Cuaderno de viaje – dia 248 – Il significato della parola “casa”

E’ il 10 di maggio.

Da qualche settimana ho smesso di contare i giorni dal mio arrivo ed ho iniziato a contare quelli che mancano al mio rientro, alla fine. E’ stato un passaggio rapido, una caduta dalle nuvole, difficile da accettare, ma dai confini ben precisi. Dicono succeda il contrario con i 50 anni, ma non è ancora un mio problema.

Siamo arrivati e 9 mesi sembravano un’eternità, sono passati lenti, nel primo semestre, perché pieni di novità. E’ passato Natale e siamo tornati, qualcosa era diverso.
Lucas ci aveva avvisati “Quando tornerete sarà un colpo, una presa di coscienza: vedrete la differenza.”
E così è stato, siamo tornati ed è stato come il penultimo giorno di una vacanza estiva, quando hai voglia di vivertelo al massimo, pensi ai giorni passati, alla preparazione prima della partenza, è stato tutto bellissimo, ma sai che domani finirà. Inizi a lasciarti prendere da una malinconia previa che ti accompagna, anche quando t’imponi di sfruttare al massimo gli ultimi giorni rimasti.
E’ stato come in Puglia, quest’estate, quando dopo 8 giorni stupendi, sono andati via i fenomeni e siamo rimasti io e Lori. Sempre bellissimo, ma malinconico.
Così, siamo andati avanti in questi mesi, dopo aver salutato gli amici del primo semestre, ce ne siamo fatti di nuovi, abbiamo approfondito vecchi rapporti, siamo andati a fondo. Abbiamo cambiato locali, cercato di mangiare tutto quello che ci mancava, di vedere oltre, di andare più in là, ma non sembra mai abbastanza.

E’ il 10 maggio e vivo a Sevilla da 8 mesi e 4 giorni. 
Sono andata almeno 60 volte alla UPO, 184 volte su e giù da quelle scale del metro, una 50ina di volte a fare la spesa al Supersol, 10 al Mercadona. Ho percorso Av. De La Constiucion praticamente tutti i giorni, 49 volte ho salutato l’omino dei giornali, 98 la ragazza dei fazzoletti, ho passato 15 martedì sera al Ruko, 6 mercoledì al Bribon, 5 lunedì al Karaoke e solo una 15ina di giovedì in Hoyo. Abbiamo organizzato una 20ina di cene internazionali a casa di Monse, 6 a casa di Mattia. 47 mattine ho fatto colazione alla boteguita Cerrillo, 24 in caffetteria, dopo la clase di Spagnolo. Ho mangiato 8 volte a Los Coloniales, 5 Al Solito Posto, 2 al Sushi con il rullo, 1 fortunatamente all’wok di Nervion. Ho visto interamente 3 serie (per ora), sono andata al cinema 14 volte, a casa di Monse 50. Sono entrata 3 volte all’Alcazar, 3 alla cattedrale e solo oggi al Pabellon de Marruecos. Ho fatto 6 grandi viaggi, visitato 18 città, ancora troppe poche spiagge. Ho imparato 1 lingua e scoperto un sacco di dialetti. Ho prestato 4 volte soldi a Victor, rotto 1 pantalone, 2 calzini, 4 mutande. Ho lavato troppe volte i piatti e fatto troppe lavatrici, ma solo 1 volta ho stirato. Ho comprato 4 travestimenti, troppe pizze, 2 abbonamenti per la palestra. Ho mangiato una quantità indefinita di tartas de queso, di tortillas, di jamon cerrano, di tacos improvvisati. Ho imparato a mangiare la cipolla, la frutta, ho trovato 1 cocktail ed 1 amaro che mi piacciono. Ho visto 248 tramonti, almeno 200 dal Puente S Telmo, se li può rivedere lo stronzo che mi ha rubato il telefono, ma a me hanno riempito occhi e cuore.

Ho fatto 3 mesi di tirocinio e 9 di Erasmus.
Tutti i giorni ho dato il buongiorno a Pedro. Tutte le volte che sono entrata in casa ho gridato “Hola familia”. Tutti i giorni mi sono concessa una colazione con i fiocchi. Tutti i giorni ho conosciuto qualcuno di nuovo, un angolo nascosto di questa città. Tutti i giorni mi sono alzata con la voglia di vivere. Tutte le sere sono andata a dormire sperando che non mi abbandonasse. E pensando alla colazione del giorno dopo. 

Tutti i giorni ho sorriso. Tutti i giorni ho riso. Qualcuno ho pianto.

E’ il 10 maggio, Mariana mi scrive “baja” ed io apro la finestra. Dario è già ubriaco, Mari mi canta una serenata, vanno al concerto degli AC/DC. “Disfruten!”. Pedro mi sente gridare ed apre la finestra. Abbiamo i balconi comunicanti, se la ride. Mi chiede cosa stia combinando “It’s time to planning!”. 

– Sto organizzando la mia vita.
-Ma cosa organizzi, fai e basta

-Devo organizzarmi, non voglio perdere nemmeno un giorno di questi… 30.

Mi si gela il sangue, rido e piango.
Non posso farne a meno.
Piango e rido.
Piango.

E’ il 10 maggio, mi guardo allo specchio e devo ammetterlo: è ora di compare un biglietto. 

Tra 1 mese devo tornare a casa e me la sto facendo sotto.
Vorrei fermarmi, vorrei tornare, vorrei già ripartire.
Mi sento a casa qui, mi manca l’Italia, mi mancherà la Spagna, mi mancherà Sevilla. Dov’è casa? Cos’è casa?
Sono i Krumiri Rossi o la focaccia di Pinamonti?
E’ questo Guadalquivir o il mar Mediterraneo?
E’ la mia famiglia o Pedro?
E’ un posto fisico o uno stato d’animo?
Cosa sarà cambiato? Incroci, sguardi, cielo? Cosa cambierà? Chi verrà a vivere qui? Chi vive nelle mie vecchie case ad Alessandria?
Vorrei portarmi dietro gli amici di qui, oppure portare qui gli amici italiani, oppure andare in un altro posto, tutti assieme.
Vorrei andare a pranzo dalla donna la domenica, ma vivere a Sevilla dal lunedì al giovedì, il venerdì andare a Milano, il sabato però passarlo a Santa. Inventare altri giorni della settimana e viaggiare ancora.

Ha ragione Ca, è il tempo la chiave. E’ solo il tempo.

E allora mi prendo il mio, tutto quello che c’è, tutto quello che resta e tutto quello che verrà. E lo prendo di petto, di cuore, come dev’essere. E me lo divoro, fino all’ultimo boccone, leccando il piatto. E che non cadano briciole.

Titoli di coda

Oggi invece è l’11 maggio, piove che Dio la manda e mi concedo una cosa di cui spesso ci priviamo: approfitto della pioggia e mi ci butto, senza ombrello, con il rischio del raffreddore, il fiato corto, i capelli bagnati ed il sorriso.
Sono solo 29 e continuo a farmela sotto… ma stasera smetterà di piovere.

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Cuanderno de viaje – dia 240 – Felice da paura

Felice.

Felice da paura.
Felice delle piccole cose, del sole, del caldo, dei piccoli gesti, di un sorriso, di una battuta di un cameriere, vedendo una coppia innamorata, del vento tra i capelli, dell’aria d’estate.
Felice quando apro la finestra e respiro incenso, misto ad aranci.
Felice, quando con amici di qualche mese, ci s’intende come fossero con me da una vita. Perché è una vita, questa.
Felice, per tutte quelle cose che erano nuovissime ed adesso sono diventate rituali, quotidiane, ma non mi stufano mai.
Felice, ogni mattina, salutando il ragazzo dei giornali, la signora bionda con i capelli sempre bagnati, Federica, la ragazza dei fazzoletti.
Felice per queste amicizie facili, per questa voglia di conoscere, per quest’ansia di presentarsi.
Felice quando esco dall’ufficio e c’è il sole ad aspettarmi, una città sorridente.
Felice con i tramonti, dopo una giornata al parco, senza guardare l’orologio, aspettando che il sole scompaia. E sono le 10.
Felice, per le serate inutili, dove ci s’inventa qualsiasi cosa per essere sempre sulla cresta dell’onda. Per santificare questo Erasmus. Perché manca poco. Perché non voglio perdervi. Perché non voglio nemmeno un ricordo sfregiato, nemmeno una notte inutile.
Felice di questo senso di libertà, di aver trovato questo senso della vita, che va oltre al vile denaro, che va oltre tutto.
Felice di questa serenità, di questa primavere costante dell’anima.
Felice, perché è tutto così incredibilmente perfetto.
Ed impaurita.
Impaurita, pensando che tutto questo spettacolo sia davvero un momento, una menzogna, come dice Mariana. 
Impaurita, all’idea che questa umiltà e questa serenità non possano tornare con me, in Italia. Impaurita, perché ho lasciato indietro tante parti inutili e superficiali di me e non voglio tornare a prenderle, non mi appartengono più e probabilmente non mi sono mai appartenute.
Impaurita pensando alla mia amata Santa, ad una sera normalissima, circondata da apparenza, ignoranza, saccenza, superficialità. Ma fortunatamente ci sono le eccezioni. Poche, buone, mie.
Impaurita perché non so se riuscirò ancora a sentirmi al mio posto, al posto giusto, come mi sento da 8 mesi a questa parte, quì.
Impaurita perché non so se riuscirò mai a convincere i miei amici, di quanta tolleranza si possa imparare ad avere, uscendo di casa.
Impaurita, dall’idea di non poter trasmettere lo stesso entusiasmo e lo stesso coraggio di partire, alle mie sorelline.
Impaurita perché non so cosa ci sarà dopo aver saltato il fosso della laurea e dopo ancora.
Impaurita, da un divario d’anime tra me e quelli che sono sempre stati i miei amici, le mie amiche, che però non hanno avuto la fortuna, la voglia o il coraggio di aprirsi ad un’esperienza simile. Impaurita, dall’idea di non poter trasmettere la mia serenità e tutto quello che ho guadagnato, anche a loro.
Impaurita di dimenticarmi, poco a poco, di cosa significa santificare ogni giorno, come fosse l’ultimo, come adesso, come quando sai che manca solo 1 mesetto al tuo ritorno, alla fine di questa vita.
Impaurita perché vorrei essere per sempre così, come sono adesso: ventenne, leggermente abbronzata e felice da paura.

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Nostalgina – Cuaderno de viaje – dia 144

Nostalgina. E torno indietro, fino al liceo. Mia sorella ha appena compiuto 16 anni e sembra ieri che veniva al mondo. Come sembra ieri il 5 settembre.
Quando ancora andavo all’oratorio il dubbio era sempre lo stesso: lasciare il mare per andare ai vari campi o no? Al mare già mi divertivo come una matta, valeva la pena interrompere un super divertimento per un’incognita? 
Puntualmente partivo e puntualmente, quando era ora di tornare al mare, piangevo come una matta. 
Il dubbio e l’incertezza prima, la certezza di non voler tornare, di voler fermare il tempo, di volermi fermare in quel momento, in quel luogo, con quelle persone, dopo.

Poi sono cresciuta e l’incertezza iniziale ha lasciato il posto all’adrenalina, alla curiosità, alla positività perenne che è diventato un mio marchio di fabbrica.


Ho passato questa sessione esami svegliandomi ogni giorno rimembrando una citazione dell’Angelino, che scrissi a caratteri cubitali sul quaderno di scienze della terra, l’ultimo anno del liceo; a sua volta citava Chiambretti, che citava non so chi, la morale era che “comunque vada, sarà un successo”. 
Perché così è sempre stato, perché ogni momento, bello o brutto che sia, inizia, finisce e lascia qualcosa, un sorriso o una lezione.
Quando ho deciso di catapultarmi in questa vita, ero piena d’adrenalina, ma sopraffatta dall’incertezza, come da bambina. 
Ad ogni fiera in cui lavorai, incontrai ragazze che erano già state in Erasmus, che avevano già vissuto questa vita, e ne parlavano con gli occhi luminosi, sorridenti, gli occhi di chi pranza dalla nonna dopo tanto tempo. Ho visto in quegli occhi il mio destino ed ho preso, sempre più, la consapevolezza che quella sarebbe dovuta essere la mia meta.
Non avevo paura della distanza, non avevo paura delle mancanze, erano sempre stata una costante nella mia vita… Poi sono arrivata.
Mi sto fermando, un attimo, come qualcuno fa l’ultimo giorno dell’anno, a tirare una riga, ma sembra essere una retta infinita. 
Tante volte è capitato di chiedersi “ma se sapessi esattamente quando morirò, cosa farei?”. Logico è pensare “vivrei intensamente ogni attimo, senza sprecare nemmeno un secondo, ogni giorno come fosse l’ultimo”.
Ecco, qui è esattamente così. 
E’ una vita. 
Sai il giorno in cui inizia ed il giorno in cui finisce, solo che hai la certezza dell’aldilà: tornerai da dove sei venuto, ma ci sarà tutta una vita in mezzo.
Forse è per questo che i ragazzi Erasmus hanno gli occhi a lasagna della nonna, che sono pieni d’entusiasmo, che non dicono mai “no”, che si mettono in gioco davvero, che respirano a pieni polmoni e accantonano la tristezza.
Perché finisce. 
Anche se sembra di avere tanto tempo davanti, finisce. E la fine arriva in un batter d’occhio.
Per qualche mio compagno di avventura è già arrivata, per qualcuno sta per arrivare, per qualcun altro è ancora lontana, qualcuno è appena nato.
Noi vecchiotti guardiamo gli appena nati con un sorriso malinconico, come fanno gli adulti con i bambini, perché vorrebbero ricominciare, ma sono soddisfatti degli anni che si portano sulle spalle. I bambini invece ci guardano pieni di voglia di conoscere, fare, imparare, correre, crescere. Esattamente come noi, che volevamo tanto diventare grandi.
Ci accingiamo a vivere questa vita, con una nuova famiglia, lasciando a casa la nostra, che non è più vera di quella che avremo qui, è solo biologica, ma ci mancherà, come non ci è mai mancata in tutta la nostra precedente vita. Lasciamo a casa gli amici, quelli veri e quelli che in realtà non sono forse nemmeno amici, sono persone che abbiamo accanto per casualità, per coincidenza e che per qualche strano motivo, sarà che non avevamo alternative migliori, ci siamo portati appresso per anni. Fino ad ora.
Lasciamo a casa il nostro armadio e la nostra macchina, la casa stessa, le abitudini e le comodità, la banalità e gli affetti. Ci carichiamo di vestiti e prendiamo il volo, sulla nostra cicogna Ryanair.
E’ un mix di fattori a rendere questa vita perfetta.

Tutti partiamo, con un grosso respiro, tanto coraggio ed entusiasmo. E questo è quello che ci troviamo davanti, nelle persone che intrecciano le loro strade con la nostra, lasciando che s’incontrino in un punto preciso: Sevilla, ci troviamo noi stessi. Le nostre stesse paure ed il nostro stesso coraggio.

Abbiamo tutti quell’età perfetta in cui non siamo più bambini, non siamo ancora abbastanza grandi e vorremmo fermarci. Ci siamo resi conto che il tempo invecchia in fretta, dopo i 18, che avevano ragione gli amici di mamma e papà quando ci dicevano che avrebbero voluto essere nei nostri panni. Abbiamo quell’età che chiunque vorrebbe avere per sempre. “Ok capo, mi fermo quì, tu continua a far girare le giostra, io scendo al binario 20.”

Abbiamo tutti l’ignoranza, i pregiudizi, le idee inculcate dai telegiornali, dai genitori, ma anche la forza di lasciarle scivolare, di renderci conto che possiamo camminare con le nostre gambe, calpestare terre che i nostri nonni guardavano solo sull’atlante, quello vecchio, dove c’è ancora la Jugoslavia. 
E così, non per rappresaglia e nemmeno per cattiveria, ci rendiamo conto che i tedeschi non sono poi così nazisti, che i portoghesi non sono poi così avidi, che il cibo messicano non è nemmeno troppo piccante e non facciamo più caso al colore della pelle, all’orientamento sessuale, alle marche dei vestiti, alla nazionalità, alla lingua… ed in un batter d’occhio guardiamo con un sorriso dolce, come si guarda un bambino innocente, quelle persone che eravamo, così inconsapevoli di quello che c’era al di fuori di casa, quelli saccenti, quelli un po’ spocchiosi. 
E siamo nuovi. 
Rinati. 
Non perché ora siamo a conoscenza di tutto, ma perché abbiamo la consapevolezza che ci sia un sacco da imparare.
E allora, piuttosto che sentenziare, abbiamo imparato ad ascoltare. Eravamo qualcuno, qualcuno che siamo ancora, ma di cui abbiamo conservato solo il meglio.
E così siamo arrivati ad avere quella sensibilità, quella di chi si rende conto di quanto è fortunato e non può fare altro che ringraziare. 
Me ne rendo conto ogni volta che qualcuno pubblica una foto scattata da Ponte Sant’Elmo (quello che collega Plaza De Cuba a Puerta Jerez, non importa se non sai come si chiama), ogni volta che vedo un ragazzo fermo su quelle panchine, ogni volta che qualcuno mi dice che vorrebbe vivere a Triana, solo per attraversare quel ponte, ogni sera, come abbiamo la fortuna di fare noi.
E’ strano che ci sia un luogo in cui tanti cuori, inconsapevolmente, si sono trovati. 
La mia casetta, qui, non è un posto solitario, nascosto e solo mio, la mia casetta qui è quel ponte. E non è solo mio! Lo condivido con tutti quelli che inciampano per guardare il Guadalquivir, il ponte di Triana, la Torre dell’Oro, i riflessi delle luci dei ristoranti che si muovono sull’acqua, la Cattedrale che s’intravede oltre i palazzi, Paseo Colon illuminato a giorno, il teatro il lontananza, la Plaza de Toros. Lo condivido con tutti quelli che inspirano questa meraviglia e ripetono tra se e se “sono troppo fortunato”.
Perché non sono più solo io. Perché abbiamo un marchio per la vita, un nodo nell’intestino, che ci terrà legati per sempre.
Passeranno in fretta le ultime settimane di alcuni di noi e ci toccherà salutarli, ci toccherà spezzettare il cuore in tante piccole parti e guardarle prendere il volo.
Saluteremo qualcuno con la consapevolezza di non vederlo mai più, o chissà, ancora una volta. Saluteremo qualcun altro con la certezza di vederlo ancora prima di nostra madre.
Saluteremo tutti con la tristezza di chi sa che in questa vita, questa qui, quel qualcuno ha finito il suo tempo. E allora lo celebriamo, baciamo quell’ultimo granello di sabbia che cade nella parte inferiore della clessidra, torniamo a casa alle 9 di mattina, scavalchiamo i cancelli di Plaza D’Espana, piangiamo davanti ad un tramonto sul Parasol e ridiamo, sorridiamo, per quanto fantastica sia stata e continuerà ad essere, un’amicizia vera, un’amicizia tra Erasmus.
Quante opportunità ci serve, il mondo, su un piatto d’argento.

A tutti quelli che partono, ed a me stessa, auguro di vivere ogni giorno come se fossero a conoscenza della data di scadenza, come un Erasmus. Un Erasmus nel proprio paese, nella propria città, nel proprio stato.
Vi auguro di guardare ogni ponte, ogni alba, ogni tramonto, ogni torre, ogni fiume, ogni chiesa, ogni luce di Natale, ogni spiaggia, ogni amico, ogni mendicante, ogni bambino, ogni amore, ogni università, ogni futuro lavoro, ogni aereo, ogni piatto, ogni libro, ogni appartamento, ogni vita e lo specchio, con gli stessi occhi con cui guarderete le lasagne della nonna o la pizza, appena tornati a casa.
Con gli stessi occhi con cui avete sempre guardato la vita Erasmus. Quegli occhi che mi porterò nel cuore per sempre.

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Cuaderno de viaje – dia 100

Oggi è il giorno 100.
Non serve che scriva nulla nel mio “quaderno di viaggio” perché ho solo una parola ed è “felicità”. E quando sono troppo felice posso solo saltare e cantare. Fortunatamente esiste Pedro che lo fa con me.
100 giorni lontana da casa, 100 giorni in questa città che ha più di un colore speciale, 100 giorni lavando i piatti con Edu, 100 giorni conoscendo gente speciale. Amiche, amici, sorelle, fratelli, gemelle nate da altri genitori. 100 giorni condivisi con persone di tutto il mondo. 100 giorni mangiando cibo spagnolo, tedesco, messicano, vietnamita, marocchino, francese, meridionale. 100 giorni per innamorarmi di questa vita, della vita 100 giorni viaggiando, con la mente e con il corpo. Quasi 100 giorni di sole. 100 giorni che mi sveglio con il sorriso. 100 giorni per imparare lo spagnolo. 100 giorni per comprendere che siamo tutti diversi e speciali, che il razzismo è una cosa che esiste solo nelle teste delle persone che non viaggiano, che non sanno cosa c’è fuori dalla porta delle loro case. 100 giorni per imparare a ballare. 100 giorni per innamorarmi dell’amicizia vera, quella che sopravvive alla distanza e che nasce tra persone di tutto il mondo e soprattutto tra donne che non conoscono l’invidia. 100 giorni per rendermi conto che il linguaggio dell’amore è uno solo e non cambia niente se a parlare sono uomini, donne o viceversa. 100 giorni di festa. 100 giorni senza pregiudizi e giudizi. 100 giorni con lo stesso entusiasmo di una bambina che vuole conoscere tutto quello che vede. 100 giorni spendendo soldi solo per mangiare, viaggiare e fare sport. 100 giorni con Doralice, però una Doralice migliore.
100 giorni che respiro la vita.
100 giorni di felicità.
100 giorni a Siviglia.
100 giorni alla grande.
100 giorni di Erasmus.
Grazie a tutti i partecipanti.
Hoy es el día 100.
No hace falta escribir nada en mi “cuaderno de viaje” porque tengo solo una palabra y es “felicidad”. Y cuando me encuentro demasiado feliz puedo solo saltar y cantar. Por suerte existe Pedro que lo hace conmigo.
100 días lejos de casa, 100 días en esta ciudad que tiene más de un color especial, 100 días compartiendo un piso con 3 chicos españoles, 100 días fregando los platos con Edu, 100 días conociendo gente especial. Amigas, amigos, hermanas, hermanos, gemelos de otros padres. 100 días compartidos personas de todo el mundo. 100 días que como comida española, alemana, mexicana, vietnamita, marroquí, francés, italiana del sur. 100 días para enamorarme de esta vida, de la vida. 100 días viajando, con la mente y con el cuerpo. Casi 100 días de sol. 100 días que me despierto con la sonrisa. 100 días que intento aprender este idioma. 100 días para aprender que todos somos diferentes y especiales, que el razismo es una cosa que existe solo en las mentes de las personas que no viajan, que no saben lo que hay fuera de la puerta de sus casas. 100 días para aprender a bailar. 100 días para enamorarme de la verdadera amistad, que puede sobrevivir a la distancia y nacer entre personas de todo el mundo y además entre mujeres sin envidia. 100 días para darme cuenta que el idioma del amor es uno solo y no pasa nada si es entre hombres, mujeres o a la inversa. 100 días de fiesta. 100 días sin prejuicios y juicios. 100 días con el mismo entusiasmo de una niña que tiene que conocer todo lo que ve. 100 días gastando dinero solo para comer, viajar y hacer deporte. 100 días con Doralice, pero una Doralice mejor.

100 días que respiro la vida.
100 días de felicidad.
100 días en Sevilla.
100 días de puta madre.
100 días de Erammu.

Gracias a todos los participantes.


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Io sto con Fucio – Cuaderno de viaje – dia 99

Sarò scema io, a complicarmi sempre la vita, ma proprio non ce la faccio. Ormai sono anni che mi crogiolo attorno a queste persone che devono assolutamente bere per divertirsi. A questi elementi che mi guardano sbigottiti perché “no, grazie, non bevo, non mi piace”. Forse dovrei iniziare ad essere più onesta: non mi piace e mi fate ridere.
Una cosa è bere, assaporare un calice di vino, un flute di champagne, assaggiare le birre più diverse e disparate, gustarsi un cocktail, essere allegri, lasciar scendere la tensione. 
Un altro è avere la necessità di bere per poter fare una determinata cosa. 
“Se non bevo in discoteca non mi diverto”. Se non ti diverti in discoteca perché non stai a casa? 
Non mi capacito.
Non riesco a trovare una spiegazione.
Non è una dipendenza, perché le dipendenze hanno forme ben diverse, a me sembra una totale sottomissione, consenziente. Un auto-sottomissione.
“Non bevo, sono già abbastanza pazza così”, grazie.
Non so che cazzo abbiate nel cervello, che si è stanziato lì attorno ai 15 e che in teoria dovrebbe andarsene, prima o poi. A quanto pare, più poi che prima.
Il geometra qualche settimana fa mi ha scritto: 
Mai fidarsi di una persona che non beve, non fuma, non si droga e nonostante ciò ha sempre il sorriso sulle labbra
Non so se sia una persona affidabile, io, però sicuramente sul mio sorriso si può fare affidamento. Perché dev’essere una rarità?

Non ci crede mai nessuno, dopo avermi offerto da bere, che sia in discoteca, per strada, in un bar o in qualsiasi luogo, quando dico che non bevo, che non ho bevuto e che non accetterò la sua offerta. “Non ci credo, tu sei sbronza marcia.”
No, non sono sbronza marcia, sono solo entusiasta. A 20 anni, nel 2015, sono entusiasta. Sono entusiasta delle opportunità che ho avuto, che mi hanno regalato e che mi sono creata. Sono entusiasta di tutti i momenti veri che ho vissuto, di tutti gli attimi di cui conservo un ricordo intatto, ben preciso. Sono entusiasta quando prendo un aereo o quando vado al bar sotto casa. Sono entusiasta quando faccio fatica e quando mi rilasso. Sono entusiasta delle amicizie e dei rapporti coltivati fino ad oggi. Sono entusiasta quando studio quello che mi piace e quando mi addormento appena tocco il letto. Sono entusiasta quando discuto con qualcuno, quando faccio pace. Sono entusiasta anche quando piango e, lavandomi la faccia, rido di quanto sono scema. Sono entusiasta perché sono nata in occidente, perché dopo anni di divisioni, finalmente mi sento un collante, per la mia famiglia e non un oggetto da contendersi. Sono entusiasta perché tutti i miei sforzi vengono ripagati e perché, fino ad ora, non c’è un obbiettivo che non abbia raggiunto, per quanto modesti o giganti potessero essere stati. Sono entusiasta dei miei errori, perché davvero mi hanno fatta crescere, maturare e riesco a ripensarci con un sorriso. Sono entusiasta dei rammarichi e di non aver nessun rimpianto, o quasi.
Sono entusiasta della vita. E grata. 
E non ho intenzione di sprecarne nemmeno un attimo, non ho intenzione di vivere nemmeno un attimo a metà, di nascondermi al nulla, di scacciare i pensieri tristi in qualche maniera che non sia dormendoci su o ponderando fino all’esaurimento, di bermi, iniettarmi o fumarmi denaro che può essere speso in maniera molto più onorevole.
Non ne ho intenzione e non mi vergognerò mai a dirlo.
Prima imparate ad accettarvi per quello che siete, meglio è.
Se le persone con cui uscite non vi fanno divertire, cercatene altre. Se la discoteca non vi piace c’è il club del libro, Netflix, il teatro, il letto. Se l’alcol non vi piace, beh non inizio l’elenco. 
Non c’è niente di disonorevole, se non sprecarsi, buttarsi via e regalarsi.
Rispettatevi un attimo di più, svegliatevi felici una domenica, con un po’ di voglia di fare, piuttosto che di smaltire.

Abbiamo due vite: la seconda inizia quando ci rendiamo conto di averne solo una.

Confucio

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Chiamatelo come volete, io lo chiamo karma – Cuaderno de viaje – Día 96

L’equazione per la quale quante più persone conosci, più ti troverai a confrontarti con te stessa, rimane per me, tuttora, indecifrabile. Però ho dovuto imparare la formula a memoria, perché, a quanto pare, così è “prendetela com’è, poi chi vuole approfondirla venga che gliela spiego”, un po’ come con Longo.

Oggi c’era un profumo troppo malinconico, da qualche giorno a questa parte aleggiano sulle nostre teste dei numeri, preceduti da un meno: sono dei conti alla rovescia. 
Sulla mia testa, oggi che è il 10, aleggia il -7. 
Una settimana. 
U n a  s e t t i m a n a.
Tra una settimana torno a casa.
Sì, lo so, molti di noi si fermeranno qui un anno, dopo un paio di settimane in patria, ritorneranno… ma non tutti. E poi ne arriveranno di nuovi. Nuovi volti, nuove storie, nuovi esami, un nuovo semestre, un nuovo treno di Erasmus.
Sembra che la faccia tragica, in diretta da quel mondo in cui il 10 dicembre, si esce ancora in giacca di pelle la sera, ma un po’ tragica, per me, lo è.

Ho visto Thelma & Louise, dopo un pomeriggio in casa, sono uscita con le cuffie nelle orecchie, per andare “a vedere le luci che si spengono”. Ho detto davvero così? Scusa Ale, sono un po’ matta.
Anche voi quando arrivate al semaforo vi sentite attraversare da un piccolo spirito di competizione e fate di tutto per passare per primi, magari quando è ancora rosso?
Credo di essere un po’ deviata questa sera.

La pubblicità di Spotify uccide la mia creatività, ma non avranno il mio denaro.

Torniamo a noi, dopo il ponte e la mia lotta con il semaforo, sono corsa ad imbattermi nelle luci. Non so cosa mi sia successo da quando ho visto questa città illuminata, avevo paura proprio di questo, d’innamorarmi eccessivamente. Pedro è stato in grado di chiedermi se in Italia non abbiamo le luci per le strade, a Natale, talmente mi ha vista esaltata. Certo che le abbiamo Perro, ma non puoi capire.
“Mi riprendo le cuffie, vado a fare due passi”

La notte ci sono luoghi di Sevilla completamente vuoti, in cui puoi intrufolarti con le auricolari ed il tutone, correre e cantare, senza che nessuno ti dica nulla, sono quei posti in cui vado a rifugiarmi la sera, per specchiarmi nella sabbia, nelle mura dell’Alcazar, nelle piastrelline delle piazzette in Santa Cruz o nelle fontane di Plaza d Espana. 
A volte le trovi, altre anime solitarie, che si lasciano andare ad uno sguardo. Io, nel mentre, sorrido e saltello come una bambina scappata di casa senza nessuna meta.
Mi chiedo solo perché non l’ho fatto prima.
M’infilo solo in vie che non conosco, mi butto, mi stupisco, corro, respiro. A piedi polmoni.

Prima di partire me lo ricordavo esattamente così: questo calore speciale, questo colore dell’aria, questa luce diversa, l’ho ritrovato appena arrivata e lo ritrovo tutti i giorni. Qui, tra un turista ed un indigeno, tra un vecchio ed un barbone, tra una mamma e la sua bambina. Lo ritrovo in università, dopo il corso di spagnolo, tra un numero e l’altro, tra una discussione ed un abbraccio. Lo ritrovo in palestra, tra un sorriso sudato ed un sorso d’acqua. Lo ritrovo ogni volta che Monse grida “Doraguapa aquì està tu Romeo” sotto la mia finestra. Lo ritrovo ogni volta che Edu entra in camera per raccontarmi la sua giornata. Lo ritrovo negli occhi di tutte le persone che ho conosciuto, che a Sevilla sono state in grado di sentirsi “a casa”, che l’hanno amata, che ne hanno sentito la mancanza ogni volta che sono andate via, anche solo per un finde. Lo ritrovo ogni sera, quando torno a casa, attraversando questo benedetto ponte che mi porta a Plaza de Cuba, dal quale posso ammirare contemporaneamente tutti i ponti della città, la Torre dell’Oro, la Giralda e le luci colorate della Darsena sevillana che colorano il Guadalquivir… ogni dannata sera in cui mi ripeto “sono troppo fortunata”. Lo ritrovo in tutte quelle persone, che provano la stessa identica cosa, attraversando questo o un degli altri ponti: questo senso di libertà, misto a felicità, misto a malinconia. Lo ritrovo in tutte quelle persone che “no, solo 6 mesi, però vorrei fermarmi tutto l’anno, prolungo”.
Lo ritroverò anche quando tornerò, a gennaio, anche se cambieranno i colori, cambieranno i nomi, cambieranno le temperature, cambieranno i corsi, lo sfondo sarà sempre questo: un luogo magico.

“L’erasmus non è 1 anno della tua vita, è tutta la tua vita in 1 anno” ho trovato questa massima vagabondando su instagram. Frase fatta o dannatamente malinconica, di un ex soldato Erasmus?

Ecco, così ci sentiremo, tornando a casa? Come i soldati quando tornano dalla guerra? Felici di riabbracciare la nostra famiglia, di essere sopravvissuti, di essere tornati a casa, ma con ancora nelle orecchie le note del chitarrista appena fuori da Plaza de las Banderas? Con i battiti di mani delle ballerine di flamenco? Con l’occhio che cade su ogni braccialetto di stoffa? Chiamando bocadillo un semplice panino? Illuminandoci sentendo qualcuno parlare spagnolo? 
Soldati di una guerra interna, con noi stessi, con le nostre ambizioni, con i nostri doveri, che un giorno ci siamo prefissati o ci hanno imposto. Soldati in guerra costante con la vecchia e nuova voglia di viaggiare, che si fa largo nei nostri progetti lavorativi statici… 
Soldatini, di questo progetto, Erasmus+, che torneranno a rapporto, a fare un test di lingua, un resoconto della battaglia, una conta dei morti per amore a distanza, di quelli che hanno cambiato legione, fermandosi, delle mogli tradite con le infermiere.
Non prendetemi per blasfema, accogliete il paragone estremo, la nostra è una guerra felice, ma il nome “guerra” suona subito male. Battaglia? Conflitto? Combattimento? Sembrano tutti nomi così rossi, sporchi di sangue, in realtà, in questa lotta mi sono sporcata solo di pizza, di dentifricio, di alcol e biro. E mannaggia alle lavatrici di mamma che vengono sempre meglio delle mie.

Grazie a tutti i partecipanti.
Grazie a tutti i sopravvissuti.
Grazie a quelli che torneranno in patria e non ripartiranno, lo sappiamo che il vostro pensiero sarà rivolto a noi, quando la mattina mangerete un cornetto caldo, sorseggiando un vero caffè, lo sappiamo che riuscirete a sentire la nostalgia delle tostadas
Grazie a quelli che ritorneranno, ma solo per il colpo finale: gli esami, per poi salutarsi definitivamente, magari per sempre, parliamoci chiaro.
Grazie a quelli che ripartiranno. Per un altro Erasmus o per nuovi viaggi, lunghi o corti, vicini o lontani, perché lo faranno con uno spirito tutto nuovo, tutto nostro.
Grazie, perché senza tutti questi attori, Sevilla sarebbe solo una location da urlo, vuota e malinconica, come quando si spengono le luci di Natale alle 23.00 in punto e tutto torna “normale”, anche se, di normale, non c’è proprio niente e nessuno, quì.

Grazie.

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Cuaderno de viaje – dìa 90

Ieri pomeriggio, dopo X ore in giro senza orologio e con il telefono scarico, senza giacca e con il sorriso stampato in faccia, mi sono imbattuta in questo ragazzo, in questo artista.
Come tanti altri, se ne stava seduto in Plaza Nueva a suonare la chitarra a testa bassa, nel suo mondo, ai piedi di un albero di Natale ancora in attesa d’essere acceso.
Nella custodia, con un normale interno rosso, campeggiava, illuminata dal riflesso di qualche monetina, la scritta:
“I’m a traveler
I’m a dreamer
I’m waking up
but I’m so hollow”

Con un tonfo sordo, attutito dal velluto, ho lasciato cadere anche io una moneta. Mi è piaciuto immaginare che si sarebbe trasformata in un centimetro quadrato del suo prossimo biglietto aereo, per proseguire nella sua vita da nomade.
Fino a qui tutto bene, se non fosse stato per quel “but”.
In quarta liceo la professoressa Follese ci fece leggere un libro, di cui non ricordo il titolo, ma non posso dimenticare un pezzo della trama: uno dei protagonisti era un ragazzo che non poteva fare a meno di viaggiare, andava in giro, per il mondo, cercandosi, cercando il suo posto, la sua casa, il suo nido, le sue regioni, le sue ragioni. Alla fine, però, tornò a casa, con se stesso, con il suo bagaglio di vita, convinto che non fosse importante la meta, quanto piuttosto il viaggio in sé con la compagnia di sé stessi. Aveva passato la vita a rincorrersi, senza rendersi conto che era già tutto nelle sue mani.
“…but I’m so hollow” I’m so hollow baby, cantava James Blunt, salutando il suo amore con Goodbye my lover, una delle canzoni più struggenti del XXI secolo.
Spotify-James Blunt-Back to Bedlam.

A volte mi sono sentita svuotata anche io, rigirata come un calzino, mi è successo più volte: sulla centrifuga alle giostre o ad Esperimenta, ad ogni incidente in macchina e quando ho scoperto di aver perso per sempre delle persone care. Mi succede quando penso che non eravamo niente prima di nascere e torneremo ad essere niente. Mi svuoto in un secondo, mi si prosciuga il palato, mi sudano le mani, mi si annebbia la vista, come quella volta che sono svenuta in ospedale, a trovare Viola, ed ho solo voglia di vomitare. Mi prende il panico. Ma sono momenti puntuali, momenti puntualmente vuoti, che mi fanno una pernacchia e che scaccio via asciugandomi gli occhi, per poi poterli contare sulle dita di una mano.
Ma come si va a sentirsi vuoti? Costantemente?
“…ma sono così vuoto”
Vuoto di cosa? Pieno di cosa?

In questo momento della mia vita, forse più che mai, mi sento piena. Piena di voglia di fare, di vedere, di scoprire, d’iniziare, di finire, di ricominciare, di mangiare, di correre, di conoscere, di parlare, di fare silenzio, di ascoltare, di chiudere gli occhi, di sognare, di viaggiare, di trovare, di portare a casa, di tornare, di ripartire. Piena di vita.
Per quanto sarà così? Quanto durerà? Diventerò anche io un automa casa-lavoro-casa? E questo mi farà sentire piena o vuota? O mezza piena e mezza vuota? No, a metà no cavolo, queste dannate sfumature. Petri me l’aveva detto già in prima liceo, chiedendomi di uscire un attimo dal laboratorio di fisica, che avrei dovuto prendere coscienza della loro esistenza, che prima le avessi accettate e meglio sarebbe stato per me, ma a me, il grigio, faceva proprio cagare. Mi è servito un po’ di tempo e un approfondito studio degli spettri di luce, per rendermi poi conto che non esiste solo il grigio, ma tutto un arcobaleno, tra la merda ed i fiori.

La data del rientro per le vacanze natalizie si avvicina e sono una persona che suòle tirare le somme. Sono partita, 3 mesi fa, con qualche incertezza e mille progetti, arrivata qui mi sono lasciata trasportare, senza perdere di vista i miei doveri, ma sempre in alta marea, sempre sulla cresta dell’onda, senza rinunciare nemmeno ad un minuto, senza sprecare nemmeno un giorno, di questo pazzesco pezzo di vita.
Tornerò a casa con duemila progetti, tantissime certezze e nuove incertezze, più grandi e più profonde, che prima, guardando sempre nello stesso cannocchiale, non ero riuscita a vedere.
Mi sentirò anche io vuota?
Alla riunione di presentazione una ragazza, ridendoci su, aveva detto che qualcuno di ritorno dall’erasmus, aveva avuto bisogno di uno psicologo, perché non riusciva a tornare alla sua vita “normale”.
Abbiamo riso, un po’ tutti.
Stolti.
Non c’era niente da ridere.
Credo che il trucco sia qui però, racchiuso in quelle virgolette, in quel “normale” che, nella mia vita, non so manco cosa sia.
Spero che mi salvi, perché io gli psicologi gli odio proprio.
Grazie 음악가 조제.

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Cuaderno de viaje – dia 22

Anche in Erasmus il lunedì ha un
sapore strano, il risveglio, la rinascita, uscire dal bozzolo,
spaccare il guscio. E’ un settembre in miniatura, che si ripresenta
imperterrito tutte le settimane, puzza di fine estate e profuma di
nuove avventure. Anche se sembra “solo un altro lunedì”, è
“solo” un altro giorno in cui abbiamo la palla in mano. Un’occasione per far prendere aria ai denti, mentre giocano con gli zigomi.
Questo lunedì, oltre confine, è
soleggiato e caldo, ho dimenticato gli auricolari a casa, quindi
canticchio in silenzio, con il testo di “Le cose che abbiamo in
comune”, sotto al naso. La intono con la grinta e la genuinità di Chiara, alle audizioni di The voice, perché mi piace pure più di
Silvestri. La metro se ne frega di me.
E con la mente faccio associazioni
strane, tutte sorridenti, tutte apparentemente sconnesse ed in realtà
collegate, come Youtube, che mi mette Einaudi in mezzo a cantautrici
italiane ancora troppo poco conosciute.
E mi torna alla mente un viaggio, un
viaggio di ritorno da Lione, in autobus, quando aprendo la playlist
di un ragazzino ho trovato i Baustelle, Le Luci, gli Afterhours, I cani… ed
in lui un nuovo amico.
E vado a lezione con un motivo in più
per sorridere, con l’ennesima conferma che basti pochissimo… per
essere felici.
La nostra prof di direcciòn comercial è una Londinese doc, trasferitasi qui per nonsoqualemotivo, che si strozza con la saliva e ride in media 2 volte a slide, molto preparata e piacevole da ascoltare, ma la giornata universitaria finisce
presto e sono già a casa, a scofanarmi un bel piatto di pasta al
ragù, quella che Lorenzo pretendeva di mangiare in un ristorante
tipico di Malaga e mi ha costretto a comprare al supermercato. Il
ragù non sa di ragù, il parmigiano ce lo siamo giocati, ma la pasta sa di pasta, oh se sa di pasta! Si adagia tra i denti che è un piacere… e lascia quel retrogusto
di casa che mi tiene compagnia finché non viene spazzolato e
sostituito con il dentifricio. 
Da ieri non faccio altro che
riascoltare ininterrottamente Chiara Dello Iacovo , mi accompagna pure
in bagno e fa da eco ad un messaggio sul gruppo “Colleghe” che mi
rammenta dove fossi un anno fa… solo un anno fa, ne sono passate così tante in mezzo, così tanta vita che sembra un ricordo lontano, invece se ci penso bene, se chiudo gli occhi, sento ancora il sole caldo sulle braccia e l’aria di mare nelle narici.
E mi torna alla mente una serata,
in una città non mia, con delle colleghe spensierate e sorridenti,
tutte con accenti diversi, assolutamente coscienti della merda che ci
sia nel mondo, ma che per una notte hanno deciso di fregarsene
altamente e ridono, ridono di cuore, ridono di gusto, ridono e non ci
pensano, scolpendo nel mio di cuore, un ricordo stupendo ed
indelebile.
Allora ripenso alle parole scambiate con B.
ieri e non c’è niente che non ripeterei.
E’ bello costruire, invecchiare,
condividere, ma la cosa più importante è lasciare un bel ricordo.
Un ricordo sorridente, che scaldi il
cuore anche a distanza di mesi, di anni, un ricordo di cui non
pentirsi mai, ma da tenere stretto, da custodire, un ricordo che ci
faccia pensare “sì, ero proprio felice”. Felice e fortunata…
A cantare a squarciagola in terrazza a casa Fangarezzi, a casa Sacchetti, mentre accoglievo con Alice la sfida di Gianna e ci buttavamo in piscina vestite, quando portavo in macchina Arabella e Francesca per la prima volta, imballando in salita, al Faro, ad ogni Ferragosto, ad ogni chiusura del Covo, al Deniro, ad ogni serata di Stay, quando arrivava il sabato al liceo, mentre organizzavo feste di compleanno a sorpresa, in Salento, al ritorno da ogni viaggio, in gita, rivedendo un amica dopo tanto tempo, a pranzo con Lollo tutti i mercoledì del liceo, a cercare casette in ogni città, a guardare l’alba alla Valletta, a regalare libri, a pettinare le mie sorelle, a lavorare a teatro, in fiera, in discoteca, pure quando con nonchalance plateale mi licenziai, diciamo pure anche la seconda volta, a chiudere i rapporti con i treni e tornare a casa finalmente con la mia Tina, a contare le stelle, a mischiare le carte, con Le Portoghesi, I nasi, Quelli della Valla, Le Spritz for 5, I Fenomeni, a mangiare la pizza, a trovare 100 lire per terra, a visitare Istanbul con le sorelle Brusa, a conoscere una ragazza sarda in maniera assurda, a mangiare sulla Tour Eiffel, sopra La Galleria, trovando Bon Iver alla fine dei titoli di coda, a cambiare classe al liceo, al Take Off, alla Colour Run, a festeggiare i 50 anni dei miei genitori, sulla copertina di un libro, preparando l’esame di maturità, NCSC, sulla cupola di Michelangelo in San Pietro, a confermare amicizie, ad abbracciare la mia nonna, mentre trovavo nella valigia un bigliettino di Noemi, tornando dalla Coop Academy, dopo il Campo Moglia, scegliendo il mio primo appartamento, facendo shopping con la mamma, portando Arabella a sentire Ariana Grande all’O2 Arena, a sentire Le Luci, Bianco, Levante, a sentire Cremonini, a pranzare in piccionaia, a lanciarci sulla zip line, con la mongolfiera sulla Cappadocia, con la barca in Croazia, con il quad nel deserto, a camminare sul monte di Portofino, quando mordo la focaccia la prima volta ogni estate, riponendo un libro e 400 appunti, dopo aver sostenuto un esame, quando riconoco i profumi dei luoghi e delle persone, quando mi ricordo le mani, ad avere avuto Mattia come compagno di banco al liceo, ad avere amicizie vere e perchè no, anche a quelle di facciata, a sentire i fratelli Mainardi suonare, a ritrovare la strada, nonostante il navigatore se ne freghi di me, a dormire in Galleria Umberto, a vivere con Pedro, a condividere la camera con Nashua, a portare Francesca a Firenze, guardando il tramonto dai Muagetti, ad avere tutti i 5 sensi, che funzionano, in sincronia… felice e fortunata, talmente tanto che potrei continuare per ore, a scavare, a ricordare momenti inopportuni, banali, quotidiani, semplici, unici.
E forse non ce ne rendevamo conto.
E forse non ce ne rendiamo conto, di
quello che abbiamo tra le mani, di tutta la fortuna che ci passa tra
le dita, di quella che lasciamo cadere, perché non riusciamo a fare
altrimenti, come quando proviamo a trattenere l’acqua della
fontanella, ma in realtà ne beviamo meno di quanta ne perdiamo.
Forse basterebbe fermarsi.
Forse basterebbe pensarci un attimo di
più.
Forse basterebbe ficcare la testa sotto
la fontana, fregarsene di sembrare stupidi, matti, poco igienici,
infantili e non sprecare nemmeno una goccia d’acqua, strozzarsi e
riderci su.
Ecco, in questo lunedì di fine
settembre, mentre il mondo gira e non è importante quello che accade
ad ogni singolo esserino, io confermo la mia opinione sulla vita:
preferisco strozzarmi che sprecare l’acqua.
Ricordiamoci di santificare i momenti
felici.

Io, nel dubbio, continuo a santificare
ogni giorno di questo Erasmus, compresi i lunedì.

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Cuaderno de viaje – dìa 16

E’ andata cosi: ho trovato casa, o meglio, la casa ha trovato me e si è fatta scegliere. O forse meglio ancora, il destino ha scelto la mia casa. E da quando sono entrata in casa tutto è stato in discesa.
Praticamente i giorni in salita sono stati 4, nel mio Ostello (Oasis Backpackers Sevilla) che di ostello aveva ben poco, ma di italiano tantissimo. Dopo una spettacolare giornata passata a battezzare Sevilla con il mio vomito, ho preso armi e bagagli e mi sono trasferita in Calle Rosario Vega 4, nel Barrio de Triana. Qui, oltre il Guadalquivir, oggi ho tappezzato la mia camera di poster e cazzatine. Qui ho detto subito “casa” e non “camera”. Di certo non ho detto “bagno”, perchè senza bidet non c’è storia, è solo un cesso. Ma si può imparare a convivere con l’assenza di questo oracolo, giuro. E’ brutto e faticoso, ma si può fare.
La mia camera ha un balconcino molto iberico, che guardo dal letto e sopra la mia scrivania campeggia vittoriosa la scritta “FABRICA DE SUENOS”, accompagnata dai Beatles e da Audrey, per sentirmi a mio agio.
Nella mia casa siamo in 4, adesso, quando sono arrivata invece c’era solo Pedro.
Pedro in questo momento è in salotto, con la chitarra. Quando sono entrata a vedere l’appartamento per la prima volta Pedro era in salotto, con la chitarra, quando sono tornata a portare i bagagli, Pedro era in salotto, con la chitarra.
Pedro ha 20 anni, è al secondo anno d’ingegneria, è di Ceuta, una città che mi ha presentato come “la sua Napoli spagnola”, solo perché Antonino, il suo ex coinquilino, era napoletano, concretamente una città sapagnola in terra africana, sullo stretto di Gibilterra. Pedro è un po’ nerd, un po’ cuoco, un po’ musicista, un po’ ingegnere, un po’ africano, un po’ Sevillano ed anche un po’ italiano, un po’ coinquilino e un po’ fratello. Pedro ha attaccato con me post-it colorati su tutti gli oggetti della casa per dare un nuovo nome a tutte le cose che usiamo quotidianamente, per farmi imparare lo spagnolo. Pedro mi fa le fajitas, i sandwich con il pollo, le crepes e le crepes le fa anche saltare in aria e sul pavimento. Pedro a volte si addormenta sul divano e nel suo letto dorme al contrario, ma la mattina mi sveglia sempre tocando la guitarra e la notte fa in modo che mia addormenti alla stessa maniera.
Eduardo invece mi cucina l’insalata di pasta e anche se ci mette la cipolla è particolarmente bravo, lui ha 24 anni e deve iniziare un master in economia, ero già in casa quando è venuto a vedere la sua camera, sono uscita dalla mia, mi sono presenta e il suo sorriso profumava di “scelta fatta”, quando ho scoperto che sarebbe arrivato un ragazzo nuovo ero sicura che tra tutti fosse proprio lui. Edu nell’armadietto del bagno posiziona i saponi in ordine di altezza, come me. Quando invita i suoi amici fa l’insalata di pasta, altrimenti non mangia altro che boccadillos con jamon y queso. In camera riordina al millimetro e si spruzza il profumo, così quando esce, anche se non saluta, si sente la scia. Edu quando torno a casa bussa e viene a chiedermi com’è andata la giornata. E mi racconta la sua.
Victor invece non c’è mai e quando c’è è in camera sua, aveva scelto la camera ancora prima di me, ma si è fatto vedere (poco) solo dopo qualche settimana, credo di averlo incrociato 3 volte sputate, però anche lui studia ingegneria, forse con un po’ più di fatica e testardaggine. Ipotizzo che non abbia voglia di starmi dietro con lo spagnolo, ma sorride sempre e va bene cosi, c’è tutto il tempo.
Il tempo.
Il tempo scorre diversamente qui ed è sempre pieno. Sono arrivata 16 giorni fa e ne sembra passato un sacco, ma ancora un sacco sembra essercene davanti, forse non abbastanza.
Il tempo degli spagnoli è scandito diversamente, il pranzo alle 15.00, la merenda alle 18.00, la cena non prima delle 21.30, spesso dopo. I negozi non riaprono fino alle 17.00, la siesta diventa quasi obbligatoria. L’università è a 10 fermate da casa mia, per un totale di ben 16 minuti, che non sono niente, ma quando la mattina devi svegliarti… fanno la differenza.
Però poi ci arrivi… e ti ritrovi in un mondo nuovo.
Sullo stile di un campus americano, con gli studenti stivati in una zona periferica di Sevilla, regna il verde ed il giallo degli edifici, la prima volta sembra enorme, la seconda la sai già girare tutta. Si mangia con poco e bene, gli Erasmus si riconoscono a colpo d’occhio, gli italiani anche ad occhi chiusi, l’acqua te la regalano e non manca niente.
I corsi teorici non sono particolarmente differenti da quelli italiani, ma sono affiancati da una parte pratica, valutata, con lavori di gruppo, a mio parere estremamente istruttiva, forse ancora di più di quella basica.
L’università mi mette ancora un po’ di timore, non ne voglio parlare, ma sono sicura che andrà tutto bene, anche perchè non ammetto errori.

E poi c’è la vita.
Ma questa è un’altra storia…

Sevilla è magica, è una scoperta dietro ad ogni angolo, anche dietro al più banale. Basta buttarcisi. Ogni giorno è un’occasione, una sorpresa, una scusa per ingrassare, per uscire da casa…
Mangiare fuori costa troppo poco per non approfittarne eccessivamente, per gli erasmus è pieno di feste gratis, di visite guidate, di appuntamenti organizzati, di missioni di gruppo.
Non ho ancora capito quando dorme questa città, forse mai, forse gli spagnoli non dormono mai, una mia compagna di corso mi ha detto che finchè non riapre la metro, la mattina, alle 7.00, non può tornare a casa, così le tocca stare fuori fino a colazione, se vuole uscire…
Non mi sono ancora annoiata, non c’è stato un attimo in cui non abbia avuto voglia ed entusiasmo nel fare qualcosa, dalla più piccola ed insignificante, alla più importante.
16 giorni sono pochi, ma sono un gran bel punto di partenza.
I compagni di viaggio hanno mille nomi, mille volti, mille provenienze e mille lingue diverse. Il denominatore comune si chiama Erasmus. “Erasmus”, come gridano i coordinatori di ESN per chiamarci all’attenti. “Erasmus” European Region Action Scheme for the Mobility of University Student, come Erasmo da Rotterdam, più apolide di me. Tutti siamo partiti, lasciando a casa qualcosa, tutti con desideri, sogni e paure, tutti fiduciosi e coraggiosi, per ritrovarci qui…
Ad inebriarci le narici con la cacca di cavallo in Santa Cruz, ad eludere la vigilanza in Plaza de Espana, ad arredare le nostre camerette, ad abbuffarci di Tapas, a controllare se l’erba del vicino è più verde, ad abbronzarci in spiaggia la domenica, a farci rimproverare dalla polizia sotto la Torre dell’Oro, a rincoglionire il palato da 100 Montaditos, a rinchiuderci nei pub a guardare la Champions, a violentare Skype, a maledire i piani tariffari spagnoli, a sclerare dietro all’orario dell’università, a mangiare paella al Ruko la domenica sera, a guardare i tramonti dal Parasol, a cercare all you can eat giapponesi fantasma, a desiderare long board e roller blade, a meravigliarci davanti ad un Mercado minimalista, ad insegnare come si vive bene in Italia, a renderci conto di quanto siamo fortunati a vivere in Italia, a farci regalare Cruzcampo ed ingressi in discoteca, a presentarci a chiunque incronci il nostro sguardo, a provare qualsiasi pietanza con un nome poco chiaro, a progettare viaggi, ad aspettare pacchi da casa, ad aspettare amici da casa, a pensare a quando ci torneremo a casa, ad apprezzare un po’ di più quello che abbiamo a casa, a godere del prossimo viaggio, del prossimo Erasmus, a temere gli esami in una lingua che non è la nostra, ad aborrare i bagni senza il bidet, a cantare in cerchio attorno ad una chitarra, a renderci conto di quanto la musica sia un collante senza confini, a comprare teli mare imbarazzanti, a guardare negli occhi i nostri compagni di avventura, e sentirli un po’ fratelli, un po’ famiglia, ad alzare gli occhi al cielo, a chiuderli con il sorriso…
Tutti qui, sulla stessa barca, o sullo stesso traghetto malandato, tutti qui a sorriderci, tutti diversi e tutti così uguali, tutti giovani, coraggiosi e fortunati, tutti legati da un filo invisibile o da un braccialetto “Erasmus Sevilla” anno accademico 2015/2016. 

Siamo qui…

E non vorrei essere da nessun’altra parte.

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Cuaderno de viaje – día 1

Avvistata.
Sul volo FR4635 di Ryanair, Milano (Bergamo)-Siviglia, una bionda in bianco e nero, che sorvola l’Europa.
Il posto vicino al finestrino me lo sono giocata, le mestruazioni non mi danno tregua, mi hanno stivato il bagaglio a mano, sto pranzando con un Camogli alle 17.30 ed ho beccato, per la seconda volta in un’estate, lo steward più odioso della compagnia… insomma, come inizio non c’è male.
E siamo solo noi, io, due trolley ed un libro… magari. In realtà c’è una coppietta mielosa alla mia destra ed un’altra che ronfa a bocca aperta alla mia sinistra. Ma dico… se dovete rubarmi il posto al finestrino, almeno non fatevi beccare che dormite!
Va bene lo stesso, vale tutto, facciamo un respiro ed un passo indietro: sto andando a vivere in Spagna. Precisamente a Sevilla (Siviglia, per gli italiani, sì quella del barbiere), la temperatura a terra sarà di 30°C, l’umidità al 95% ed il mio telefono scarico. Come meravigliarsi.
È andata più o meno così: nel mese di ottobre, dopo aver scoperto che le borse di studio Erasmus non erano destinate ad un élite di redditi inferiori ad xxx, bensì a tutti i comuni mortali ed essermi guardata allo specchio, negli occhi di tante ragazze che erano “appena tornate”, ho deciso di attendere con frenesia un bando, Il Bando. Dopo aver compilato tutte le scartoffie al 1° posto è arrivata Sevilla, seguita da Tenerife (nel caso non mi fossi aggiudicata il 1° posto, sarebbe scattato il premio di consolazione). Dopodiché ho comunicato la notizia a casa, ovviamente a giochi fatti, quando non si torna indietro.
E Sevilla mi sono aggiudicata, qualche mese dopo.
La Spagna. Perché la Spagna? Parliamoci chiaro: sono la persona più solare e casinista del mondo, ma sono anche la più rigorosa. Lo spagnolo è la seconda lingua più parlata al mondo, snobbando il cinese che comunque non ho intenzione d’imparare in questa vita, data la scarsità di mete anglofone, mi sono buttata su questa lingua muy caliente.
Dopodiché la città viene da sé, non c’è paragone. Non c’è nulla da spiegare.
Quindi si, bella la fiesta loca, ma non è il mio obbiettivo primario.
L’estate è filata via veloce, piena di sorprese e felicità, come ogni stagione del sole che si rispetti, talmente emozionante da rendere l’arrivo del nono mese dell’anno un peso non indifferente…
Ed è arrivato settembre. E con i temporali anche un mal di pancia fisso, un nodo tra lo stomaco e la gola, pronto ad ovattare ogni giornata, ogni saluto, ogni movimento, ogni sapore, ogni sorriso.
Non ho voluto pensare alla partenza finché la partenza non era più vicina di qualsiasi altra cosa.
Non ho voluto mettere in mezzo l’Erasmus in nessun rapporto, in nessuna decisione che lo precedesse e me la sono goduta, fino all’ultimo secondo, quest’aria italiana.
Il mare, la pizza, l’alba, il profumo dei cornetti, la pioggia sui capelli, il pesto, il sorriso di Arabella, le chiamate della nonna, il tramonto, la musica italiana, la focaccia, le litigate con la mamma, la Costiera Amalfitana, la Puglia, l’Expo, Santa, la mia 500, le colline, l’asfalto, le code alla rinfusa, le discoteche, le mani di Lorenzo, le amicizie di una vita, quelle nuove, che valgono una vita.
Ho visto lo spettacolo dell’albero della vita, dall’autostrada, mentre Jovanotti cantava “…che settembre ci porti una strana felicità”, l’ho gridato a squarciagola e sono corsa a casa, consapevole più che mai di quello che avrei lasciato a 2000 km da me, inconsapevole di ciò che mi riserverà il destino, ma curiosa e felice più che mai.
Atterro tra venti minuti, o almeno così dice il mio nemico steward, ho prenotato con papà un ostello (io e gli ostelli, capitolo tutto da scrivere), nessuno mi aspetta all’aeroporto, nessuno mi aspetta a casa, ancora non ce l’ho una casa, la patente marcirà in valigia, l’ultima volta che ho studiato spagnolo è stato in seconda elementare, devo spostare il mio orologio biologico di qualche ora, il tramonto dovrebbe aspettarmi, spero di trovare un appartamento con il bidet e che si sciolga al più presto quel nodo.
Ciak, si gira.
Che lo spettacolo abbia inizio.

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