22, disordinatissimi, anni – Buenos aires pt.4

*Allarme spoiler*
Avevo un’idea per questo compleanno, avrei voluto scrivere su un altro blog, uno nuovo, mio, più degno di tale nome, ma il destino ed il mio supporto oltreoceano hanno deciso che non era il momento.
Ed effettivamente avevano ragione loro, perché non ti avevo salutato come meriti.
Pensavo di pubblicare tutte le carinerie che ho ricevuto in questi mesi, da quando sono qui, da parte di tutti i miei Amici. Nulla a che vedere con i messaggi comandati da una notifica Facebook, ai quali mi è quasi pesato dover rispondere per educazione.
Avrei voluto ringraziare i miei amici, quelli veri, per avermi dimostrato tutto il loro affetto in questi mesi, da quando sono ripartita.
Con una foto, con un video, con un messaggio, con una lettera, cogliendo l’occasione del mio compleanno, pensandomi in una giornata di sole, al mare, sotto la pioggia, davanti ad un tramonto.
L’ho pensato, spero vi basti, perché il nuovo blog non è ancora pronto quindi non posso portare avanti quell’idea.
Quindi, ricominciamo.

Mezzanotte e qualche minuto. Non è più il mio compleanno, in Italia era già finito da qualche ora.
Mi fermo e penso a quei due numeri, 22, ventidue.
Non li ho sentiti pronunciare molte volte oggi, la candelina era una sola ed il mio unico regalo di compleanno sono un paio di roller, che mia madre ricorda di avermi regalato anche verso gli 8 anni.
E’ finita la giornata e mi prendo qualche minuto per ascoltare e leggere quelle note vocali più lunghe, quei messaggi più profondi.
Sono nel mio salotto di Buenos Aires, su un divano da esterni, pieno di cuscini, di legno, ma duro come la pietra. Horacio ha deciso di offrirci questo e poco più.
Sul pollice della mano destra ho una puntura di zanzara, la bastarda sta ronzando proprio qui, ma non ho intenzione di farle del male.
Mi metto le cuffie per non sentirla.
E’ il 31 di ottobre, ci sono stati 26° per tutto il giorno, Alessia mi ha regalato una colazione al parco, sotto il sole e non posso che essere felice anche delle zanzare.
E’ il 31 ottobre e per la prima volta in 22 anni festeggio il mio compleanno durante la stagione più bella del mondo: la primavera.

Nelle orecchie ho la stessa playlist “Random soft” creata apposta per quando voglio piangere o scrivere, nonostante abbia compiuto 22 anni, ci sono abitudini che non voglio perdere.
Fossi la Ferragni farei un lungo elenco numerato di obiettivi per il prossimo anno, ma la ammiro e basta.

22 anni.
Sono tanti?
Sono pochi?
Sono ancora giovane?
Inizio ad invecchiare?
Non c’è mai stato un momento nella vita in cui abbia pensato “come ti vedi a 22 anni Dolly?”, sembrano una via di mezzo, un limbo tra i 20 ed i 25, eppure a quanto pare questo sarà il mio anno.
Non voglio pensare a quando tornerò a casa, ma so che ad attendermi ci saranno tante responsabilità, oltre a tutte le persone che più amo.
Sì, perché se c’è una consapevolezza che mi hanno dato questi 3 mesi a Buenos Aires è proprio questa: quanto amo determinate persone.
Se a Siviglia quasi mi sono dimenticata di chi fossi e da dove venissi, qui non è successo, non ho lasciato indietro proprio niente, mi sono portata via tutto e lo custodisco con gelosia.
In questi 3 mesi mi sono sentita orgogliosa delle mie origini, di essere Europea e prima ancora Italiana.
E’ curioso, quando sei lontana da casa, riflettere molto su dove sia “casa”.
A Siviglia era stato estremamente complicato rispondere alla domanda “di dove sei?”, ero un po’ persa, “un po’ di Casale, un po’ di Santa, però sto vivendo ad Alessandria e l’anno prossimo? Ancora non lo so”.
Qui invece Milano prende il sopravvento, al punto che Andrea deve correggermi ricordandomi che in realtà sono piemontese e che questo fatto che mamma si sia trasferita a Genova risalta un po’ la mia genovesità (in realtà sono solo meticolosa nella gestione dei soldi, spendaccione). Beh fatto sta che, senza indugi, rispondo “Sono Italiana, di Milano”.
Ed è proprio “Milano” il nome che darei a questo mio 21esimo anno di vita che si conclude.
Proprio come ho fatto con lei, ho fatto con me. Con i miei tempi e tanta tenacia, mi sono guardata dentro, nei cortili più nascosti, quelli bui e quelli che racchiudevano giardini e chiostri luminosi. Quest’anno ho tirato le somme, ho pensato, ho respirato, ho pianto, sono stata male, il mio corpo è stato male insieme alla mia testa, ho dormito a volte male, ho sentito la malinconia, la paura, l’emozione, la delusione, la tristezza, la gioia, l’affetto, l’amore.
Da questa prospettiva è tutto più chiaro e finalmente 22 non sembra il numero di un punto d’arrivo, ma un nuovo grande punto di partenza.

Tra 28 giorni parto, mamma non me ne volere. Io e Ale abbiamo perso un biglietto di sola andata e programmato un grande e lungo itinerario che ci porterà a camminare, correre, sudare, odiarci, probabilmente farci rapinare, rapire e trucidare.
Se così non fosse, sarò qui per raccontarvelo ed è questo che vorrei regalarmi e regalarvi per i miei 22 anni, un po’ di ordine nel disordine.
E’ questo che ho imparato a trovare dentro di me e nelle città che mi ospitano, nei cortili di Milano, nei parchi di Buenos Aires, sul Puente de San Telmo a Siviglia, dalla Fundacion Amalio, nel parcheggio di Alessandria, nella mia prima casetta a Casale.
Ho sempre cercato dei rifugi fisici per respirare, per prendere aria, quando il realtà era dentro di me che avevo bisogno di fare ordine.
Eccoci.
22 anni ed un ordine che spero non sia solo apparente e si riesca ad adattare a tutti i nuovi disordini di cui mi farò carico.

Ho troppi pensieri questa sera e non riesco ad essere ordinata.
Penso a Bea che domani raggiungerà Marta a Varsavia, penso a Fil sul tetto della sua residenza ad Hong Kong, ad Ele mentre guarda il tramonto a Moncestino e mi riempio di gioia, pensando alla loro felicità, a tutti i compleanni condivisi, vicini e lontani, a quanti ancora ne condivideremo, a quelli dei nostri figli. Penso a quanto siamo cresciuti, a dove siamo arrivati e a dove ancora dobbiamo arrivare. Ripenso al punto di partenza e no posso che sorridere.
Penso a mamma, a casa da sola con Tiffany, perché siamo cresciute ed è veramente inaccettabile.
Penso a papà, con il suo piccolo dispiacere composto post partita, mentre esce dallo stadio senza di me al suo fianco, proprio il giorno del mio compleanno.
Penso alla nonna, mentre si mette gli occhiali e cerca di vedere su quel piccolo schermo del telefono della badante le foto ed i video che le mando da qui. Quanto vorrei abbracciarla.
Penso alla piccola Arabella, mentre si lascia rigare il viso da qualche lacrima, scrivendomi i suoi dolcissimi auguri, per poi correre da Lalla e vivere la sua adolescenza sbagliando, come merita di poter fare.
Penso a Fiore, a Padova, mentre ride come una matta della stupidità di certi elementi dell’umanità, lei che ha sempre visto più in là, dentro.
Diamine.
Non posso scrivere tutto quello che penso, ho così tante cose per cui ringraziare…
Orrendo.
Questo post.
Resterà privato.
Troppi spoiler.
Troppo disordine.

Non ero convinta di questa città, non ero convinta di me qui dentro, volevo che il mondo avesse la forma che aveva a Siviglia, ma senza uscire solo con internazionali e vivendo con Italiani questa volta. Volevo essere quella che ero a Siviglia, spensierata e felice all’impazzata.
Ho iniziato a non digerire nemmeno l’acqua ed a svegliarmi di notte.
Mettevo una mano sulla pancia e sentivo pulsare, sentivo una stretta, tra lo stomaco e la gola, quella di cui parlava il Liga riferendosi all’amore, alle farfalle nello stomaco, io la sentivo ingerendo qualsiasi alimento.
Pensavo di avere qualche problema, ho preso delle pastiglie per un mesetto, sono migliorata.
Non pensavo ad altro.
Mi sentivo in colpa perché avevo fame, mi sentivo in colpa perché mangiavo qualcosa che non fosse verdura, pur sapendo che mi sarebbe rimasto sullo stomaco.
Magari sono celiaca, magari non sapevo di essere incinta, magari sono allergica all’aria.
Ho fatto gli esami del sangue. Bea mi ha insultata perché ancora non avevo fatto degli esami del sangue in vita mia. Ho fatto la pipì nel vasetto e mi sono fatta riempire la pancia di unguento gelido per guardare dentro.
Insomma, dei banalissimi esami di routine per vedere se tutto fosse a posto.
E tutto era a posto.
Dannatamente a posto.
Incredibilmente a posto.
Gli OGM non avevano colpe, il glutine nemmeno, era tutto nella mia testa.
Questo avrebbe dovuto calmarmi o spaventarmi?
I problemi fisici si risolvono con le medicine, con le operazioni, ma cos’ha la mia testa che non va?

E invece è bastato respirare, sapere di stare bene, lasciar scivolare l’ansia, prendere un traghetto e guardare il mare, aprire un po’ di più il cuore, accettare.
Il mio ultimo anno è stato un’accettazione, una presa di coscienza dopo l’altra.
Ho accettato che l’Erasmus finisse, ma non le amicizie che mi aveva regalato, così sono andata a festeggiare i 21 ad Amsterdam con Monse. Ho accettato Milano, come nuova casa, dopo settimane di terribile indecisione. Ho accettato la magistrale teorica, invece di un bel master, pur di poter ripartire. Ho accettato la nebbia, dopo un anno intero di sole. Ho accettato di dividere il mio monolocale perché cucinare solo per me era troppo triste. Ho accettato di lavorare all’immacolata, nelle vacanze di Natale, per fare cassa. Ho accettato che mi avessero rubato la macchina. Ho accettato di comprare la mia prima casa, in cui probabilmente no vivrò mai, per dare un nuovo inizio a mamma e Ara.
Ho accettato tante cose, alcune facilmente, altre con grandi sforzi, ma sono stati tutti ripagati.
La nebbia si è diradata, è arrivata la primavera ed è valso la pena ogni singolo passo, ogni scatto, ogni sollevamento.
La Bicocca mi ha regalato dei compagni che non pensavo di poter ritrovare, mi ha servito ESN su un piatto d’argento. Milano mi ha dato la possibilità di godere di Santa anche durante l’anno, ci ha riuniti finalmente quasi tutti. Mi ha fatta trovare con Je e Ale, ci ha resi famiglia. Con la macchina probabilmente non avrei mai studiato così a fondo la lilla, no avrei vissuto Milano in scooter, non sarei caduta, non mi sarei distrutta una caviglia, non mi sarei rialzata. La nuova casa di Genova sembra veramente accogliente, il posto giusto per andare a respirare un po’ di serenità.
Buenos Aires mi sta regalando, finalmente, i tramonti giusti. Quel contatto, oltre all’inquinamento acustico, con me stessa. Quello che cercavo.

Dove mi porteranno questi 22?
Di preciso non lo so, non ancora, so che mi aspetta il mio personale cammino di Santiago e poi ancora 5 mesi di buone arie, so che mi aspetta un’altra laurea al mio ritorno, forse anche una tesi in mezzo (se mi decido a contattare la prof) e poi… Se Fili mi ci fa pensare ancora una volta lo blocco su tutti i social come una ex impazzita.
Dopo raccoglieremo ciò che è stato seminato, in giro per il mondo e dentro me.
Ovunque mi portino, so chi ci sarà sempre al mio fianco.
Ovunque mi portino, so cos’avrò sempre dentro: un grandissimo, cazzutissimo, arruffato, sorriso a denti stretti, a volte a bocca aperta, ad occhi chiusi, con il naso all’insù.
Ovunque mi portino, so che non perderò mai la voglia, incessante, di toccare, assaporare, guardare negli occhi, osservare furtiva, annusare, provare, tuffarmi, abbracciare, ringraziare, stupirmi.

Fanculo all’età, la paura non vincerà, non oggi.

Tanti auguri DCB.

Cucina Paradiso

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La cura

Premessa: non curo abbastanza il mio blog, è che ho problemi d’ispirazione. Mi viene nei momenti meno opportuni: sul cesso, sotto la doccia, a testa in giù su un’altalena, sul tetto di una macchina non mia. Tutti luoghi poco consoni ad aprire un Acer, che si accende troppo lentamente rispetto ai miei pensieri e sfogarmi sulla tastiera. Così abuso delle note dell’IPhone, che sono una mineria d’oro, almeno, le mie, ma non sempre le condivido. Ma a voi che interessa?
Questo è quello che è venuto fuori da una serata, di un lunedì qualsiasi, di ottobre (il mio mese), giorno in cui inizia la settimana ed il cinema costa 5 euro. Quindi, leggete pure tutto e tenete quello che vi va. Anche gli errori di grafia che non ho intenzione di correggere.
Buonanotte.

Quelle cose
che gli umani non possono immaginare.
Per esempio, i comuni mortali credono che i panzerotti migliori siano da Luini,
ma si sbagliano. In un vicolo, a Venezia, insieme a Petronio, dimorano,
nascosti alle grinfie del mercato cinese, i panzerotti più libidinosi che abbia
mai mangiato. A pochi prediletti quest’onore.
A Vienna, per dire, ho iniziato ad odiare i Krafen, un odio che non avete idea:
non riesco più nemmeno a vederli. La gola, nel cortile dell’umile dimora della
principessa Sissi, prese il sopravvento sulla ragione e mi feci rapire da una
palla di pasta, immersa a vista nell’olio bollente, infilzata da un portasapone,
riempito di crema pasticcera. Al primo morso volevo già morire. Fortunatamente
c’erano papà e sorella spazzatura, a spazzolarne l’avanzo.
I comuni mortali, non sanno, fortunatamente, che dopo aver visto un film che mi
piace, impazzisco. E non ammettono che i film si debbano vedere o con le
persone giuste, o da soli, perché è così cattivo sentirsi su un piano diverso
rispetto alla persona che lo guarda accanto a te, piuttosto scansatevi. E per l’amor
del cielo, lasciate quel culo sulla poltroncina fino alla fine dei titoli di
coda. Come fate a dire di aver visto un film se non leggete i titoli di coda?
Mi sono resa conto di quanto fosse strepitoso Come un tuono, solo quando alla
fine è partito Bon Iver, pensate se fossi andata a casa prima.
E poi c’è il polpo con le patate di Porto Venere, da Iseo: la fine del mondo. E
dopo una vita di tremesialmareogniestate ne ho mangiati di polpi patatosi, ma
nessuno così. Piacere puro.
E’ tutto il giorno che mi dimentico di Twittare “Iniziate la giornata con una
qualsiasi forma d’arte e chiudetela allo stesso modo, tutto avrà più senso”.
Non so nemmeno se ci sarebbe stato entro quei benedetti caratteri, ne se
sarebbe stato più apprezzato, o difeso, di Fedez, dopo i super complimenti
ricevuti quest’oggi dalle alte cariche del nostro stato. Comunque. Iniziate la
giornata con una canzone e chiudetela leggendo un libro, oppure googlando un
quadro nuovo, assaporando un blog sconosciuto alla maggior parte, o guardando
un film, come preferite, ma prendetevi tutta l’arte che c’è nell’aria e
buttatela dentro, stringetela e non sprecatela.
Cambiamo playlist.
Ho intenzione di rientrare in quel negozio di vinili e farmi insegnare
qualsiasi cosa dal protagonista in carne ed ossa di Alta fedeltà (o almeno io l’ho
visto così). Immaginatevi di andare a vivere in una nuova casa, in una città
che conoscete un pochino, in una via del centro, una di quelle vie in cui siete
convinti di avere tutto a portata di mano: il calzolaio, la panetteria, quattro
bar nel giro di 20 metri, una pizzeria, una vineria, il kebabbaro, il
Libraccio, Tigella Bella, persino un negozio di abiti firmati usati (Dejavù,
fateci un salto, ho fatto l’acquisto della vita qualche settimana fa, potrebbe
andare bene anche a voi), farmacia, abiti vintage e poi c’è lui: quello che non
avevate messo in conto, che non vi aspettavate, che non cade all’occhio, che non si
vede, uno di quei negozi che se lo vedete quando andate in giù e lo cercate quando
tornate indietro, rischiate di non vederlo più. Vedete prima il legno, massello,
scuro, poi i vetri, quei vetri un po’ vecchi, ma non troppo, che vengono
puliti, ma non nel modo giusto, quindi sono un po’ aloneggianti, un po’ tanto a
vederli con la luce del mattino. Dietro a quegli aloni ci sono una decina di
vinili, appoggiati a mensoline di legno larghe dieci centimetri, non so ancora con
quale criterio siano stati scelti per il primo impatto con il pubblico. Li vedi
e non li vedi. Cambi la messa a fuoco e trovi il paradiso. Scatoloni e
scatoloni, pieni di quei grossissimi e troppovintageperessereveri dischi. E
allora vorresti entrare, ma sulla porta c’è scritto “torno subito”.
E allora torna.
Una persona normale si aspetta che in un negozio di dischi, come minimo, vada
almeno la radio. In un negozio di vinili, almeno un giradischi, anche solo di
presenza. Ed invece no. C’è solo il sottofondo del mondo circostante, attutito
dal parquet.
Io ci voglio passare almeno 48 ore lì dentro. Io voglio tornare e dire al
figlio di Nick Hornby (cacchio è pure pelatino) che mi deve insegnare tutto.
Torno lì, con Rob Fleming e la sua storia, in omaggio ed in cambio chiedo un po’
di cultura musicale. Ci starà?
Così.
Ho questi problemi.
Domani vorrei alzarmi, mettere due stracci in uno zaino e partire per un “Mangia,
prega, ama” a modo mio, un po’ più articolato. Una cosa tipo, mangia, mendica,
canta, prega, ascolta, fermati, cammina scalza, ordina e scappa, vola,
ringrazia, piangi ed ama.
Ci pensate a piazzarvi tutto il giorno su una panchina semplicemente a guardare?
Oppure a caricare fino al 101% l’iPod e girare per la città cantando a
squarciagola?
A tuffarvi vestiti nell’oceano?
A farvi un panino seduti in un angolo, accanto al barbone più sorridente?
Ad inseguire una nuvola scelta alzando gli occhi al cielo?
A ballare alla fine di una scala mobile della metro?
Ma cosa siamo qui a fare? Cosa fate ancora a casa con la mamma? Baciatela e
facciamo lo zaino.
Baciate lei e le vostre splendide sorelle, dite a papà che sarà per sempre l’uomo
della vostra vita, che cercherete un po’ di lui in qualsiasi persona dell’altro
sesso che vi troverete di fronte, affianco. Ditegli che per quanto ne cerchiate
uno migliore, non lo troverete e se per caso lo trovaste, tanto lo lascereste
andare da un’altra parte, perché siete delle teste di merda e nessuno è all’altezza
di papà.
Partiamo, ti prego, Doralice, andiamo, andiamo a sentire il sapore del mondo.

Tutti questi giri per arrivare qui, al mio nuovo punto fermo, che ha un nome: Erasmus,
ed un volto: il mio.

Voglio
entrare in un negozio qualsiasi, in una città qualsiasi, di uno stato
qualsiasi, con il Rob di turno, stanca, con un po’ di occhiaie, felice e
sorridergli.
Sorridergli con il cuore.

Che
faticaccia dev’essere non sognare…
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Nel mio mondo perfetto

Nel mio mondo perfetto, avrei una casa a… Santa, Torino, Milano, Forte, Porto Cervo, Venezia, Madrid, Londra, NY, Miami, Roma.
Nel mio mondo perfetto, ogni estate sarebbe un tour del mondo, insieme alle mie migliori amiche di Casale, di Santa e di Alessandria. Magicamente amicone.
Nel mio mondo perfetto, la poligamia è donna.
Nel mio mondo perfetto, salverei solo una decina di amiche ed una ventina di donne-mito, per il resto, la misoginia regnerebbe sovrana.
Nel mio mondo perfetto lavoro per Google, ma non disdegno la vitaccia di Marchionne e men che meno della Wintour.
Nel mio mondo perfetto Zuckerberg ha un debole per le bionde e mi piazza al posto della Sandberg.
Nel mio mondo perfetto vinco 38000€ con un gratta e vinci, posso autofinanziarmi l’MBA e piangere di gioia dal mattino alla sera.
Nel mio mondo perfetto serve più di una vita per essere tutte le Doralice che vorrei.
Nel mio mondo perfetto mia madre riesce a farmi un complimento.
Nel mio mondo perfetto c’è un uomo, non importa il colore degli occhi e nemmeno quello dei capelli, ma le palle. Un uomo in grado di amare, lavorare, soffrire e scegliere.
Nel mio mondo perfetto esiste la meritocrazia e non il culo, esiste a prescindere dal cognome che porti.
Nel mio mondo perfetto ho anche il tempo di scrivere, la possibilità di pubblicare e vengo anche letta, da pochi, ma buoni.
Nel mio mondo perfetto l’egoismo è reato, ma non le sberle a chi le merita.
Nel mio mondo perfetto potrei anche avere le cosce molli, ma avrei comunque qualcuno disposto a pagare per baciarmi il culo.
Nel mio mondo perfetto, tra 30 anni, una diciottenne, piena di sogni, leggerà la mia biografia su wikipedia e crederà di potercela fare.
Nel mio mondo perfetto, nonostante le imperfezioni del mondo, esiste la felicità dietro ad ogni angolo di fatica.

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Rinascere e riscoprirsi, questo significa

L’aspetti, dalla terza inizi ad aspettarla, a sognarla, a progettarla, a fare il conto alla rovescia.
L’Università, questa Dea che profuma di futuro ed opportunità, di aria nuova e passi avanti.
Ho corso, veloce, fin da subito, a 4 anni e 10 mesi, l’asilo non faceva già più per me. Mi è sempre piaciuto andare a scuola, indipendentemente dai risultati, mi piacevano le classi, tant’è che ne ho cambiate 8. Ma non ero io quella indecisa, piuttosto i miei, i mi adattavo come il pongo, dove mi mettevano stavo, menavo tutti, comandavo a bacchetta e facevo subito amicizia (forse più io con gli altri, che gli altri con me).
E’ andata così: all’asilo ho annegato una tartaruga, ho fatto la pipì nel cestino, ho lavato i capelli ad una bambina sporca, non ho mai dormito e mi hanno cacciata alle elementari. Ho preso 12 note tra la prima e la seconda, ho fatto l’esame per andare in terza, sognavo di scappare di casa e costruirne una con i bastoncini di plastica del caffè (ho ritrovato i progetti in un diario di Rossana, insieme a tanti “Erik” infilati in cuoricini storti), avevo una compagna di nome Sabrina Casale. Ed è a Casale che siamo venuti, quarta, quinta, le medie, 1BL al Sobrero, matematica e fisica a settembre, 2B allo scientifico, dalla padella alla brace, in mezzo ad 11 stronzette.
Poi finisce.
Ho passato tutto il periodo pre maturità ad assaporare ogni singolo secondo di studio, ad ascoltare con dolcezza l’ansia che aleggiava nelle voci dei miei compagni, li ho guardati.
Giulia che si martoriava il ciuffo sinistro, Elena che prima di iniziare aveva già finito, Mattia che riusciva ad essere in ansia senza mai scomporsi, Chiara che prima ancora di sapere com’era andata si stava già incazzando, Ube che ha respirato, Biffi che si dimentica di girare il foglio di storia durante la simulazione, Marco che tirava fuori il cuore e le palle, Francesca che in quarta aveva già iniziato a scegliere quali giorni dedicare a quali materie, Agnese che non sa più quale parte del corpo toccarsi per scaricare la tensione…
Tutti, con il loro pregi e, perché no, soprattutto con i loro difetti, hanno segnato uno dei periodi più importanti della mia vita.
Ed eccola.
Arriva, anche lei, veloce, la temuta Maturità, gli scritti, i quadri, gli orali, penultima. In jeans, camicia bianca e azzurra a righe e Superga, con la mia solita originalità porto a casa il primo 30, d’orale. Che sommato a qualche altro merito e demerito totalizza un 84.
Il voto più inutile della storia della mia vita, ma una gran bella soddisfazione. Arriva quando siamo in prima fila a Santa, spensierate a prendere il sole, giusto per smuovere le acque e poi lasciarci alla nostra meritata estate.
Arrivano le batoste, dei test d’ingresso, le delusioni, le sconfitte, non le mie. Io ero ancora nel libro.
Scrittrice o faccia da culo? Faccia da culo o scrittrice?
Alla fine ha vinto la consapevolezza che, fino a prova contraria, le facce da culo fanno strada, così mi butto e provo ad allenarla.
Sogni Milano per tutta la vita, metti i piedi per terra e ti ritrovi a Palazzo Borsalino.
C’è qualcosa che non va.
In questa cavolo di aula non c’è posto per tutti, dove devo andare? Chi sei,? Ma come sei conciata? In mezz’ora non hai ancora trovato un posto a sedere, dividi la sedia con persone semiconosciute, ma hai già capito qual è il gruppo delle fighette, qual è quello delle sfigate, chi odiare, chi insultare, a chi avvicinarti, chi è la più troia, chi si veste leggermente meglio di te, qual è il più gnocco e forse anche qual è il professore.
Alessandria. Per una che viene da Casale dovrebbe essere un’entità simile al male di vivere.
Ed invece no.
Gira e rigira Alessandria diventa la mia seconda casa, gira e rigira Luca diventa la mia persona, gira e rigira il grigio diventa un colore.
L’università porta sicuramente spazio, spazio per se stessi e per le proprie ambizioni.
Porta soddisfazioni, se fatta nel modo giusto.
Porta amicizie, se hai voglia di aprirti e metterti in gioco.
Porta indubbiamente a fare delle valutazioni, sulle proprie scelte ed aspirazioni, ma se le scelte si rivelano corrette, porta gioia e rafforza l’autostima.
Comporta decisioni importanti: allontanarsi da casa, può sembrare facile, ma non lo è. Il problema non è la lavatrice, la pulizia, l’ordine. Il problema diventa il profumo, quello della tua famiglia, quello della tua camera, quello del tuo letto. Il problema diventa il silenzio, quando lasci una principessa che impediva al silenzio di entrare. Il problema diventa cucinare solo per sé, sì, non cucinare per tanti, che riempie di orgoglio e voglia di fare, ma cucinare solo per una triste te, dover lavare una pentola solo per te. Così ti ritrovi ad abusare delle stoviglie in plastica.
Ma poi ti abitui, capisci che la lontananza non è poi così male, capisci che rafforza i rapporti, che mantiene in vita solo quelli più forti, quelli più importanti, quelli per cui vale la pena tornare a Casale, quelli che hanno voglia di resistere, di sopportare, di sorridere. Ed intanto crei una nuova vita, una nuova cerchia, nuove opportunità, nuovi progetti.
Così, il mio primo anno accademico è andato così.
E’ stato pieno di soddisfazioni, ma ancor di più, di momenti difficili, che sembravano quasi impossibili da superare, da gestire, da sopportare. Ma tutto si sistema, tutti i cerchi si chiudono, tutti i portoni si aprono.
I momenti brutti si superano e si ricomincia con una nuova gioia, nuovi sogni.
Così, il mio primo anno accademico è andato così.
E’ stato un anno di crescita, più che mai, ha fatto compagnia a tantissimi cambiamenti che mi hanno fatta crescere.
Se volessi tornare al liceo?
No. La vita universitaria è una figata.
Ma la vita da liceale pure, semplicemente c’è un tempo per ogni cosa, anche se liceali si rimane un po’ per sempre.

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Minore di chi? Minore di cosa? Minorenne.

L’ultimo. L’ultimo giorno da minorenne sta per arrivare anche per me, non ci contavo più, mi stavo quasi abituando agli svariati “no, sono piccina io, ancora  minorenne”.
Ho visto tutte le mie amiche raggiungere la soglia dei 18, ho potuto pensare ai loro regali, partecipare ai loro diciottesimi, vederle crescere, prendere la patente, guidare, pagare le multe… Loro, maggiorenni, io la più piccina. 
Io, 17 anni e alle elezioni sto fuori ad aspettare le crocette di qualcun altro, io posso giusto crocettare i test a risposta multipla in classe.
Io, 17 anni e la maturità, mentre quelle di quarta pubblicavano foto di fogli rosa.
Io, 17 anni e i viaggi, 17 anni ed il lavoro, 17 anni e le responsabilità, 17 anni e l’università “può richiamare per favore? Non si è mai iscritto nessun minorenne”.
Io e questi 17 anni sui quali mi sono tranquillamente adagiata, nonostante i soventi “ah 17 anni? Davvero?”, “Solo? Pensavo di più”, “Ma quindi come fai ad essere all’università? Aspetta un attimo che conto”.
Le mie manie di onnipotenza sono sempre andate oltre all’età, la mia voglia di fare non si è mai fermata davanti ad un numero e troppe volte mi sono sentita dire che nemmeno chi di anni ne ha 1, 2, 3, più di me avrebbe potuto mettermi i piedi in testa.
Mi sono affezionata a questi 17 anni, è facile sentirsi avanti quando lo si è con l’età. Ho  giocato 1 anno in meno all’asilo, giustamente, picchiavo tutti. Sono andata in prima elementare a 4 anni, perché la mia nonnina aveva troppa voglia d’insegnarmi a leggere ed a scrivere ed io ne avevo altrettanta d’imparare. Sono andata a scuola a 4 anni perché il mio papà voleva che prendessi il meglio di lui. Sono andata a scuola a 4 anni perché la mia mamma mi ha dato fiducia, come sempre, alla fine. La prima volta che ho preso una penna in mano non potevo sapere che sarebbe diventata la mia arma, il mio dono, la mia valvola, la mia forza. E così è iniziata la mia corsa.
Non riesco a pensare al 31 ottobre 2013 come ad un giorno qualunque, come ad una data. Elena me l’ha detto, del resto, “per le persone come noi non è vero che non cambia niente”.
“Doralice però è diversa: tutte le donne rapite nell’Orlando furioso fuggono o vengono salvate, Doralice s’innamora del suo rapitore.” Non riesco a non fermarmi, a non guardarmi indietro, a non pensare a tutti i compleanni al McDonald’s, a tutte le 153 candeline spente, alle buste dei nonni, a tutte le richieste sempre esaudite da mamma e papà, alle feste da adolescente in cui non volevo che Fiorelisa s’intromettesse. Non riesco a non pensare a quante cose siano nate, cambiate, vissute, sopravvissute, cresciute e morte in questi 18 anni. Non riesco a non desiderare di fermare il tempo qui. Per un giorno tornare indietro, avere a disposizione più di 24 ore, ringraziare tutte le persone che in questi 18 anni mi hanno fatta diventare quella che sono, tutte le persone che mi sono state accanto, non posso non desiderare di ringraziarle una ad una. Dalle “mi miche”, quelle di Santa, quelle snob, quelle fighe, quelle che potete sognarvi, quelle che conoscevo già prima di uscire dalla pancia di mamma, per arrivare alle persone che ho conosciuto da quando sono venuta qui a Casale, con le quali sono cresciuta e non fisicamente, quelle che per i miei 17 anni mi hanno fatto un video che se ci penso piango e quelle che mi hanno fatta innamorare, a lui. 
Non riesco a non desiderare ancora un po’ di tempo. Fermi. Voglio scendere, un attimo, ancora un attimo.
Ma non si può.
L’ultimo è domani. Da giovedì potrò donare il sangue, potrò prendere la patente, aprire un conto corrente, intestarmi tutte le tessere di tutti i negozi esistenti sulla faccia della terra, farmi qualche dormita in cella, regalare carte sim con il mio nome, prestate la tessera sanitaria a qualche bomber che vuole comprare le sigarette senza avere l’età per farlo, entrare in discoteca legalmente, per un motivo ancora ignoto comprare qualcosa di alcolico, mettere la mia crocetta sul partito sbagliato, avere la mia tessera elettorale, far far valere la mia firma.
Poi?
Importa?
18 anni sono tanti. I miei sono stati sicuramente 18 anni pienissimi.
L’ultimo.
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Grazie a chiunque sia passato lasciando il segno. Grazie a chi mi ha messa al mondo, almeno una volta, con amore. Grazie a chi mi ha cresciuta, con amore, sempre. Grazie a chi è dovuto andare in un posto migliore, ma dopodomani sarà sulla mia spalla destra. Grazie a chi non ha avuto dubbi, a chi non ha mai cambiato opinione su di me, se non in meglio, a chi crede in me, a chi mi vuole bene, a chi è tornato, a chi è stato in grado di scusarsi, o di scusarmi, di perdonarmi o di amarmi. Grazie. 18 miliardi di volte grazie

.Sei, Negramaro

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Apro la finestra un po’ di più

Apro la finestra, entra un po’ di musica, finisco di ripassare. È dalle 15.00 che studio. Entro in camera e il letto è ancora da fare, capisci di essere a pezzi quando fai il letto prima di entrarci. Domani dovrò studiare ancora, ma è quasi finita e vedere la meta sempre più vicina mi fornisce lo stimolo per non mollare. Ho scelto le mie facoltà. I miei capelli stanno crescendo e io anche. Sono sicura di rendere i miei genitori orgogliosi ogni giorno di una figlia così, anche se fanno fatica a dirlo. E sono fiera di me, da un po’ di tempo a questa parte. La musica ora è un po’ più lontana e non riconosco le parole, ma poco importa. Lo zaino e i vestiti sono già pronti, la colazione mi sorride. Avrei dovuto dirti che sono felice. Chiudo la porta, entro nel letto, le coperte sono ancora troppo pesanti, ma mi proteggono. Non ripasso più, il mio cuore batte di gioia, chiudo gli occhi e dormo, sola, ma piena. 

Arrivederci.
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Dentro al divano

Ho imparato a commuovermi, ora so piangere anche per le storie belle, quelle a lieto fine, quelle un po’ invidiabili.

Ho imparato a commuovermi e quando lo faccio le mie lacrime sono un po’ meno salate, un po’ meno bagnate, un po’ più profonde, silenziose.
Ho imparato a commuovermi e non dico che vorrei commuovermi per ogni cosa, però quando capita mi piace.
Ho imparato a commuovermi e questo mi ha fatta sentire viva, capace di emozioni potenti.
Ho imparato a commuovermi e ho capito che anche nell’espressione più alta della tristezza può esserci gioia. Così ho capito, finalmente ho compreso, che se piango non mi si arrugginiscono le guance, che non sono di ferro, piombo, metallo o qualsiasi materiale troppo imperturbabile. Non sono una roccia, non sono un tavolo, non sono irremovibile, non sono un coltello, non sono inox, non sono un divano, se qualcuno mi si sdraia addosso mi faccio male anche io, posso rompermi anche io, deformarmi. Così, respiro, conto fino a dieci, mi rilasso e poi ricomincio, con calma, con la giusta dose di autostima e pazienza. 
Ho ancora tante cose da imparare, ma questo ormai lo so: sono viva, mi commuovo e non sono un divano.
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Viscerale

E mentre i mozzi abbandonano la nave, il capitano va giù con lei. E mentre tutti dormono chiudo il libro e m’infilo le cuffie, sembra già di essere in Italia con questi campi verdi e il cielo finalmente azzurro. Ci sono una moltitudine di strani odori, strani versi, rumori diversi. La gita è finita, andate in pace, era l’ultima gita al liceo della vostra vita, l’ultima gita da bambini irresponsabili e affidati a qualcuno, l’ultima comoda, economica e sicura per mamma e papà. Qualcuno si è svegliato, il film è quasi finito e provo una strana sensazione di piacere. Con tutto questo verde penso a pasquetta, ai vari lunedì agli ottotigli, chissà cosa farò quest’anno. Va bene lo stesso no? Spero solo che non piova davvero, perché di pioggia ne ho vista un po’ troppa, ora cerco il caldo. Con una t shirt stranamente bucata di aber, ad esibire i miei sfoghi, cerco il caldo. Si è svegliata qualcun’altra, beve, che facce stanche, sembriamo tutti così animali appena svegli, ci strofiniamo a secco come i gatti, cerchiamo sempre qualcosa, chissà cosa, chissà quando si trova. È bello leggere gli stessi libri, pensare a te che rifletti sulle stesse parole sulle quali sto riflettendo io ora. Chissà in che modo. Non abbiamo una nostra canzone, ci pensavo ora, è bellissimo poterti trovare in una canzone qualsiasi. Ora lo so, nel mio curriculum potrei scrivere: 

viscerale.
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