La cura
Premessa: non curo abbastanza il mio blog, è che ho problemi d’ispirazione. Mi viene nei momenti meno opportuni: sul cesso, sotto la doccia, a testa in giù su un’altalena, sul tetto di una macchina non mia. Tutti luoghi poco consoni ad aprire un Acer, che si accende troppo lentamente rispetto ai miei pensieri e sfogarmi sulla tastiera. Così abuso delle note dell’IPhone, che sono una mineria d’oro, almeno, le mie, ma non sempre le condivido. Ma a voi che interessa?
Questo è quello che è venuto fuori da una serata, di un lunedì qualsiasi, di ottobre (il mio mese), giorno in cui inizia la settimana ed il cinema costa 5 euro. Quindi, leggete pure tutto e tenete quello che vi va. Anche gli errori di grafia che non ho intenzione di correggere.
Buonanotte.
che gli umani non possono immaginare.
Per esempio, i comuni mortali credono che i panzerotti migliori siano da Luini,
ma si sbagliano. In un vicolo, a Venezia, insieme a Petronio, dimorano,
nascosti alle grinfie del mercato cinese, i panzerotti più libidinosi che abbia
mai mangiato. A pochi prediletti quest’onore.
A Vienna, per dire, ho iniziato ad odiare i Krafen, un odio che non avete idea:
non riesco più nemmeno a vederli. La gola, nel cortile dell’umile dimora della
principessa Sissi, prese il sopravvento sulla ragione e mi feci rapire da una
palla di pasta, immersa a vista nell’olio bollente, infilzata da un portasapone,
riempito di crema pasticcera. Al primo morso volevo già morire. Fortunatamente
c’erano papà e sorella spazzatura, a spazzolarne l’avanzo.
I comuni mortali, non sanno, fortunatamente, che dopo aver visto un film che mi
piace, impazzisco. E non ammettono che i film si debbano vedere o con le
persone giuste, o da soli, perché è così cattivo sentirsi su un piano diverso
rispetto alla persona che lo guarda accanto a te, piuttosto scansatevi. E per l’amor
del cielo, lasciate quel culo sulla poltroncina fino alla fine dei titoli di
coda. Come fate a dire di aver visto un film se non leggete i titoli di coda?
Mi sono resa conto di quanto fosse strepitoso Come un tuono, solo quando alla
fine è partito Bon Iver, pensate se fossi andata a casa prima.
E poi c’è il polpo con le patate di Porto Venere, da Iseo: la fine del mondo. E
dopo una vita di tremesialmareogniestate ne ho mangiati di polpi patatosi, ma
nessuno così. Piacere puro.
E’ tutto il giorno che mi dimentico di Twittare “Iniziate la giornata con una
qualsiasi forma d’arte e chiudetela allo stesso modo, tutto avrà più senso”.
Non so nemmeno se ci sarebbe stato entro quei benedetti caratteri, ne se
sarebbe stato più apprezzato, o difeso, di Fedez, dopo i super complimenti
ricevuti quest’oggi dalle alte cariche del nostro stato. Comunque. Iniziate la
giornata con una canzone e chiudetela leggendo un libro, oppure googlando un
quadro nuovo, assaporando un blog sconosciuto alla maggior parte, o guardando
un film, come preferite, ma prendetevi tutta l’arte che c’è nell’aria e
buttatela dentro, stringetela e non sprecatela.
Cambiamo playlist.
Ho intenzione di rientrare in quel negozio di vinili e farmi insegnare
qualsiasi cosa dal protagonista in carne ed ossa di Alta fedeltà (o almeno io l’ho
visto così). Immaginatevi di andare a vivere in una nuova casa, in una città
che conoscete un pochino, in una via del centro, una di quelle vie in cui siete
convinti di avere tutto a portata di mano: il calzolaio, la panetteria, quattro
bar nel giro di 20 metri, una pizzeria, una vineria, il kebabbaro, il
Libraccio, Tigella Bella, persino un negozio di abiti firmati usati (Dejavù,
fateci un salto, ho fatto l’acquisto della vita qualche settimana fa, potrebbe
andare bene anche a voi), farmacia, abiti vintage e poi c’è lui: quello che non
avevate messo in conto, che non vi aspettavate, che non cade all’occhio, che non si
vede, uno di quei negozi che se lo vedete quando andate in giù e lo cercate quando
tornate indietro, rischiate di non vederlo più. Vedete prima il legno, massello,
scuro, poi i vetri, quei vetri un po’ vecchi, ma non troppo, che vengono
puliti, ma non nel modo giusto, quindi sono un po’ aloneggianti, un po’ tanto a
vederli con la luce del mattino. Dietro a quegli aloni ci sono una decina di
vinili, appoggiati a mensoline di legno larghe dieci centimetri, non so ancora con
quale criterio siano stati scelti per il primo impatto con il pubblico. Li vedi
e non li vedi. Cambi la messa a fuoco e trovi il paradiso. Scatoloni e
scatoloni, pieni di quei grossissimi e troppovintageperessereveri dischi. E
allora vorresti entrare, ma sulla porta c’è scritto “torno subito”.
E allora torna.
Una persona normale si aspetta che in un negozio di dischi, come minimo, vada
almeno la radio. In un negozio di vinili, almeno un giradischi, anche solo di
presenza. Ed invece no. C’è solo il sottofondo del mondo circostante, attutito
dal parquet.
Io ci voglio passare almeno 48 ore lì dentro. Io voglio tornare e dire al
figlio di Nick Hornby (cacchio è pure pelatino) che mi deve insegnare tutto.
Torno lì, con Rob Fleming e la sua storia, in omaggio ed in cambio chiedo un po’
di cultura musicale. Ci starà?
Così.
Ho questi problemi.
Domani vorrei alzarmi, mettere due stracci in uno zaino e partire per un “Mangia,
prega, ama” a modo mio, un po’ più articolato. Una cosa tipo, mangia, mendica,
canta, prega, ascolta, fermati, cammina scalza, ordina e scappa, vola,
ringrazia, piangi ed ama.
Ci pensate a piazzarvi tutto il giorno su una panchina semplicemente a guardare?
Oppure a caricare fino al 101% l’iPod e girare per la città cantando a
squarciagola?
A tuffarvi vestiti nell’oceano?
A farvi un panino seduti in un angolo, accanto al barbone più sorridente?
Ad inseguire una nuvola scelta alzando gli occhi al cielo?
A ballare alla fine di una scala mobile della metro?
Ma cosa siamo qui a fare? Cosa fate ancora a casa con la mamma? Baciatela e
facciamo lo zaino.
Baciate lei e le vostre splendide sorelle, dite a papà che sarà per sempre l’uomo
della vostra vita, che cercherete un po’ di lui in qualsiasi persona dell’altro
sesso che vi troverete di fronte, affianco. Ditegli che per quanto ne cerchiate
uno migliore, non lo troverete e se per caso lo trovaste, tanto lo lascereste
andare da un’altra parte, perché siete delle teste di merda e nessuno è all’altezza
di papà.
Partiamo, ti prego, Doralice, andiamo, andiamo a sentire il sapore del mondo.
Tutti questi giri per arrivare qui, al mio nuovo punto fermo, che ha un nome: Erasmus,
ed un volto: il mio.
entrare in un negozio qualsiasi, in una città qualsiasi, di uno stato
qualsiasi, con il Rob di turno, stanca, con un po’ di occhiaie, felice e
sorridergli.
Sorridergli con il cuore.
faticaccia dev’essere non sognare…
Se commento con solo un "wow" ti offendi? Non riesco a partorire nient'altro se non "wow".
Quindi beccati questa mia esclamazione, il wow più sincero mai detto. Insomma, accontentati.
W O W
Mi "accontento" di un wow sincero, perché non c'è niente di più bello che creare estasi e stupore. Grazie Beatrice!