Nostalgina – Cuaderno de viaje – dia 144

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Nostalgina. E torno indietro, fino al liceo. Mia sorella ha appena compiuto 16 anni e sembra ieri che veniva al mondo. Come sembra ieri il 5 settembre.
Quando ancora andavo all’oratorio il dubbio era sempre lo stesso: lasciare il mare per andare ai vari campi o no? Al mare già mi divertivo come una matta, valeva la pena interrompere un super divertimento per un’incognita? 
Puntualmente partivo e puntualmente, quando era ora di tornare al mare, piangevo come una matta. 
Il dubbio e l’incertezza prima, la certezza di non voler tornare, di voler fermare il tempo, di volermi fermare in quel momento, in quel luogo, con quelle persone, dopo.

Poi sono cresciuta e l’incertezza iniziale ha lasciato il posto all’adrenalina, alla curiosità, alla positività perenne che è diventato un mio marchio di fabbrica.


Ho passato questa sessione esami svegliandomi ogni giorno rimembrando una citazione dell’Angelino, che scrissi a caratteri cubitali sul quaderno di scienze della terra, l’ultimo anno del liceo; a sua volta citava Chiambretti, che citava non so chi, la morale era che “comunque vada, sarà un successo”. 
Perché così è sempre stato, perché ogni momento, bello o brutto che sia, inizia, finisce e lascia qualcosa, un sorriso o una lezione.
Quando ho deciso di catapultarmi in questa vita, ero piena d’adrenalina, ma sopraffatta dall’incertezza, come da bambina. 
Ad ogni fiera in cui lavorai, incontrai ragazze che erano già state in Erasmus, che avevano già vissuto questa vita, e ne parlavano con gli occhi luminosi, sorridenti, gli occhi di chi pranza dalla nonna dopo tanto tempo. Ho visto in quegli occhi il mio destino ed ho preso, sempre più, la consapevolezza che quella sarebbe dovuta essere la mia meta.
Non avevo paura della distanza, non avevo paura delle mancanze, erano sempre stata una costante nella mia vita… Poi sono arrivata.
Mi sto fermando, un attimo, come qualcuno fa l’ultimo giorno dell’anno, a tirare una riga, ma sembra essere una retta infinita. 
Tante volte è capitato di chiedersi “ma se sapessi esattamente quando morirò, cosa farei?”. Logico è pensare “vivrei intensamente ogni attimo, senza sprecare nemmeno un secondo, ogni giorno come fosse l’ultimo”.
Ecco, qui è esattamente così. 
E’ una vita. 
Sai il giorno in cui inizia ed il giorno in cui finisce, solo che hai la certezza dell’aldilà: tornerai da dove sei venuto, ma ci sarà tutta una vita in mezzo.
Forse è per questo che i ragazzi Erasmus hanno gli occhi a lasagna della nonna, che sono pieni d’entusiasmo, che non dicono mai “no”, che si mettono in gioco davvero, che respirano a pieni polmoni e accantonano la tristezza.
Perché finisce. 
Anche se sembra di avere tanto tempo davanti, finisce. E la fine arriva in un batter d’occhio.
Per qualche mio compagno di avventura è già arrivata, per qualcuno sta per arrivare, per qualcun altro è ancora lontana, qualcuno è appena nato.
Noi vecchiotti guardiamo gli appena nati con un sorriso malinconico, come fanno gli adulti con i bambini, perché vorrebbero ricominciare, ma sono soddisfatti degli anni che si portano sulle spalle. I bambini invece ci guardano pieni di voglia di conoscere, fare, imparare, correre, crescere. Esattamente come noi, che volevamo tanto diventare grandi.
Ci accingiamo a vivere questa vita, con una nuova famiglia, lasciando a casa la nostra, che non è più vera di quella che avremo qui, è solo biologica, ma ci mancherà, come non ci è mai mancata in tutta la nostra precedente vita. Lasciamo a casa gli amici, quelli veri e quelli che in realtà non sono forse nemmeno amici, sono persone che abbiamo accanto per casualità, per coincidenza e che per qualche strano motivo, sarà che non avevamo alternative migliori, ci siamo portati appresso per anni. Fino ad ora.
Lasciamo a casa il nostro armadio e la nostra macchina, la casa stessa, le abitudini e le comodità, la banalità e gli affetti. Ci carichiamo di vestiti e prendiamo il volo, sulla nostra cicogna Ryanair.
E’ un mix di fattori a rendere questa vita perfetta.

Tutti partiamo, con un grosso respiro, tanto coraggio ed entusiasmo. E questo è quello che ci troviamo davanti, nelle persone che intrecciano le loro strade con la nostra, lasciando che s’incontrino in un punto preciso: Sevilla, ci troviamo noi stessi. Le nostre stesse paure ed il nostro stesso coraggio.

Abbiamo tutti quell’età perfetta in cui non siamo più bambini, non siamo ancora abbastanza grandi e vorremmo fermarci. Ci siamo resi conto che il tempo invecchia in fretta, dopo i 18, che avevano ragione gli amici di mamma e papà quando ci dicevano che avrebbero voluto essere nei nostri panni. Abbiamo quell’età che chiunque vorrebbe avere per sempre. “Ok capo, mi fermo quì, tu continua a far girare le giostra, io scendo al binario 20.”

Abbiamo tutti l’ignoranza, i pregiudizi, le idee inculcate dai telegiornali, dai genitori, ma anche la forza di lasciarle scivolare, di renderci conto che possiamo camminare con le nostre gambe, calpestare terre che i nostri nonni guardavano solo sull’atlante, quello vecchio, dove c’è ancora la Jugoslavia. 
E così, non per rappresaglia e nemmeno per cattiveria, ci rendiamo conto che i tedeschi non sono poi così nazisti, che i portoghesi non sono poi così avidi, che il cibo messicano non è nemmeno troppo piccante e non facciamo più caso al colore della pelle, all’orientamento sessuale, alle marche dei vestiti, alla nazionalità, alla lingua… ed in un batter d’occhio guardiamo con un sorriso dolce, come si guarda un bambino innocente, quelle persone che eravamo, così inconsapevoli di quello che c’era al di fuori di casa, quelli saccenti, quelli un po’ spocchiosi. 
E siamo nuovi. 
Rinati. 
Non perché ora siamo a conoscenza di tutto, ma perché abbiamo la consapevolezza che ci sia un sacco da imparare.
E allora, piuttosto che sentenziare, abbiamo imparato ad ascoltare. Eravamo qualcuno, qualcuno che siamo ancora, ma di cui abbiamo conservato solo il meglio.
E così siamo arrivati ad avere quella sensibilità, quella di chi si rende conto di quanto è fortunato e non può fare altro che ringraziare. 
Me ne rendo conto ogni volta che qualcuno pubblica una foto scattata da Ponte Sant’Elmo (quello che collega Plaza De Cuba a Puerta Jerez, non importa se non sai come si chiama), ogni volta che vedo un ragazzo fermo su quelle panchine, ogni volta che qualcuno mi dice che vorrebbe vivere a Triana, solo per attraversare quel ponte, ogni sera, come abbiamo la fortuna di fare noi.
E’ strano che ci sia un luogo in cui tanti cuori, inconsapevolmente, si sono trovati. 
La mia casetta, qui, non è un posto solitario, nascosto e solo mio, la mia casetta qui è quel ponte. E non è solo mio! Lo condivido con tutti quelli che inciampano per guardare il Guadalquivir, il ponte di Triana, la Torre dell’Oro, i riflessi delle luci dei ristoranti che si muovono sull’acqua, la Cattedrale che s’intravede oltre i palazzi, Paseo Colon illuminato a giorno, il teatro il lontananza, la Plaza de Toros. Lo condivido con tutti quelli che inspirano questa meraviglia e ripetono tra se e se “sono troppo fortunato”.
Perché non sono più solo io. Perché abbiamo un marchio per la vita, un nodo nell’intestino, che ci terrà legati per sempre.
Passeranno in fretta le ultime settimane di alcuni di noi e ci toccherà salutarli, ci toccherà spezzettare il cuore in tante piccole parti e guardarle prendere il volo.
Saluteremo qualcuno con la consapevolezza di non vederlo mai più, o chissà, ancora una volta. Saluteremo qualcun altro con la certezza di vederlo ancora prima di nostra madre.
Saluteremo tutti con la tristezza di chi sa che in questa vita, questa qui, quel qualcuno ha finito il suo tempo. E allora lo celebriamo, baciamo quell’ultimo granello di sabbia che cade nella parte inferiore della clessidra, torniamo a casa alle 9 di mattina, scavalchiamo i cancelli di Plaza D’Espana, piangiamo davanti ad un tramonto sul Parasol e ridiamo, sorridiamo, per quanto fantastica sia stata e continuerà ad essere, un’amicizia vera, un’amicizia tra Erasmus.
Quante opportunità ci serve, il mondo, su un piatto d’argento.

A tutti quelli che partono, ed a me stessa, auguro di vivere ogni giorno come se fossero a conoscenza della data di scadenza, come un Erasmus. Un Erasmus nel proprio paese, nella propria città, nel proprio stato.
Vi auguro di guardare ogni ponte, ogni alba, ogni tramonto, ogni torre, ogni fiume, ogni chiesa, ogni luce di Natale, ogni spiaggia, ogni amico, ogni mendicante, ogni bambino, ogni amore, ogni università, ogni futuro lavoro, ogni aereo, ogni piatto, ogni libro, ogni appartamento, ogni vita e lo specchio, con gli stessi occhi con cui guarderete le lasagne della nonna o la pizza, appena tornati a casa.
Con gli stessi occhi con cui avete sempre guardato la vita Erasmus. Quegli occhi che mi porterò nel cuore per sempre.

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