Only the sky is the fucking limit. Goodbye M.

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Finisce qui. Finisce così.
Non so perché senta questo bisogno incessante di suggellare momenti di questo
tipo, non so perché non sia cinica e acida 24/7 e mi lasci andare anche a
questo tipo di sensibilità.
Aspetto che la Poli sia girata, raccatto le cose e lascio
che questa porta antipanico Cisa si chiuda dietro di me. Spingo me stessa,
insieme alla sua maniglia rossa, lasciandomi dietro un anno di vita.
Finisce qui, finisce così il mio primo anno di magistrale,
il mio primo anno di lezione in Bicocca, il mio anno di domicilio a Milano.
Lascio in quell’aula 29 dell’U6 un pezzetto di cuore, tutto il resto l’avevo
già lasciato, mezz’ora prima, nella 26, insieme a Lucia ed al suo seminario
pieno di entusiasmo e di coraggio.
Simo dice di non piangere, che sto solo diventando grande,
ma io non so fare altro che disubbidire e corro sulla collina dei ciliegi ad
irrigare il prato con le mie lacrimucce.
È stata una scelta sofferta, ad esclusione, che mi ha
stressata tanto. Ho sognato Milano per anni, ma dopo Siviglia non la credevo
più conforme alle mie esigenze, non la volevo più. Invece, per assaggiare un
po’ di quello che, forse, vorrò essere, era l’unica possibilità congeniale.
Si è fatta odiare, insultare, ammirare ed amare. Sullo
sfondo c’è sempre stata l’università, una nuova università, diversa, rosso
mattone, con le aule in verticale, con troppi compagni di corso, con gli
edifici dislocati su una superficie immensa, in una zona del cavolo.
Finisce qui, finisce così. In una giornata di sole, dopo una
lezione originale che ci ha commosso, spronato, invogliato a credere in noi
stessi, a superare i nostri confini, a salire i gradini della nostra scala. Ed
è quello che ho deciso di fare, è il motivo per cui sono venuta in questa
Milano: per cavalcare la mia onda, per la vista dal gradino più alto, per
lanciarmi dal trampolino. Mi lancio tra 1 mese e mezzo, con un volo di 16 ore
diretto a Buenos Aires che ho sognato, desiderato, scelto con tutta me stessa.
L’ho fatto pensando che il tragitto non sarebbe stato così emozionante, che non
mi avrebbe portata fino a questa collinetta a pensare a tutto quello che,
ancora una volta, egoisticamente o coraggiosamente, lascerò qui.

“The sky is the limit. Per quello che siamo dobbiamo ringraziare Dio, ma quello
che diventeremo sarà tutta farina del nostro sacco. Cadremo, basterà
ammetterlo. Sbaglieremo e ci rialzeremo. La fiducia è come l’amore, dev’essere
reciproca per funzionare. Dobbiamo imparare ad ascoltare, prima ancora di pensare
a cosa dire. Senò perché ci avrebbero fatti con due orecchie ed una sola
bocca?”

Finisce qui, finisce così, anche se mancano ancora troppi
esami, finisce comunque. Niente più risata di Cecilia, niente più rossore e
proposte di Chiara, niente più ticchettio di unghie di Marta sulla tastiera.
Fine degli interventi di Vinz, del total black di Carlo, basta sguardi d’intesa
con Vale, basta shekerate con Ale. Non ho creato molti legami in classe, ho
conosciuto tutti, mi sono fatta conoscere da tutti, ma ho approfondito davvero
pochi rapporti, ne ho consolidati alcuni, ma il mio cuore è andato subito al
-1, vicino alle macchinette, in quel locus puzzolentus che è l’ufficio di ESN.
Non so quantificare se mi mancheranno di più le persone, la routine, il nervoso
o la gratitudine negli occhi degli Erasmus, non riesco a misurare. So per
esperienza che ogni scelta è un maledetto trade off, che per fare qualsiasi
cosa devi rinunciare almeno ad un’altra. Sono qui a scrivere e non sono all’EN
e mi si stringe il cuore, per un’idiozia. Sono qui a piagnucolare e non sono in
Feltrinelli a studiare. Andro a fare merenda con Baboz e continuerò a non
studiare. Insomma, ho scelto l’Argentina ed il peso si è sentito subito, non
solo sulle mie spalle, ma anche su quelle di chi mi si avvicinava, di chi mi
era già accanto, un pochino, non troppo, non sia mai che ci si scotti e poi
come si fa con tutta quell’acqua in mezzo?
È arrivata la primavera, Milano è sbocciata ed io con lei,
ho accorciato i pantaloni ed aperto il cuore. Ho respirato il suo smog ed
assaggiato i suoi parchi. Ho corso in moto, ho corso a piedi, mi sono lasciata
travolgere. Ho spiato i suoi cortili, assaggiato l’asfalto, collezionato
biglietti da visita.
Ho chiuso gli occhi, nei sedili posteriori, lasciandomi investire
dall’aria fresca della sera, dalle voci di Je e Ale che cantano, in uno dei
nostri tipici e banali giretti. Ho chiuso gli occhi e li ho immaginati in
un’altra casa, con altri coinquilini, nuove abitudini, nuovi posti in cui
correre, nuovi supermercati in cui fare la spesa. E ne ho già sentito la
mancanza. Ho chiuso gli occhi per tenere dentro tutta la gioia, per non
lasciarla scappare, per fermarla qui ad aspettarmi.
Finisce qui, finisce così, anche se manca ancora un mesetto,
anche se nel 2018 tornerò, anche se questa università deve ancora vedermi con
la corona d’alloro, anche se forse è solo l’inizio.
Me lo sono chiesta, se fosse giusto fermarmi. Mi sono detta
che non era ancora ora, che me ne sarei potuta pentire poi, che se non l’avessi
fatto ora, non avrei mai più avuto la possibilità. Magari sì, ma non con questa
serenità, non con quest’età, non con questa leggerezza.
Oggi non mi sento leggera e non sono sicura di sentirmi
leggera tra un mese e mezzo.
Arabella andrà al liceo, Fiorelisa cambierà colore di
capelli, inaugureremo la casa di Genova, ci sarà un nuovo board, arriveranno
nuovi Erasmus, due nuove welcome weeks, 4 PN, 1 AGM in Costa Brava, 1 altro EN…
Ed io dove sarò? A Machu Pichu? Sui ghiacciai della Patagonia? Al Carnevale di
Rio? A festeggiare i morti in Messico?
Sì, sicuramente sono egoista, ma non leggera, questo no.
Mi mancherete.
Mi mancherà la buonanotte di Je, nel dormiveglia, Alessandro
che passa a salutarci prima di andare a lavoro, gli uccellini di San Siro che
mi svegliano, il latte dell’Esselunga che riempie il frigo, il “buongiorno”
sorridente del Gianni, la pedivella del Phantom, la voce metallica della Lilla,
salutare i guardiani senza essere ricambiata, le uscite di Brondoni, la
gratificazione di ESN, le assemblee, tornare a casa distrutta, tutti voi. Mi
mancheranno le cene con le scatolette, le brioches di Panini, i pranzi con
Anto, incontrare Marta per caso in biblioteca, la biblioteca, la Feltrinelli, la terrazza di Corso Como, i tramonti dietro Ponale, sul
ballatoio del 7° piano, dietro l’Arco. Mi mancherà San Siro illuminato a giorno
dalle luci dello stadio. La nebbia. No, forse quella no. Oppure sì. Mi mancherà quest’aria di primavera, i panzarotti, i 23 semafori che mi separano dall’università, le 16 fermate di metro prima di Ponale, le scene da frettolosi impazienti, le battute dai finestrini, voi.
Mi mancherà tornare a Casale qualche weekend sì e qualche no, poter rivedere le
colline ed apprezzarle come mai prima d’ora, te, loro, le ragazze, i krumiri.
Mi mancherà Santa, Genova, per non parlare delle mie principesse, di mamma, di
papà.
Mi mancherà questo momento, quest’aria sporca, questo verde,
cruzerò el charco per riempirmi ancora una volta gli occhi, il cuore, ma con la
consapevolezza che al mio ritorno c’è un posto nel quale non mi dispiacerebbe
crescere, respirare, sbagliare, cadere, innamorarmi… vivere.
Grazie stronza, sei e continuerai ad essere una grande
compagna di giochi, un bel teatro, un palcoscenico con i fiocchi.
Mi mancherai, Milano.

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