A tutto il bello che verrà

A chi il mondo l’ha esplorato e l’esplorerà con me, a chi mi ha aspettata e mi aspetterà a casa. Al mondo, a Buenos Aires, a Milano, a casa. A tutto il bello che verrà.

Ho immaginato centinaia di volte questo momento. Quando si diventa grandi davvero? Probabilmente non sarà puntualmente oggi, non sarà con l’upload di questa tesi, magari non sarà proprio e nella realtà si resta un po’ piccoli per sempre. Eppure, ogni qualvolta mi sia soffermata a pensare a quest’istante, vi ho sempre visto un angolo, un gradino, una curva ampia, la parete di una montagna, un ostacolo che avrei superato senza sapere cosa ci fosse dietro né perché stessi correndo realmente in quella direzione.
Ho aspettato, ho temporeggiato, ho preferito scrivere del sole e del mare, del tempo e dei profumi, ho preferito viaggiare, imparare nuove lingue e conoscere nuove culture, ma non posso più rimandare. Oggi, su questo treno regionale 3963, con una carrozza tutta per me e la playlist che mi ha accompagnata in questi anni, mi assumo tutte le responsabilità del caso.

Rido di me stessa, pensando a quanto ingigantisca questo attimo, la fine della vita universitaria e l’inizio di quella lavorativa, a quanto lo stia romanzando ed immaginando come un cambio radicale. Lo sarà? Perderò di vista me stessa o riuscirò a restare fedele ai miei principi? Riuscirò a fare una cosa nuova ogni giorno, a non perdere la curiosità?
Sarò in grado di coltivare le mie passioni attraverso il lavoro, di farle maturare insieme a me, di non dimenticarle? Troverò il tempo per perdermi in città nuove e vecchie, di fermarmi a parlare con sconosciuti, di aiutare hostess in difficoltà, di non avere fretta? Potrò permettermi di non accontentarmi, di non cercare scuse, di essere sempre onesta e schietta nonostante tutto? Dimenticherò ciò che oggi ritengo importante per lasciare spazio ad altro? Riuscirò ad andare a dormire soddisfatta ed a svegliarmi entusiasta e motivata per la giornata che mi attende? Ancora non ne ho la certezza, di nulla, ho invece il sentore che tutto sia nelle mie mani e che “comunque vada sarà un successo” (Scrissi questa frase sul quaderno di biologia, il quinto anno del liceo, la pronunciò la prof più temuta dell’istituto – citando Chiambretti – in uno slancio d’affetto, per motivare e salutare la classe. è un motto che amo ripetere e ripetermi. Male che vada avremo imparato qualcosa, quindi sarà comunque andata bene.)
Non solo, ho anche la consapevolezza che non sarò sola, per quanto abbia imparato ad arredare i miei spazi ed a consacrare i momenti con me stessa, non sarò mai sola.

È questa la sede in cui devo quindi ringraziare chi c’è stato e soprattutto chi ci sarà, mentre in riproduzione casuale sento le prime note di “Cosa resterà”, perché il destino è la sua puntualità, anche e soprattutto oggi.

Grazie dunque alla mia famiglia, mio fardello e mio orgoglio, che non ho sempre messo al primo posto, ma che se lo merita. Grazie mami e grazie papi, tutto il meglio di me è semplicemente la parte migliore di voi che ho ereditato ed emulato. Grazie sisters, non smettete mai di stringere i denti e sorridere, perché vi meritate tutta la gioia del mondo. Grazie alla mia nonnina, mano leggera sulla mia spalla, angelo custode di ogni mio giorno a qualsiasi distanza, a qualsiasi costo.
Grazie Alessia, perché mi hai completata, con la tua amicizia ed il tuo carattere così diverso dal mio, mi hai insegnato a non giudicare mai, a pazientare, a dare valore alle cose più piccole. Eravamo io e te e continueremo ad essere tu ed io, in capo al mondo o in Las Heras, a discutere sull’importanza e la futilità dei ringraziamenti nella tesi. Grazie Simo, per essere la più bella delle condanne. Per essere ancora qui, di nuovo qui, con me.
Grazie alle mie ragazze, Marta, Bea, Elena, grazie a Filippo, siete e sarete ancora e per sempre la miglior rappresentazione dell’amicizia sopra ogni cosa, overall.
Grazie Je e Ale, vivere con voi è stata un’iniezione di felicità, un turbinio di complicità, è stato sentirsi davvero in famiglia, siete famiglia.
Grazie ad Andrea per tutte le testate e gli abbracci, a Lils, dolcezza e amore fatti donna, a Giacomo.
Grazie a quelli della Valla, alle mie amichette del mare, alle amiche di una vita, Elena, Carola, Elisabetta, Ciottini, Alice, ma anche a Stefano, a Lollo, Pelle, Carlo e soprattutto a Giorgio, alle olandesine di Oneto, a chiunque renda Santa un’oasi di pace e serenità.
Grazie Michi, dalla pelle al cuore.
 Grazie Lollo, un per sempre senza fine. Grazie Amalia, amica di penna e amica punto.
 Grazie ad ESN, a tutte le splendide persone che mi ha permesso di conoscere, a quelle che continueranno ad arricchirmi, grazie perché sei stata palestra di vita e sfondo colorato degli ultimi tre anni.

Grazie a tutte le persone che hanno ospitato me ed Alessia durante il nostro viaggio, alla generosità dimostrataci, all’affetto regalato. Grazie a chi ci ha accolto nelle proprie case insegnandoci l’umiltà e la ricchezza d’animo. Grazie a chi ci ha dato un passaggio, a chi semplicemente ci ha donato un sorriso, un abbraccio, un pezzo della sua storia, del suo tempo ed una parte di sé.
Grazie a Joaco e Diego, per aver reso Buenos Aires un po’ più magica, per avermi mostrato il volto migliore di questi milanesi oltreoceano. Grazie a chi ha toccato la mia vita in questi due anni, migliorandola o facendomi meglio comprendere chi sono io, chi merito e desidero al mio fianco. Grazie a chi l’ha solo sfiorata, di sfuggita, in treno, su un camion, in aereo, sul bus, in un ostello, al supermercato, in università, su una spiaggia caraibica o in una villa. Grazie a chi ci si è buttato solo ora, all’ultimo, ma l’ha fatto per restare (sì Andrea, grazie a te).
Grazie al mondo, questo splendido scenario che ospita tutte le relazioni quotidiane. Grazie nuovamente a Siviglia, mio trampolino di lancio su questa vita senza confini, casa lontano da casa, città di gioia e speranza, grazie per aver creato legami indissolubili (ciao Angelo). Grazie a Milano, tanto grigia quanto luminosa quando arriva la primavera, che mi ha guardata sbocciare e mi ha permesso di sbirciare nei miei cortiletti interiori, mentre cercavo il bello in lei l’ho trovato anche dentro di me. Grazie Buenos Aires, inaspettata, piena, piede perno delle avventure più disparate, magia pura. Grazie America Latina, per avermi insegnato che tra nord e sud non c’è un oceano, ma una caterva di pregiudizi. Grazie Casale, Cervinia, Genova, Santa, grazie Italia, perché sei davvero la mia mamma, la mia casa, il mio punto d’arrivo.

Solo così, soffermandomi, riesco realmente a rendermi conto della portata, dell’intensità di tutto quello che ho vissuto, della quantità di persone incontrate, di luoghi visitati, di emozioni provate, di errori commessi e di lezioni apprese.
“Grata e felice”. L’ho scritto un paio di volte in questi anni, non ricordo più in quali occasioni, ma è una sensazione che mi accompagna, quindi lo reitero. Sono troppo fortunata.
Mi auguro di addormentarmi soddisfatta, di svegliarmi entusiasta e motivata. Mi auguro una vita piena, sopra le righe. Una vita in cui poter essere spontanea ed onesta, grata e felice. “I tuoi sogni, non dimenticarli mai” mi disse un anziano antiquario in canottiera, uno di quei personaggi casuali che sembrano poterti leggera la vita nell’iride.
Ed ecco qual è il mio sogno, cosa voglio fare da grande, chi voglio essere: una persona grata e felice. Come? Adesso ci lavoriamo.

P.s.: Un ultimo doveroso ringraziamento va alla relatrice di questa tesi, la professoressa Monica Bonini, che ha creduto in me senza lasciarmi a briglie sciolte. Una professionista attenta e meticolosa, appassionata insegnante, per la quale ho provato estrema simpatia ed ammirazione dal primo giorno o forse dal giorno in cui mi sono resa conto che aveva memorizzato i nomi di ogni alunno, con tutta l’umanità necessaria al mondo universitario italiano.

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Con la M di Milano

Nessuna foto avrebbe reso giustizia al cielo di Milano, questa sera.

Mi sono dimenticata di caricare il telefono, non ho nemmeno la musica da infilare nelle orecchie, posso così assaporare ogni metro percorso, insieme al mio piccolo scooter. Il rosa si dirada sopra al quartier generale della Pirelli, il viola rimane dietro la collinetta dei ciliegi. Respiro tutto: dal calore delle marmitte, al profumo delle panettiere, al sole che tramonta e riesce ancora ad illuminare la pelle, dai cambi di temperatura tra un semaforo e l’altro, al vento tra i capelli sulla sopraelevata.

Mi fermo e penso che tutto è iniziato con i tramonti, tutto. 
La Milano invernale non lasciava spazio a questi colori, ma da quando sono usciti allo scoperto è entrata anche in me e da lì è stata una grande discesa, fin troppo semplice. 
Milano non è facile, non può essere un amore a prima vista. Non è a misura d’uomo come Torino, come Siviglia, non è a pianta romana come la maggior parte delle città europee a cui siamo abituati. Milano è un lavoro, è un’onere ed un onore. Sa farsi amare, ma bisogna avere pazienza, bisogna essere tenaci, credere in lei, aspettarla come si aspetta che i fiori sboccino in primavera, per vederla nascere e rinasce. Per farla propria.
Ed ecco che, contro ogni pronostico, la chiamo “casa”.

In questa serata, in questa settimana un po’ malinconica, dopo 5 giorni splendidi passati al mare, tornare e segregarsi in biblioteca è stato impattante. Fare chiusura giusto in università, uscire alle 21.30 ed essere travolta da tutte queste sfumature, gustarsele, arrivare fino a San Siro, con il sole dietro allo stadio, il Meazza illuminato a giorno, i paninari, i primi concerti estivi, gli uccellini che cinguettano, una leggerissima brezza estiva che sembra quasi aria… mi ha ricaricata.

Entro in casa con il sorriso, non ho nulla di cui potermi lamentare: la vita è bella, oggi ancor di più.

Buonanotte.

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Only the sky is the fucking limit. Goodbye M.

Finisce qui. Finisce così.
Non so perché senta questo bisogno incessante di suggellare momenti di questo
tipo, non so perché non sia cinica e acida 24/7 e mi lasci andare anche a
questo tipo di sensibilità.
Aspetto che la Poli sia girata, raccatto le cose e lascio
che questa porta antipanico Cisa si chiuda dietro di me. Spingo me stessa,
insieme alla sua maniglia rossa, lasciandomi dietro un anno di vita.
Finisce qui, finisce così il mio primo anno di magistrale,
il mio primo anno di lezione in Bicocca, il mio anno di domicilio a Milano.
Lascio in quell’aula 29 dell’U6 un pezzetto di cuore, tutto il resto l’avevo
già lasciato, mezz’ora prima, nella 26, insieme a Lucia ed al suo seminario
pieno di entusiasmo e di coraggio.
Simo dice di non piangere, che sto solo diventando grande,
ma io non so fare altro che disubbidire e corro sulla collina dei ciliegi ad
irrigare il prato con le mie lacrimucce.
È stata una scelta sofferta, ad esclusione, che mi ha
stressata tanto. Ho sognato Milano per anni, ma dopo Siviglia non la credevo
più conforme alle mie esigenze, non la volevo più. Invece, per assaggiare un
po’ di quello che, forse, vorrò essere, era l’unica possibilità congeniale.
Si è fatta odiare, insultare, ammirare ed amare. Sullo
sfondo c’è sempre stata l’università, una nuova università, diversa, rosso
mattone, con le aule in verticale, con troppi compagni di corso, con gli
edifici dislocati su una superficie immensa, in una zona del cavolo.
Finisce qui, finisce così. In una giornata di sole, dopo una
lezione originale che ci ha commosso, spronato, invogliato a credere in noi
stessi, a superare i nostri confini, a salire i gradini della nostra scala. Ed
è quello che ho deciso di fare, è il motivo per cui sono venuta in questa
Milano: per cavalcare la mia onda, per la vista dal gradino più alto, per
lanciarmi dal trampolino. Mi lancio tra 1 mese e mezzo, con un volo di 16 ore
diretto a Buenos Aires che ho sognato, desiderato, scelto con tutta me stessa.
L’ho fatto pensando che il tragitto non sarebbe stato così emozionante, che non
mi avrebbe portata fino a questa collinetta a pensare a tutto quello che,
ancora una volta, egoisticamente o coraggiosamente, lascerò qui.

“The sky is the limit. Per quello che siamo dobbiamo ringraziare Dio, ma quello
che diventeremo sarà tutta farina del nostro sacco. Cadremo, basterà
ammetterlo. Sbaglieremo e ci rialzeremo. La fiducia è come l’amore, dev’essere
reciproca per funzionare. Dobbiamo imparare ad ascoltare, prima ancora di pensare
a cosa dire. Senò perché ci avrebbero fatti con due orecchie ed una sola
bocca?”

Finisce qui, finisce così, anche se mancano ancora troppi
esami, finisce comunque. Niente più risata di Cecilia, niente più rossore e
proposte di Chiara, niente più ticchettio di unghie di Marta sulla tastiera.
Fine degli interventi di Vinz, del total black di Carlo, basta sguardi d’intesa
con Vale, basta shekerate con Ale. Non ho creato molti legami in classe, ho
conosciuto tutti, mi sono fatta conoscere da tutti, ma ho approfondito davvero
pochi rapporti, ne ho consolidati alcuni, ma il mio cuore è andato subito al
-1, vicino alle macchinette, in quel locus puzzolentus che è l’ufficio di ESN.
Non so quantificare se mi mancheranno di più le persone, la routine, il nervoso
o la gratitudine negli occhi degli Erasmus, non riesco a misurare. So per
esperienza che ogni scelta è un maledetto trade off, che per fare qualsiasi
cosa devi rinunciare almeno ad un’altra. Sono qui a scrivere e non sono all’EN
e mi si stringe il cuore, per un’idiozia. Sono qui a piagnucolare e non sono in
Feltrinelli a studiare. Andro a fare merenda con Baboz e continuerò a non
studiare. Insomma, ho scelto l’Argentina ed il peso si è sentito subito, non
solo sulle mie spalle, ma anche su quelle di chi mi si avvicinava, di chi mi
era già accanto, un pochino, non troppo, non sia mai che ci si scotti e poi
come si fa con tutta quell’acqua in mezzo?
È arrivata la primavera, Milano è sbocciata ed io con lei,
ho accorciato i pantaloni ed aperto il cuore. Ho respirato il suo smog ed
assaggiato i suoi parchi. Ho corso in moto, ho corso a piedi, mi sono lasciata
travolgere. Ho spiato i suoi cortili, assaggiato l’asfalto, collezionato
biglietti da visita.
Ho chiuso gli occhi, nei sedili posteriori, lasciandomi investire
dall’aria fresca della sera, dalle voci di Je e Ale che cantano, in uno dei
nostri tipici e banali giretti. Ho chiuso gli occhi e li ho immaginati in
un’altra casa, con altri coinquilini, nuove abitudini, nuovi posti in cui
correre, nuovi supermercati in cui fare la spesa. E ne ho già sentito la
mancanza. Ho chiuso gli occhi per tenere dentro tutta la gioia, per non
lasciarla scappare, per fermarla qui ad aspettarmi.
Finisce qui, finisce così, anche se manca ancora un mesetto,
anche se nel 2018 tornerò, anche se questa università deve ancora vedermi con
la corona d’alloro, anche se forse è solo l’inizio.
Me lo sono chiesta, se fosse giusto fermarmi. Mi sono detta
che non era ancora ora, che me ne sarei potuta pentire poi, che se non l’avessi
fatto ora, non avrei mai più avuto la possibilità. Magari sì, ma non con questa
serenità, non con quest’età, non con questa leggerezza.
Oggi non mi sento leggera e non sono sicura di sentirmi
leggera tra un mese e mezzo.
Arabella andrà al liceo, Fiorelisa cambierà colore di
capelli, inaugureremo la casa di Genova, ci sarà un nuovo board, arriveranno
nuovi Erasmus, due nuove welcome weeks, 4 PN, 1 AGM in Costa Brava, 1 altro EN…
Ed io dove sarò? A Machu Pichu? Sui ghiacciai della Patagonia? Al Carnevale di
Rio? A festeggiare i morti in Messico?
Sì, sicuramente sono egoista, ma non leggera, questo no.
Mi mancherete.
Mi mancherà la buonanotte di Je, nel dormiveglia, Alessandro
che passa a salutarci prima di andare a lavoro, gli uccellini di San Siro che
mi svegliano, il latte dell’Esselunga che riempie il frigo, il “buongiorno”
sorridente del Gianni, la pedivella del Phantom, la voce metallica della Lilla,
salutare i guardiani senza essere ricambiata, le uscite di Brondoni, la
gratificazione di ESN, le assemblee, tornare a casa distrutta, tutti voi. Mi
mancheranno le cene con le scatolette, le brioches di Panini, i pranzi con
Anto, incontrare Marta per caso in biblioteca, la biblioteca, la Feltrinelli, la terrazza di Corso Como, i tramonti dietro Ponale, sul
ballatoio del 7° piano, dietro l’Arco. Mi mancherà San Siro illuminato a giorno
dalle luci dello stadio. La nebbia. No, forse quella no. Oppure sì. Mi mancherà quest’aria di primavera, i panzarotti, i 23 semafori che mi separano dall’università, le 16 fermate di metro prima di Ponale, le scene da frettolosi impazienti, le battute dai finestrini, voi.
Mi mancherà tornare a Casale qualche weekend sì e qualche no, poter rivedere le
colline ed apprezzarle come mai prima d’ora, te, loro, le ragazze, i krumiri.
Mi mancherà Santa, Genova, per non parlare delle mie principesse, di mamma, di
papà.
Mi mancherà questo momento, quest’aria sporca, questo verde,
cruzerò el charco per riempirmi ancora una volta gli occhi, il cuore, ma con la
consapevolezza che al mio ritorno c’è un posto nel quale non mi dispiacerebbe
crescere, respirare, sbagliare, cadere, innamorarmi… vivere.
Grazie stronza, sei e continuerai ad essere una grande
compagna di giochi, un bel teatro, un palcoscenico con i fiocchi.
Mi mancherai, Milano.
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L’aria metropolitana di Milano

“Povera Milano.

Povera Milano, i sensi di colpa oggi toccano livelli indescrivibili e mi scuso anche con le città.
Povera Milano, non è colpa tua. Sotto il tuo grigiore nascondi segreti e meraviglie colorate, tutte da scoprire e difficili da scovare, ma incantevoli.
Povera Milano perché ti addosso colpe solo mie, scusami, non è un tuo demerito, sono io che non riesco a colmare il vuoto che mi sono creata attorno, quest’aurea di nostalgia, questa corazza dura che non ti lascia arrivare al cuore.
Povera Milano, è toccato a te, il peso di quest’anno così strano, di queste notti insonni, di questi nodi alla gola. Ti stai sobbarcando carichi che non ti spettano, lacrime che non meriti, insulti generici, banalità sconfinate. 
Povera Milano, non ti offendere, l’unico problema che hai è che non sei Siviglia. Ed è un problema tutto mio.
Imparerò a rassegnarmi.
Un secondo per amare ed una vita per dimenticare. Un secondo per sentirsi a casa ed una vita cercando ovunque di ritrovare quella sensazione.
Avrei dovuto fermarmi?
Già?
Davvero?
E’ lei o sarebbe stata qualsiasi altra?
Forse tutti pensano che la loro sarebbe stata la perfetta, forse sono solo accecata, ma non passa giorno in cui non mi ritagli il tempo di una lacrima da versarsi addosso. 
Solo perché non sei lei, Mi.
Che zitella frustrata, che eterna insoddisfatta, che rompicoglioni.”
E’ passato solamente poco più di un mese da quando, in preda al panico, gettavo tra le note queste parole. Un mese nel quale mi sono rimessa in carreggiata, sono rientrata nel mio corpo, ho ripreso le redini della mia vita e mi sveglio ogni giorno con il sorriso.
Che sia l’avvicinarsi della primavera, il caldo o semplicemente le cose che vanno esattamente come devono andare, non lo so.
So che da qualche pomeriggio, preparando i documenti per l’application, all’idea che tutto questo finisca presto, mi mordo la lingua.
So che oggi, dopo 3 giorni full immersion in quest’avventura piena di sigle, all’idea di allontanarmi da ESN, mi si stringe il cuore.

Il papà di Ciotti diceva che Milano è una giostra: devi prendere il giro. Sono salita a bordo a settembre correndo nella direzione sbagliata, titubante, indecisa, ma poi ha fatto tutto lei. Si è fatta desiderare, mi ha mostrato i suoi angoli nascosti, le perle nei cortili, i soffitti di cristallo, gli affreschi sotto terra, mi ha fatto alzare gli occhi al cielo, mi è entrata dentro.
E adesso? Ora che Milano è diventata la mia città, ora che ho preso il giro, ora che dalla giostra salgo e scendo a mio piacimento?
Davvero arriva aprile? Davvero mancano 4 mesi?

Sono arrivata con l’idea di andarmene, che fosse solo un passaggio, un momento. Non volevo adagiarmi e sono rimasta sulle spine, ho fatto fatica, ma adesso che il divano ha preso la forma del mio culo, che centro il water anche di notte, che apro il frigo con la luce spenta, adesso che in ufficio c’è sempre qualcuno, che saluto anche gli omini del gabbiotto, che conosco tutte le cameriere della mensa, che non confondo più l’U9 con l’U5, adesso che questa routine mi piace, che ho imparato ad ammortizzare anche il tempo in metro, che so quando mi conviene sedermi in fondo o in mezzo, adesso che i parchi si colorano ed anche i milanesi sembrano meno scorbutici, adesso che Jessica è più imbruttita di me ed insulta in romanaccio-milanese i pedoni lenti, adesso che mi è passata anche la voglia di tornare a casa il weekend, perché mi sento già a casa qui, adesso… è già ora di andarsene? 
Mi ripeto che ci sono occasioni da cogliere nella vita, che dopo aver poggiato il piede in terra argentina tutto sarà magicamente chiaro ed in discesa, che se non lo faccio ora non lo farò mai più, che Milano è qui e mi aspetta, ma mi prudono comunque le mani.
Solo una volta tornata indietro da Siviglia, dopo 1 anno ai 100 all’ora, solo allora mi sono resa conto che anche qui qualcosa si era mosso, che anche se magari qualcuno aveva rispettato i limiti di velocità, anche in Italia il tempo era passato, anche qui avevano vissuto ed io non c’ero. Respiravo un’altra aria, buona, buonissima, ma non la loro. 
Solo a quel punto mi sono resa conto di aver perso un pezzo della vita delle mie sorelle, l’ultimo anno di università con i miei compagni di corso, che probabilmente avrei rivisto in poche occasioni nella vita, un anno con la mia nonna. Sì, è vero, avevo guadagnato tanto ed il costo opportunità pendeva in maniera prepotente verso la Spagna e verso quello che un anno di Erasmus mi aveva regalato, quello che mi ha fatta diventare, ma ciò non toglie che qualcosa mi abbia anche fatto perdere. 

Dannata Milano, dannata Siviglia, dannatissima ESN, maledetta me.

Il Gianni sta tagliando il prato in cortile, dalla finestra entra odore di erba e se chiudo gli occhi posso ancora sentire la musica che arriva dal Mercado de la Lonja del Barranco, mentre ai piedi del Guadalquivir prendiamo il sole e picnicchiamo, parliamo in 18 lingue diverse e comunichiamo a pallonate. 
Se li strizzo mi sto grattando le punture di zanzare dalle gambe, a Moleto, sui colli monferrini, mentre sorseggio un azzardatissimo the alla pesca. 
Se li riapro posso contare le stelle cadenti sopra il giardino di casa di Gio, a Ruta, la notte di San Lorenzo, tutti arrotolati sotto i piumoni, impauriti da cinghiali invisibili. 
E poi ancora l’Aurora, facce stanche e spossate, t-shirt appiccicate alla pelle dal sudore, tristezza e gioia.

Ci sono stati tanti posti in cui mi sono sentita a casa, in cui mi sento a casa ogni volta che ci rimetto piede, luoghi in cui è bastato un secondo, altri che non mi hanno dato scelta, alcuni che mi hanno fatta lavorare duro, eppure sono e saranno per sempre parte della mia vita, di me, mi hanno fatta arrivare fin quì…
Allora la domanda è sempre la stessa che mi fece Carlo a bruciapelo, dopo essersi rotto i coglioni di sentirmi ripetere quanto fosse perfetta quella città… “ma se Siviglia è così perfetta, perché non ti fermi una volta per tutte?” 
E la risposta purtroppo o per fortuna, continua ad essere che il mondo è troppo grande per fermarsi, che dietro l’angolo potrebbe esserci sempre qualcosa di ancora più adatto o qualcuno che ci faccia sentire ancor di più a casa.

Chissà quando smetterà di girare…

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Black M(5)irror

Scongelo il pane per la cena, come una brava casalinga. Preparo
cene salutari a base di orzo e legumi, peggio dei vegani. Ripongo ordinatamente
nella dispensa i piatti, dopo che si sono asciugati, quel movimento lento,
preciso, a volte troppo brusco, con cui ho giù rotto due bicchieri ed una tazza.
Davvero sposto le stoviglie da un ripiano all’altro, solo perché quello è il
loro posto? Davvero rompo l’anima anche ad Ale perché lo faccia? Tolgo le borse
dall’armadio, le ripongo nuovamente in ordine di altezza. Ritiro il cuscino da notte
nell’anta in basso, tiro fuori quelli da giorno, ogni maledetta mattina. Quanto
tempo ho per questi riti inutili, per curare questo contenitore bianco?

Scrivo mail, apro un account, copio, apro l’altro, incollo. Ringrazio anticipatamente,
cordiali, distinti, luccicanti, colorati saluti, dottoressa. Impagino anche i
riassunti, impagino anche il vassoio della mensa, impagino anche me stessa
davanti allo specchio, ma per cosa? Per chi? A quale scopo? Per dimostrare che
cosa? 

Prendo la metro, qui viene il bello. Prendo la metro, dopo aver scaldato con le
mani il telefono, perché la batteria patisce il freddo e non avete idea di
quanto sia lungo il viaggio senza uno schermo da guardare. Che cazzo di pensieri faccio? Inserisco il jack
delle cuffie, infilo gli auricolari e apro Netflix. 
Lorenzo mi ha consigliato
di iniziare Black Mirror ed i consigli di Lollo sono oro colato. Quanto mai,
maledetto. 
Sto mettendo in discussione la filiazione, me stessa, chiunque mi si
sieda accanto, ad ogni puntata. Download, Black Mirror, Episodio, rotellina,
telefono spento.
Mi ritrovo a guardare questo schermo, nero, quasi persa, spaventata. Mancano
ancora 16 fermate. Alzo gli occhi e cerco sostegno, l’ho quasi trovato in un
uomo girato di profilo, non ha il telefono in mano, sono carica di parole dopo
questa giornata, adesso inizio una di quelle conversazioni che gli farà perdere
la sua stazione, mi avvicino… aveva l’auricolare. 
La ragazza di fronte chiama
un’amica, non prende, ci rimane molto male. Non c’è nessuno nel mio raggio
visivo che non abbia il telefono in mano. 
Mi rimbomba nelle orecchie la voce di
Jude che tagliando la mela dice “il black mirror è questo, sono gli schermi dei
nostri telefoni…”. 
Vorrei gridare. 
Vi prego parliamo di qualcosa, non c’è un artista di
strada? Un mendicante? Il conducente da distrarre? Nessuno? 
Non c’è nulla di più alienante di questa metropolitana, di sapere già che le
porte si apriranno a destra, che se devo scendere in università mi conviene
stare a ¾, se devo andare a Garibaldi, in fondo o all’inizio, se devo tornare a
casa in mezzo. Non c’è nulla di più terrificante delle teste chine su questi
telefoni, mentre questo bambino peruviano gioca a chi riesce ad alzare di più
le gambe senza tenersi, con la sorella, sotto gli occhi sorridenti della mamma,
alla mia sinistra. Nessun altro che lo stia ammirando, che si stia perdendo nei suoi dentini storti come quelli di Gianni alle elementari.

Per favore, scegliamo un tema, un argomento di discussione giornaliero,
appaltatemi la gestione della felicità sulla metropolitana, qualcuno mi aiuti a
lanciare una start up. Datemi delle caramelle da regalare, insegnatemi a
suonare la chitarra, apriamo un vagone solo per gli uomini che vogliono parlare
di calcio, uno per la moda, uno con la musica dance anni ’80, facciamo qualcosa. Dov’è finito l’uomo di quella sera con l’orso gigante? Dove sono i ragazzi che urlano e saltano con me? 
Voglio fare amicizia, vi prego,
non deviate lo sguardo, tenete su quegli occhi, siamo solo umani e lamiere,
guardiamoci in faccia. 
Chi ce lo restituisce il tempo che perdiamo in metropolitana? 
Potrei impazzire. 
Toglietele questo odore di sacchetto di plastica. Fatela profumare da qualche merda di P&G, votiamo il profumo della settimana, aiutatemi. 
Aprite i finestrini. Disegnatemi il mondo qui, fatela a 100
metri da terra questa merda di tube, fate in modo che esca ogni tanto, che dopo
Cocheras ci sia il sole, che si veda Siviglia dall’alto, che non ci siano
fabbriche a Ponale, ma il parco della Pablo de Olavide. Datemi un napoletano che inizi a provolare, i mosaici di Toledo, le piastrelline bianche luminose di Parigi, di Lisbona, aprite le porte ai writer, muovetevi però. 
Ho bisogno di respirare.

La pentola a pressione fischia, vaffanculo all’orzo.

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Sembrava impossibile ed invece è spettacolare, ancora.

Vado a spulciare tra le bozze, nei post non pubblicati esattamente un anno fa, il cuore va per conto suo e la testa ha voglia di sbattersi da sola contro il muro. Lo sapevo, ne avevo una dannata consapevolezza ed è andata, è andata ed esattamente come avevo predetto, temuto, esorcizzato.
Un anno è passato e tutto quello che è successo a Siviglia è solo un lontano ricordo.
La situazione è un po’ questa… tra lavoro e studio ho smesso di santificare i giorni, mi sono messa da sola una taglia sulla testa, una scadenza, un obiettivo inutile, ma sono troppo testarda per tirarmi indietro.
La situazione è questa, non so dire di no e mi comprometto, mi sovraccarico, mi riempio fino all’orlo.
Ho perso un aereo.
Ho preso un aereo quando dovevo tornare a Siviglia ed è stato emblematico, una scossa, un avvertimento: “hey wonder woman, datti una calmata, non puoi continuare così, impara a rinunciare”.
Eppure non ci sono riuscita, ho accettato un lavoretto del cazzo, l’ennesimo, per mettere da parte un po’ di soldi, per non disturbare, per non chiedere, per camminare a testa alta.
Perché la mia mano si alza da sola quando c’è qualcosa da fare?
Perché sono così dannatamente intraprendente?
Ma soprattutto, per quale cazzo di motivo non riesco a smettere?

Nel negozio in cui lavoro vendiamo addobbi natalizi, è una fiera di colori, luci, fragilità e dinamiche famigliari. Passo dal ritenermi una persona fortunatissima ad incantarmi sui brillantini negli occhi dei genitori dei bimbi. Mi lascio trasportare dalle mamme premurose e dai papà che le guardano innamorati, mi lascio spaventare dal rigore e dalla freddezza di altre coppie, non me ne lascio scivolare nessuna addosso, le prendo tutte di petto, di cuore. Non sono fatta per fare la commessa: spavento i clienti. Osservo come una dannata e quando arrivano so già cosa cercano, in che lingua parlargli, come si chiama il cane, il gatto, il topo e pure l’elefante. Non sono fatta per fare la commessa in un negozio natalizio perché mi manca tanto un Natale come si deve e ancor peggio non so quanto tempo dovrò aspettare per inventarmelo io.
Ma poi ci ripenso, penso a tutto questo consumismo, a queste scuse inventate da grandi markettari per far spendere soldi alla gente, per farla star male, per inculcargli in testa un’idea perfetta di cos’è la famiglia, la felicità, il benessere… e allora vaffanculo. Il valore è un’altra cosa.
E allora vaffanculo, è bello così, senza albero, ma con due coinquilini che riscaldano casa a suon di risate.
E’ bello così, con un cappellino rosso luminoso in testa a Clara, che mostra qualche insicurezza sull’abbigliamento, ma sai, chissenefrega di quello che indossi.
E’ bello così, dopo 8 ore in negozio, senza finestre, scoprire che c’era il sole ed un tramonto è lì pronto ad aspettarti.
E’ bello così, che Siviglia sia un ricordo, il più bello di tutti, ma che i legami che ha creato non lo siano e non lo saranno mai.
E’ bello avere Luca in sezione, poter andare a pranzo con Antonio, a colazione con Franci, perché Milano ha tenuto insieme un po’ di pezzi. 
E’ bello anche vedere le foto di Gabri, Angelo, Stefi, con la corona d’alloro in testa, piangere perché non sei lì al loro fianco, ma averci rinunciato per una serata un po’ speciale, per i nostri Erasmus, per scontare il mio debito.
E’ bello perché tra tutte le persone con cui Alba avrebbe potuto scegliere di scattare quella polaroid, ha voluto me.
E’ bello anche quando fa male, quando torni a casa e c’è una coccarda sulla porta, è bello anche quando le lacrime rigano il viso, davanti ad un uomo rotto dal dolore che dimostra tutto il suo amore con un “stavo pensando che.. adesso come potrò vivere senza di lei?” è bello continuare a crederci, la speranza è bella.
E allora rileggere queste parole fa un po’ meno male, un po’ più sorridere e dà la carica giusta.


Cuaderno del caos dia 1


La situazione è un po’ questa…
Ho iniziato con le playlist natalizie, il livello di felicità sta toccando vette mai raggiunte prima d’ora, la bilancia piange, i miei capelli diventeranno verdi, il mio spagnolo è migliorato alla grande e non sono più in grado di trovare differenze tra una persona di colore ed una mozzarella, tra un francese ed un portoghese, tra un cinese ed un russo. Non vedo più i confini tra gli stati, se non quelli disegnati sulla carta. Non c’è nessun posto che non abbia voglia di vedere, di scoprire, di assaggiare. La faccia da culo è aumentata esponenzialmente a furia di pensare “ma tanto questo chi lo rivede più?” ed il coraggio e la voglia di fare di pari passo.
La situazione è un po’ questa, all’alba di dicembre, dopo 3 mesi in questa città magica: la paura.
Sono partita con mille certezze: vado, cerco casa con spagnoli, faccio gli esami che devo fare, studio, imparo lo spagnolo, torno a casa, mi laureo, inizio la specialistica, cerco lavoro, inizio a scalare quella montagna chiamata carriera e poi il resto si vedrà.
Ed invece…
La casa l’ho trovata, con 3 spagnoli, uno più matto dell’altro, gli esami li faccio per me ed anche per i miei compagni di corso, studio il giusto e sto imparando lo spagnolo.
Ma il resto?
Non so quando tornerò a casa, definitivamente intendo, l’idea di tornare a casa mi fa lo stesso effetto dei krumiri: posso sentirne l’odore tutti i giorni ed impazzire, ma poi ne mangio solo 2 alla volta. Sarà bello tornare, a dicembre, il Natale, il freddo, Casale, la montagna, le persone che amo… ma sarà strano. Ora ho un altro posto che chiamo “casa”, un nuovo posto di cui sento la nostalgia quando viaggio, nuovi amici, nuove abitudini, nuove cassiere del supermercato, nuovi fratellini, nuovi vicini.
E poi? Che io mi fermi qui 1 anno o 6 mesi, il prossimo anno di Sevilla e di questa spettacolare esperienza rimarrà solo un ricordo. Ci sarà un nuovo gruppo di ragazzi erasmus, che inizierà quest’avventura, come l’abbiamo iniziata noi: pieni di punti interrogativi e la concluderà allo stesso modo: con altrettanti punti di domanda, ma una miriade di amicizie sparse per il globo, una moltitudine di persone che quando sentiranno il nome “Spagna” alzeranno le orecchie e al suono di “Sevilla” si bagneranno gli occhi d’emozione.
Ho paura.
Ho paura di questo momento. Ho paura perché sono dannatamente felice, ogni giorno, senza esclusione di colpi e non posso immaginare che questo entusiasmo si spenga.
Poi però mi ricordo che forse sono io, che è la mia persona, che sono l’entusiasmo fatto a persona e non importa il luogo, serve solo il solito sorriso.
Non posso scrivere oggi, ho troppo caos in testa.
Sono felice, super felice, consapevole della mia felicità, della mia fortuna e voglio che duri il più a lungo possibile, nonostante sappia che finirà.
Come finisce la vita.
Verremo sostituiti, le nostre camere andranno ad altri, il nostro posto sulla metro, il nostro biglietto per il marocco, il nostro buddy… 
che cazzo di dimensione è questa?


La situazione è un po’ questa… 
Milano non è Siviglia, la mia vita non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella di un anno fa ed io non sono più in Erasmus. Ma… mi ricordo che sono io, che è la mia persona, che sono l’entusiasmo fatto a persona e non importa il luogo, serve solo il solito sorriso.

La sera, per cenare, ci aspettiamo a vicenda. Io ed i miei coinquilini intendo. Sì, lo so, avevo parlato di una sola, infatti rimane sempre lei, ma abbiamo adottato per un mesetto un senzatetto: Alessandro. Che poi non ho nemmeno parlato a dovere di Jessica. Jessica ha i capelli corti, neri e riccissimi, ma da qualche giorno se li piastra, le stanno ancora meglio, sembra più grande, anche troppo. Ha sempre il sorriso sul viso e quando si affievolisce non se lo concede, si nasconde nel cuscino finché non torna a risplendere. Jeje è stata un regalo del destino, subito dopo che si è preso la mia macchina, mi ha portato una macchina di coinquilina, una sorella. Je è una forza della natura, ci assomigliamo dannatamente, nel bene e nel male e ci siamo volute bene dal primo giorno. Non dimenticherò mai il suo sorrisone colorato come i palloncini che ancora ingombrano la sala, dal giorno del suo compleanno.
Alessandro, l’homeless, è la bontà fatta a persona, uno di quegli elementi che non si arrabbiano mai. Sì, quei tipi che ti fanno irritare fino al punto in cui non gli scoppi a ridere in faccia perché ti stai lamentando davvero dell’aria fritta e la sua calma ne è la riprova. Perché in fondo che motivo c’è per perdere anche solo un secondo della propria vita discutendo?
Ale dorme poco, fino a ieri si sacrificava su un materasso gonfiabile, lavora tanto e non perde mai un’occasione per tirare fuori la sua splendida terronaggine che si manifesta sotto forma d’iniziative culinarie, generosità, educazione smisurata, terminologie discutibili, convinzioni linguistiche che non stanno né  in cielo né in terra, attenzione al prossimo e testa dura. Da ieri sera è andato a dormire nella sua nuova casa, esattamente due piani sopra le nostre teste, ma con foce flebile ha confessato “mi dispiace lasciare questa casa”. Ipocrita. La porta è sempre aperta e lo sai benissimo.
La sera, per cenare, ci aspettiamo a vicenda e anche se il frigo è sempre dannatamente vuoto, casa è sempre incredibilmente viva.
E poi c’è ESN, gli Erasmus, le discussioni inutili, le regole infrante, le fermate della lilla, il cielo rosa dietro a San Siro quando torno a casa alle 4, le luci di Natale in galleria, la vicina pugliese, il nuovo bando Erasmus, l’Argentina, la casa a Genova, il mare, gli amici di sempre, le conferme, i loro traguardi, le loro partenze, le mie, Amsterdam, Barcellona, i miei obiettivi…
Sono anche tornata a Siviglia, con un altro aereo un po’ più caro di quello che ho perso, la valigia mezza vuota ed una paura fottuta. E indovinate un po’? E’ stato bellissimo, di nuovo, da mangiarsi le mani fino ai polsi, da santificare, ancora.

La situazione è un po’ questa… 
Milano non è Siviglia, la mia vita non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella di un anno fa ed io non sono più in Erasmus. Nuovamente si avvicina Natale, tornerò a Casale, il profumo dei krumiri, mamma quest’anno ha perfino fatto l’albero, mi aspettano svariati cenoni, il capodanno è ancora da definirsi, le cene dell’epifania sono già fissate invece, come i turni in negozio, ma… 
Vi dirò: non è poi così male continuare a respirare, a sorridere, a vivere.

P.s. Se martedì non prendo 30 mi uccido.

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Mi diario, week 2 – Pastelli a cera per i nostri venerdì neri (spettacolari)

Dicono che ci voglia molto coraggio ad ospitare qualcuno in casa con Air bnb. Dicono ci voglia molto coraggio ad usare Bla bla car. Dicono ci voglia molto coraggio a tornare in tram da sola, se sei una donna, la notte, a Milano. Dicono ci voglia molto coraggio ad andare a vivere da soli a 18 anni. Dicono ci voglia molto coraggio a partire, senza appoggi, senza agganci, senza conoscere nessuno, senza sapere la lingua del posto in cui si andrà a stare. Dicono ci voglia molto coraggio a credere ancora nell’umanità dopo che hai subito un furto.
Dicono tante cose, ma io non ho ancora capito la differenza tra coraggio ed incoscienza e forse nemmeno la voglio sapere.
Mamma, per dimostrare l’incoscienza di papà, racconta sempre che da piccina, quando ancora nuotavo con un bracciolo, tuffandomi dal pontile, lo persi. Lei era già pronta a lanciarsi per salvare la sua piccola, in preda al panico, papà la fermò affermando “se torna a galla significa che ha imparato a nuotare”, passò solo un nanosecondo e salì a galla gridando “ho imparato a nuotare!”. 
Guarda che madre coraggiosa, guarda che papà incosciente, guarda che figlia prodigio. 
Sospesa tra i fili del tram, in un venerdì nero per il traffico milanese, trovo tutti i colori che cercavo su di un gradino, in piazza Duomo, grazie a Ivan.
Dopo una giornata di ordinaria amministrazione, in balia dei mezzi di trasporto e dei loro conducenti, dopo un colloquio, quattro ore di lezione ed un city tour con giusto qualche Erasmus, sprofondo su queste pietre fresche.
Dopo una settimana di partite, cori, belle notizie, Catalane rientrate in patria, lezioni e coinquilini, c’è una ragazza caffelatte, accanto a me, con una cartellina da disegno degna di ogni liceale, via vai di persone da i tratti disparati, dai colori più svariati. 
Solo un’ora fa un Enrico ci ha fermate per strada dicendo a Robi “voglio conoscere la tua amica”, pazzesco che anche gli ingeneri possano essere così sfrontati e stupidi.
C’è chi si siede, chi fotografa e passa, chi si ferma e lascia monete. Forse per ringraziare dei like che arriveranno con l’ultimo scatto, forse perché Ivan davvero li merita, forse perché si sono trovati troppo vicino all’amplificatore e non possono farne a meno, forse perché credono che rinascerà il mercato discografico, come Bianco, forse perché sono spagnoli e sanno apprezzare gli artisti, senza vezzeggiarli come “di strada”.
Un signore si ferma e si complimenta, ringrazia, è un uomo sulla 50ina, capelli bianchi, occhiale da grande, ringrazia. Grazie. Adesso vado a ringraziare anche io, per questa Milano.
Soffia un’arietta fresca, non ancora gelida, sono le 21.50, non ho ancora cenato, in realtà nemmeno pranzato, una macchina della polizia locale intralcia il suono che arriva più ovattato, tagliato, il tram cigola tra via Torino e via Orefici, la Mondadori con le sue insegne mi regala echi di pubblicità luminose, mi ricorda Piccadilly, l’asfalto bagnato, le luci riflesse. A sinistra, in alto, austera e luccicante, la Madonnina veglia su tutti noi. Anche su quelli distratti, anche su quelli con le calze di spugna Adidas, e Vans pulite, che accarezzano le pietre, anche su quelli che pedalano velocemente, anche su quella ragazza che gli tocca la spalla per dire “bravo” e ride, con supponenza, da una posizione strana, impercettibile. Anche sui militari, impettiti, che con il mento alto e lo sguardo austero passano e vigilano, una squadretta da nulla, loro e la Madonnina.
E’ arrivata un’altra ragazza, ha lanciato la valigia a terra e si è seduta dall’altra parte, l’amica distratta rivolge attenzione alle vetrine, lei invece si gode lo spettacolo. “Sta suonando da tanto? Allora tra poco se ne va! Lo sai che ha anche un canale Youtube?” Sto per sacrificare una pagina di questo diario per disegnarle come raggiungere Sesto Marelli, in questo black friday, ormai coloratissimo. 
Ma che problemi ho, io, un venerdì sera, sola, su un gradino in piazza Duomo, invece di essere a casa, a prepararmi per l’Alcatraz? Ho pure il telefono scarico, non posso nemmeno fotografare questo momento, crederanno che l’ho vissuto davvero? A chi lo farò vedere? Come? Come raggiungo Sesto Marelli con il telefono scarico? Frena.

Facciamo che stasera a ballare non ci vado, che mi accontento di questa Milano qui, che non la infangherò, che ringrazierò, lascerò cadere la mia monetina e chiuderò il tutto sulle note di Hallelujah, senza IPhone, ma con una Bic blu.

Il bilancio di questa settimana? Non è ancora finita! Per ora è stata colorata, dal bianco e nero iniziale al tripudio odierno di luci e colori.
Martedì la Juve ha dato il la ad una settimana ultra(s), regalandomi l’entusiasmo per prendere una scelta: avete presente Jessica? Sì, la ragazza Romana, quella dell’Erasmus ecc, com’era prevedibile ho scelto lei. Mi spiace essermi ancorata alla prima persona che ha visto casa, ma non l’ha battuta nessuno e la nostra cenetta sui navigli è stata solo una di mille conferme che sono sicura arriveranno. Ho una coinquilina, ma arriverà lunedì, prima di lei Marco e Simone testeranno il letto, i miei primi host. Che brutta razza di persona incosciente che sono.

Sono io che sto iniziando ad adattarmi a questa veste o lei che si sta dolcemente adagiando su di me? Non ho mai mangiato il gorgonzola, ora mi piace da matti. Sono i gusti che cambiano o lo spirito di adattamento? E’ capacità di apprezzare anche le più piccole cose o accontentarsi?
Ti cerco ancora in ogni angolo, in ogni Erasmus che parla spagnolo, in ogni artista… oggi ti ho trovata, por fin, ti ho ritrovata in lei e te ne sono grata, Milano.
Buona domenica pargoletti.
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Mi diario, week 1 – Istruzioni per l’illuso

Domenica 16 ottobre
Cara Milano,
ti scrivo dal lettino di casa mia, che presto non sarà più solo mia, ma di fronte a me ci sarà qualcun altro, un altro corpo, un’altra storia, altri orari, altre abitudini, altri profumi, altri sorrisi.
Era carina questa casa, pensare, dopo 3 anni di convivenze, di provare a viverti da sola, con un posto sicuro in cui rifugiarmi, ma… sono influenzata da Aristotele e mi sento troppo zoon politikon per continuare a cenare in solitudine.
Stamattina è venuta una ragazza dolcissima, con i capelli corti e ricci, si chiama Jessica, forse sarà lei la mia scelta. E’ romana di Roma, sorridente e un po’ sfigata come me, dopo 12 ore a Milano le hanno già rotto il finestrino della macchina, ma soprattutto, è tornata da un paio di mesi da un Erasmus in Spagna. Serve aggiungere altro? Chissà se lei sceglierà me invece.
Domani ho altri 4 appuntamenti, nemmeno ai casting di XFactor il telefono squilla come il mio oggi.
Erasmus.
E’ passata una settimana, la mia prima settimana di lezione, il tuo cielo non è stato per nulla clemente, il mio raffreddore nemmeno. Sarà che non mi sono fermata un attimo, sarà che sono salita sulla giostra, sarà che quando mi fermo ti tradisco e penso a Lei, sarà che mi vai bene, adesso, solo perché tamponi la mancanza, colmi qualche vuoto, ma non ti offendere se ogni giorno penso, sempre più, che non sarai mai alla sua altezza.
Ma davvero esistono persone che a vent’anni permettono alla loro mamma di cercargli casa? Ma dov’è il progresso di cui tutti parlano? L’indipendenza? Il diritto di veto?
Erasmus.
Parlo inglese. Anche io mi stupisco, le ragazze cercano di dissuadermi dalla mia idea che non lo sappia “non è che se sai lo spagnolo come l’italiano, allora significa che l’inglese non lo parli”, non importa, oggi mi sono ritrovata a Como, in una qualsiasi domenica di ottobre, stranamente soleggiata. Ero con 2 portoghesi, 2 polacche, 1 belga, 3 spagnole, 1 altro spagnolo, 1 tedesco e 11 menu in italiano. Anche i camerieri erano tentati di chiedermi qualche informazione sul menu del loro ristorante. E’ stato fantastico.
Di questo ti ringrazio, Milano. Non ho la men che minima intenzione di lanciarmi nella tua mondanità, di spendere e spandere, resterò ad ammirarti come una umile Erasmus con gli occhi sgranati. Ammaliami, non farmi male.
Domani inizia una nuova settimana, ho qualche lavoretto da sbrigare, una coinquilina da trovare, una frontiera da attraversare per andare a gridare per la mia squadretta, una Lione da ritrovare.
Questa settimana ho lasciato un pezzetto di cuore sulla mano di quella signora sulla rossa*, un altro sull’anellino dorato che aveva nell’orecchio un’artista di strada che sono riuscita a mettere in imbarazzo, uno un po’ più grande su un vinile di Let it be ed i 20 euro che mi sono tenuta nel portafogli. Spero che la prossima Ale sia ancora dei nostri, o lo sia ufficialmente, mi mancherebbe.
Ah, quasi dimenticavo, le congiunzioni astrali mi hanno dato un padrino clemente, ancora una volta ho dato riprova a me stessa che non c’è Milano, ESN o regola che tenga: non rinuncerò mai a chi sono per niente e per nessuno. E fortunatamente per me sono una discretissima presa bene a cui fa schifo l’alcol, scambiare saliva con sconosciuti, regalarsi, sprecarsi, ma questa è un’altra storia, di una vita da eretica.
La scalata continua.
Nuovo giro, nuova corsa.
Buona settimana carissima, continuerò a fotografarti come fosse la prima volta ed a prendere tutto il buono, tutto il meglio, di te e di chi hai accolto a braccia aperte.
*Questo concentrato di umanità, in metro, non mi aiuta minimamente.

C’è un’anziana signora ogni giorno a Cadorna, ha i pantaloni neri con una righetta bianca, una cuffietta grigia sul capo, un giaccone poco femminile che l’avvolge. Il viso chiaro e scavato dall’età, le mani secche, accompagnate dall’artrosi, mi ricordano quelle di nonna. È magra, molto magra e con i piedi a perno muove praticamente solo braccia e labbra, dalle labbra la voce esce flebile, si nasconde sotto ai rumori metallici della metro, passa in secondo piano.
C’è un’anziana signora ogni giorno a Cadorna, l’ho vista per la prima volta scendendo le scale, era lì, di fronte alla colonna, impossibile non vederla, facile non guardarla. In tutto il marasma che animava la rossa, oggi che anche la lilla ha fatto cilecca, la sua calma mi ha rapita, ho perso la metro, mi sono fatta coraggio e ho trovato le sue mani. Lisce e calde, mani di nonna. Hanno preso la mia, senza bramosia, hanno lasciato che vi adagiassi dentro un leggero euro, forse non così tanto leggero.
C’è un’anziana signora ogni giorno in Cadorna, ha le mani da nonna, gli zigomi scavati ed un giaccone che sembra quello che indossava nonna per “scendere un attimo”. Vende rose. O meglio, prova a vendere rose. Anzi, fa finta di vendere rose, perché è talmente immobile rispetto a tutta questa giostra che non sembra nemmeno metterci impegno, non ci crede mica poi tanto il quelle rose, forse non crede più manco nell’umanità. Eppure è qui, silenziosa, si fa sentire da chi sa ascoltare, da chi ha voglia di ascoltare, da chi ci prova.
Dove stiamo correndo?
Dove andremo a finire?
Dimmi anziana signora, perché non gridi? Come fai a sopportare questo rumore, in silenzio?
C’è un’anziana signora a Cadorna, aspetta la metro con me, ha un vestito giallo discutibile e orecchini azzurri pendenti, mastica distratta qualcosa di panetteria, nella mano destra tiene stretta la carta unta, è una signora per bene, si vede, non sorride ne lascia spazio ad emozioni, non vede la sua coetanea, forse si, ma non si lascia trascinare.
Del resto come si fa? Cos’è la carità? Fino a che punto possiamo sentirci caritatevoli? Selezioniamo chi ci fa pena, da chi merita rispetto e carità, con un battito di ciglia, con un “allontanarsi dalla linea gialla”. Quante linee abbiamo disegnato nei nostri cuori? Come si fa a fare in modo che il cuore non si stringa ogni cento metri, qui, a Milano?
È un mondo difficile.

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Fidati, Insomma, Ancora, Tu, 500

Come direbbe Tina, nel mondo esistono cose belle e cose
bellissime, oggi voglio pensare solo a quelle bellissime.
Cosa ce ne facciamo di una macchina quando esiste il rumore
dei piatti fondi, che si poggiano sui piani? Il suono di una tavola che si apparecchia,
per una cena con la tv spenta.

Chissenefrega di un motore, quando esiste il profumo di un armadio nuovo,
dell’autunno in arrivo, del vento in una giornata umida. 
Ma cosa potrebbe importarmi di una 500, quando posso indossare un abito del
‘700 ed andare a ballare alla Reggia di Venaria, a fare la spesa al Carrefour
alle 4 e mezza di mattina? 
Dove sarei andata, con la mia Tina, se non ci fosse stato nessuno ad
aspettarmi, a chiedermi di uscire, a ridere con me, a piangere, a correre, a meravigliarsi,
a sporcarmi i sedili, ad urlare, a vivere.
Dove?
E non c’è ladro che tenga, non c’è furto che mi cambierà, non c’è bicicletta
che m’influenzerà: amo la vita, il mondo e l’umanità. Non esiste nulla da
difendere con un polso più fermo.

Ho passato già troppo tempo delusa, deturpata, triste,
arrabbiata. Torno a concentrami sulle ragazze coraggiose che camminano scalze
sui san pietrini, con i tacchi in mano, sul nuovo album di Bon Iver, sui
giardini nascosti di Milano, sulle foto da stampare, sull’odore dei tramonti d’inizio
ottobre, d’inizio autunno. Torno a pensare alla Juventus, a voltarmi a guardare
come gli umani respirano dagli occhi, seguendo un pallone. Assaporo i raggi di
sole che tagliano la tapparella e lasciano dei piccoli pois sul marmo freddo,
che sembra caldo. Mi fermo a guardare le mani dei bambini che afferrano l’aria,
docili, gli sguardi dei papà, per niente distratti. Sorrido all’uomo davanti a
me in metro, senza paura. Torno a casa, toccando le colline, l’erba umida, le
vie di fuga. Torno a perdermi, perché non c’è fretta, perché sono viva, perché
sono sempre e comunque troppo fortunata.

Morta una macchina… esco, cammino, corro. Che non costerà
mai niente e su Milano splende un sole impeccabile e prorompente.

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Il monotono traffico milanese

Saltellando tra un’incertezza e l’altra, in ottima compagnia, aspetto.
Penso a te in coda da Luini e alle corse affannate in metrò, perché non uso il tram come mia madre? Mentre ti guardo ordinare la pizza non so che oggi, un mese dopo, mi sarei ritrovata a pensare al modo in cui ritiravi le monetine nel portafogli, il modo goffo con cui cercavi di non perdere lo scontrino.
La naturalezza con la quale si attraversa la strada è pari allo scatto automatico di quando senti arrivare la metropolitana e sei ancora sulle scale, sembrano tutti pazzi suicidi.
Spingi, «attenta alla borsa», che puzza, «chiuditi che c’è corrente», le scale mobili non funzionano, «ogni passo è un rassodamento» e poi sei fuori, catapultata nel tran tran pomeridiano di piazza Duomo, non fai in tempo a girarti che già ti travolge. Mi risuonano in testa le voci di mamma e papà della domenica mattina, appena usciti dall’autostrada per andare al lago dalla nonna: «da queste cave hanno preso il marmo, l’hanno fatto scendere lungo tutto il Toce, fino ai navigli, poi con tutta la dedizione dei lavoratori milanesi, hanno costruito il Duomo, sì quello che piace a te bimba…». E già sei in mezzo a 14 foto, in 6 lingue diverse ti chiedono di spostarti, ma non c’è verso, non posso perdermi questo momento.
Quando esco dalla metro in piazza Duomo per una manciata di secondi perdo la percezione di me stessa, di quello che mi sta attorno, tutto è più ovattato, leggero, caldo. Come potrei sognare un futuro diverso?
E su e giù per i negozi, è una guerra fredda, senza pietà, chi primo arriva…
Giusto il tempo di un respiro ed è ora, correre, saltare, come dice il papà di C «Milano è una giostra che gira continuamente, o salti e prendi il giro o sarai sempre indietro».
Il treno è in ritardo, trenitalia è così, ci da la possibilità di guardarci attorno ancora un po’,  di baciarci ancora per qualche minuto, di prendere un caffè, un giornale, d’innervosirci nell’attesa e di allietarci nel tragitto.
Ho poche certezze sul futuro, siamo in macchina che cerchiamo idee, non sembrano mai abbastanza, anche se in realtà ne vorrei una sola, non ci possiamo ancora sposare S, è troppo presto, ma è un’altra idea.
Ma una ce l’ho, una sola, più che un’idea è una fissazione, un sogno, una voglia, un capriccio: «mamma voglio andare sulle giostre!».

Baustelle – Un romantico a Milano

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