CASAle, capitale del mio cuore

Ancora con l’adrenalina in corpo, con le gambe doloranti, i muscoli duri, la stanchezza addosso, dovrei scrivere di Machupicchu, di quanto sia stato faticoso e mozzafiato, arrivare al culmine di questo viaggio… Ma mi sono appena ricordata che questa settimana scopriremo se Casale sarà o meno la Capitale Italiana della Cultura 2020, allora stasera mi riposo e penso a lei.

Una nuova canzone di Bianco nelle orecchie e mi ricordo subito il profumo del Piemonte.

Ho visto che è stato lanciato un challange, qualcuno ha elencato vari motivi per cui Casale merita di diventare la #CapitaleItalianaDellaCultura2020 ed io amo gli elenchi.

Mi sovvengono immediatamente alla mente tutte le cose che in un video non ci sarebbero state, ma che mi fanno battere il cuore se penso a quando ho rimesso piede a Casale, dopo 1 anno a Siviglia, ai weekend sporadici quando sono a Milano, a quando tornerò da questi 362 giorni in giro per il mondo e vedrò il cartello “Casale Monferrato Nord”.

La vita di paese, è normale, può diventare stretta per qualcuno, soprattutto se hai 17 anni e una curiosità che esce da tutti i pori. Era stretta per me, era stretta per tutte le mie amiche ed i miei amici che alla prima occasione hanno fatto la valigia. Era stretta per chi era stufo di sentirsi in difficoltà alla domanda “di dove sei?”. Proprio per loro, per l’occhio leggermente socchiuso, il labbro superiore alzato e l’espressione ebete di chi ti sta per chiedere “e dov’è?” scriverò il mio elenco personale, non richiesto.

Non lo farò attraverso discorsi retorici su cos’è la cultura, su quanta storia conservino le mura del Castello o citando i primati della Sinagoga, non lo farò nemmeno prendendo la scorciatoia e parlando del Monferrato, dei colori dei campi, della comodità della camporella, dei ristoranti in collina, delle grigliate di pasquetta, dei paesini alti e bassi, delle lucciole, dell’UNESCO, delle vigne, delle cantine e delle risaie. Lo farò attraverso tutto quello che mi fa sentire la mancanza di questo posto, l’acquolina in bocca, la nostalgia, l’orgoglio di essere di Casale.

Se chiudo gli occhi e penso alla strada, dopo aver pagato il casello…

  • Casale per me è la brina di prima mattina, sulle macchine, sui campi, con il sole che spunta tra la nebbia d’inverno, la macchina ancora fredda, il fumo che esce dalla bocca.
  • Casale per me è il Bennet, con le sue decorazioni natalizie a forma di alberello, riconoscibili già dall’autostrada, che mi ricordano tutti i fine settimana passati in montagna con le mie sorelline, le gare a chi per prima riconoscesse le luci di casa.
  • Casale per me è quel muretto con il tetto che ti dà il benvenuto.
  • Casale per me è l’elefantino dove per lavare la macchina facevamo la doccia a papà e ci schizzavamo da bambine, giusto per fare arrabbiare mamma.
  • Casale per me è un susseguirsi di rotonde talmente famigliari che non hanno bisogno di un cambio di marcia.
  • Casale per me è un ponte, che da giovane facevo a piedi, sentendomi estremamente ribelle, come se stessi superando un limite invalicabile.
  • Casale per me è quella casetta a lungo Po, quella dei bambini, quella con le scritte dei Sum 41 che hanno resistito alle intemperie di decenni, quella che mi ha asciugato le lacrime nei momenti di peggiore sconforto, quella dalla quale, seduta al posto dei mocciosi, attraverso le sue fessurine ad onda che guardano il fiume, mi sembrava di essere al mare.
  • Casale per me è la lunghissima scelta del vestito per la veglia, le cene pre veglia, quella sensazione di PROM alla Casalese, di serata della vita, che avevamo a 15 anni.
  • Casale per me è la festa del vino e la gioia di vivere che porta con sé, i personaggi ai quali dà spazio, tutti gli emigrati che tornano.
  • Casale per me è in ogni frittella, ogni volta che qualcuno frigge qualcosa per strada, in qualsiasi parte del mondo, per me “c’è odore di giostre”, ma giostre di Casale. C’è sapore di autoscontri, del sangue che mi è sceso dal naso quella volta, quando nonno mi aveva accompagnata e dovevo assolutamente farlo sparire con una leccata veloce, per non farmi vedere sofferente.
  • Casale per me è il liceo Balbo, tutte le storie che racchiudono quelle mura, le gioie, le ragazzate, le amicizie che hanno sputato con forza.
  • Casale per me è il fumo delle caldarroste che si vede in lontananza, la luce soffusa, il calore colorato, nella nebbia, all’angolo prima dei giardinetti.
  • Casale per me è una rampa inutile in piazza, utile solo a papà quando il venerdì andavamo con Totta a mangiare al Mc e al ritorno facevamo le giostre con la macchina.
  • Casale per me è il sole che tramonta dietro al castello e scendendo proietta una luce calda sui sampietrini di Via Saffi.
  • Casale per me è la cioccolata con panna alla latteria, quella che bevono Bea, Marta, Ele e Filippo, mentre io li guardo e non cederò mai. Sono i nostri pranzi, le nostre cene, i compleanni passati insieme, le colazioni lunghe una vita, le merende infinite, l’intesa a colpo d’occhio dal teatro a piazza Mazzini.
  • Casale per me è la nuova pizza della Marechiaro, è mangiarla in un vestitino grigio la sera prima dell’esame di maturità. E’ il carpaccio dell’Apollo il mercoledì con papà e le bimbe, quando entravamo al Palli vuoto, di notte. E’ la pizza della Capri, andando sempre in cucina a salutare la Titti.
  • Casale per me è Pizzò in via Roma, è quella biciclettina gialla e nera che mi avevano rubato e che ho ritrovato, proprio lì, nelle mani di un adulto che mangiava la pizza e che mi sono ripresa a suon di “ma non ti vergogni alla tua età a rubare una bici ad una bambina?” con tutto il coraggio e l’incoscienza di una ragazzina a cui rubano il regalo di compleanno di mamma e papà.
  • Casale per me è il profumo dei Krumiri che arriva fino all’angolo di Busca e mi segue fin dentro al portone, senza tregua. Sono quegli stessi Krumiri che tutti i miei coinquilini e compagni di università si sono sempre contesi. Quelli che mamma mi fa trovare sul letto quando torno o che mi porta quando mi viene a trovare.
  • Casale per me è farmi venire a prendere al CAD, all’angolo tra via Lanza e Paleologi, è la retro fin davanti al mio portone, per evitare la telecamera della ZTL.
  • Casale per me è l’ansia nei camerini del Municipale prima di un saggio, di un musical, di uno spettacolo di fine anno, la testa che spunta dalle quinte, la porta dietro a chi regola le luci che dovrebbe rimanere chiusa, quel “merda, merda, merda” che sentono anche a San Germano. E’ la StraCasale, esattamente il venerdì dei saggi.
  • Casale per me è la brioche del Bar Bianco (Riviera) con Filippo, il mercoledì quando entravamo 1 ora dopo. Ora è semplicemente la brioche più buona del mondo. L’ultima colazione prima di partire per qualsiasi viaggio.
  • Casale per me è il Duomo, l’oratorio e tutte le canzoni di chiesa che canto anche sotto la doccia. E’ l’oratorio del mercoledì, quando ancora eravamo piccoli, l’oratorio era ancora quello vecchio e uscendo vedevo la prima neve, giravo su me stessa a testa in su, con la bocca aperta e la lingua di fuori.
  • Casale per me è il vigile con i baffi che ci faceva uscire dalla San Paolo senza farci morire investiti nell’intento.
  • Casale per me è una corsa alla stazione e un treno comunque perso, un panino al 5D e due risate in tabaccheria con Edo.
  • Casale per me è una domenica sera al Palazzetto, la voce di Simo nel microfono  un panino al Burger.
  • Casale per me è un pranzo alla baracchetta (La Cucina come una volta), con gli gnocchi alla Castelmagno che ti si sciolgono sulla lingua.
  • Casale per me è non ricordami come si chiami in realtà Piazza della Posta.
  • Casale per me è andare a piedi all’IperCoop passando dal bosco della Cittadella, quando non avevi nemmeno il permesso di compare scarpe con le stringhe.
  • Casale per me è salita Sant’Anna, due curve e le luci, la Madonna, il silenzio.
  • Casale per me è la vista della Torre Civica, illuminata, che spunta tra le finestre di casa mia.
  • Casale è una boccata d’aria fresca, ora che l’aria è un po’ più pulita, ora che al posto di quella fabbrica c’è un prato verde dove posso portare tutta la mia sezione di ESN a fare working group.
  • Casale per me è quella casa, quella che mi ha vista crescere, piangere, sorridere, la casa che ha visto la separazione dei miei genitori, la nascita di Arabella, quella casa costruita dal nonno, da cui sono uscita, con un’eleganza impeccabile, dalla finestra.
  • Casale per me è quel posto di cui mi sono vergognata, per un attimo, che avrei voluto cambiare, che ho cambiato per poi sentirmi in colpa sempre, per quell’attimo. Casale per me è la mia città, di cui andare fiera, sempre.
  • Casale per me è casa. Il primo posto a cui penso quando mi chiedono “di dove sei?” nonostante tentenni perché ho vissuto in tanti altri posti. Quel posto che ho sempre voglia di nominare, anche se mi tocca precisare “provincia di Alessandria, Piemonte, proprio in mezzo tra Torino, Milano e Genova”.

Casale per me ha il sapore di Krumiri Rossi, di tartufo di Murisengo, di fritto misto del Mariulone, di risotto della nonna, di agnolotti della Barchetta, di frittelle delle giostre, di torrone del Diavolo, di caldarroste di piazza Castello.

Casale è il posto in cui i miei nonni sono morti, mia sorella è nata, io sono cresciuta.

Casale è un posto da cui sono scappata, perché pensavo che non fosse abbastanza per me, che il mondo fosse grande e meritasse di essere esplorato, assaggiato, vissuto, che non fosse un palco abbastanza dignitoso per la mia persona. Ero giovane e dovevo ancora farne di chilometri per capire che quello che sono lo devo anche a questa città, che mi ha dato le basi, che ha messo tutte le carte in tavola, che mi ha lasciata andare, ma che mi lascia anche tornare, ogni volta che ne sento il bisogno, è la città che mi ha messa al mondo, nonostante non ci sia nata, è la città che mi ha ammessa al mondo.

Se non fosse per Casale non avrei avuto una stretta al cuore ogni volta che qui, dal Centro al Sud America, ho visto il logo Eternit. Questa città, le sue persone, mi hanno insegnato a stringere i denti, a rimboccarmi le maniche, a non dimenticare, ma a guardare avanti, a lottare con tutte le mie forze, a perdonare, a costruire prati sulle macerie.

E’ la capitale di tutta la cultura che ho potuto conoscere, è la capitale delle città in cui ho vissuto, è la capitale delle amicizie che porterò con me per tutta la vita, la capitale della nascita e della rinascita.

Questa consapevolezza, dopo 3 anni di viaggi interminabili, 2 dei quali all’estero, è un traguardo che stringo forte dentro me: la consapevolezza che ovunque vada, sarà sempre casa mia.

Casale è uno dei luoghi del mio cuore che custodisco gelosamente, con la voglia di mostrarlo al mondo, di farla assaggiare a tutti.

Un gran bel palco, un palco di cui andare orgogliosi, una bandiera da sventolare, da mettere sul balcone come quella della propria squadra del cuore quando vince il campionato, come quella della nazionale, come quella della Junior, come quelle tricolore sbiadite che inneggiano alla giustizia.

Non so se venerdì il verdetto sarà a favore di Casale Monferrato, che per me ha già vinto il titolo di CASA(le), ma so che sarebbe per me spettacolare far sentire a casa anche coloro ai quali bisognava precisare che si trova in provincia di Alessandria, in Piemonte, tra Torino, Milano e Genova.

Altrimenti… più Krumiri per me, va bene lo stesso.

 

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14’000 km non mi separeranno da te, CASAle – Buenos Aires pt.3

Mezzanotte passata, in quel di Buenos Aires, mi metto a testa in giù sul letto, appoggiata al muro e faccio due esercizi per la circolazione, guardando Instagram.
Mia sorella ha fatto un video ad un ragno enorme che alberga affianco alla seconda porta di cas… no. Mi rendo conto che oggi sono usciti da quel cortile 126 scatoloni contenenti stoviglie, cornici, apparecchi tecnologici di vario genere, vestiti e la mia vita.
E’ parte anche questo del gioco, ritrovarsi a 14’000 km da casa e doverla salutare, chiudere, inscatolare.
Un giorno diventerà facile, per ora non lo è mai stato.

Quando ero a Siviglia avevo staccato tutto, l’Italia non esisteva più, sentivo te e nessun altro praticamente. 
Qui non è così, ho un sacco di cose in ballo là, la casa affittata a Milano, la nonna, aggiornarmi con le ragazze, rispondo sempre ai messaggi, con i miei tempi, ma rispondo, Fiore che si avvicina ai 18, Arabella che si trasferisce a Genova… 
Oggi hanno fatto il trasloco, casa a Casale è vuota e non riesco nemmeno ad immaginarla. La casa dove sono cresciuta, dove ho fatto l’amore per la prima volta, dove i miei si sono amati, dove hanno fatto nascere Arabella, dove ho festeggiato un sacco di compleanni, rifugio di serate tra amici, ha chiuso i battenti. Con tutti i divani rivolti verso la TV ed i film più stupidi della storia, incontri pomeridiani al piano di sopra, davanti a Netlog, con amiche del cuore che ora sono solo vecchie conoscenze, è stata un po’ la casa di tutti. La casa che ha visto la separazione dei miei genitori, le lotte di davanzale tra mamma e nonna, la porta sul pianerottolo che è stata sbarrata con gli anni, la casa da cui Fiorelisa è scappata, io dopo di lei e ora anche mamma e Arabella. 
Non c’è più nessuno. 
E sento il suo rumore. 
I miei piedi con i calzini che entrano di soppiatto la sera tardi, le luci spente, ma tutto è illuminato solo dalla Torre e dai suoi colori. Prima un giallo fisso, ora sfumature. Mi si riempiono gli occhi di lacrime. Rintoccano le campane più intuitive della storia e cado.
Lorenzo dice che lì, tra il primo cortile ed il Pantagruel, c’è lo scorcio più bello di Casale. Quello scorcio che io ho sempre potuto comodamente ammirare dal divano di casa mia.
Posso sentire le risate provenienti dalla cucina, le urla dei miei, il profumo delle ultime lasagne al pesto cucinate da mamma, quella sera dopo piscina, il campanello finché funzionava, le mie amiche gridare dal cortile, vedo ancora tutti i ragazzi di ESN dormire per terra, i miei 18 anni, quando mi sono trasferita al piano di sopra insieme alla mattonella di Zac Efron, le cenette con le ragazze, il compleanno di Elena, il mio ritorno da Siviglia, la camera dei giochi con le bimbe, la tenda delle principesse, l’albero di Natale illuminato, le foto davanti allo specchio grande con le piccole ancora sdentate, tappare le orecchie ad Arabella. E prima ancora mamma in lingerie, nel bagno rosa, con il pancione, papà che le fa le foto. La nonna che prepara il pranzo di Natale, cugini da tutte le parti. I cenoni di Natale con gli insegnanti della scuola. I maghi ai compleanni delle bambine. Arabella e la piccola Franci, tutte le lotte perché potessero giocare insieme. Dormire nel letto di mamma, prima di partire. Bigiare nascondendoci al piano di sopra, senza che la domestica ci scopra, tecnica collaudata e poi ripresa da Fiore qualche anno dopo: il sangue non è acqua. La tesi, rinchiusa in casa. Mia sorella che nasconde tutti i manga dentro la caldaia. L’armadio dei regali. Windows 98. Tommi ed Edo in cortile. I Fendi al completo in complotto sul divano. La testa dell’orso quando non era nel baule di Simo. Pizza da me? Colazione a domicilio. La messa della 10.30, la domenica, svegliando tutti chiudendo il portone. Quella maledetta bottiglia di Fragolino che presi dal tappo ammaccando la piastrella della cucina. Gli album delle fotografie, impilati in ordine cronologico, da toccare con cautela. Intrufolarmi nel letto con Ara e Fiore, la domenica, per svegliarci ed infastidirci. La mia nuova cameretta tutta rosa, sfrattando quella dei giochi. La musica del Pantagruel dalla finestra, il profumo di Maria. Grace che ci viene a trovare. Le macchine al pascolo. I ponteggi fino al campanile, arrampicarsi insieme a Clelia ed Ylenia, per il tramonto più bello. Piadina o Kebab? Ancora uscivamo tutte assieme. Agnese che la sera prima dell’esame di maturità viene da Falde a sentire il discorso, perché io ero in pigiama ed agitata. Ale e Je in gita con me. Pedro e Monse, dal Messico a Ceuta, a Casale Monferrato. Tutti i miei più grandi amici di Santa a prendere multe per i miei 18. Ciotti, immancabilmente fan della notte di Halloween casalese. Gli anni in cui si regalavano sempre i poster da appendere, finché, un bel giorno, non mi è stato regalato un planisfero.
I ricordi arrivano a fiumi e mi travolgono. Potrei continuare a scrivere per tutta la notte.

Il mondo le cambiava attorno.
Giovannacci chiudeva, la locanda Rossignoli riapriva, il barbiere mancava e Falde arrivava, il profumo di Krumiri in sottofondo.
E noi crescevamo.

Sto annegando nelle lacrime. 
Non posso immaginarla. 
Non posso immaginarla vuota. 
Non posso immaginare di non averla salutata per bene. 
O forse meglio così, la ricorderò intatta, piena. Colorata, come quando studiando arrivava il riflesso della finestra sul tavolo della cucina, nero, che dava modo di vedere anche l’azzurro del cielo. 
La casa in cui ho preparato tutti gli esami importanti della mia vita, da quello di terza media, alla laurea… 
Ci sono lati positivi e negativi dell’essere una zingara. Stasera, ora, dopo aver visto le storie di mia sorella, felice del suo nuovo inizio, di un nuovo posto da chiamare casa, sento la nostalgia della mia, che non c’è più definitivamente. 
Vuota, mi aspetta, perché raccolga le mie ultime cose e la chiuda, per sempre, insieme a quella bambina che a 8 anni ha messo piede a Casale, a quella ragazza che aveva trasformato la cucina nell’ufficio di Stay, a quella ragazza cresciuta che ora forse dovrà diventare donna a tutti i costi. 
Tornerò e non solo mi toccherà laurearmi un’altra volta, ma anche chiudere e salutare per sempre la casa della mia infanzia, adolescenza e gioventù. 
E allora scusami, ma non riesco proprio a smettere di piangere.
Che colpo al cuore.
Che naufragio. 

In bocca al lupo alla principessa, che tutte le vecchie rinunce siano solo futuri guadagni in termini di sorrisi. 
Ti auguro un’adolescenza splendida, princi, in questa città nuova, in questa nuova casa. La mia rimane Casale, per sempre.

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Unthought known

Sono qui, sul divano, in questo salotto ovattato, i cuscini
sulle sedie, i divani sfoderati. Mi ciondolo tra insicurezza e pulizie. In
questa casa è sempre primavera, quando si tratta di lavare i pavimenti.
C’è un silenzio surreale e posso sentire il rumore dei miei
pensieri. Mi sono dimenticata di mettere il deodorante. Sto leggendo un
romanzo, invece di preparare quel test. Alla ricerca disperata di tutto
quell’amore che io non so tenere e preferisco guardare dallo spioncino, leggere
su un divano sfoderato che mi punge il culo con le sue piume, ricordandomi
canonicamente che dovrei alzarmi e godermi la vita.
Ieri ho fatto vedere il cimitero di Santa alla mamma, era
entusiasta, “veramente carino” diceva, ma non le interessa, non riesco a farmi
dire dove vorrebbe essere seppellita. Mi aveva dato un senso di serenità
immenso, quella volta che mi hai presentato i tuoi, lo stesso che mi da vedere
il mare allo svincolo di Genova Ventimiglia, lo stesso che mi da questo posto.
Santa.
Mamma invece non mi prende sul serio, mi dice che non ci
pensa minimamente a morire, che deve ancora iniziare a vivere, che sarebbe una
bella presa per il culo. Cerco di farle capire che l’antidoto è solo uno,
mentre pulisce, guardando “malati di pulito”, mentre discutiamo per queste futilità
che in mano ad una mamma riescono a sembrare così catastrofiche. La pozione
magica è quella che decidiamo di bere ogni mattina quando ci alziamo, quando
scegliamo il colore dei vestiti, quando pettiniamo il sorriso all’insù e
arruffiamo un po’ i capelli.
Il segreto è vivere, a crepapelle, al limite, fino allo sfinimento.
– Ei
– Ei
– Come stai?
– Confusa, smarrita e con un po’ di mal di pancia, sul divano che leggo,
piagnucolo e aspetto che l’oki faccia effetto.
– Mangiato dall’ansia, esasperato, stanco, sul letto che
fisso l’iPad senza produrre assolutamente niente.
Ho fatto suonare l’allarme “datemi una matita” quando ieri
mi sono scontrata con una Mazzantini che sembrava parlarmi a tu per tu, nel suo
Splendore, mi diceva “Chi ha detto
che i ragazzi sono coraggiosi? Il coraggio io l’ho trovato con gli anni,
insieme a ogni sbaglio, a ogni pezzo mancato di strada. Non ero abbastanza
disperato, forse. Avevamo poco più di vent’anni, tutta la vita davanti…”
Ed è così che mi sento, con poco più di vent’anni e tutta la
vita davanti: confusa, smarrita e con un po’ di mal di pancia. E siamo un po’
di confusi e smarriti, di esasperati e stanchi, di mascherati che escono e ci
bevono su, si distraggono, provano. Basta prendere una posizione, scegliere,
mantenere una linea, ma essere anche flessibili, darsi l’opportunità di
sbagliare, accettarlo. Dici poco.
La vita è quella cosa che accade tra un’estate e l’altra,
quando hai ancora vent’anni, quando sei Doralice e ti permetti di dividere in
scomparti il tempo, di accantonare e riprendere persone, di fare quello che
t’ispira e ti fa stare bene, a breve termine, al lungo ci penserai dopo, al
lungo ci pensi solo se si tratta di te, della carriera, della vita davanti che
devi iniziare a modellare.
Ma cos’è?
Fa un rumore strano l’incertezza, ha quel retrogusto di eccitazione, ma fa
paura.
Rimando e non sono convinta di rimandare, voglio studiare e non sono convinta
che sia la scelta migliore, sembra solo un rimandare, e se sbagliassi? Devo
fermarmi o continuare a correre? Perché qui la gente non si scusa? Sembra
troppo facile, troppo difficile, verrà da sé? Troppo comodo delegare al
destino. Cosa me ne faccio di questi vent’anni? In che giostra devo salire? Chi
mi devo portare dietro, chi mi seguirà, chi devo lasciar andare? Perché ho queste
manie di onnipotenza e penso che dipenda tutto da me? E’ forse questa la
depressione post erasmus? La paura di prendere scelte che non emozionino come
ha fatto quasi ogni giorno, la vita, Siviglia, quest’anno?
Temo il giorno in cui l’estate sarà solo un periodo in cui fa troppo caldo, clienti e fornitori non rispondono al telefono perché sono in vacanza e la confusione di questo periodo sarà solo un lontano ricordo. Non voglio che arrivi mai.
Per uno strano gioco dell’eco sento in sottofondo una
canzone conosciuta, mentre chiudo le persiane. Nella penombra, sulla terrazza
di una palazzina ottagonale che mi ha sempre incuriosita, ci sono 3 ragazze che
cantano Tiziano Ferro nell’inconsapevolezza dello show di cui mi stanno
rendendo partecipe. Immagino siano 3 amiche, in vacanza, magari anche per loro
è l’ultima sera e non vogliono che finisca, non vogliono chiuderla e se proprio
devono, che sia con una canzone. Cantano, stridule, come me, credendo di non
essere udite, strillano “ma vuoi dirmi come questo può finire” e si
abbracciano. Immagino i loro volti, quel mix letale di tristezza e felicità che
conosco benissimo.
Mi riprendo un pezzo di Siviglia, un pezzo di me, sorrido.
Se c’è qualcuno all’altezza di tenere alto l’entusiasmo Sivigliano è Santa
Margherita, lo sapevo ancora prima di tornare, mentre assaporavo i profumi del
pitosforo guardando il ponte di Triana.
Sembra ieri quando Pedro m’insegnava a chiudere i tacos ed eccomi qui a 2000km
di distanza a sbrodolarmi con la piadina, a costruire monopoli su carta, a
distrarmi.
Poi sono tornata, giri immensi, per finire qui, come sempre.
E anche questa è finita, come ogni domenica, come ogni
messa, come ogni estate.
E cambio divano e cambio scenario, ma sono sempre io, che mi
attorciglio tra titubanza, paura e nausea, questa volta con i Pearl Jam. Non la
facevo uno da Pearl Jam professore, ma la ringrazio.
Il tempo scorre, inesorabile, i dubbi si attaccano alle mie
caviglie e rallentano i miei passi, ma va bene così. Del resto ormai siamo
precoci, non serve avere 25 anni per “la crisi di un quarto di secolo”,
ne bastano venti, una laurea e tante opportunità.
Dove ci porterà questo turbinio di pensieri rumorosi? Ne
saremo all’altezza? Ci renderà abbastanza felici? Ci ricorderemo di essere
felici?
Quest’anno cambio strada, non piango andando via da Santa,
siamo troppo vicini per piangere.

Buona fortuna ragazzi, chissà quanto saremo cresciuti al
prossimo giro di giostra, non dimenticatevi la felicità nel piano di studi,
senò non arriveremo da nessuna parte.
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Eternit(à) per la giustizia.

Nera di rabbia, ma accesa di speranza, scrivo nella speranza che non venga prescritto il rispetto, almeno quello.

Se c’è una cosa che dovrebbe essere eterna è la giustizia.

Nulla oggi lascia spazio alla serenità.
Nulla lascia spazio al silenzio.
E così dev’essere.
Nella home di Facebook solo notizie, parole che risuonano, forti e chiare,
articoli, fotografie: sdegno. Lo sfondo che le accomuna è il tricolore, le
parole ETERNIT e GIUSTIZIA. Un connubio per chi si dimena, urla, con tutte le
armi in suo possesso, per chi ancora un po’ ci crede e non può smettere, in
quel tricolore. Perché non c’è altro modo.
Quando vivi a Casale Monferrato lo sai. Cerchi di non pensarci, ma lo sai: da
un giorno all’altro arriva, come un fulmine a ciel sereno, non puoi accettarlo,
ma lo sai. Toccherà te o il tuo vicino, ti sfiorerà di pochi millimetri,
penserai di averla quasi scampata, scapperai, ma lo porterai con te, dentro di
te. Magari lo stiamo già custodendo dentro di noi, questo amico, che un giorno
verrà a farci visita senza preavviso. Ne hai già visti, ne hai già toccati, l’hai
respirato e lo respiri tutti i giorni: l’ossigeno della morte.
La sensazione, oggi, è di un brivido continuo, di occhi gonfi, di lacrime che spingono,
spingono e spingono senza uscire, perché non è il caso, la rabbia le trattiene.
Dove sono i nostri cari? Cosa si aspettano da noi? Cosa si aspettavano dalla “giustizia”?
Non può essere un concetto così effimero, non mi arrendo.
A cosa dobbiamo appellarci? A chi? Dove? Su questa terra c’è ancora modo? C’è
ancora tempo? C’è ancora spazio nei cimiteri?
Non so più cosa pensare e mi lascio attraversare, da tutti questi tremolii, da
questi attacchi di sdegno, di tristezza, di paura. Ma che dico di paura, di
terrore.
Eppure, non posso fare a meno di condividerla, anche io, questa bandiera,
perché, nel dubbio, non ci affidiamo completamente a quella divina e, se anche
fosse, non ci sembra abbastanza, la “giustizia”.
Ci crediamo ancora.
E siamo in lutto.
Un lutto nero, ma acceso. Un lutto forte, luminoso, che si fa sentire, anche in
silenzio, a gesti, ad immagini. Acceso di speranza, perché quella non va in
prescrizione. Potrà nascondersi dietro alla rabbia, ma la teniamo stretta,
insieme all’amore ed al rispetto per chi non c’è più.
Per chi ha sofferto e per chi soffrirà, perché è un olocausto che respiriamo
quotidianamente.
Per loro e per noi, la speranza, rimane viva e va alimentata, con le unghie e
con i denti.

Se c’è una cosa che dovrebbe essere eterna è la giustizia.
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A casa di Dio

La luce del sole che risorge, dopo la tempesta, dopo le alluvioni, questa domenica, attraversa prepotente le vetrate colorate del Duomo, proiettandosi su tutto quello che incontra: persone, colonne, pavimenti, sedie e tende. 
Davanti a me c’è una coppia di 30 enni con una bambina dolcissima, di pochi mesi, ha una carrozzina color tortora, abbinata ai leggins minuscoli, una magliettina rosa, come la copertina, e gli Ugg rigorosamente rosa, che paiono portachiavi, con una giacchetta elegantissima, anche quella grigia. 
Sulla panca in legno solo mamma e papà, ad affiancarla, cercano di concentrarsi sulle parole del Don, senza perdere mai di vista, con la coda dell’occhio, la pargolina. A 50 centimetri da me, imperterrita, passa la messa a giocare con la coperta, sorridendo, facendo versetti e rispondendo a qualche altro bebè che versetta vicino. La parabola dei talenti sembra divertirla particolarmente: agita quelle manine come fossero già le sue armi, le apre e le chiude con tutta la sua forza per afferrare la copertina e trattenerla a se. Dice tutto senza nemmeno parlare “è rosa, è la mia copertina, la tengo io”. Chissà di quali talenti è stata investita, lei, così piccola e così viva, lei, che riesce a sorridere anche senza denti, a trasmettere felicità senza nemmeno saper pronunciare “mamma” nè “papà”.
È quasi ora della benedizione finale quando la mamma estrae dalla borsa un piccolissimo poncio marroncino e pesante, si gira lentamente verso la baby e la vedo. Circa 30 anni, un fisico giovane e tonico, nonostante la recente gravidanza, capelli boccolosissimi e scuri, Nike fuxia da corsa, calzino corto bianco e piumino bluette. È struccata, ma rilassata e sorride con premurosa dolcezza, è circondata dall’aurea della neo maternità, quella che mi ricorda Edward Cullen quando luccica al sole. Lentamente si avvicina alla primogenita e con un’attenzione maniacale fa passare il poncio dalla testolina, per poi incastrarlo tra i manici del passeggino, spostando la bimba innumerevoli volte fino ad essere certa che sulla schiena non ci fosse alcuna piega e nulla possa infastidirla. Trascorre non so più quanto tempo ed io sono qui, incantata, ad osservare i suoi gesti lenti e delicati, su quel piccolo tesoro da poco sfornato, con una calma ed una serenità, probabilmente  accentuata dal luogo sacro in cui si trovano, che mi incantata.
È ora del canto finale ed escono, prima ancora dell’ “andate in pace”, loro non ne hanno bisogno, loro sono già la pace. Avanzano mamma e figlia, seguite a ruota da papà. Avanzano a braccetto con la pace, con la loro bontà, vicinissimi, lasciando trasparire tutta la gioia che li accompagna da quando sono diventati un trio.
Il potere della vita.

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Stai.

E’ l’ora giusta per sputare il rospo.

Vorrei parlare, ma dovrei tacere, però… Poi ve lo dico, ve lo spiego, vi faccio anche un disegnino, per farvi capire cos’è stato per me Stay O’ Party, per me che ne sono uscita, perché ho tradito e meritavo una seria punizione, anche questa, poi vi spiego quante ore ho dedicato a questo progetto, quanto cuore, quanti pensieri, quanto nervoso, quante lacrime, quanta fatica. Non ho creato Stay O’ Party, non ho scelto il nome, non ero nella cerchia di amici, non centravo niente, sono solo stata chiamata a rapporto perché fosse sfruttata la mia audience su Facebook per mettere in vista la novità, come me, molti altri, ma io avevo già deciso “guardate che le foto le faccio io, provate a chiedere a qualcun altro e mi offendo”. Maglia a righe bianca e blu, giacca di renna, Longchamp arancione ed inizia così, sui gradini del teatro la mia avventura, ero contenta di essere dentro ad un progetto, parte di qualcosa, non avevo idea di cosa sarebbe diventato per me.
Conquisto, con la mia faccia da culo, la prima t-shirt, che riposa in pace nel mio armadio, quella del 5 maggio, quella che misi e rimisi. Ci sono cose delle quali non puoi fare a meno di sentirti parte, per me Stay è stata una di queste, quindi ho voluto di più.
Leggo e rileggo i vostri stati, leggo e rileggo i ricordi che conserverete sempre di un qualcosa che è stato mio, che io sono convinta sia stato mio, anche se il mio nome non merita più di comparire.
Le settimane che precedevano la serata erano un grande motivo di nervoso, ansia, eccitazione e chi più ne ha più ne metta. Ma la giornata prima di Stay, quella era il top. Posso ammettere con fermezza di non aver mai cenato prima di una serata. La fame non esisteva, gli orari non esistevano, ma ad un certo punto erano le 22.30 ed io ero già in ritardo. Il beauty in borsa, mi cambio e trucco al Deniro, non ho tempo.
Chiudo casa, che per tutto il pomeriggio aveva accolto i miei cuccioli e le prevendite, conti e disastri.
Non ne andava mai bene una, ma poi arrivava l’ora X.
Arrivavano tutti, sempre.
Forse Valterza non ha mai pensato a Stay O’ Party come ad un rivale e voi lo ringraziate quando la definisce semplicemente “famiglia”. Anche se è riduttivo.
Forse chiunque si è sentito in diritto di dare una sua opinione su Stay perché siamo stati in grado di far sentire tutti coloro che partecipavano agli eventi, parte di qualcosa, parte di quello che vivevano. Posso dire qualcosa anche io?
Guardo il video ricordo ed il 90% delle foto le ho scattate io, anche se Cristian definisce Ale la miglior fotografa, ci ho provato, non ho mai detto di essere la migliore, non in quello almeno.
Ho ricevuto 1 sms, di Elena, che mi ringraziava.
Solo lei.
Perché “senza di te non sarebbe stata la stessa cosa”.
E io ne sono convinta. Dall’alto della mia saccenza sono convinta che senza di me non fosse davvero la stessa cosa. Che una serata è bastata per capire che non sarebbe stata la stessa cosa, che non ne sarebbe valsa la pena. Dite pure che mi sbaglio.
E ora mi ritrovo con un problema, non ho la faccia tosta di pubblicare i miei pensieri, non ho nemmeno la faccia tosta di chiedere “perché? Perché cazzo è finito? Ci sono cose che non devono finire, perché? Davvero, se quello che contava era stare in famiglia, perché smettere? Che cazzo è successo? Se qualcuno voleva farmela pagare doveva continuare, farmi vedere cosa mi stavo perdendo, perché tirarsi indietro?”
Detto questo. Nonostante in tutte le famiglie ci fossero grandi problemi, nonostante ci fosse sempre qualcosa da ridire, nonostante Caretti mi vedesse sempre costantemente insoddisfatta, “perché si può sempre fare di più”, nonostante tutto… La brioches delle 6 aveva sempre lo stesso sapore. Scegliere le foto era sempre una gioia. Riguardarle a distanza di mesi di una malinconia incredibile. Perdere ogni senso, anche quello della fame, prima di ogni serata, era bello e naturale. Piangere adesso davanti a questo computer è più che giusto.
Per me Stay O’ Party non erano le serate. Per me Stay O’ Party era la bandierina sulla torta della mamma di Sorre, era la lucina di Andrea che non funzionava, Garu che fa scendere casinisti dal pullman, Gian che saltella, era un cavo che prende fuoco, era Francesco disperato mentre Nicolò voleva andare a mangiare, erano i genitori di Simo che avrebbero preferito investisse diversamente il suo tempo, erano le lacrime perché Torto voleva essere il numero 1, era Cristian sull’attenti, sempre pronto, era facebook, twitter, instagram, qualcuno che nemmeno sapeva le password di quello che gestiva, erano le differenze di 10 euro per cui qualcuno aveva il coraggio di lamentarsi, era far sparire sempre qualche locandina per attaccarla in camera, era litigare con Atomika perché anche loro volevano attaccarne nel cestino, era competizione, magari su due piani diversi, ma sempre malata competizione, pesante o divertente, erano i miei cuccioli di pr, che più disponibili non si può, erano i posti sul pullman che non mancavano mai e la pazienza di Stefania, di Samuele, erano i mucchietti che faceva Guasco per contare, aspettare, fin troppo, i video di Mucci, l’avidità, l’avarizia, la cattiveria, l’egoismo, di quel mondo. Per me Stay O’ Party ha il gusto di patatine del Burger, di Pop corn che saltano fuori dalla mia macchinetta, di micro zucchero filato, dell’acqua di Gian, sempre rigorosamente del rubinetto, di aperitivi a buffet. Per me Stay O’ Party ha il profumo di bus vuoto, di supermercati, di prevendite appena stampate, ha il colore del buio con una luce di speranza, rosso e blu di una squadra, del fuoco, di bianco sporco di un orso di peluches, ha la mia forza, ha un po’ le ali tagliate dall’antipatia, ma un cuore grande.
Per me Stay O’ Party è quell’orso che ho tenuto in testa piangendo, prima di restituirlo una sera di inizio ottobre. Lo stesso orso che doveva essere maledettamente lavato.
Per me Stay O’ Party è stata la molla, il motivo per cui ho scelto di essere quella che sono e di fare quello che faccio, di studiare quello che studio e di puntare dove punto.
Per me Stay O party è consapevolezza, quella che ho acquisito sul mondo attuale, sulle persone, su Casale, sul valore dei soldi.
Stay O’ Party è quella cosa per colpa della quale non posso più godermi una serata in discoteca senza fare i conti in tasca al barista, al buttafuori, al proprietario ed anche ai divanetti.
Per me Stay O’ Party è stato tanto.
Non ho mollato, io.
Ho scelto amici e nemici, dicono che abbia rinnegato tutto e tutti, ma non l’ho fatto, giuro, sono sempre io, con i miei errori e la mia consapevolezza, in più.
Ma Stay rimarrà nel mio cuore, come il più bello degli sforzi.
Come la più morbida delle mascotte.
Come i pop corn salati al punto giusto.
Come la foto meglio riuscita.
Come il remix sconosciuto che fa rimanere tutti di stucco. 
Come il the alla pesca invece del cocktail.
Come un sogno che inizia e si realizza, senza fine.

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Due parole, due colori.

Se penso… Se penso ho bisogno di musica. Entro in camera e sulla scrivania c’è una spilla, con una J, rossa e blu. Apro l’armadio e spuntano 6 canotte, mamma le ha lavate e stirate, erano delle Angels, ora le userò tutte io. Fiorelisa stamattina non ha fatto le prove invalsi, andava a scuola giocare a basket: con i miei pantaloncini di Paolo e la t-shirt troppo grande,rossa e blu. Se scrivo ‘Ju’ su google mi esce già il suggerimento in blu.
Se penso che Simone quando ha bisogno di riflettere non va a lungo Po, non va in collina, non va in soffitta, ma nel parcheggio del palazzetto, le lacrime stanno quasi per scendere.
Se penso a quanto stiano larghe ora le felpone da basket a Cristian, al sudore di Ste, che senza testa da gallo è un’altra persona, le lacrime iniziano a scendere.
Se penso che solo quest’anno mi sono resa conto di cosa significhi Junior, mi mangio le mani, per il tempo perso.
Se penso alla partitella con gli UGG e ai canestri che non sono riuscita a fare su quel parquet, se penso ai bimbi di Pierich e Mala che corrono in campo a giocherellare, minuscoli, sotto a quei canestri, devo soffiarmi il naso.
Ero a casa di Agnese, c’era ancora Giulio e il Casale è passato in serie A. Non mi ricordo il tragitto da casa sua a piazza Dante, ma ricordo tutto il resto.
Se penso al cagnolino di Pierich che non porterà più fuori sotto casa mia dopo le partite, se penso che le domeniche casalesi saranno semplicemente domeniche, se penso che già non mi piace il cioccolato, ma da oggi non riuscirò neanche più a guardare lo scaffale della Novi, mi alzo e me lo soffio davvero il naso.
Con tutti i portachiavi di legadue che ci sono in questa casa potete dimenticarvi per sempre la monetina per fare la spesa.
Perchè sì, è vero, sono una donna, a Cighi non piace sentire le donne parlare di basket, ma io non voglio parlare di basket, non ne sono in grado. Parlo di emozioni però.
Parlo del cuore in gola, perché quando ho detto “se domenica vinciamo non m’interessa niente della maturità, io vado a Pistoia” ci credevo davvero, ci credevo fino all’ultimo canestro di Ware, quando ancora non sapevo che sarebbe stato l’ultimo che avrei visto.
Ma piangere non basta. Forse avremmo dovuto svegliarci prima, fare qualcosa di più concreto per la nostra squadra.
Casale Monferrato: 4 gatti, 1 campionato vinto centinaia di anni fa, l’eternit, sempre a lamentarsi “non c’è niente da fare in questo paesino”, ma vigliacchi a spendere 10 euro la domenica. Cos’avevate da fare? Perché il palazzo non era pieno? Perché non vi siete appassionati? Perché non tornavate a casa per guardare la partita? Perché non siete orgogliosi della vostra città? Forse è solo quello che ci meritiamo. 36.000 persone a casa sul divano e la squadra di basket in serie A, si chiama ingratitudine.
Prendo la scatola di Kleenex, è meglio.
E i tramonti migliori uscendo da dietro e i panini che finivano troppo presto, l’intervallo troppo lungo o troppo corto, gli insulti agli arbitri, le esagerazioni, arrotolare i cavi di internet, meglio io degli uomini, ma quei tavoli erano davvero troppo pesanti. E le bottigliette cadute, gli asciugamani lanciati, i giornali stropicciati, “Simone muoviti che andiamo a cena”, aspettare che le luci si spegnessero perchè senò era troppo presto per lasciare il Palazzo.
Non posso citare altri momenti se non quelli di quest’anno, ma La Tripla del capitano, quella con la T maiuscola, le ali invisibili di Casper che sotto canestro non saltava, volava, Gianca, che non ho ancora capito se sia più bello, bravo o dj… E Martinoni, ti prego, non smettere di camminare così, perché più cucciolo di te non c’è nessuno. Green: la fermezza. Butkevicius, togli quell’asciugamano dalla faccia che se piangi ancora piango anche io. Antonelli, di ancora al mio papà che verrai alla serata di Stay, se i medici ti danno l’ok. Mala, salvaci tu. Monaldi, salta come se la vita fosse un harlem shake.
Dovrei pensare alla maturità.
Ma certe emozioni che ti dà il basket il calcio non te le dà. Ma non te le da nemmeno il divano di casa tua. Non te le da facebook che guardi insistentemente la domenica alle 19.43 senza ragione. Fossi in te mi piangerei addosso: non sai cosa ti sei perso. E te lo dice una donna. E te lo dice una che c’ha messo un po’ a vedere i “Passi”.
Se c’è una cosa che la Junior mi ha insegnato è il valore di un attimo, di 1 secondo, di 1 decimo di secondo, perché 1 attimo può fare la differenza, può cambiare tutto. Ed è una cosa che forse non avevo visto prima di sedermi al PalaFerraris. La lunghezza di un attimo, la durata di 1 secondo. A parole non si può spiegare, ma il groppo in gola, le mani sudate, il tabellone che si muove calmo, l’agitazione è tutta nelle bocche aperte, nel fiato fermo, nei polmoni in standby, lì, in quella piccolissima, quasi insignificante percentuale di vita, il basket mi è entrato dentro al cuore. Dopo la sirena mi ha riportata con i piedi per terra e il ricordo è solo di mani che si stringono, abbracci, complimenti, qualche lacrima, qualche coro, ma solo in sottofondo.
Certe cose non capitano tutti i giorni, certe squadre non si vedono in tv, certe squadre non sono come la mia Juve, sono di più.
Grazie Junior, grazie a tutti.

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Attenzione

Su questo treno c’è odore di sudore, misto a mandarino, anche se nessuno sta mangiando e fuori scende la prima neve.

Ho voglia di piangere a più non posso, spegnere tutte le luci e singhiozzare, non vedo altra soluzione.
Ho fatto 20 domande e ho ricevuto 50 mi piace. Grazie, ma io volevo una risposta, non apprezzamenti, solo una risposta, due, un sondaggio.
Non ho fobie, solo paure, serie: ho paura della cecità e della morte.
Ho un i phone, ma chiedetemi se sono felice e vi faccio un bel monologo.
Ho bisogno di te, ho bisogno di me, un attimo di tregua.
“Casale Popolo?” “No, Balzola”
Casale Popolo, mi viene in mente casa di G, alle serate in amicizia, scappando allo scorso inverno, per non ferirsi.
Spero di perdere la coincidenza e scaricare sulla sfortuna il peso della mia assenza. Tornerei indietro, per te, da te, con te, ma non sali per me? Ridatemi l’ingenuità infantile, ridatemi mamma e papà insieme, come in quei servizi fotografici estivi, quando si litigava solo per la pettinatura, per chi aveva il sorriso più grande, il piatto più pieno. Ridatemi la calma dei peluches che stringevo la notte per farmi venir voglia di dormire, il carillon che tu non sopporti, ma io adoravo nel suo moto perpetuo e incantevole.
“Questa non è una stazione, è tutto buio, come fai a scendere qui?” Perché non stiamo forse andando verso il buio?
Ho paura, non solo per me, ma anche per gli altri. I miei presentimenti sono brutti e forti.
La fine del mondo? Non ci credo, non può finire così “Le persone come te sono la motivazione per la quale il mondo non potrà e non dovrà finire”.
“Siamo a Trino ne?” Non lo so, “eh c’è il campo, penso di si” posso solo intuire. 
Ma l’oro te è ancora pesante, non mi ci abituo, faccio prima a scendere che a comprenderlo.
Un brivido di freddo e sale una ragazza con il sorriso, ma non si siede qui, è un vagone troppo triste. Vorrei chiedergli che cavolo gliene frega di dove siamo, quando arriveranno lo vedranno, certe mosse non le concepisco.
Le Luci, ho bisogno delle Luci.
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Gli occhi del cielo

Non so più da che parte girarmi: di qua i colori di un tramonto mozzafiato, di la una luna che più piena non si può.
Inizia a fare freddo e le mie mani bramose d’immortalare questo mio stato d’animo si stanno irrigidendo.
Si sono accesi i lampioni, sta calando il buio, presto questa sensazione d’interezza finirà.
Anche Bad day – Daniel Powter  come sottofondo riesce a farmi sorridere.
Che sia la mia fantasia o non so cosa, ma in questo boschetto, in solitudine, dispersa come sono, mi sento piena, riempita. Dalle prospettive, dai sogni, dai progetti, dal futuro, dal presente.
Tra due giorni ho diciassette anni, non ho niente da cancellare, e se penso che ci sono ancora miliardi di panorami da assaporare…posso tornare a casa, felice.

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Tra città e finzione

“Cos’è
questa gente nuova, quando la conosci veramente? E’ la solita gente
vecchia mascherata. Non ha proprio niente di nuovo. E’ gente.” E andrete
in città piene di speranza, poi porterete i vestiti a mamma da lavare,
mangerete al ristorante, non saprete orientarvi e tornerete nel week
end, voi e la speranza, perché alla fine la campagna vi mancherà.

Non importa dove siate, le persone che si vestono male, che non si
lavano, maleducate, ignoranti, superficiali, cattive, incompetenti,
invadenti, snob, le troverete anche in città. Se sarete tristi ci sarà
avvilimento, se sarete felici gioia, ma non sarà una tristezza meno
amara, non sarà un’allegria più dolce.
Vi mancherà essere sulla
bocca di tutti, la vostra parola in capitolo, il vostro posto prenotato,
la vivacità di un saluto ricorrente, i tramonti a lungo Po, vi mancherà
sentirvi osservate, conoscere, sapere. “In città sei Nessuno” mi aveva
detto e solo ora ho conosciuto Nessuno.
E avrete voglia di scappare
anche da lì, anche dalla città ideale, perché sono gli umani che hanno
necessità di cambiare aria, più delle piante, più dei letti al mattino.
Quindi vi prego, vivete ogni giorno del vostro liceo con tranquillità,
date tempo al tempo, quando sarà ora dell’università vi trasferitere,
forse.
E comunque, se avessi sempre vissuto nella città dei miei sogni, desidererei altro.
Non importa dove siate, l’importante è con chi.
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