110 volte grazie

Era il 2013, avevo 17 anni e vivevo ancora con la mia famiglia, dopo mesi d’indecisione, alla fine, scelsi economia. Facendolo decisi di non trasformare la mia passione per la scrittura in un lavoro, all’epoca non sapevo che avrei tranquillamente potuto unire l’utile al dilettevole, che non si possono sopprimere così facilmente le proprie attitudini e che i talenti vanno coltivati, non accantonati. Nella foto del tesserino sembravo un ragazzino pelato, ma avevo la mia matricola, grandi aspettative per gli anni a venire ed un sorriso smagliante. A distanza di tre anni è cambiato tutto, tranne quel sorriso.
Pochi mesi dopo la mia iscrizione divenni maggiorenne, andai a vivere da sola (o meglio, con un pizzaiolo ed un biondino ribelle), cambiai città, iniziai a coltivare nuove amicizie, nuovi amori, a respirare un’aria diversa. Tra lavoro e vacanze, il secondo anno, cambiai appartamento: finii a convivere con una Siculo-Pugliese, un ragazzo siciliano ed uno valdostano, Alessandria era ormai casa mia, la piccionaia il mio parco giochi e la curiosità mi fece prendere una scelta inaspettata: “mamma, l’anno prossimo vado a Siviglia, ho vinto la borsa di studio Erasmus!”. Era già uno spettacolo, ma volevo di più.
Il mio ultimo anno di triennale l’ho vissuto a Siviglia, tra il profumo dell’oceano ed i colori dei tramonti che si riflettevano nel Guadalquivir, ingrassando, nutrendomi di cultura andalusa e storie dal mondo. Sono partita piena di entusiasmo, voglia di conoscere, di scoprire, con alcune aspettative e nessuna certezza, tranne che avrei dovuto imparare lo spagnolo. Sono tornata 10 mesi dopo con il triplo dell’entusiasmo, un C2 di spagnolo, una me più vera, umile e rispettosa, ricca di esperienze ed il mondo in mano.
Oggi di anni ne ho 20 e mi laureo.
Come quando ne avevo 17 non so di preciso farò nella mia vita, ma adesso so cosa non farò, cosa non abbandonerò, chi sono e quanto valgo.
Oggi, finalmente, so che posso unire la scrittura all’economia, al marketing, che non devo rinunciare a nulla e lo so anche grazie a questa tesi. Oggi, finalmente, so che il mondo è un fazzoletto, che le distanze sono relative e si misurano in forza di volontà e prezzi dei voli.
Oggi, finalmente, so che le amicizie vere vivono in eterno, che non hanno tutte lo stesso colore, che non parlano tutte la stessa lingua, che hanno culture e background differenti, ma che hanno bisogno solo di un sorriso per nascere.
Oggi, finalmente, so che il tempo va santificato, che saremmo troppo irrispettosi verso chi ci ha regalato la vita se passassimo anche un solo giorno senza essere felici.
Oggi, finalmente, ho l’occasione di ringraziare chi la vita me l’ha data e mi ha dato anche la possibilità di viverla nel miglior modo possibile: mamma e papà, che una volta erano una cosa sola, oggi sono una lotta continua, ma restano due stelle polari, due punti fermi, due certezze, due ancore.
Oggi, finalmente, ho l’occasione di ringraziare una persona che dal primo giorno in cui sono nata ha creduto in me più che in chiunque altro ed in me ha riposto ogni preferenza, il mio angelo custode, la mia nonna Gianna.
Oggi, finalmente, posso ringraziare le mie sorelle, Fiorelisa ed Arabella, sangue del mio sangue, quel porto sicuro nel quale troveremo sempre riparo, si chiama fratellanza ed ha la forma di una casetta, anzi, di tre.
Oggi, finalmente posso ringraziare i miei nonni che non ci sono più, che hanno lasciato questa terra con un sorriso, solo perché il loro gomitolo colorato era finito, ma che hanno dato il massimo per i loro figli, talmente tanto che l’eco è arrivato fino all’orecchio di noi nipoti e ne facciamo tesoro.
Oggi, finalmente, posso ringraziare tutte quelle persone che ho scelto, che il destino mi ha fatto incontrare e che ho deciso di abbracciare e tenere strette, anche solo per un momento, anche solo per un periodo, di questi tre anni in particolare e che mi hanno insegnato qualcosa, di me, di loro e della vita.
Grazie quindi al Team Piccionaia, un clan insostituibile, in particolare a Lucia, alla sua onestà ed amicizia vera, ad Alice, alla sua testa dura che nasconde benissimo un cuore grande, a Luca, perché è stato la mia famiglia e darebbe la vita per me, a Luza, perché ha saputo apprezzare anche e soprattutto l’ultima me, la più vera. Grazie a Marco, fuori da ogni team universitario, ma dentro ad uno più importante: il nostro, su una lunghezza d’onda tutta packaging e start up.
Grazie a chi ha toccato la mia vita a Siviglia, tutti, in un modo o nell’altro, l’avete cambiata, grazie soprattutto a chi continuerà a farlo. Grazie a Monse, compagna d’avventure e amica vera, dal primo sguardo, a Pedro, un coinquilino diventato fratello, ad Eduardo, che mi ha insegnato che l’amore non ha sesso, a Carlo, che mi ha regalato tutto ciò che c’è oltre la copertina, a Valentina, al suo sorriso sempre connesso con il mio, a Federica, perché è arrivata per restare, a Ilenia, perché mi ricorda ogni giorno quanto faccio bene a credere nell’umanità, a Eugenia, che sa cosa significhi essere lieti, a Francesca, ai nostri viaggi, senza dubbi, a Gabriele, per tutto il cuore che abbiamo lasciato su quel molo, ad Angelo, che mi ha mostrato come sarà il futuro, a Mariana, a Valentina, a Sylvian, a Giovanni, a Ramiro, a Filippo, a Francesco, a Sara, a Roberta, a Dario. E a Giulio, aun que inesperado, che non mi mancherà mai più di quanto sarò felice nel rivederlo, che ha condiviso con me gioie e dolori dell’ultimo mese d’Erasmus e dopo ancora, che ha sopportato tutta l’ansia, l’emozione e l’entusiasmo che ha preceduto e seguirà questa tesi.
Grazie ai Fenomeni, in particolare a Gianna, che è e resterà un fratello, oltre tutte le promesse, oltre tutti, a Lorenzo, alla sua maturità, alla nostra tenacia ed al suo appoggio, alla Puglia.
Grazie alle mie compagne del liceo, a quelle che sono rimaste, a quelle che il tempo ha solo migliorato, senza cambiarle più di tanto, a Francesca, fedele sorella e compagna di tutto, a Elena, alla sua grinta ed alla sua corazza, ormai esplorata, ad Agnese, inguaribile matta, a Beatrice, sempre, dopo tutto, a Filippo, piccolo, grande uomo e amico, a Margherita e Chiara, da quando eravamo mocciose.
Grazie a “Quelli della Valla”, da tutta la vita e per tutta la vita, in particolare a Elena, Lorenzo, Ciotti, Simone, Martina, Stefano e Carlo, amici senza tempo. A Nicola, il mio salvavita. A Mirko, perché se non fosse per quella piattaforma, forse, fino a qui, non ci sarei nemmeno arrivata.
Grazie a Simone, perché non sarei la persona che sono oggi, e questa tesi non sarebbe giustificata, se non avessi condiviso con lui l’ultimo anno del mio liceo, se non fosse stato la mia squadra, se non ci fosse stato Stay O’ Party, la Junior, se non avessi sbagliato.
Grazie a Lorenzo, al mio migliore amico, alle nostre cene, ad un’amicizia infinita e pura. All’Amicizia. A Luigi.
Grazie a Michele, perché c’è sempre stato, anche quando ero a 2000km da casa, costantemente, più di tutti, perché mi ha aspettata, abbracciata e mai lasciata andare.
Grazie a Lucas, perché nel bene e nel male è cresciuto con me. Grazie a Noemy, amica a distanza, ma sempre più vicina di tantissime altre.
Grazie a Beatrice, piccola Dolly e già grande donna.
Grazie ad Alessandria, grazie a Siviglia, grazie a Casale, grazie a Santa Margherita, grazie a Bon Iver, grazie a Bianco.
Grazie a chi ha sempre creduto in me, grazie al mio relatore, Leonardo Falduto, che è tra queste persone, non solo un professore, ma un grande esempio di vita, di professionalità e di umanità.
Grazie a Marco Novarese, punto di riferimento per tutti noi, senza di lui l’università non avrebbe avuto lo stesso sapore.
Grazie a quelle persone che hanno incrociato la loro vita con la mia, solo per qualche ora, ma abbastanza per lasciare un’impronta indelebile nel mio cuore e nel passaporto. Grazie quindi a quel magazzino d’arte in Camden Town, a Faizail. Grazie al buon Fabio, alle vie buie di Tangeri, al Marocco.
Grazie a chi mi ha spalleggiata, a chi mi ha ammirata, incoraggiata e motivata. Grazie a chi ha cercato di umiliarmi, di abbattermi, d’intralciare il mio percorso, di rallentarmi, di demoralizzarmi, grazie perché non ce l’ha fatta e mi ha dato un’occasione in più per dimostrare a me stessa ed a chi invece mi vuole bene, quanto valgo.

Grazie a questi tre anni, sarò lieta e sarò grata nell’avere quello che la vita mi riserverà dopo questa tesi.

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La cura

Premessa: non curo abbastanza il mio blog, è che ho problemi d’ispirazione. Mi viene nei momenti meno opportuni: sul cesso, sotto la doccia, a testa in giù su un’altalena, sul tetto di una macchina non mia. Tutti luoghi poco consoni ad aprire un Acer, che si accende troppo lentamente rispetto ai miei pensieri e sfogarmi sulla tastiera. Così abuso delle note dell’IPhone, che sono una mineria d’oro, almeno, le mie, ma non sempre le condivido. Ma a voi che interessa?
Questo è quello che è venuto fuori da una serata, di un lunedì qualsiasi, di ottobre (il mio mese), giorno in cui inizia la settimana ed il cinema costa 5 euro. Quindi, leggete pure tutto e tenete quello che vi va. Anche gli errori di grafia che non ho intenzione di correggere.
Buonanotte.

Quelle cose
che gli umani non possono immaginare.
Per esempio, i comuni mortali credono che i panzerotti migliori siano da Luini,
ma si sbagliano. In un vicolo, a Venezia, insieme a Petronio, dimorano,
nascosti alle grinfie del mercato cinese, i panzerotti più libidinosi che abbia
mai mangiato. A pochi prediletti quest’onore.
A Vienna, per dire, ho iniziato ad odiare i Krafen, un odio che non avete idea:
non riesco più nemmeno a vederli. La gola, nel cortile dell’umile dimora della
principessa Sissi, prese il sopravvento sulla ragione e mi feci rapire da una
palla di pasta, immersa a vista nell’olio bollente, infilzata da un portasapone,
riempito di crema pasticcera. Al primo morso volevo già morire. Fortunatamente
c’erano papà e sorella spazzatura, a spazzolarne l’avanzo.
I comuni mortali, non sanno, fortunatamente, che dopo aver visto un film che mi
piace, impazzisco. E non ammettono che i film si debbano vedere o con le
persone giuste, o da soli, perché è così cattivo sentirsi su un piano diverso
rispetto alla persona che lo guarda accanto a te, piuttosto scansatevi. E per l’amor
del cielo, lasciate quel culo sulla poltroncina fino alla fine dei titoli di
coda. Come fate a dire di aver visto un film se non leggete i titoli di coda?
Mi sono resa conto di quanto fosse strepitoso Come un tuono, solo quando alla
fine è partito Bon Iver, pensate se fossi andata a casa prima.
E poi c’è il polpo con le patate di Porto Venere, da Iseo: la fine del mondo. E
dopo una vita di tremesialmareogniestate ne ho mangiati di polpi patatosi, ma
nessuno così. Piacere puro.
E’ tutto il giorno che mi dimentico di Twittare “Iniziate la giornata con una
qualsiasi forma d’arte e chiudetela allo stesso modo, tutto avrà più senso”.
Non so nemmeno se ci sarebbe stato entro quei benedetti caratteri, ne se
sarebbe stato più apprezzato, o difeso, di Fedez, dopo i super complimenti
ricevuti quest’oggi dalle alte cariche del nostro stato. Comunque. Iniziate la
giornata con una canzone e chiudetela leggendo un libro, oppure googlando un
quadro nuovo, assaporando un blog sconosciuto alla maggior parte, o guardando
un film, come preferite, ma prendetevi tutta l’arte che c’è nell’aria e
buttatela dentro, stringetela e non sprecatela.
Cambiamo playlist.
Ho intenzione di rientrare in quel negozio di vinili e farmi insegnare
qualsiasi cosa dal protagonista in carne ed ossa di Alta fedeltà (o almeno io l’ho
visto così). Immaginatevi di andare a vivere in una nuova casa, in una città
che conoscete un pochino, in una via del centro, una di quelle vie in cui siete
convinti di avere tutto a portata di mano: il calzolaio, la panetteria, quattro
bar nel giro di 20 metri, una pizzeria, una vineria, il kebabbaro, il
Libraccio, Tigella Bella, persino un negozio di abiti firmati usati (Dejavù,
fateci un salto, ho fatto l’acquisto della vita qualche settimana fa, potrebbe
andare bene anche a voi), farmacia, abiti vintage e poi c’è lui: quello che non
avevate messo in conto, che non vi aspettavate, che non cade all’occhio, che non si
vede, uno di quei negozi che se lo vedete quando andate in giù e lo cercate quando
tornate indietro, rischiate di non vederlo più. Vedete prima il legno, massello,
scuro, poi i vetri, quei vetri un po’ vecchi, ma non troppo, che vengono
puliti, ma non nel modo giusto, quindi sono un po’ aloneggianti, un po’ tanto a
vederli con la luce del mattino. Dietro a quegli aloni ci sono una decina di
vinili, appoggiati a mensoline di legno larghe dieci centimetri, non so ancora con
quale criterio siano stati scelti per il primo impatto con il pubblico. Li vedi
e non li vedi. Cambi la messa a fuoco e trovi il paradiso. Scatoloni e
scatoloni, pieni di quei grossissimi e troppovintageperessereveri dischi. E
allora vorresti entrare, ma sulla porta c’è scritto “torno subito”.
E allora torna.
Una persona normale si aspetta che in un negozio di dischi, come minimo, vada
almeno la radio. In un negozio di vinili, almeno un giradischi, anche solo di
presenza. Ed invece no. C’è solo il sottofondo del mondo circostante, attutito
dal parquet.
Io ci voglio passare almeno 48 ore lì dentro. Io voglio tornare e dire al
figlio di Nick Hornby (cacchio è pure pelatino) che mi deve insegnare tutto.
Torno lì, con Rob Fleming e la sua storia, in omaggio ed in cambio chiedo un po’
di cultura musicale. Ci starà?
Così.
Ho questi problemi.
Domani vorrei alzarmi, mettere due stracci in uno zaino e partire per un “Mangia,
prega, ama” a modo mio, un po’ più articolato. Una cosa tipo, mangia, mendica,
canta, prega, ascolta, fermati, cammina scalza, ordina e scappa, vola,
ringrazia, piangi ed ama.
Ci pensate a piazzarvi tutto il giorno su una panchina semplicemente a guardare?
Oppure a caricare fino al 101% l’iPod e girare per la città cantando a
squarciagola?
A tuffarvi vestiti nell’oceano?
A farvi un panino seduti in un angolo, accanto al barbone più sorridente?
Ad inseguire una nuvola scelta alzando gli occhi al cielo?
A ballare alla fine di una scala mobile della metro?
Ma cosa siamo qui a fare? Cosa fate ancora a casa con la mamma? Baciatela e
facciamo lo zaino.
Baciate lei e le vostre splendide sorelle, dite a papà che sarà per sempre l’uomo
della vostra vita, che cercherete un po’ di lui in qualsiasi persona dell’altro
sesso che vi troverete di fronte, affianco. Ditegli che per quanto ne cerchiate
uno migliore, non lo troverete e se per caso lo trovaste, tanto lo lascereste
andare da un’altra parte, perché siete delle teste di merda e nessuno è all’altezza
di papà.
Partiamo, ti prego, Doralice, andiamo, andiamo a sentire il sapore del mondo.

Tutti questi giri per arrivare qui, al mio nuovo punto fermo, che ha un nome: Erasmus,
ed un volto: il mio.

Voglio
entrare in un negozio qualsiasi, in una città qualsiasi, di uno stato
qualsiasi, con il Rob di turno, stanca, con un po’ di occhiaie, felice e
sorridergli.
Sorridergli con il cuore.

Che
faticaccia dev’essere non sognare…
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Rinascere e riscoprirsi, questo significa

L’aspetti, dalla terza inizi ad aspettarla, a sognarla, a progettarla, a fare il conto alla rovescia.
L’Università, questa Dea che profuma di futuro ed opportunità, di aria nuova e passi avanti.
Ho corso, veloce, fin da subito, a 4 anni e 10 mesi, l’asilo non faceva già più per me. Mi è sempre piaciuto andare a scuola, indipendentemente dai risultati, mi piacevano le classi, tant’è che ne ho cambiate 8. Ma non ero io quella indecisa, piuttosto i miei, i mi adattavo come il pongo, dove mi mettevano stavo, menavo tutti, comandavo a bacchetta e facevo subito amicizia (forse più io con gli altri, che gli altri con me).
E’ andata così: all’asilo ho annegato una tartaruga, ho fatto la pipì nel cestino, ho lavato i capelli ad una bambina sporca, non ho mai dormito e mi hanno cacciata alle elementari. Ho preso 12 note tra la prima e la seconda, ho fatto l’esame per andare in terza, sognavo di scappare di casa e costruirne una con i bastoncini di plastica del caffè (ho ritrovato i progetti in un diario di Rossana, insieme a tanti “Erik” infilati in cuoricini storti), avevo una compagna di nome Sabrina Casale. Ed è a Casale che siamo venuti, quarta, quinta, le medie, 1BL al Sobrero, matematica e fisica a settembre, 2B allo scientifico, dalla padella alla brace, in mezzo ad 11 stronzette.
Poi finisce.
Ho passato tutto il periodo pre maturità ad assaporare ogni singolo secondo di studio, ad ascoltare con dolcezza l’ansia che aleggiava nelle voci dei miei compagni, li ho guardati.
Giulia che si martoriava il ciuffo sinistro, Elena che prima di iniziare aveva già finito, Mattia che riusciva ad essere in ansia senza mai scomporsi, Chiara che prima ancora di sapere com’era andata si stava già incazzando, Ube che ha respirato, Biffi che si dimentica di girare il foglio di storia durante la simulazione, Marco che tirava fuori il cuore e le palle, Francesca che in quarta aveva già iniziato a scegliere quali giorni dedicare a quali materie, Agnese che non sa più quale parte del corpo toccarsi per scaricare la tensione…
Tutti, con il loro pregi e, perché no, soprattutto con i loro difetti, hanno segnato uno dei periodi più importanti della mia vita.
Ed eccola.
Arriva, anche lei, veloce, la temuta Maturità, gli scritti, i quadri, gli orali, penultima. In jeans, camicia bianca e azzurra a righe e Superga, con la mia solita originalità porto a casa il primo 30, d’orale. Che sommato a qualche altro merito e demerito totalizza un 84.
Il voto più inutile della storia della mia vita, ma una gran bella soddisfazione. Arriva quando siamo in prima fila a Santa, spensierate a prendere il sole, giusto per smuovere le acque e poi lasciarci alla nostra meritata estate.
Arrivano le batoste, dei test d’ingresso, le delusioni, le sconfitte, non le mie. Io ero ancora nel libro.
Scrittrice o faccia da culo? Faccia da culo o scrittrice?
Alla fine ha vinto la consapevolezza che, fino a prova contraria, le facce da culo fanno strada, così mi butto e provo ad allenarla.
Sogni Milano per tutta la vita, metti i piedi per terra e ti ritrovi a Palazzo Borsalino.
C’è qualcosa che non va.
In questa cavolo di aula non c’è posto per tutti, dove devo andare? Chi sei,? Ma come sei conciata? In mezz’ora non hai ancora trovato un posto a sedere, dividi la sedia con persone semiconosciute, ma hai già capito qual è il gruppo delle fighette, qual è quello delle sfigate, chi odiare, chi insultare, a chi avvicinarti, chi è la più troia, chi si veste leggermente meglio di te, qual è il più gnocco e forse anche qual è il professore.
Alessandria. Per una che viene da Casale dovrebbe essere un’entità simile al male di vivere.
Ed invece no.
Gira e rigira Alessandria diventa la mia seconda casa, gira e rigira Luca diventa la mia persona, gira e rigira il grigio diventa un colore.
L’università porta sicuramente spazio, spazio per se stessi e per le proprie ambizioni.
Porta soddisfazioni, se fatta nel modo giusto.
Porta amicizie, se hai voglia di aprirti e metterti in gioco.
Porta indubbiamente a fare delle valutazioni, sulle proprie scelte ed aspirazioni, ma se le scelte si rivelano corrette, porta gioia e rafforza l’autostima.
Comporta decisioni importanti: allontanarsi da casa, può sembrare facile, ma non lo è. Il problema non è la lavatrice, la pulizia, l’ordine. Il problema diventa il profumo, quello della tua famiglia, quello della tua camera, quello del tuo letto. Il problema diventa il silenzio, quando lasci una principessa che impediva al silenzio di entrare. Il problema diventa cucinare solo per sé, sì, non cucinare per tanti, che riempie di orgoglio e voglia di fare, ma cucinare solo per una triste te, dover lavare una pentola solo per te. Così ti ritrovi ad abusare delle stoviglie in plastica.
Ma poi ti abitui, capisci che la lontananza non è poi così male, capisci che rafforza i rapporti, che mantiene in vita solo quelli più forti, quelli più importanti, quelli per cui vale la pena tornare a Casale, quelli che hanno voglia di resistere, di sopportare, di sorridere. Ed intanto crei una nuova vita, una nuova cerchia, nuove opportunità, nuovi progetti.
Così, il mio primo anno accademico è andato così.
E’ stato pieno di soddisfazioni, ma ancor di più, di momenti difficili, che sembravano quasi impossibili da superare, da gestire, da sopportare. Ma tutto si sistema, tutti i cerchi si chiudono, tutti i portoni si aprono.
I momenti brutti si superano e si ricomincia con una nuova gioia, nuovi sogni.
Così, il mio primo anno accademico è andato così.
E’ stato un anno di crescita, più che mai, ha fatto compagnia a tantissimi cambiamenti che mi hanno fatta crescere.
Se volessi tornare al liceo?
No. La vita universitaria è una figata.
Ma la vita da liceale pure, semplicemente c’è un tempo per ogni cosa, anche se liceali si rimane un po’ per sempre.

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