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San Cristobal de las Casas – diario di bordo 9

Ma chi è che ha detto che fa freddo a San Cristobal? Si sta veramente bene in maniche corte. Taxi e siamo sotto casa di Monse, questo paesone è pieno di casette colorate, basse, stradine in pietra in cui passa solo una macchina alla volta, i marciapiedi sono percorsi ad ostacoli, su, giù, rampa. 39a. Eccola!
L’unica cosa certa era vederla arrivare saltellando.
La casa è veramente bella, ma molto fredda, non c’è il riscaldamento qui nelle case, nonostante siano super moderne ed il Wi-Fi vada meglio del nostro a Buenos Aires, ovviamente.
Usciamo velocemente per pranzare perché in casa ci saranno veramente 5 gradi in meno che fuori.
Qui si può pranzare con 60$ (circa 3 euro), una zuppa, un piatto principale ed un acqua al limone. Proviamo tutto, come sempre, povero stomaco.

Un paesino di montagna, con le strade in salita ed in discesa, con una via principale, due piazze, un mercato dell’artigianato, uno alimentare, centinaia di localini uno più bello dell’altro, anche le catene più famose sono inserite in casette tipiche e si mimetizzano con il contorno. Ahhhh. Se non fosse per la mancanza della neve e per i troppi hippie per strada potrebbe anche ricordarmi Cervinia. Sicuramente, finalmente, si sente il Natale.
A tal proposito andiamo ad una posada! Tutto il giro di amici di Monse sono altri ragazzi e ragazze internazionali e non che lavorano per associazioni umanitarie, ed è in una di queste che c’è la posada di questa sera. “Posada” è il nome comune dell’attività di andare di casa in casa, come fecero Maria e Giuseppe prima del Natale e per questo il termine indica anche la festa pre natalizia tra colleghi ed amici, che si accolgono a vicenda nelle case o nei posti di lavoro.

Questa posada non è famigliare, ma di un’associazione che difende i diritti umani delle popolazioni indigene, come quella in cui lavora Monse, ma stasera non c’è distinzione, ponch per tutti e tacos a volontà.
Bello questo mood, bello questo Mexico.

Il giorno dopo è ancora un gironzolare, perché è questo il bello di San Cri, non tanto i monumenti, quanto i movimenti della gente, gli usi. Gli indigeni delle cittadine limitrofe scendono in città a vendere i prodotti del loro lavoro, principalmente tessile e alimentari. Le blusas di Chiapas sono famose ovunque, fresche, di puro cotone e decorate a mano. Le coltivazioni sono le tipiche messicane: mais di tutti i colori, riso, fagioli, platano, spezie, carne e chile. Di tutti questi prodotti è pieno zeppo il mercato, in cui mi scontro con le fragranze, ma soprattutto con i tanti bambini che sono accanto ai genitori anche in mattinata. Chiedono a Monse se vadano a scuola, la risposta è un po’ vaga: alcuni si, altri no. L’impressione è che molti non ci vadano, che aiutino mamma e papà a vendere, che vendano da soli con una cassettina-espositore al collo, nella via principale. Mentre penso che la prima preoccupazione delle mille ONG locali dovrebbe essere istruire i bambini, a quanto sia carino un biondino con cui ho incrociato lo sguardo, a trattenermi dal mettere le mani nei sacchi di legumi come farebbe Amelie, non riesco a togliere gli occhi di dosso ad una giovane che striscia letteralmente per il mercato. Si tira con le braccia, senza alzare la testa, due ciabatte nelle mani, per non tagliarsi ed i pantaloni lunghi, che puliscono il suolo, vuoti. Qualcuno le tocca una spalla, lei capisce, ferma il suo impegnativo cammino, sfila la manina piccola e sporca dalla crocs e la alza al cielo, afferra una moneta piccola piccola e senza nemmeno guardarla riprende il ritmo. Mi si stringe il cuore, il portafoglio, non riesco a non soffrire per lei, eppure andiamo avanti, allunghiamo il passo, Monse vuole farmi vedere le tortillas azzurre. Voi lo sapevate che esiste il mais azzurro? Che colore stupendo e raro da trovare nel piatto. È bastato un attimo ed abbiamo girato l’angolo, lasciando indietro i bambini, l’umanità strisciante e la tristezza, i pensieri profondi e quelli frivoli. Come siamo volatili.
Cerchiamo un hamburgeria che ci hanno consigliato, dove giustamente sono finiti gli hamburger ed è già ora di rimettersi in viaggio, di lasciare il freddo e le luci natalizie, che per un attimo mi hanno ricordato che si avvicina il Natale. Saliamo sul bus ed inizia una nuova avventura, mentre quella ragazza magari sta ancora consumando le ciabatte con le mani, o sarà in qualche angolino a lottare con il freddo.
È difficile lasciar andare, guardare oltre, passare sopra. Monse sa che non ce la può fare, ha deciso che non seguirà i suoi studi, che questo mondo ha bisogno di lei, che questi indigeni vanno aiutati, magari tornerà in Germania a lavorare qualche mese per poi vivere come un pasha a sancri, dove l’affitto mensile le costa 90€, perché lei si tratta bene, altrimenti potrebbe costare pure meno, e un pranzo costa Massimo 3€. È sostenibile, è altruista, le fa onore, ma resta il fatto che…
Siamo troppo fortunati.

 

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Laguna Bacalar – diario di bordo 8

Non era in programma, ma ci hanno convinte. Dopo una serata fin troppo lunga al Coco Bongo, dopo 6 mesi che non mettevo piede in una discoteca, con 4 ore di sonno, carichiamo 6 messicane, 1 svedese, 1 polacca e ci avviamo verso Bacalar. Mi addormento secca finché non crepo dal caldo e mi rendo conto che tutto il van sta facendo colazione. Apro lo sportello e sono investita da un forte profumo di pesce. Sono le 11 di mattina, la colazione è a base di pesce, cipolle, pesce, peperoni, piccante. Abbiamo i biscottini ai mille cereali nella borsa, ma bando alle ciance, o si fanno le cose bene o non si fanno. E allora via di pesce, cazzo se è buono! Non pranzerò, ma poco importa, la laguna ci aspetta, azzurra e cristallina come poche acque che ho avuto sotto ai miei occhi.
Una distesa enorme di sabbia chiara, solo qualche metro di profondità, finché il colore non si fa più scuro, più intenso e si sprofonda in uno dei vari Cenotes, fino a 90 metri sotto il livello della riva. 90 sono abbastanza per tuffarsi con corde, trampolini, dal tetto di un ristorante abusivo a forma di nave o semplicemente dai rami degli alberi. In silenzio, senza calpestare rocce e natura, arriviamo fino alle altalene in mezzo all’acqua. Non c’è nessun rumore molesto, non si sentono motori, non c’è la musica alta, nessuno grida, il sole non abbronza più, scende lieve dietro di me, dietro a questi due musicisti di Los Angeles che stasera suoneranno nel forte della città. La pace.

Non faremo in tempo a sentire i due musicisti perché dopo aver salutato tutto il Van, gironzolando alla ricerca di un ristorantino economico e tipico, mi cade l’occhio su un furgoncino, sul parabrezza spicca chiara la scritta “Un paraguayano rodando el mundo”. Fermi tutti, qui devo vederci chiaro.
Vicino al portellone c’è Carlos, un nonnino che due anni fa, senza nessuna dama che lo seguisse, ha deciso di vendere un camper che non sarebbe stato abbastanza compatto per tutti i km che aveva intenzione di fare, è andato in pensione, da Asuncion è sceso fino alla punta estrema dell’Ushuaia e da lì è risalito. Alla scoperta dell’America Latina, della natura più sperduta, delle persone, della fame, dell’ingegno, delle priorità, dell’umiltà. Non è mai troppo tardi per imparare no?
Questo mio viaggio ha due grandi falle, mi fa notare: il tempo ed il budget. Quando l’orologio gira ci stressiamo, ci lasciamo prendere, corriamo. Quando abbiamo un budget viviamo in funzione di quel limite, di quel tetto massimo, invece di trovare le priorità, d’inventarci come modificarlo in base alle nostre esigenze, alle esigenze del luogo in cui ci troviamo. Carlos ha iniziato a fare braccialetti in macrame, ha stampato degli adesivi, ha personalizzato delle casaettine di fiammiferi e li vende, accetta offerte. Il tempo non esisteva, non ho nemmeno tolto lo zaino da quando ha iniziato a parlarmi, non sentivo il peso, la fame di qualche minuto prima, ero affascinata, incuriosita, un po’ gelosa, un po’ codarda. Spero che questo intreccio di cotone colorato che mi ha legato al polso mi ricordi sempre chi sono, cosa c’è oltre, al di fuori. “Ho vissuto tutta la vita affianco a persone che gioivano per l’arrivo del venerdì e s’intristivano quando tornava il lunedì. Perché aspettare il venerdì? Cosa aspetti a vivere la tua di vita? Non credere che quando questa finisca ce ne sia un’altra, è una scusa, un’illusione, devi prenderti questa”. A pensarci bene lui ha aspettato i 65 anni e la pensione per prendersela, parla per esperienza, perché se tornasse indietro si comporterebbe diversamente? O perché adesso, con queste condizioni, è quello che si sente di consigliare?
La prima cosa che mi ha detto è che nessuno lo accompagna, lasciando trasparire che una compagna d’avventura sarebbe ben accetta, ma “tutti mi fanno i complimenti, mi dicono wow, che bello, ma nessuno si è aggregato”.
Non so perché ripensandoci mi viene in mente solo Angelo, quel rasta che ha tagliato e quanto gli starebbe bene questo furgoncino. Quello che penso è che non sarei pronta però, non adesso, non così e non so se lo sarò mai. Pronta a lasciare tutti. Perché alla fine, anche lui, anela per una compagna di viaggio. Anelo solo al pensiero.

 

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Cenote Azul, Akumal & Tulum – diario di bordo 7

Oggi siamo nelle mani di Abraham che ha deciso di regalarci una giornata intera, più di 25 ore del suo tempo ed il suo pulmino dell’agenzia che a quanto pare è una grande scusa per definirsi occupato e godere di un po’ di sconto nelle varie attrazioni.
Prima tappa il Cenote Azul, 80$, circa 4€ per godere di questa esplosione di natura, di queste cavità nell’acqua, fuori dall’acqua, caldo, freddo, sole, pesciolini che ti mangiano le pellicine dei piedi, nel loro habitat naturale, senza bisogno d’infilarli in una vaschetta in un centro commerciale.
Mi tuffo senza timore, la bimba americana davanti a me tituba un po’ prima di prenderci fin troppo gusto e saltare decine di volte tagliando la traiettoria di tutti. Che bellini i bimbi.

Alla volta di Akumal, una spiaggia veramente da sogno, un’area protetta in cui vivono un po’ disturbate dai curiosi, le tartarughe marine. Negli anni le hanno disturbate fin troppo, tant’è che oggi obbligano i turisti che vogliono entrare nelle aree protette ad indossare un giubbotto salvavita galleggiante, in modo tale da impedire movimenti troppo invasivi e da allontanare i piedi dalla barriera corallina sottostante. Ovviamente noi siamo più furbe e non prendiamo i giubbotti, ma pedinando una guida riusciamo, quando eravamo già al punto di arrenderci, a vedere una bella tartarugona.
Tutto splendido, ma bando alle ciance, Abraham vuole andare a pranzo a Tulum, ovviamente a mangiare pesce. Peccato che una volta arrivate nel centro di Tulum, dove avevamo intenzione di fermarci per la notte, il ristorante fosse chiuso e la situazione un po’ triste. Cambiamo e andiamo in una pizzeria dove ci fideremo e mangeremo una pizza con pesce veramente, ma veramente buona, per poi spostarci sulla zona hotelera della città.
Ecco perché il centro fa cagare, perché ci sono km di spiagge ed hotel, bar, discoteche affacciati sul mare che rendono inutile uno spostamento fino al centro.
Andiamo a vedere le rovine, ma ormai era tardi e non ci fanno più scendere in spiaggia, peccato, anche perché dopo aver visto il Chichen Itza tutte le altre sembrano piccoli ammassi di sassi sgraziati.

Torniamo sulla spiaggia a goderci il tramonto e ci lasciano convincere a cambiare i nostri piani, ancora. Torniamo a Playa perché la sera ci aspetta un Coco Bongo ovviamente for free. David mi aveva parlato estremamente bene di questa discoteca, ma 60€ non li avrei spesi nemmeno per sogno, ma il trass non ha confini quindi senza neanche chiedere c’invitano direttamente e come rifiutare?

Giusto il tempo di una doccia e siamo già in coda con il nostro braccialetto al polso. A Playa (ne esiste uno anche a Cancun, che immagino sia molto più grande) è all’interno di un edificio su più piani, in mezzo una pista che ricorda molto un ring e attorno, sui 3 piani, terrazze che puntano direttamente al ring ed al palco superiore. Animazione intervallate da discoteca o discoteca intervallata da animazioni, non ho ancora capito. Da Madonna a Michael Jackson, da IT agli omini luminosi di Valterza. Acrobati ed imitatori, cover e ballerini. Diciamo che dopo un paio di ore ti rompi altamente le balle, ma non te ne puoi ovviamente andare perché dormirai da chi ti ha invitato: insomma fino alle 3 segregate al Coco Bongo. Barra libre che avrebbe fatto gola anche ad un astemio che sfruttiamo in maniera altamente analcolica. Penso di non aver mai visto Ale così in sofferenza, lei che le discoteche le odia con tutta se stessa, come biasimarla.
Usciamo in 3 e torniamo in 4, abbiamo guadagnato un’amica brasiliana che non si è ancora capito cos’abbia in comune con Abraham, ma torna a casa con noi.
Letto, finalmente.
Ora mi ricordo perché era da un po’ che non andavo a ballare.

 

 

Cenote Azul

Cenote Azul

Tartarughe di Akumal

Akumal

Tulum

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Chichen Itza & Valladolid – diario di bordo 6

Ore 6.30, la casa si sta già lentamente e silenziosamente svegliando, tutti quatti quatti ci laviamo e vestiamo. Il sole sta sorgendo, il cielo è colorato di rosa in direzione del mare, allungo il passo perché voglio assolutamente vedere la spiaggia. La immaginavo più amplia, invece è giusto un pezzettino di sabbia con alcune moto d’acqua, qualche barchetta ormeggiata, i bar praticamente nell’acqua e qualche altro romantico come me si sta godendo lo spettacolo. Hanno la faccia di chi associa all’alba il sapore di sale, di chi l’assapora tutte le mattine e un po’ li invidio perché dobbiamo correre all’autobus.
Ovviamente in ritardo ci dirigiamo al Cenote X’Canché, una grotta enorme con un buco circolare al centro, che lascia entrare la luce, dal quale si forma una piccola cascatina incredibilmente suggestiva. L’aria è freddina, l’acqua anche, ma vaffanculo. Buttiamoci. Prendo Ale per mano, visto che non si vede il fondale e cercando di galleggiare in acqua dolce, alzo gli occhi al cielo, a quel cerchio che mi ricorda tanto il Pantheon. Mi sento come quei forellini posti proprio sotto all’unica fonte di luce del tempio, raccolgo l’acqua, guardo le nuvole, mi lascio investire dal sapore di acqua dolce, dalla calma, dall’eco delle voci dei pochi turisti attorno… Che pace.

Buffet, tequila, imbustiamo due biscotti per le emergenze e di nuovo in marcia.
Il Chichen Itza è imponente.
Appena entrati c’imbattiamo direttamente nella sua grandezza, non c’è un percorso che lo precede, giusto qualche metro dopo la taquilla, senza alcun tipo di suspence è già li. La faccia nord e quella ad ovest illuminate dal sole, gradini, serpenti, storie Maya. Meglio non dire niente, altrimenti non prenderete una guida quando ci andrete e sono così carini che si meritano un po’ di pesos. Posso solo dire che a genialità non hanno nulla da invidiare a romani, egizi e babilonesi. Grandi architetti, grandi astronomi, un culto degli dei estremamente originale, una devozione verso l’alto e verso il basso. Devoti alla terra ed al cielo. Mi fermo, che gioia.
L’operazione fotografia è stata più o meno semplice, non c’era così tanta gente da ostruire la vista, ma serviva pazienza e un ragazzo italiano scalzo non ne ha avuta abbastanza. Penso che volesse fotografare le sue scarpe, ma proponendo di tenerle in mano, mi dice che in realtà era solo comodo camminando scalzo sull’erba.
Io con le persone che camminano scalze ho un problema. Un giorno a Siviglia c’era un ragazzo che camminava scalzo per il centro, dopo qualche oretta l’ho incrociato nuovamente e a quel punto anche la fidanzata era scalza. Non potevo non chiedergli. Mi disse che adorava sentire dove metteva i piedi, come cambiava il terreno, come si deposita il calore sulla pietra e poi l’erba, l’acqua. E io a bocca aperta. Io che storco il naso anche quando Betta si toglie le zeppe di Prada per tornare a casa dal Covo.
Ma non ho mai nascosto che i piedi siano un mio grande punto debole, quindi anche in questa occasione, mi autogiustifico e riesco a scherzarci.
Che razza di esseri curiosi questi umani.

Tornando verso Playa, “de acuerdo con El programa” ci fermiamo a Valladolid, una città coloniale spagnola che mi mette immediatamente a mio agio. Sarà l’ora del tramonto, il sole dietro la cattedrale ornata con festoni colorati, ma c’è una luce particolare, una vera piazza che è una cosa estremamente rara in Argentina. Grazie tante, ma i tour guidati non fanno troppo per me, firmiamo una liberatoria e ci fermiamo qui, vediamo cosa offre questo paesino.
11 e 12 dicembre si festeggia la Virgen de Guadalupe con la processione più trash che abbia visto nella storia della mia vita. Macchine con sirene, casse legate in maniera precaria, foto della Madonna, modellini, palloncini, e ancora moto piene di led, ragazzi che corrono passandosi la fiaccola ed inneggiando a Maria. Numeri uno.
Tacos d’asporto, rivelatosi i peggiori della storia, riprendiamo il bus e torniamo a Playa dove ci attende una spiaggia buia, ma stellata. Mi lascia sempre attonita l’oceano, l’infinito, io che sono abituata a vedere sempre Rapallo, Sestri, Camogli davanti alla mia costa preferita, non ho normalmente sotto gli occhi una cascata di stelle che arriva fino al mare. Qui invece le stelle arrivano fino alla linea dell’orizzonte, il cielo si confonde con il mare, facendomi percepire la forma della terra, disorientandomi, non ho una vista a 360º come le panoramiche, devo girare su me stessa, non ho abbastanza occhi.
Io lo sapevo dall’inizio che due occhi non sarebbero bastati per cotanto mondo.
Buonanotte.

 

Qui prossimamente potrete trovare un po’ di foto della city e qui un po’ di tips per organizzare il vostro viaggio!

 

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Playa del Carmen – diario di bordo 5

Dalle stelle alle stalle, questo è il bello di couchsurfing. Ieri dormivamo in una torre con gli inservienti che ci correvano dietro per farci il letto ed oggi per terra, in una casetta umile, in una parallela della 5ª a Playa del Carmen.
Dal bus s’intravedeva un tramonto che sapeva di mare, quando siamo scese abbiamo preso proprio la 5ª, senza nemmeno rendercene conto ed ho iniziato a saltellare. Mille colori, suoni, ristoranti all’aperto, terrazze che guardano sulla strada, tutto rivolto all’esterno, souvenir e profumi, i negozi enormi ed ordinati hanno le vetrine totalmente aperte, esattamente come dev’essere in un posto di mare, dove fa caldo tutto l’anno.
Abbiamo già prenotato il Chichen Itza per domani e Ale mi fa notare che anche oggi dormiremo un altro giorno.
Il nostro couch si chiama Alex, è un ragazzo sorridente che dimostra molti meno anni di quelli che ha, che ha vissuto 10 anni in Cina, ha visto tutta l’Asia e ospita contemporanea 4 couch nella sua casa. La sua casetta ha la porta sempre aperta, un piccolo cortiletto all’ingresso, un salottino con un divano letto, 2 camere, il bagno con il lavandino in corridoio e la cucinina dietro. Presumo che siano un 50m2 in cui dormiremo in 6. Che problema c’è?
Alex è un maestro di CS ed organizza settimanalmente un incontro che cade proprio questa sera. Vediamo se cado anche io.

Wow.
Siamo sulla terrazza di un ostello che sembra una palafitta altissima, ragazzi, giovani e meno giovani da tutte le parti del mondo, la maggior parte sta viaggiando da sola, altri in coppia e poi ci sono i ragazzi che ospitano abitualmente qui a Playa. Inizio a pensare che couch sia un po’ una setta modello ESN pero con un altro format. Adoro.
Abraham sembra essere un veterano, è un 30 enne grossiccio e sorridente, puro Mexicano che dopo aver venduto molto bene un ristorante a Puebla ed aver finito il suo lavoro da informatico durante la presidenza di qualche ex presidente, ha iniziato a vivere di rendita e si è stabilito qui a Playa. A quanto pare tutte le persone con cui parlo erano venute per un mesetto, che poi sono diventati 2, 3, finché non hanno comprato casa.
Annoiato e desideroso di conoscere il suo paese Abraham ha deciso di aprire un’agenzia, ha cambiato la sua macchina per un furgoncino e si è appena offerto di portarci a vedere tutti i posti che avevamo in mente e anche quelli che avevamo già escluso!
C’è una ragazza tedesca, bionda, “una bella tedescona” come direbbe quella signora bresciana che vive a Buenos Aires, non sa lo spagnolo ed inizia a parlarmi in inglese. Forse non ho mai scritto di quanto mi entri il panico quando devo parlare in inglese, non mi sento all’altezza e so già che sbaglierò, ma questa sera chissene frega, è troppo tenera e voglio sapere del suo viaggio quindi mi butto. Playa è la sua penultima tappa, prima di andare a New York a passare il Natale con una Couch sconosciuta, per poi ricongiungersi con il fidanzato in Etiopia. Ha viaggiato per il centro America, Panama, Guatemala, Honduras, Cuba e ora, dopo 2 mesi, ha deciso di fermarsi un attimo per mettere insieme i pezzi, perché ha fatto tutto troppo di fretta, perché riguardando alcune foto non si ricorda dove le ha scattate, perché è stanca di conoscere persone e lasciarle dopo 2 giorni.
Sono in viaggio solo da 2 settimane e capisco perfettamente quello che sta dicendo, al punto da iniziare a cambiare i miei piani. Tutti in questa terrazza hanno qualcosa da obiettare sul nostro programma, ma non importa, perché tutto non si può vedere e ognuno cerca qualcosa di diverso, però su qualcosa hanno sicuramente ragione ed iniziò a maturare l’idea di tagliare il Brasile e dedicarmi di più all’America Latina ispanoablante, restare un po’ di più in Messico, scendere in Colombia, Perù, Bolivia e poi Cile e Argentina nel secondo semestre. Il Brasile effettivamente forse merita un viaggio a se. Vedremo in itinere.
La bionda tedesca mi racconta anche di un 80enne che ha conosciuto in qualche ostello, stava viaggiando da 17 mesi e aveva solo uno zaino delle dimensioni di quello della Eastpack con cui andavo al liceo. La Jacuzzi ha i vertici arrotondati altrimenti li prenderei a testate. Il mio zaino è un finto 50L che pesa 10kg circa, dopo 20 minuti che lo carico inizia a pesarmi e non c’è dentro un cazzo, sono già stufa dei vestiti che ho portato e il vecchietto riderebbe di me come ha riso della tedesca, che ne ha 40 di kg.
Poco male.
Non sono brava con i nomi, ma un altro ragazzo messicano mi sta raccontando di quanto sia ben pagato il lavoro degli spazzaneve sui tetti in Svezia, quando ci sono -40º, mi parla anche un po’ italiano perché il suo socio è napoletano, ovviamente ora non è presente perché è Natale. Ed è napoletano. E la famiglia è sacra.
Ok, è tardi, domani Chichen Itza, la sveglia è alle 6.30, non voglio andare a casa, ma c’incamminiamo. Abbiamo guadagnato in nuovo ospite, una ragazza italiana che sta viaggiando da 2 mesi in Messico, era guida turistica a Pompei prima di partire e non è più sicura di cosa vorrà fare una volta tornata. In realtà non è nemmeno sicura di tornare. Questo Messico le è piaciuto così tanto che sta pensando ad un periodo di volontariato a Chiapas.
Ho troppi pensieri stanotte.
Vanessa è attualmente la fidanzata di Alex, il nostro couch, o quanto meno ho visto che si baciavano e dividono il letto, ma non mi sbilancio. Magari stanno solo condividendo questo periodo di vita. Lei è di Buenos Aires e non ci vuole proprio tornare, ha lasciato tutto e con la liquidazione ha comprato il visto lavorativo qui. Convinta, più che mai, che fosse il suo posto. Il lavoro e la burocrazia le stanno mettendo un po’ i bastoni tra le ruote, ma non si dà per vinta e continua.
Nanna.
È davvero ora.

 

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Cancun – diario di bordo 4

Viva México cabrones!
Dopo pelo e contropelo al controllo passaporti credo, anzi sono sicura, di aver detto un sacco di cazzate, speriamo di non essere così sfigata da meritare un controllo random.
Manco agli esami ero così tesa. Non sappiamo dove andiamo, né per quanto, inventiamo tutto, cosa devo dirti? Aiuto, non ho studiato, ma tac, timbro. I’m in!

Questo Messico non è mica come me lo aspettavo, Cancun sembra la versione messicana di Miami, con persone carinissime, spiagge più belle e couchsurfer che vivono in torri da migliaia di dollari e ci accolgono come ambasciatrici.
Ken è il nostro couch per una notte, un ragazzo di 30 anni circa, belga, che vive a Cancun da 7, ha un bambino in Belgio, lavora da casa e passa 2/3 ore al giorno in palestra. Stava vivendo negli States quando ha scoperto la riviera Maya e come biasimarlo…

Guacamole e arrachera. Dopo un anno a Siviglia in mezzo a messicani finalmente sono a casa loro. Ed è tutto così piccante.

Il cielo è ancora nuvoloso, ne approfittiamo per andare a comprare un po’ di must have come attak, moschettoni e colazione per i prossimi 5 giorni. Dove li troviamo? Al supermercato. In un vero supermercato! A Buenos Aires non ci sono veramente supermercati, non i grandi ipermercati che ci sono in Europa, ci siamo abituate a fare la spesa come la facevano le nonne: la frutta dal fruttivendolo, la carne dal macellaio, il pane dal panettiere, i super sono estremamente cari, quindi tutto il resto lo prendiamo al chino. Praticamente l’Esselunga quando tornerò sarà un parco giochi. Vittime del consumismo? Probabilmente dei nostri studi. Mi diverto troppo a studiare i prodotti, le nuove edizioni, il posizionamento negli scaffali, a fare affari. Perse.

Come ci hanno raccomandato di non fare saliamo su una macchina di uno sconosciuto che si offre, dopo avergli chiedo indicazioni, di portarci fino alla spiaggia. Playa delfines. La domanda che ci sorge immediatamente spontanea è “ma perché cavolo siamo state 10 gironi a Cuba quando il paradiso era a pochi km?”. Il nostro super autista è papà di 2 gemelli eterozigoti che stanno guardando Star Wars in inglese e non vogliono i sottotitoli perché la voce gli piace troppo, quindi “papà sube el volume!”. Ci siamo fidate perché abbiamo visto i bimbi, perché la macchina era degna di fiducia, insomma non siamo state così sconsiderate ed abbiamo fatto bene. Alla nostra età il bomberone si è fatto 3 mesi zaino in spalla in giro per l’Europa, vuole tornare, ci augura il meglio. Grazie, grazie perché è grazie a persone come te che questo Messico regala emozioni fin da subito.

Piove, le nuvole di spostano, il cielo si apre, il mare è un bicchier d’acqua, c’è un ragazzo che tira in dentro la pancia per farsi un selfie, ragazzine che fanno il bagno vestite, la raccolta differenziata in spiaggia.
Io non me l’aspettavo così il Messico, sarà Cancun un mondo a parte, vedremo, ricominciamo.

 

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Viñales – diario di bordo 3

Da Varadero, dopo aver baciato ed abbracciato Yami e la sua famiglia, abbiamo preso la cara vecchia camioneta e tra un posto di blocco e l’altro abbiamo preso il bus per Viñales.
Ci siamo fissate con una serie. Forse non è positivo in viaggio, magari bisognerebbe guardare fuori dal finestrino, approfittarne per dormire, conoscere il vicino dell’autobus, ma la strada è lunga e anche il vicino dorme, russa, ci dà le chiappe, quindi ben venga Reddington e sua figlia (è sua figlia vero? No spoiler).

Arrivate nel paesino ad attenderci nella pizza principale ci sono decine di persone con cartelli in mano, sono foto delle loro case, nomi di persone, qualcuno ha anche i nostri, o pensa di averli “Lisi e Doralisi de Italia”. Scese dell’autobus veniamo totalmente investite da questa folla e mi metto finalmente nei panni delle rock star assalite dai fan. Vorrei poter dormire in ognuna di queste case per non deludere nessuno, per dargli qualcosa, per non vedere quella faccia triste di chi ti dice “si sì dicono tutti così e poi non vengono”. Il viaggio era stato lungo, avevo solo voglia di pranzare e prendere online la casa.
Il miglior arroz con frijoles della storia mi diede il giusto impulso. Via!
Dopo una settimana a Cuba ormai non ci frega più nessuno, sappiamo i trucchi del mestiere, non prenotiamo nessun tour e aspettiamo che la nostra proprietaria di casa faccia i magheggi. Coltivazioni di tabacco, sigari, cavalcate, un giretto tra curvas e Belvedere, nel totale relax. Del resto Viñales sono due vie circondate dalla natura, non c’è molto di cui preoccuparsi.
Ci siamo affezionate ad un ristorante con menù completo a 2CUC, si chiama Los Angeles e ci vedrà li per colazione, pranzo e cena fino ad intristirai alla notizia della nostra partenza.
Purtroppo l’ultimo giorno è arrivata l’annunciata corrente d’aria fredda dal nord e piove a dirotto, niente cayo Judios per questa volta. Essendo sabato ci regalano però una super serata di paese con salsa e paesani che non ha nulla da invidiare a qualsiasi sagra del Monferrato. Frank m’insegna qualche passo, l’importante è lasciarsi andare, ascoltare la musica e godersela. Probabilmente sono orribile da vedere, ma che problema c’è? Siamo a Cuba, bisogna bere piña colada, fumare sigari e ballare salsa. Di cosa ci possiamo lamentare?
Prometto che alla fine di questo viaggio anche Ale inizierà a ballare, è una missione personale.
Buonanotte Cuba.

 

 

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Varadero – diario di bordo 2

Una volta arrivate a Varadero abbiamo accompagnato le ragazze nel loro hotel a 5 stelle per poi farci lasciare in centro, da lì il panico. Attacchiamo i telefoni al computer, per poi accedere al Wi-Fi, accampate di fronte ad un hotel. La nostra casetta che ci siamo fatte prenotare da Andrea non è proprio a Varadero, non è in nessuno di questi 20km di spiagge, bensì dall’altra parte del ponte, oltre il confine. Sul momento ci siamo scoraggiate ulteriormente, abbiamo preso un taxi ed è partita la ricerca della casa, che ovviamente non era dove indicava Google maps. Panico. Ci avranno fottute. Non esisterà questa cazzo di casa. Respira.
E da questo sconforto è uscito tutto il buono, il bello e l’inaspettato che quest’isola ci avrebbe regalato.
Il paese oltre il ponte si chiama Santa Marta ed è diventato il nostro posto preferito di tutta Cuba. Gli abitanti di Santa Marta si sono subito accorti (forse per i nostri zaini e le facce sconsolate) che stavamo cercando una casa e sono venuti in nostro aiuto. Correvano, chiamavano, finché non hanno trovato la nostra casetta. A La Habana non ci avevano prestato il telefono per fare una chiamata nemmeno in cambio di soldi, a Santa Marta non abbiamo nemmeno dovuto chiedere.
La nostra casetta è bellissima, su due livelli, sotto vive la signora Elena con suo marito e sopra sua figlia Yamila, suo marito e noi, in una stanzetta arancione con bagno annesso. Pulita, nuova, con ventilatore, aria condizionata, frigo, saponette. In Europa ho visto Airbnb che non valevano nemmeno la metà di questa stanzetta. Yami ci dirà poi che tutte le case per essere abilitate dallo stato ad essere affittate devono rispettare determinati standard. Si preoccupa fin da subito di farci firmare il registro, controlla i nostri passaporti e torniamo a Varadero.
Come? Lo chiediamo a Amel, il papà della casa all’angolo che ha fatto le chiamate per trovare la nostra casa.
Per tornare indietro ci sono vari modi: 5 cuc per le motorette a forma di cocco, 1 cuc a testa per i carretti attaccati alle bici, ma solo fino al ponte, 0.50 cuc per il carro collettivo, anche questo solo fino al ponte, oppure 0.25 cuc a persona per le camionetas che ti portano fino alla 54. Ovviamente le camionetas sono diventate il nostro mezzo di trasporto di fiducia per l’intera permanenza. Tutti cubani e noi turiste. Tutti che andavano a lavorare e noi in spiaggia. Dopo 3 giorni salutavamo anche l’autista.
Purtroppo abbiamo preso dei giorni di mare mosso, ma poco male, l’acqua era trasparente, la sabbia fine, la temperatura perfetta e hotel hotel hotel.
Varadero è un piccolo paradiso fittizio, che non ha nulla a che vedere con Cuba, dove i turisti si rinchiudono negli hotel ed escono solo per prendere il sole, fare serata e qualche escursione. Come socializzare?
Importunando chi non aveva il magico braccialetto colorato.
“Ciao, voi che fate?” Entro a gamba tesa. “Stiamo comprando un regalo per un amico” “no, ma indendevo che fate qui, a Varadero, dove non c’è nulla da fare?” “Ahhh” il regalo faceva cagare, quindi meglio così, andiamo a pranzo con Claudio e Andrea, due cugini di due paesino vicino a Roma di cui non ricordo francamente il nome.
Era la loro seconda volta a Cuba, la prima volta ne sono rimasti affascinati e hanno deciso di tornare, sono partiti da Santiago e sono risaliti. Staremo con loro due giorni, a scottarci, giocare a carte, catamarano, salsa, pollo, riso, praticamente tutto quello offriva Varadero.

Andrea non vuole figli. È uscito questo discorso, tra i tanti, che mi ha lasciata attonita. È felice, nella sua casa, con la sua famiglia allargata ed un sacco di gente che gironzola li ogni giorno. Parenti, amici, fidanzati delle sorelle, un albergo. Dice che da lì non se ne vuole andare, che gli piace la sua routine, i suoi amici di sempre, non sente un senso di paternità e nemmeno è nei suoi piani sentirlo in futuro. Penso che sia estremamente onesto e coraggioso, ma è fuori dalla mia portata comprenderlo. Non importa, meglio che non li abbia i figli qualcuno che non li vuole, ma come si fa a non volerlo? Poi, magari un giorno? Come fa un ragazzo che sta viaggiando alla scoperta di Cuba da un mese, per la seconda volta, che ha viaggiato negli emirati, che ama l’Asia, a non desiderare qualcosa oltre la sua routine? Affascinante e lontano dalla mia comprensione. Che mistero l’umanità.

L’ultima sera abbiamo cenato con Yami e tutta la famiglia, ci hanno fatto la pasta al sugo, ci hanno comprato un pensierino per ciascuna che ingombrerà molto durante il viaggio, ma è stato un gesto troppo nobile e generoso. Nella loro casetta, su quel tavolo da 6, ridiamo e ci togliamo tante curiosità, li inondiamo di domande. Lei di cuc ne guadagnava circa 40 al mese, lavorando in hotel, a cui si aggiungevano le mance, una volta molto più assidue di oggi, ma non ne poteva più e dopo 16 anni ha smesso ed ora si occupa solo di affittare la nostra stanza. Nella cura del dettaglio si poteva notare l’esperienza con le camere.
Gli abitanti di Santa Marta lavorano praticamente tutti negli hotel o nei ristoranti di Varadero, che sono di proprietà dello stato e solo una percentuale va alla catena. Infatti tutti i camerieri, gli inservienti, i cuochi, sono pagati direttamente dal governo e non dalla compagnia, che paga invece solo l’alta dirigenza, spesso stranieri che vivono direttamente nell’hotel e non sostengono alcuna spesa.
Yami veniva pagata per le giornate lavorate, non ad ore e senza ferie. A Natale non lavori? Non ti pagano. Lavori 1 ora in più? Non importa, sei pagato a giornata quindi gli straordinari sono volontari.
Le chiedo cosa ne pensa del Che, di Fidel Castro e, dopo essersi autoproclamata ignorante in materia politica ed economica, ci dice che hanno fatto tanto per Cuba, che con Fidel il paese stava rinascendo, che finché c’era lui le cose continuavano a migliorare, a crescere, mentre da quando è arrivato il fratello si è bloccato tutto, ora con Trump tutti i passi avanti che avevano fatto sono diventati passi indietro. Ne parla con lo stesso tono con cui senti dire a qualcuno “eh però Mussolini ha fatto un sacco di cose positive”, ma è molto più credibile di noi. Li ammirano. Sono veramente grati del loro lavoro.

 

Qui prossimamente potrete trovare un po’ di foto della city e qui un po’ di tips per organizzare il vostro viaggio!

 

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La Habana – diario di bordo 1

Ok, abbiamo sbagliato tutto.
Sai quando pensi “oh chi ben comincia…” Ecco qui non è andata proprio così.
Dopo la nostra fortunatissima permanenza a Miami, con circa 10 ore dormite in 3 giorni, siamo arrivate al Miami airport e da lì suppongo che la fortuna si sia impigliata in qualche controllo.
“Per Cuba non serve il visto, lo fate in volo, una decina di euro” ci avevano detto… E invece il visto costa, eccome se costa, in base alla compagnia che te lo fa. La Delta lo vende a 16€, mentre la nostra a 100€. Chiaro, semplice e lineare. Dopo una lunga trattativa riusciamo a convincere l’hostess che l’avremmo comprato a Newport, certe che li costasse ben 25€ in meno. E così fu. Hasta l’ultimo centesimo.
In 8 ore siamo a La Habana, andare direttamente da Miami sarebbe stato troppo comodo per noi volpi.
La Habana t’investe. Più o meno come l’aria calda quando apri il finestrino, d’estate, piacevole finché ti riscalda, torrida ed insopportabile se non lo chiudi velocemente.
È un tripudio di rumori, colori, musica, persone. Le persone sono sempre per strada, le case sono così basse che sono sulla strada, adibite a negozi, a parcheggi, con 4 o più usi l’una. Dove dormi, puoi anche mangiare, ma ti programmano anche il viaggio del giorno dopo e ti vendono pure i souvenir. La Habana vieja è praticamente uguale al centro de La Habana, cambia solo la pavimentazione, la larghezza delle strade e la molestia della gente. Si, la molestia, perché chi si sente molestato da sguardi indiscreti a La Habana si sentirebbe violato nell’anima.
Non ho mai sentito paura o timore, quanto piuttosto fastidio è quella insopportabile sensazione con cui un economista non può convivere: la sensazione che ti stiano fregando ad ogni angolo.
Io amo il modo di fare del latino, salutare sempre, anche gli sconosciuti, rispondere ai sorrisi, guardare negli occhi. Gli Habanensi però hanno leggermente portato all’estremo questa pratica.

Camillo è il nostro super taxista, se taxi si può definire una macchina che parte a spinta e si apre a sgambetti. Dopo aver percorso tutto il cento de la Habana a piedi, 16km buoni dice il contapassi, si ferma al grido di “taxiiii” con la sua piccola scatoletta, ci riporta a casa e ci viene a riprendere per andare a vedere il cañonaso, un rituale ad hoc per fottere i turisti, ma era da vedere. Suo cugino, portato appositamente dietro perché offrissimo la cena anche a lui, ci racconta che il salario medio di un cubano sono 10 cuc mensili. 10€. Che la macchina scatoletta ne costa 19’000 e per questo tutti bramano il denaro, cercano di venderti anche l’aria, insistono, senza timore, non hanno molto da perdere, uniscono l’utile al dilettevole e ti vendono anche l’aria. Ci raccontano che negli ultimi anni la merce importata, soprattutto i vestiti, vengono confiscati, non possono essere venduti se non sono prodotti a Cuba. Classificano la loro polizia come la più corrotta del mondo, la si può pagare per evitare una multa, per farla tacere, la temono perché li priverà di soldi, non tanto per la pena. La prostituzione non viene fermata, nemmeno se ci sono delle ragazzine in strada. Mentre ci parlano stiamo dividendo un piatto per 2 in 4, un misto terra e mare con praticamente un pollo ed un pesce, riso a volontà e fagioli. Non riesco a togliermi dalla testa che se ci fossimo limitate a pagargli il passaggio non staremmo spendendo tutto il budget della giornata per regalargli una cena. All’epoca non sapevamo che quei 40€ avrebbero inciso per un buon 50% sul budget pasti di tutta la permanenza a Cuba.
E non sono nemmeno sicura che sia possibile che sia quello lo stipendio medio, visto che Charlie, il pargheggiatore/omino che vende le schede per il Wi-Fi, li guadagna praticamente all’ora.
Il Wi-Fi. Internet a Cuba è arrivato da poco, o meglio, i cubani possono accedervi da 1 annetto e mezzo. Possono avere un router molto costoso, oppure comprare delle schede ad 1 CUC all’ora ed utilizzare le postazioni Wi-Fi in giro per la città o appunto con i router dei pochi che li hanno. Capire dove comprare questa scheda è stata un’avventura.
Abbiamo prima speso 3 CUP in hotel per trovare un autobus per la tappa successiva: impossibile, avremmo dovuto prenotarlo almeno una settimana prima.
Poi 2 CUP da Charlie per prenotare l’airbnb per la seconda notte e Varadero. Peccato che Airbnb non funzioni internamente da Cuba.
Poi 1 CUP alle poste, dopo 1 ora e mezza di coda. A quel punto scorpacciata: 6 schede e crepi l’avarizia.
Scrivo da un taxi, una vecchia Ford con le molle nei sedili, mentre il mio zaino è attaccato con una corda al portapacchi e temo per l’incolumità del Mac, alla nostra sinistra l’oceano, a destra la natura, davanti a me 3 ragazze di Santiago del Chile non troppo interessate a socializzare. I finestrini abbassati lasciano entrare un’arietta fin troppo fresca, mentre il sole picchia. È uno dei 330 giorni all’anno di sole, una bella media per abbronzarsi il giusto.
Ah giusto, il taxi… Beh gli autobus non c’erano e la missione “troviamo altri 2 che vadano a Varadero” era miseramente fallita, quando Charlie, il tuttofare, ci ha indicato un’agenzia che avrebbe svolto la missione al posto nostro.
L’insegna di Varadero è la cosa più moderna che abbia visto fino ad ora. Siamo quasi arrivate, non sappiamo minimamente dove sia l’Airbnb che abbiamo fatto prenotare ad Andrea, ma siamo arrivate e ci meritiamo un po’ di spiaggia. Caraibi e silenzio.

 

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22, disordinatissimi, anni – Buenos aires pt.4

*Allarme spoiler*
Avevo un’idea per questo compleanno, avrei voluto scrivere su un altro blog, uno nuovo, mio, più degno di tale nome, ma il destino ed il mio supporto oltreoceano hanno deciso che non era il momento.
Ed effettivamente avevano ragione loro, perché non ti avevo salutato come meriti.
Pensavo di pubblicare tutte le carinerie che ho ricevuto in questi mesi, da quando sono qui, da parte di tutti i miei Amici. Nulla a che vedere con i messaggi comandati da una notifica Facebook, ai quali mi è quasi pesato dover rispondere per educazione.
Avrei voluto ringraziare i miei amici, quelli veri, per avermi dimostrato tutto il loro affetto in questi mesi, da quando sono ripartita.
Con una foto, con un video, con un messaggio, con una lettera, cogliendo l’occasione del mio compleanno, pensandomi in una giornata di sole, al mare, sotto la pioggia, davanti ad un tramonto.
L’ho pensato, spero vi basti, perché il nuovo blog non è ancora pronto quindi non posso portare avanti quell’idea.
Quindi, ricominciamo.

Mezzanotte e qualche minuto. Non è più il mio compleanno, in Italia era già finito da qualche ora.
Mi fermo e penso a quei due numeri, 22, ventidue.
Non li ho sentiti pronunciare molte volte oggi, la candelina era una sola ed il mio unico regalo di compleanno sono un paio di roller, che mia madre ricorda di avermi regalato anche verso gli 8 anni.
E’ finita la giornata e mi prendo qualche minuto per ascoltare e leggere quelle note vocali più lunghe, quei messaggi più profondi.
Sono nel mio salotto di Buenos Aires, su un divano da esterni, pieno di cuscini, di legno, ma duro come la pietra. Horacio ha deciso di offrirci questo e poco più.
Sul pollice della mano destra ho una puntura di zanzara, la bastarda sta ronzando proprio qui, ma non ho intenzione di farle del male.
Mi metto le cuffie per non sentirla.
E’ il 31 di ottobre, ci sono stati 26° per tutto il giorno, Alessia mi ha regalato una colazione al parco, sotto il sole e non posso che essere felice anche delle zanzare.
E’ il 31 ottobre e per la prima volta in 22 anni festeggio il mio compleanno durante la stagione più bella del mondo: la primavera.

Nelle orecchie ho la stessa playlist “Random soft” creata apposta per quando voglio piangere o scrivere, nonostante abbia compiuto 22 anni, ci sono abitudini che non voglio perdere.
Fossi la Ferragni farei un lungo elenco numerato di obiettivi per il prossimo anno, ma la ammiro e basta.

22 anni.
Sono tanti?
Sono pochi?
Sono ancora giovane?
Inizio ad invecchiare?
Non c’è mai stato un momento nella vita in cui abbia pensato “come ti vedi a 22 anni Dolly?”, sembrano una via di mezzo, un limbo tra i 20 ed i 25, eppure a quanto pare questo sarà il mio anno.
Non voglio pensare a quando tornerò a casa, ma so che ad attendermi ci saranno tante responsabilità, oltre a tutte le persone che più amo.
Sì, perché se c’è una consapevolezza che mi hanno dato questi 3 mesi a Buenos Aires è proprio questa: quanto amo determinate persone.
Se a Siviglia quasi mi sono dimenticata di chi fossi e da dove venissi, qui non è successo, non ho lasciato indietro proprio niente, mi sono portata via tutto e lo custodisco con gelosia.
In questi 3 mesi mi sono sentita orgogliosa delle mie origini, di essere Europea e prima ancora Italiana.
E’ curioso, quando sei lontana da casa, riflettere molto su dove sia “casa”.
A Siviglia era stato estremamente complicato rispondere alla domanda “di dove sei?”, ero un po’ persa, “un po’ di Casale, un po’ di Santa, però sto vivendo ad Alessandria e l’anno prossimo? Ancora non lo so”.
Qui invece Milano prende il sopravvento, al punto che Andrea deve correggermi ricordandomi che in realtà sono piemontese e che questo fatto che mamma si sia trasferita a Genova risalta un po’ la mia genovesità (in realtà sono solo meticolosa nella gestione dei soldi, spendaccione). Beh fatto sta che, senza indugi, rispondo “Sono Italiana, di Milano”.
Ed è proprio “Milano” il nome che darei a questo mio 21esimo anno di vita che si conclude.
Proprio come ho fatto con lei, ho fatto con me. Con i miei tempi e tanta tenacia, mi sono guardata dentro, nei cortili più nascosti, quelli bui e quelli che racchiudevano giardini e chiostri luminosi. Quest’anno ho tirato le somme, ho pensato, ho respirato, ho pianto, sono stata male, il mio corpo è stato male insieme alla mia testa, ho dormito a volte male, ho sentito la malinconia, la paura, l’emozione, la delusione, la tristezza, la gioia, l’affetto, l’amore.
Da questa prospettiva è tutto più chiaro e finalmente 22 non sembra il numero di un punto d’arrivo, ma un nuovo grande punto di partenza.

Tra 28 giorni parto, mamma non me ne volere. Io e Ale abbiamo perso un biglietto di sola andata e programmato un grande e lungo itinerario che ci porterà a camminare, correre, sudare, odiarci, probabilmente farci rapinare, rapire e trucidare.
Se così non fosse, sarò qui per raccontarvelo ed è questo che vorrei regalarmi e regalarvi per i miei 22 anni, un po’ di ordine nel disordine.
E’ questo che ho imparato a trovare dentro di me e nelle città che mi ospitano, nei cortili di Milano, nei parchi di Buenos Aires, sul Puente de San Telmo a Siviglia, dalla Fundacion Amalio, nel parcheggio di Alessandria, nella mia prima casetta a Casale.
Ho sempre cercato dei rifugi fisici per respirare, per prendere aria, quando il realtà era dentro di me che avevo bisogno di fare ordine.
Eccoci.
22 anni ed un ordine che spero non sia solo apparente e si riesca ad adattare a tutti i nuovi disordini di cui mi farò carico.

Ho troppi pensieri questa sera e non riesco ad essere ordinata.
Penso a Bea che domani raggiungerà Marta a Varsavia, penso a Fil sul tetto della sua residenza ad Hong Kong, ad Ele mentre guarda il tramonto a Moncestino e mi riempio di gioia, pensando alla loro felicità, a tutti i compleanni condivisi, vicini e lontani, a quanti ancora ne condivideremo, a quelli dei nostri figli. Penso a quanto siamo cresciuti, a dove siamo arrivati e a dove ancora dobbiamo arrivare. Ripenso al punto di partenza e no posso che sorridere.
Penso a mamma, a casa da sola con Tiffany, perché siamo cresciute ed è veramente inaccettabile.
Penso a papà, con il suo piccolo dispiacere composto post partita, mentre esce dallo stadio senza di me al suo fianco, proprio il giorno del mio compleanno.
Penso alla nonna, mentre si mette gli occhiali e cerca di vedere su quel piccolo schermo del telefono della badante le foto ed i video che le mando da qui. Quanto vorrei abbracciarla.
Penso alla piccola Arabella, mentre si lascia rigare il viso da qualche lacrima, scrivendomi i suoi dolcissimi auguri, per poi correre da Lalla e vivere la sua adolescenza sbagliando, come merita di poter fare.
Penso a Fiore, a Padova, mentre ride come una matta della stupidità di certi elementi dell’umanità, lei che ha sempre visto più in là, dentro.
Diamine.
Non posso scrivere tutto quello che penso, ho così tante cose per cui ringraziare…
Orrendo.
Questo post.
Resterà privato.
Troppi spoiler.
Troppo disordine.

Non ero convinta di questa città, non ero convinta di me qui dentro, volevo che il mondo avesse la forma che aveva a Siviglia, ma senza uscire solo con internazionali e vivendo con Italiani questa volta. Volevo essere quella che ero a Siviglia, spensierata e felice all’impazzata.
Ho iniziato a non digerire nemmeno l’acqua ed a svegliarmi di notte.
Mettevo una mano sulla pancia e sentivo pulsare, sentivo una stretta, tra lo stomaco e la gola, quella di cui parlava il Liga riferendosi all’amore, alle farfalle nello stomaco, io la sentivo ingerendo qualsiasi alimento.
Pensavo di avere qualche problema, ho preso delle pastiglie per un mesetto, sono migliorata.
Non pensavo ad altro.
Mi sentivo in colpa perché avevo fame, mi sentivo in colpa perché mangiavo qualcosa che non fosse verdura, pur sapendo che mi sarebbe rimasto sullo stomaco.
Magari sono celiaca, magari non sapevo di essere incinta, magari sono allergica all’aria.
Ho fatto gli esami del sangue. Bea mi ha insultata perché ancora non avevo fatto degli esami del sangue in vita mia. Ho fatto la pipì nel vasetto e mi sono fatta riempire la pancia di unguento gelido per guardare dentro.
Insomma, dei banalissimi esami di routine per vedere se tutto fosse a posto.
E tutto era a posto.
Dannatamente a posto.
Incredibilmente a posto.
Gli OGM non avevano colpe, il glutine nemmeno, era tutto nella mia testa.
Questo avrebbe dovuto calmarmi o spaventarmi?
I problemi fisici si risolvono con le medicine, con le operazioni, ma cos’ha la mia testa che non va?

E invece è bastato respirare, sapere di stare bene, lasciar scivolare l’ansia, prendere un traghetto e guardare il mare, aprire un po’ di più il cuore, accettare.
Il mio ultimo anno è stato un’accettazione, una presa di coscienza dopo l’altra.
Ho accettato che l’Erasmus finisse, ma non le amicizie che mi aveva regalato, così sono andata a festeggiare i 21 ad Amsterdam con Monse. Ho accettato Milano, come nuova casa, dopo settimane di terribile indecisione. Ho accettato la magistrale teorica, invece di un bel master, pur di poter ripartire. Ho accettato la nebbia, dopo un anno intero di sole. Ho accettato di dividere il mio monolocale perché cucinare solo per me era troppo triste. Ho accettato di lavorare all’immacolata, nelle vacanze di Natale, per fare cassa. Ho accettato che mi avessero rubato la macchina. Ho accettato di comprare la mia prima casa, in cui probabilmente no vivrò mai, per dare un nuovo inizio a mamma e Ara.
Ho accettato tante cose, alcune facilmente, altre con grandi sforzi, ma sono stati tutti ripagati.
La nebbia si è diradata, è arrivata la primavera ed è valso la pena ogni singolo passo, ogni scatto, ogni sollevamento.
La Bicocca mi ha regalato dei compagni che non pensavo di poter ritrovare, mi ha servito ESN su un piatto d’argento. Milano mi ha dato la possibilità di godere di Santa anche durante l’anno, ci ha riuniti finalmente quasi tutti. Mi ha fatta trovare con Je e Ale, ci ha resi famiglia. Con la macchina probabilmente non avrei mai studiato così a fondo la lilla, no avrei vissuto Milano in scooter, non sarei caduta, non mi sarei distrutta una caviglia, non mi sarei rialzata. La nuova casa di Genova sembra veramente accogliente, il posto giusto per andare a respirare un po’ di serenità.
Buenos Aires mi sta regalando, finalmente, i tramonti giusti. Quel contatto, oltre all’inquinamento acustico, con me stessa. Quello che cercavo.

Dove mi porteranno questi 22?
Di preciso non lo so, non ancora, so che mi aspetta il mio personale cammino di Santiago e poi ancora 5 mesi di buone arie, so che mi aspetta un’altra laurea al mio ritorno, forse anche una tesi in mezzo (se mi decido a contattare la prof) e poi… Se Fili mi ci fa pensare ancora una volta lo blocco su tutti i social come una ex impazzita.
Dopo raccoglieremo ciò che è stato seminato, in giro per il mondo e dentro me.
Ovunque mi portino, so chi ci sarà sempre al mio fianco.
Ovunque mi portino, so cos’avrò sempre dentro: un grandissimo, cazzutissimo, arruffato, sorriso a denti stretti, a volte a bocca aperta, ad occhi chiusi, con il naso all’insù.
Ovunque mi portino, so che non perderò mai la voglia, incessante, di toccare, assaporare, guardare negli occhi, osservare furtiva, annusare, provare, tuffarmi, abbracciare, ringraziare, stupirmi.

Fanculo all’età, la paura non vincerà, non oggi.

Tanti auguri DCB.

Cucina Paradiso

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