Mi diario, week 2 – Pastelli a cera per i nostri venerdì neri (spettacolari)

Dicono che ci voglia molto coraggio ad ospitare qualcuno in casa con Air bnb. Dicono ci voglia molto coraggio ad usare Bla bla car. Dicono ci voglia molto coraggio a tornare in tram da sola, se sei una donna, la notte, a Milano. Dicono ci voglia molto coraggio ad andare a vivere da soli a 18 anni. Dicono ci voglia molto coraggio a partire, senza appoggi, senza agganci, senza conoscere nessuno, senza sapere la lingua del posto in cui si andrà a stare. Dicono ci voglia molto coraggio a credere ancora nell’umanità dopo che hai subito un furto.
Dicono tante cose, ma io non ho ancora capito la differenza tra coraggio ed incoscienza e forse nemmeno la voglio sapere.
Mamma, per dimostrare l’incoscienza di papà, racconta sempre che da piccina, quando ancora nuotavo con un bracciolo, tuffandomi dal pontile, lo persi. Lei era già pronta a lanciarsi per salvare la sua piccola, in preda al panico, papà la fermò affermando “se torna a galla significa che ha imparato a nuotare”, passò solo un nanosecondo e salì a galla gridando “ho imparato a nuotare!”. 
Guarda che madre coraggiosa, guarda che papà incosciente, guarda che figlia prodigio. 
Sospesa tra i fili del tram, in un venerdì nero per il traffico milanese, trovo tutti i colori che cercavo su di un gradino, in piazza Duomo, grazie a Ivan.
Dopo una giornata di ordinaria amministrazione, in balia dei mezzi di trasporto e dei loro conducenti, dopo un colloquio, quattro ore di lezione ed un city tour con giusto qualche Erasmus, sprofondo su queste pietre fresche.
Dopo una settimana di partite, cori, belle notizie, Catalane rientrate in patria, lezioni e coinquilini, c’è una ragazza caffelatte, accanto a me, con una cartellina da disegno degna di ogni liceale, via vai di persone da i tratti disparati, dai colori più svariati. 
Solo un’ora fa un Enrico ci ha fermate per strada dicendo a Robi “voglio conoscere la tua amica”, pazzesco che anche gli ingeneri possano essere così sfrontati e stupidi.
C’è chi si siede, chi fotografa e passa, chi si ferma e lascia monete. Forse per ringraziare dei like che arriveranno con l’ultimo scatto, forse perché Ivan davvero li merita, forse perché si sono trovati troppo vicino all’amplificatore e non possono farne a meno, forse perché credono che rinascerà il mercato discografico, come Bianco, forse perché sono spagnoli e sanno apprezzare gli artisti, senza vezzeggiarli come “di strada”.
Un signore si ferma e si complimenta, ringrazia, è un uomo sulla 50ina, capelli bianchi, occhiale da grande, ringrazia. Grazie. Adesso vado a ringraziare anche io, per questa Milano.
Soffia un’arietta fresca, non ancora gelida, sono le 21.50, non ho ancora cenato, in realtà nemmeno pranzato, una macchina della polizia locale intralcia il suono che arriva più ovattato, tagliato, il tram cigola tra via Torino e via Orefici, la Mondadori con le sue insegne mi regala echi di pubblicità luminose, mi ricorda Piccadilly, l’asfalto bagnato, le luci riflesse. A sinistra, in alto, austera e luccicante, la Madonnina veglia su tutti noi. Anche su quelli distratti, anche su quelli con le calze di spugna Adidas, e Vans pulite, che accarezzano le pietre, anche su quelli che pedalano velocemente, anche su quella ragazza che gli tocca la spalla per dire “bravo” e ride, con supponenza, da una posizione strana, impercettibile. Anche sui militari, impettiti, che con il mento alto e lo sguardo austero passano e vigilano, una squadretta da nulla, loro e la Madonnina.
E’ arrivata un’altra ragazza, ha lanciato la valigia a terra e si è seduta dall’altra parte, l’amica distratta rivolge attenzione alle vetrine, lei invece si gode lo spettacolo. “Sta suonando da tanto? Allora tra poco se ne va! Lo sai che ha anche un canale Youtube?” Sto per sacrificare una pagina di questo diario per disegnarle come raggiungere Sesto Marelli, in questo black friday, ormai coloratissimo. 
Ma che problemi ho, io, un venerdì sera, sola, su un gradino in piazza Duomo, invece di essere a casa, a prepararmi per l’Alcatraz? Ho pure il telefono scarico, non posso nemmeno fotografare questo momento, crederanno che l’ho vissuto davvero? A chi lo farò vedere? Come? Come raggiungo Sesto Marelli con il telefono scarico? Frena.

Facciamo che stasera a ballare non ci vado, che mi accontento di questa Milano qui, che non la infangherò, che ringrazierò, lascerò cadere la mia monetina e chiuderò il tutto sulle note di Hallelujah, senza IPhone, ma con una Bic blu.

Il bilancio di questa settimana? Non è ancora finita! Per ora è stata colorata, dal bianco e nero iniziale al tripudio odierno di luci e colori.
Martedì la Juve ha dato il la ad una settimana ultra(s), regalandomi l’entusiasmo per prendere una scelta: avete presente Jessica? Sì, la ragazza Romana, quella dell’Erasmus ecc, com’era prevedibile ho scelto lei. Mi spiace essermi ancorata alla prima persona che ha visto casa, ma non l’ha battuta nessuno e la nostra cenetta sui navigli è stata solo una di mille conferme che sono sicura arriveranno. Ho una coinquilina, ma arriverà lunedì, prima di lei Marco e Simone testeranno il letto, i miei primi host. Che brutta razza di persona incosciente che sono.

Sono io che sto iniziando ad adattarmi a questa veste o lei che si sta dolcemente adagiando su di me? Non ho mai mangiato il gorgonzola, ora mi piace da matti. Sono i gusti che cambiano o lo spirito di adattamento? E’ capacità di apprezzare anche le più piccole cose o accontentarsi?
Ti cerco ancora in ogni angolo, in ogni Erasmus che parla spagnolo, in ogni artista… oggi ti ho trovata, por fin, ti ho ritrovata in lei e te ne sono grata, Milano.
Buona domenica pargoletti.
93
Add

Fidati, Insomma, Ancora, Tu, 500

Come direbbe Tina, nel mondo esistono cose belle e cose
bellissime, oggi voglio pensare solo a quelle bellissime.
Cosa ce ne facciamo di una macchina quando esiste il rumore
dei piatti fondi, che si poggiano sui piani? Il suono di una tavola che si apparecchia,
per una cena con la tv spenta.

Chissenefrega di un motore, quando esiste il profumo di un armadio nuovo,
dell’autunno in arrivo, del vento in una giornata umida. 
Ma cosa potrebbe importarmi di una 500, quando posso indossare un abito del
‘700 ed andare a ballare alla Reggia di Venaria, a fare la spesa al Carrefour
alle 4 e mezza di mattina? 
Dove sarei andata, con la mia Tina, se non ci fosse stato nessuno ad
aspettarmi, a chiedermi di uscire, a ridere con me, a piangere, a correre, a meravigliarsi,
a sporcarmi i sedili, ad urlare, a vivere.
Dove?
E non c’è ladro che tenga, non c’è furto che mi cambierà, non c’è bicicletta
che m’influenzerà: amo la vita, il mondo e l’umanità. Non esiste nulla da
difendere con un polso più fermo.

Ho passato già troppo tempo delusa, deturpata, triste,
arrabbiata. Torno a concentrami sulle ragazze coraggiose che camminano scalze
sui san pietrini, con i tacchi in mano, sul nuovo album di Bon Iver, sui
giardini nascosti di Milano, sulle foto da stampare, sull’odore dei tramonti d’inizio
ottobre, d’inizio autunno. Torno a pensare alla Juventus, a voltarmi a guardare
come gli umani respirano dagli occhi, seguendo un pallone. Assaporo i raggi di
sole che tagliano la tapparella e lasciano dei piccoli pois sul marmo freddo,
che sembra caldo. Mi fermo a guardare le mani dei bambini che afferrano l’aria,
docili, gli sguardi dei papà, per niente distratti. Sorrido all’uomo davanti a
me in metro, senza paura. Torno a casa, toccando le colline, l’erba umida, le
vie di fuga. Torno a perdermi, perché non c’è fretta, perché sono viva, perché
sono sempre e comunque troppo fortunata.

Morta una macchina… esco, cammino, corro. Che non costerà
mai niente e su Milano splende un sole impeccabile e prorompente.

118
Add

Cuaderno de viaje – Día X – ESN Paradise

Scorro i volti, uno per uno e continuo a ripetermi che è stato un incidente. Che poteva capitare a chiunque. 
Avrebbe potuto essere un pullman di nonnini, di quelli che ho accompagnato io in Spagna 2 anni fa, un pullman di tifosi, un pullman di bambini, un pullman di liceali in gita, un pullman di ESN Sevilla, invece che Barcellona, uno dei nostri. Uno di quelli che ho preso una settimana sì e l’altra pure, da quando sono qui.
In qualsiasi caso sarebbe stata una tragedia, ma in questo di caso mi tocca più a fondo e non riesco a trattenere le lacrime. Non c’è rabbia, come poteva esserci qualche mese fa, dopo uno degli attentati, non c’è cattiveria, ma solo tristezza.
Guardo i sorrisi di tutte queste ragazze e non posso fare a meno di piangere. “Vado in Erasmus, in Spagna, ho ottenuto la borsa di studio, è solo qualche mese mamma, torno presto” le immagino salutare le famiglie, con la stessa tristezza mista ad entusiasmo, con cui ho salutato io la mia. 
Le immagino arrivare in una città nuova, spaventate ed incuriosite, cercare casa, impazzire, trovarla e trovarci dentro una nuova famiglia, che parla una lingua nuova, che non lava i piatti dopo mangiato, che non usa il bidè. Le immagino prenotare il viaggio per vedere Las Fallas, di corsa, sennò i posti finiscono, uscire gasate e trionfanti, con la loro ricevuta, un timbro, un nuovo viaggio targato Erasmus. 
E poi le immagino lì, a cantare canzoni da pullman, inneggiare cori, ad animare tutto il mezzo, come solo gli italiani sanno fare, qualcuna dormicchia, la sera prima non l’ha fatto, qualcun’altra mangia, magari è in piedi, parla con una nuova conoscenza… Si sà che l’autobus è sempre la parte più bella di un viaggio, tutti insieme, vicini, a sconfiggere la noia nella maniera più spontanea ed infantile possibile. 
Il telefono pieno di foto, gli occhi pieni di luce, dopo qualche giorno a Valencia, la testa piena di punti interrogativi, di domande, quelle ci stiamo facendo tutti, da quando siamo partiti ed il cuore pieno di sogni, progetti, obbiettivi.

Lo so che il mondo continua a girare, che non dobbiamo lasciarci spaventare, che non possiamo fermarci, che ogni giorno ci sono migliaia di incidenti nel mondo, però…
Immagino la mia nonna, davanti alla televisione, che arriva vicinissima all’infarto quando sente le parole “ragazze” “italiane” “Erasmus” “incidente” “Spagna” e cerca subito di chiamarmi. Io, che normalmente prima parto e quando torno dico dove sono andata, che prima mi butto con il paracadute e poi mando le foto, per non far preoccupare nessuno, perché “cosa vuoi che succeda?”. Immagino le nonne di queste ragazze, che non hanno ricevuto una risposta, un conforto immediato, che non hanno trovato nessuno dall’altra parte della cornetta a dire “tranquilla nonna, sto bene”. Immagino i genitori, prendere un aereo per andare a riconoscere i loro corpi, invece che a trovarle, a conoscere il loro nuovo mondo, ad aprire un po’ gli occhi su quanto abbiano fatto bene a lasciarle andare. Perché hanno fatto bene, nonostante tutto, perché non devono rimproverarsi niente. Immagino i fidanzati che hanno lasciato a casa, gli amici con il volo già prenotato, la carne nel frigo, l’affitto da pagare, le valigie ancora da disfare, il Learning Agreement da cambiare…

“Chiudersi invece d’aprirsi. Spaventarci invece che sognare, per i nostri figli e nipoti, un futuro condiviso e migliore. Ecco l’errore che non dobbiamo commettere, per rispetto ai ragazzi di Tarragona.”
Questi ultimi due mesi saranno anche per voi, ce li godremo con una marcia in più, avrei preferito non ce ne fosse bisogno, non ci faremo scappare un occasione, non perderemo un attimo, perché è quello che avreste fatto anche voi.
Sapete già cosa dovete fare in Paradiso, no?. Noi, nel mentre, continueremo a consigliare 1 anno d’Erasmus, al posto di 1 minuto di silenzio, in vostro onore.
Buon viaggio ragazze.





Miro las caras, una cada una y sigo repetiendo que ha sido un accidente. Que podría pasar a cualquiera.


Podría ser un autobus de abuelos, como lo que he acompañado hace 2 años, aquì, en España, podría ser un autobus de ultras, un autobus de niños, de colegiales de vacaciones, un autobus de ESN Sevilla, en lugar de lo de Barcelona, uno de los nuestros. Uno de los que he cogido una semana sì y la otra tambien, desde cuando lleguè aquí.
En casa hipótesis seria una tragedia, pero en este caso no puedo parar las lagrimas. No estoy enfadada, como hace unos meses, después los atentatos, pero estoy triste.
Las imagino llegar en una ciudad nueva, asustadas y curiosas, buscar casas, volverse locas, encontrarla y encontrar dentro una nueva familia, que habla un nuevo idioma, que no frega los platos y que no usa el bidè. Las imagino reservar el viaje para ver Las Fallas, corriendo, porque se acaban los sitios, salir felices y triunfantes, con el recibo y un nuevo viaje firmado Erasmus.
Y después las imagino allì, cantando canciones de autobus, coros, animando todo el autobus, como solo los italianos saben hacer, unas duermen, a noche no lo hizò, otra come, puede ser que sea en el pasillo, hablando con una nueva amiga… Se sabe que el autobus es la parte mas bonita de un viaje, todos juntos, cercanos, a luchar contra el aburrimiento de manera espontanea y infantil.
El movil lleno de fotos, los ojos llenos de luz, después unos días en Valencia, el cerebro lleno de signos de interrogación, de preguntas, las que nos ponemos todos desde cuando estamos aquí y el corazón lleno de sueños, projectos, objetivos.
Ya lo se que el mundo sigue dando vueltas, que no podemos asustarnos, que no podemos pararnos, que cada dia hay mil accidentes en el mundo, pero…
Imagino mi abuela, en frente de la televisión, que llega muy cerca a un infarto, cuando oye las palabras “chicas” “italianas” “Erasmus” “accidente” y pronto intenta llamarme. Yo, que normalmente antes me voy y después digo donde he ido, que antes salto con el paracaídas y después mando las fotos, así que nadie se preocupe, porque “que crees que pueda pasar?”.
Imagino las abuelas de esas chicas, que no obtuvieron respuesta, consolación, que no encontraron a nadie a el otro lado del movil que decía “tranquilla abuela, estoy bien”.
Imagino los padres, cogiendo un avión para ir a reconocer los cuerpos de sus hijas, en lugar de ir a visitarlas, para conocer sus nuevo mundo, para abrir un poco los ojos y entender cuando hicieron bien a dejarlas partir. Porque hicieron bien, a pesar de todo, porque no tienen nada que reprenderse.
Imagino los novios que dejaron en Italia, los amigos que ya tenían el billete del avión reservado, la carne en la nevera, el alquiler pendiente, las maletas todavía de deshacer, el Learning Agreement errado…
“Cerrarse en lugar de abrirse. Asustarnos en lugar de soñar, para nuestros hijos, nuestros nietos, un futuro compartido y mejor. Eso es el error que no tenemos que hacer, para el respeto de los chicos de Tarragona”.
Sabeis ya lo que teneis que hacer en el Paraiso, verdad? Nosotros, mientras tanto, seguimos recomendando 1 año de Erasmus en lugar de 1 minuto de silencio, en vuestro honor.
Buen viaje chicas.

Miro las sonrisas de todas esas chicas y no puedo no llorar. “Me voy de Erasmus, a España, me dieron la beca, solo son unos meses mama, vuelvo pronto”, las imagino que despiden las familias, con la misma tristeza mixta a entusiasmo, que tenia yo cuando despedí la mia.

Esos ultimo dos meses serán tambien para vosotras, no perderemos ninguna oportunidad, ni un minuto, porque eso hubierais hecho vosotras.


139
Add

Perché meno avrai e più sarai bravo a donare

C’è una giornata all’anno in cui striscio senza ritegno e non per me, si dà il caso che quel giorno fosse oggi: la domenica prima di Natale. Quando ormai allo studio si può soprassedere ed il clima di festa m’invade, invade le strade e le persone. Me ne esco da sola, con mille programmini, che prontamente si rivelano fallimentari. Uno schemino accurato sull’agenda: mamma -> regalo, papà -> regalo […] e poi cambio idea, una, due, tre volte e ancora, mi faccio tenere le cose per 10′ “se non trovo altro”. Mi prefiggo un tetto massimo, che puntualmente sforo, con un “chissene frega, è Natale, se non adesso quando?”. 
È Natale. 
Non posso trattenermi, devo per forza svuotare il portamonete nella custodia del violino, davanti a quei 3 artisti. È Natale e già immagino le facce delle mie amiche quando apriranno il regalo, quelle fenomenali che me lo apriranno sotto al naso, subito, impazienti e quelle che, come me, lo riporranno sotto l’albero, in attesa. Immagino loro, cercarlo per me. Immagino la mamma, che pensa sempre di aver trovato il regalo giusto e magari fa cagare, ma non si può dire e poi cosa importa? È Natale, una cazzata in più, non fa mai male. Ci sono regali studiati, regali dell’ultimo minuto, regali piccolissimi, ma con un enorme valore, regali grossi e regali da riciclare. Immagino i vostri occhi, pieni di curiosità, tentati fino al 25, tentatissimi e poi sorridenti, grati, contenti, dopo aver stropicciato la carta o dopo averla accuratamente ripiegata, per riciclare anche quella. E allora scelgo bene anche la carta.
Vedo mani che volano sugli scaffali, c’è un po’ di agitazione nell’aria, mentre io invece la vivo benissimo, non ho ancora comprato nulla e mi guardo attorno, in attesa dell’idea vincente, di quella convincente, di quella utile. Mi sento un po’ come i mariti che si rannicchiano negli angoli dei negozi, sulle panchine degli outlet,  per cercare d’ingombrare il meno possibile e nella speranza che le mogli non li vedano o almeno non l’interroghino, mi rannicchio dentro di me, canto a voce alta, sorridendo come un ebete e auguro “Buon Natale” a chiunque ricambi il mio sorriso. È Natale, mi tornano in mente tutti i regali fatti, che in un giorno qualsiasi dell’anno, ho visto usare, i regali utili, apprezzati e sfruttati. Così trovo altre idee stupide, ma utili e vado alla caccia. Il bottino è ricco, la tavola imbandita e torno a casa felice. Finalmente in clima natalizio, finalmente pervasa. Speranzosa, anche quest’anno, che Natale sia un pretesto per avvicinare e condividere, più del Natale scorso e meno del prossimo.
Non so se sia più bello riceverli o farli, i regali, a Natale. So invece con certezza che, dopo questo pomeriggio, il sorriso non me lo toglierà nessuno, da qui al 25 almeno!
Buon Natale a tutti i generosi, che decidono di regalarsi, ogni giorno.

2
98
Add

A casa di Dio

La luce del sole che risorge, dopo la tempesta, dopo le alluvioni, questa domenica, attraversa prepotente le vetrate colorate del Duomo, proiettandosi su tutto quello che incontra: persone, colonne, pavimenti, sedie e tende. 
Davanti a me c’è una coppia di 30 enni con una bambina dolcissima, di pochi mesi, ha una carrozzina color tortora, abbinata ai leggins minuscoli, una magliettina rosa, come la copertina, e gli Ugg rigorosamente rosa, che paiono portachiavi, con una giacchetta elegantissima, anche quella grigia. 
Sulla panca in legno solo mamma e papà, ad affiancarla, cercano di concentrarsi sulle parole del Don, senza perdere mai di vista, con la coda dell’occhio, la pargolina. A 50 centimetri da me, imperterrita, passa la messa a giocare con la coperta, sorridendo, facendo versetti e rispondendo a qualche altro bebè che versetta vicino. La parabola dei talenti sembra divertirla particolarmente: agita quelle manine come fossero già le sue armi, le apre e le chiude con tutta la sua forza per afferrare la copertina e trattenerla a se. Dice tutto senza nemmeno parlare “è rosa, è la mia copertina, la tengo io”. Chissà di quali talenti è stata investita, lei, così piccola e così viva, lei, che riesce a sorridere anche senza denti, a trasmettere felicità senza nemmeno saper pronunciare “mamma” nè “papà”.
È quasi ora della benedizione finale quando la mamma estrae dalla borsa un piccolissimo poncio marroncino e pesante, si gira lentamente verso la baby e la vedo. Circa 30 anni, un fisico giovane e tonico, nonostante la recente gravidanza, capelli boccolosissimi e scuri, Nike fuxia da corsa, calzino corto bianco e piumino bluette. È struccata, ma rilassata e sorride con premurosa dolcezza, è circondata dall’aurea della neo maternità, quella che mi ricorda Edward Cullen quando luccica al sole. Lentamente si avvicina alla primogenita e con un’attenzione maniacale fa passare il poncio dalla testolina, per poi incastrarlo tra i manici del passeggino, spostando la bimba innumerevoli volte fino ad essere certa che sulla schiena non ci fosse alcuna piega e nulla possa infastidirla. Trascorre non so più quanto tempo ed io sono qui, incantata, ad osservare i suoi gesti lenti e delicati, su quel piccolo tesoro da poco sfornato, con una calma ed una serenità, probabilmente  accentuata dal luogo sacro in cui si trovano, che mi incantata.
È ora del canto finale ed escono, prima ancora dell’ “andate in pace”, loro non ne hanno bisogno, loro sono già la pace. Avanzano mamma e figlia, seguite a ruota da papà. Avanzano a braccetto con la pace, con la loro bontà, vicinissimi, lasciando trasparire tutta la gioia che li accompagna da quando sono diventati un trio.
Il potere della vita.

2
82
Add

Te capì?

Non capisco.
Non capisco le persone che chiudono le finestre quando si alza un filo di vento, invece di accoglierlo tra i capelli.
Non capisco chi crede che l’amore non possa essere come la nuova pubblicità dei cornetti Algida, perché complicarsi la vita?
Non capisco chi ci mette più testa che cuore.
Non capisco chi si priva delle emozioni felici.
Non capisco chi non corre incontro a chi ama, chi perde quella frazione di secondo, che nessuno le restituirà.
Ma ci pensate mai che siamo vivi? A quanto valga la vita?
Ci penso dopo ogni canonica mezz’ora al telefono con la mia nonna. I nonni, instancabili, che la loro vita l’hanno già vissuta, che si disinteressano del tempo che perdono, perché hanno già dato. Loro, che ti chiedono anche dieci volte “hai mangiato?” “ma mangi?” “cos’hai mangiato?”, a perdifiato.
Non capisco questo Stato nel quale se non c’è il sole le persone non escono volentieri, siete razzisti o poveri di emozioni? Non sapete amare la pioggia? Il rumore di gocce che incontrano altre gocce e si abbracciano nelle pozze, il fruscio degli alberi, le foglie che si adagiano a terra, il temporale che ti segue ovunque provi a scappare, la neve che si adagia lieve, “su tutti i vivi, su tutti i morti”. Non valgono la pena di essere vissute queste cose?
Non capisco le priorità. Non capisco le amicizie di convenienza, di facciata. Non capisco.
Carpe diem non è un motto, ne uno stile di vita, forse la cosa più banale da tatuarsi, ma un consiglio. E’ probabile che domani saremo ancora qui e dovremo affrontare le conseguenze delle nostre scelte di oggi. Non capisco, voi volete affrontare davvero queste di scelte?
Non capisco i vari “non c’è lavoro in questo Paese”, detto dal divano di casa di mamma e papà, con il telecomando e tutto il set Apple sulle ginocchia. Davvero pensate di poter guardare qualcuno dall’alto verso il basso? Giusto quando vi affacciate alla finestra, se non siete al piano terra.
Non capisco, ignoro, per quale cavolo di motivo le persone non siano in grado di divertirsi senza un diamine di cocktail in mano, senza fumare. Potrò sembrarvi pazza, nevrotica, impulsiva, diversa, ma non penso che nessuno mi abbia mai vista incapace di divertirmi. Cos’ho che voi non avete? Nulla credo, solo che fa più comodo non pensare. Nè?
Non capisco e mi lascio infastidire dalle persone grasse, che non sono in grado di rinunciare a nulla e non apprezzano abbastanza il corpo che gli è stato donato e lo sprecano, lo maltrattano, lo riempiono. Riempireste tutti i giorni la vostra macchina di sporcizia, fino a non poterla più usare? Perché lo fate con voi stessi?
Non capisco chi pensa troppo, senza buttarsi mai, ma nemmeno chi pensa troppo poco, peccando d’irruenza. Non capisco chi rischia di avere rimpianti, perché abbiamo davvero troppo tempo per rimpiangere, rispetto alle occasioni da cogliere che ci vengono fornite.
Non capisco le persone dentro all’autobus che mi vedono corrergli dietro e non chiedono all’autista di fermarsi. E mi stupisco quando una lo fa, tanto da ringraziarla ossessivamente per tutto il viaggio.
Non capisco chi perde l’autobus ed aspetta quello dopo, senza punirsi un minimo.
Non capisco, non capisco, non capisco, ma alzo la testa, guardo fuori dalla finestra, respiro e mi godo questo mondo, non disprezzo nemmeno un singolo secondo di vita, li respiro tutti, anche quando l’aria non è quella di mare.
Come prima di partire, quando hai paura, sei stressata e vorresti stare a casa, racchiusa nelle tue abitudini sicure, senza rischiare, ma… Ma dopo non vorresti più tornare. E ti metti a piangere, di nascosto, salutando 44 ragazzi che ti sono entrati dentro in pochi giorni, perché non serve tanto tempo per instaurare un legame, basta uno sguardo, un sorriso, un gesto.
E voi?
Cos’avete capito?

A voi, che avete capito tutto, che guardo con ammirazione, perché siete convinti di non aver capito davvero niente.
Perché forse non c’è davvero niente da capire e si dovrebbe solo vivere.

1
87
Add

Buon viaggio

Il cielo è cristallino, di un azzurro puro ed innocente, come non vedevo da molto. Mentre Fede cambia continuamente canzone in radio, io penso che certe anime meritino una giornata di sole per salutare la terra, meritino di poter vedere tutto dall’alto senza fatica, meritino di lanciare baci a mamma e papà senza ostacoli nuvolosi. In una giornata come queste, da fotografie sorridenti con gli occhiali da sole mi chiedo fino a che punto ci si possa sentire vicini ad una persona mai conosciuta, vicini ad un dolore, svuotati di qualcosa, mancanti. Perché a 16 anni non è giusto morire dopo essere usciti con la propria migliore amica, solo per qualche centimetro, solo per qualche chilometro orario, solo perché questo doveva essere. 
Non saprei nemmeno come arrivare a San Martino, intanto Matteo accelera e mi sento in colpa per tutte quelle volte che non ho detto a papà di rallentare, e non riesco ad astenermi da un segno della croce appena vedo un cimitero. È così? In un attimo? Il tuo profilo Facebook diventa una lapide? Il tuo ultimo stato diventa un coltello, quali avresti voluto che fossero le tue parole? Sognavi anche tu come il mio ragazzo di suonare in uno stadio con la tua famiglia in tribuna d’onore?
E stimolo la capacità di non sentire quello che mi sta attorno, entro nel mio universo ovattato. L’Italia scherza con il tuo nome, torni indietro? Torna indietro, ti prego, fammi ancora credere che esista una giustizia divina, che i bambini siano sacri ed intoccabili, dimmi che ci conosceremo, dimmi che non devo piangere. 
Mi dispiace tanto.
Scusa se ti ho rubato un po’ di attenzione che devi lasciare ai tuoi cari, buon viaggio Pietro, un po’ di rock in paradiso non farà male.

Respiro, ancora. Respiriamo ancora, non smettiamo di ringraziare per quello che abbiamo e perché respiriamo.

2
83
Add

Volendo

E si capisce dai regali, comprati in aeroporto, con il resto del caffè, forse per sbarazzarsi delle monetine. E si capisce dall’elemosina dei solitari, non dalla mancia. E si capisce dai silenzi. Si capisce dagli occhi, dalla calma con cui ti muovi, dalla frenesia, dall’altezza dei tuoi salti, di gioia, si capisce. Si capisce dal tono della voce, dalla velocità con cui mastichi, dai passi, da quanto tempo dedichi ad una fotografia, dagli occhi chiusi, dalla fiducia con cui attraversi la strada con le macchine ancora in corsa. Da una carezza, lanciata o curata, dall’intensità dei tuoi sorrisi. Si capisce se sai quale libro comprare a qualcuno, se non hai dubbi. Si capisce con un respiro. Si capisce dalla forza con cui dici “ti amo”, con lo stesso impegno con il quale sposteresti un grattacielo. Si percepisce dalla pelle d’oca, dai rumori della cannuccia, dalle unghie mangiate o curate, dai capelli legati o sciolti, da come reagisci davanti ad un paesaggio mozzafiato, si capisce. Si capisce dal volume dell’Ipod, si sente. Si vede quando piove. Si capisce, non con l’età, non con il tempo, ma in un attimo. Fulmineo, rapido, incisivo, un attimo immobile.

2
77
Add

Punti, interrogativi

Addentrandomi troppo a fondo nel buongiorno di Gramellini mi ritrovo con tante domande e una sola risposta: ‘troppi’.
Eppure l’umanità è questa, è strano doversene fare una ragione, ma ho imparato a convivere con l’impotenza su qualche frangente, come la morte, come la natura umana, è così. E basta.
Però siamo vivi ora e vorrei che più persone se ne rendessero conto e sfruttassero quest’occasione.
Quanti
si soffermano di più sui preferiti piuttosto che sugli ultimi tweet?
Quandi leggono davvero il giornale non calcolando le figure? Quanti
ascoltano davvero una canzone quando mettono mi piace a chi l’ha
condivisa? Quanti dopo aver letto un bell’articolo ne cercano altri di
quel giornalista? Quanti vanno a rileggersi i passi della Bibbia dopo la
messa? quanti scrivono le lettere d’amore a mano? Quanti assaggiano
prima di dire ‘non mi piace’? Quanti vanno a votare prima di lamentarsi
che il paese fa schifo e chi lo governa di più? Quanti invece di
scrivere ‘mi manchi’ prendono il primo treno? Quanti aprono il
dizionario per cercare una parola nuova? Quanti considerano disonorevole
un lavoro umile e onorevole stare a casa sul divano? Quanti di quelli a
cui piace la mia foto profilo hanno letto la descrizione? Quanti
stasera andranno a letto con il sorriso? Quanti danno da mangiare a chi
scrive ‘ho fame’? E quanti di quelli che ‘ho fame’ non hanno un
portamonete davanti? Quanti piangono davanti ad un tramonto? Quanti si
svegliano all’alba per andare a correre con un’aria diversa? Quanti
hanno paura dei ‘mea culpa’? Quanti non hanno il coraggio di dire, ma di
soffrire? Quanti? Quanti.
Con tweet, status e punti interrogativi, vado a dormire.
Ti djsj.
1
87
Add

Per un desiderio che esprimi te ne rimangono fuori altri 100

 

Perché quando sbatti i vestiti non cadono anche i capelli?
All’alba delle 6a.m. mi sdraio nel letto, soddisfatta. Ho ancora il sapore
della schiuma in bocca, il sapore del divertimento, dei sorrisi, delle canzoni
a squarciagola, dell’acqua salata, della crema calda appena uscita dal forno.
Il cielo si sta schiarendo, chi si sveglia e chi va a dormire. Un messaggio
della buonanotte che mi scalda il cuore e ciao.
Le 13 invece sono un ottimo orario per svegliarsi, con il pranzo da preparare,
la camera da mettere a posto e le idee da riordinare. Entra troppo sole dalla
finestra ed è troppo tardi per sentire profumo di focaccia, ma il pavimento è
caldo e la casa già viva, la strada già rumorosa, la tv accesa. Alex Schwarz e
la sua telecronaca tra lacrime e rimorsi, continuano a riproporla, con il suo
duplice effetto di non far morire la notizia e di fare tenerezza, che peso
possono avere certi errori, un momento di debolezza o di sclero che paghi per
tutta la vita. Ma tra una settimana un’altra notizia coprirà questa, la catena
degli eventi.
Cesara Buonamici ricorda a tutti che domani è San Lorenzo, mi viene in mente
Jovanotti e inizio a cantare, sento la voce di A che ripete “ogni parola per
lei è una canzone, uff” e alzo il tono di voce. Qual è la mia classifica dei
desideri? Cosa vorrei di più dalla vita? Quando troverò questa risposta giuro
che la smetterò di scrivere, ma per ora rimango lontana dalla soluzione e non è
nemmeno un male.
è tardi, è ora di andare in spiaggia, come ogni giovedì sarà esilarante vedere
le facce stanche e sconvolte dalla serata, come ogni giovedì ci sarà da ridere
per i racconti fantastici di avventure esilaranti che ci siamo perse l’una
dell’altra, come ogni giovedì risate sguaiate e frecciatine all’aria. La
serenità di un’estate che vorrei potesse non finire mai.
Che ne direste se quest’anno fosse estate sempre? Dentro però! Potrebbe essere
un desiderio, subito dopo ai capelli che cadono mentre sbatto i vestiti
ovviamente.
2
89
Add