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Cuaderno de viaje – dia 250 – Quinta essentia

La routine è una centrifuga, il cratere di un vulcano, ma anche un divano morbido, un soffice marshmallow.

E’ da due mesi che aspettavo il 13 maggio. Ho cerchiato la data sul calendario, ogni giorno, prima di uscire dall’ufficio. Da lunedì ho iniziato a contare le ore… eppure quando sono scattate le 14.00, oggi, sono rimasta seduta, non avevo più fretta. 
Ho baciato tutti i miei colleghi, uno per uno, ho ringraziato e salutato. E tornerò ancora, prima di partire, perché nel farlo mi si è stretto il cuore.
244 ore alla destra di quel fenomeno di Riccardo, 49 giorni con la sveglia alle 8.00, 49 colazioni “da Paco”, 49 “Buenos dias” al ragazzo dei giornali, 98 “hola guapa” a Margaret, la ragazza dei fazzoletti, parlare di calcio, contabilizzare fatture, aspettare le 10.30…
L’ho capito subito che sarebbe stato diverso, io che ho sempre bazzicato tra ferie, stadi, palazzetti, viaggi e discoteche. Io, inchiodata ad un computer, stretta in un ufficio, seduta composta, non mi sento a mio agio.  Eppure sono meticolosa, precisa, ordinata e soprattutto rigorosa: s’ha da fare.
E’ che darsi degli orari è una cosa, doverli rispettare per forza è un’altra. 
Così, nel bel mezzo di un anno senza tempo ne spazio, ho avuto la bella idea di approfittare dell’occasione per fare tre cose in una: studiare, vivere il mio Erasmus e perché no? Buttiamoci dentro anche un tirocinio, tanto le giornate durano 48 ore ed io sono invincibile.
Il cazzo.
Dopo 2 mesi e mezzo di “non torno tardi, domani lavoro”, dopo 244 ore che mi hanno fatto capire chi voglio essere, ma soprattutto cosa non voglio fare, ho fatto per l’ultima volta quei tre piani di scale, piroettando felice, con gli occhi lucidi.
E’ stato bello provare a fare l’adulta per un po’, scegliere tra dormire e vivere, maledirsi per non aver chiesto una firmetta al commercialista, dimenticarsi che bisognerebbe riposare 8 ore a notte, pranzare alle 16.00, rinunciare ad un viaggio ad Ibiza, in Algarve, anteporre l’umiltà a qualsiasi conoscenza, guardare con gli occhi ancora da bambina il mondo dei grandi…
Lo rifarei?
Mille volte.
Anzi, dovremmo iniziare a farlo prima, tutti. Dovremmo avere la possibilità di fare uno stage ogni anno, dal primo anno di Università, perché no, già dal liceo, capire chi siamo, renderci conto di chi vogliamo diventare, di quello che vale davvero la pena, di quali sono le nostre inclinazioni, i nostri punti di forza, ma soprattutto di quanto siamo fortunati. Provare.
Se già l’Erasmus è una grande fonte di consapevolezza, una traineeship lo è ancora di più.
Provare, solo un boccone, assaggiare, gustare, senza impegno.
Il lavoro nobilita l’uomo, ma solo se quest’ultimo è in grado di non lasciarsi mangiare vivo. Sì, mangiare vivo. Perché non c’è salario che valga la vita di cui ci priviamo per stare in ufficio. Il tempo passa, viene monetizzato, si trasforma in stipendio a fine mese e di 720 ore di vita ne avremo passate 160 lavorando, 10 andando e tornando da lavoro, 200 dormendo (nella migliore delle ipotesi), 24 in palestra, almeno 100 mangiando… e le altre 226, quasi 10 giorni, per lo meno, dovremmo passarle felici.
Cercatelo, dentro di voi, per strada, dal panettiere, al cinema, in università, cercatelo questo lavoro che vi porti in palmo di mano, vegano, che non mangi gli umani, un po’ fascista, che non mangi quei bambini che siamo ancora e che dovremmo continuare ad essere, anche una volta diventati adulti. 
Assaporateli questi stage, invece di cercare di deviarli, mangiateli con le mani, sporcatevele, perché se non lo fate adesso dopo potreste non avere tutta questa scelta.
E approfittatene, adesso che i doveri sono ancora un’opzione personale e le responsabilità limitate, approfittatene, ora che la frequenza non è obbligatoria, i voli sono economici ed i continenti ad una manciata di ore. Approfittatene per rispetto dei nostri genitori, che forse non hanno avuto tutte queste opportunità, per rispetto dei nostri nonni, che hanno combattuto, con le armi o con il cuore, per difendere ed abbattere i confini del mondo. Approfittatene per rispetto dei vostri coetanei che non hanno potuto, per quelli che si sono lasciati centrifugare troppo presto e per quelli che l’hanno fatto volontariamente, per un pargoletto o per presa di posizione.
Ma soprattuto approfittatene per voi stessi, perché è passato un filo di vento tra quella orribile foto del tesserino universitario, a questa ricerca per la tesi. Un soffio caldo e piacevole, ma forza 9.
Quando passerà quest’attimo, quando finirete nella centrifuga, non lasciatevi cogliere impreparati, arrivate sorridenti e pieni di vita.
Approfittatene, adesso: viaggiate.
Rendetevi conto che la vita è una sola e bando ai convenevoli, basta con le ciance, chissenefrega dell’orgoglio, “dove sei?”, “partiamo!”, “scendi!”.
La routine è una centrifuga, il cratere di un vulcano, ma anche un divano morbido, un soffice marshmallow… però, per ora, voglio ancora ridurmi all’ultimo calzino, prima di fare una lavatrice, disegnare vulcani con i pastelli a cera, fare le capriole sul divano e masticare i marshmallow a bocca aperta.
Correte, ma senza fretta. La vita è adesso.
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Cuaderno de viaje – dia 248 – Il significato della parola “casa”

E’ il 10 di maggio.

Da qualche settimana ho smesso di contare i giorni dal mio arrivo ed ho iniziato a contare quelli che mancano al mio rientro, alla fine. E’ stato un passaggio rapido, una caduta dalle nuvole, difficile da accettare, ma dai confini ben precisi. Dicono succeda il contrario con i 50 anni, ma non è ancora un mio problema.

Siamo arrivati e 9 mesi sembravano un’eternità, sono passati lenti, nel primo semestre, perché pieni di novità. E’ passato Natale e siamo tornati, qualcosa era diverso.
Lucas ci aveva avvisati “Quando tornerete sarà un colpo, una presa di coscienza: vedrete la differenza.”
E così è stato, siamo tornati ed è stato come il penultimo giorno di una vacanza estiva, quando hai voglia di vivertelo al massimo, pensi ai giorni passati, alla preparazione prima della partenza, è stato tutto bellissimo, ma sai che domani finirà. Inizi a lasciarti prendere da una malinconia previa che ti accompagna, anche quando t’imponi di sfruttare al massimo gli ultimi giorni rimasti.
E’ stato come in Puglia, quest’estate, quando dopo 8 giorni stupendi, sono andati via i fenomeni e siamo rimasti io e Lori. Sempre bellissimo, ma malinconico.
Così, siamo andati avanti in questi mesi, dopo aver salutato gli amici del primo semestre, ce ne siamo fatti di nuovi, abbiamo approfondito vecchi rapporti, siamo andati a fondo. Abbiamo cambiato locali, cercato di mangiare tutto quello che ci mancava, di vedere oltre, di andare più in là, ma non sembra mai abbastanza.

E’ il 10 maggio e vivo a Sevilla da 8 mesi e 4 giorni. 
Sono andata almeno 60 volte alla UPO, 184 volte su e giù da quelle scale del metro, una 50ina di volte a fare la spesa al Supersol, 10 al Mercadona. Ho percorso Av. De La Constiucion praticamente tutti i giorni, 49 volte ho salutato l’omino dei giornali, 98 la ragazza dei fazzoletti, ho passato 15 martedì sera al Ruko, 6 mercoledì al Bribon, 5 lunedì al Karaoke e solo una 15ina di giovedì in Hoyo. Abbiamo organizzato una 20ina di cene internazionali a casa di Monse, 6 a casa di Mattia. 47 mattine ho fatto colazione alla boteguita Cerrillo, 24 in caffetteria, dopo la clase di Spagnolo. Ho mangiato 8 volte a Los Coloniales, 5 Al Solito Posto, 2 al Sushi con il rullo, 1 fortunatamente all’wok di Nervion. Ho visto interamente 3 serie (per ora), sono andata al cinema 14 volte, a casa di Monse 50. Sono entrata 3 volte all’Alcazar, 3 alla cattedrale e solo oggi al Pabellon de Marruecos. Ho fatto 6 grandi viaggi, visitato 18 città, ancora troppe poche spiagge. Ho imparato 1 lingua e scoperto un sacco di dialetti. Ho prestato 4 volte soldi a Victor, rotto 1 pantalone, 2 calzini, 4 mutande. Ho lavato troppe volte i piatti e fatto troppe lavatrici, ma solo 1 volta ho stirato. Ho comprato 4 travestimenti, troppe pizze, 2 abbonamenti per la palestra. Ho mangiato una quantità indefinita di tartas de queso, di tortillas, di jamon cerrano, di tacos improvvisati. Ho imparato a mangiare la cipolla, la frutta, ho trovato 1 cocktail ed 1 amaro che mi piacciono. Ho visto 248 tramonti, almeno 200 dal Puente S Telmo, se li può rivedere lo stronzo che mi ha rubato il telefono, ma a me hanno riempito occhi e cuore.

Ho fatto 3 mesi di tirocinio e 9 di Erasmus.
Tutti i giorni ho dato il buongiorno a Pedro. Tutte le volte che sono entrata in casa ho gridato “Hola familia”. Tutti i giorni mi sono concessa una colazione con i fiocchi. Tutti i giorni ho conosciuto qualcuno di nuovo, un angolo nascosto di questa città. Tutti i giorni mi sono alzata con la voglia di vivere. Tutte le sere sono andata a dormire sperando che non mi abbandonasse. E pensando alla colazione del giorno dopo. 

Tutti i giorni ho sorriso. Tutti i giorni ho riso. Qualcuno ho pianto.

E’ il 10 maggio, Mariana mi scrive “baja” ed io apro la finestra. Dario è già ubriaco, Mari mi canta una serenata, vanno al concerto degli AC/DC. “Disfruten!”. Pedro mi sente gridare ed apre la finestra. Abbiamo i balconi comunicanti, se la ride. Mi chiede cosa stia combinando “It’s time to planning!”. 

– Sto organizzando la mia vita.
-Ma cosa organizzi, fai e basta

-Devo organizzarmi, non voglio perdere nemmeno un giorno di questi… 30.

Mi si gela il sangue, rido e piango.
Non posso farne a meno.
Piango e rido.
Piango.

E’ il 10 maggio, mi guardo allo specchio e devo ammetterlo: è ora di compare un biglietto. 

Tra 1 mese devo tornare a casa e me la sto facendo sotto.
Vorrei fermarmi, vorrei tornare, vorrei già ripartire.
Mi sento a casa qui, mi manca l’Italia, mi mancherà la Spagna, mi mancherà Sevilla. Dov’è casa? Cos’è casa?
Sono i Krumiri Rossi o la focaccia di Pinamonti?
E’ questo Guadalquivir o il mar Mediterraneo?
E’ la mia famiglia o Pedro?
E’ un posto fisico o uno stato d’animo?
Cosa sarà cambiato? Incroci, sguardi, cielo? Cosa cambierà? Chi verrà a vivere qui? Chi vive nelle mie vecchie case ad Alessandria?
Vorrei portarmi dietro gli amici di qui, oppure portare qui gli amici italiani, oppure andare in un altro posto, tutti assieme.
Vorrei andare a pranzo dalla donna la domenica, ma vivere a Sevilla dal lunedì al giovedì, il venerdì andare a Milano, il sabato però passarlo a Santa. Inventare altri giorni della settimana e viaggiare ancora.

Ha ragione Ca, è il tempo la chiave. E’ solo il tempo.

E allora mi prendo il mio, tutto quello che c’è, tutto quello che resta e tutto quello che verrà. E lo prendo di petto, di cuore, come dev’essere. E me lo divoro, fino all’ultimo boccone, leccando il piatto. E che non cadano briciole.

Titoli di coda

Oggi invece è l’11 maggio, piove che Dio la manda e mi concedo una cosa di cui spesso ci priviamo: approfitto della pioggia e mi ci butto, senza ombrello, con il rischio del raffreddore, il fiato corto, i capelli bagnati ed il sorriso.
Sono solo 29 e continuo a farmela sotto… ma stasera smetterà di piovere.

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Cuanderno de viaje – dia 240 – Felice da paura

Felice.

Felice da paura.
Felice delle piccole cose, del sole, del caldo, dei piccoli gesti, di un sorriso, di una battuta di un cameriere, vedendo una coppia innamorata, del vento tra i capelli, dell’aria d’estate.
Felice quando apro la finestra e respiro incenso, misto ad aranci.
Felice, quando con amici di qualche mese, ci s’intende come fossero con me da una vita. Perché è una vita, questa.
Felice, per tutte quelle cose che erano nuovissime ed adesso sono diventate rituali, quotidiane, ma non mi stufano mai.
Felice, ogni mattina, salutando il ragazzo dei giornali, la signora bionda con i capelli sempre bagnati, Federica, la ragazza dei fazzoletti.
Felice per queste amicizie facili, per questa voglia di conoscere, per quest’ansia di presentarsi.
Felice quando esco dall’ufficio e c’è il sole ad aspettarmi, una città sorridente.
Felice con i tramonti, dopo una giornata al parco, senza guardare l’orologio, aspettando che il sole scompaia. E sono le 10.
Felice, per le serate inutili, dove ci s’inventa qualsiasi cosa per essere sempre sulla cresta dell’onda. Per santificare questo Erasmus. Perché manca poco. Perché non voglio perdervi. Perché non voglio nemmeno un ricordo sfregiato, nemmeno una notte inutile.
Felice di questo senso di libertà, di aver trovato questo senso della vita, che va oltre al vile denaro, che va oltre tutto.
Felice di questa serenità, di questa primavere costante dell’anima.
Felice, perché è tutto così incredibilmente perfetto.
Ed impaurita.
Impaurita, pensando che tutto questo spettacolo sia davvero un momento, una menzogna, come dice Mariana. 
Impaurita, all’idea che questa umiltà e questa serenità non possano tornare con me, in Italia. Impaurita, perché ho lasciato indietro tante parti inutili e superficiali di me e non voglio tornare a prenderle, non mi appartengono più e probabilmente non mi sono mai appartenute.
Impaurita pensando alla mia amata Santa, ad una sera normalissima, circondata da apparenza, ignoranza, saccenza, superficialità. Ma fortunatamente ci sono le eccezioni. Poche, buone, mie.
Impaurita perché non so se riuscirò ancora a sentirmi al mio posto, al posto giusto, come mi sento da 8 mesi a questa parte, quì.
Impaurita perché non so se riuscirò mai a convincere i miei amici, di quanta tolleranza si possa imparare ad avere, uscendo di casa.
Impaurita, dall’idea di non poter trasmettere lo stesso entusiasmo e lo stesso coraggio di partire, alle mie sorelline.
Impaurita perché non so cosa ci sarà dopo aver saltato il fosso della laurea e dopo ancora.
Impaurita, da un divario d’anime tra me e quelli che sono sempre stati i miei amici, le mie amiche, che però non hanno avuto la fortuna, la voglia o il coraggio di aprirsi ad un’esperienza simile. Impaurita, dall’idea di non poter trasmettere la mia serenità e tutto quello che ho guadagnato, anche a loro.
Impaurita di dimenticarmi, poco a poco, di cosa significa santificare ogni giorno, come fosse l’ultimo, come adesso, come quando sai che manca solo 1 mesetto al tuo ritorno, alla fine di questa vita.
Impaurita perché vorrei essere per sempre così, come sono adesso: ventenne, leggermente abbronzata e felice da paura.

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Cuaderno de viaje – Día X – ESN Paradise

Scorro i volti, uno per uno e continuo a ripetermi che è stato un incidente. Che poteva capitare a chiunque. 
Avrebbe potuto essere un pullman di nonnini, di quelli che ho accompagnato io in Spagna 2 anni fa, un pullman di tifosi, un pullman di bambini, un pullman di liceali in gita, un pullman di ESN Sevilla, invece che Barcellona, uno dei nostri. Uno di quelli che ho preso una settimana sì e l’altra pure, da quando sono qui.
In qualsiasi caso sarebbe stata una tragedia, ma in questo di caso mi tocca più a fondo e non riesco a trattenere le lacrime. Non c’è rabbia, come poteva esserci qualche mese fa, dopo uno degli attentati, non c’è cattiveria, ma solo tristezza.
Guardo i sorrisi di tutte queste ragazze e non posso fare a meno di piangere. “Vado in Erasmus, in Spagna, ho ottenuto la borsa di studio, è solo qualche mese mamma, torno presto” le immagino salutare le famiglie, con la stessa tristezza mista ad entusiasmo, con cui ho salutato io la mia. 
Le immagino arrivare in una città nuova, spaventate ed incuriosite, cercare casa, impazzire, trovarla e trovarci dentro una nuova famiglia, che parla una lingua nuova, che non lava i piatti dopo mangiato, che non usa il bidè. Le immagino prenotare il viaggio per vedere Las Fallas, di corsa, sennò i posti finiscono, uscire gasate e trionfanti, con la loro ricevuta, un timbro, un nuovo viaggio targato Erasmus. 
E poi le immagino lì, a cantare canzoni da pullman, inneggiare cori, ad animare tutto il mezzo, come solo gli italiani sanno fare, qualcuna dormicchia, la sera prima non l’ha fatto, qualcun’altra mangia, magari è in piedi, parla con una nuova conoscenza… Si sà che l’autobus è sempre la parte più bella di un viaggio, tutti insieme, vicini, a sconfiggere la noia nella maniera più spontanea ed infantile possibile. 
Il telefono pieno di foto, gli occhi pieni di luce, dopo qualche giorno a Valencia, la testa piena di punti interrogativi, di domande, quelle ci stiamo facendo tutti, da quando siamo partiti ed il cuore pieno di sogni, progetti, obbiettivi.

Lo so che il mondo continua a girare, che non dobbiamo lasciarci spaventare, che non possiamo fermarci, che ogni giorno ci sono migliaia di incidenti nel mondo, però…
Immagino la mia nonna, davanti alla televisione, che arriva vicinissima all’infarto quando sente le parole “ragazze” “italiane” “Erasmus” “incidente” “Spagna” e cerca subito di chiamarmi. Io, che normalmente prima parto e quando torno dico dove sono andata, che prima mi butto con il paracadute e poi mando le foto, per non far preoccupare nessuno, perché “cosa vuoi che succeda?”. Immagino le nonne di queste ragazze, che non hanno ricevuto una risposta, un conforto immediato, che non hanno trovato nessuno dall’altra parte della cornetta a dire “tranquilla nonna, sto bene”. Immagino i genitori, prendere un aereo per andare a riconoscere i loro corpi, invece che a trovarle, a conoscere il loro nuovo mondo, ad aprire un po’ gli occhi su quanto abbiano fatto bene a lasciarle andare. Perché hanno fatto bene, nonostante tutto, perché non devono rimproverarsi niente. Immagino i fidanzati che hanno lasciato a casa, gli amici con il volo già prenotato, la carne nel frigo, l’affitto da pagare, le valigie ancora da disfare, il Learning Agreement da cambiare…

“Chiudersi invece d’aprirsi. Spaventarci invece che sognare, per i nostri figli e nipoti, un futuro condiviso e migliore. Ecco l’errore che non dobbiamo commettere, per rispetto ai ragazzi di Tarragona.”
Questi ultimi due mesi saranno anche per voi, ce li godremo con una marcia in più, avrei preferito non ce ne fosse bisogno, non ci faremo scappare un occasione, non perderemo un attimo, perché è quello che avreste fatto anche voi.
Sapete già cosa dovete fare in Paradiso, no?. Noi, nel mentre, continueremo a consigliare 1 anno d’Erasmus, al posto di 1 minuto di silenzio, in vostro onore.
Buon viaggio ragazze.





Miro las caras, una cada una y sigo repetiendo que ha sido un accidente. Que podría pasar a cualquiera.


Podría ser un autobus de abuelos, como lo que he acompañado hace 2 años, aquì, en España, podría ser un autobus de ultras, un autobus de niños, de colegiales de vacaciones, un autobus de ESN Sevilla, en lugar de lo de Barcelona, uno de los nuestros. Uno de los que he cogido una semana sì y la otra tambien, desde cuando lleguè aquí.
En casa hipótesis seria una tragedia, pero en este caso no puedo parar las lagrimas. No estoy enfadada, como hace unos meses, después los atentatos, pero estoy triste.
Las imagino llegar en una ciudad nueva, asustadas y curiosas, buscar casas, volverse locas, encontrarla y encontrar dentro una nueva familia, que habla un nuevo idioma, que no frega los platos y que no usa el bidè. Las imagino reservar el viaje para ver Las Fallas, corriendo, porque se acaban los sitios, salir felices y triunfantes, con el recibo y un nuevo viaje firmado Erasmus.
Y después las imagino allì, cantando canciones de autobus, coros, animando todo el autobus, como solo los italianos saben hacer, unas duermen, a noche no lo hizò, otra come, puede ser que sea en el pasillo, hablando con una nueva amiga… Se sabe que el autobus es la parte mas bonita de un viaje, todos juntos, cercanos, a luchar contra el aburrimiento de manera espontanea y infantil.
El movil lleno de fotos, los ojos llenos de luz, después unos días en Valencia, el cerebro lleno de signos de interrogación, de preguntas, las que nos ponemos todos desde cuando estamos aquí y el corazón lleno de sueños, projectos, objetivos.
Ya lo se que el mundo sigue dando vueltas, que no podemos asustarnos, que no podemos pararnos, que cada dia hay mil accidentes en el mundo, pero…
Imagino mi abuela, en frente de la televisión, que llega muy cerca a un infarto, cuando oye las palabras “chicas” “italianas” “Erasmus” “accidente” y pronto intenta llamarme. Yo, que normalmente antes me voy y después digo donde he ido, que antes salto con el paracaídas y después mando las fotos, así que nadie se preocupe, porque “que crees que pueda pasar?”.
Imagino las abuelas de esas chicas, que no obtuvieron respuesta, consolación, que no encontraron a nadie a el otro lado del movil que decía “tranquilla abuela, estoy bien”.
Imagino los padres, cogiendo un avión para ir a reconocer los cuerpos de sus hijas, en lugar de ir a visitarlas, para conocer sus nuevo mundo, para abrir un poco los ojos y entender cuando hicieron bien a dejarlas partir. Porque hicieron bien, a pesar de todo, porque no tienen nada que reprenderse.
Imagino los novios que dejaron en Italia, los amigos que ya tenían el billete del avión reservado, la carne en la nevera, el alquiler pendiente, las maletas todavía de deshacer, el Learning Agreement errado…
“Cerrarse en lugar de abrirse. Asustarnos en lugar de soñar, para nuestros hijos, nuestros nietos, un futuro compartido y mejor. Eso es el error que no tenemos que hacer, para el respeto de los chicos de Tarragona”.
Sabeis ya lo que teneis que hacer en el Paraiso, verdad? Nosotros, mientras tanto, seguimos recomendando 1 año de Erasmus en lugar de 1 minuto de silencio, en vuestro honor.
Buen viaje chicas.

Miro las sonrisas de todas esas chicas y no puedo no llorar. “Me voy de Erasmus, a España, me dieron la beca, solo son unos meses mama, vuelvo pronto”, las imagino que despiden las familias, con la misma tristeza mixta a entusiasmo, que tenia yo cuando despedí la mia.

Esos ultimo dos meses serán tambien para vosotras, no perderemos ninguna oportunidad, ni un minuto, porque eso hubierais hecho vosotras.


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Le lettere d’amore scritte al computer – Auguri principessa

Era il 3 marzo 2004, al terzo piano a sinistra, scendendo 6 gradini e superando la 4A, c’era una classe, con dentro una ragazzina di 8 anni… la maestra Maria è lieta di annunciarmi che sono sorella per la seconda volta.
Sei nata.
Alle 16.30 esco da scuola ed i nonni mi vengono a prendere, davanti alla tua stanza la casetta rosa di un uccellino rosa, un cartoncino a fondo bianco, rigato di rosa in alto ed in basso, il tuo nome scritto a biro dalla nonna: Arabella.
La stanza di mamma è minuscola, affollata, un piccolo corridoio, il bagno sulla destra ed in fondo un letto, la finestra da sul cortile interno, c’è anche una piccola sedia con i braccioli. Mi siedo, incrocio le gambe e ti aspetto, come si aspetta Babbo Natale, come si aspetta la pizza, come si cerca il regalo nell’Happy Meal, con gli stessi occhi che ho ancora prima che il cono del Centrale passi dalle mani del gelataio alle mie: come una sorpresa, un dono. 
Ed arrivi.
Sei uno scricciolo, in mezzo a tutti questi occhi, a queste voci dei grandi, ma loro non contano, è il mio momento, è il nostro momento. Ti adagiano sulle mie braccia, t’incastrano con il sederino tra le mie caviglie, con la stessa delicatezza con cui si lava la cristalleria. Sei un diamante. E questo è il nostro primo momento di complicità, alla facciazza vostra, ho un’altra sorella, ed è bellissima.

Prima che nascessi mamma e papà aspettarono quasi fino all’ultimo a parlarci di te e quando lo fecero… io volevo che fossi un maschio. T’immagini un principino al posto tuo? Ho perso il conto delle volte che mi hai mandata al diavolo con un “e tu che volevi un fratello”.
Ti abbiamo sentita scalciare e singhiozzare, muoverti e dormire, protetta dalla pancia della mamma, prima che ti tirassero fuori a suon di epidurale.

E sei arrivata.

E mi hai cambiato la vita.

Se il primo figlio è un esperimento, anche la prima sorella lo è, con la seconda ci si può già correggere, si può migliorare ed io l’ho fatto, con tutte le maledizioni che giustamente Fiorelisa mi ha mandato, i denti che mi ha fatto cadere e le lotte greco-romane alle quali ci siamo sottoposte, con te è stata una passeggiata, sei stata da subito la principessa, per tutti, ma ai miei occhi lo sei ancora. Princi.

E’ così nitido il momento in cui ti stringevo forte tra le mie braccia, ti sollevavo e ti chiedevo per favore di non crescere, di rimanere sempre piccola. E tu, più forte ancora, mi promettevi di rimanere per sempre la mia piccola. E non hai mai infranto la promessa.
Sembra ieri che mettevamo a posto la camera dei giochi, tutta per te, che mi chiedevi il significato di qualsiasi parola, dopo aver detto “Doddi” per la prima volta.
Sembra ieri che iniziavi la scuola, con quello zaino più alto di te, con Fiorelisa nelle foto, senza denti. E’ così vicino il giorno della tua comunione, il vestito bianco, il cerchietto e le mie guance rigate dall’emozione.
Sembra ieri che mettevi gli sci e piangevi come una matta sul ventina perché volevi tornare a casa, per poi darmi merda solo qualche anno dopo.
Sembra ieri che mi dicevi “alle medie però non mi chiami più Princi davanti a tutti”, che ti offri volentieri come cavia, insieme alla Franci, per salire la prima volta in macchina con me.
Sembra ieri che ti sedevi su un aereo per la prima volta, che scoprivi cosa vuol dire viaggiare con noi, sembra ieri che ti faccio perdere qualche anno di vita piegando troppo su una curva troppo stretta in Croazia, che ci lasciamo dividere da una corda dalla storia, a Micene, che voliamo sopra la Cappadocia in mongolfiera, all’alba. Sembra ieri, in quella calda Istanbul tutte e tre con i fiori tra i capelli, a Gardaland nelle tazzine, a Barcellona a saltare sui divanetti del W per gli autoscatti più stupidi della storia. Sembra ieri che fotografiamo papà e Fiore che vanno incontro ad un tramonto spettacolare a Madrid, che vuoi a tutti i costi fare il bagno nelle fontane della città della scienza. Ed era solo 1 anno fa che ti regalavamo il concerto di Ariana, che finalmente vedevi la tua tanto amata Londra, che ad 1 ora dal volo ti buttavi in piscina, che ti lanciavi sulla zip line ad Omis, che remavi facendo rafting a Posdram.
Sembra ieri quando per la prima ed unica volta marinasti l’oratorio per vedere la tua sorellona, dopo 2 mesi che era andata via di casa.
Sembra ieri che trovavi nel mio vecchio Iphone una nota che parlava di te e mi chiamavi in lacrime dalla montagna per dirmi che mi vuoi bene.
Anche se taggarti su Facebook, condividere l’armadio, regalarti il mio telefono, chiudere una chiamata e trovarmi menzionata nel tuo ultimo tweet, riempire di cuoricini le tue foto, vederti uscire da sola, cambiarti i vestiti di nascosto sulle scale, accettare il tuo primo fidanzatino, raccontarti tutti gli affaracci miei… adesso è strano, se mi fermo a pensarlo, è giusto.
Hai 12 anni ed è come se ne avessi ancora 4, ma, allo stesso tempo, già 20.

Sei cresciuta principessa ed io non posso farci niente, se non continuare ad appoggiarti, a guardarti da lontano, da vicino, con discrezione, con amore, con tutta la durezza e la dolcezza che meriti. Non posso fare altro che proteggerti, senza invadenza, dall’ingnoranza e dalla cattiveria che a volte incontrerai in questo mondo. Non posso fare altro che appoggiarti, anche al muro se serve.

Prova a tagliare un’altra volta… e torno a casa solo per insegnarti come si fa a non farsi beccare.

Tanti auguri principessa mia,
non c’è niente di più bello che vederti ridere.

Ti amo.

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Nostalgina – Cuaderno de viaje – dia 144

Nostalgina. E torno indietro, fino al liceo. Mia sorella ha appena compiuto 16 anni e sembra ieri che veniva al mondo. Come sembra ieri il 5 settembre.
Quando ancora andavo all’oratorio il dubbio era sempre lo stesso: lasciare il mare per andare ai vari campi o no? Al mare già mi divertivo come una matta, valeva la pena interrompere un super divertimento per un’incognita? 
Puntualmente partivo e puntualmente, quando era ora di tornare al mare, piangevo come una matta. 
Il dubbio e l’incertezza prima, la certezza di non voler tornare, di voler fermare il tempo, di volermi fermare in quel momento, in quel luogo, con quelle persone, dopo.

Poi sono cresciuta e l’incertezza iniziale ha lasciato il posto all’adrenalina, alla curiosità, alla positività perenne che è diventato un mio marchio di fabbrica.


Ho passato questa sessione esami svegliandomi ogni giorno rimembrando una citazione dell’Angelino, che scrissi a caratteri cubitali sul quaderno di scienze della terra, l’ultimo anno del liceo; a sua volta citava Chiambretti, che citava non so chi, la morale era che “comunque vada, sarà un successo”. 
Perché così è sempre stato, perché ogni momento, bello o brutto che sia, inizia, finisce e lascia qualcosa, un sorriso o una lezione.
Quando ho deciso di catapultarmi in questa vita, ero piena d’adrenalina, ma sopraffatta dall’incertezza, come da bambina. 
Ad ogni fiera in cui lavorai, incontrai ragazze che erano già state in Erasmus, che avevano già vissuto questa vita, e ne parlavano con gli occhi luminosi, sorridenti, gli occhi di chi pranza dalla nonna dopo tanto tempo. Ho visto in quegli occhi il mio destino ed ho preso, sempre più, la consapevolezza che quella sarebbe dovuta essere la mia meta.
Non avevo paura della distanza, non avevo paura delle mancanze, erano sempre stata una costante nella mia vita… Poi sono arrivata.
Mi sto fermando, un attimo, come qualcuno fa l’ultimo giorno dell’anno, a tirare una riga, ma sembra essere una retta infinita. 
Tante volte è capitato di chiedersi “ma se sapessi esattamente quando morirò, cosa farei?”. Logico è pensare “vivrei intensamente ogni attimo, senza sprecare nemmeno un secondo, ogni giorno come fosse l’ultimo”.
Ecco, qui è esattamente così. 
E’ una vita. 
Sai il giorno in cui inizia ed il giorno in cui finisce, solo che hai la certezza dell’aldilà: tornerai da dove sei venuto, ma ci sarà tutta una vita in mezzo.
Forse è per questo che i ragazzi Erasmus hanno gli occhi a lasagna della nonna, che sono pieni d’entusiasmo, che non dicono mai “no”, che si mettono in gioco davvero, che respirano a pieni polmoni e accantonano la tristezza.
Perché finisce. 
Anche se sembra di avere tanto tempo davanti, finisce. E la fine arriva in un batter d’occhio.
Per qualche mio compagno di avventura è già arrivata, per qualcuno sta per arrivare, per qualcun altro è ancora lontana, qualcuno è appena nato.
Noi vecchiotti guardiamo gli appena nati con un sorriso malinconico, come fanno gli adulti con i bambini, perché vorrebbero ricominciare, ma sono soddisfatti degli anni che si portano sulle spalle. I bambini invece ci guardano pieni di voglia di conoscere, fare, imparare, correre, crescere. Esattamente come noi, che volevamo tanto diventare grandi.
Ci accingiamo a vivere questa vita, con una nuova famiglia, lasciando a casa la nostra, che non è più vera di quella che avremo qui, è solo biologica, ma ci mancherà, come non ci è mai mancata in tutta la nostra precedente vita. Lasciamo a casa gli amici, quelli veri e quelli che in realtà non sono forse nemmeno amici, sono persone che abbiamo accanto per casualità, per coincidenza e che per qualche strano motivo, sarà che non avevamo alternative migliori, ci siamo portati appresso per anni. Fino ad ora.
Lasciamo a casa il nostro armadio e la nostra macchina, la casa stessa, le abitudini e le comodità, la banalità e gli affetti. Ci carichiamo di vestiti e prendiamo il volo, sulla nostra cicogna Ryanair.
E’ un mix di fattori a rendere questa vita perfetta.

Tutti partiamo, con un grosso respiro, tanto coraggio ed entusiasmo. E questo è quello che ci troviamo davanti, nelle persone che intrecciano le loro strade con la nostra, lasciando che s’incontrino in un punto preciso: Sevilla, ci troviamo noi stessi. Le nostre stesse paure ed il nostro stesso coraggio.

Abbiamo tutti quell’età perfetta in cui non siamo più bambini, non siamo ancora abbastanza grandi e vorremmo fermarci. Ci siamo resi conto che il tempo invecchia in fretta, dopo i 18, che avevano ragione gli amici di mamma e papà quando ci dicevano che avrebbero voluto essere nei nostri panni. Abbiamo quell’età che chiunque vorrebbe avere per sempre. “Ok capo, mi fermo quì, tu continua a far girare le giostra, io scendo al binario 20.”

Abbiamo tutti l’ignoranza, i pregiudizi, le idee inculcate dai telegiornali, dai genitori, ma anche la forza di lasciarle scivolare, di renderci conto che possiamo camminare con le nostre gambe, calpestare terre che i nostri nonni guardavano solo sull’atlante, quello vecchio, dove c’è ancora la Jugoslavia. 
E così, non per rappresaglia e nemmeno per cattiveria, ci rendiamo conto che i tedeschi non sono poi così nazisti, che i portoghesi non sono poi così avidi, che il cibo messicano non è nemmeno troppo piccante e non facciamo più caso al colore della pelle, all’orientamento sessuale, alle marche dei vestiti, alla nazionalità, alla lingua… ed in un batter d’occhio guardiamo con un sorriso dolce, come si guarda un bambino innocente, quelle persone che eravamo, così inconsapevoli di quello che c’era al di fuori di casa, quelli saccenti, quelli un po’ spocchiosi. 
E siamo nuovi. 
Rinati. 
Non perché ora siamo a conoscenza di tutto, ma perché abbiamo la consapevolezza che ci sia un sacco da imparare.
E allora, piuttosto che sentenziare, abbiamo imparato ad ascoltare. Eravamo qualcuno, qualcuno che siamo ancora, ma di cui abbiamo conservato solo il meglio.
E così siamo arrivati ad avere quella sensibilità, quella di chi si rende conto di quanto è fortunato e non può fare altro che ringraziare. 
Me ne rendo conto ogni volta che qualcuno pubblica una foto scattata da Ponte Sant’Elmo (quello che collega Plaza De Cuba a Puerta Jerez, non importa se non sai come si chiama), ogni volta che vedo un ragazzo fermo su quelle panchine, ogni volta che qualcuno mi dice che vorrebbe vivere a Triana, solo per attraversare quel ponte, ogni sera, come abbiamo la fortuna di fare noi.
E’ strano che ci sia un luogo in cui tanti cuori, inconsapevolmente, si sono trovati. 
La mia casetta, qui, non è un posto solitario, nascosto e solo mio, la mia casetta qui è quel ponte. E non è solo mio! Lo condivido con tutti quelli che inciampano per guardare il Guadalquivir, il ponte di Triana, la Torre dell’Oro, i riflessi delle luci dei ristoranti che si muovono sull’acqua, la Cattedrale che s’intravede oltre i palazzi, Paseo Colon illuminato a giorno, il teatro il lontananza, la Plaza de Toros. Lo condivido con tutti quelli che inspirano questa meraviglia e ripetono tra se e se “sono troppo fortunato”.
Perché non sono più solo io. Perché abbiamo un marchio per la vita, un nodo nell’intestino, che ci terrà legati per sempre.
Passeranno in fretta le ultime settimane di alcuni di noi e ci toccherà salutarli, ci toccherà spezzettare il cuore in tante piccole parti e guardarle prendere il volo.
Saluteremo qualcuno con la consapevolezza di non vederlo mai più, o chissà, ancora una volta. Saluteremo qualcun altro con la certezza di vederlo ancora prima di nostra madre.
Saluteremo tutti con la tristezza di chi sa che in questa vita, questa qui, quel qualcuno ha finito il suo tempo. E allora lo celebriamo, baciamo quell’ultimo granello di sabbia che cade nella parte inferiore della clessidra, torniamo a casa alle 9 di mattina, scavalchiamo i cancelli di Plaza D’Espana, piangiamo davanti ad un tramonto sul Parasol e ridiamo, sorridiamo, per quanto fantastica sia stata e continuerà ad essere, un’amicizia vera, un’amicizia tra Erasmus.
Quante opportunità ci serve, il mondo, su un piatto d’argento.

A tutti quelli che partono, ed a me stessa, auguro di vivere ogni giorno come se fossero a conoscenza della data di scadenza, come un Erasmus. Un Erasmus nel proprio paese, nella propria città, nel proprio stato.
Vi auguro di guardare ogni ponte, ogni alba, ogni tramonto, ogni torre, ogni fiume, ogni chiesa, ogni luce di Natale, ogni spiaggia, ogni amico, ogni mendicante, ogni bambino, ogni amore, ogni università, ogni futuro lavoro, ogni aereo, ogni piatto, ogni libro, ogni appartamento, ogni vita e lo specchio, con gli stessi occhi con cui guarderete le lasagne della nonna o la pizza, appena tornati a casa.
Con gli stessi occhi con cui avete sempre guardato la vita Erasmus. Quegli occhi che mi porterò nel cuore per sempre.

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Cuaderno de viaje – dia 100

Oggi è il giorno 100.
Non serve che scriva nulla nel mio “quaderno di viaggio” perché ho solo una parola ed è “felicità”. E quando sono troppo felice posso solo saltare e cantare. Fortunatamente esiste Pedro che lo fa con me.
100 giorni lontana da casa, 100 giorni in questa città che ha più di un colore speciale, 100 giorni lavando i piatti con Edu, 100 giorni conoscendo gente speciale. Amiche, amici, sorelle, fratelli, gemelle nate da altri genitori. 100 giorni condivisi con persone di tutto il mondo. 100 giorni mangiando cibo spagnolo, tedesco, messicano, vietnamita, marocchino, francese, meridionale. 100 giorni per innamorarmi di questa vita, della vita 100 giorni viaggiando, con la mente e con il corpo. Quasi 100 giorni di sole. 100 giorni che mi sveglio con il sorriso. 100 giorni per imparare lo spagnolo. 100 giorni per comprendere che siamo tutti diversi e speciali, che il razzismo è una cosa che esiste solo nelle teste delle persone che non viaggiano, che non sanno cosa c’è fuori dalla porta delle loro case. 100 giorni per imparare a ballare. 100 giorni per innamorarmi dell’amicizia vera, quella che sopravvive alla distanza e che nasce tra persone di tutto il mondo e soprattutto tra donne che non conoscono l’invidia. 100 giorni per rendermi conto che il linguaggio dell’amore è uno solo e non cambia niente se a parlare sono uomini, donne o viceversa. 100 giorni di festa. 100 giorni senza pregiudizi e giudizi. 100 giorni con lo stesso entusiasmo di una bambina che vuole conoscere tutto quello che vede. 100 giorni spendendo soldi solo per mangiare, viaggiare e fare sport. 100 giorni con Doralice, però una Doralice migliore.
100 giorni che respiro la vita.
100 giorni di felicità.
100 giorni a Siviglia.
100 giorni alla grande.
100 giorni di Erasmus.
Grazie a tutti i partecipanti.
Hoy es el día 100.
No hace falta escribir nada en mi “cuaderno de viaje” porque tengo solo una palabra y es “felicidad”. Y cuando me encuentro demasiado feliz puedo solo saltar y cantar. Por suerte existe Pedro que lo hace conmigo.
100 días lejos de casa, 100 días en esta ciudad que tiene más de un color especial, 100 días compartiendo un piso con 3 chicos españoles, 100 días fregando los platos con Edu, 100 días conociendo gente especial. Amigas, amigos, hermanas, hermanos, gemelos de otros padres. 100 días compartidos personas de todo el mundo. 100 días que como comida española, alemana, mexicana, vietnamita, marroquí, francés, italiana del sur. 100 días para enamorarme de esta vida, de la vida. 100 días viajando, con la mente y con el cuerpo. Casi 100 días de sol. 100 días que me despierto con la sonrisa. 100 días que intento aprender este idioma. 100 días para aprender que todos somos diferentes y especiales, que el razismo es una cosa que existe solo en las mentes de las personas que no viajan, que no saben lo que hay fuera de la puerta de sus casas. 100 días para aprender a bailar. 100 días para enamorarme de la verdadera amistad, que puede sobrevivir a la distancia y nacer entre personas de todo el mundo y además entre mujeres sin envidia. 100 días para darme cuenta que el idioma del amor es uno solo y no pasa nada si es entre hombres, mujeres o a la inversa. 100 días de fiesta. 100 días sin prejuicios y juicios. 100 días con el mismo entusiasmo de una niña que tiene que conocer todo lo que ve. 100 días gastando dinero solo para comer, viajar y hacer deporte. 100 días con Doralice, pero una Doralice mejor.

100 días que respiro la vida.
100 días de felicidad.
100 días en Sevilla.
100 días de puta madre.
100 días de Erammu.

Gracias a todos los participantes.


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Io sto con Fucio – Cuaderno de viaje – dia 99

Sarò scema io, a complicarmi sempre la vita, ma proprio non ce la faccio. Ormai sono anni che mi crogiolo attorno a queste persone che devono assolutamente bere per divertirsi. A questi elementi che mi guardano sbigottiti perché “no, grazie, non bevo, non mi piace”. Forse dovrei iniziare ad essere più onesta: non mi piace e mi fate ridere.
Una cosa è bere, assaporare un calice di vino, un flute di champagne, assaggiare le birre più diverse e disparate, gustarsi un cocktail, essere allegri, lasciar scendere la tensione. 
Un altro è avere la necessità di bere per poter fare una determinata cosa. 
“Se non bevo in discoteca non mi diverto”. Se non ti diverti in discoteca perché non stai a casa? 
Non mi capacito.
Non riesco a trovare una spiegazione.
Non è una dipendenza, perché le dipendenze hanno forme ben diverse, a me sembra una totale sottomissione, consenziente. Un auto-sottomissione.
“Non bevo, sono già abbastanza pazza così”, grazie.
Non so che cazzo abbiate nel cervello, che si è stanziato lì attorno ai 15 e che in teoria dovrebbe andarsene, prima o poi. A quanto pare, più poi che prima.
Il geometra qualche settimana fa mi ha scritto: 
Mai fidarsi di una persona che non beve, non fuma, non si droga e nonostante ciò ha sempre il sorriso sulle labbra
Non so se sia una persona affidabile, io, però sicuramente sul mio sorriso si può fare affidamento. Perché dev’essere una rarità?

Non ci crede mai nessuno, dopo avermi offerto da bere, che sia in discoteca, per strada, in un bar o in qualsiasi luogo, quando dico che non bevo, che non ho bevuto e che non accetterò la sua offerta. “Non ci credo, tu sei sbronza marcia.”
No, non sono sbronza marcia, sono solo entusiasta. A 20 anni, nel 2015, sono entusiasta. Sono entusiasta delle opportunità che ho avuto, che mi hanno regalato e che mi sono creata. Sono entusiasta di tutti i momenti veri che ho vissuto, di tutti gli attimi di cui conservo un ricordo intatto, ben preciso. Sono entusiasta quando prendo un aereo o quando vado al bar sotto casa. Sono entusiasta quando faccio fatica e quando mi rilasso. Sono entusiasta delle amicizie e dei rapporti coltivati fino ad oggi. Sono entusiasta quando studio quello che mi piace e quando mi addormento appena tocco il letto. Sono entusiasta quando discuto con qualcuno, quando faccio pace. Sono entusiasta anche quando piango e, lavandomi la faccia, rido di quanto sono scema. Sono entusiasta perché sono nata in occidente, perché dopo anni di divisioni, finalmente mi sento un collante, per la mia famiglia e non un oggetto da contendersi. Sono entusiasta perché tutti i miei sforzi vengono ripagati e perché, fino ad ora, non c’è un obbiettivo che non abbia raggiunto, per quanto modesti o giganti potessero essere stati. Sono entusiasta dei miei errori, perché davvero mi hanno fatta crescere, maturare e riesco a ripensarci con un sorriso. Sono entusiasta dei rammarichi e di non aver nessun rimpianto, o quasi.
Sono entusiasta della vita. E grata. 
E non ho intenzione di sprecarne nemmeno un attimo, non ho intenzione di vivere nemmeno un attimo a metà, di nascondermi al nulla, di scacciare i pensieri tristi in qualche maniera che non sia dormendoci su o ponderando fino all’esaurimento, di bermi, iniettarmi o fumarmi denaro che può essere speso in maniera molto più onorevole.
Non ne ho intenzione e non mi vergognerò mai a dirlo.
Prima imparate ad accettarvi per quello che siete, meglio è.
Se le persone con cui uscite non vi fanno divertire, cercatene altre. Se la discoteca non vi piace c’è il club del libro, Netflix, il teatro, il letto. Se l’alcol non vi piace, beh non inizio l’elenco. 
Non c’è niente di disonorevole, se non sprecarsi, buttarsi via e regalarsi.
Rispettatevi un attimo di più, svegliatevi felici una domenica, con un po’ di voglia di fare, piuttosto che di smaltire.

Abbiamo due vite: la seconda inizia quando ci rendiamo conto di averne solo una.

Confucio

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Chiamatelo come volete, io lo chiamo karma – Cuaderno de viaje – Día 96

L’equazione per la quale quante più persone conosci, più ti troverai a confrontarti con te stessa, rimane per me, tuttora, indecifrabile. Però ho dovuto imparare la formula a memoria, perché, a quanto pare, così è “prendetela com’è, poi chi vuole approfondirla venga che gliela spiego”, un po’ come con Longo.

Oggi c’era un profumo troppo malinconico, da qualche giorno a questa parte aleggiano sulle nostre teste dei numeri, preceduti da un meno: sono dei conti alla rovescia. 
Sulla mia testa, oggi che è il 10, aleggia il -7. 
Una settimana. 
U n a  s e t t i m a n a.
Tra una settimana torno a casa.
Sì, lo so, molti di noi si fermeranno qui un anno, dopo un paio di settimane in patria, ritorneranno… ma non tutti. E poi ne arriveranno di nuovi. Nuovi volti, nuove storie, nuovi esami, un nuovo semestre, un nuovo treno di Erasmus.
Sembra che la faccia tragica, in diretta da quel mondo in cui il 10 dicembre, si esce ancora in giacca di pelle la sera, ma un po’ tragica, per me, lo è.

Ho visto Thelma & Louise, dopo un pomeriggio in casa, sono uscita con le cuffie nelle orecchie, per andare “a vedere le luci che si spengono”. Ho detto davvero così? Scusa Ale, sono un po’ matta.
Anche voi quando arrivate al semaforo vi sentite attraversare da un piccolo spirito di competizione e fate di tutto per passare per primi, magari quando è ancora rosso?
Credo di essere un po’ deviata questa sera.

La pubblicità di Spotify uccide la mia creatività, ma non avranno il mio denaro.

Torniamo a noi, dopo il ponte e la mia lotta con il semaforo, sono corsa ad imbattermi nelle luci. Non so cosa mi sia successo da quando ho visto questa città illuminata, avevo paura proprio di questo, d’innamorarmi eccessivamente. Pedro è stato in grado di chiedermi se in Italia non abbiamo le luci per le strade, a Natale, talmente mi ha vista esaltata. Certo che le abbiamo Perro, ma non puoi capire.
“Mi riprendo le cuffie, vado a fare due passi”

La notte ci sono luoghi di Sevilla completamente vuoti, in cui puoi intrufolarti con le auricolari ed il tutone, correre e cantare, senza che nessuno ti dica nulla, sono quei posti in cui vado a rifugiarmi la sera, per specchiarmi nella sabbia, nelle mura dell’Alcazar, nelle piastrelline delle piazzette in Santa Cruz o nelle fontane di Plaza d Espana. 
A volte le trovi, altre anime solitarie, che si lasciano andare ad uno sguardo. Io, nel mentre, sorrido e saltello come una bambina scappata di casa senza nessuna meta.
Mi chiedo solo perché non l’ho fatto prima.
M’infilo solo in vie che non conosco, mi butto, mi stupisco, corro, respiro. A piedi polmoni.

Prima di partire me lo ricordavo esattamente così: questo calore speciale, questo colore dell’aria, questa luce diversa, l’ho ritrovato appena arrivata e lo ritrovo tutti i giorni. Qui, tra un turista ed un indigeno, tra un vecchio ed un barbone, tra una mamma e la sua bambina. Lo ritrovo in università, dopo il corso di spagnolo, tra un numero e l’altro, tra una discussione ed un abbraccio. Lo ritrovo in palestra, tra un sorriso sudato ed un sorso d’acqua. Lo ritrovo ogni volta che Monse grida “Doraguapa aquì està tu Romeo” sotto la mia finestra. Lo ritrovo ogni volta che Edu entra in camera per raccontarmi la sua giornata. Lo ritrovo negli occhi di tutte le persone che ho conosciuto, che a Sevilla sono state in grado di sentirsi “a casa”, che l’hanno amata, che ne hanno sentito la mancanza ogni volta che sono andate via, anche solo per un finde. Lo ritrovo ogni sera, quando torno a casa, attraversando questo benedetto ponte che mi porta a Plaza de Cuba, dal quale posso ammirare contemporaneamente tutti i ponti della città, la Torre dell’Oro, la Giralda e le luci colorate della Darsena sevillana che colorano il Guadalquivir… ogni dannata sera in cui mi ripeto “sono troppo fortunata”. Lo ritrovo in tutte quelle persone, che provano la stessa identica cosa, attraversando questo o un degli altri ponti: questo senso di libertà, misto a felicità, misto a malinconia. Lo ritrovo in tutte quelle persone che “no, solo 6 mesi, però vorrei fermarmi tutto l’anno, prolungo”.
Lo ritroverò anche quando tornerò, a gennaio, anche se cambieranno i colori, cambieranno i nomi, cambieranno le temperature, cambieranno i corsi, lo sfondo sarà sempre questo: un luogo magico.

“L’erasmus non è 1 anno della tua vita, è tutta la tua vita in 1 anno” ho trovato questa massima vagabondando su instagram. Frase fatta o dannatamente malinconica, di un ex soldato Erasmus?

Ecco, così ci sentiremo, tornando a casa? Come i soldati quando tornano dalla guerra? Felici di riabbracciare la nostra famiglia, di essere sopravvissuti, di essere tornati a casa, ma con ancora nelle orecchie le note del chitarrista appena fuori da Plaza de las Banderas? Con i battiti di mani delle ballerine di flamenco? Con l’occhio che cade su ogni braccialetto di stoffa? Chiamando bocadillo un semplice panino? Illuminandoci sentendo qualcuno parlare spagnolo? 
Soldati di una guerra interna, con noi stessi, con le nostre ambizioni, con i nostri doveri, che un giorno ci siamo prefissati o ci hanno imposto. Soldati in guerra costante con la vecchia e nuova voglia di viaggiare, che si fa largo nei nostri progetti lavorativi statici… 
Soldatini, di questo progetto, Erasmus+, che torneranno a rapporto, a fare un test di lingua, un resoconto della battaglia, una conta dei morti per amore a distanza, di quelli che hanno cambiato legione, fermandosi, delle mogli tradite con le infermiere.
Non prendetemi per blasfema, accogliete il paragone estremo, la nostra è una guerra felice, ma il nome “guerra” suona subito male. Battaglia? Conflitto? Combattimento? Sembrano tutti nomi così rossi, sporchi di sangue, in realtà, in questa lotta mi sono sporcata solo di pizza, di dentifricio, di alcol e biro. E mannaggia alle lavatrici di mamma che vengono sempre meglio delle mie.

Grazie a tutti i partecipanti.
Grazie a tutti i sopravvissuti.
Grazie a quelli che torneranno in patria e non ripartiranno, lo sappiamo che il vostro pensiero sarà rivolto a noi, quando la mattina mangerete un cornetto caldo, sorseggiando un vero caffè, lo sappiamo che riuscirete a sentire la nostalgia delle tostadas
Grazie a quelli che ritorneranno, ma solo per il colpo finale: gli esami, per poi salutarsi definitivamente, magari per sempre, parliamoci chiaro.
Grazie a quelli che ripartiranno. Per un altro Erasmus o per nuovi viaggi, lunghi o corti, vicini o lontani, perché lo faranno con uno spirito tutto nuovo, tutto nostro.
Grazie, perché senza tutti questi attori, Sevilla sarebbe solo una location da urlo, vuota e malinconica, come quando si spengono le luci di Natale alle 23.00 in punto e tutto torna “normale”, anche se, di normale, non c’è proprio niente e nessuno, quì.

Grazie.

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Cuaderno de viaje – dìa 90

Ieri pomeriggio, dopo X ore in giro senza orologio e con il telefono scarico, senza giacca e con il sorriso stampato in faccia, mi sono imbattuta in questo ragazzo, in questo artista.
Come tanti altri, se ne stava seduto in Plaza Nueva a suonare la chitarra a testa bassa, nel suo mondo, ai piedi di un albero di Natale ancora in attesa d’essere acceso.
Nella custodia, con un normale interno rosso, campeggiava, illuminata dal riflesso di qualche monetina, la scritta:
“I’m a traveler
I’m a dreamer
I’m waking up
but I’m so hollow”

Con un tonfo sordo, attutito dal velluto, ho lasciato cadere anche io una moneta. Mi è piaciuto immaginare che si sarebbe trasformata in un centimetro quadrato del suo prossimo biglietto aereo, per proseguire nella sua vita da nomade.
Fino a qui tutto bene, se non fosse stato per quel “but”.
In quarta liceo la professoressa Follese ci fece leggere un libro, di cui non ricordo il titolo, ma non posso dimenticare un pezzo della trama: uno dei protagonisti era un ragazzo che non poteva fare a meno di viaggiare, andava in giro, per il mondo, cercandosi, cercando il suo posto, la sua casa, il suo nido, le sue regioni, le sue ragioni. Alla fine, però, tornò a casa, con se stesso, con il suo bagaglio di vita, convinto che non fosse importante la meta, quanto piuttosto il viaggio in sé con la compagnia di sé stessi. Aveva passato la vita a rincorrersi, senza rendersi conto che era già tutto nelle sue mani.
“…but I’m so hollow” I’m so hollow baby, cantava James Blunt, salutando il suo amore con Goodbye my lover, una delle canzoni più struggenti del XXI secolo.
Spotify-James Blunt-Back to Bedlam.

A volte mi sono sentita svuotata anche io, rigirata come un calzino, mi è successo più volte: sulla centrifuga alle giostre o ad Esperimenta, ad ogni incidente in macchina e quando ho scoperto di aver perso per sempre delle persone care. Mi succede quando penso che non eravamo niente prima di nascere e torneremo ad essere niente. Mi svuoto in un secondo, mi si prosciuga il palato, mi sudano le mani, mi si annebbia la vista, come quella volta che sono svenuta in ospedale, a trovare Viola, ed ho solo voglia di vomitare. Mi prende il panico. Ma sono momenti puntuali, momenti puntualmente vuoti, che mi fanno una pernacchia e che scaccio via asciugandomi gli occhi, per poi poterli contare sulle dita di una mano.
Ma come si va a sentirsi vuoti? Costantemente?
“…ma sono così vuoto”
Vuoto di cosa? Pieno di cosa?

In questo momento della mia vita, forse più che mai, mi sento piena. Piena di voglia di fare, di vedere, di scoprire, d’iniziare, di finire, di ricominciare, di mangiare, di correre, di conoscere, di parlare, di fare silenzio, di ascoltare, di chiudere gli occhi, di sognare, di viaggiare, di trovare, di portare a casa, di tornare, di ripartire. Piena di vita.
Per quanto sarà così? Quanto durerà? Diventerò anche io un automa casa-lavoro-casa? E questo mi farà sentire piena o vuota? O mezza piena e mezza vuota? No, a metà no cavolo, queste dannate sfumature. Petri me l’aveva detto già in prima liceo, chiedendomi di uscire un attimo dal laboratorio di fisica, che avrei dovuto prendere coscienza della loro esistenza, che prima le avessi accettate e meglio sarebbe stato per me, ma a me, il grigio, faceva proprio cagare. Mi è servito un po’ di tempo e un approfondito studio degli spettri di luce, per rendermi poi conto che non esiste solo il grigio, ma tutto un arcobaleno, tra la merda ed i fiori.

La data del rientro per le vacanze natalizie si avvicina e sono una persona che suòle tirare le somme. Sono partita, 3 mesi fa, con qualche incertezza e mille progetti, arrivata qui mi sono lasciata trasportare, senza perdere di vista i miei doveri, ma sempre in alta marea, sempre sulla cresta dell’onda, senza rinunciare nemmeno ad un minuto, senza sprecare nemmeno un giorno, di questo pazzesco pezzo di vita.
Tornerò a casa con duemila progetti, tantissime certezze e nuove incertezze, più grandi e più profonde, che prima, guardando sempre nello stesso cannocchiale, non ero riuscita a vedere.
Mi sentirò anche io vuota?
Alla riunione di presentazione una ragazza, ridendoci su, aveva detto che qualcuno di ritorno dall’erasmus, aveva avuto bisogno di uno psicologo, perché non riusciva a tornare alla sua vita “normale”.
Abbiamo riso, un po’ tutti.
Stolti.
Non c’era niente da ridere.
Credo che il trucco sia qui però, racchiuso in quelle virgolette, in quel “normale” che, nella mia vita, non so manco cosa sia.
Spero che mi salvi, perché io gli psicologi gli odio proprio.
Grazie 음악가 조제.

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