Mia madre che fa cose – Festa della mamma 2017

Ho salutato mamma, era affacciata alla finestra, in mutande e mi urlava “non hai nemmeno salutato la tua mamma!”. Parla di sé in terza persona, come a voler sottolineare che lei è la mamma, come se non si fosse ancora capito dopo 21 anni di stress. E comunque l’avevo salutata anche prima di scendere, ma lasciamo stare, tanto non la saluto mai abbastanza.

Come non le dico mai quello che faccio, la metto solo di fronte al fatto compiuto. Da piccola invitavo le mie amiche a cena e poi l’avvisavo, era così naturale per me aggiungere un posto a tavola, invece mi beccavo delle strigliate clamorose, ma anche quando l’avvertivo prima esordiva sempre con “non abbiamo nulla in casa, aspetta che guardo cosa possiamo fare…” oppure “certo che potevi dirmelo un po’ prima”. Ma secondo il mammese, quand’è prima di prima?
Appena diventata grande ne ho approfittato subito e adesso davvero le dico sempre tutto dopo, sempre prima, ma comunque dopo. 

Madre: “Tua nonna mi ha detto che stai cercando casa ad Alessandria” 
Io: “Veramente ho gia firmato il contratto mamma”

Madre: “Come stai? Dove sei?”
Io: “Ciao mami, baci dal Marocco”
Madre: “MA TU SEI PAZZA?! E L’ATTENTATO? E L’ISIS? E LA TRAMONTANA?”

Io: “Mamma vado un anno in Erasmus”
Madre: “Fai domanda?”
Io: “No, ho già vinto il bando, parto tra un mesetto”

Io: “Mamma vieni a prendermi in stazione che zoppico?”
Madre: “Come zoppichi?”
Io: “Ah no niente, sono caduta in moto settimana scorsa”
Dell’Argentina non serve riportare le conversazioni, erano in mondovisione.
A volte ti sento solo sospirare dall’altra parte della cornetta, se non avessi smesso di venire in chiesa probabilmente ti faresti anche un segno della croce, invece sospiri, m’insulti, ti rassegni. Ad una figlia zingara.
Ho superato Pavia, da sciocca che decide tutto all’ultimo ho dovuto prendere il regionale, ma non uno qualunque, il Treno del mare. Allora anche fare tutte le fermate è più bello, semplicemente perché si chiama “Treno del mare”.
Il sole tramonta alla mia sinistra, accanto e davanti a me dei ragazzi dell’est, probabilmente russi, mi sveglio di soprassalto dal torcicollo e c’è una luce stupenda.
Facebook era impestato di fotine dolci con mamme e popini, di dediche sdolcinate, perché si sa che gli italiani sono dei gran mammoni. Ma lo sai, io sono una zingara, quindi farò a modo mio.
Ad un certo punto della loro vita le mamme si dividono in due categorie: quelle che per la festa della mamma si aspettano un regalo sorprendente e quelle che semplicemente aspettano che i figli tornino a casa. Un po’ spontaneamente, un po’ spinti dal senso di colpa, un po’ per coincidenze di tempistiche, un po’ perché il Treno del mare è un crogiuolo di culture e puzza di umani.
Settimana scorsa, quando avevo già deciso che sarei scesa a Santa, mi hai mandato un messaggio minatorio, diceva “Domenica prossima è la festa della mamma, quindi è la mia festa. Quindi dovete essere tutte qui con me a festeggiarla. Perché me lo merito. Io sono una brava mamma”.
Troppo velocemente sei entrata nella seconda categoria, troppo velocemente siamo cresciute e troppo velocemente ti abbiamo lasciata sola. Riscrivendo questo messaggio mi si bagnano gli occhi, ma ci sono i russi, devo contenermi. Sì, mamma, anche io piango ancora, anche se sono una vecchia zitella acida, mi commuovo e soffro.
Leggere quel messaggio, così spiritoso, se letto immaginando la tua voce da bambina, mi ha fatta sentire tanto in colpa all’idea che avessi sentito davvero il bisogno di chiedere una cosa che per me era già scontata.

E’ difficile spiegare le ali, lasciare il nido, buttarsi sulla vita. 
Ho visto amiche tornare a casa tutti i weekend, di tutti i loro anni di università. Tornavano da mamma, tornavano dagli amici del liceo, tornavano in paese, si rilassavano. Ma io non sono così: tutti i weekend ho qualcosa da fare, ovunque vada mi butto in nuove avventure, mi rimbocco le maniche, lavoricchio, coltivo nuove amicizie. E in realtà anche i miei amici del liceo sono come me, per questo sono miei amici, lo sai. E tra l’altro, a modo tuo, sei così anche tu. 
Non posso prenotare nemmeno un treno di ritorno, perché non so dove sarai. Sei metodica, sì: Santa, Cervinia, adesso Genova, ma cos’è per te casa?
Quando ero piccina era abbastanza chiaro, vivevamo a Varese, poi ci siamo trasferiti a Casale, ma l’inverno in montagna, l’estate al mare… i miei amici erano nati a Casale, i loro fratelli anche, magari anche i loro genitori, avevano amici dall’asilo nido, erano soci alla Cano da prima di sempre, avevano un’identità ben precisa. Io e le mie sorelle invece siamo nate in 3 posti diversi, abbiamo vissuto almeno in 3 città diverse, in case diverse, ci siamo adattate, siamo diventate duttili e malleabili. E adesso “casa” è diventata un concetto astratto, non è un luogo fisico, è un’emozione.
Questo fine settimana casa era sicuramente Santa, eravamo noi 4+1, noi e le nostre nuance di biondo e azzurro, le nostre risate assordanti, il +1 che è Tiffany.

Ma casa è diventata anche Milano, proprio quella che una volta era tua, quella che tu chiamavi “casa”, dove papà veniva a trovarti all’inizio del vostro amore, dove studiavi come una matta, la tua prima casa da arredare e pulire come una maniaca quale sei. Mi sento più vicina a te, ora che casa tua è un po’ casa mia.

È stato fin troppo istintivo per me prendere il volo, buttarmi sulla vita come mi buttavo tra le braccia di papà dagli scogli. E adesso, dopo anni da eremita, all’idea colorata ed emozionante di allontanarmi di nuovo, ho tanta voglia di abbracciarti e farti sapere che ci sono, che puoi contare su di me, anche se sono entrata a piè pari nella mia di vita.
Lo so, è difficile da accettare, prima la tua vita era la mia, la mia era la tua, stessa casa, stessa cena nel piatto… no aspetta, questo non è vero, sarà dal liceo che noi mangiamo diversamente da te.
No, non lo dirò mai che sei la mamma migliore del mondo.
Tu sei diversa, non sei quel concetto che, gli italiani soprattutto, hanno di “mamma”. Quella che prepara la cena, che si preoccupa, che sta sveglia la sera ad aspettarti. Tu sei maturata con il tempo, ci hai dato mille attenzioni quando eravamo piccole e poi via, allo sbaraglio, a spaccare il mondo. Come puoi lamentarti? Ti sei sposata uno zingaro, ok siete separati, ma come potevi pretendere delle bimbe casalinghe?

Sei una grandissima rompiballe, simpatica, pedante, una sagoma, mi diverto a prenderti in giro ed ho superato quel momento in cui mamma era un nemico giurato, quell’adolescenza in cui era tutta colpa tua, tanto odi et amo, ora sei al mio fianco. Ora tifo per te, come tu tifi per me, con tutti gli sforzi che ne conseguono. E’ facile tifare per la propria squadra quando vince, soprattuto quando prende le scelte che avresti preso anche tu, ma quando invece fa di testa sua, spezza il guinzaglio, è difficile fermarsi, guardarla correre, sorridere ed incitarla.

Così vedo la tua rassegnazione, il tuo sospiro di sollievo, così mi viene voglia di abbracciarti, di proteggerti, di farti sentire che sarò sempre la tua bambina, che non ho bisogno di nient’altro se non del tuo sostegno.

L’ho aspettato tanto, dopo anni a sentirmi dire “puoi fare di più” dopo ogni 9 che poteva essere 10, dopo ogni 10 che poteva essere 11, ti sento ancora gridare e battere le mani, in prima fila, il giorno della mia laurea, quel giorno in cui, finalmente ti ho dato il permesso di ascoltarmi. Non come alle medie, non come al liceo, dove ti ho lasciata fuori dalla porta, eri lì con me, ossessionata come sempre con i tuoi video, a sostenermi.
E poi è arrivata, la tua fierezza, il superamento delle tue aspettative, quest’orologio che porto al polso con orgoglio e senza paura, che mi ricorda ogni giorno quanta tenacia hai messo tu nella vita e quanta vuoi che ne metta io.

A volte ti devo istruire, non lo accetti, ma è così. I tempi cambiano, io ti amo, ma non sono come te e non voglio essere come te. Quindi non sempre posso fare quello che vorresti la tua figliola facesse, ma se sono davvero convinta e desiderosa di qualcosa, prima o poi lo capisci.
Come hai capito quanto fosse magica Siviglia, solo venendomi a trovare, solo guardandomi nel mio nuovo habitat. Come te lo ricordi ogni volta che mi senti parlare spagnolo, quando mi alzo al ristorante per aiutare le cameriere a parlare con i clienti. Così.

Mamma, sei un disastro. E potrei continuare per ore, un giorno forse scriveremo davvero il glossario di tutte le frasi incredibili che ci rifili, di tutti gli insulti ai quali non possiamo fare altro che rispondere con una sonora risata, perché una madre così scema da dare delle “puttanine maltesi” alle figlie, merita solo una risata. Perché non sai più cucinare. Perché in moto non superi mai i 30 km/h. Perché ogni volta che compri una macchina la devi smussare su tutti quattro i lati, ed è sempre colpa dell’asfalto, della pioggia, di un’altra macchina, del vento. Perché anche i portafogli si sono rotti le balle di nascondersi in giro per casa. Perché vedi verdi i calzini blu. Perché credi che “lì” “là” “di là” siano coordinate.
Mamma, sei un amore. Perché quando torno a Santa dopo due mesi e in casa non c’è né la focaccia, né le trofie al pesto, ma solamente i canestrelli, mi rendo conto che ci hai messo del tuo. Perché quando arrivo a Casale, tu non ci sei, ma ci sono i Krumiri sul cuscino, per la gioia di Ale e Je oggi, per quella di Alice e Lucia prima, sei proprio la mia mamma. Perché sei autoironica e ti prendi in giro da sola. Perché la tua purea in polvere è la migliore che ci sia. Perché accetti che le tue figlie ti rinominino “Satana” sul telefono. Perché ci lasci suonare con il forno, come nei video dei bambini pazzi. 
Mamma, sei una rompicoglioni. Per questo ti metto sempre di fronte al fatto compiuto. Figurati se avrei potuto sopportare mesi e mesi di “ma cosa ci vai a fare a Buenos Aires?” ancor prima di sapere se mi avrebbero preso. Probabilmente avrei applicato per l’Antartide! Perché quella sedia è tua, il divano è tuo, quella cosa che mi hai regalato è sempre e comunque tua. Perché continui imperterrita a cercare di convincermi che il cioccolato sia buono. Perché non è mai abbastanza pulito e nessuno pulisce mai bene come te. Tu che sei in grado di lavare anche gli ombrelli, di mettere le scarpe al cane, di asciugarle la passera quando fa la pipì. Perché ti coalizzi con i miei fidanzati, soprattutto quando diventano ex.
Mamma, sei una principessa. Perché non appoggi mai la borsa a terra, perché come ti detergi tu la faccia, tutte le sere, io lo faccio una sì e tre no. Perché non hai mai avuto intenzione d’imparare a mangiare il pesce con le mani e quando ti obbligo ti sporchi come una bimba. Perché in ogni borsa hai un borsellino, un astuccio con matita, rossetto, pettinino, specchio e fazzoletti, ovviamente coordinati. Perché lavi anche le solette delle scarpe, lavi l’aria ed i denti al cane.
Mamma, sei una matta. Perché ci segui sul treno senza biglietto. Perché non mi hai mai dato il coprifuoco, facendo affidamento sul mio buon senso, per poi chiamare strillando “non ti sembra ora di tornare a casa?!”. Perché non mi sei mai venuta a prendere in discoteca, “come ci sei andata torni”. Perché hai sposato papà e ci hai fatto pure 3 bambine. Perché ti sei rassegnata ad aprirmi le porte del tuo armadio. Perché ti lasci prendere per il culo in mondovisione. Perché nessuno si sognerebbe di pulire le persiane all’esterno arrampicandosi sul davanzale. 
Mamma, sei la mia mammina. Non sei la migliore, sei un disastro, un amore, una rompicoglioni, una principessa, una matta.


Avrei voluto cambiarti, scambiarti, prenderti a testate, lasciarti in autostrada come gli stronzi che abbandonano i cani, mandarti a fanculo, chiuderti il telefono in faccia, bloccarti su Facebook, scappare di casa, bloccarti sull’iPhone e ti dirò, ci ho provato. E l’ho fatto. Ma poi sono cresciuta, mi sono rassegnata anche io, ho imparato a conoscerti, ad accettarti, ad apprezzarti, a prendere il meglio di te, a tenermelo stretto, a ringraziarti, a vedere il lato positivo, ad abbracciarti, a cercarti, a preoccuparmi per te.
Mamma, sei la mia mammina. Non sei la migliore, ma sei la mia e non ti cambierei con nessun’altra. 
Anche se quella di trasformare camera mia in un salotto non me la dovevi fare. Stronza.

Buona festa della mamma, auguri, amore, ti amo tanto.

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L’aria metropolitana di Milano

“Povera Milano.

Povera Milano, i sensi di colpa oggi toccano livelli indescrivibili e mi scuso anche con le città.
Povera Milano, non è colpa tua. Sotto il tuo grigiore nascondi segreti e meraviglie colorate, tutte da scoprire e difficili da scovare, ma incantevoli.
Povera Milano perché ti addosso colpe solo mie, scusami, non è un tuo demerito, sono io che non riesco a colmare il vuoto che mi sono creata attorno, quest’aurea di nostalgia, questa corazza dura che non ti lascia arrivare al cuore.
Povera Milano, è toccato a te, il peso di quest’anno così strano, di queste notti insonni, di questi nodi alla gola. Ti stai sobbarcando carichi che non ti spettano, lacrime che non meriti, insulti generici, banalità sconfinate. 
Povera Milano, non ti offendere, l’unico problema che hai è che non sei Siviglia. Ed è un problema tutto mio.
Imparerò a rassegnarmi.
Un secondo per amare ed una vita per dimenticare. Un secondo per sentirsi a casa ed una vita cercando ovunque di ritrovare quella sensazione.
Avrei dovuto fermarmi?
Già?
Davvero?
E’ lei o sarebbe stata qualsiasi altra?
Forse tutti pensano che la loro sarebbe stata la perfetta, forse sono solo accecata, ma non passa giorno in cui non mi ritagli il tempo di una lacrima da versarsi addosso. 
Solo perché non sei lei, Mi.
Che zitella frustrata, che eterna insoddisfatta, che rompicoglioni.”
E’ passato solamente poco più di un mese da quando, in preda al panico, gettavo tra le note queste parole. Un mese nel quale mi sono rimessa in carreggiata, sono rientrata nel mio corpo, ho ripreso le redini della mia vita e mi sveglio ogni giorno con il sorriso.
Che sia l’avvicinarsi della primavera, il caldo o semplicemente le cose che vanno esattamente come devono andare, non lo so.
So che da qualche pomeriggio, preparando i documenti per l’application, all’idea che tutto questo finisca presto, mi mordo la lingua.
So che oggi, dopo 3 giorni full immersion in quest’avventura piena di sigle, all’idea di allontanarmi da ESN, mi si stringe il cuore.

Il papà di Ciotti diceva che Milano è una giostra: devi prendere il giro. Sono salita a bordo a settembre correndo nella direzione sbagliata, titubante, indecisa, ma poi ha fatto tutto lei. Si è fatta desiderare, mi ha mostrato i suoi angoli nascosti, le perle nei cortili, i soffitti di cristallo, gli affreschi sotto terra, mi ha fatto alzare gli occhi al cielo, mi è entrata dentro.
E adesso? Ora che Milano è diventata la mia città, ora che ho preso il giro, ora che dalla giostra salgo e scendo a mio piacimento?
Davvero arriva aprile? Davvero mancano 4 mesi?

Sono arrivata con l’idea di andarmene, che fosse solo un passaggio, un momento. Non volevo adagiarmi e sono rimasta sulle spine, ho fatto fatica, ma adesso che il divano ha preso la forma del mio culo, che centro il water anche di notte, che apro il frigo con la luce spenta, adesso che in ufficio c’è sempre qualcuno, che saluto anche gli omini del gabbiotto, che conosco tutte le cameriere della mensa, che non confondo più l’U9 con l’U5, adesso che questa routine mi piace, che ho imparato ad ammortizzare anche il tempo in metro, che so quando mi conviene sedermi in fondo o in mezzo, adesso che i parchi si colorano ed anche i milanesi sembrano meno scorbutici, adesso che Jessica è più imbruttita di me ed insulta in romanaccio-milanese i pedoni lenti, adesso che mi è passata anche la voglia di tornare a casa il weekend, perché mi sento già a casa qui, adesso… è già ora di andarsene? 
Mi ripeto che ci sono occasioni da cogliere nella vita, che dopo aver poggiato il piede in terra argentina tutto sarà magicamente chiaro ed in discesa, che se non lo faccio ora non lo farò mai più, che Milano è qui e mi aspetta, ma mi prudono comunque le mani.
Solo una volta tornata indietro da Siviglia, dopo 1 anno ai 100 all’ora, solo allora mi sono resa conto che anche qui qualcosa si era mosso, che anche se magari qualcuno aveva rispettato i limiti di velocità, anche in Italia il tempo era passato, anche qui avevano vissuto ed io non c’ero. Respiravo un’altra aria, buona, buonissima, ma non la loro. 
Solo a quel punto mi sono resa conto di aver perso un pezzo della vita delle mie sorelle, l’ultimo anno di università con i miei compagni di corso, che probabilmente avrei rivisto in poche occasioni nella vita, un anno con la mia nonna. Sì, è vero, avevo guadagnato tanto ed il costo opportunità pendeva in maniera prepotente verso la Spagna e verso quello che un anno di Erasmus mi aveva regalato, quello che mi ha fatta diventare, ma ciò non toglie che qualcosa mi abbia anche fatto perdere. 

Dannata Milano, dannata Siviglia, dannatissima ESN, maledetta me.

Il Gianni sta tagliando il prato in cortile, dalla finestra entra odore di erba e se chiudo gli occhi posso ancora sentire la musica che arriva dal Mercado de la Lonja del Barranco, mentre ai piedi del Guadalquivir prendiamo il sole e picnicchiamo, parliamo in 18 lingue diverse e comunichiamo a pallonate. 
Se li strizzo mi sto grattando le punture di zanzare dalle gambe, a Moleto, sui colli monferrini, mentre sorseggio un azzardatissimo the alla pesca. 
Se li riapro posso contare le stelle cadenti sopra il giardino di casa di Gio, a Ruta, la notte di San Lorenzo, tutti arrotolati sotto i piumoni, impauriti da cinghiali invisibili. 
E poi ancora l’Aurora, facce stanche e spossate, t-shirt appiccicate alla pelle dal sudore, tristezza e gioia.

Ci sono stati tanti posti in cui mi sono sentita a casa, in cui mi sento a casa ogni volta che ci rimetto piede, luoghi in cui è bastato un secondo, altri che non mi hanno dato scelta, alcuni che mi hanno fatta lavorare duro, eppure sono e saranno per sempre parte della mia vita, di me, mi hanno fatta arrivare fin quì…
Allora la domanda è sempre la stessa che mi fece Carlo a bruciapelo, dopo essersi rotto i coglioni di sentirmi ripetere quanto fosse perfetta quella città… “ma se Siviglia è così perfetta, perché non ti fermi una volta per tutte?” 
E la risposta purtroppo o per fortuna, continua ad essere che il mondo è troppo grande per fermarsi, che dietro l’angolo potrebbe esserci sempre qualcosa di ancora più adatto o qualcuno che ci faccia sentire ancor di più a casa.

Chissà quando smetterà di girare…

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Buongiornissimo, kaffè?

Qualche settimana fa stavo usando il mio viaggio in metro per riempire le note del mio iPhone, c’era un’aria strana dovuta alla sessione invernale, ma non solo.

Mi stavo chiedendo cosa ci fosse di diverso nell’aria, mi è venuto in mente stamattina quando sul cesso mi sono ricordata di Mattia Feltri. 
Ci sono veramente poche cose che non sono cambiate nella mia vita negli ultimi 8 anni. Da Casale ad Alessandria, da Alessandria a Siviglia, da Siviglia a Milano. Dal liceo alla 
triennale alla magistrale. È rimasta la famiglia, quella non si cambia, le ragazze, che sono anche loro un po’ famiglia, gli amici immortali, quelli della Valla e le tradizioni.
Quelli che sono rimasti lo sanno, sanno che per me la giornata non inizia se non dopo la colazione ed Il Buongiorno. Se per i comuni mortali il lunedì è tragico perché ricomincia la settimana, immaginatevi per chi prende La Stampa per poi non trovare il buongiorno e “ah cazzo è lunedì”.
Nell’intervallo con Marta, al bar da Frank, lotta con i vecchietti, in metro dal telefono. Cultura-opinioni-buongiorno.
Buongiorno anche a te!
Livelli di trash altissimi che forse alcuni ricordano con @labuonanottediDCB, salti ancora più alti quando “Dolly vai a leggere il buongiorno, Grame ti ha copiato il post”. Sto volando.
Veniva con me. Mi faceva incazzare e sorridere. Odi et amo. Però era lui: lui da solo, lui con la Gamberale, lui formato tabloid, lui giornalista, lui scrittore, lui ed il Toro…


Poi evidentemente sono arrivata a San Siro Ippodromo e la nota è stata archiviata, ma non ho potuto fare a meno di ripescarla, oggi.
Ero indecisa su cosa condividere su Facebook, più o meno come Crippa era “Indeciso se invidiare il pacco di Gabbani o Gramellini”. Non sapevo se esternare la mia delusione attraverso il video trionfale de “Il primo giorno di Massimo Gramellini al Corriere” dove si autocita e sorseggia caffè, fingendo di ridere già anticipatamente delle critiche che riceverà. Oppure avrei potuto contribuire davvero a fare pubblicità a Il caffè divulgando il primo pezzo della sua rubrica, o magari il secondo, un po’ più carino.
Per ora mi limito a pubblicare un po’ di sgomento.
Che Massimino fosse un genio del male già si sapeva, che la carriera e gli affari non debbano mai fermarsi, non lo metto in dubbio, ma questa rubrichetta mi sembra proprio uno strafalcione. Sarà l’affetto che mi fa parlare, l’attaccamento alla maglia, oppure qualcuno ha osato troppo?
Una cosa è certa: tra il Buongiorno ed Il caffè manca solo un superlativo assoluto.

In bocca al lupo Grame!

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Black M(5)irror

Scongelo il pane per la cena, come una brava casalinga. Preparo
cene salutari a base di orzo e legumi, peggio dei vegani. Ripongo ordinatamente
nella dispensa i piatti, dopo che si sono asciugati, quel movimento lento,
preciso, a volte troppo brusco, con cui ho giù rotto due bicchieri ed una tazza.
Davvero sposto le stoviglie da un ripiano all’altro, solo perché quello è il
loro posto? Davvero rompo l’anima anche ad Ale perché lo faccia? Tolgo le borse
dall’armadio, le ripongo nuovamente in ordine di altezza. Ritiro il cuscino da notte
nell’anta in basso, tiro fuori quelli da giorno, ogni maledetta mattina. Quanto
tempo ho per questi riti inutili, per curare questo contenitore bianco?

Scrivo mail, apro un account, copio, apro l’altro, incollo. Ringrazio anticipatamente,
cordiali, distinti, luccicanti, colorati saluti, dottoressa. Impagino anche i
riassunti, impagino anche il vassoio della mensa, impagino anche me stessa
davanti allo specchio, ma per cosa? Per chi? A quale scopo? Per dimostrare che
cosa? 

Prendo la metro, qui viene il bello. Prendo la metro, dopo aver scaldato con le
mani il telefono, perché la batteria patisce il freddo e non avete idea di
quanto sia lungo il viaggio senza uno schermo da guardare. Che cazzo di pensieri faccio? Inserisco il jack
delle cuffie, infilo gli auricolari e apro Netflix. 
Lorenzo mi ha consigliato
di iniziare Black Mirror ed i consigli di Lollo sono oro colato. Quanto mai,
maledetto. 
Sto mettendo in discussione la filiazione, me stessa, chiunque mi si
sieda accanto, ad ogni puntata. Download, Black Mirror, Episodio, rotellina,
telefono spento.
Mi ritrovo a guardare questo schermo, nero, quasi persa, spaventata. Mancano
ancora 16 fermate. Alzo gli occhi e cerco sostegno, l’ho quasi trovato in un
uomo girato di profilo, non ha il telefono in mano, sono carica di parole dopo
questa giornata, adesso inizio una di quelle conversazioni che gli farà perdere
la sua stazione, mi avvicino… aveva l’auricolare. 
La ragazza di fronte chiama
un’amica, non prende, ci rimane molto male. Non c’è nessuno nel mio raggio
visivo che non abbia il telefono in mano. 
Mi rimbomba nelle orecchie la voce di
Jude che tagliando la mela dice “il black mirror è questo, sono gli schermi dei
nostri telefoni…”. 
Vorrei gridare. 
Vi prego parliamo di qualcosa, non c’è un artista di
strada? Un mendicante? Il conducente da distrarre? Nessuno? 
Non c’è nulla di più alienante di questa metropolitana, di sapere già che le
porte si apriranno a destra, che se devo scendere in università mi conviene
stare a ¾, se devo andare a Garibaldi, in fondo o all’inizio, se devo tornare a
casa in mezzo. Non c’è nulla di più terrificante delle teste chine su questi
telefoni, mentre questo bambino peruviano gioca a chi riesce ad alzare di più
le gambe senza tenersi, con la sorella, sotto gli occhi sorridenti della mamma,
alla mia sinistra. Nessun altro che lo stia ammirando, che si stia perdendo nei suoi dentini storti come quelli di Gianni alle elementari.

Per favore, scegliamo un tema, un argomento di discussione giornaliero,
appaltatemi la gestione della felicità sulla metropolitana, qualcuno mi aiuti a
lanciare una start up. Datemi delle caramelle da regalare, insegnatemi a
suonare la chitarra, apriamo un vagone solo per gli uomini che vogliono parlare
di calcio, uno per la moda, uno con la musica dance anni ’80, facciamo qualcosa. Dov’è finito l’uomo di quella sera con l’orso gigante? Dove sono i ragazzi che urlano e saltano con me? 
Voglio fare amicizia, vi prego,
non deviate lo sguardo, tenete su quegli occhi, siamo solo umani e lamiere,
guardiamoci in faccia. 
Chi ce lo restituisce il tempo che perdiamo in metropolitana? 
Potrei impazzire. 
Toglietele questo odore di sacchetto di plastica. Fatela profumare da qualche merda di P&G, votiamo il profumo della settimana, aiutatemi. 
Aprite i finestrini. Disegnatemi il mondo qui, fatela a 100
metri da terra questa merda di tube, fate in modo che esca ogni tanto, che dopo
Cocheras ci sia il sole, che si veda Siviglia dall’alto, che non ci siano
fabbriche a Ponale, ma il parco della Pablo de Olavide. Datemi un napoletano che inizi a provolare, i mosaici di Toledo, le piastrelline bianche luminose di Parigi, di Lisbona, aprite le porte ai writer, muovetevi però. 
Ho bisogno di respirare.

La pentola a pressione fischia, vaffanculo all’orzo.

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Sembrava impossibile ed invece è spettacolare, ancora.

Vado a spulciare tra le bozze, nei post non pubblicati esattamente un anno fa, il cuore va per conto suo e la testa ha voglia di sbattersi da sola contro il muro. Lo sapevo, ne avevo una dannata consapevolezza ed è andata, è andata ed esattamente come avevo predetto, temuto, esorcizzato.
Un anno è passato e tutto quello che è successo a Siviglia è solo un lontano ricordo.
La situazione è un po’ questa… tra lavoro e studio ho smesso di santificare i giorni, mi sono messa da sola una taglia sulla testa, una scadenza, un obiettivo inutile, ma sono troppo testarda per tirarmi indietro.
La situazione è questa, non so dire di no e mi comprometto, mi sovraccarico, mi riempio fino all’orlo.
Ho perso un aereo.
Ho preso un aereo quando dovevo tornare a Siviglia ed è stato emblematico, una scossa, un avvertimento: “hey wonder woman, datti una calmata, non puoi continuare così, impara a rinunciare”.
Eppure non ci sono riuscita, ho accettato un lavoretto del cazzo, l’ennesimo, per mettere da parte un po’ di soldi, per non disturbare, per non chiedere, per camminare a testa alta.
Perché la mia mano si alza da sola quando c’è qualcosa da fare?
Perché sono così dannatamente intraprendente?
Ma soprattutto, per quale cazzo di motivo non riesco a smettere?

Nel negozio in cui lavoro vendiamo addobbi natalizi, è una fiera di colori, luci, fragilità e dinamiche famigliari. Passo dal ritenermi una persona fortunatissima ad incantarmi sui brillantini negli occhi dei genitori dei bimbi. Mi lascio trasportare dalle mamme premurose e dai papà che le guardano innamorati, mi lascio spaventare dal rigore e dalla freddezza di altre coppie, non me ne lascio scivolare nessuna addosso, le prendo tutte di petto, di cuore. Non sono fatta per fare la commessa: spavento i clienti. Osservo come una dannata e quando arrivano so già cosa cercano, in che lingua parlargli, come si chiama il cane, il gatto, il topo e pure l’elefante. Non sono fatta per fare la commessa in un negozio natalizio perché mi manca tanto un Natale come si deve e ancor peggio non so quanto tempo dovrò aspettare per inventarmelo io.
Ma poi ci ripenso, penso a tutto questo consumismo, a queste scuse inventate da grandi markettari per far spendere soldi alla gente, per farla star male, per inculcargli in testa un’idea perfetta di cos’è la famiglia, la felicità, il benessere… e allora vaffanculo. Il valore è un’altra cosa.
E allora vaffanculo, è bello così, senza albero, ma con due coinquilini che riscaldano casa a suon di risate.
E’ bello così, con un cappellino rosso luminoso in testa a Clara, che mostra qualche insicurezza sull’abbigliamento, ma sai, chissenefrega di quello che indossi.
E’ bello così, dopo 8 ore in negozio, senza finestre, scoprire che c’era il sole ed un tramonto è lì pronto ad aspettarti.
E’ bello così, che Siviglia sia un ricordo, il più bello di tutti, ma che i legami che ha creato non lo siano e non lo saranno mai.
E’ bello avere Luca in sezione, poter andare a pranzo con Antonio, a colazione con Franci, perché Milano ha tenuto insieme un po’ di pezzi. 
E’ bello anche vedere le foto di Gabri, Angelo, Stefi, con la corona d’alloro in testa, piangere perché non sei lì al loro fianco, ma averci rinunciato per una serata un po’ speciale, per i nostri Erasmus, per scontare il mio debito.
E’ bello perché tra tutte le persone con cui Alba avrebbe potuto scegliere di scattare quella polaroid, ha voluto me.
E’ bello anche quando fa male, quando torni a casa e c’è una coccarda sulla porta, è bello anche quando le lacrime rigano il viso, davanti ad un uomo rotto dal dolore che dimostra tutto il suo amore con un “stavo pensando che.. adesso come potrò vivere senza di lei?” è bello continuare a crederci, la speranza è bella.
E allora rileggere queste parole fa un po’ meno male, un po’ più sorridere e dà la carica giusta.


Cuaderno del caos dia 1


La situazione è un po’ questa…
Ho iniziato con le playlist natalizie, il livello di felicità sta toccando vette mai raggiunte prima d’ora, la bilancia piange, i miei capelli diventeranno verdi, il mio spagnolo è migliorato alla grande e non sono più in grado di trovare differenze tra una persona di colore ed una mozzarella, tra un francese ed un portoghese, tra un cinese ed un russo. Non vedo più i confini tra gli stati, se non quelli disegnati sulla carta. Non c’è nessun posto che non abbia voglia di vedere, di scoprire, di assaggiare. La faccia da culo è aumentata esponenzialmente a furia di pensare “ma tanto questo chi lo rivede più?” ed il coraggio e la voglia di fare di pari passo.
La situazione è un po’ questa, all’alba di dicembre, dopo 3 mesi in questa città magica: la paura.
Sono partita con mille certezze: vado, cerco casa con spagnoli, faccio gli esami che devo fare, studio, imparo lo spagnolo, torno a casa, mi laureo, inizio la specialistica, cerco lavoro, inizio a scalare quella montagna chiamata carriera e poi il resto si vedrà.
Ed invece…
La casa l’ho trovata, con 3 spagnoli, uno più matto dell’altro, gli esami li faccio per me ed anche per i miei compagni di corso, studio il giusto e sto imparando lo spagnolo.
Ma il resto?
Non so quando tornerò a casa, definitivamente intendo, l’idea di tornare a casa mi fa lo stesso effetto dei krumiri: posso sentirne l’odore tutti i giorni ed impazzire, ma poi ne mangio solo 2 alla volta. Sarà bello tornare, a dicembre, il Natale, il freddo, Casale, la montagna, le persone che amo… ma sarà strano. Ora ho un altro posto che chiamo “casa”, un nuovo posto di cui sento la nostalgia quando viaggio, nuovi amici, nuove abitudini, nuove cassiere del supermercato, nuovi fratellini, nuovi vicini.
E poi? Che io mi fermi qui 1 anno o 6 mesi, il prossimo anno di Sevilla e di questa spettacolare esperienza rimarrà solo un ricordo. Ci sarà un nuovo gruppo di ragazzi erasmus, che inizierà quest’avventura, come l’abbiamo iniziata noi: pieni di punti interrogativi e la concluderà allo stesso modo: con altrettanti punti di domanda, ma una miriade di amicizie sparse per il globo, una moltitudine di persone che quando sentiranno il nome “Spagna” alzeranno le orecchie e al suono di “Sevilla” si bagneranno gli occhi d’emozione.
Ho paura.
Ho paura di questo momento. Ho paura perché sono dannatamente felice, ogni giorno, senza esclusione di colpi e non posso immaginare che questo entusiasmo si spenga.
Poi però mi ricordo che forse sono io, che è la mia persona, che sono l’entusiasmo fatto a persona e non importa il luogo, serve solo il solito sorriso.
Non posso scrivere oggi, ho troppo caos in testa.
Sono felice, super felice, consapevole della mia felicità, della mia fortuna e voglio che duri il più a lungo possibile, nonostante sappia che finirà.
Come finisce la vita.
Verremo sostituiti, le nostre camere andranno ad altri, il nostro posto sulla metro, il nostro biglietto per il marocco, il nostro buddy… 
che cazzo di dimensione è questa?


La situazione è un po’ questa… 
Milano non è Siviglia, la mia vita non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella di un anno fa ed io non sono più in Erasmus. Ma… mi ricordo che sono io, che è la mia persona, che sono l’entusiasmo fatto a persona e non importa il luogo, serve solo il solito sorriso.

La sera, per cenare, ci aspettiamo a vicenda. Io ed i miei coinquilini intendo. Sì, lo so, avevo parlato di una sola, infatti rimane sempre lei, ma abbiamo adottato per un mesetto un senzatetto: Alessandro. Che poi non ho nemmeno parlato a dovere di Jessica. Jessica ha i capelli corti, neri e riccissimi, ma da qualche giorno se li piastra, le stanno ancora meglio, sembra più grande, anche troppo. Ha sempre il sorriso sul viso e quando si affievolisce non se lo concede, si nasconde nel cuscino finché non torna a risplendere. Jeje è stata un regalo del destino, subito dopo che si è preso la mia macchina, mi ha portato una macchina di coinquilina, una sorella. Je è una forza della natura, ci assomigliamo dannatamente, nel bene e nel male e ci siamo volute bene dal primo giorno. Non dimenticherò mai il suo sorrisone colorato come i palloncini che ancora ingombrano la sala, dal giorno del suo compleanno.
Alessandro, l’homeless, è la bontà fatta a persona, uno di quegli elementi che non si arrabbiano mai. Sì, quei tipi che ti fanno irritare fino al punto in cui non gli scoppi a ridere in faccia perché ti stai lamentando davvero dell’aria fritta e la sua calma ne è la riprova. Perché in fondo che motivo c’è per perdere anche solo un secondo della propria vita discutendo?
Ale dorme poco, fino a ieri si sacrificava su un materasso gonfiabile, lavora tanto e non perde mai un’occasione per tirare fuori la sua splendida terronaggine che si manifesta sotto forma d’iniziative culinarie, generosità, educazione smisurata, terminologie discutibili, convinzioni linguistiche che non stanno né  in cielo né in terra, attenzione al prossimo e testa dura. Da ieri sera è andato a dormire nella sua nuova casa, esattamente due piani sopra le nostre teste, ma con foce flebile ha confessato “mi dispiace lasciare questa casa”. Ipocrita. La porta è sempre aperta e lo sai benissimo.
La sera, per cenare, ci aspettiamo a vicenda e anche se il frigo è sempre dannatamente vuoto, casa è sempre incredibilmente viva.
E poi c’è ESN, gli Erasmus, le discussioni inutili, le regole infrante, le fermate della lilla, il cielo rosa dietro a San Siro quando torno a casa alle 4, le luci di Natale in galleria, la vicina pugliese, il nuovo bando Erasmus, l’Argentina, la casa a Genova, il mare, gli amici di sempre, le conferme, i loro traguardi, le loro partenze, le mie, Amsterdam, Barcellona, i miei obiettivi…
Sono anche tornata a Siviglia, con un altro aereo un po’ più caro di quello che ho perso, la valigia mezza vuota ed una paura fottuta. E indovinate un po’? E’ stato bellissimo, di nuovo, da mangiarsi le mani fino ai polsi, da santificare, ancora.

La situazione è un po’ questa… 
Milano non è Siviglia, la mia vita non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella di un anno fa ed io non sono più in Erasmus. Nuovamente si avvicina Natale, tornerò a Casale, il profumo dei krumiri, mamma quest’anno ha perfino fatto l’albero, mi aspettano svariati cenoni, il capodanno è ancora da definirsi, le cene dell’epifania sono già fissate invece, come i turni in negozio, ma… 
Vi dirò: non è poi così male continuare a respirare, a sorridere, a vivere.

P.s. Se martedì non prendo 30 mi uccido.

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