Author Archives: admin

About admin

Cuaderno de viaje – dia 22

Anche in Erasmus il lunedì ha un
sapore strano, il risveglio, la rinascita, uscire dal bozzolo,
spaccare il guscio. E’ un settembre in miniatura, che si ripresenta
imperterrito tutte le settimane, puzza di fine estate e profuma di
nuove avventure. Anche se sembra “solo un altro lunedì”, è
“solo” un altro giorno in cui abbiamo la palla in mano. Un’occasione per far prendere aria ai denti, mentre giocano con gli zigomi.
Questo lunedì, oltre confine, è
soleggiato e caldo, ho dimenticato gli auricolari a casa, quindi
canticchio in silenzio, con il testo di “Le cose che abbiamo in
comune”, sotto al naso. La intono con la grinta e la genuinità di Chiara, alle audizioni di The voice, perché mi piace pure più di
Silvestri. La metro se ne frega di me.
E con la mente faccio associazioni
strane, tutte sorridenti, tutte apparentemente sconnesse ed in realtà
collegate, come Youtube, che mi mette Einaudi in mezzo a cantautrici
italiane ancora troppo poco conosciute.
E mi torna alla mente un viaggio, un
viaggio di ritorno da Lione, in autobus, quando aprendo la playlist
di un ragazzino ho trovato i Baustelle, Le Luci, gli Afterhours, I cani… ed
in lui un nuovo amico.
E vado a lezione con un motivo in più
per sorridere, con l’ennesima conferma che basti pochissimo… per
essere felici.
La nostra prof di direcciòn comercial è una Londinese doc, trasferitasi qui per nonsoqualemotivo, che si strozza con la saliva e ride in media 2 volte a slide, molto preparata e piacevole da ascoltare, ma la giornata universitaria finisce
presto e sono già a casa, a scofanarmi un bel piatto di pasta al
ragù, quella che Lorenzo pretendeva di mangiare in un ristorante
tipico di Malaga e mi ha costretto a comprare al supermercato. Il
ragù non sa di ragù, il parmigiano ce lo siamo giocati, ma la pasta sa di pasta, oh se sa di pasta! Si adagia tra i denti che è un piacere… e lascia quel retrogusto
di casa che mi tiene compagnia finché non viene spazzolato e
sostituito con il dentifricio. 
Da ieri non faccio altro che
riascoltare ininterrottamente Chiara Dello Iacovo , mi accompagna pure
in bagno e fa da eco ad un messaggio sul gruppo “Colleghe” che mi
rammenta dove fossi un anno fa… solo un anno fa, ne sono passate così tante in mezzo, così tanta vita che sembra un ricordo lontano, invece se ci penso bene, se chiudo gli occhi, sento ancora il sole caldo sulle braccia e l’aria di mare nelle narici.
E mi torna alla mente una serata,
in una città non mia, con delle colleghe spensierate e sorridenti,
tutte con accenti diversi, assolutamente coscienti della merda che ci
sia nel mondo, ma che per una notte hanno deciso di fregarsene
altamente e ridono, ridono di cuore, ridono di gusto, ridono e non ci
pensano, scolpendo nel mio di cuore, un ricordo stupendo ed
indelebile.
Allora ripenso alle parole scambiate con B.
ieri e non c’è niente che non ripeterei.
E’ bello costruire, invecchiare,
condividere, ma la cosa più importante è lasciare un bel ricordo.
Un ricordo sorridente, che scaldi il
cuore anche a distanza di mesi, di anni, un ricordo di cui non
pentirsi mai, ma da tenere stretto, da custodire, un ricordo che ci
faccia pensare “sì, ero proprio felice”. Felice e fortunata…
A cantare a squarciagola in terrazza a casa Fangarezzi, a casa Sacchetti, mentre accoglievo con Alice la sfida di Gianna e ci buttavamo in piscina vestite, quando portavo in macchina Arabella e Francesca per la prima volta, imballando in salita, al Faro, ad ogni Ferragosto, ad ogni chiusura del Covo, al Deniro, ad ogni serata di Stay, quando arrivava il sabato al liceo, mentre organizzavo feste di compleanno a sorpresa, in Salento, al ritorno da ogni viaggio, in gita, rivedendo un amica dopo tanto tempo, a pranzo con Lollo tutti i mercoledì del liceo, a cercare casette in ogni città, a guardare l’alba alla Valletta, a regalare libri, a pettinare le mie sorelle, a lavorare a teatro, in fiera, in discoteca, pure quando con nonchalance plateale mi licenziai, diciamo pure anche la seconda volta, a chiudere i rapporti con i treni e tornare a casa finalmente con la mia Tina, a contare le stelle, a mischiare le carte, con Le Portoghesi, I nasi, Quelli della Valla, Le Spritz for 5, I Fenomeni, a mangiare la pizza, a trovare 100 lire per terra, a visitare Istanbul con le sorelle Brusa, a conoscere una ragazza sarda in maniera assurda, a mangiare sulla Tour Eiffel, sopra La Galleria, trovando Bon Iver alla fine dei titoli di coda, a cambiare classe al liceo, al Take Off, alla Colour Run, a festeggiare i 50 anni dei miei genitori, sulla copertina di un libro, preparando l’esame di maturità, NCSC, sulla cupola di Michelangelo in San Pietro, a confermare amicizie, ad abbracciare la mia nonna, mentre trovavo nella valigia un bigliettino di Noemi, tornando dalla Coop Academy, dopo il Campo Moglia, scegliendo il mio primo appartamento, facendo shopping con la mamma, portando Arabella a sentire Ariana Grande all’O2 Arena, a sentire Le Luci, Bianco, Levante, a sentire Cremonini, a pranzare in piccionaia, a lanciarci sulla zip line, con la mongolfiera sulla Cappadocia, con la barca in Croazia, con il quad nel deserto, a camminare sul monte di Portofino, quando mordo la focaccia la prima volta ogni estate, riponendo un libro e 400 appunti, dopo aver sostenuto un esame, quando riconoco i profumi dei luoghi e delle persone, quando mi ricordo le mani, ad avere avuto Mattia come compagno di banco al liceo, ad avere amicizie vere e perchè no, anche a quelle di facciata, a sentire i fratelli Mainardi suonare, a ritrovare la strada, nonostante il navigatore se ne freghi di me, a dormire in Galleria Umberto, a vivere con Pedro, a condividere la camera con Nashua, a portare Francesca a Firenze, guardando il tramonto dai Muagetti, ad avere tutti i 5 sensi, che funzionano, in sincronia… felice e fortunata, talmente tanto che potrei continuare per ore, a scavare, a ricordare momenti inopportuni, banali, quotidiani, semplici, unici.
E forse non ce ne rendevamo conto.
E forse non ce ne rendiamo conto, di
quello che abbiamo tra le mani, di tutta la fortuna che ci passa tra
le dita, di quella che lasciamo cadere, perché non riusciamo a fare
altrimenti, come quando proviamo a trattenere l’acqua della
fontanella, ma in realtà ne beviamo meno di quanta ne perdiamo.
Forse basterebbe fermarsi.
Forse basterebbe pensarci un attimo di
più.
Forse basterebbe ficcare la testa sotto
la fontana, fregarsene di sembrare stupidi, matti, poco igienici,
infantili e non sprecare nemmeno una goccia d’acqua, strozzarsi e
riderci su.
Ecco, in questo lunedì di fine
settembre, mentre il mondo gira e non è importante quello che accade
ad ogni singolo esserino, io confermo la mia opinione sulla vita:
preferisco strozzarmi che sprecare l’acqua.
Ricordiamoci di santificare i momenti
felici.

Io, nel dubbio, continuo a santificare
ogni giorno di questo Erasmus, compresi i lunedì.

957
Add

Cuaderno de viaje – dìa 16

E’ andata cosi: ho trovato casa, o meglio, la casa ha trovato me e si è fatta scegliere. O forse meglio ancora, il destino ha scelto la mia casa. E da quando sono entrata in casa tutto è stato in discesa.
Praticamente i giorni in salita sono stati 4, nel mio Ostello (Oasis Backpackers Sevilla) che di ostello aveva ben poco, ma di italiano tantissimo. Dopo una spettacolare giornata passata a battezzare Sevilla con il mio vomito, ho preso armi e bagagli e mi sono trasferita in Calle Rosario Vega 4, nel Barrio de Triana. Qui, oltre il Guadalquivir, oggi ho tappezzato la mia camera di poster e cazzatine. Qui ho detto subito “casa” e non “camera”. Di certo non ho detto “bagno”, perchè senza bidet non c’è storia, è solo un cesso. Ma si può imparare a convivere con l’assenza di questo oracolo, giuro. E’ brutto e faticoso, ma si può fare.
La mia camera ha un balconcino molto iberico, che guardo dal letto e sopra la mia scrivania campeggia vittoriosa la scritta “FABRICA DE SUENOS”, accompagnata dai Beatles e da Audrey, per sentirmi a mio agio.
Nella mia casa siamo in 4, adesso, quando sono arrivata invece c’era solo Pedro.
Pedro in questo momento è in salotto, con la chitarra. Quando sono entrata a vedere l’appartamento per la prima volta Pedro era in salotto, con la chitarra, quando sono tornata a portare i bagagli, Pedro era in salotto, con la chitarra.
Pedro ha 20 anni, è al secondo anno d’ingegneria, è di Ceuta, una città che mi ha presentato come “la sua Napoli spagnola”, solo perché Antonino, il suo ex coinquilino, era napoletano, concretamente una città sapagnola in terra africana, sullo stretto di Gibilterra. Pedro è un po’ nerd, un po’ cuoco, un po’ musicista, un po’ ingegnere, un po’ africano, un po’ Sevillano ed anche un po’ italiano, un po’ coinquilino e un po’ fratello. Pedro ha attaccato con me post-it colorati su tutti gli oggetti della casa per dare un nuovo nome a tutte le cose che usiamo quotidianamente, per farmi imparare lo spagnolo. Pedro mi fa le fajitas, i sandwich con il pollo, le crepes e le crepes le fa anche saltare in aria e sul pavimento. Pedro a volte si addormenta sul divano e nel suo letto dorme al contrario, ma la mattina mi sveglia sempre tocando la guitarra e la notte fa in modo che mia addormenti alla stessa maniera.
Eduardo invece mi cucina l’insalata di pasta e anche se ci mette la cipolla è particolarmente bravo, lui ha 24 anni e deve iniziare un master in economia, ero già in casa quando è venuto a vedere la sua camera, sono uscita dalla mia, mi sono presenta e il suo sorriso profumava di “scelta fatta”, quando ho scoperto che sarebbe arrivato un ragazzo nuovo ero sicura che tra tutti fosse proprio lui. Edu nell’armadietto del bagno posiziona i saponi in ordine di altezza, come me. Quando invita i suoi amici fa l’insalata di pasta, altrimenti non mangia altro che boccadillos con jamon y queso. In camera riordina al millimetro e si spruzza il profumo, così quando esce, anche se non saluta, si sente la scia. Edu quando torno a casa bussa e viene a chiedermi com’è andata la giornata. E mi racconta la sua.
Victor invece non c’è mai e quando c’è è in camera sua, aveva scelto la camera ancora prima di me, ma si è fatto vedere (poco) solo dopo qualche settimana, credo di averlo incrociato 3 volte sputate, però anche lui studia ingegneria, forse con un po’ più di fatica e testardaggine. Ipotizzo che non abbia voglia di starmi dietro con lo spagnolo, ma sorride sempre e va bene cosi, c’è tutto il tempo.
Il tempo.
Il tempo scorre diversamente qui ed è sempre pieno. Sono arrivata 16 giorni fa e ne sembra passato un sacco, ma ancora un sacco sembra essercene davanti, forse non abbastanza.
Il tempo degli spagnoli è scandito diversamente, il pranzo alle 15.00, la merenda alle 18.00, la cena non prima delle 21.30, spesso dopo. I negozi non riaprono fino alle 17.00, la siesta diventa quasi obbligatoria. L’università è a 10 fermate da casa mia, per un totale di ben 16 minuti, che non sono niente, ma quando la mattina devi svegliarti… fanno la differenza.
Però poi ci arrivi… e ti ritrovi in un mondo nuovo.
Sullo stile di un campus americano, con gli studenti stivati in una zona periferica di Sevilla, regna il verde ed il giallo degli edifici, la prima volta sembra enorme, la seconda la sai già girare tutta. Si mangia con poco e bene, gli Erasmus si riconoscono a colpo d’occhio, gli italiani anche ad occhi chiusi, l’acqua te la regalano e non manca niente.
I corsi teorici non sono particolarmente differenti da quelli italiani, ma sono affiancati da una parte pratica, valutata, con lavori di gruppo, a mio parere estremamente istruttiva, forse ancora di più di quella basica.
L’università mi mette ancora un po’ di timore, non ne voglio parlare, ma sono sicura che andrà tutto bene, anche perchè non ammetto errori.

E poi c’è la vita.
Ma questa è un’altra storia…

Sevilla è magica, è una scoperta dietro ad ogni angolo, anche dietro al più banale. Basta buttarcisi. Ogni giorno è un’occasione, una sorpresa, una scusa per ingrassare, per uscire da casa…
Mangiare fuori costa troppo poco per non approfittarne eccessivamente, per gli erasmus è pieno di feste gratis, di visite guidate, di appuntamenti organizzati, di missioni di gruppo.
Non ho ancora capito quando dorme questa città, forse mai, forse gli spagnoli non dormono mai, una mia compagna di corso mi ha detto che finchè non riapre la metro, la mattina, alle 7.00, non può tornare a casa, così le tocca stare fuori fino a colazione, se vuole uscire…
Non mi sono ancora annoiata, non c’è stato un attimo in cui non abbia avuto voglia ed entusiasmo nel fare qualcosa, dalla più piccola ed insignificante, alla più importante.
16 giorni sono pochi, ma sono un gran bel punto di partenza.
I compagni di viaggio hanno mille nomi, mille volti, mille provenienze e mille lingue diverse. Il denominatore comune si chiama Erasmus. “Erasmus”, come gridano i coordinatori di ESN per chiamarci all’attenti. “Erasmus” European Region Action Scheme for the Mobility of University Student, come Erasmo da Rotterdam, più apolide di me. Tutti siamo partiti, lasciando a casa qualcosa, tutti con desideri, sogni e paure, tutti fiduciosi e coraggiosi, per ritrovarci qui…
Ad inebriarci le narici con la cacca di cavallo in Santa Cruz, ad eludere la vigilanza in Plaza de Espana, ad arredare le nostre camerette, ad abbuffarci di Tapas, a controllare se l’erba del vicino è più verde, ad abbronzarci in spiaggia la domenica, a farci rimproverare dalla polizia sotto la Torre dell’Oro, a rincoglionire il palato da 100 Montaditos, a rinchiuderci nei pub a guardare la Champions, a violentare Skype, a maledire i piani tariffari spagnoli, a sclerare dietro all’orario dell’università, a mangiare paella al Ruko la domenica sera, a guardare i tramonti dal Parasol, a cercare all you can eat giapponesi fantasma, a desiderare long board e roller blade, a meravigliarci davanti ad un Mercado minimalista, ad insegnare come si vive bene in Italia, a renderci conto di quanto siamo fortunati a vivere in Italia, a farci regalare Cruzcampo ed ingressi in discoteca, a presentarci a chiunque incronci il nostro sguardo, a provare qualsiasi pietanza con un nome poco chiaro, a progettare viaggi, ad aspettare pacchi da casa, ad aspettare amici da casa, a pensare a quando ci torneremo a casa, ad apprezzare un po’ di più quello che abbiamo a casa, a godere del prossimo viaggio, del prossimo Erasmus, a temere gli esami in una lingua che non è la nostra, ad aborrare i bagni senza il bidet, a cantare in cerchio attorno ad una chitarra, a renderci conto di quanto la musica sia un collante senza confini, a comprare teli mare imbarazzanti, a guardare negli occhi i nostri compagni di avventura, e sentirli un po’ fratelli, un po’ famiglia, ad alzare gli occhi al cielo, a chiuderli con il sorriso…
Tutti qui, sulla stessa barca, o sullo stesso traghetto malandato, tutti qui a sorriderci, tutti diversi e tutti così uguali, tutti giovani, coraggiosi e fortunati, tutti legati da un filo invisibile o da un braccialetto “Erasmus Sevilla” anno accademico 2015/2016. 

Siamo qui…

E non vorrei essere da nessun’altra parte.

1
918
Add

Cuaderno de viaje – día 1

Avvistata.
Sul volo FR4635 di Ryanair, Milano (Bergamo)-Siviglia, una bionda in bianco e nero, che sorvola l’Europa.
Il posto vicino al finestrino me lo sono giocata, le mestruazioni non mi danno tregua, mi hanno stivato il bagaglio a mano, sto pranzando con un Camogli alle 17.30 ed ho beccato, per la seconda volta in un’estate, lo steward più odioso della compagnia… insomma, come inizio non c’è male.
E siamo solo noi, io, due trolley ed un libro… magari. In realtà c’è una coppietta mielosa alla mia destra ed un’altra che ronfa a bocca aperta alla mia sinistra. Ma dico… se dovete rubarmi il posto al finestrino, almeno non fatevi beccare che dormite!
Va bene lo stesso, vale tutto, facciamo un respiro ed un passo indietro: sto andando a vivere in Spagna. Precisamente a Sevilla (Siviglia, per gli italiani, sì quella del barbiere), la temperatura a terra sarà di 30°C, l’umidità al 95% ed il mio telefono scarico. Come meravigliarsi.
È andata più o meno così: nel mese di ottobre, dopo aver scoperto che le borse di studio Erasmus non erano destinate ad un élite di redditi inferiori ad xxx, bensì a tutti i comuni mortali ed essermi guardata allo specchio, negli occhi di tante ragazze che erano “appena tornate”, ho deciso di attendere con frenesia un bando, Il Bando. Dopo aver compilato tutte le scartoffie al 1° posto è arrivata Sevilla, seguita da Tenerife (nel caso non mi fossi aggiudicata il 1° posto, sarebbe scattato il premio di consolazione). Dopodiché ho comunicato la notizia a casa, ovviamente a giochi fatti, quando non si torna indietro.
E Sevilla mi sono aggiudicata, qualche mese dopo.
La Spagna. Perché la Spagna? Parliamoci chiaro: sono la persona più solare e casinista del mondo, ma sono anche la più rigorosa. Lo spagnolo è la seconda lingua più parlata al mondo, snobbando il cinese che comunque non ho intenzione d’imparare in questa vita, data la scarsità di mete anglofone, mi sono buttata su questa lingua muy caliente.
Dopodiché la città viene da sé, non c’è paragone. Non c’è nulla da spiegare.
Quindi si, bella la fiesta loca, ma non è il mio obbiettivo primario.
L’estate è filata via veloce, piena di sorprese e felicità, come ogni stagione del sole che si rispetti, talmente emozionante da rendere l’arrivo del nono mese dell’anno un peso non indifferente…
Ed è arrivato settembre. E con i temporali anche un mal di pancia fisso, un nodo tra lo stomaco e la gola, pronto ad ovattare ogni giornata, ogni saluto, ogni movimento, ogni sapore, ogni sorriso.
Non ho voluto pensare alla partenza finché la partenza non era più vicina di qualsiasi altra cosa.
Non ho voluto mettere in mezzo l’Erasmus in nessun rapporto, in nessuna decisione che lo precedesse e me la sono goduta, fino all’ultimo secondo, quest’aria italiana.
Il mare, la pizza, l’alba, il profumo dei cornetti, la pioggia sui capelli, il pesto, il sorriso di Arabella, le chiamate della nonna, il tramonto, la musica italiana, la focaccia, le litigate con la mamma, la Costiera Amalfitana, la Puglia, l’Expo, Santa, la mia 500, le colline, l’asfalto, le code alla rinfusa, le discoteche, le mani di Lorenzo, le amicizie di una vita, quelle nuove, che valgono una vita.
Ho visto lo spettacolo dell’albero della vita, dall’autostrada, mentre Jovanotti cantava “…che settembre ci porti una strana felicità”, l’ho gridato a squarciagola e sono corsa a casa, consapevole più che mai di quello che avrei lasciato a 2000 km da me, inconsapevole di ciò che mi riserverà il destino, ma curiosa e felice più che mai.
Atterro tra venti minuti, o almeno così dice il mio nemico steward, ho prenotato con papà un ostello (io e gli ostelli, capitolo tutto da scrivere), nessuno mi aspetta all’aeroporto, nessuno mi aspetta a casa, ancora non ce l’ho una casa, la patente marcirà in valigia, l’ultima volta che ho studiato spagnolo è stato in seconda elementare, devo spostare il mio orologio biologico di qualche ora, il tramonto dovrebbe aspettarmi, spero di trovare un appartamento con il bidet e che si sciolga al più presto quel nodo.
Ciak, si gira.
Che lo spettacolo abbia inizio.

5
1054
Add

Come noi nessuno mai

Da quando mamma mi diceva per la prima volta “saluta il mare, digli che ci vediamo l’anno prossimo” sono passati 19 anni, eppure non ho ancora imparato a non piangere il giorno in cui devo partire da Santa.
Più o meno quello che succede in tutte quelle occasioni in cui non vorresti andare e poi la situazione si evolve in maniera tale da desiderare di non tornare più.
Questa vacanza dura da tutta la vita ed ogni volta è la stessa storia.
Quando eravamo ragazzine contavamo i giorni, passavamo l’ultima settimana ad anteporre il termine “ultimo” davanti ad ogni azione. “Ultima partita a carte” “ultimo gelato” “ultima serata agli scogli” “ultimo bagno”. Ricordo l’Ipod di Elena e le canzoni dei Finley nelle orecchie, lacrime e sangue.
Poi ci siamo evoluti “ultimo Covo” “ma dai che ci vediamo alla Vogue” “quando sei a Milano scrivi” “cosa facciamo a Capodanno?”…
Ma siamo sempre noi. La stessa solfa. La stessa storia.
Amici di una vita, new entry, amici di una settimana, amici di amici, amici di una sera.
Sarà che ogni anno che passa diventiamo sempre più grandi, sempre più autonomi, sempre più liberi di viaggiare e ci spostiamo, siamo passati da 3 mesi a Santa, a 2 a 1 a qualche settimana, cerchiamo gli incastri perfetti, i periodi giusti, le occasioni… ma ogni volta è la stessa storia. Non c’è mai paragone.
La Valletta, 9.30 Simonetti, 10.00 Baretto, casa Bonzano in pre serata, scroccare piscine, il compleanno di Lavi, i braccialetti, i gavettoni a ferragosto, il Covo, Garibaldi, la revival, le carte, le gare di tintarella, i mercoledì a tema, gli scandali interni, limoni e litigate, l’organizzazione che non è mai troppa, la voglia di fare che non è mai abbastanza, i motorini, le pizze d’asporto, “Non succederà più”, il carnevale, i genitori di tutti, i ricordi leggendari, le persone sparite, le promesse, le cene a casa Airaghi, i tavoli balzati, Tiziano Ferro random, i temporali estivi, la barca di Ele, la terrazza di Ele, i bagni di notte, “te ne devi andare” e “oddio l’hanno messa”, i concerti privati a casa Mainardi, miss Santa, il Miami, i gradoni, cantare a squarciagola in qualsiasi occasione, farsi riconoscere sempre, le cene a Portofino, gli aperitivi, la campanella delle 4 e i bomboloni del Claudio, Pier fisicato, metal slug e puzzle bobble, calcetto e ping pong, 2 ore di attesa dopo il bagno, Elena con il braccio rotto, il ciambellone, intrufolarsi nelle cucine, i MiGames, il Just Wine, la famiglia Bonelli, le mie sorelline, i divanetti, il set fotografico, sorelle e fratelli, le coppie nate e scoppiate, i contatti internazionali…
Potrei continuare per ore.
Cosa c’è di strano?
Emozioni estive, emozioni da vacanza, ma emozioni solo nostre, impercettibili.
Un anno in giro per il mondo, ognuno nel suo, per poi ritrovarsi, come se nulla fosse cambiato, nel nostro habitat, nella nostra casa, come ogni famiglia che si rispetti.
Perché non c’è mai stato paragone e mai ci sarà. Grazie a tutti, belli, brutti e farabutti.
Vi voglio bene.

1
989
Add

Essere o non essere Charlie

Esistono gli spavaldi, quelli che insistono, quelli che “non me ne frega un cazzo”, quelli che abusano della pazienza altrui.
È quotidianità.
“Mi danno fastidio le bestemmie, un po’ di rispetto” “va bene, porco d**”.
Esistono e li catalogo nella sezione I-Idioti.
E poi ci sono gli spiritosi.
“Mi danno fastidio le bestemmie, un po’ di rispetto”
“Oh ma certo, figlia di Dio, scusami”.
C’è una linea sottilissima, ma c’è.
Ora, è indubbio che, in entrambi i casi, la persona che ho di fronte non sappia cos’è il rispetto o lo sappia, ma decide consciamente di fregarsene. Indubbio è anche il fatto che questo genere d’individui, se si prendesse un pugno in faccia “se lo sarebbe cercato”. Indubbio, ed è qui il punto, è anche che, da me, un pugno non verrà mai sferrato. Non so perché, senso di civiltà? Rispetto anche per la stupidità? Non – violenza intrinseca? Educazione al dialogo?
Di certo, tra queste ragioni, non mi è venuto spontaneo scrivere “libertà d’espressione”. Perché dev’esserci un limite, anche alla libertà, quando la tua libertà limita la mia, quando la tua libertà diventa prevaricazione nei miei confronti. Dove finisce la mia e dove inizia la tua? Sicuramente, indubbiamente, lontano da un’arma.
Sicuramente, indubbiamente, lontano dalla ridicolizzazione.
“Ve la siete cercata” non si può sentire, non si può leggere, non si può pensare. Una persona che cerca di farsi un selfie a testa in giù oltre la ringhiera di un ponte, se la cerca, non una persona che enfatizza dei luoghi comuni. Anche se, c’è modo è modo e non si deve mai perdere di vista l’obbiettivo: dare rispetto per ricevere rispetto. 
Sbeffeggiare una religione non è rispetto, enfatizzare un luogo comune, satiricamente, è al limite. Ma chi lo sceglie qual è il limite?
Io, personalmente, mi giro dall’altra parte e mando a cagare, se sono convinta di giocare su in terreno impari.
Loro, in prima persona, prendono un kalashnikow e mandano nell’aldilà. 
L’ignoranza è una brutta bestia. Ma come si sconfigge? Forse non così. Non deridendo e schernendo persone che non hanno senso dell’ironia.
Del resto, ad una cena, la smetti di fare battute, se i tuoi interlocutori non ridono, o no?
È vero anche che è pieno di vignettisti che fanno satira sulla religione cristiana. Ed io non mi sento offesa da ciò, anzi, mi capita di riderci su. Humor? Senso dell’umorismo? Qualche capacità intellettiva in più? Credo sia solo questione di educazione, nel senso di “educazione ricevuta”, cultura, attitudine.

Sono molto combattuta.

Ma su una cosa sono certa: se m’insultamo la mamma li mando a fanculo, ma un pugno non lo sferro. Senò sarebbe lecito pensare che se insultano il mio Dio, io li debba ammazzare, o per lo meno, prendere a pugni. E questo non lo credo.

Resto comunque molto combattuta. 

2
1313
2

Perché meno avrai e più sarai bravo a donare

C’è una giornata all’anno in cui striscio senza ritegno e non per me, si dà il caso che quel giorno fosse oggi: la domenica prima di Natale. Quando ormai allo studio si può soprassedere ed il clima di festa m’invade, invade le strade e le persone. Me ne esco da sola, con mille programmini, che prontamente si rivelano fallimentari. Uno schemino accurato sull’agenda: mamma -> regalo, papà -> regalo […] e poi cambio idea, una, due, tre volte e ancora, mi faccio tenere le cose per 10′ “se non trovo altro”. Mi prefiggo un tetto massimo, che puntualmente sforo, con un “chissene frega, è Natale, se non adesso quando?”. 
È Natale. 
Non posso trattenermi, devo per forza svuotare il portamonete nella custodia del violino, davanti a quei 3 artisti. È Natale e già immagino le facce delle mie amiche quando apriranno il regalo, quelle fenomenali che me lo apriranno sotto al naso, subito, impazienti e quelle che, come me, lo riporranno sotto l’albero, in attesa. Immagino loro, cercarlo per me. Immagino la mamma, che pensa sempre di aver trovato il regalo giusto e magari fa cagare, ma non si può dire e poi cosa importa? È Natale, una cazzata in più, non fa mai male. Ci sono regali studiati, regali dell’ultimo minuto, regali piccolissimi, ma con un enorme valore, regali grossi e regali da riciclare. Immagino i vostri occhi, pieni di curiosità, tentati fino al 25, tentatissimi e poi sorridenti, grati, contenti, dopo aver stropicciato la carta o dopo averla accuratamente ripiegata, per riciclare anche quella. E allora scelgo bene anche la carta.
Vedo mani che volano sugli scaffali, c’è un po’ di agitazione nell’aria, mentre io invece la vivo benissimo, non ho ancora comprato nulla e mi guardo attorno, in attesa dell’idea vincente, di quella convincente, di quella utile. Mi sento un po’ come i mariti che si rannicchiano negli angoli dei negozi, sulle panchine degli outlet,  per cercare d’ingombrare il meno possibile e nella speranza che le mogli non li vedano o almeno non l’interroghino, mi rannicchio dentro di me, canto a voce alta, sorridendo come un ebete e auguro “Buon Natale” a chiunque ricambi il mio sorriso. È Natale, mi tornano in mente tutti i regali fatti, che in un giorno qualsiasi dell’anno, ho visto usare, i regali utili, apprezzati e sfruttati. Così trovo altre idee stupide, ma utili e vado alla caccia. Il bottino è ricco, la tavola imbandita e torno a casa felice. Finalmente in clima natalizio, finalmente pervasa. Speranzosa, anche quest’anno, che Natale sia un pretesto per avvicinare e condividere, più del Natale scorso e meno del prossimo.
Non so se sia più bello riceverli o farli, i regali, a Natale. So invece con certezza che, dopo questo pomeriggio, il sorriso non me lo toglierà nessuno, da qui al 25 almeno!
Buon Natale a tutti i generosi, che decidono di regalarsi, ogni giorno.

2
997
Add

Eternit(à) per la giustizia.

Nera di rabbia, ma accesa di speranza, scrivo nella speranza che non venga prescritto il rispetto, almeno quello.

Se c’è una cosa che dovrebbe essere eterna è la giustizia.

Nulla oggi lascia spazio alla serenità.
Nulla lascia spazio al silenzio.
E così dev’essere.
Nella home di Facebook solo notizie, parole che risuonano, forti e chiare,
articoli, fotografie: sdegno. Lo sfondo che le accomuna è il tricolore, le
parole ETERNIT e GIUSTIZIA. Un connubio per chi si dimena, urla, con tutte le
armi in suo possesso, per chi ancora un po’ ci crede e non può smettere, in
quel tricolore. Perché non c’è altro modo.
Quando vivi a Casale Monferrato lo sai. Cerchi di non pensarci, ma lo sai: da
un giorno all’altro arriva, come un fulmine a ciel sereno, non puoi accettarlo,
ma lo sai. Toccherà te o il tuo vicino, ti sfiorerà di pochi millimetri,
penserai di averla quasi scampata, scapperai, ma lo porterai con te, dentro di
te. Magari lo stiamo già custodendo dentro di noi, questo amico, che un giorno
verrà a farci visita senza preavviso. Ne hai già visti, ne hai già toccati, l’hai
respirato e lo respiri tutti i giorni: l’ossigeno della morte.
La sensazione, oggi, è di un brivido continuo, di occhi gonfi, di lacrime che spingono,
spingono e spingono senza uscire, perché non è il caso, la rabbia le trattiene.
Dove sono i nostri cari? Cosa si aspettano da noi? Cosa si aspettavano dalla “giustizia”?
Non può essere un concetto così effimero, non mi arrendo.
A cosa dobbiamo appellarci? A chi? Dove? Su questa terra c’è ancora modo? C’è
ancora tempo? C’è ancora spazio nei cimiteri?
Non so più cosa pensare e mi lascio attraversare, da tutti questi tremolii, da
questi attacchi di sdegno, di tristezza, di paura. Ma che dico di paura, di
terrore.
Eppure, non posso fare a meno di condividerla, anche io, questa bandiera,
perché, nel dubbio, non ci affidiamo completamente a quella divina e, se anche
fosse, non ci sembra abbastanza, la “giustizia”.
Ci crediamo ancora.
E siamo in lutto.
Un lutto nero, ma acceso. Un lutto forte, luminoso, che si fa sentire, anche in
silenzio, a gesti, ad immagini. Acceso di speranza, perché quella non va in
prescrizione. Potrà nascondersi dietro alla rabbia, ma la teniamo stretta,
insieme all’amore ed al rispetto per chi non c’è più.
Per chi ha sofferto e per chi soffrirà, perché è un olocausto che respiriamo
quotidianamente.
Per loro e per noi, la speranza, rimane viva e va alimentata, con le unghie e
con i denti.

Se c’è una cosa che dovrebbe essere eterna è la giustizia.
1
915
Add

Entropia interstellare e mentale

Carpe Diem,  cogli l’attimo, olocene, qui ed ora. 
Corro a casa, ho dimenticato le chiavi, suono con insistenza, non mi strucco neanche, infilo il pigiama e cerco la colonna sonora giusta. Non posso perderla questa.
Non è vero che devo scrivere di tutto, non credo di essere in grado di scrivere di tutto, men che meno di cinema. una critica cinematografica non credo uscirà mai dalle mie dita, fino a quando non incrementerò almeno del 325% la mia cultura. Ciò premesso, non posso non fermarmi, non dedicarmi, a questo capolavoro.
Capolavoro potrebbe sembrare già una sentenza, ma è soggettiva. Per me lo è.
Sono ancora agitata, cerco e vorrei aiuto, ma se mi soffermo non so dove potrei trovarlo, se non dentro di me.
Cos’è successo di così grave? Ho semplicemente visto Interstellar.
In molti lo aspettavano, in tanti l’hanno visto, la sala era piena anche stasera, chissà che sensazioni si portano a casa loro, ho sentito commenti sulle scelte degli attori e sulle parti assegnate, apprezzamenti e menefreghismi. A me non ha toccato. Sono uscita da quella sala completamente sbigottita, con una miriade di domande in testa, con un’ enormità di punti interrogativi.
Il tempo, lo spazio e gli affetti, sono i 3 fuochi.
Il tempo.
Non so dove potrebbe portare questo discorso, ma se penso al tempo il mio cervello come prima immagine vede un orologio, è una semplice associazione mentale: il tempo mi rimanda subito alla sua unità di misura, che vediamo scorrere nelle lancette. La dilatazione temporale è una cosa che posso accettare, ma non comprendere. Che il tempo scorra diversamente e si possa andare avanti più velocemente, lasciando tutto e tutti indietro, mi traumatizza. Non mi sono mai soffermata  così tanto sul tempo, se non nelle nottate in cui passiamo da ora legale ad ora solare e viceversa, mentre cerco d’incastrare quel tempo perso e quello guadagnato con la vita vissuta in quelle ore. L’unica soluzione che posso escogitare per sfuggire a quest’ansia è godermelo, tutto, viverlo e sfruttarlo.
Lo spazio.
Lo spazio è un’idea che mi martella più spesso. Alzo gli occhi al cielo, di notte, e guardo l’infinito.  L’infinito. Dove passa quest’infinito? Come fa a non arrivare da nessuna parte? A non avere una meta? Cos’è l’infinito? Ancora non ho compreso come sia possibile che ci siano 3 dimensioni, come posso pensare a 5? Mi crogiolo attorno alla parola “infinito”, focalizzando anche il suo simbolo di 8 rovesciato, che ben trasmette l’idea dell’infinito stesso, un poter continuare ad andare, girare, fare, senza mai arrivare. Assolutamente inarrivabile, non solo fisicamente, ma per la mia mente, non ci arrivo, non lo vedo, non lo spiego e quindi non lo concepisco. Eppure è così,  fino a prova contraria. E comunque anche la prova contraria non ci basterebbe, quindi prendiamo quel che viene.
Gli affetti.
Sebbene l’intenzione di Nolan potesse essere quella di sottointendere che l’amore sia il vero grande motore vitale, mezzo grazie al quale poter raggiungere tutte le soluzioni, rispetto agli altri temi che prevalgono il film, passa assolutamente in secondo piano, ma merita attenzione comunque. 
In primis è chiaro e palese che i legami di sangue siano forti e trascendano tutte queste dimensioni e tempistiche, così come l’amore. Mi ha fatto particolarmente specie vedere l’ostinazione in Marphy, giustificata dalla speranza, che non lascia trasparire fino all’ultimo, dalla fiducia in suo padre. La fiducia, quando c’è di mezzo il sangue, è ossigeno. Altrettanto stupore mi ha lasciato vedere l’atteggiamento completamente differente di due uomini trovatisi al punto di non aver più nulla da perdere: Mann, che giustifica il suo voler salvare se stesso, con un voler salvare l’umanità, fino a perdere anche se stesso. E poi Matthew, che non ha esitato a sacrificarsi, venendo in teoria ripagato da questa quinta dimensione. Lui, che dopo essersi sacrificato una volta,  lasciando i suoi figli, per poi doversi lanciare, ancora, dopo aver completato ogni suo obbiettivo: salutare e farsi perdonare da sua figlia.
Così,  si chiude, lasciandomi li a pensare alla vita, alla morte ed a cosa c’è nel mezzo, a come spendere me stessa, per trovare risposte.
Pensieri, sconnessi pensieri dai quali sono stata travolta dopo aver visto e sentito questo spettacolare film, che non mi ha detto niente, mentre mi ha detto tanto. Tutti gli interrogativi dell’umanità racchiusi in una sala dell’Uci per 3 orette. Oltre alle domande mi rimane quello stesso senso di consapevolezza con cui ero entrata: l’amor che muove il sole e le altre stelle, è l’unica cosa che, anche in questo caso, riusciamo ad immaginare possa battere anche la gravità. Non sappiamo perché e non vogliamo neanche chiedercelo, ci prendiamo il tempo per viverlo, dilazionandolo a nostro piacimento, nei nostri cuori. Ci prendiamo lo spazio, tutto quello che sogniamo e tutto quello che riusciamo a toccare, ad attraversare, a concepire. Ci catapultiamo in altre dimensioni, lasciando fermo il corpo, ma lo facciamo.
Così, nonostante il momentaneo desiderio d’iscrivermi ad ingegneria , perché in questo istante il resto pare effimero e piccolissimo , rispetto all’universo, così provo a dormire.
Un senso di piccolezza ed inutilità mi pervade, ma credo che tutti abbiano un utilità, esattamente come nulla accade per caso, anche solo essere la ragione per tornare, il motivo per tentare, la molla di qualcuno.
Lasciatevi dunque attraversare, se già non l’avete fatto, da questa botta di vita.

Nel mentre, vado a dormire anche io.

3
1047
1

A casa di Dio

La luce del sole che risorge, dopo la tempesta, dopo le alluvioni, questa domenica, attraversa prepotente le vetrate colorate del Duomo, proiettandosi su tutto quello che incontra: persone, colonne, pavimenti, sedie e tende. 
Davanti a me c’è una coppia di 30 enni con una bambina dolcissima, di pochi mesi, ha una carrozzina color tortora, abbinata ai leggins minuscoli, una magliettina rosa, come la copertina, e gli Ugg rigorosamente rosa, che paiono portachiavi, con una giacchetta elegantissima, anche quella grigia. 
Sulla panca in legno solo mamma e papà, ad affiancarla, cercano di concentrarsi sulle parole del Don, senza perdere mai di vista, con la coda dell’occhio, la pargolina. A 50 centimetri da me, imperterrita, passa la messa a giocare con la coperta, sorridendo, facendo versetti e rispondendo a qualche altro bebè che versetta vicino. La parabola dei talenti sembra divertirla particolarmente: agita quelle manine come fossero già le sue armi, le apre e le chiude con tutta la sua forza per afferrare la copertina e trattenerla a se. Dice tutto senza nemmeno parlare “è rosa, è la mia copertina, la tengo io”. Chissà di quali talenti è stata investita, lei, così piccola e così viva, lei, che riesce a sorridere anche senza denti, a trasmettere felicità senza nemmeno saper pronunciare “mamma” nè “papà”.
È quasi ora della benedizione finale quando la mamma estrae dalla borsa un piccolissimo poncio marroncino e pesante, si gira lentamente verso la baby e la vedo. Circa 30 anni, un fisico giovane e tonico, nonostante la recente gravidanza, capelli boccolosissimi e scuri, Nike fuxia da corsa, calzino corto bianco e piumino bluette. È struccata, ma rilassata e sorride con premurosa dolcezza, è circondata dall’aurea della neo maternità, quella che mi ricorda Edward Cullen quando luccica al sole. Lentamente si avvicina alla primogenita e con un’attenzione maniacale fa passare il poncio dalla testolina, per poi incastrarlo tra i manici del passeggino, spostando la bimba innumerevoli volte fino ad essere certa che sulla schiena non ci fosse alcuna piega e nulla possa infastidirla. Trascorre non so più quanto tempo ed io sono qui, incantata, ad osservare i suoi gesti lenti e delicati, su quel piccolo tesoro da poco sfornato, con una calma ed una serenità, probabilmente  accentuata dal luogo sacro in cui si trovano, che mi incantata.
È ora del canto finale ed escono, prima ancora dell’ “andate in pace”, loro non ne hanno bisogno, loro sono già la pace. Avanzano mamma e figlia, seguite a ruota da papà. Avanzano a braccetto con la pace, con la loro bontà, vicinissimi, lasciando trasparire tutta la gioia che li accompagna da quando sono diventati un trio.
Il potere della vita.

2
904
Add

La cura

Premessa: non curo abbastanza il mio blog, è che ho problemi d’ispirazione. Mi viene nei momenti meno opportuni: sul cesso, sotto la doccia, a testa in giù su un’altalena, sul tetto di una macchina non mia. Tutti luoghi poco consoni ad aprire un Acer, che si accende troppo lentamente rispetto ai miei pensieri e sfogarmi sulla tastiera. Così abuso delle note dell’IPhone, che sono una mineria d’oro, almeno, le mie, ma non sempre le condivido. Ma a voi che interessa?
Questo è quello che è venuto fuori da una serata, di un lunedì qualsiasi, di ottobre (il mio mese), giorno in cui inizia la settimana ed il cinema costa 5 euro. Quindi, leggete pure tutto e tenete quello che vi va. Anche gli errori di grafia che non ho intenzione di correggere.
Buonanotte.

Quelle cose
che gli umani non possono immaginare.
Per esempio, i comuni mortali credono che i panzerotti migliori siano da Luini,
ma si sbagliano. In un vicolo, a Venezia, insieme a Petronio, dimorano,
nascosti alle grinfie del mercato cinese, i panzerotti più libidinosi che abbia
mai mangiato. A pochi prediletti quest’onore.
A Vienna, per dire, ho iniziato ad odiare i Krafen, un odio che non avete idea:
non riesco più nemmeno a vederli. La gola, nel cortile dell’umile dimora della
principessa Sissi, prese il sopravvento sulla ragione e mi feci rapire da una
palla di pasta, immersa a vista nell’olio bollente, infilzata da un portasapone,
riempito di crema pasticcera. Al primo morso volevo già morire. Fortunatamente
c’erano papà e sorella spazzatura, a spazzolarne l’avanzo.
I comuni mortali, non sanno, fortunatamente, che dopo aver visto un film che mi
piace, impazzisco. E non ammettono che i film si debbano vedere o con le
persone giuste, o da soli, perché è così cattivo sentirsi su un piano diverso
rispetto alla persona che lo guarda accanto a te, piuttosto scansatevi. E per l’amor
del cielo, lasciate quel culo sulla poltroncina fino alla fine dei titoli di
coda. Come fate a dire di aver visto un film se non leggete i titoli di coda?
Mi sono resa conto di quanto fosse strepitoso Come un tuono, solo quando alla
fine è partito Bon Iver, pensate se fossi andata a casa prima.
E poi c’è il polpo con le patate di Porto Venere, da Iseo: la fine del mondo. E
dopo una vita di tremesialmareogniestate ne ho mangiati di polpi patatosi, ma
nessuno così. Piacere puro.
E’ tutto il giorno che mi dimentico di Twittare “Iniziate la giornata con una
qualsiasi forma d’arte e chiudetela allo stesso modo, tutto avrà più senso”.
Non so nemmeno se ci sarebbe stato entro quei benedetti caratteri, ne se
sarebbe stato più apprezzato, o difeso, di Fedez, dopo i super complimenti
ricevuti quest’oggi dalle alte cariche del nostro stato. Comunque. Iniziate la
giornata con una canzone e chiudetela leggendo un libro, oppure googlando un
quadro nuovo, assaporando un blog sconosciuto alla maggior parte, o guardando
un film, come preferite, ma prendetevi tutta l’arte che c’è nell’aria e
buttatela dentro, stringetela e non sprecatela.
Cambiamo playlist.
Ho intenzione di rientrare in quel negozio di vinili e farmi insegnare
qualsiasi cosa dal protagonista in carne ed ossa di Alta fedeltà (o almeno io l’ho
visto così). Immaginatevi di andare a vivere in una nuova casa, in una città
che conoscete un pochino, in una via del centro, una di quelle vie in cui siete
convinti di avere tutto a portata di mano: il calzolaio, la panetteria, quattro
bar nel giro di 20 metri, una pizzeria, una vineria, il kebabbaro, il
Libraccio, Tigella Bella, persino un negozio di abiti firmati usati (Dejavù,
fateci un salto, ho fatto l’acquisto della vita qualche settimana fa, potrebbe
andare bene anche a voi), farmacia, abiti vintage e poi c’è lui: quello che non
avevate messo in conto, che non vi aspettavate, che non cade all’occhio, che non si
vede, uno di quei negozi che se lo vedete quando andate in giù e lo cercate quando
tornate indietro, rischiate di non vederlo più. Vedete prima il legno, massello,
scuro, poi i vetri, quei vetri un po’ vecchi, ma non troppo, che vengono
puliti, ma non nel modo giusto, quindi sono un po’ aloneggianti, un po’ tanto a
vederli con la luce del mattino. Dietro a quegli aloni ci sono una decina di
vinili, appoggiati a mensoline di legno larghe dieci centimetri, non so ancora con
quale criterio siano stati scelti per il primo impatto con il pubblico. Li vedi
e non li vedi. Cambi la messa a fuoco e trovi il paradiso. Scatoloni e
scatoloni, pieni di quei grossissimi e troppovintageperessereveri dischi. E
allora vorresti entrare, ma sulla porta c’è scritto “torno subito”.
E allora torna.
Una persona normale si aspetta che in un negozio di dischi, come minimo, vada
almeno la radio. In un negozio di vinili, almeno un giradischi, anche solo di
presenza. Ed invece no. C’è solo il sottofondo del mondo circostante, attutito
dal parquet.
Io ci voglio passare almeno 48 ore lì dentro. Io voglio tornare e dire al
figlio di Nick Hornby (cacchio è pure pelatino) che mi deve insegnare tutto.
Torno lì, con Rob Fleming e la sua storia, in omaggio ed in cambio chiedo un po’
di cultura musicale. Ci starà?
Così.
Ho questi problemi.
Domani vorrei alzarmi, mettere due stracci in uno zaino e partire per un “Mangia,
prega, ama” a modo mio, un po’ più articolato. Una cosa tipo, mangia, mendica,
canta, prega, ascolta, fermati, cammina scalza, ordina e scappa, vola,
ringrazia, piangi ed ama.
Ci pensate a piazzarvi tutto il giorno su una panchina semplicemente a guardare?
Oppure a caricare fino al 101% l’iPod e girare per la città cantando a
squarciagola?
A tuffarvi vestiti nell’oceano?
A farvi un panino seduti in un angolo, accanto al barbone più sorridente?
Ad inseguire una nuvola scelta alzando gli occhi al cielo?
A ballare alla fine di una scala mobile della metro?
Ma cosa siamo qui a fare? Cosa fate ancora a casa con la mamma? Baciatela e
facciamo lo zaino.
Baciate lei e le vostre splendide sorelle, dite a papà che sarà per sempre l’uomo
della vostra vita, che cercherete un po’ di lui in qualsiasi persona dell’altro
sesso che vi troverete di fronte, affianco. Ditegli che per quanto ne cerchiate
uno migliore, non lo troverete e se per caso lo trovaste, tanto lo lascereste
andare da un’altra parte, perché siete delle teste di merda e nessuno è all’altezza
di papà.
Partiamo, ti prego, Doralice, andiamo, andiamo a sentire il sapore del mondo.

Tutti questi giri per arrivare qui, al mio nuovo punto fermo, che ha un nome: Erasmus,
ed un volto: il mio.

Voglio
entrare in un negozio qualsiasi, in una città qualsiasi, di uno stato
qualsiasi, con il Rob di turno, stanca, con un po’ di occhiaie, felice e
sorridergli.
Sorridergli con il cuore.

Che
faticaccia dev’essere non sognare…
2
1259
2