Un techo para mi país – Buenos Aires pt. 7

Stamattina ho aperto i ricordi e campeggiavano lì, le foto dello scorso anno, le foto di quel magico fine settima con Techo. Mi sono ricordata che presa dall’emozione registrai un paio di note vocali, perché dovevo assolutamente far arrivare fino all’Italia le mie sensazioni. Non scrissi, avevo iniziato un progetto, inconcluso ovviamente, che aveva a che vedere con le note vocali, ma ho deciso di riportare fedelmente il parole di una di quelle registrazioni. Non ho modificato i “cioè” “praticamente”, nemmeno i “quelli” o “questi” che potrebbero sembrare quasi dispregiativi, ma non lo sono assolutamente, è semplicemente una nota vocale ad un amico, con tutta la confidenza e l’assenza del tatto che si utilizzerebbe in una situazione normale, per questo credo possano trapelare puramente tutte le mie impressioni di allora. Nonché la mia difficoltà con la lingua italiana quando sono solita parlare spagnolo.
Il concetto di “povertà” si è evoluto molto durante l’ultimo anno e l’ultimo viaggio, non è più troppo simile a quello descritto nella nota qui riportata, ma questa è una fase di riflessione che vale la pena mettere nero su bianco, anche per farvi capire cos’è Techo e come vive una gran parte della popolazione mondiale.

Eccoci!

Allora, faccio una nota vocale registrata perché mi stavano venendo i crampi alle mani a furia di tenere premuto il tasto del vocale, quindi adesso vado di microfono e poi ti manderò questa nota. Sto approfittando del viaggio in autobus quindi se senti dei rumori in sottofondo ti chiedo scusa però il lunedì è giorno volontariato e quindi -anche con un po’ di ritardo- stiamo andando ed il viaggio è lungo (ci mettiamo un’oretta ad arrivare) e ne approfitto per mandarti il messaggio vocale.

Niente, praticamente un mesetto/due fa, io e Ale avevamo cercato delle associazioni con cui fare volontariato e avevamo trovato quella in cui siamo andate ogni lunedì, Banco de Alimentos e questa, che si chiama Techo che costruiva casette, case per delle famiglie bisognose. Noi alla cieca ci siamo iscritte, abbiamo compilato tutto il modulo online, abbiamo fatto il pagamento e qualche giorno fa ci è arrivata una mail per ricordarci che questo weekend ci sarebbe stata questa attività. Di cui noi ci eravamo totalmente dimenticate. Sapevamo che c’era, ma non sapevamo cosa fosse. Ci hanno mandato una mail dicendo “mi raccomando portate il sacco a pelo, guanti da lavoro, stivali, vestiti da sporcare.” 

“Ah, ma quindi stiamo fuori tutto il we?” Non sapevamo cosa saremmo andate a fare, non avevamo minimamente idea e non sapevo nemmeno che saremmo state fuori tutto il we. Vabbè, siamo partite, senza nemmeno il sacco a pelo perché non ce l’avevamo, proprio alla cieca. 

Siamo andate in questo ufficio in cui c’era un sacco di gente, ci hanno smistate in varie zone, io e Alessia ci siamo divise, ci hanno assegnato due zone diverse, abbiamo preso un altro autobus ed in circa 1 ora e mezza dalla Capitale, restando comunque nella Provincia di Buenos Aires, siamo arrivati ad un barrio che si chiama Augustoni. Un barrio della zona di Pilar. A quel punto ci hanno divisi in sottogruppi: eravamo una decina di gruppi da 7/10 persone ciascuno, ad ogni gruppo è stata proposta una famiglia ed ogni gruppo aveva il compito di costruire una casa.

E… abbiamo costruito una casa.

Ci siamo riusciti!

In due giorni abbiamo costruito una casa per una famiglia carinissima.

Erano in 5: mamma, papà, anzi, erano in 6, c’era anche il cagnolino. I 5 erano mamma, papà, due ragazze (una di 12 e l’altra di 13 anni) un fratello più piccolo (di 10 anni) ed il cagnolino di 40 giorni, piccinissimo.

Solo il papà lavora, attualmente vivevano in una casetta di mattoni a vista, in una zona in cui l’asfalto è un miraggio, c’è solo terra e fango, buche e ponticelli di legno fatti con travi ammassate, per superare il ruscello che contorna tutte le case.

La loro casa era composta da una stanza con un frigorifero, un fornello elettrico, un letto matrimoniale, un letto a castello, un letto pieghevole, il tavolo per mangiare che viene tirato fuori quando si piega il letto e… basta.

Grandezza della stanza… non lo so, metà della mia cucina di casale?

Un bagno, di 2 metri quadrati, 4? 3? 5 metri quadrati sarà? 3? Guarda non lo so, 3 metri quadrati sarà stato, in cui c’era soltanto un water ed una cassettina da ricaricare per fare la doccia. 

Basta.

Non avevano una connessione all’acqua, ma una grande tanica da cui la prendevano per lavare le mani, per metterla a bollire e cucinare, per lavare il water al posto dello scarico, per metterla nel cosino della doccia e lavarsi… Non voglio sapere per cos’altro.

Praticamente noi gli abbiamo costruito questa casa che è un prefabbricato, sono delle casette di emergenza, tipo quelle che potrebbero mettere, già fabbricate però, senza mettergli le fondamenta – noi abbiamo fatto le fondamenta ovviamente perché quella diventerà la loro casa – però immagina magari: Abruzzo, terremotati, la gente rimane sfollata, fanno grandi tendopoli, ma se devono rimanere più tempo prendono dei prefabbricati tipo quelli che trovi al Self fuori, ma più grandi e li portano. In Italia magari li portano già fatti, mettono 4 pezzi lì per terra e via, non stanno a scavare e fare le fondamenta, invece noi abbiamo scavato 15 profondissime buche, ci abbiamo infilato i piloni, poi abbiamo messo il pavimento, le pareti, il tetto, le lamiere, abbiamo impermeabilizzato, abbiamo fatto tutto. 

Abbiamo dovuto un po’ lottare perché volevano che la porta della casa coincidesse con una porta che loro avevano già nella loro casetta di prima, in modo tale che fosse come una stanza in più e quindi abbiamo dovuto prendere bene le misure, l’altezza doveva essere quella del loro pavimento, insomma… è stato un weekend faticoso, ma non ho minimamente sentito la fatica.

Finalmente ho visto quella parte di argentina che cercavo, quella parte di Sud America che avevo bisogno di vedere e di conoscere perché… perché sì. Perché alla fine quando ho visto “Buenos Aires” come meta del doppio diploma io ho pensato subito “Ah! Buenos Aires -> Sud America -> Perù -> Operazione Mato Grosso -> Raccolta viveri”. Tutto quello che abbiamo sempre fatto per anni ed anni all’oratorio era per il Sud America. Tutte le missioni in cui sono andati i nostri animatori erano in Perù e quando io pensavo al Sud America pensavo a tutte le immagini che mi hanno sempre mostrato in oratorio.

È stato strano perché quando poi sono arrivata a Buenos Aires, Buenos è una città, una capitale a tutti gli effetti, con tutti i servizi, per quanto arretrati rispetto a quelli italiani o europei, con tutti i servizi possibili ed immaginabili. Con un tenore di vita molto alto, in cui io spendo praticamente come a Milano. Quindi arrivata a Buenos Aires boh non so, forse ero anche un po’ delusa in realtà, ma ho fatto bene a non demordere e ad attendere perché ne è valsa la pena. 

Questo we veramente è stato un bagno di umiltà dall’inizio alla fine. Vedendo la gioia con cui vivono in famiglia, tra di loro, ero quasi invidiosa della loro gioia, stupefatta di quanta gioia si possa provare non avendo nulla. Nulla. 4 mattoni, della calce, dei letti buttati lì. Non avendo nemmeno un cazzo di cesso in cui cagare, una doccia degna di tale nome, nulla. Non avevano un cazzo di nulla, non hanno un cazzo di nulla, anzi ora hanno un tetto in più e sono veramente la persona più felice del mondo per aver avuto la possibilità di regalarglielo. Anzi, di aiutarli a costruirlo, perché ci hanno aiutati dal primo momento all’ultimo, sono stati sempre super disponibili, ci hanno fatto da mangiare per due giorni, le ragazze sono degli amori, il piccolino veniva a scavare con noi, metteva proprio le mani dentro la terra e scavava. Le ragazze -figurati- alla mezzana piace un sacco disegnare, ci ha fatto vedere i suoi disegni (bravissima) e ce n’era uno con un unicorno ed io faccio “no che bello, a me piacciono un sacco gli unicorni!” e me l’ha regalato. Subito. Diretta. Senza pensarci un secondo. Non hanno niente, non hanno la carta per pulirsi il culo e dico “che bello” un disegno e me lo regalano. 

Sono veramente felicissima di questo we. Tra l’altro appena siamo arrivati eravamo tantissimi giovani, dai ragazzi del liceo a ragazzi di 28/30 anni, c’è gente che è in questa assicurazione da anni perché comunque è una cosa che fanno una tantum: circa ogni 2 mesi c’è un we di costruzione. Nel mentre ci sono dei gruppi di volontari che vanno tutti i sabati a conoscere le persone del barrio a fargli dei corsi, di cucina, fanno fare i compiti ai bambini, corsi d’imprenditoria, di microcredito (per spiegargli come accedere ai crediti) etc. C’è poi un gruppo che va a conoscere tutto il barrio e le persone che fanno richiesta della casa per scegliere, per capire chi la merita di più, chi ha delle buone intenzioni, della serie “noi questa casa gliela costruiamo, loro ci danno una cifra simbolica ed è come se gliela stessimo vendendo, loro però firmano un contratto, s’impegnano a mantenerla in una determinata maniera, ad utilizzarla solo per viverci, a non affittarla, a metterci dentro i servizi (noi non possiamo collegare la luce etc). C’è quindi un contratto dietro e non costruiamo a famiglie – costruiamo a famiglie in situazioni di merda – non a famiglie in cui ci siano alcolizzati o drogati, perché magari sarebbe uno spreco o non ne farebbero il corretto uso. Ci sono famiglie oneste e bisognose ed a queste costruiamo, appunto ci sono delle ragazze che vanno tutti i sabati a conoscerle, a farci amicizia, a capire le loro esigenze etc.

Quindi c’era gente che costruiva per la prima volta, gente che è da anni in Techo, gente che ha costruito decine di case, tutte persone carinissime, umilissime, con il sorriso sempre in volto, voglia di conoscersi ed era questa la mia idea degli argentini e della popolazione. in realtà non sono così, non sono così in capitale perché ovviamente chiudono gli occhi e fanno finta che queste cose non esistano vicino a loro, hanno perso l’umiltà, la solidarietà che invece, ho notato, contraddistingue molto tutti questi ragazzi che erano lì, tutte le persone che abbiamo conosciuto, quindi sono veramente veramente contenta, felice. 

Non vedo l’ora di poter costruire di nuovo.

Tra l’altro domenica prossima torniamo perché non abbiamo finito di montare le finestre e verniciamo insieme a loro. ci hanno invitati a pranzo… insomma sono contenta, sono veramente felice, è stato un we pazzesco, il più bello da quando sono qui e… non so se rendo l’idea di quello che è stato.

Ti dico che non mi sono lavata per 3 giorni, dormivamo in una scuola con sacco a pelo buttato per terra. no in realtà per terra no perché io sono arrivata che non avevo ne sacco a pelo ne niente, mi sono fatta prestare sia sacco a pelo, mi sono imbucata nel materassino gonfiabile di un ragazzo, gli ho fregato il cappellino, boh vabè ho fregato tutto alla fine. Eravamo un sacco con sacchi a pelo per terra o sui materassini, c’era il bagno come può essere il bagno del Sobrero, quindi senza docce né niente e non me la sarei nemmeno sentita di rubargli tutta quell’acqua. Eravamo 200 persone, se ci fossimo dovuti lavare tutti questi non si sarebbero più lavati per tutto l’anno praticamente, con l’uso -non so la parola, non mi vengono più le parole-, con l’uso minuzioso che fanno loro dell’acqua. Indi per cui siamo stati tutti belli luridi per tutto il we, mangiavamo tutti assieme, niente di veramente commestibile, il pranzo ce lo facevano le famiglie: noi portavamo la pasta per farcela da soli e poi ovviamente le famiglie insistevano e ci facevano loro da mangiare, cose tutte leggere tipo milanese il primo giorno, pizza, ieri tortilla de patata, della serie cose che dopo aver pranzato avevo voglia di buttarmi e fare la siesta invece no, a scavare, vabè.

É stato veramente bello, poi c’erano delle persone veramente cariiiiine, alcune veramente ammirevoli. sono troppo contenta (l’ho già detto?).

Spero di essere stata abbastanza descrittiva, questa nota vocale è molto lunga, mi dispiace, non so se renderà l’idea, anzi… probabilmente non la renderò e sicuramente le foto non renderanno giustizia, però ho provato a spiegarti un pochino le mie sensazioni e quello che ho provato perché è una cosa che in Italia non puoi vedere. È una cosa magari ti aspetti in Africa, era una cosa che io pensavo ci potesse essere in Sud America e l’ho trovata e mi fa ancora più specie pensare che questo non sia il livello più basso di povertà. che ci siano poveri ancora più poveri dei poveri. che vivono ancora in condizioni peggiori e magari non lo sanno neanche perché ci sono dei paesini del Perù in cui le persone sono totalmente isolate, vivono nel loro.

Wow.

Vedremo.

Vedremo quante altre possibilità avrò di toccare con mano la povertà, di aiutarla, di -nel mio piccolo- essere il cambiamento che vorrei veder avvenire nel mondo.

Scusami per i 17 minuti di nota vocale, però avevo veramente bisogno di condividere con te questa cosa perché non ha eguali, sono felice, grata e quasi un po’ imbarazzata. per tutto quello che ho, per la fortuna che ci ha toccato, perché è semplicemente fortuna: loro sono nati lì, noi siamo nati dall’altra parte del mondo. Che colpe abbiamo? Che meriti abbiamo? Nessuno.

Spero che possano iniziare a sognare in grande anche loro, con un tetto in più sopra la testa.

Scusa per il messaggione, scusami scusami.

Ciao tesoro, mi manchi, spero che 17 minuti bastino per farmi sentire un po’ più vicina.

E smettila di dire che non ci sono, non ci sono stata questo we, ma ti voglio sempre bene.

Basta, stacco…

Sono 18, scusamiiii.

 

   

      

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Aborto sì, aborto no, aborto bum – Buenos Aires pt. 6

Premessa: Uscendo dalla messa serale della domenica mi è stato dato un volantino, con una bella grafica, il Congreso sullo sfondo e lo slogan “Salvemos las dos vidas”.

Mercoledì 13 giugno la camera dei deputati argentina voterà per ampliare i termini della legalizzazione dell’aborto.

Puntualizzazione: Attualmente il codice penale (Articulo 86) permette l’aborto nel caso in cui sia praticato da un medico con il consenso di una donna incinta ond’evitare un pericolo per la sua vita o la sua salute (la salute può essere fisica o mentale), nel caso di violenze o di donne dementi. L’opinione pubblica parla sempre di “legalizzazione” dell’aborto in questo paese perché nella realtà la legge non si è espressa sugli obiettori di coscienza, quindi è possibile che in un intera provincia (parliamo di 15 milioni di abitanti) non vi siano medici (nella sanità pubblica) disposti a praticare l’aborto anche nei casi in cui questo sia legale.

Con la nuova riforma di legge (Proyecto 0230-D-2018Proyecto 0559-D-2018) la pratica sarebbe estesa a tutte le donne che la richiedano, in maniera gratuita, dai 13 anni in su, presupponendo che una ragazza di 13 anni dal momento in cui sceglie di avere un rapporto sia anche in grado di assumere una scelta su un’eventuale interruzione di gravidanza senza interpellare i genitori.

Tornando verso casa, saltellando come Heidi i primi giorni di primavera, cercavo dentro di me la risposta alla domanda che mi pongo ormai da mesi su questo argomento.

Qualche settimana fa, scrivendo tra me e me, mi sono posta vari interrogativi che poi ho twittato.
Interrogativi che oggi risuonano nella mia mente di donna, punti di domanda che mi fanno guardare allo specchio chiedendomi, ma con chi dovrei andare a manifestare domani? Con #NiUnaMenos per inneggiare all’aborto legale, sicuro e gratuito o con Unidad Provida? E anche nel caso in cui decidessi di stare comodamente a casa mia a studiare, qual è la mia posizione a riguardo? Qual è la mia cavolo di opinione?

Mi chiedevo:
«Fino a che punto possiamo invocare la “libertà sul nostro corpo” quando la libertà stessa diventa un sopruso, un’oppressione? Fino a che punto possiamo alzare l’asticella? Non si diceva forse che la mia libertà finisce dove inizia quella di un altro? E se lo privo di ogni scelta?
A volte mi chiedo se davvero non sia un eccesso di onnipotenza, il nostro, una ricerca estrema di autogiustificazione, un egoismo galoppante per cui lottiamo, una ricerca di quella proprietà privata che in altri contesti contestiamo.
Vogliamo essere padrone, non solo del nostro utero, ma di tutto ciò che può nascere lì dentro, anche se si tratta di un altro essere vivente che dovrebbe avere il nostro stesso diritto di dire “sto cazzo che mi vendi mercenaria di merda, mastubati e vai a lavorare ciao”.
Non capisco questa carovana di cattiveria (nei confronti di chi non è così convinto sulla legalizzazione dell’aborto a tutti i costi, nei confronti di chi è convinto che non sia una pratica corretta), non è retrogrado pensare nei diritti di un essere vivente che non può difendersi.
È ipocrita ed egoista pensare invece di essere proprietarie di qualcuno solo perché lo mettiamo al mondo. Un gesto che dovrebbe essere pura generosità.»

Pubblicando una foto scattata a Valparaiso di un murales che recita: “Si no eres dueña de tu cuerpo de que mierda eres dueña?”, commentavo:

«Non lo so di cosa sono padrona, ma nel momento in cui nel mio corpo non ci sono solo io è una comproprietà e come tale sono due le persone ad aver diritto d’espressione, parola, scelta. Se vogliamo far prevalere i nostri ok, ma che non si dica che è giusto e sacrosanto, indubbio ed incontestabile.
O meglio, dite pure quello che volete, ma io credo che stia passando il messaggio sbagliato.
L’aborto dev’essere legalizzato per fare 1 danno solo e non 2? Per dare modo a chi, per niente a cuor leggero, sceglie di rinunciare a qualcosa che non può affrontare in quel momento?
L’aborto dev’essere legalizzato perché è una realtà? Perché anche quell’ammasso di cellule o bambino che sia, ha diritto quantomeno di morire con dignità e quella donna di sopravvivere?
Non ne sono pienamente convinta, ma qui ad affermare che sia sacrosanto ne passa.
Ed intanto aumentano sempre più gli aborti, le proprietà private, le scuse, le giustificazioni, l’egoismo. Diminuisce l’accortezza, l’altruismo, l’amore per la vita, il senso di responsabilità, il tasso di natalità.»

Aggiungevo, poi, un po’ da paraculo, un po’ onestamente:
«Flusso di coscienza, interrogativi e non giudizio. Domande per me stessa e per chi voglia esprimere un’opinione, la mia è in continuo divenire, ma non prende per buono tutto quello che arriva solo per seguire la massa e farsi portavoce di una battaglia nuova.»

Il punto è che per quanto rilegga, per quanto provi ancora a trovare una risposta a questa domanda, non ci riesco.
Ho sempre risposto in maniera molto politically correct, a chi mi chiedeva un’opinione a riguardo: «io non lo farei mai, ma non sono nessuno per giudicare le scelte di qualcun altro, soprattutto una scelta di questo calibro».
Eppure non è un giudizio postumo quello che vorrei da me, ma una semplice presa di posizione, un’idea precisa, qualcosa da gridare in piazza. Invece non ci riesco, mi sforzo e non ci riesco, mi sento piccola così e non ci riesco.

Chi sono io per obbligarti ad amare un figlio? A portarlo in grembo per nove mesi per poi magari abbandonarlo, oppure crescerlo, fargli fare una vita miserabile? Chi sono io per obbligarti ad affidarti ad un istituito, a darlo in adozione magari proprio ad una coppia omosessuale che finalmente ne avrà il diritto? Una di quelle coppie che chi inneggia alla legalità dell’aborto vorrebbe vedere adottare un bimbo perché “un bambino merita amore, non importa da chi lo riceva”. Non sembra un po’ strano? Se ovunque i figli indesiderati si uccidono togliamo loro la possibilità di essere amati proprio da chi vorrebbe. Ma chi sono io per decidere che un altro umano può morire? Ancora prima di essere nato? Chi cazzo sono io?

Se esistono medici obiettori di coscienza, che smettono di esserlo, che magari poi tornando ad esserlo, che s’incazzano e si rifiutano di praticare più volte l’aborto ad una stessa donna, se anche un medico dubita delle sue convinzioni, davvero voi avete un quadro chiarissimo della situazione?
Davvero la civiltà di un paese si dimostra con la legalizzazione e la gratuita dell’aborto ancor prima della gratuità dei metodi anticoncezionali? Ancor prima degli assorbenti come beni di prima necessità? Davvero la civiltà di un popolo si dimostra con gli investimenti nelle cure e non con la prevenzione? Con una lotta pazzesca per prevenire a più non posso, per insegnare, per educare al sesso? Un popolo in cui il sesso rimane un tabù a scuola, a casa, con gli amici, può essere civile legalizzando l’aborto? Un popolo di donne che non ammettono di masturbarsi, può avere la faccia così tosta di gridare chissà cosa?

Davvero siete al 100% convinte di quello per cui state scrivendo gli striscioni? In un caso e nell’altro, come fate?

Ma sopratutto, come fate a non accettare che ci sia qualcuno che nutre dei dubbi sul vostro punto di vista, qualunque esso sia, su una questione così borderline?

Vado a dormire con tutte queste domande e pochissime risposte, nonostante tutti gli articoli, le pubblicazioni, le proposte di legge, le statistiche, mi porto a letto questo peso, voi dormite davvero leggere?

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Piovigginava, lieve – Buenos Aires pt. 5

Era da un po’ di tempo che non mi facevo un pianto liberatorio del genere. Uno di quelli senza senso, stimolati dall’abbandono di un cagnolino in mezzo alla strada in una pubblicità o dalla caduta di un pezzo di prosciutto mentre prepari un toast. Un pianto da pazza, da sbalzo ormonale, da mestruazioni in arrivo, da chi ha proprio bisogno di sfogarsi. Un pianto gratuito, sul letto, nella tua cameretta, in silenzio, con il moccolo al naso e versetti da bambina.

Ho casualmente trovato un articolo che parlava della fidanzata di Tim Bergling (Avicii), con la quale aveva una relazione mantenuta nascosta al pubblico perché fosse solo loro. Ora è di dominio pubblico, l’ha resa pubblica dopo essersi resa conto che lui è morto davvero. Sognavano insieme di apparire solo quando avrebbero messo al mondo un figlio, solo quando qualcosa li avrebbe legati per sempre indissolubilmente, come solo un pargolo può fare, più di qualsiasi anello, più di qualsiasi promessa. Qualche giorno fa Tereza ha pubblicato un video collage di fotografie di loro 3, loro due ed il figlio di lei avuto da una precedente relazione con cui Tim aveva una relazione praticamente paterna. Al video muto sono susseguite 13 fotografie, 13 screenshot di una lettera non semplicemente a piedi nudi a cuore aperto, come la chiamerei io, ma a piedi infangati, insanguinati e cuore a brandelli, putrefatto. Una lettera piena di amore, incredulità, paura, nostalgia e malinconia, che mi ha fatto riversare tutti i liquidi che avevo in corpo sul cuscino.

 

Forse avrei dovuto farlo prima, correre, piangere, prendere a pugni il muro e urlare a squarciagola. Lasciarmi andare ad un po’ di sana e meritata angoscia.

Forse dovremmo concedercela tutti, una rigenerante via di fuga. Ogni tanto, dovremmo aprire quella porta che collega la nostra anima al nostro corpo ed il nostro corpo all’esterno, al vacio celestial. Per lasciar evaporare, come in sauna, le tossine in eccesso, i brutti pensieri, le tristezze, le paure e ricaricarci. Per lasciarli nei fanghi come farebbe Litt o per prenderli a pugni come farebbe Specter.

 

Ho sempre predicato la gioia, l’amore e la pace nel mondo. Ho sempre cercato di essere la soluzione e non il problema, di guardare il lato positivo, di sentirmi una roccia, di non lasciarmi scalfire, di essere quella forte, il punto di riferimento… stronzate.

Arroganti ed esuberanti prese di posizione di una ragazzina impaurita e corazzata, che alza muri ed indossa protezioni per affrontare ogni problema, finché non rimane in mutande, in braghe di tela e non le resta che piangere.

 

È stato un mese difficile, forse più di un mese in realtà. Ho avuto paura. Una paura fottuta di non stare bene. Un timore nemmeno troppo fondato, forse dettato dal senso di colpa oltre che dalla leggera ipocondria da cui mi sono fatta prendere.
Ho iniziato ad interpretare ogni dolore come un sintomo, ogni sintomo come una punizione e le mie azioni come un insieme insensato di scelte prese a caso, per dimostrare non so cosa a chi ed a me stessa.

E invece l’unica cosa che dovevo interpretare, poi me ne sono accorta, ero io che a gran voce mi dicevo di fermarmi, di tornare a nuotare, di smetterla di galleggiare sulle acque della mia stessa vita.

 

È successo che due anni fa, quando ne avevo ancora 20, appena tornata dal mio Erasmus, in fretta e furia mi sono laureata. Il giorno dopo, ancora in clima di festa, sono partita con Monse e Pedro per la Sardegna. Abbiamo raggiunto Ilenia e girovagato per l’isola per una settimana. In direzione Tuerredda, all’ora del tramonto, con l’odore di pesce sotto al naso, la giacca di jeans di mamma e la spensieratezza di quel periodo, ricevetti una mail. Un professore della triennale che aveva chiesto a Lucia i miei recapiti mi scrisse poche significative parole che ho custodito fino ad oggi.

Diceva più o meno così:

 

“È ovviamente scontato farle i complimenti, già sa la profonda stima professionale che ho nei suoi confronti.
Ma leggere le sue parole su Internet, per caso, appese ad un filo di sole invisibile e vive come un acrobata incerto tra la banalità e la perfezione, mi ha lasciato di sasso. Di pietra e di sasso. Di rado ho letto, in una persona così giovane soprattutto, un talento simile, che forse nemmeno io possedevo alla sua età.
Non butti via la sua ricchezza, perché il mondo (e quindi tutti, e quindi anche io) ha bisogno di persone come lei: profonde come una cicatrice, talvolta dissacranti, ma piene di rune e di luna.
Mi ha fatto piacere conoscerla.”

 

La mia risposta non si fece attendere e nemmeno la sua, alla quale seguì un’altra mail di cui, purtroppo, mi rimane solo uno screenshot che mandai a Vincenzo.

 

“La saluto con due raccomandazioni culturali, che so saprà apprezzare (se già non le conosce): il Walden di Thoreau e Unthought Know dei Pearl Jam”.

 

Due mail una più bella dell’altra, che mi hanno riempita di gioia e di orgoglio, quando in realtà avrebbero dovuto riempirmi anche di motivazione. Non ne ho mai fatto l’uso appropriato, lasciandole in disparte nella sezione Speciali di Gmail. Ero in vacanza, non avevo il computer, non era il momento scaricare quella canzone e nemmeno per andare a comprare un libro. Sono stata superficiale, proprio quella parole che non mi piace mai sentir pronunciare ad Ale.

 

L’estate è finita, ho cambiato università, sono andata a vivere a Milano, Alessandria è rimasta da parte, ho vinto la borsa di studio, sono partita per Buenos Aires, ho viaggiato per l’America Latina, sono tornata a Buenos Aires, sono ripartita per il Cile e solo a quel punto sono ritornata al punto di partenza.

 

Non ero a conoscenza del fatto che Eddie Vedder, cantante che amo, di cui amo le colonne sonore da solista e che è sempre stato presente nella mia playlist, giusto al secondo posto rispetto a Bon Iver, fosse il frontman dei Pearl Jam. In teoria una cosa viene prima dell’altra, ma io ovviamente conoscevo l’altra. Superficiale.
Mentre annullavano l’ultimo giorno del Loolapalooza a Buenos Aires e Edward tornava a casa senza essersi esibito, io scoprivo che lui era il cantante dei Pearl Jam.
Così, qualche settimana dopo, al momento di uscire di casa per camminare un po’ sotto la pioggia e piagnucolare su quanto fossi in ansia per la mia condizione fisica, cercai quella mail, per scaricare quella canzone.

“…il Walden di Thoreau e Unthought Know dei Pearl Jam”.

 

Le pareti piano piano hanno iniziato ad oscillare.

 

La settimana precedente ero stata in Cile, durante qualche giorno di relax a Viña del Mar io e Ale ne abbiamo approfittato per finire Merlì, la serie catalana che racconta le dinamiche di una classe di un liceo di Barcellona, incentrandosi sulla vita del loro professore di filosofia. Abbassando sul piano attuale e semplificando alcuni concetti espressi dai più sommi filosofi, il Bergeron ha riacceso la liceale che era in me incuriosendomi, con una citazione di Thoreau rivolta ad un alunno:
“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto.”

Una frase che incuriosirebbe chiunque, che insieme ad un tweet di un professore un po’ moderno, di matematica, che trovate sotto @orporick che diceva “In mezzo a un mondo di chiassosi, superficiali attori, è nobile stare in disparte e dire – Io voglio semplicemente essere -” Da una lettera Di Harrison Blake a Henry David Thoreau del 1848, mi ha convinto a cercare quel Walden, ad andare in biblioteca e portarlo a casa.

 

Ero su una delle sedie rosse del salotto, con Walden nella borsa e Unthought Know nella playlist, le pareti oscillavano, fuori pioveva, non sapevo cosa mi stesse succedendo, ma avevo capito. Con due anni di ritardo, avevo la mia vita tra le mani, nuda e cruda, fatta di certezze e paure, umana come ogni altra vita, a quel punto un po’ più consapevole.

Il mondo ha fatto dei giri strani, forse qualche piccolo Jake o qualche Amelia hanno toccato i fili della sequenza per farmi inciampare in qualcosa che mi avrebbe fatto bene, che mi avrebbe aiutata, in qualcosa che già una volta mi era stato segnalato ed io avevo ignorato.

Mi è parso di aver perso un sacco di tempo, quando in realtà, forse c’è un momento per ogni cosa e davvero se qualcosa dev’essere sarà.

 

Io sicuramente dovevo leggere Walden ed ascoltare i Pearl Jam, mentre mi rendevo conto di cosa significasse il mio vagare, di quale fosse il mio scopo ultimo: trovare la mia dimensione, il mio spazio vitale, il bello che mi fa stare bene, in me stessa però, non in un luogo preciso, ma dentro.

 

Ho avuto paura ed ho scoperto dove finisce, tutta. Immagino che ci sia un posto, dentro ognuno di voi, in cui accumulate lo stress, l’ansia e la paura. Come i brividi per qualcosa d’impressionante arrivano dalle chiappe, quelli di freddo risalgono la schiena, quelli d’emozione prendono le braccia. Così ho scoperto che tutta l’ansia che non sapevo nemmeno potessi provare era rinchiusa tra l’ombelico e l’esofago, lì, nella mia pancia.

Ancora non se n’è andata, magari è in compagnia di qualche virus intestinale preso in una capanna sulla spiaggia in Colombia o in un water all’aria aperta a 4500 metri sulle Ande, magari invece è sola soletta.

Io anche, sono in solitaria nella mia stanza con il computer sulle gambe e la tranquillità nel cuore. In solitaria non significa sola, so di non essere sola, eppure ho imparato ad arredare ed apprezzare ogni tratto della solitudine, rendendola quasi necessaria, quasi un rituale di amor proprio. Questo l’ho imparato grazie ad Alessia, persona splendida che con me ha condiviso tutto questo viaggio, con la sua personalità totalmente opposta rispetto alla mia, con la sua introversione che la rende una perla preziosa da trovare.

 

Mi sono sempre saputa vendere bene, ma ho peccato in tanti aspetti che è ora di correggere.
Fin da bambina non ho mai finito un diario, iniziavo, scrivevo due pagine e poi basta, eppure potevo dire di avere un diario segreto. No, non avevo un diario segreto, non parlavo con il mio diario, facevo finta per qualche giorno e poi lo abbandonavo per qualcos’altro. Crescendo ho smesso di rovinare i bei quaderni per cose che sapevo che non avrei finito, mi sono ripromessa di smettere di farlo e a tutt’oggi non sono ancora stata in grado.
Non mi piace. Non mi piace sentirmi un’inconcludente, anche se si tratta dell’album dei ricordi di Siviglia, o delle registrazioni per Radio ESN, anzi, soprattutto se si tratta di cose meno formalmente importanti. Sono bravi tutti a fare il proprio dovere, a pagare le bollette entro la scadenza, a mangiare lo yogurt prima che sia troppo tardi, quella è la base, ma tutto il resto?
Quando si tratta di cose formali posso essere intransigente e meticolosa, quando si tratta invece di altri impegni presi con me stessa o con persone a me meno vicine, non dovrei avere lo stesso rispetto? Perché mi perdo? Perché non so dire semplicemente “no” o “no guarda, non me la sento di prendermi questo impegno perché temo di non poterlo portare a termine, mi sto dedicando ad altro”, un sincero e rispettoso “no” per non perdere tempo e non farlo perdere agli altri. E’ così difficile?

È così difficile d’altro canto arrivare puntuali?
Un professore che mi piace, d’investigación de mercados, il primo giorno, per conoscerci, ci ha posto alcune domande stravaganti e curiose. Tra queste c’era “che tipo di persona non ti piace?”, dopo aver lasciato rispondere tutti noi le ho rivolte a lui e la sua risposta è stata “non mi piacciono i ritardatari perché rubano il mio tempo, il tempo è una risorsa scarsa per tutti, se una persona me lo estirpa, mi manca di rispetto e non mi piace”. Mi sono sentita così avvilita, così ladra di tempo altrui, così poco rispettosa nei confronti di chiunque mi abbia aspettata, che quanto meno sto imparando ad avvisare anticipatamente le persone che mi conoscono meno, se non che addirittura ad arrivare puntuale.

 

È così difficile accontentarsi? Fermarsi? Guardare più a fondo quello che ho attorno, invece di crede di conoscerlo, e continuare a guardare altrove?

 

Il mio corpo si è fatto sentire, per dirmi di abbassare i giri del motore, chiedendo un po’ di tranquillità e la mia mente ha iniziato a sentire la necessità di punti fermi, di orari, di abitudini.

Che parola spaventosa eh?
Io che ho sempre pensato alle abitudini come a qualcosa di statico, triste e riservato a chi si accontenta, ora ne vorrei di più.

Non parlo di quelle abitudini a cui non ho mai rinunciato, le belle abitudini come il latte e cereali, la messa della domenica e Santa almeno a ferragosto, ma parlo di quelle quotidiane, settimanali, quelle che in questo momento associo alla stabilità ed alla calma interiore. Una routine d’igiene femminile, latte detergente, tonico, creme. Fare i dolci la domenica, mangiare pizza il venerdì, un hamburger al sabato… ci sono stati anni in cui avevo tante di queste abitudini e non saprei dire se stessi meglio o peggio, ero sicuramente felice, mi ricordo felice sempre dal primo anno di università ad oggi almeno, però ero sicuramente in salute, con un fisico pazzesco che rifletteva la tranquillità interiore.

 

Parliamoci chiaro, non voglio comprare un gatto, lavorare in azienda e smettere di viaggiare, questa non sono io e mai lo sarò, ma tra l’essere una nomade vagabonda che cambia casa ogni 2 giorni ed avere quanto meno una casa c’è quello step, quel gradino che ho proprio voglia di fare adesso. Non in un adesso immediato, ma in un futuro estremamente prossimo, diciamo al mio rientro. Per questo ho avuto voglia di tornare a casa: per mettere ordine, fuori, nella mia vita e dentro di me, per ricominciare con onestà intellettuale e consapevolezza a vivere, da umana, da donna, da Doralice. Senza sensi di colpa, freni, senza vergogna, concedendomi alle paure ed ai giorni grigi, come a tutti gli altri. Concedendomi ai miei 22 anni, come Thoureau al bosco, con 24 dollari, un po’ di libri, tanto da imparare e nemmeno un attimo da sprecare.

 

Ho sofferto, un po’, per una giusta causa: rinascere ancora. E va bene così.

 

Grazie a quel professore, che spero sia ancora un mio lettore e possa essere oggi un po’ fiero di me, un po’ di più.

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Tornare a “casa” – diario di bordo 26

Voliamo sulla fine di questo viaggio. Voliamo, 3 mesi dopo, verso dove tutto è iniziato e dove tutto continuerà.
Il cielo è azzurro chiaro, le nuvole bianco candido, si mischiano con il bianco dell’ala di questo volo Andes.
Siamo partiti con 5 ore di ritardo, una cosa normale solo per Trenitalia, ma ci hanno offerto la colazione, poco importa.
Voliamo, con 5 ore di ritardo e torniamo a casa, alla cosa più simile a “casa” che ho da questa parte dell’oceano, dell’emisfero, del mondo.
Alessia e Andrea, nei posti 14D e 14E stanno guardando un insulso documentario sul furto di sciroppo d’acero. Ale mi ha regalato il posto finestrino, come ultimo gesto di clemenza, dopo tutti i finestrini random che le sono stati assegnati su tutti i voli che abbiamo preso, come a volersi beffare di me. Ora me lo godo un po’, mi godo questa romantica vista sul passato e sul futuro.

Ora posso chiudere i conti.
Ho sempre amato le liste e durante il viaggio ho meticolosamente preso nota delle persone da ringraziare, di tutte le persone che ci hanno ospitato, le famiglie che ci hanno aperto le porte delle loro case, dei mezzi che abbiamo preso, di chi ha lasciato un segno, anche solo con un sorriso.

Letti
1. Miami – Jhon
2. La Habana – Hostal Obispo 360
3. Varadero – Casa Yamila a Santa Marta
4. Viñales – Casa Iliana
5. Cancún – Ken
6. Playa del Carmen – Alex
7. Playa del Carmen – Abraham
8. San Cristóbal – Monse
9. Zipolite – Cabañas cosmo
10. Oaxaca – Juaquin
11. Xalapa – Monse
12. CDMX – Monse
13. CDMX – Josue
14. CDMX – Rodrigo
15. Bogotà – CX Hostal
16. Bogotà – Oscar
17. Medellín – Diego
18. Santa Marta – Jaime
19. Cartagena – Teo
20. Playa blanca – Hostal
21. Bogotá – Andrés
22. Quito – Masaya hostel
23. Lima – Jack
24. Ica – Scorpion Hostel, Kika
25. Lima – Frank
26. Cusco – Taita Wasi
27. Pacchanta – Eusebio
28. Aguas Calientes – Puma
29. La Paz – York
30. La Paz – Fuentes
31. Uyuni – hostel
32. Humahuaca – hostel
33. Tilcara – hostel
34. Salta – Chawasi
35. Tucuman – Lorenzo suite
36. Salta – Darwin

Voli
1. Lima
2. Miami
3. Newark
4. La Habana
5. Cancún
6. Bogotà
7. Medellín
8. Bogotà- Santa Marta
9. Cartagena-Bogotà
10. Missing: Lima
11. Cusco
12. Buenos Aires

Bus
1. Viñales
2. La Habana
3. Playa del Carmen
4. Chichén Itzá
5. San Cristóbal
6. Pochutla
7. Oaxaca
8. Puebla
9. Xalapa
10. Barranquilla
11. Cartagena
12. Frontera Ecuador
13. Cuenca
14. Chiclayo
15. Lima
16. Ica
17. Lima
18. Pacchanta
19. Macchupichu
20. Copacabana
21. La paz
22. Oyuni
23. Villazon
24. Humahuaca
25. Tilcara
26. Jujuy

Taxi
1. Varadero
2. Zipolite
3. Salta

Macchine
1. Cancun – playa delfines
2. Abraham
3. Oaxaca autostop
4. Quito
5. Tucuman

Famiglie
1. Jhon, Jose, Julio (Miami)
2. Yamila, Elena (Varadero)
3. Iliana (Viñales)
4. Ken (Cancún)
5. Alex (Playa)
6. Abraham
7. Juaquin
8. Andy
9. Monse
10. Josua (CDMX)
11. Oscar (Bogota)
12. Diego (Medellín)
13. Jaime (Santa Marta)
14. Teo (Cartagena)
15. Andrés (Bogotá)
16. Sebastian (Quito)
17. Jack (Lima)
18. Kike (Ica)
19. Frank (Lima)
20. Eusebio (Pacchanta)

36 letti in 3 mesi, che corrispondono praticamente allo stesso numero di bagni, docce fredde, volte in cui abbiamo ribaltato lo zaino, in cui l’abbiamo tolto con un sospiro di sollievo, in cui abbiamo chiesto “permesso…” ringraziando umilmente per il troppo che ci veniva offerto.
Guardavamo Pechino Express e sognavamo di entrare nelle case, di poter prendere tutto il meglio di una popolazione, di toccare con mano, di calarsi nei loro panni, di alzare il dito o prendere i mezzi più trasandati. Abbiamo viaggiato in autostop, nei cassoni dei furgoni, in 3 in motorino, su bus puzzolenti, in 18 su una macchina, a piedi…
Abbiamo dormito in casa di giovani, di signori, di famiglie, di ragazzi, in retrobottega di ristoranti su letti a castello che ricordavano i campi di concentramento, svegliandoci con l’odore di patacones fritti ed il voltastomaco, in letti singoli e king size, sull’amaca, sul bus, in monolocali soppalcati, in villette con giardino, incastrati con altri innumerevoli couch su due letti in 40 m2, in appartamenti enormi tutti per noi, con piscina e a strapiombo sul mare.
Abbiamo mangiato con le mani, piccante, fritto, per strada, in ristoranti di lusso, in botteghe meschine, dal piatto di qualcun altro, sedute per terra, sporcandoci tutte, cucinando per chi ci ospitava.
Abbiamo corso, riempito lo zaino fino a farlo scoppiare, abbiamo sudato e vissuto 3 mesi (e ancora oggi) con gli stessi 4 vestiti che sono passati da essere pochi a fin troppi.
Al traguardo non c’era nessun premio in gettoni d’oro, non c’era X a premiarci, ma mi sento comunque la vincitrice di DCB Express, vincitrice dei miei limiti, dei limiti autoimposti, dei limiti imposti dagli altri, dei confini della mia immaginazione, della mia pazienza che ho messo a dura prova. Ho vinto io, una sfida personale ed i miei gettoni d’oro sono persone, sono lezioni di vita, sono tanti piccoli cambi interiori, nello sguardo verso il mondo, nella fame, nella caparbietà, nella tenacia.
Il mio oro è questa Buenos Aires, la possibilità di viverla ancora per 6 mesi, con occhi totalmente diversi, pieni, luminosi, vivi, se possibile più di prima.

Mi ero dimenticata che, quando facesse caldo, i ragazzi a Buenos girano in costume. Mi ero dimenticata di tutto questo mate. Alcuni locali mi sembra di non averli mai visti. Mi ero dimenticata di quanto fosse stancante e grande, anche se non sembrava più, questa città.
Mi ero dimenticata di quanto fossero comode e buone le empanadas, le reti Wi-Fi gratuite ad ogni angolo, i bus veloci come il vento.

Mi sventolano i capelli fuori dal finestrino di questo taxi giallo e nero, le luci avvolgenti di questa città sempre illuminata a giorno m’invadono gli occhi, è una scena estremamente cinematografica, peccato che non ci sia nessun cameraman che mi filma da un’altra macchina. Peccato. Sarebbe il finale perfetto di questo viaggio.
Quando ero piccola pensavo sempre che una volta morti ci saremmo messi a tavolino con il Padre, con un lettore VHS ed il film della mia vita di riguardare. Probabilmente avrei fatto un elenco delle azioni buone, vere, pessime e poi via di conti. Me lo merito questo purgatorio per lo meno?
Così, nel caso, ben vengano le scene molto cinematografiche, non si sa mai che un giorno davvero ci rivedremo, che sia una cosa ben fatta quanto meno.

Ho dimenticato il telefono sotto al banco, in università, come mi succedeva al liceo, come una ragazzina. Sono le 22.30, Ale passa a recuperarlo e va a dormire a casa della nonna defunta del suo couch, io ho preso la metro in direzione Facultad de Medicina, dove vive il mio. È tardi, fuori tirava un vento incredibile, segno della pioggia imminente, di un leggero abbassamento delle temperature, ma qui in metro fa sempre caldino, sotto terra, in quest’altra dimensione. Mentre decidevamo come recuperare il telefono ci sono passate affianco almeno cinque treni, per fortuna li ho persi tutti e sono salita su questo. Due ragazzi venezuelani stanno suonando chitarra e violoncello, due dei miei 3 strumenti preferiti. Non è un incanto come quando suona Carlo, ma il clima è allegro, la metro semi vuota, sembra una performance intima.
«De donde eres?»
«Italia»
Confabulano, a bassa voce, il violoncellista non conosce la prossima canzone che vorrebbe suonare il chitarrista.
«Empieza y canta, te alcanzo»
Lo segue, prende il ritmo e adesso siamo in tre, due venezuelani ed una italiana a cantare “O sole mio” in metro, a Buenos Aires.
Non ho tagli piccoli, non gli lascerò niente, solo un grande sorriso ed un «gracias chicos!» che spero gli basti per questa sera, che magari gli darà l’allegria giusta per continuare.
Esco insieme ad una ragazza, venezuelana anche lei, commenta quanto siano bravi i ragazzi. È un ingegnere, vive qui da anni, guadagna bene e manda i soldi ai genitori che invece muoiono di fame lassù. «ojalá se arregle todo», mi dice. Speriamo si sistemi tutto. Ojalá. Ci abbracciamo.
Entro in casa e la cena è pronta in tavola, distrutta e felice mi butto a letto, con Chiara al seguito.
Va tutto bene.

La casa ce la daranno solo lunedì prossimo, dobbiamo vagabondare ancora una settimana e non mi entusiasma troppo l’idea, ma cosa posso fare? Ancora un pochino di pazienza.
Siamo passati da Giuliano a riprendere quanto meno la SIM italiana, posso finalmente bloccare il bancomat che mi ha mangiato l’ATM dell’aeroporto di Lima praticamente un mese fa, Ale nel mentre finisce di fare i conti e… Porca miseria.
È giunto il momento di parlare di budget, anzi, di budget sforati. Ho temporeggiato fino ad oggi, ma a conti fatti devo analizzare i risultati, ammettere le mie colpe, capire dove ho sbagliato, così magari imparate anche voi dai miei e nostri errori, senza ripeterli, o scegliendo consapevolmente di commetterli.

Sto per mettere in piazza i conti delle spese che abbiamo sostenuto in questi mesi, dal 28 novembre al 27 febbraio, esattamente 3 mesi di vacanza.
Li analizzo per me e per chi mi ha chiesto “ma come fai?” “Ma dove trovi i soldi?” “Ma quanto ti è venuto a costare?”. Lo faccio per mia mamma che ho sempre liquidato con un “è più economico viaggiare per il Sud America che vivere in Argentina”. Per tutti quelli che credono che serva chissà quale budget quando l’unica cosa che serve è un po’ di contegno, forza di volontà, inventiva e spirito d’adattamento.
Il prossimo post sarà più numerico che romantico, in diretta dalla nuova casa di Scalabrini Ortiz.

Continua…

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