Telegrammi social

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Una volta si leggevano necrologi. Si arrivava a quella pagina del giornale e si accomodava il cuore. Un respiro profondo, la lingua leccava l’indice, si voltava pagina e piccole foto in bianco e nero tappezzavano la chiusura delle notizie. C’era un rito che precedeva le cinghiate. Magari si ritagliava. Mi immagino le famiglie si sedessero attorno ad un tavolo,  di carta in mano a mamma o papà, il presagio, l’attesa prima della lettura, la suspense. Ora no.

Apro whatsapp ed in un gruppo in cui normalmente si parla di viaggi, cene alcoliche, appartamenti ed eventi, c’è un link con una raccolta donazioni. Una raccolta per la morte di un ragazzo. Leggo veloce, come i titoli dei giornali, non mi soffermo finché non leggo il nome. Le parole chiave. Incidente, Cristian. È lui. Mi passa davanti il suo viso sorridente, la sua stempiatura, le sue gambe con le molle, la sua voce da ragazzo. È un attimo, lo vedo, però non ci credo.

Apro Facebook, controllo che il cognome sia giusto. Non c’era un h nel nome? No. No. Non c’era un cazzo. Ci trovo qualche post che conferma l’orribile notizia.

Mi accascio a terra, sul marmo gelido.

Cazzo.
Cazzo.
Com’è possibile?
Cazzo.
Cazzo.

L’unica cosa che riesco a pronunciare sono una serie di “no” in tono disperato. Non nomino il fallo maschile, ma la sensazione di sgomento che ho provato e sto ancora provando è esprimibile solo con uno o più “cazzo!”.

Tre puntini, in alto a destra. “See friendship”. Un pigiama party a Granada, il carnevale di Cadiz, serate, lettere d’addio, tag vari, auguri di compleanno. “Cucciolo”. Mi ricordo che mi permettevo di chiamarti “cucciolo” perché era ciò che sei sempre stato. Sorrisi. Lacrime, ma sempre di gioia.

Apro Google, anche gli articoli dei quotidiani del varesotto lo confermano. C’è il suo nome accanto a quello del padre, annacquato dalla campagna elettorale in corso. 

Ecco, forse anche una volta, ai tempi dei necrologi sul giornale, nessuno poteva proteggersi dalle notizie in prima pagina. Dai titoloni. Un giorno potevano parlare di calcio, un altro di leggi razziali, un altro ancora poteva esserci un tuo amico ed il suo mezzo di trasporto scaraventati a terra. Forse era uguale. Forse la morte se ne frega dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione.  

Non mi sta dentro questo dolore. Sento di averlo saputo prima di molti altri, avevamo più canali in comune, oltre a Siviglia anche ESN Milano, WeRoad. Cosa si deve fare con il dolore? Condividerlo? Sentirsi vicino a qualcuno che è lontano, ma sarà bucato dalla notizia come te? È utile? 
Non lo so, ma sento di doverlo comunicare. Uso Instagram.

Entro sul suo profilo, c’è ancora una storia. 23 ore fa. Una racchetta presumo da paddle, una foto pre i post partita. Guardare quella storia mi sembra come toccare un corpo inerme e ancora caldo. Tra poco sparirà e questo profilo si congelerà. Muto, statico, inerme, fermo nel tempo, ad oggi.

Una frase semplice, in italiano, in spagnolo. Le foto, perché a qualcuno potrebbe venire il dubbio, come a me, che ci sia un’h nel nome e che non si tratti proprio di lui. 
Che schifo sarà leggerlo su Instagram? Che schifo è stato leggerlo su whatsapp? Che schifo sarebbe sentirlo al telegiornale? Mi rendo conto che non è il mezzo il problema, che non c’è giusto o sbagliato, che è così e basta. Che un mezzo diverso non attutisce il colpo, non allevia il dolore. Non averlo mai saputo forse sarebbe stato meglio. Avrei fatto il bagno in mare oggi pomeriggio.

Come si chiama quel suo amico? Loro facevano coppia fissa. Lui devo chiamare. Non può mica leggerlo. Una voce amica, una voce. Luca si chiama. Non credo di avere il suo numero così gli scrivo su messanger senza nemmeno controllare. Poi controllo, non so per quale scrupolo, per quale istinto, per quale ricordo spento nel mio cervello e ce l’ho. Suona. Lo sapeva già. Anche lui da una mezz’oretta.

Sono ancora seduta per terra. Le lacrime a e sono a fiotti, il collirio non ce l’ho e non so indirizzare i pensieri. Ora si che ci vado a Parigi. Col cazzo che ci pensò due volte. 

Mi lavo la faccia. Mi metto la crema. Gli occhi rossi bruciano. Non piangevo da tanto. Mi metto a lavorare. Magari mi distraggo. Abbandono il telefono, metto il modo aereo. Non c’è niente che possa cambiare. 

Quando lo riaccendo trovo un messaggio di Luca, un silenzioso abbraccio che riesco quasi a percepire. E ne trovo altri. Altri amici che con noi hanno condiviso quell’anno unico, incredibile e spartiacque. Nella vita comune molti sarebbero definibili come conoscenti, ma quando si condivide un Erasmus un filo invisibile lega le persone anche se si sono solo sfiorate. Noi sappiamo di cosa parliamo. È come essere cugini lontani, ma con una nonna in comune che amiamo tutti alla follia, che ci ha cullati, accarezzati, ospitati e dalla quale ci siamo dovuti staccare. Nonna Siviglia. E non serve vederli mentre leggono le due righe che ho scritto per percepire il loro dolore, perché è anche il mio.

Riapro Google, Cristian Tallarida, cerca, news. C’è un articolo più recente. Qualche notizia in più sull’incidente, ancora la politica, suo papà, forza Italia, le elezioni.

“Cristian non era solo il figlio del consigliere di Busto!” Inveisco contro il telefono, senza proferire parola.
Cristian era un ragazzo dal cuore buono, una persona pura, entusiasta, una delle persone più gioiose ed entusiaste che abbia mai conosciuto. Cristian era un uragano di voglia di fare. Un cucciolo instancabile. Cristian era un viaggiatore, una persona coraggiosa, generosa. Cristian non era solo figlio di un consigliere, non era solo un tifoso, non era solo una guida, non era solo un ESNer. E non era una persona banale, era rispetto, era solidarietà, era gioia, era affetto. Cristian aveva il sole negli occhi e l’innocenza nel cuore. Cristian è una persona che sono onorata di aver abbracciato, conosciuto, avuto come cugino.

E passeranno questi giorni, ma non i brividi. Però ti conosco, almeno un po’ e non posso fare altro che pensare. “A disfrutar, que la vida son dos dias, vamos a bailar”.

E allora fatelo per lui.

Siate buoni.
Baciate vostra madre.
Salutate sempre il conoscente che incrociate da lontano.
Non risparmiate i sorrisi.
Litigate, ma giusto per qualche minuto.
Abbracciatevi. Ancora una volta.
Pensate “lo faccio o non lo faccio”, ma poi fatelo.
State attenti al volante.
Partite, ma partite davvero.
Non pentitevi, non giudicatevi, prendete quel gelato in più, inviate quel messaggio, baciatevi, sposatevi, separatevi e risposatevi, rispettatevi, fate figli, non fateli, adottateli, gridate, fate tutto quello che vi pare, ma godetevi questa dannata vita perché è una, dura poco e non si sa “poco” a quanto corrisponda.

Per te. A te. Anche in tuo onore sarà il ballo della vita mia.

Ciao Cristian, mancherai a questa terra.

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