Viñales – diario di bordo 3

Da Varadero, dopo aver baciato ed abbracciato Yami e la sua famiglia, abbiamo preso la cara vecchia camioneta e tra un posto di blocco e l’altro abbiamo preso il bus per Viñales.
Ci siamo fissate con una serie. Forse non è positivo in viaggio, magari bisognerebbe guardare fuori dal finestrino, approfittarne per dormire, conoscere il vicino dell’autobus, ma la strada è lunga e anche il vicino dorme, russa, ci dà le chiappe, quindi ben venga Reddington e sua figlia (è sua figlia vero? No spoiler).

Arrivate nel paesino ad attenderci nella pizza principale ci sono decine di persone con cartelli in mano, sono foto delle loro case, nomi di persone, qualcuno ha anche i nostri, o pensa di averli “Lisi e Doralisi de Italia”. Scese dell’autobus veniamo totalmente investite da questa folla e mi metto finalmente nei panni delle rock star assalite dai fan. Vorrei poter dormire in ognuna di queste case per non deludere nessuno, per dargli qualcosa, per non vedere quella faccia triste di chi ti dice “si sì dicono tutti così e poi non vengono”. Il viaggio era stato lungo, avevo solo voglia di pranzare e prendere online la casa.
Il miglior arroz con frijoles della storia mi diede il giusto impulso. Via!
Dopo una settimana a Cuba ormai non ci frega più nessuno, sappiamo i trucchi del mestiere, non prenotiamo nessun tour e aspettiamo che la nostra proprietaria di casa faccia i magheggi. Coltivazioni di tabacco, sigari, cavalcate, un giretto tra curvas e Belvedere, nel totale relax. Del resto Viñales sono due vie circondate dalla natura, non c’è molto di cui preoccuparsi.
Ci siamo affezionate ad un ristorante con menù completo a 2CUC, si chiama Los Angeles e ci vedrà li per colazione, pranzo e cena fino ad intristirai alla notizia della nostra partenza.
Purtroppo l’ultimo giorno è arrivata l’annunciata corrente d’aria fredda dal nord e piove a dirotto, niente cayo Judios per questa volta. Essendo sabato ci regalano però una super serata di paese con salsa e paesani che non ha nulla da invidiare a qualsiasi sagra del Monferrato. Frank m’insegna qualche passo, l’importante è lasciarsi andare, ascoltare la musica e godersela. Probabilmente sono orribile da vedere, ma che problema c’è? Siamo a Cuba, bisogna bere piña colada, fumare sigari e ballare salsa. Di cosa ci possiamo lamentare?
Prometto che alla fine di questo viaggio anche Ale inizierà a ballare, è una missione personale.
Buonanotte Cuba.

 

 

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Varadero – diario di bordo 2

Una volta arrivate a Varadero abbiamo accompagnato le ragazze nel loro hotel a 5 stelle per poi farci lasciare in centro, da lì il panico. Attacchiamo i telefoni al computer, per poi accedere al Wi-Fi, accampate di fronte ad un hotel. La nostra casetta che ci siamo fatte prenotare da Andrea non è proprio a Varadero, non è in nessuno di questi 20km di spiagge, bensì dall’altra parte del ponte, oltre il confine. Sul momento ci siamo scoraggiate ulteriormente, abbiamo preso un taxi ed è partita la ricerca della casa, che ovviamente non era dove indicava Google maps. Panico. Ci avranno fottute. Non esisterà questa cazzo di casa. Respira.
E da questo sconforto è uscito tutto il buono, il bello e l’inaspettato che quest’isola ci avrebbe regalato.
Il paese oltre il ponte si chiama Santa Marta ed è diventato il nostro posto preferito di tutta Cuba. Gli abitanti di Santa Marta si sono subito accorti (forse per i nostri zaini e le facce sconsolate) che stavamo cercando una casa e sono venuti in nostro aiuto. Correvano, chiamavano, finché non hanno trovato la nostra casetta. A La Habana non ci avevano prestato il telefono per fare una chiamata nemmeno in cambio di soldi, a Santa Marta non abbiamo nemmeno dovuto chiedere.
La nostra casetta è bellissima, su due livelli, sotto vive la signora Elena con suo marito e sopra sua figlia Yamila, suo marito e noi, in una stanzetta arancione con bagno annesso. Pulita, nuova, con ventilatore, aria condizionata, frigo, saponette. In Europa ho visto Airbnb che non valevano nemmeno la metà di questa stanzetta. Yami ci dirà poi che tutte le case per essere abilitate dallo stato ad essere affittate devono rispettare determinati standard. Si preoccupa fin da subito di farci firmare il registro, controlla i nostri passaporti e torniamo a Varadero.
Come? Lo chiediamo a Amel, il papà della casa all’angolo che ha fatto le chiamate per trovare la nostra casa.
Per tornare indietro ci sono vari modi: 5 cuc per le motorette a forma di cocco, 1 cuc a testa per i carretti attaccati alle bici, ma solo fino al ponte, 0.50 cuc per il carro collettivo, anche questo solo fino al ponte, oppure 0.25 cuc a persona per le camionetas che ti portano fino alla 54. Ovviamente le camionetas sono diventate il nostro mezzo di trasporto di fiducia per l’intera permanenza. Tutti cubani e noi turiste. Tutti che andavano a lavorare e noi in spiaggia. Dopo 3 giorni salutavamo anche l’autista.
Purtroppo abbiamo preso dei giorni di mare mosso, ma poco male, l’acqua era trasparente, la sabbia fine, la temperatura perfetta e hotel hotel hotel.
Varadero è un piccolo paradiso fittizio, che non ha nulla a che vedere con Cuba, dove i turisti si rinchiudono negli hotel ed escono solo per prendere il sole, fare serata e qualche escursione. Come socializzare?
Importunando chi non aveva il magico braccialetto colorato.
“Ciao, voi che fate?” Entro a gamba tesa. “Stiamo comprando un regalo per un amico” “no, ma indendevo che fate qui, a Varadero, dove non c’è nulla da fare?” “Ahhh” il regalo faceva cagare, quindi meglio così, andiamo a pranzo con Claudio e Andrea, due cugini di due paesino vicino a Roma di cui non ricordo francamente il nome.
Era la loro seconda volta a Cuba, la prima volta ne sono rimasti affascinati e hanno deciso di tornare, sono partiti da Santiago e sono risaliti. Staremo con loro due giorni, a scottarci, giocare a carte, catamarano, salsa, pollo, riso, praticamente tutto quello offriva Varadero.

Andrea non vuole figli. È uscito questo discorso, tra i tanti, che mi ha lasciata attonita. È felice, nella sua casa, con la sua famiglia allargata ed un sacco di gente che gironzola li ogni giorno. Parenti, amici, fidanzati delle sorelle, un albergo. Dice che da lì non se ne vuole andare, che gli piace la sua routine, i suoi amici di sempre, non sente un senso di paternità e nemmeno è nei suoi piani sentirlo in futuro. Penso che sia estremamente onesto e coraggioso, ma è fuori dalla mia portata comprenderlo. Non importa, meglio che non li abbia i figli qualcuno che non li vuole, ma come si fa a non volerlo? Poi, magari un giorno? Come fa un ragazzo che sta viaggiando alla scoperta di Cuba da un mese, per la seconda volta, che ha viaggiato negli emirati, che ama l’Asia, a non desiderare qualcosa oltre la sua routine? Affascinante e lontano dalla mia comprensione. Che mistero l’umanità.

L’ultima sera abbiamo cenato con Yami e tutta la famiglia, ci hanno fatto la pasta al sugo, ci hanno comprato un pensierino per ciascuna che ingombrerà molto durante il viaggio, ma è stato un gesto troppo nobile e generoso. Nella loro casetta, su quel tavolo da 6, ridiamo e ci togliamo tante curiosità, li inondiamo di domande. Lei di cuc ne guadagnava circa 40 al mese, lavorando in hotel, a cui si aggiungevano le mance, una volta molto più assidue di oggi, ma non ne poteva più e dopo 16 anni ha smesso ed ora si occupa solo di affittare la nostra stanza. Nella cura del dettaglio si poteva notare l’esperienza con le camere.
Gli abitanti di Santa Marta lavorano praticamente tutti negli hotel o nei ristoranti di Varadero, che sono di proprietà dello stato e solo una percentuale va alla catena. Infatti tutti i camerieri, gli inservienti, i cuochi, sono pagati direttamente dal governo e non dalla compagnia, che paga invece solo l’alta dirigenza, spesso stranieri che vivono direttamente nell’hotel e non sostengono alcuna spesa.
Yami veniva pagata per le giornate lavorate, non ad ore e senza ferie. A Natale non lavori? Non ti pagano. Lavori 1 ora in più? Non importa, sei pagato a giornata quindi gli straordinari sono volontari.
Le chiedo cosa ne pensa del Che, di Fidel Castro e, dopo essersi autoproclamata ignorante in materia politica ed economica, ci dice che hanno fatto tanto per Cuba, che con Fidel il paese stava rinascendo, che finché c’era lui le cose continuavano a migliorare, a crescere, mentre da quando è arrivato il fratello si è bloccato tutto, ora con Trump tutti i passi avanti che avevano fatto sono diventati passi indietro. Ne parla con lo stesso tono con cui senti dire a qualcuno “eh però Mussolini ha fatto un sacco di cose positive”, ma è molto più credibile di noi. Li ammirano. Sono veramente grati del loro lavoro.

 

Qui prossimamente potrete trovare un po’ di foto della city e qui un po’ di tips per organizzare il vostro viaggio!

 

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La Habana – diario di bordo 1

Ok, abbiamo sbagliato tutto.
Sai quando pensi “oh chi ben comincia…” Ecco qui non è andata proprio così.
Dopo la nostra fortunatissima permanenza a Miami, con circa 10 ore dormite in 3 giorni, siamo arrivate al Miami airport e da lì suppongo che la fortuna si sia impigliata in qualche controllo.
“Per Cuba non serve il visto, lo fate in volo, una decina di euro” ci avevano detto… E invece il visto costa, eccome se costa, in base alla compagnia che te lo fa. La Delta lo vende a 16€, mentre la nostra a 100€. Chiaro, semplice e lineare. Dopo una lunga trattativa riusciamo a convincere l’hostess che l’avremmo comprato a Newport, certe che li costasse ben 25€ in meno. E così fu. Hasta l’ultimo centesimo.
In 8 ore siamo a La Habana, andare direttamente da Miami sarebbe stato troppo comodo per noi volpi.
La Habana t’investe. Più o meno come l’aria calda quando apri il finestrino, d’estate, piacevole finché ti riscalda, torrida ed insopportabile se non lo chiudi velocemente.
È un tripudio di rumori, colori, musica, persone. Le persone sono sempre per strada, le case sono così basse che sono sulla strada, adibite a negozi, a parcheggi, con 4 o più usi l’una. Dove dormi, puoi anche mangiare, ma ti programmano anche il viaggio del giorno dopo e ti vendono pure i souvenir. La Habana vieja è praticamente uguale al centro de La Habana, cambia solo la pavimentazione, la larghezza delle strade e la molestia della gente. Si, la molestia, perché chi si sente molestato da sguardi indiscreti a La Habana si sentirebbe violato nell’anima.
Non ho mai sentito paura o timore, quanto piuttosto fastidio è quella insopportabile sensazione con cui un economista non può convivere: la sensazione che ti stiano fregando ad ogni angolo.
Io amo il modo di fare del latino, salutare sempre, anche gli sconosciuti, rispondere ai sorrisi, guardare negli occhi. Gli Habanensi però hanno leggermente portato all’estremo questa pratica.

Camillo è il nostro super taxista, se taxi si può definire una macchina che parte a spinta e si apre a sgambetti. Dopo aver percorso tutto il cento de la Habana a piedi, 16km buoni dice il contapassi, si ferma al grido di “taxiiii” con la sua piccola scatoletta, ci riporta a casa e ci viene a riprendere per andare a vedere il cañonaso, un rituale ad hoc per fottere i turisti, ma era da vedere. Suo cugino, portato appositamente dietro perché offrissimo la cena anche a lui, ci racconta che il salario medio di un cubano sono 10 cuc mensili. 10€. Che la macchina scatoletta ne costa 19’000 e per questo tutti bramano il denaro, cercano di venderti anche l’aria, insistono, senza timore, non hanno molto da perdere, uniscono l’utile al dilettevole e ti vendono anche l’aria. Ci raccontano che negli ultimi anni la merce importata, soprattutto i vestiti, vengono confiscati, non possono essere venduti se non sono prodotti a Cuba. Classificano la loro polizia come la più corrotta del mondo, la si può pagare per evitare una multa, per farla tacere, la temono perché li priverà di soldi, non tanto per la pena. La prostituzione non viene fermata, nemmeno se ci sono delle ragazzine in strada. Mentre ci parlano stiamo dividendo un piatto per 2 in 4, un misto terra e mare con praticamente un pollo ed un pesce, riso a volontà e fagioli. Non riesco a togliermi dalla testa che se ci fossimo limitate a pagargli il passaggio non staremmo spendendo tutto il budget della giornata per regalargli una cena. All’epoca non sapevamo che quei 40€ avrebbero inciso per un buon 50% sul budget pasti di tutta la permanenza a Cuba.
E non sono nemmeno sicura che sia possibile che sia quello lo stipendio medio, visto che Charlie, il pargheggiatore/omino che vende le schede per il Wi-Fi, li guadagna praticamente all’ora.
Il Wi-Fi. Internet a Cuba è arrivato da poco, o meglio, i cubani possono accedervi da 1 annetto e mezzo. Possono avere un router molto costoso, oppure comprare delle schede ad 1 CUC all’ora ed utilizzare le postazioni Wi-Fi in giro per la città o appunto con i router dei pochi che li hanno. Capire dove comprare questa scheda è stata un’avventura.
Abbiamo prima speso 3 CUP in hotel per trovare un autobus per la tappa successiva: impossibile, avremmo dovuto prenotarlo almeno una settimana prima.
Poi 2 CUP da Charlie per prenotare l’airbnb per la seconda notte e Varadero. Peccato che Airbnb non funzioni internamente da Cuba.
Poi 1 CUP alle poste, dopo 1 ora e mezza di coda. A quel punto scorpacciata: 6 schede e crepi l’avarizia.
Scrivo da un taxi, una vecchia Ford con le molle nei sedili, mentre il mio zaino è attaccato con una corda al portapacchi e temo per l’incolumità del Mac, alla nostra sinistra l’oceano, a destra la natura, davanti a me 3 ragazze di Santiago del Chile non troppo interessate a socializzare. I finestrini abbassati lasciano entrare un’arietta fin troppo fresca, mentre il sole picchia. È uno dei 330 giorni all’anno di sole, una bella media per abbronzarsi il giusto.
Ah giusto, il taxi… Beh gli autobus non c’erano e la missione “troviamo altri 2 che vadano a Varadero” era miseramente fallita, quando Charlie, il tuttofare, ci ha indicato un’agenzia che avrebbe svolto la missione al posto nostro.
L’insegna di Varadero è la cosa più moderna che abbia visto fino ad ora. Siamo quasi arrivate, non sappiamo minimamente dove sia l’Airbnb che abbiamo fatto prenotare ad Andrea, ma siamo arrivate e ci meritiamo un po’ di spiaggia. Caraibi e silenzio.

 

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22, disordinatissimi, anni – Buenos aires pt.4

*Allarme spoiler*
Avevo un’idea per questo compleanno, avrei voluto scrivere su un altro blog, uno nuovo, mio, più degno di tale nome, ma il destino ed il mio supporto oltreoceano hanno deciso che non era il momento.
Ed effettivamente avevano ragione loro, perché non ti avevo salutato come meriti.
Pensavo di pubblicare tutte le carinerie che ho ricevuto in questi mesi, da quando sono qui, da parte di tutti i miei Amici. Nulla a che vedere con i messaggi comandati da una notifica Facebook, ai quali mi è quasi pesato dover rispondere per educazione.
Avrei voluto ringraziare i miei amici, quelli veri, per avermi dimostrato tutto il loro affetto in questi mesi, da quando sono ripartita.
Con una foto, con un video, con un messaggio, con una lettera, cogliendo l’occasione del mio compleanno, pensandomi in una giornata di sole, al mare, sotto la pioggia, davanti ad un tramonto.
L’ho pensato, spero vi basti, perché il nuovo blog non è ancora pronto quindi non posso portare avanti quell’idea.
Quindi, ricominciamo.

Mezzanotte e qualche minuto. Non è più il mio compleanno, in Italia era già finito da qualche ora.
Mi fermo e penso a quei due numeri, 22, ventidue.
Non li ho sentiti pronunciare molte volte oggi, la candelina era una sola ed il mio unico regalo di compleanno sono un paio di roller, che mia madre ricorda di avermi regalato anche verso gli 8 anni.
E’ finita la giornata e mi prendo qualche minuto per ascoltare e leggere quelle note vocali più lunghe, quei messaggi più profondi.
Sono nel mio salotto di Buenos Aires, su un divano da esterni, pieno di cuscini, di legno, ma duro come la pietra. Horacio ha deciso di offrirci questo e poco più.
Sul pollice della mano destra ho una puntura di zanzara, la bastarda sta ronzando proprio qui, ma non ho intenzione di farle del male.
Mi metto le cuffie per non sentirla.
E’ il 31 di ottobre, ci sono stati 26° per tutto il giorno, Alessia mi ha regalato una colazione al parco, sotto il sole e non posso che essere felice anche delle zanzare.
E’ il 31 ottobre e per la prima volta in 22 anni festeggio il mio compleanno durante la stagione più bella del mondo: la primavera.

Nelle orecchie ho la stessa playlist “Random soft” creata apposta per quando voglio piangere o scrivere, nonostante abbia compiuto 22 anni, ci sono abitudini che non voglio perdere.
Fossi la Ferragni farei un lungo elenco numerato di obiettivi per il prossimo anno, ma la ammiro e basta.

22 anni.
Sono tanti?
Sono pochi?
Sono ancora giovane?
Inizio ad invecchiare?
Non c’è mai stato un momento nella vita in cui abbia pensato “come ti vedi a 22 anni Dolly?”, sembrano una via di mezzo, un limbo tra i 20 ed i 25, eppure a quanto pare questo sarà il mio anno.
Non voglio pensare a quando tornerò a casa, ma so che ad attendermi ci saranno tante responsabilità, oltre a tutte le persone che più amo.
Sì, perché se c’è una consapevolezza che mi hanno dato questi 3 mesi a Buenos Aires è proprio questa: quanto amo determinate persone.
Se a Siviglia quasi mi sono dimenticata di chi fossi e da dove venissi, qui non è successo, non ho lasciato indietro proprio niente, mi sono portata via tutto e lo custodisco con gelosia.
In questi 3 mesi mi sono sentita orgogliosa delle mie origini, di essere Europea e prima ancora Italiana.
E’ curioso, quando sei lontana da casa, riflettere molto su dove sia “casa”.
A Siviglia era stato estremamente complicato rispondere alla domanda “di dove sei?”, ero un po’ persa, “un po’ di Casale, un po’ di Santa, però sto vivendo ad Alessandria e l’anno prossimo? Ancora non lo so”.
Qui invece Milano prende il sopravvento, al punto che Andrea deve correggermi ricordandomi che in realtà sono piemontese e che questo fatto che mamma si sia trasferita a Genova risalta un po’ la mia genovesità (in realtà sono solo meticolosa nella gestione dei soldi, spendaccione). Beh fatto sta che, senza indugi, rispondo “Sono Italiana, di Milano”.
Ed è proprio “Milano” il nome che darei a questo mio 21esimo anno di vita che si conclude.
Proprio come ho fatto con lei, ho fatto con me. Con i miei tempi e tanta tenacia, mi sono guardata dentro, nei cortili più nascosti, quelli bui e quelli che racchiudevano giardini e chiostri luminosi. Quest’anno ho tirato le somme, ho pensato, ho respirato, ho pianto, sono stata male, il mio corpo è stato male insieme alla mia testa, ho dormito a volte male, ho sentito la malinconia, la paura, l’emozione, la delusione, la tristezza, la gioia, l’affetto, l’amore.
Da questa prospettiva è tutto più chiaro e finalmente 22 non sembra il numero di un punto d’arrivo, ma un nuovo grande punto di partenza.

Tra 28 giorni parto, mamma non me ne volere. Io e Ale abbiamo perso un biglietto di sola andata e programmato un grande e lungo itinerario che ci porterà a camminare, correre, sudare, odiarci, probabilmente farci rapinare, rapire e trucidare.
Se così non fosse, sarò qui per raccontarvelo ed è questo che vorrei regalarmi e regalarvi per i miei 22 anni, un po’ di ordine nel disordine.
E’ questo che ho imparato a trovare dentro di me e nelle città che mi ospitano, nei cortili di Milano, nei parchi di Buenos Aires, sul Puente de San Telmo a Siviglia, dalla Fundacion Amalio, nel parcheggio di Alessandria, nella mia prima casetta a Casale.
Ho sempre cercato dei rifugi fisici per respirare, per prendere aria, quando il realtà era dentro di me che avevo bisogno di fare ordine.
Eccoci.
22 anni ed un ordine che spero non sia solo apparente e si riesca ad adattare a tutti i nuovi disordini di cui mi farò carico.

Ho troppi pensieri questa sera e non riesco ad essere ordinata.
Penso a Bea che domani raggiungerà Marta a Varsavia, penso a Fil sul tetto della sua residenza ad Hong Kong, ad Ele mentre guarda il tramonto a Moncestino e mi riempio di gioia, pensando alla loro felicità, a tutti i compleanni condivisi, vicini e lontani, a quanti ancora ne condivideremo, a quelli dei nostri figli. Penso a quanto siamo cresciuti, a dove siamo arrivati e a dove ancora dobbiamo arrivare. Ripenso al punto di partenza e no posso che sorridere.
Penso a mamma, a casa da sola con Tiffany, perché siamo cresciute ed è veramente inaccettabile.
Penso a papà, con il suo piccolo dispiacere composto post partita, mentre esce dallo stadio senza di me al suo fianco, proprio il giorno del mio compleanno.
Penso alla nonna, mentre si mette gli occhiali e cerca di vedere su quel piccolo schermo del telefono della badante le foto ed i video che le mando da qui. Quanto vorrei abbracciarla.
Penso alla piccola Arabella, mentre si lascia rigare il viso da qualche lacrima, scrivendomi i suoi dolcissimi auguri, per poi correre da Lalla e vivere la sua adolescenza sbagliando, come merita di poter fare.
Penso a Fiore, a Padova, mentre ride come una matta della stupidità di certi elementi dell’umanità, lei che ha sempre visto più in là, dentro.
Diamine.
Non posso scrivere tutto quello che penso, ho così tante cose per cui ringraziare…
Orrendo.
Questo post.
Resterà privato.
Troppi spoiler.
Troppo disordine.

Non ero convinta di questa città, non ero convinta di me qui dentro, volevo che il mondo avesse la forma che aveva a Siviglia, ma senza uscire solo con internazionali e vivendo con Italiani questa volta. Volevo essere quella che ero a Siviglia, spensierata e felice all’impazzata.
Ho iniziato a non digerire nemmeno l’acqua ed a svegliarmi di notte.
Mettevo una mano sulla pancia e sentivo pulsare, sentivo una stretta, tra lo stomaco e la gola, quella di cui parlava il Liga riferendosi all’amore, alle farfalle nello stomaco, io la sentivo ingerendo qualsiasi alimento.
Pensavo di avere qualche problema, ho preso delle pastiglie per un mesetto, sono migliorata.
Non pensavo ad altro.
Mi sentivo in colpa perché avevo fame, mi sentivo in colpa perché mangiavo qualcosa che non fosse verdura, pur sapendo che mi sarebbe rimasto sullo stomaco.
Magari sono celiaca, magari non sapevo di essere incinta, magari sono allergica all’aria.
Ho fatto gli esami del sangue. Bea mi ha insultata perché ancora non avevo fatto degli esami del sangue in vita mia. Ho fatto la pipì nel vasetto e mi sono fatta riempire la pancia di unguento gelido per guardare dentro.
Insomma, dei banalissimi esami di routine per vedere se tutto fosse a posto.
E tutto era a posto.
Dannatamente a posto.
Incredibilmente a posto.
Gli OGM non avevano colpe, il glutine nemmeno, era tutto nella mia testa.
Questo avrebbe dovuto calmarmi o spaventarmi?
I problemi fisici si risolvono con le medicine, con le operazioni, ma cos’ha la mia testa che non va?

E invece è bastato respirare, sapere di stare bene, lasciar scivolare l’ansia, prendere un traghetto e guardare il mare, aprire un po’ di più il cuore, accettare.
Il mio ultimo anno è stato un’accettazione, una presa di coscienza dopo l’altra.
Ho accettato che l’Erasmus finisse, ma non le amicizie che mi aveva regalato, così sono andata a festeggiare i 21 ad Amsterdam con Monse. Ho accettato Milano, come nuova casa, dopo settimane di terribile indecisione. Ho accettato la magistrale teorica, invece di un bel master, pur di poter ripartire. Ho accettato la nebbia, dopo un anno intero di sole. Ho accettato di dividere il mio monolocale perché cucinare solo per me era troppo triste. Ho accettato di lavorare all’immacolata, nelle vacanze di Natale, per fare cassa. Ho accettato che mi avessero rubato la macchina. Ho accettato di comprare la mia prima casa, in cui probabilmente no vivrò mai, per dare un nuovo inizio a mamma e Ara.
Ho accettato tante cose, alcune facilmente, altre con grandi sforzi, ma sono stati tutti ripagati.
La nebbia si è diradata, è arrivata la primavera ed è valso la pena ogni singolo passo, ogni scatto, ogni sollevamento.
La Bicocca mi ha regalato dei compagni che non pensavo di poter ritrovare, mi ha servito ESN su un piatto d’argento. Milano mi ha dato la possibilità di godere di Santa anche durante l’anno, ci ha riuniti finalmente quasi tutti. Mi ha fatta trovare con Je e Ale, ci ha resi famiglia. Con la macchina probabilmente non avrei mai studiato così a fondo la lilla, no avrei vissuto Milano in scooter, non sarei caduta, non mi sarei distrutta una caviglia, non mi sarei rialzata. La nuova casa di Genova sembra veramente accogliente, il posto giusto per andare a respirare un po’ di serenità.
Buenos Aires mi sta regalando, finalmente, i tramonti giusti. Quel contatto, oltre all’inquinamento acustico, con me stessa. Quello che cercavo.

Dove mi porteranno questi 22?
Di preciso non lo so, non ancora, so che mi aspetta il mio personale cammino di Santiago e poi ancora 5 mesi di buone arie, so che mi aspetta un’altra laurea al mio ritorno, forse anche una tesi in mezzo (se mi decido a contattare la prof) e poi… Se Fili mi ci fa pensare ancora una volta lo blocco su tutti i social come una ex impazzita.
Dopo raccoglieremo ciò che è stato seminato, in giro per il mondo e dentro me.
Ovunque mi portino, so chi ci sarà sempre al mio fianco.
Ovunque mi portino, so cos’avrò sempre dentro: un grandissimo, cazzutissimo, arruffato, sorriso a denti stretti, a volte a bocca aperta, ad occhi chiusi, con il naso all’insù.
Ovunque mi portino, so che non perderò mai la voglia, incessante, di toccare, assaporare, guardare negli occhi, osservare furtiva, annusare, provare, tuffarmi, abbracciare, ringraziare, stupirmi.

Fanculo all’età, la paura non vincerà, non oggi.

Tanti auguri DCB.

Cucina Paradiso

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2 años después… Erasmus 2.0 – Buenos Aires pt.2

Sono
Passati
D U E 
Anni

Sono passati 2 anni. Davvero? 365×2? Avevo 19 anni quando sono partita? La stessa età dei ragazzi che qui a Buenos Aires mi fanno sentire fuori target?
Ad un certo punto della vita si dovrebbe avere il diritto di traslare il giorno del proprio compleanno o quanto meno i festeggiamenti. Beh, se si potesse, io lo sposterei al 6 settembre: la rinascita. Nasciamo, respiriamo, mangiamo, cresciamo, caghiamo, salutiamo mamma e papà e rinasciamo.
Io sono rinata ad Alessandria, quando ho montato il mio primo divano letto Ikea, di nuovo l’anno dopo, quando ho firmato il mio primo contratto per l’appartamento in via Milano, per poi dover rimettere in gioco tutto, in terra andalusa.
No signori, dopo 1 mese e mezzo nel paese di Maradona, dell’asado e delle empanadas, ve lo posso dire: nulla è come il primo Erasmus.
Non sputo nel piatto in cui sto mangiando, lunge da me un simile affronto a questa città che ha tantissimo da regalarmi, soprattutto ora che si avvicina la primavera, ma è tutto diverso.
Ormai due anni fa sono partita con la valigia vuota, il cuore spalancato, tuffandomi di testa. A Siviglia ho trovato me stessa, amicizie sconfinate, il paradiso in terra, ho capito che direzione prendere e quando sono tornata mi sono anche resa conto di chi ci sarebbe stato al mio fianco. Tornare però non è stato facile. Staccarsi da quella città era un po’ come staccare la pelle dopo una scottatura: non viene mai via tutta e lascia il segno. E tutti ti avvisano: “metti la crema”, “è l’esperienza più bella della vita”, ma tu ti convinci, è solo la prima di tante, è il trampolino di lancio, però te la godi. La assapori, la bevi, la assaggi, fino all’ultimo respiro, all’ultimo goccio, all’ultimo chilo.
Tornare è una doccia fredda.
Le lacrime che versai l’ultimo mese non le ho versate in tutta una vita.
Ed è per questo che ripartire sarà sempre diverso, non per forza più brutto, meno entusiasmante, ma diverso.
Dopo la reticenza iniziale ho lasciato entrare Milano, come si dovrebbe fare con Ascanio, fin sotto la pelle, fino a sentirne la mancanza adesso che non sono lì con lei. Ora che l’estate sta finendo, la sessione di settembre iniziando e tutti tornate alle vostre case da fuori sede, proprio adesso, sono in grado di sentire la mancanza anche dei gas di scarico di viale Zara alle 8 del mattino.
Beh stavo dicendo che, a differenza della prima volta che si fa l’amore, l’Eramsus è davvero buona la prima, perché ti sbatte in faccia così tanti aspetti di te stesso, del mondo, delle persone che ti amano, in ogni fase del percorso, che alla fine tutto è diverso.
Sono partita per Buenos Aires consapevole di quello che stavo lasciando a casa. A Siviglia non lo ero. 
Pensavo che il mondo si sarebbe fermato, che nulla sarebbe cambiato e mi sbagliavo.
Sono qui e non sono lì, ma lì, per quanto m’illuda che il mondo vada più piano, mia sorella inizierà il liceo fra una settimana, qualcuno risponderà alla call da RL, Fiorelisa diventerà maggiorenne, la SWEP sarà a Milano, mia mamma inaugurerà la casa a Genova, Je e Ale si trasferiranno, Bea amerà sempre di più Carpi, Elena è già tornata, Marta partirà, Filippo è già ripartito, Betta anche, la Fanga continuerà a spaccarsi a Bergamo, Lollo delizierà solo Franci con le sue cenette vegetariane, papà ha già prenotato tutte le partite di Champions, la nonna si avvicinerà ai 90… E io non ci sarò.
Non importa quanto possano evolversi le tecnologie, quanti pixel abbia la tua fotocamera interna, quanti punti neri ti riesca a distinguere con un selfie, se non ci sei non ci sei. E io non ci sono, di nuovo.
Quando pensate che partire sia da egoisti, non credete che non ci sia un risvolto della medaglia. Un costo-opportunità. C’è sempre ed è caro, spero non carissimo.
Così cerco di essere più presente possibile, questa volta, di far preoccupare le persone, ma non troppo, per ora. M’impegno.

Abbiamo mandato l’application per un’associazione che raccoglie viveri da imprese, supermercati e privati, una di quelle cose assolutamente illegali in Italia che invece risolverebbero molti problemi di fame nel mondo. Venerdì andiamo a conoscere i ragazzi ed a farci conoscere, lunedì iniziamo. Quando ho detto ad Ale “se va bene la entrevista lunedì iniziamo” si è messa a ridere, come se effettivamente ci potessero snobbare anche le ONG.
Mi sono anche candidata per aiutare nella costruzione di una casa a novembre, se Ale non viene le tiro un mattone.
Ho pagato il mensile di yoga, andrò tutti i lunedì, per iniziare bene la settimana e perché mi piace molto la sede del lunedì, la via si chiama Ciudad de la paz e già questo dovrebbe bastare a farvi capire il livello di serenità che m’infonde tutto l’insieme.
Stasera, comodamente dal divano – si, anche qui sono arrivati questi mezzi altamente tecnologici – ho pagato anche il box, 3 mesi, 2 volte a settimana, fino a dicembre escluso. Sono tornata al box settimana scorsa, dopo 2 anni di stop è ancora mi chiedo se il fatto che l’addio me mi faccia così male sia dovuto alle mestruazioni o all’allenamento di venerdì scorso.
Ho anche provveduto ad un piano d’attacco per lo studio, dando inizio al famigerato tour itinerante delle biblioteche che ho deciso di riproporre a me stessa (ed al pubblico di Instagram) dopo l’enorme successo che ha riscosso (ai miei occhi) a Milano. Forse ne uscirò viva.

Sono andata al parco, il 31 agosto, dopo l’ultimo post, a stilare proprio questa lista di propositi, di obiettivi, di mete da raggiungere. Per me stessa, per gli altri, per investire il mio tempo, riassumendo l’elenco era questo:
1. Studio
2. Lezioni
3. Yoga
4. Crossfit
5. Fondazione
6. Blog
7. Exploring 

A colpo d’occhio sembrava un programma troppo ambizioso, a giochi fatti mi sono resa conto che 24 ore sono davvero tante.

Non sarà Siviglia, non ho più 19 anni, magari scelgo di mangiare sano, andare a dormire presto ed investo il mio tempo in maniera diversa, ma pensò che faccia tutto parte del pacchetto. Ogni esperienza è fatta a modo suo. Ogni luogo, ogni persona, noi, siamo pongo.
L’importante?
Andare a dormire con il sorriso, presto o tardi che sia.
Ma soprattutto, che manchino ancora undici mesi e che basti un giorno per ribaltare completamente tutto.

P.s. Il punto 6. sarà oggetto di nuove discussioni, stay tuned.
P.p.s. Qui trovate il post di esattamente 2 anni fa: http://doralicebosio.com/2015/09/cuaderno-de-viaje-dia-1/

Buona giornata Erasmussini.

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Qual buon vento – Buenos Aires pt.1

Ho appena finito di vedere un film bellissimo, si chiama “The Intern”, “Lo stagista inaspettato” in italiano. 
Vado a dormire con il buon umore, domani è l’ultimo giorno di agosto e ho grandi progetti. 

Voglio che questa esperienza sia diversa, arricchirla e arricchirmi, quindi farò un elenco di propositi mensili, degli obiettivi, dei goal. Siamo ancora giovani, possiamo reinventarci, scoprire, curiosare, provare.
Io inizio da qui. 

Sono andata a lezione di yoga lunedì e hai presente come le fanno vedere nei film? Luci calde, musica da yoga, incenso, a metà tra il sacro ed il profano? Beh è proprio così, è un culto, è un rito, è come una preghiera, però non è sufficiente avere le mani giunte. Per pregare in yoghese devi metterci tutto te stesso, abbandonarti completamente, lasciare veramente fuori dalla porta tutte le preoccupazioni, cercare dentro di te le soluzioni più semplici, prendere contatto con il tuo corpo e con te stesso. 
E poi la meditazione. 
Hai presente quando dicono che solo una persona veramente devota è in grado di galleggiare nell’aria e alzarsi e svolazzare a gambe incrociate? Beh a questo livello non sono arrivata, però la meditazione è stato qualcosa di veramente extra corporeo, un’illuminazione. Il mio corpo era lì, sdraiato in maniera disordinata su quel tappetino, il cuscino sotto al ginocchio, una copertina in pile bianca, una mascherina con i pallini sugli occhi, ma io ero da un’altra parte. Il mio corpo era leggero, morbido, fluido e mi lasciavo trasportare dalla melodia, disarmata. Come quando da bambini ci cantavano la ninna nanna o ci raccontavano una storia, ecco, quello era il livello. E credimi, per raggiungere quella sala di yoga c’è un cavalcavia degno delle peggiori zone di Caracas (poi te lo dirò se fanno veramente così paura i bar di Caracas), nonostante sia abbastanza centrale, le luci calde delle vie di Buenos Aires non sono così rassicuranti. Anzi. Sono il set perfetto di un film horror. Soprattutto perché è facilissimo passare dalle vie delle strade principali, illuminate a giorno, al buio caldo e soffuso.
Beh, dopo quel cavalcavia, più in basso dell’altezza della strada, c’è il numero 40, una porticina e una ragazza gracile con lo smalto nero che, aprendo la porta, la prima volta che ti vede, ti bacia. Si, ok, qui lo fanno tutti, ma lei ci ha messo più amore.
Ecco, insomma, proprio lì dentro, in un posto forse tetro, mi sono sentita al sicuro e disarmata come nella culla della principessa dove io e le mie sorelle siamo cresciute a suon di Fra Martino e racconti di mamma e papà. 

Non sono ancora convinta, probabilmente farò Crossfit due volte a settimana e yoga una sola, come se fosse un premio, un regalo a me stessa. Questo lo pianificherò domani, prima che arrivi settembre.

Tornando al film, basta che tu legga la trama per capire perché mi sia piaciuto. Una cucciola randagia intraprendente, di cuore, indaffarata, nevrotica, amorevole, che impara a fidarsi davvero, sotto l’ala dell’esperienza, della vecchiaia, della calma, ha trovato il suo yoga in De Niro. E cosa non meno importante ha lanciato una start up della madonna (lo devo mettere maiuscolo? In realtà non volevo essere blasfema, solo l’avrei detto così se ti avessi avuto qui davanti. Se ti avessi davanti muoverei anche le mani come una matta, con i palmi aperti, toccando il cruscotto, facendo disegni nell’aria e questo era un inciso ecco).

Buenos Aires è bella, mi ricorda Milano al principio, quando sono arrivata e dovevo imparare ad amarla. In realtà non assomiglia per niente a Milano, è il mio modo di guardarla che mi ricorda gli occhi che mi hanno accompagnata, quelli primavera/estate 2017. 

A proposito di collezioni, oggi sono andata ad un incontro splendido in Università, era una “charla” che qui è un modo molto conviviale di chiamare una conferenza, potrebbe essere l’equivalente di workshop, ma in realtà è un finto workshop come sempre tranne che alle school, però questo è troppo ESNenniano quindi non lo capiresti comunque. Il titolo era “la comunicazione della moda – la trasformazione del linguaggio della moda nella contemporaneità”, c’erano 3 giornaliste che si sono dovute reinventare con l’arrivo di internet, dei blog e poi di Facebook e di Instagram e di tutto quello che uso io insomma. Davano una visione ampia anche sulle nuove posizioni lavorative che sono nate sull’onda del web, tutto molto bello di conseguenza ho pensato che nel secondo semestre potrei cercare uno stage.

Se in Spagna mi aveva dato un grande aiuto a capire cosa non volessi fare nella vita, magari in questo emisfero l’impulso potrebbe essere in direzione opposta!
Ma questo rimane un buon proposito per il prossimo semestre, quindi non mi devo portare troppo avanti, va nel box del lungo termine.

A proposito, oggi sono anche tornata al box. Ovviamente non nel mio bellissimo dietro alla Sogegros di Alessandria, bensì ad uno nuovo porteño, si chiama BIGG ed è molto più metropolitano, ciò nonostante mi ha dato modo di confermare il mio sospetto: un ampio campione di segretarie delle palestre oltre che un dito in culo ha anche un leggero ritardo mentale. 
Sorvolando sul dettaglio, sono abbastanza stanca, anche se non si direbbe dall’orario e ho tutte le parti appuntite del corpo ustionate dallo sfregamento (sono sicura che ci sia una parola che indica gomiti e ginocchia, ma non riesco proprio a ricordarla). Beh non serve nemmeno dirlo, dopo Crossfit mi sento rinata, orgogliosa e fiera di me stessa, soprattutto completando il pomeriggio merendando (perché non esiste anche in italiano questo verbo? Lo voglio importare, è il mio preferito) con una banana. 

Ok, sono sicura che a questo punto, quando domattina leggerai queste righe, inizierai a pensare che stia nuovamente partendo per la tangente (o forse non sono mai stata dritta) però (ok sicuramente sono sempre stata un po’ stranina) in realtà ho solo voglia di riassettare tutto, di raddrizzare un po’ questa tangente e guardare, a porta spalancata, non dallo spioncino, il mondo e me stessa al suo interno.

In realtà avrei voluto anche parlarti del fatto che qui girano veramente tante droghe, di qualsiasi tipo e sai che c’è? Che non ho più voglia nemmeno di motivare il perché non bevo, di rispondere alla solita cantilena “Ma davvero?” “Ma perché non ti piace o…?” “Ah quindi sei astemia?” “Ma hai mai provato?” “Nemmeno la birra?” sorrido, “scelte” e giro i tacchi. Non mi piacciono quegli occhi da scienziati che osservano un topo in gabbia, io non sono in gabbia, saranno le vostre le gabbie a forma di bottiglia! A me fa cagare anche la coca cola, non mi sforzerò di certo per farmi piacere qualche intruglio schifoso di quelli lì che ti servono in discoteca. Perché poi? Va bene così. Se sono presa male sto a casa, se non mi diverto me ne vado, se sono stanca bevo un te, se ho paura sudo freddo, se non ho il coraggio di fare qualcosa stringo i denti. A me va bene così. Mi piace sentire tutte le emozioni, vive, ustionanti, sulla pelle, nella testa, fino al cuore.

Dovrei aggiungere qualche dettaglio sulle persone che ho deciso di frequentare, su quelle che invece saluto dopo cinque minuti e su quelle che mi hanno già accolta nel loro mondo. Vorrei anche dirti alcune cose sulle associazioni e su un volontariato diverso da quello al quale sono abituata, ma devo ancora approfondire l’argomento, quindi per ora mi fermo. Lo appunto, così me lo ricordo al prossimo giro.

Credo che ad aggiornamenti per oggi siamo a buon punto. Avevo bisogno di svuotarmi un po’ e lo yoga non era forse sufficiente, non fa rumore e io sono una casinista. 
Ma mi placherò un pochino, sarà nei propositi che stilerò domani, ti aggiorno!

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Italians do it well, but ESN do it better

Palermo luccica sotto il finestrino, in aereo fa fin caldo, la mia borsa emana un piacevolissimo odore di arancina fritta e la PN è finita.
Sono partita per questo viaggio con zero aspettative, senza sapere cosa mi aspettasse, organizzare una PN è una cosa, viverla un’altra… torno a casa con le lacrime agli occhi, decine di nuove conoscenze ed un paio di grandi nuove amicizie, il cuore a mille e la sabbia ancora nei piedi. Con una quantità indefinita di adesivi, 2 nuove t-shirt e qualche manata di vernice sulla canotta bianca. Se chiudo un attimo gli occhi ancora le sento quelle mani, gli adesivi che si appiccicano ai capelli, la risata della Bettelli, la voce di Carmi, i commenti di Robi, sento anche la clemenza di Acquaviva, i commenti sarcastici, l’odore di mare, il rumore dei tuffi abusivi in piscina, il sapore della condivisione, della pasta con le sarde, della serenità. 
Il “network”, quel mito amato da qualcuno ed odiato da qualcun altro, quella cosa che per i fan degli Erasmus non ha quasi senso di esistere, quell’entità magica e segreta, mi ha fregata completamente.
Dal primo giorno all’ultimo, dall’accoglienza di ESN Catania, all’asse Chieti-Pescara-Perugia-Firenze.
Tanti disagiati da tutta Italia, tra chi perde il volo, chi dimentica il documento e chi prende il volo sbagliato, che alla fine sono riusciti a portare il disagio a destinazione. Chi se lo aspettava di trovare un medico dietro a quel matto con le boom? Un cuore d’oro dentro a quel minchione di Bongiorni? Un colpo di fulmine con tutta Roma ASE? Una Sollima che non beve? Un sole nella Caronna? La mia stessa nonchalance nelle parole di Giada? Onestà & sobrietà in una discoteca a strapiombo sul mare, con 3 sconosciuti che sembrano essere tuoi amici da una vita, alle 3 di mattina. Chi se lo aspettava che il mio corpo avrebbe retto così tanto senza dormire, per ottimizzare il tempo, per godersela appieno? Chi se lo aspettava che avessero inventato i pedalò con le casse incorporate? Che si potesse convincere anche degli Highlanders che la sobrietà e l’entusiasmo possono andare a braccetto?
Non mi aspettavo nulla e torno a casa piena, stracolma, grata alle ragazze di ESN Palermo, grata al sole che non si è fatto desiderare, grata alla vita.
Torno a casa bianca come 5 giorni fa, con qualche chilo di troppo e la malinconia nel cuore. 
Avrei voluto non finisse. Avrei voluto non dire “a tra un anno”. Avrei voluto non aggiungere anche queste all’elenco delle persone di cui sentirò la mancanza una volta atterrata a BA. Avrei voluto non piangere, ma in pre mestruo le emozioni sono estremamente amplificate. 
Avrei potuto starmene a casa insomma… e invece no.
Mi rimbombano nelle orecchie cori e tormentoni, mi bruciano le labbra per il troppo sole ed il costume è ancora bagnato, la PN è finita e forse questa è la mia nuova normalità. 
Da domani si ricomincia, con lo studio, con i preparativi per la partenza, qualcuno con il lavoro, qualcun altro con il cazzeggio, torniamo tutti ai nostri posti, nel nostro letto, a nanna ad orari decenti, torniamo dai nostri Eramsus, dalle mamme, dai coinquilini, alle nostre vite. 
Ritorno sicuramente più ricca, più grassa e con una ragione in più per amare questo Paese, la mia vita, per sentire questo posto il mio posto.
Italians do it well, but ESN do it better.
Grazie a tutti, mi mancate già.

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Cuaderno de viaje – Día X – La strada tra la terra e il sole

Tra i miei suggerimenti di amicizia ancora spagnoli, ragazzi e ragazze Erasmus, volti noti, alcuni conosciuti, aggiungi, non si sa mai.
Sono in pole position su di un Megabus, di ritorno da un viaggio durato 18 giorni e non sono comunque abbastanza. Potrebbe sembrare un viaggio post laurea, perché cronologicamente collocato dopo la discussione della tesi, ma non lo è. È una scusa, è un pretesto, è una sfida, è un palese allungamento del mio Erasmus che sarebbe dovuto finire a maggio, invece si è protratto fino a fine giugno, si è lasciato disturbare da qualche dovere (3 esami, 1 tesi, miliardi di ore di burocrazia e una laurea) per poi tornare, vivo ed entusiasta, a riprendersi ciò che era suo di diritto: me.
Sono tornata il 28 giugno, dopo 10 mesi a Siviglia, buttandomi immediatamente sullo studio, giusto il tempo di leggere la bandiera, il tempo di sfogare le mie lacrime e di rimpinzarmi delle delizie culinarie del territorio e poi testa china sui libri. Perseverante, testa di cazzo e rompicoglioni, sono riuscita a chiudere il cerchio a modo mio: alla perfezione. E sulla cresta dell’onda me ne sono andata, dopo una delle esperienze più belle della mia vita, dopo una delle giornate più belle della mia vita, sono ripartita.
Non cercavo relax, non cercavo sole, non cercavo mare, cercavo di non darmi per vinta. Cercavo con tutta me stessa di trovare appigli, di vedere con i miei occhi che Erasmus saremo un po’ per sempre, che non finirà mai, che non ci divideremo, che non saranno le distanze ad ucciderci, che le distanze non esistono.
Ho guardato Ilenia, dietro ai suoi occhiali scuri, abbassare la testa ed inghiottire la parole e santificare la sua Sardegna. Ho guardato Monse partire, un’altra volta, per prima, zaino in spalla e sorriso malinconico alla volta di quella mistica e grigia Germania che tanto mi disturba. Ho schiaffeggiato Pedro fino al gate, ammonendolo ed abbracciandolo, lasciandolo alla sua Africa. E poi vi ho visti, Stefania, Federica, Angelo e Gabri, vi ho visti da dietro il finestrino sporco di un regionale pugliese, vi ho visti cercarmi nel treno, tra quell’ammasso di umanità, vi ho visti non trovarmi e scendere le scale, lasciarmi lì con tanta generosità, prepararvi a nuove lacrime, a nuovi sorrisi, ad un nuovo giro di ninja.
Vi ho visti e le lacrime non ho potuto trattenerle, perché si, noi saremo sempre Erasmus e basterà essere insieme perché ricominci ogni volta un piccolo Erasmus, perché la voglia di saltare sui soffitti ci prenda, ma non sarà più la stessa cosa.
Possiamo ritrovarci, come abbiamo fatto adesso, ma non saremo più a Siviglia, e non è questo il problema, nonostante fosse la cornice perfetta, il problema è che non saremo mai più tutti assieme. I volti noti e quelli meno noti, gli occhi da orientale ed i lineamenti da sud americana, le labbra da nero e la pelle scottata dei bianchi. Le porte delle nostre case saranno sempre aperte, fino a quando? Diventeremo adulti e cosa resterà di quei desideri lasciati in mano alle stelle cadenti, una notte d’agosto, a bordo piscina? Diventeremo adulti? Davvero smetteremo di essere Erasmus e diventeremo adulti? Rientreremo in carreggiata? Ci basterà vedere due soldi per dimenticarci di quanta vita avessimo nelle mani? Accetteremo di sottostare ad un contratto a tempo indeterminato che c’incollerà ad una scrivania, con una vita scandita da due settimane di ferie ad agosto? Arriverà il giorno in cui ad un nostro amico Erasmus  che capiterà nella nostra città dovremo dire “scusa, sto lavorando”? Inizieremo ad essere schizzinosi, a cercare la prima classe, a snobbare gli autobus, ci lamenteremo dello stato, parleremo di politica al solito bar, macchina nuova in garage, mogli e mariti, figli pettinati, lavoro stressante, intolleranze alimentari e tutto questo sarà solo un ricordo? 
Forse ha ragione chi dice che l’Erasmus fa male, anzi, senza il forse, L’ERASMUS FA MALE, fa amare il mondo, la vita, apre le menti, i cuori e schiude le ali, rendendo ragazzi di 20 anni pieni di coscienza, di consapevolezza del proprio io e insita in loro interrogativi sottopelle, nascosti dietro le orecchie, sussurri, fili di vento, gli dà il coraggio necessario per affrontare ogni situazione, per guardare negli occhi ogni classe di umanità, con rispetto, con meraviglia, con amore.
L’erasmus fa male perché è una Cappella Sistina di colori, appesa al sole della vita quotidiana, che lentamente si sbiadisce, che lentamente si consuma.
Ci guardo, neolaureati di 20 anni, laureandi di 24, sognatori di 28, cuori che battono all’impazzata, occhi attenti che sanno cogliere e fotografare il mondo, bocche che assaporano, addentano la vita, mani che s’intrecciano, destini che si dividono per poi toccarsi di nuovo.
Sono qui, ho 20 anni, una laurea in economia, una passione per tutto ciò che è legato alla parola, alla conoscenza e alla scoperta. Sono qui, ho 20 anni, alla mia destra un signore romano che parla da solo con il telefono, di fronte a me la strada di casa, dietro una squadra di calcio nigeriana dall’odore strano, ma non importa, perché ci si abitua, anche agli odori diversi dai nostri. Sono qui, ho 20 anni, voglio continuare ad abituarmi agli odori, a pensare di essere distante 20€ dalla Puglia, ad essere Erasmus, a vivere a crepapelle. Sono qui, ho 20 anni e non voglio che vinca il denaro, non voglio che vinca il contratto a tempo indeterminato, non voglio che vinca la monotonia, non voglio che vinca la paura. Sono qui, ho 20 anni e sono felice. Non smetterò.

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Cuaderno de viaje – Ultimo día – se acabó lo que nunca se acabará

Mi sto asciugando le lacrime nella bandiera quando improvvisamente la pubblicità di Spotify interrompe il pianto… è in italiano e cado. Cado su me stessa, cado su queste voci nuove, cado in questo mondo vecchio.
Ho paura di addormentarmi e di svegliarmi qui, nel letto di casa mia, quel letto che mi ha accompagnata dalle medie, per tutti gli anni del liceo, questo letto che non è più così tanto mio. Ho paura perché significherà che il sogno è davvero finito. E non si torna indietro.
Fermate tutto, dove sono le coperte sbiadite? Dov’è il cuscino stretto e lungo? Dov’è il mio terrazzo? Dove sono le luci fuori dalla mia finestra? Dov’è Pedro? Dov’è Edu? Dov’è Robi? 
Se grido non mi risponde nessuno. 
Ora lo so Gabri, lo so cosa dobbiamo rispondere quando ci chiedono di dove siamo: siamo di dove abbiamo voglia di svegliarci. 
Apro facebook e lo richiudo. Voglio vedere, ma non voglio sapere. C’è chi è partito ancora prima di me che sta riprendendo in mano la vita precedente, feste di bentornato, chi è ancora là, nel limbo, nell’attesa, guardando partire gli altri, soffrendo forse ancora di più di chi è a casa. 
Siviglia è magica, con la pioggia o con il sole, di notte e di giorno, d’estate e d’inverno, però la mia Siviglia siamo noi. Noi tutti. Dai miei migliori amici, alla compagnia, alle persone di contorno, con le quali avresti voluto approfondire, le avevi lì, ad un passo, le hai avute magari per un anno, ma non si può avere tutto, non c’è tempo.
Tempo.
Lo so, chi è partito nel secondo semestre vorrebbe tirarmi un ceffone, io che di tempo ne ho avuto il doppio, ma anche il triplo non sarebbe mai abbastanza. Come si fa a dire addio serenamente a questa classe di felicità?
Non è un addio, è un arrivederci, con le persone, con alcune almeno… però è un addio con questa Siviglia, Sevilla Erasmus 2015/2016. 
La Torre dell’Oro si fermerà lì, a guardare dall’alto altri ragazzi, ad accoglierli, a spiare nuovi amori, a nascondere botellon, ad asciugare lacrime.
Hoyo19, Casino, ma anche Bilindo, Libano, Uthopia, non si muoveranno, continueranno a regalare serate indimenticabili, a far incazzare i fautori del “facciamo qualcos’altro?” “ma un po’ di rock?” “andiamo all’Alameda!” eppure torneranno lì, anche solo un salto, anche solo un’oretta, perché è così: casa è dove c’è chi ti scalda il cuore. E allora tanto vale.
Nemmeno Plaza d España si sposterà, continuerà ad accogliere le visite inaspettate ed illegali di qualche ragazzo coraggioso e folle. Statuaria, immensa, tuffandosi nei loro cuori con leggerezza e lasciandoli sussultare sempre anche solo immaginando quella grandezza, quella vastità, che ci frega, quella fortuna.
E poi la Giralda, la Cattedrale, Plaza Nueva, l’Alfa Alfa, il Parasol, calle Feria, l’Alameda, il parque del Alamillo, Duo Tapas, 100 montaditos, la UPO, il rectorado, l’Alfonso XIII, gli aranci, il ponte di Triana, Calle Rosario Vega, la mia camera…
Tutto resterà immobile, cambieranno i sensi di marcia, cambieranno i piedi che la calpesteranno, mentre lei resterà lì a prostituirsi a tutti, a far godere generazioni di Erasmus con gli occhi a cuoricino.
Non è stato nemmeno poi così emozionante farsi il bidè di nuovo, alla fine mi manca anche lo squat nella doccia.
Sono passati due giorni ormai da quando sono tornata, la voce inizia a spargersi e adesso sono io qui, dall’altra parte, ad aspettare una chiamata su Skype, a stare in disparte, a cercare di non dare fastidio, di non mettere il dito nella piaga.
E’ strano, ovattato, m’immaginavo nella mia bolla e qui sono, seduta sul mio divano, davanti al mio specchio, nella casa dove sono cresciuta, ospite.
In camera mia è pieno di pezzi di altre case, ormai di mio sono rimasti solo i vestiti nell’armadio, nemmeno tutti, perché le valigie ancora non le ho svuotate. Sono tornata e mi sono buttata a capofitto sull’università, studiando fino a tardi, pensando poco, respirando tanto.
E poi arriva lui.
Ore 2.00 di mattina, dopo una serata passata a ricordare, davanti ad una coppa gelato più grande di me, arriva lui in boxer, calzettoni e grembiulino. Un panettiere sconosciuto in quel di Acqui che impasta qualcosa che sembra una pizza. L’odore si sente da fuori, ma non è pizza. E’ odore i pane, di brioches, di panetteria. Mi fermo e chiudo gli occhi. Sì, questo mi è mancato. E’ un momento magico, mi riprendo un pezzo di me, mi lascio inebriare da questo profumo e da tutto ciò che si porta dietro. E’ bello essere a casa.
Avevo programmato di tornare ad inizio giugno, per potermi laureare, ma alla fine avevo lasciato che prevalesse la voglia di vivermi ancora un mese d’Erasmus e nonostante i mille dubbi, non me ne sono mai pentita, era la cosa giusta da fare, ci avrei perso troppo rispetto a quello che avrei guadagnato. Ed invece la vita è imprevedibile e pare che il karma avesse qualche debito con me… 
Davvero posso laurearmi a luglio?
Davvero ho vissuto l’anno più spettacolare della mia vita, torno ed ho ancora la possibilità di laurearmi?
Ma come ho fatto a meritarmi tutto questo?
Un bagno freddo nella realtà, bisogna rimettersi in marcia, esami, tesi, corri Doralice, corri.
Ci ho messo dieci mesi per imparare ad apprezzare chi si piazza in mezzo alle scale mobili ed ora devo riprendere a correre?
Fermi tutti.
Una cosa alla volta.
Tutto andrà bene.
Siviglia mi manca, ogni mattina quando mi sveglio e non vivo in Calle Rosario Vega 4 è un gradino in più verso la realtà ed uno in meno verso il sogno. Forse aveva proprio ragione Mari, alla fine era un sogno e con quell’atterraggio brusco Ryanair ci ha fatte svegliare, di soprassalto, affannate,  con le lacrime agli occhi. Chissà se raccontandolo ci crederanno, dobbiamo assolutamente stampare le foto sennò ci dimentichiamo qualche dettagli, aspetta però… non eravamo soli.
E’ qui il trucco, è qui la magia, è tutta qui la differenza tra un sogno ed una vita.
Non eravamo soli.
E ripenso al receptionist dell’Oasis “Hola, tienes reserva?”, penso a calle San Clemente, a Matteino che mi fa vedere casa sua, come sarebbe andata se avessi vissuto lì? Dopo sarebbe arrivato anche Valerio, che figata! Penso a Nico con la maglietta del pagliaccio, a Fra con il vestito colorato, alla fermata della metro di puerta Jerez, i primi. Penso a quel biglietto giallo con il numero di Pepe, a Cristina che mi fa vedere l’edificio, a Pedro nel salotto, con la chitarra “è questa, è casa mia”. Penso alla prima volta che sono uscita con Pedro, rubando involontariamente lo scotch alla Fnac, con la sua felpina rossa dalle tasche grandi, non capivo nulla di spagnolo eppure c’intendevamo alla perfezione. Penso ai post-it su qualsiasi oggetto della casa, che una volta erano arancioni, mentre adesso sono bianchi. Penso al primo tramonto dalla finestra della mia cucina, dietro a Triana, dolce, sui tetti rossi, dietro le colline di Tomares. Ed il primo giorno alla UPO, Federica e Davide stanchi morti sulla metro, Adrian che m’insegna il verbo essere e la cultura della tostada a 90 centesimi in caffetteria. Chi l’avrebbe mai saputo che in quella caffetteria avrei portato addirittura la mia bandiera da firmare, che ci avremmo fatto colazione tutti i giorni, dopo il corso, che si sarebbe rubata una delle tradizioni più dolci del primo semestre della nostra vita. Penso al mio Buddy, JuanCa, austero a descrivere ESN  a parole, come se le parole bastassero, che ne sapevo, dietro a quella scrivania, che sarebbe diventato una delle pietre miliari di quest’esperienza. Come Lucas, come Roberto, come Simon. Penso a quella prima sera a Torre del Oro, con il vestito nero lungo e le all star, a Federico che arriva solo, incamiciato, con il suo zainetto “no guarda questo è il mio secondo Erasmus, quest’anno starò più calmo, studio e tesi” che ridicolo che sei stato. Penso a quel coglione sorridente che mi presenta Nico, “ti presento un fenomeno” “piacere, Giulio” “Doralice”. Cazzo c’ha da ridere. Chi l’avrebbe mai detto. Penso a quel chitarrista ai piedi della cattedrale, che tanto piaceva a Fede. Penso a Leonardo al supermercato, a cosa sarebbe cambiato se non gli avessi chiesto “sei italiano vero?” e se non mi avesse proposto di cenare con lui, Mattia, Claudia, Simone e Vanessa. Penso al FaceTime con Simone, pezzi di storia. Penso a quella prima cena da Nazca, al mio imprinting con Monse, al pub irlandese in cui siamo andati dopo, secondo piano, scuro, a raccontarci aneddoti strani della nostra vita, c’era anche Laura quella volta. Penso alle cene internazionali, a quando sono diventate una tradizioni, a Julie, a Raissa, Klara, alla prima volta che Leo ha portato Tina “è una mia compagna, non è bellissima?”. E poi Lisbona, Giovanni il muto, la colazione a sorpresa per il compleanno, la gamba dei selfie, la pioggia, Sintra di notte, perdersi nei mercatini dell’usato, conoscere un amico argentino che Leo aveva conosciuto a Bologna, che stava facendo un altro Erasmus a Lisbona, che si chiama Gaston e fa video, come Gaston videomaking di Alessandria, scrivere solo G su Facebook e scoprire che sua nonna italiana è la migliore amica della nonna di Giorgia. Ridere di gusto, per quanto sia piccolo il mondo. 
E quella sera, al tandem, c’era una ragazza riccia, carinissima, con le sue 2 compari, si chiama Eugenia, cazzo se parla già bene, ah beh studia lingue… chi l’avrebbe mai detto che da quei boccoli sarebbe nata un’amicizia così grande. Propongo di andare a mangiare un boccone tutti assieme, è il primo “sì” dei mille che arriveranno da Eugi, anche Lucio ed Antonio si aggregano, le orazioni di Lucio sull’efficienza di Erasmus Club, Antonio ed i suoi piani precisi sull’università. E poi Granada, Lucio in ritardo, la futura miss Erasmus pure, Hannah che mi racconta in che lingua sogna, lei che parla italiano ed inglese madrelingua, quello spettacolo dell’Alhambra, godermela litigando con Lucas, benedetta quella litigata, dalla quale nacque una grande ammirazione reciproca. Belle le persone che non te le mandano a dire. 
E poi c’era la Juve, ad Alessandro era arrivato il pacco con il cibo, lo stesso giorno che a me arrivava una busta con il biglietto della mia Juve, ovviamente settore ospiti. Llorente, non esulta, ci vuole bene. Però non insultateli sti Sivigliani, sono brava gente, “hey, tu sei l’avvocato di Ale?”, perdiamo, ma l’inno del Sevilla mi ha emozionata così tanto che torno a casa con una sciarpa ed una vittoria personale.
Ed in un batter d’occhio arriva mia mamma, Arabella, che spettacolo condurre una vita Erasmus e poter andare a pranzo a casa dalla mamma, sembrava che non mancasse nulla a quel momento. Poi però dall’Italia parlano di un attentato, la tv spagnola non dice ancora niente, ansa.it sì, eccolo. Parigi. Il panico.
Crescere in paese ti mantiene lontano da questa classe di paure, ma quella sera, per la prima volta, sentendo il rumore di fuochi d’artificio, ci siamo affacciati tutti sul balcone ed abbiamo avuto paura.
Penso alla pelle d’oca, davanti al consolato francese, con tutti quei ragazzi che da un momento all’altro iniziano ad intonare l’inno. Non un eterno riposo, non una preghiera, non una canzone qualsiasi, La Marsigliese. “Voiture!”. Julie con gli occhi lucidi ce lo traduce, è una chiamata alle armi, che curioso che unisca così tanto qualcosa che incita all’attacco, che curioso questo patriottismo.
Ma il panico non può avere la meglio e due giorni dopo siamo già su un traghetto in direzione Marocco. E chi ci ferma a noi? La polizia alla frontiera, chi non ha il passaporto torna indietro. Charlie aveva già cambiato foto profilo, aveva già la GoPro al petto. Che fregatura. Chissà se avessi conosciuto Federica quella settimana, come sarebbe andata. Invece ho conosciuto Valentina ed abbiamo fatto subito squadra, mentre insegnava le parolacce a Tristan, mentre dormiva in autobus. Ed anche Alice, Laura, un ragazzo che parla a bassa voce, sorride a mille denti e si sdraia per terra per fotografare il mondo: Giovanni. Se chiudo gli occhi sto ancora cercando la prospettiva migliore per guardare il tramonto su Chefchauen e lì, nel posto scelto da me, ci trovo loro tre, Sylvian, Giovanni e Tristan. Ed è subito feeling. In quel momento magico, in quel luogo unico, solo quattro persone si erano staccate dal gruppo per vedere oltre le piante di quel terrazzo. Vi sembra poco?
Se chiudo gli occhi sento ancora gli sguardi di quelle ragazze, il buon Fabio che mi parla dell’Islam, della gelosia, della paura, dell’ISIS, della realtà, lo sento che mi dice “pazzesco, stai dicendo che devi fare la cacca, non l’ho mai sentito dire da nessuna ragazza qui, mi mancherai”. Ho ancora il mio nome scritto da lui nella taschina del passaporto. Ci sono persone che non si dimenticheranno mai.
E poi si rompe l’autobus, ci facciamo giochi di logica fino a scoppiare di caldo. E poi fotografiamo il tramonto, sul mare, dopo aver comprato facce strane ad Assilah, ci guardiamo nei riflessi dei vetri, perdiamo il traghetto, botellon alla frontiera, siamo tutti ninja.
Monse, andiamo alla ONCE, vediamo senza vedere, annusiamo senza vedere, tocchiamo senza guardare, andiamo in tandem, fidiamoci, impariamo il braille, invece di andare a ballare.
Ripenso alle luci di Natale, a tutte le volte che io e Charlie abbiamo detto che saremmo dovuti uscire prima delle 11 per vederle, alla paura che avevo di vedere quella città ancora più bella di quanto già non fosse. E così è stato. Tra una lucina e l’altra ci siamo buttati anche da un ponte, abbiamo rubato mandarini da un campo, mostrato le nostre abilità con il pattinaggio sul ghiaccio. E poi Valentina. Davanti alla metro di San Bernardo, arriva con il francesino delle parolacce quella biondina alla quale aveva comprato una collana proprio a Chefchauen. Carina sta ragazza. Davvero ci siamo aperte il cuore fino in plaza Nueva? Non ti ho mai chiesto scusa Tristan per avertela rubata per così tanto tempo. Eppure le ho voluto bene fin da subito. Ciao belli, vado a fotografare le lucine di Natale.
Monse, amore mio, vorrei tanto conoscere la tua mamma, però me ne vado a Praga qualche giorno con papà e Fiore, faccio Natale a casa, capodanno a Limone e torno.
Scusate raga, ma riatterrare a Sevilla dopo le vacanze di Natale è stata la sensazione di sollievo più grande della storia: finalmente, di nuovo a casa.
Lanciano le caramelle da dei carri di carnevale? Ma cos’è questo posto? Ah i regali li portano i Re Magi? Beh ha tutta la sua logica.
Cazzo Matti falli restare di più sti ragazzi, questa Puglia ci piace da matti e non si fanno nemmeno una serata. Ok, ci vediamo quest’estate.
Alessandria in finale di coppa Italia, salto sui soffitti.
Angelo, i gradini del Casa Blanca, cosa sarebbe cambiato? Un altro incrocio che dovrà aspettare.
Paolo, il nuovo ragazzo che vivrà in casa di Matti, con Gianluca e Valerio, dice che gli amici del primo semestre ce li dimenticheremo, perché i rapporti del secondo saranno quelli più veri, a lui è andata così a Granada. Non ci voglio credere.
Carnevale? Ci prendiamo tutti seriamente, io, Doro, Vale e Andy a sfoggiare la nostra varicella per tutta Cadiz. Io e Vale su quel muretto, a guardare l’oceano, a raccontarci la vita, a prometterci di non smettere.
Ed è già tempo di despedidas. 
Vale, Doro, Levies, solo adesso conosco davvero Maurizio e Gianfranco? Ma cos’è sta fregatura? E già ve ne andate? E dovrò tornare a casa sconsolata con Fede, parlando di Genni e di quello che non c’è più? No dai, fermatevi anche voi. La Juve deve ancora vincere il campionato.
Dario, sei fantastico. Solo uno con i controcazzi si sarebbe infiltrato negli abbracci di una despedida, con la tua classe. Ti sei meritato di vedermi sudare come un maiale in palestra per i prossimi 4 mesi.
Julie, cara Julie, continuo ancora a ripetere “ma ma ma” con mille intonazioni diverse ogni volta che vedo un cinese. Il nostro tramonto tartarughiano sul Parasol, quel risotto al bar Antojo, l’Abril per una volta è stato pure carino, Plaza d España, io e Monse addormentate su ogni superficie, l’alba. Buon viaggio cucciola, è stato bellissimo.
E bum. Precipito. Precipitiamo in realtà. A 300 km/h, nel vuoto, con un militarino da quattro soldi, che si è fatto un paio di mandati nella legione straniera, un decennio ne La Folgore e ha combattuto in Iraq, in Kenia e chissà in quanti altre guerre. Mi metto quest’uomo a mò di zainetto e mi lancio tranquillissima tra le nuvole. Il paracadute si apre, è andata bene, benissimo, voliamo. E Monse è lì, anche lei, voliamo assieme, come abbiamo fatto tutti questi mesi.
Auguri Monse! Non ci lasceremo prendere dalla tristezza, non c’è storia, adesso ce ne andiamo a conoscere chiunque, prima però prenditi sto formaggio fritto, offro io, e tieni un massaggio, ne avremo bisogno. Poi ci siamo risollevate da sole, il massaggio è ancora nella cartellina, scaduto.
Ciao Matti. Lo sai che è un “a prestissimo”, abbiamo già programmato tutto, dobbiamo sfruttarla questa Puglia. L’album è finalmente pronto, mi porto a casa la tua crema e ti lascio su quell’autobus. E’ stato bellissimo.
Pedro, ti prego, andiamo a suonare al fiume. Forse è stato quello l’inizio sai? Con la mia camicia fuxia ed uno stronzo che tirava le bottiglie per terra.
E’ San Valentino e mi regalo Netflix, diventa nostro e Breaking Bad farà compagnia a tutti i nostri pasti, per un mese. Seguito da Narcos, con Monse ed House of Card, ormai sulle mie gambe.
Adesso io e Monse ce ne andiamo a Cordoba, a lasciarci colorare dai riflessi delle vetrate di quella Mezquita. Uno di quei posti che assaporai fino all’ultimo arco, nel dubbio di non rivederlo mai più, senza sapere che qualche mese dopo Tommaso avrebbe avuto una macchina ed io altri 8 euro da regalare al comune di Cordoba.
C’è una Gaia che si sdraia a fare una siesta con noi sotto il sole di febbraio, è una ragazza un po’ sulle sue, un po’ dura, ma avrò la fortuna di poter sbirciare sotto quel guscio e trovarci un cuore grande.
Torniamo di corsa, c’è il compleanno di Edu. C’è il vicino incazzato nero, 50 persone in casa, un concerto in camera di Victor, Monse ubriaca, io con un pigiama da unicorno, da Mc Donald, alle 5 di mattina. 
Il giorno dopo era già resaca & pic nic time al fiume. Hola familia, è il 29 di febbraio e siamo in canottiera al fiume, a mangiare, cantare e chi più ne ha più ne metta.
Ciao Darin, ci vediamo alla feria, non tornare tedesca mai.
1 marzo, inizio del mio tirocinio. Quintas Energy, plaza nueva, è il giorno in cui inizia una tradizione fatta di piccoli gesti, rallegrata dall’omino dei giornali in puerta Jerez, da Margaret davanti al bar Genova, dalla colazione delle 10.30 da Paco, dal mio capo che è una persona squisita… Il terzo giorno mi stavo già maledicendo. Ma chi me l’ha fatto fare di cercare uno stage, in Erasmus, a Sevilla, il secondo semestre, in un dipartimento di finanza e contabilità? Eppure, l’ultimo giorno piangerò lacrime salatissime uscendo da quel contesto, ma ancora non lo sapevo.
E’ la settimana dell’evento nacional. Sta biondina che dicono mi somigli, a quanto pare, vive sotto casa mia! Roberta. E incrociamo anche Fede, non abbiamo una compagnia, io, Monse, Mattia su FaceTime e c’è un incrocio inconsapevole di quelle strade che torneranno poi ad attraversarsi più tardi.
Una serata pazzesca, trovando due ragazze magiche: Ilenia e Mariana, un nuovo inizio.
Ciao Sylvian, buon viaggio, non c’è niente da aggiungere, ci vediamo a giugno, forse.
E con l’innocenza di un Minions regalo il mio Galaxy S5 e tutte le foto che portava con se, ad uno stronzo di Sevilla Est. Avrai il mio telefono, ma non la mia anima e nemmeno il mio sorriso, Pedro andiamo a fare la denuncia, non ne voglio un altro, svegliami tutte le mattine alle 8.15. E da questo furto senza rimorsi nacque una sveglia, quella dei miei coinquilini che con puntualità e generosità, a turni, si svegliavano per darmi il buongiorno e buttarmi giù dal letto. Grazie familia.
Posso osare andare a Gibilterra con Erasmus Club? Ma davvero nessuno canta in questo autobus? Questa cosa deve cambiare.
Los pollos hermanos. La gioia.
Ed il conto alla rovescia finisce, ed alle 9.00 siamo i primi clienti del Mercadona di Triana, io, Monse e Pedro, sulla cresta dell’onda.
Cenetta a casa di Mariana? Dario, vieni anche tu, vabbè raga sono alla frutta: mi addormento appena tocco il divano ed attorno a me continua una serata tranqui, ma non me ne renderò nemmeno conto. Bene così, è nata una nuova connessione, Dario è dentro.
E via di Semana Santa, anche Fede è dei nostri, portiamo Ile a sconfiggere la timidezza, inebriamoci d’incenso, sbagliamo mille volte strada, corriamo sotto la pioggia per vedere il muso sconsolato di Edu che rientra in chiesa, che bello conoscere la tua famiglia.
Aspetta, è già ora di andare a Ceuta? Quattro giorni a farci coccolare dalla Mari, da Pedro, svegliandoci con il rumore del mare nella testa, ogni mattina. Un pezzo di paradiso. Fernando ti possiamo portare con noi? Grazie.
Raga, torno in Italia solo due giorni, promesso. Le lacrime di gioia di Alice e Lucia sono un toccasana, ma sono già di nuovo a casa.
Cenetta sotto la cattedrale? Trattiamoci bene. Andiamo a fare surf? Un surf che si trasformerà in Malaga, una Malaga che sarà un toccasana, La Vacanza, una Malaga che darà tutto un altro sapore ad una città che non mi era piaciuta per niente e che ora porto stretta nel cuore. Unica, come un Picasso, come ogni gamberetto, come i discorsi con Mariana sulla malagueta, tra una folata di vento ed una botta di culo. Come i consigli di vita del receptionist dell’ostello.
E già profuma a feria, possiamo sfoggiare i nostri abiti di seconda mano, a vivere 24/7 in casa di Charlie, io a dormire 3 ore a notte per poter andare a lavorare ogni mattina. Quanto siamo belle. Che spettacolo è questo mondo? In che secolo siamo? Cavalli, alcol, non fermarsi mai, casette, abiti spettacolari, un po’ di sano classismo. Finalmente ci trucchiamo, finalmente sembriamo di nuovo persone normali e non Erasmus, per un paio di giorni solo, ma siamo splendide.
Com’è splendido quel Gabriele che nonostante si sia seduto a 3 tavoli da dove sono io, continua a parlarmi, sorvolando tutti gli altri, guarda che ci ritroviamo testina, sarò la tua croce.
Com’è splendido anche il monopoly che ha costruito Carlo e giocarci fino alle 6 di mattina… ah sì e vincere.
Mi sembra il caso di andare a vedere una corrida, almeno una volta, per sapere di cosa si parla. Coinvolgente quasi più che allo stadio il clima che si crea tra una canzone e quei fazzoletti bianchi, ma il mondo ha superato i Gladiatori, non c’è più bisogno di questo tipo di divertimento, non serve ucciderlo. Una volta nella vita, basta ed avanza.
E ormai siamo un gruppo, dobbiamo lasciar andare la feria, ma noi restiamo uniti. Ed è questa la spinta gentile che mi tiene in piedi durante la despedida peggiore delle despedidas: quella della mia migliore amica. Non so se ho mai imparato a farne a meno, penso di no, visto che fino all’ultimo giorno, tornando a casa da ogni discoteca, le arrivava una nota vocale, però l’ho superato. Dopo qualche giorno di depressione e pianti, sono andata avanti, senza sostituirla mai, ma non ho perso la nostra gioia. Avremmo vinto noi.
E continuano le cene, i botellon a casa di Mari, le serate anche con il Casa Blanca vuoto, io ed Ile scopriamo la fondazione, una domenica mattina, mentre tutti ancora dormono. 
Salutiamo ripetutamente Hoyo, tra lacrime, vomito e gioie.
E diamo il benvenuto, un altra volta a Manhattan, Casino, Bilindo, Alfonso, Libano… alle gambe scoperte, alle infradito, al sudore, al sole fino alle 10.30, alle cene a mezzanotte, alle spiagge, continuiamo con i pic nic, questo prato sa un po’ di mare.
12 maggio, ti giuro che è la prima volta che vedo la casa di Ale, auguri. Promesso Giu, andiamo a prendere una birra. Tu allergico, io non la bevo. Fantastici a livello esponenziale.
14 maggio, Merida, perché non mi sono innamorata di Sara? Sei fantastica ragazza, cercherò nei ricordi un tuo abbraccio ogni volta che avrò bisogno di forza.
Ma cazzo, Camilla, Madga, Sara, Sonia e Cristina, insieme sono un portento di ragazze, dobbiamo uscire più spesso.
Esco solo un attimo stasera, giuro, sono stanchissima e domani dobbiamo andare in spiaggia presto. Brava Doralice, poi sei tu la croce. Quel molo, Gabri, il passato, il presente, il futuro ed un’affinità della quale non posso fare a meno.
Gio, galeotta fu la ricerca del tuo fidanzato, Emma, Robi, finalmente.
15 maggio, spiaggia, Conil de La Frontera, la prima di una lunga serie, un angolo di terra solo per noi, ma che bello è quest’albergo Emmì? Torniamo su. Robi, stiamo vicine, troviamoci, ma cos’abbiamo fatto fino ad ora? Viviamo ad una rampa di scale l’una dall’altra. Era solo l’inizio.
Arenal, sono scottata come una cretina, ho il vestito di quella volta che “vuoi davvero vivere un Erasmus a metà?” e Luca ci regala un po’ d’ilarità e di Padania.
Incredibilmente incroceremo anche il giorno dopo lui e quella mitica di sua cugina. In una città così grande, niente, inutile, non un metro di privacy.
Chi l’avrebbe mai immaginato a settembre, seriamente? Cosa ci faccio qui? Non dovrei nemmeno, il 99.9% di probabilità dice che è inutile, un illusione. Bum, chissenefrega. Quello che affermano le statistiche frega solo a I Cani.
Pennyboard.
Raga se non studiamo non andiamo da nessuna parte, proviamo assieme. Casa di Ilenia mi sembra un posto tranquillo… e fu così che, guardando l’orologio, arrivano magicamente le 22.00. Fede, Ile, siamo serie? A piedi nudi, stomaco pieno e cuore aperto, sigilliamo tra quelle quattro mura, davanti a degli appunti assolutamente inutili, un’amicizia che non si supera.
Vale, domani abbiamo un esame, non possiamo assolutamente… andiamo a Casino, ci vediamo lì!
Canoa?
Raga cena da me, questa volta davvero Gabri. Polizia? Perché no. Ognuno prenda uno strumento, questo è un concerto alla Rosario Vega. Restate.
Ed è già domenica, è già tempo di tornare in spiaggia, seriamente sei di Bra? Prof, pazzesco, due piemontesi, Mada, ma da dove siete spuntate? Con tutta questa dolcezza mista a schiettezza, restate qui!
Surf? El Palmar, di nuovo Erasmus Club, questa volta l’autobus canterà, a tutti i costi, anche a costo di farci fare il culo persino da Nabil. Bravi, bravi tutti, vedo che c’è affinità. Ma poi una tavola in testa. Non dire stronzate Stefi, non parti dopodomani. Non dirlo. Anche Cri? Ma state scherzando? Proprio adesso?
La prima dell’Italia, i pastelli a cera, i 12 anni che non abbiamo più, la voglia di cantare ancora, un trio che suona bene.
Ed è già despedida. Di nuovo in ballo, ricomincia il giro, questa volta però arriverà anche il nostro turno, non possiamo fare i furbi.
Il sole che scende dietro la torre dell’oro è lo stesso di sempre, anche se quando si riflette sui palloncini, su quella tavolata, sembra più malinconico del solito. No Matti, ma pure tu? Mi prendete per il culo? 
Incastri, affinità, piuttosto mi faccio menare, ma io la torta a Fede la compro. E anche se arriva dopo mezzanotte perché Carlo è il solito… è felice.
Ciao Stefi, ciao Cri, la faccia è quella che è, sembra quella di Cri, in realtà è triste e non perplessa. Se solo ci fossimo trovati prima…
e via, in un baleno, un pezzetto di quest’iceberg si stacca e va, solo, a sciogliersi, a tornare nel mare.
Ma ributtiamoci in carreggiata, pare che qui ci sia una crew! 4 pennyboard? All’arrembaggio! C’è una fiera de las tapas in Alameda, facciamo il parco, arrampichiamoci sopra al labirinto, non pensiamo a nulla. Mi piace questa crew.
E non si sa come diventa un circolo, studio, sport, despedidas, spiaggia, discoteca, torre dell’oro, bandiere, partite, lacrime.
Le ultime settimane sono così.
Tutto diventa più forte, più intenso, più nostro, più intimo.
Magda conosce Chiara dello Iacovo e pure Bianco, non dovremmo andare al Libano, ma ci andiamo comunque e poi spiaggia di nuovo. Franci, Fili, ma dove sono state tutte queste belle persone fin ora?
Davide, Federica, Laura e adesso sì che è arrivato, forte e chiaro, come il viaggio introspettivo attraverso le metafore di Davide, è sceso caldo e potente come quello shot di tequila, si è fatto sentire dopo, all’ultimo sguardo, vedendovi saltellare sul ponte, ripensando a tutti i momenti, a partire dal primo, lasciando precedere ogni evento dalla parola “ultimo”.
Però fino a ieri era ancora nostra, questa Sevilla, piena di cantanti improvvisati in Alameda, donne in bicicletta che vendono empanadas e passeggini pieni di mojito, con una chitarra, qualche canna e la pelle d’oca. Buon viaggio Napulé, resterà sempre un po’ nostra, ci vediamo presto.
Le persone sono come gli uccellini, solo se li lasci volare torneranno da te, Achraf, quanto hai ragione amico mio.
Nel dubbio ci riempiamo la pancia con il Casatiello napoletano di Valerio, prima di fare gli auguri a Totti, prima di cenare per l’ultima volta con JuanCa, di andare a salutare Andres a Torre dell’Oro.
Prima di un’altra spiaggia.
Prima di un altro successo dell’Italia, questa volta al Phoenix, c’è tutto un altro sapore, quell’inno è tutto nostro e davanti al calcio si sente, più o meno con la stessa intensità del La Marsigliese davanti al consolato. C’è chi si unisce nel dolore, chi nella gioia, noi nel calcio. Ad ognuno il suo.
Ed è un circolo vizioso, Eugi, quello della nostra compagnia lo apri tu.
Prima ci concediamo un po’ di wakeboard e poi siamo tutti tuoi, a far impazzire un ristorante, ad impazzire noi, a ridere, a piangere. La felicità e l’angoscia. Pieni, ma presto vuoti. Non cadere da quel penny, per carità. “Cazzo ridi?” “Ti ha chiesto cazzo ridi”, non mi parlare così Eugi, niente lacrime, alziamoci e balliamo il twist a squarciagola.
Michi… maledetto tempo. Ci vediamo al nord tanto, la LIUC è troppo vicina.
Ci sta sfuggendo dalle mani, è l’ultima.
Non può essere.
Carlo, per favore, gestiamola bene, non ho più voglia di piangere. Nasce così #despedidasweek, nasce così il flag party, nasce l’idea della battaglia d’acqua in Plaza d España, di salutare Casino come si deve, di salutare Los Coloniales, con gli stessi ornamenti ridicoli che ci hanno regalato a Casino, di battezzare la terrazza di Calle Rosario Vega con il compleanno di Caro, con un festino andato non troppo bene, chiuso un’altra volta in Alameda, perché riserva sempre sorprese, piacevoli, belle, come Cri e Leti che alla fine non sono così male, anzi, sono proprio due belle persone. E bussa, anche lì, il tempo, a ricordare che stringe. Ragazze ci ritroviamo, davvero, ne avremo l’occasione.
E poi Bilindo, siamo già in plaza d’España con l’acqua alle ginocchia, un po’ di cagarella, tanta adrenalina e voglia di continuare.
Alba sì o no? Facciamo i bravi, sennò domani Gabri ti sgrida. Domani devo studiare e poi salutare la fondazione, con quel gruppo che risuona già nella mia 500. Non compravo un cd da 2007, che emozione, rinascerà il mercato discografico.
Ragazze mangiamo da me, vuotiamo il frigo, “Robiiiiii, saliiiii”, niente raga, oggi le chiudiamo ste valigie. Serve un pacco, ma non ci crederò fino all’ultimo minuto.
E no, il Libano non ci avrà, questa sera restiamo qui, a sperare fortissimo che duri per sempre, a guardarci negli occhi, a non piangere, ok, qualcuno sì. Michele, sei veramente una bella persona. “Ragazzi non ve ne andate, aspettateci, aspettate un attimo”, quegli occhi, Angelo, me li porto dentro. Che bello sarebbe stato aspettarvi ancora un po’, tutti assieme. Piuttosto, venite anche voi in spiaggia domani.
L’ultima spiaggia. O come direbbe Ca, l’ultima playa.
Bandiere, salsedine, musica, risotto, pallavolo, andiamo al faro, cazzo è così lontano? La battaglia di Trafalgar? Stiamo camminando a piedi scalzi sulla storia. Non abbiamo nemmeno un telefono per immortalarlo. “Scusi, non è che ci farebbe una foto e ce la manderebbe pure?”, mi manca già l’odore di questa notte, questo cambio di suolo sotto ai piedi, correre tra l’alta e la bassa marea, mi mancate già voi, ragazzine, cuori, corriamo. Corriamo per goderci questa ultima ora.
Incrociamo Giovanni, ovviamente, è lui che ha l’occhio lungo come me, però ha portato il telefono, bravo.
Siamo noi, ancora noi, sempre noi.
Jenni, veloce, dammi il quaderno, l’altra sera è stato un attimo, un flash, un nodo, quando verrai in Italia, quando verrò in Germania, dobbiamo recuperare, è una promessa…
Il sole si sta abbassando dietro quel faro, la musica si sta alzando, le bandiere ormai sono tutte firmate, prendiamoci due minuti, incastriamoci, i tuoi occhi color tramonto promettono più delle parole.
Uno shot di Malibù, perché dobbiamo suggellarlo questo momento. La pizza più buona della terra, un telo umido, il cielo rosa, un altro telefono che muore, una giornata che finisce, il buio che arriva, due parole, una canzone, lacrime sorridenti. Che dolcezza, che amarezza, che spettacolo.
Mi manca già l’aria di questa notte, dove tutto è sospeso in bilico.
Non è finita raga, finché non metti l’ultima noi non ce ne andiamo e se ce ne andiamo l’ultima la mettiamo noi. Facciamo tremare questo autobus.
Mi manca già questo Carmelo che mi sta dietro e poi mi fa strada in tutte le canzoni. Vale svegliati, vieni. Non è finita.
Non saluto nessuno. Col cazzo.

Fede, è il tuo turno, è l’ultima, sono le 2.30 di mattina, ma chissenefrega, doccia e alle 3 ci vediamo a Torre dell Oro, con la testa all’insù, con il cuore fermo su quelle pietre, che batte, che risuona, che non si spegne nemmeno quando si spegne la Torre.

Buonanotte, buongiorno, andiamo a chiudere le pratiche, UPO, vieni a me, vieni a noi. Questo campus così grande, questo luogo così diverso dalla mia università, lontano dal centro, scomodo, ma con tutto, enorme, pieno di gente, di vita, di ricordi. Magari un giorno daremo una lectio magistralis o c’inviteranno, saremo ospiti ad una cerimonia, ex studenti divenuti grandi imprenditori. Oppure non torneremo più. Addio non te lo dico però, ciao Pablo de Olavide, ciao pasillo, ciao caffetteria, ciao biblio, ciao viale alberato, è il mio ultimo giorno, non posso stare qui a salutarti. 
Buttiamoci su queste maledette valigie, pranziamo fuori? No, non facciamo in tempo, tutto quello che rimane nel frigo, dentro ad 1kg di spaghetti e via al Phoenix. Qualcuno dentro, qualcuno fuori, goal. Sara? Ma non sei partita? “ho perso il volo!” che cosa fantastica il destino, non ti avevo salutata, vieni quì, vieni stasera, non mollare.
Fede, è il momento, asciuga le lacrime, ci vediamo tra poco, sii forte, buon viaggio, ti voglio bene.
Vale, che ore sono? e 44. Cuore in gola, gambe in spalla e di corsa a veder finire la partita. Poggio il culo sulla sedia e lo alzo subito. Goal. Goal. Goal. Gooooooooal.
Un’ora dopo stavamo ancora gridando.

Ceniamo sul tetto, non poteva andare diversamente, un anello, una pizza, il tramonto, suggelliamo questa convivenza come si deve e poi raggiungiamo gli altri a Levies, Bilindo, barra libre per gli italiani, Plaza d España di nuovo, bandiere, poster, abbracci che sono addii, abbracci che sono arrivederci, abbracci che sono un per sempre.

Rami, giuro, non me la dimentico questa faccia, così, con questo sorriso, mai e poi mai.

Sì Franci, me lo sto mangiando questo ponte, non voglio dimenticare nemmeno un centimetro di questo spettacolo, di questa notte, di queste persone che sono venute solo per salutarmi, che arriveranno alle 5 di mattina sotto casa mia, che hanno speso lacrime per me, per noi, per quello che abbiamo costruito. M’abituerò, ma non è ancora ora. Ora me lo assaporo, me lo annuso, con questo retrogusto di mare che solo il Guadalquivir, a Sevilla, sa avere.

La mattina arriva luminosa, dopo una notte in bianco, la colazione mi rimane sullo stomaco, voglio vomitare, calmati. Andiamo ancora una volta a guardare il ponte. Grazie Giu.
Adesso sì mi serve un pacco.
E poi bum.
Ci sono io lì.
Valentina spulcia cose utili dalla busta che lascerò in casa, forse le servirebbe solo il palo dei selfie, magari imparerebbe a farli, Pedro rimane a casa ad aspettare Pepe, Edu ha la sua lettera sulla scrivania, Victor mi prende in braccio, Ale si sveglia e viene a salutare, sale anche Lupì, Gabri muoviti, c’è ancora una valigia da prendere, alla fine del ponte Lucio, già alla fermata ci sono Carlo, ovviamente con una busta in mano, Salvo, Magda, Cami, Sylvian arriva di corsa.
Devo piangere? Si dovrebbe piangere in questo momento…
Ma chi me lo fa fare, non posso, non riesco, è tutto qui, sono tutti qui, tranne chi già è andato, chi ci dev’essere c’è. Sono felice.
Abbraccio tutti felice, una di quelle felicità consapevoli, forti, quella che mi torna in mente ogni volta che qualcuno mi chiede “com’è andata?”.
Tu vieni con me, col cavolo.
Ciao Mari, eccovi, tiriamo fuori altri 5kg da queste valigie, freghiamo Ryanair, quanta esperienza, Mari ci vediamo presto, non è stato solo un sogno. Non si possono ricordare tutte queste cose di un sogno.
Giu, sei pronta? Gli occhi si riempiono di lacrime, fortunatamente c’è questo bracciolo da stringere e Tiziana, la bimba italodominicana che mi ha fatto giocare a sardina fino a due minuti prima dell’atterraggio.
Sbam.
E’ finita.
Grazie a tutti.
E’ stata la scelta migliore che potessi prendere in tutta la mia vita.
E’ il ricordo migliore che mi porto dietro ogni giorno.
E’ una cicatrice che arriva da un’elevazione, invece che da una caduta.
E’ un tatuaggio invisibile (o visibile).
E’ una fotografia che non ingiallirà mai.
E’ un filo invisibile che attraversa tutto il mondo, che attraversa i nostri cuori.
E’ e sarà per sempre, perché i sogni finiscono, l’Erasmus pure, ma la voglia di guardare alla vita con gli stessi occhi con cui si guarda la prima pizza italiana dopo mesi, lo stesso naso con cui si annusa il profumo di panetteria alle 2 di mattina, le stesse mani con cui hai stretto promesse on the road, le stesse orecchie con cui hai ascoltato e compreso lingue diverse, come se di diverso non ci fosse nulla, con lo stesso gusto con cui hai assaporato ogni pietanza, quello no, quello non si perderà mai, è nostro per sempre.
E dobbiamo tenerlo con noi, dobbiamo portarlo a casa, alla facciazza di tutti.
Perché è solo l’inizio, di una vita di tanti ex Erasmus che hanno capito un po’ di più cosa significhi vivere. E come si faccia, insieme.
La magia non si spegne con un atterraggio, anche se brusco, ci abbiamo messo un anno intero per forgiare queste ali, non provate nemmeno lontanamente a pensare di riporle in cantina.

A presto pezzettini di cuore.

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Cuaderno de viaje – dia 250 – Quinta essentia

La routine è una centrifuga, il cratere di un vulcano, ma anche un divano morbido, un soffice marshmallow.

E’ da due mesi che aspettavo il 13 maggio. Ho cerchiato la data sul calendario, ogni giorno, prima di uscire dall’ufficio. Da lunedì ho iniziato a contare le ore… eppure quando sono scattate le 14.00, oggi, sono rimasta seduta, non avevo più fretta. 
Ho baciato tutti i miei colleghi, uno per uno, ho ringraziato e salutato. E tornerò ancora, prima di partire, perché nel farlo mi si è stretto il cuore.
244 ore alla destra di quel fenomeno di Riccardo, 49 giorni con la sveglia alle 8.00, 49 colazioni “da Paco”, 49 “Buenos dias” al ragazzo dei giornali, 98 “hola guapa” a Margaret, la ragazza dei fazzoletti, parlare di calcio, contabilizzare fatture, aspettare le 10.30…
L’ho capito subito che sarebbe stato diverso, io che ho sempre bazzicato tra ferie, stadi, palazzetti, viaggi e discoteche. Io, inchiodata ad un computer, stretta in un ufficio, seduta composta, non mi sento a mio agio.  Eppure sono meticolosa, precisa, ordinata e soprattutto rigorosa: s’ha da fare.
E’ che darsi degli orari è una cosa, doverli rispettare per forza è un’altra. 
Così, nel bel mezzo di un anno senza tempo ne spazio, ho avuto la bella idea di approfittare dell’occasione per fare tre cose in una: studiare, vivere il mio Erasmus e perché no? Buttiamoci dentro anche un tirocinio, tanto le giornate durano 48 ore ed io sono invincibile.
Il cazzo.
Dopo 2 mesi e mezzo di “non torno tardi, domani lavoro”, dopo 244 ore che mi hanno fatto capire chi voglio essere, ma soprattutto cosa non voglio fare, ho fatto per l’ultima volta quei tre piani di scale, piroettando felice, con gli occhi lucidi.
E’ stato bello provare a fare l’adulta per un po’, scegliere tra dormire e vivere, maledirsi per non aver chiesto una firmetta al commercialista, dimenticarsi che bisognerebbe riposare 8 ore a notte, pranzare alle 16.00, rinunciare ad un viaggio ad Ibiza, in Algarve, anteporre l’umiltà a qualsiasi conoscenza, guardare con gli occhi ancora da bambina il mondo dei grandi…
Lo rifarei?
Mille volte.
Anzi, dovremmo iniziare a farlo prima, tutti. Dovremmo avere la possibilità di fare uno stage ogni anno, dal primo anno di Università, perché no, già dal liceo, capire chi siamo, renderci conto di chi vogliamo diventare, di quello che vale davvero la pena, di quali sono le nostre inclinazioni, i nostri punti di forza, ma soprattutto di quanto siamo fortunati. Provare.
Se già l’Erasmus è una grande fonte di consapevolezza, una traineeship lo è ancora di più.
Provare, solo un boccone, assaggiare, gustare, senza impegno.
Il lavoro nobilita l’uomo, ma solo se quest’ultimo è in grado di non lasciarsi mangiare vivo. Sì, mangiare vivo. Perché non c’è salario che valga la vita di cui ci priviamo per stare in ufficio. Il tempo passa, viene monetizzato, si trasforma in stipendio a fine mese e di 720 ore di vita ne avremo passate 160 lavorando, 10 andando e tornando da lavoro, 200 dormendo (nella migliore delle ipotesi), 24 in palestra, almeno 100 mangiando… e le altre 226, quasi 10 giorni, per lo meno, dovremmo passarle felici.
Cercatelo, dentro di voi, per strada, dal panettiere, al cinema, in università, cercatelo questo lavoro che vi porti in palmo di mano, vegano, che non mangi gli umani, un po’ fascista, che non mangi quei bambini che siamo ancora e che dovremmo continuare ad essere, anche una volta diventati adulti. 
Assaporateli questi stage, invece di cercare di deviarli, mangiateli con le mani, sporcatevele, perché se non lo fate adesso dopo potreste non avere tutta questa scelta.
E approfittatene, adesso che i doveri sono ancora un’opzione personale e le responsabilità limitate, approfittatene, ora che la frequenza non è obbligatoria, i voli sono economici ed i continenti ad una manciata di ore. Approfittatene per rispetto dei nostri genitori, che forse non hanno avuto tutte queste opportunità, per rispetto dei nostri nonni, che hanno combattuto, con le armi o con il cuore, per difendere ed abbattere i confini del mondo. Approfittatene per rispetto dei vostri coetanei che non hanno potuto, per quelli che si sono lasciati centrifugare troppo presto e per quelli che l’hanno fatto volontariamente, per un pargoletto o per presa di posizione.
Ma soprattuto approfittatene per voi stessi, perché è passato un filo di vento tra quella orribile foto del tesserino universitario, a questa ricerca per la tesi. Un soffio caldo e piacevole, ma forza 9.
Quando passerà quest’attimo, quando finirete nella centrifuga, non lasciatevi cogliere impreparati, arrivate sorridenti e pieni di vita.
Approfittatene, adesso: viaggiate.
Rendetevi conto che la vita è una sola e bando ai convenevoli, basta con le ciance, chissenefrega dell’orgoglio, “dove sei?”, “partiamo!”, “scendi!”.
La routine è una centrifuga, il cratere di un vulcano, ma anche un divano morbido, un soffice marshmallow… però, per ora, voglio ancora ridurmi all’ultimo calzino, prima di fare una lavatrice, disegnare vulcani con i pastelli a cera, fare le capriole sul divano e masticare i marshmallow a bocca aperta.
Correte, ma senza fretta. La vita è adesso.
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