è una giostra: devi prendere il giro. Sono salita a bordo a settembre correndo nella direzione sbagliata, titubante, indecisa, ma poi ha fatto tutto lei. Si è fatta desiderare, mi ha mostrato i suoi angoli nascosti, le perle nei cortili, i soffitti di cristallo, gli affreschi sotto terra, mi ha fatto alzare gli occhi al cielo, mi è entrata dentro.
E adesso? Ora che Milano è diventata la mia città, ora che ho preso il giro, ora che dalla giostra salgo e scendo a mio piacimento?
Davvero arriva aprile? Davvero mancano 4 mesi?

Sono arrivata con l’idea di andarmene, che fosse solo un passaggio, un momento. Non volevo adagiarmi e sono rimasta sulle spine, ho fatto fatica, ma adesso che il divano ha preso la forma del mio culo, che centro il water anche di notte, che apro il frigo con la luce spenta, adesso che in ufficio c’è sempre qualcuno, che saluto anche gli omini del gabbiotto, che conosco tutte le cameriere della mensa, che non confondo più l’U9 con l’U5, adesso che questa routine mi piace, che ho imparato ad ammortizzare anche il tempo in metro, che so quando mi conviene sedermi in fondo o in mezzo, adesso che i parchi si colorano ed anche i milanesi sembrano meno scorbutici, adesso che Jessica è più imbruttita di me ed insulta in romanaccio-milanese i pedoni lenti, adesso che mi è passata anche la voglia di tornare a casa il weekend, perché mi sento già a casa qui, adesso… è già ora di andarsene? 
Mi ripeto che ci sono occasioni da cogliere nella vita, che dopo aver poggiato il piede in terra argentina tutto sarà magicamente chiaro ed in discesa, che se non lo faccio ora non lo farò mai più, che Milano è qui e mi aspetta, ma mi prudono comunque le mani.
Solo una volta tornata indietro da Siviglia, dopo 1 anno ai 100 all’ora, solo allora mi sono resa conto che anche qui qualcosa si era mosso, che anche se magari qualcuno aveva rispettato i limiti di velocità, anche in Italia il tempo era passato, anche qui avevano vissuto ed io non c’ero. Respiravo un’altra aria, buona, buonissima, ma non la loro. 
Solo a quel punto mi sono resa conto di aver perso un pezzo della vita delle mie sorelle, l’ultimo anno di università con i miei compagni di corso, che probabilmente avrei rivisto in poche occasioni nella vita, un anno con la mia nonna. Sì, è vero, avevo guadagnato tanto ed il costo opportunità pendeva in maniera prepotente verso la Spagna e verso quello che un anno di Erasmus mi aveva regalato, quello che mi ha fatta diventare, ma ciò non toglie che qualcosa mi abbia anche fatto perdere. 

Dannata Milano, dannata Siviglia, dannatissima ESN, maledetta me.

Il Gianni sta tagliando il prato in cortile, dalla finestra entra odore di erba e se chiudo gli occhi posso ancora sentire la musica che arriva dal Mercado de la Lonja del Barranco, mentre ai piedi del Guadalquivir prendiamo il sole e picnicchiamo, parliamo in 18 lingue diverse e comunichiamo a pallonate. 
Se li strizzo mi sto grattando le punture di zanzare dalle gambe, a Moleto, sui colli monferrini, mentre sorseggio un azzardatissimo the alla pesca. 
Se li riapro posso contare le stelle cadenti sopra il giardino di casa di Gio, a Ruta, la notte di San Lorenzo, tutti arrotolati sotto i piumoni, impauriti da cinghiali invisibili. 
E poi ancora l’Aurora, facce stanche e spossate, t-shirt appiccicate alla pelle dal sudore, tristezza e gioia.

Ci sono stati tanti posti in cui mi sono sentita a casa, in cui mi sento a casa ogni volta che ci rimetto piede, luoghi in cui è bastato un secondo, altri che non mi hanno dato scelta, alcuni che mi hanno fatta lavorare duro, eppure sono e saranno per sempre parte della mia vita, di me, mi hanno fatta arrivare fin quì…
Allora la domanda è sempre la stessa che mi fece Carlo a bruciapelo, dopo essersi rotto i coglioni di sentirmi ripetere quanto fosse perfetta quella città… “ma se Siviglia è così perfetta, perché non ti fermi una volta per tutte?” 
E la risposta purtroppo o per fortuna, continua ad essere che il mondo è troppo grande per fermarsi, che dietro l’angolo potrebbe esserci sempre qualcosa di ancora più adatto o qualcuno che ci faccia sentire ancor di più a casa.

Chissà quando smetterà di girare…

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Buongiornissimo, kaffè?

Qualche settimana fa stavo usando il mio viaggio in metro per riempire le note del mio iPhone, c’era un’aria strana dovuta alla sessione invernale, ma non solo.

Mi stavo chiedendo cosa ci fosse di diverso nell’aria, mi è venuto in mente stamattina quando sul cesso mi sono ricordata di Mattia Feltri. 
Ci sono veramente poche cose che non sono cambiate nella mia vita negli ultimi 8 anni. Da Casale ad Alessandria, da Alessandria a Siviglia, da Siviglia a Milano. Dal liceo alla 
triennale alla magistrale. È rimasta la famiglia, quella non si cambia, le ragazze, che sono anche loro un po’ famiglia, gli amici immortali, quelli della Valla e le tradizioni.
Quelli che sono rimasti lo sanno, sanno che per me la giornata non inizia se non dopo la colazione ed Il Buongiorno. Se per i comuni mortali il lunedì è tragico perché ricomincia la settimana, immaginatevi per chi prende La Stampa per poi non trovare il buongiorno e “ah cazzo è lunedì”.
Nell’intervallo con Marta, al bar da Frank, lotta con i vecchietti, in metro dal telefono. Cultura-opinioni-buongiorno.
Buongiorno anche a te!
Livelli di trash altissimi che forse alcuni ricordano con @labuonanottediDCB, salti ancora più alti quando “Dolly vai a leggere il buongiorno, Grame ti ha copiato il post”. Sto volando.
Veniva con me. Mi faceva incazzare e sorridere. Odi et amo. Però era lui: lui da solo, lui con la Gamberale, lui formato tabloid, lui giornalista, lui scrittore, lui ed il Toro…


Poi evidentemente sono arrivata a San Siro Ippodromo e la nota è stata archiviata, ma non ho potuto fare a meno di ripescarla, oggi.
Ero indecisa su cosa condividere su Facebook, più o meno come Crippa era “Indeciso se invidiare il pacco di Gabbani o Gramellini”. Non sapevo se esternare la mia delusione attraverso il video trionfale de “Il primo giorno di Massimo Gramellini al Corriere” dove si autocita e sorseggia caffè, fingendo di ridere già anticipatamente delle critiche che riceverà. Oppure avrei potuto contribuire davvero a fare pubblicità a Il caffè divulgando il primo pezzo della sua rubrica, o magari il secondo, un po’ più carino.
Per ora mi limito a pubblicare un po’ di sgomento.
Che Massimino fosse un genio del male già si sapeva, che la carriera e gli affari non debbano mai fermarsi, non lo metto in dubbio, ma questa rubrichetta mi sembra proprio uno strafalcione. Sarà l’affetto che mi fa parlare, l’attaccamento alla maglia, oppure qualcuno ha osato troppo?
Una cosa è certa: tra il Buongiorno ed Il caffè manca solo un superlativo assoluto.

In bocca al lupo Grame!

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