E’ arrivata la primavera, notizie da chi è uscito a fare la spesa

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Sono uscita dopo 3, 4 giorni, quanti giorni sono passati? Ho perso il conto.

Sono riuscita a non toccare nulla. Gianni, il portiere, ha spalancato e bloccato tutte le porte, ero così compiaciuta. Ale teneva il cancellino aperto con la schiena e il postino s’infila “meno di un metrooooo” penso, anche Ale lo pensa, mi guarda e già sogghigna. Esce. Il cancello inizia a chiudersi dietro di noi. Sta tornando un altro condomino, vedo che aspetta a distanza di sicurezza e capisco al volo: vuole starmi lontano, ma non vuole toccare la porta. Così, con la mia consueta estrema gentilezza nei confronti degli sconosciuti, riprendo la porta e con un tocco deciso la rispalanco.

“Figa, nemmeno 50 metri senza toccare qualcosa, che imbranata”, mi maledico.

In macchina ripensiamo al postino. Se n’è fregato del metro, ma ancor di più di noi. Passare a meno di 1 metro di distanza da un’altra persona è come bestemmiare in un gruppo di sconosciuti, è come toccare bonariamente qualcuno con cui non hai confidenza, è come fumare a cena. Non sai se farai soffrire qualcuno, non sai se irriterai, non sai se darai fastidio, ma te ne freghi e lo fai lo stesso. È così? Sarà così per le prossime settimane?

Lascio Ale e posso soffermarmi. 

Non so dove andare, mi fermo con le quattro frecce davanti ad una scuola media, scendo. La bandiera dell’Italia si sfiora dolcemente con quella dell’Europa seguendo il ritmo del vento. Faccio un video. In sottofondo il cinguettio degli uccellini, un signore che tossisce (non è secca, tranquilli), un martello pneumatico in lontananza, quasi percepisco i fiori che sbocciano.

Magari la scuola è piena, potrebbero essere gli alunni più diligenti della storia, tra poco potrebbe suonare la campanella e le loro grida diventerebbero il nuovo ritmo per le bandiere. Me li ricordo quei rumori: sedia cigolante, sfregamento del ferro sul pavimento vecchio, libro pesante lanciato sotto al banco, spunta un po’ in bilico, astuccio pieno di matite che si ribalta nello zaino, zip del giubbotto, si cerca di passare in due da metà porta di legno che rimbalza, click, qualche sveglio apre anche l’altra anta e si esce in maniera più agevole. Gomma sui pavimenti, gradini, piedi pesanti “non correte!”.  Non succederà, perché la scuola è davvero vuota.

Ma sarà così quando suonerà la campanella di nuovo, tra 1 mese, ma quella delle 8.00, quella per entrare entrare. Nessuno di noi ha mai sperimentato il piacere di tornare a scuola che proveranno i ragazzi tra 1 mese. Non li invidio per niente.

Google maps, direzione Tigros, è l’unico motivo per cui sono uscita. O la scusa che mi fa sentire meglio.

In radio gli anni di Vasco, le strade vuote come di notte, ma il cielo è blu quasi come in Argentina oggi.

Semaforo rosso, due ragazzi in pantaloncini si salutano con un pugnetto, che io sento sul mio sterno. Gli passa accanto una signora con una mascherina turchese, attraversa veloce. Attorno all’incrocio è tutto rosa e bianco: è arrivata la primavera e non ce ne siamo accorti. È arrivata la primavera mentre stavamo cercando di salvare il mondo dal nostro divano. È arrivata la primavera e la celebriamo stando in casa. “Meglio che rimani a casa, meglio che non esci stasera” sempre Vasco. Che curiosa che può essere la vita, che tempismo l’universo.

Il megafono del supermercato, con voce femminile, ricorda le norme da rispettare. Sento Orwell nella mia testa. Adesso scendo. Mi faccio coraggio e scendo a prendere questa botta di umanità.

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