Con la M di Milano

Nessuna foto avrebbe reso giustizia al cielo di Milano, questa sera.

Mi sono dimenticata di caricare il telefono, non ho nemmeno la musica da infilare nelle orecchie, posso così assaporare ogni metro percorso, insieme al mio piccolo scooter. Il rosa si dirada sopra al quartier generale della Pirelli, il viola rimane dietro la collinetta dei ciliegi. Respiro tutto: dal calore delle marmitte, al profumo delle panettiere, al sole che tramonta e riesce ancora ad illuminare la pelle, dai cambi di temperatura tra un semaforo e l’altro, al vento tra i capelli sulla sopraelevata.

Mi fermo e penso che tutto è iniziato con i tramonti, tutto. 
La Milano invernale non lasciava spazio a questi colori, ma da quando sono usciti allo scoperto è entrata anche in me e da lì è stata una grande discesa, fin troppo semplice. 
Milano non è facile, non può essere un amore a prima vista. Non è a misura d’uomo come Torino, come Siviglia, non è a pianta romana come la maggior parte delle città europee a cui siamo abituati. Milano è un lavoro, è un’onere ed un onore. Sa farsi amare, ma bisogna avere pazienza, bisogna essere tenaci, credere in lei, aspettarla come si aspetta che i fiori sboccino in primavera, per vederla nascere e rinasce. Per farla propria.
Ed ecco che, contro ogni pronostico, la chiamo “casa”.

In questa serata, in questa settimana un po’ malinconica, dopo 5 giorni splendidi passati al mare, tornare e segregarsi in biblioteca è stato impattante. Fare chiusura giusto in università, uscire alle 21.30 ed essere travolta da tutte queste sfumature, gustarsele, arrivare fino a San Siro, con il sole dietro allo stadio, il Meazza illuminato a giorno, i paninari, i primi concerti estivi, gli uccellini che cinguettano, una leggerissima brezza estiva che sembra quasi aria… mi ha ricaricata.

Entro in casa con il sorriso, non ho nulla di cui potermi lamentare: la vita è bella, oggi ancor di più.

Buonanotte.

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Only the sky is the fucking limit. Goodbye M.

Finisce qui. Finisce così.
Non so perché senta questo bisogno incessante di suggellare momenti di questo
tipo, non so perché non sia cinica e acida 24/7 e mi lasci andare anche a
questo tipo di sensibilità.
Aspetto che la Poli sia girata, raccatto le cose e lascio
che questa porta antipanico Cisa si chiuda dietro di me. Spingo me stessa,
insieme alla sua maniglia rossa, lasciandomi dietro un anno di vita.
Finisce qui, finisce così il mio primo anno di magistrale,
il mio primo anno di lezione in Bicocca, il mio anno di domicilio a Milano.
Lascio in quell’aula 29 dell’U6 un pezzetto di cuore, tutto il resto l’avevo
già lasciato, mezz’ora prima, nella 26, insieme a Lucia ed al suo seminario
pieno di entusiasmo e di coraggio.
Simo dice di non piangere, che sto solo diventando grande,
ma io non so fare altro che disubbidire e corro sulla collina dei ciliegi ad
irrigare il prato con le mie lacrimucce.
È stata una scelta sofferta, ad esclusione, che mi ha
stressata tanto. Ho sognato Milano per anni, ma dopo Siviglia non la credevo
più conforme alle mie esigenze, non la volevo più. Invece, per assaggiare un
po’ di quello che, forse, vorrò essere, era l’unica possibilità congeniale.
Si è fatta odiare, insultare, ammirare ed amare. Sullo
sfondo c’è sempre stata l’università, una nuova università, diversa, rosso
mattone, con le aule in verticale, con troppi compagni di corso, con gli
edifici dislocati su una superficie immensa, in una zona del cavolo.
Finisce qui, finisce così. In una giornata di sole, dopo una
lezione originale che ci ha commosso, spronato, invogliato a credere in noi
stessi, a superare i nostri confini, a salire i gradini della nostra scala. Ed
è quello che ho deciso di fare, è il motivo per cui sono venuta in questa
Milano: per cavalcare la mia onda, per la vista dal gradino più alto, per
lanciarmi dal trampolino. Mi lancio tra 1 mese e mezzo, con un volo di 16 ore
diretto a Buenos Aires che ho sognato, desiderato, scelto con tutta me stessa.
L’ho fatto pensando che il tragitto non sarebbe stato così emozionante, che non
mi avrebbe portata fino a questa collinetta a pensare a tutto quello che,
ancora una volta, egoisticamente o coraggiosamente, lascerò qui.

“The sky is the limit. Per quello che siamo dobbiamo ringraziare Dio, ma quello
che diventeremo sarà tutta farina del nostro sacco. Cadremo, basterà
ammetterlo. Sbaglieremo e ci rialzeremo. La fiducia è come l’amore, dev’essere
reciproca per funzionare. Dobbiamo imparare ad ascoltare, prima ancora di pensare
a cosa dire. Senò perché ci avrebbero fatti con due orecchie ed una sola
bocca?”

Finisce qui, finisce così, anche se mancano ancora troppi
esami, finisce comunque. Niente più risata di Cecilia, niente più rossore e
proposte di Chiara, niente più ticchettio di unghie di Marta sulla tastiera.
Fine degli interventi di Vinz, del total black di Carlo, basta sguardi d’intesa
con Vale, basta shekerate con Ale. Non ho creato molti legami in classe, ho
conosciuto tutti, mi sono fatta conoscere da tutti, ma ho approfondito davvero
pochi rapporti, ne ho consolidati alcuni, ma il mio cuore è andato subito al
-1, vicino alle macchinette, in quel locus puzzolentus che è l’ufficio di ESN.
Non so quantificare se mi mancheranno di più le persone, la routine, il nervoso
o la gratitudine negli occhi degli Erasmus, non riesco a misurare. So per
esperienza che ogni scelta è un maledetto trade off, che per fare qualsiasi
cosa devi rinunciare almeno ad un’altra. Sono qui a scrivere e non sono all’EN
e mi si stringe il cuore, per un’idiozia. Sono qui a piagnucolare e non sono in
Feltrinelli a studiare. Andro a fare merenda con Baboz e continuerò a non
studiare. Insomma, ho scelto l’Argentina ed il peso si è sentito subito, non
solo sulle mie spalle, ma anche su quelle di chi mi si avvicinava, di chi mi
era già accanto, un pochino, non troppo, non sia mai che ci si scotti e poi
come si fa con tutta quell’acqua in mezzo?
È arrivata la primavera, Milano è sbocciata ed io con lei,
ho accorciato i pantaloni ed aperto il cuore. Ho respirato il suo smog ed
assaggiato i suoi parchi. Ho corso in moto, ho corso a piedi, mi sono lasciata
travolgere. Ho spiato i suoi cortili, assaggiato l’asfalto, collezionato
biglietti da visita.
Ho chiuso gli occhi, nei sedili posteriori, lasciandomi investire
dall’aria fresca della sera, dalle voci di Je e Ale che cantano, in uno dei
nostri tipici e banali giretti. Ho chiuso gli occhi e li ho immaginati in
un’altra casa, con altri coinquilini, nuove abitudini, nuovi posti in cui
correre, nuovi supermercati in cui fare la spesa. E ne ho già sentito la
mancanza. Ho chiuso gli occhi per tenere dentro tutta la gioia, per non
lasciarla scappare, per fermarla qui ad aspettarmi.
Finisce qui, finisce così, anche se manca ancora un mesetto,
anche se nel 2018 tornerò, anche se questa università deve ancora vedermi con
la corona d’alloro, anche se forse è solo l’inizio.
Me lo sono chiesta, se fosse giusto fermarmi. Mi sono detta
che non era ancora ora, che me ne sarei potuta pentire poi, che se non l’avessi
fatto ora, non avrei mai più avuto la possibilità. Magari sì, ma non con questa
serenità, non con quest’età, non con questa leggerezza.
Oggi non mi sento leggera e non sono sicura di sentirmi
leggera tra un mese e mezzo.
Arabella andrà al liceo, Fiorelisa cambierà colore di
capelli, inaugureremo la casa di Genova, ci sarà un nuovo board, arriveranno
nuovi Erasmus, due nuove welcome weeks, 4 PN, 1 AGM in Costa Brava, 1 altro EN…
Ed io dove sarò? A Machu Pichu? Sui ghiacciai della Patagonia? Al Carnevale di
Rio? A festeggiare i morti in Messico?
Sì, sicuramente sono egoista, ma non leggera, questo no.
Mi mancherete.
Mi mancherà la buonanotte di Je, nel dormiveglia, Alessandro
che passa a salutarci prima di andare a lavoro, gli uccellini di San Siro che
mi svegliano, il latte dell’Esselunga che riempie il frigo, il “buongiorno”
sorridente del Gianni, la pedivella del Phantom, la voce metallica della Lilla,
salutare i guardiani senza essere ricambiata, le uscite di Brondoni, la
gratificazione di ESN, le assemblee, tornare a casa distrutta, tutti voi. Mi
mancheranno le cene con le scatolette, le brioches di Panini, i pranzi con
Anto, incontrare Marta per caso in biblioteca, la biblioteca, la Feltrinelli, la terrazza di Corso Como, i tramonti dietro Ponale, sul
ballatoio del 7° piano, dietro l’Arco. Mi mancherà San Siro illuminato a giorno
dalle luci dello stadio. La nebbia. No, forse quella no. Oppure sì. Mi mancherà quest’aria di primavera, i panzarotti, i 23 semafori che mi separano dall’università, le 16 fermate di metro prima di Ponale, le scene da frettolosi impazienti, le battute dai finestrini, voi.
Mi mancherà tornare a Casale qualche weekend sì e qualche no, poter rivedere le
colline ed apprezzarle come mai prima d’ora, te, loro, le ragazze, i krumiri.
Mi mancherà Santa, Genova, per non parlare delle mie principesse, di mamma, di
papà.
Mi mancherà questo momento, quest’aria sporca, questo verde,
cruzerò el charco per riempirmi ancora una volta gli occhi, il cuore, ma con la
consapevolezza che al mio ritorno c’è un posto nel quale non mi dispiacerebbe
crescere, respirare, sbagliare, cadere, innamorarmi… vivere.
Grazie stronza, sei e continuerai ad essere una grande
compagna di giochi, un bel teatro, un palcoscenico con i fiocchi.
Mi mancherai, Milano.
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Più in alto della nostalgia, in vetta, in punta di piedi.

Quanto può essere duro dire addio a qualcosa?
Dopo tutta la giornata con il magone, alla fine ho preso
l’autobus, fa un po’ caldo, poi un po’ freddo, quelle temperature da mezzo di
trasporto che non è più la tua macchina.
Chiudo gli occhi e le sento una ad una, le curve, questi maledetti tornanti sui
quali abbiamo riso, scherzato e vomitato come matte. Ripercorro al contrario,
forse per l’ultima volta, la galleria, quella dove papà ci faceva chiudere gli
occhi, per riaprirli appena arrivate, finalmente nel fiabesco ed innevato mondo
del Cervino. Ho fatto tenere il volante a mamma qualche giorno fa, per
chiuderli ancora, anche se stavo guidando, “incosciente”.
Che fortuna la casa in montagna, che fortuna la casa al
mare, che fortunata che sono, che brava milanese…
A Cervinia ho imparato a sciare, per la prima volta ho infilato quei due pezzi
di plastica sotto ai Moon Boot e mi solo lanciata, avevo 3 anni e non ce n’era
per nessuno, papà e mamma facevano a gara per farmi fare su e giù con il
piattello-racchetta, dal fuxia della plastica sono presto passata agli sci veri
della carica dei 101, un mostro di dolcezza.
A Cervinia mi sono rotta il braccio per la prima volta, ho rotto un’infinità di
pantaloni in sala condominiale, mi sono innamorata di settordici maestri di
sci, ho odiato e amato lo sci club, sono cresciuta.
A Cervinia, tra la sala studio ed il salone, io e Didi, abbiamo racchiuso
segreti d’adolescenza, timori e traguardi, paure e racconti, per anni ed anni,
tra toast, fonduta, crespelle, sciate e compiti. Da Didi ho imparato a
calendarizzare lo studio in terza media e non ho ancora smesso. Ci siamo
arrampicate sui balconi, sui tetti, abbiamo scovato ogni angolo nascosto e
remoto del nostro planet, che non ha più segreti, che sarà sempre nostro.
A Cervinia andavo a sciare da sola quando ancora c’era Rocce Nere, al Cretaz
esistevano solo i piattelli e tutti i ragazzi degli impianti erano miei amici,
ad ogni rotella urlavo e sbraitavo, perché era casa mia. Qui ho brindato con lo
Champagne alla fragola per bambini, non so quanti capodanni, tra la sala carte
ed il proiettore, tra amici, conoscenti e genitori.
Sono responsabile della morte di svariate poltrone del salone, del pacchetto di
cacca, avvolto ed infiocchettato nella carta igienica, che venne regalato a mio
cugino, di overdose da profumo della lavanderia. Confesso. Sono scesa mille
volte in garage con le ciabatte, abbiamo suonato un sacco di campanelli del
planet 2, abbiamo perso un’infinità di palline da calcetto e rotto millanta
racchette da ping pong.
A Cervinia mi sono vestita da tigrotto, da cappuccetto rosso, a carnevale, con
Cecilia-Cenerentola in salone; ho viaggiato sulla carrozza della befana all’epifania,
mi sono lasciata trainare in bob fino a Il Forno, quando ancora era nascosto
sotto la gradinata, indicato solo da una lavagnetta, per prendere il pane, poi dai
puzzoni, a prendere salumi e formaggi, ho comprato da Sabolo le giacche più belle
e ancor prima da Petit Loup. Ogni anno ritrovare il maestro dell’anno precedente
era una botta di culo immensa: da Leone, a Federico, da Giovanni a Marco,
ricordo ogni fissazione e medaglietta guadagnata e vinta, festa grande alla
fiaccolata, bravi tutti, attenti ai fuochi, auguri, bon anno.
Sono un piccolo buddah cicciottello nelle foto sul balcone, con Vittoria ed
Aurelio in cameretta, con i loro cagnolini in giro per casa. Poi sono
cresciuta, il biberon è passato alle mie sorella ed a loro lo scettro dello
sci, la fatica dello sci club, lo stress psicologico dei genitori invasati
degli altri ragazzini, le gare, le sveglie all’alba, i km…
A Cervinia, in quella casetta piccola, marroncina e calda, ho lasciato alcuni
dei migliori ricordi della mia infanzia ed adolescenza e piango oggi tutte
quelle lacrime che non ho mai versato in questi anni, quando finivano le
vacanze. Perché Cervinia non è Santa, perché Didi ha smesso di salire, Aurelio
e Vittoria hanno iniziato l’università negli States, i bambini che comandano in
sala condominiale ormai non so nemmeno più di chi siano figli e Cervinia è più
morta che viva, per quanto provino a risollevarla. Eppure, per me, anche una
settimana intera in casa, non ha eguali. In nessun posto, come a Cervinia, mi
sono dedicata alla mia famiglia.
E sono anni che io e papà non rivendiamo il giornaliero a quelli in fila per fare
il pomeridiano, i bar hanno cambiato gestione, Juri dicono sia finito in
galera, non c’è più la Caterina in portineria, ormai di ski lift non ne è
rimasto nemmeno uno, dal deposito non si può più uscire con gli sci ai piedi,
le porte si chiudono a chiave ed i bimbi non possono vedere il paese trainati
in bob, non c’è più la neve che c’era una volta, non sono più una bambina e
vendiamo casa.
Vendiamo casa e non c’è cifra che potrà mai ripagarmi del
dispiacere che mi riga il viso, perché una casa è un’oggetto, in teoria
effimero, statico, freddo e senza personalità, ma purtroppo, dentro,
c’infiliamo una vita intera ed un numero considerevole di ricordi che non fanno
altro che scaldarla, riempirla, appesantirla… e non basteranno tutti gli
scatoloni che mamma ha portato giù in questi mesi a riempire il vuoto che si è
stanziato stamattina tra lo stomaco e la gola, quando dopo essermi svegliata,
ho dovuto smembrare il letto e chiuderlo con forza nel baule. Sbam. La realtà.
Ho 21 anni, ho vissuto in 7 città diverse, ho cambiato 10 case, ho viaggiato
tanto, in Europa, fuori, ma ho sempre avuto due punti fermi: Santa e Cervinia.
Oggi uno dei due viene meno, cade e non mi sento più così fortunata. E non mi
sento più punto.
Bisogna essere freddi, a volte, fare i conti, rendersi
conto, prendere coscienza… eppure, oggi, lasciando alle spalle il Cervino
all’imbrunire, con tutta la valle all’ombra e lui padrone, ancora illuminato,
non riesco a non piangere, a non sentirmi ancora bambina, a non tirare su con
il naso, non posso fare altro che ammettere che pochi posti sono belli come il
Breuil e che sono comunque, indubbiamente, infinitamente, fortunata.
Godete, spremete, sfruttate, rispettate, amate, celebrate tutto ciò che avete,
dal materiale all’immateriale, dalle cose alle persone, dai luoghi ai rituali,
dalle tradizioni alle novità, perché quando verrà a mancare sarà dannatamente
troppo tardi.
Ad maiora.

Mi mancherai per sempre, montagna.
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Mi diario, week 1 – Istruzioni per l’illuso

Domenica 16 ottobre
Cara Milano,
ti scrivo dal lettino di casa mia, che presto non sarà più solo mia, ma di fronte a me ci sarà qualcun altro, un altro corpo, un’altra storia, altri orari, altre abitudini, altri profumi, altri sorrisi.
Era carina questa casa, pensare, dopo 3 anni di convivenze, di provare a viverti da sola, con un posto sicuro in cui rifugiarmi, ma… sono influenzata da Aristotele e mi sento troppo zoon politikon per continuare a cenare in solitudine.
Stamattina è venuta una ragazza dolcissima, con i capelli corti e ricci, si chiama Jessica, forse sarà lei la mia scelta. E’ romana di Roma, sorridente e un po’ sfigata come me, dopo 12 ore a Milano le hanno già rotto il finestrino della macchina, ma soprattutto, è tornata da un paio di mesi da un Erasmus in Spagna. Serve aggiungere altro? Chissà se lei sceglierà me invece.
Domani ho altri 4 appuntamenti, nemmeno ai casting di XFactor il telefono squilla come il mio oggi.
Erasmus.
E’ passata una settimana, la mia prima settimana di lezione, il tuo cielo non è stato per nulla clemente, il mio raffreddore nemmeno. Sarà che non mi sono fermata un attimo, sarà che sono salita sulla giostra, sarà che quando mi fermo ti tradisco e penso a Lei, sarà che mi vai bene, adesso, solo perché tamponi la mancanza, colmi qualche vuoto, ma non ti offendere se ogni giorno penso, sempre più, che non sarai mai alla sua altezza.
Ma davvero esistono persone che a vent’anni permettono alla loro mamma di cercargli casa? Ma dov’è il progresso di cui tutti parlano? L’indipendenza? Il diritto di veto?
Erasmus.
Parlo inglese. Anche io mi stupisco, le ragazze cercano di dissuadermi dalla mia idea che non lo sappia “non è che se sai lo spagnolo come l’italiano, allora significa che l’inglese non lo parli”, non importa, oggi mi sono ritrovata a Como, in una qualsiasi domenica di ottobre, stranamente soleggiata. Ero con 2 portoghesi, 2 polacche, 1 belga, 3 spagnole, 1 altro spagnolo, 1 tedesco e 11 menu in italiano. Anche i camerieri erano tentati di chiedermi qualche informazione sul menu del loro ristorante. E’ stato fantastico.
Di questo ti ringrazio, Milano. Non ho la men che minima intenzione di lanciarmi nella tua mondanità, di spendere e spandere, resterò ad ammirarti come una umile Erasmus con gli occhi sgranati. Ammaliami, non farmi male.
Domani inizia una nuova settimana, ho qualche lavoretto da sbrigare, una coinquilina da trovare, una frontiera da attraversare per andare a gridare per la mia squadretta, una Lione da ritrovare.
Questa settimana ho lasciato un pezzetto di cuore sulla mano di quella signora sulla rossa*, un altro sull’anellino dorato che aveva nell’orecchio un’artista di strada che sono riuscita a mettere in imbarazzo, uno un po’ più grande su un vinile di Let it be ed i 20 euro che mi sono tenuta nel portafogli. Spero che la prossima Ale sia ancora dei nostri, o lo sia ufficialmente, mi mancherebbe.
Ah, quasi dimenticavo, le congiunzioni astrali mi hanno dato un padrino clemente, ancora una volta ho dato riprova a me stessa che non c’è Milano, ESN o regola che tenga: non rinuncerò mai a chi sono per niente e per nessuno. E fortunatamente per me sono una discretissima presa bene a cui fa schifo l’alcol, scambiare saliva con sconosciuti, regalarsi, sprecarsi, ma questa è un’altra storia, di una vita da eretica.
La scalata continua.
Nuovo giro, nuova corsa.
Buona settimana carissima, continuerò a fotografarti come fosse la prima volta ed a prendere tutto il buono, tutto il meglio, di te e di chi hai accolto a braccia aperte.
*Questo concentrato di umanità, in metro, non mi aiuta minimamente.

C’è un’anziana signora ogni giorno a Cadorna, ha i pantaloni neri con una righetta bianca, una cuffietta grigia sul capo, un giaccone poco femminile che l’avvolge. Il viso chiaro e scavato dall’età, le mani secche, accompagnate dall’artrosi, mi ricordano quelle di nonna. È magra, molto magra e con i piedi a perno muove praticamente solo braccia e labbra, dalle labbra la voce esce flebile, si nasconde sotto ai rumori metallici della metro, passa in secondo piano.
C’è un’anziana signora ogni giorno a Cadorna, l’ho vista per la prima volta scendendo le scale, era lì, di fronte alla colonna, impossibile non vederla, facile non guardarla. In tutto il marasma che animava la rossa, oggi che anche la lilla ha fatto cilecca, la sua calma mi ha rapita, ho perso la metro, mi sono fatta coraggio e ho trovato le sue mani. Lisce e calde, mani di nonna. Hanno preso la mia, senza bramosia, hanno lasciato che vi adagiassi dentro un leggero euro, forse non così tanto leggero.
C’è un’anziana signora ogni giorno in Cadorna, ha le mani da nonna, gli zigomi scavati ed un giaccone che sembra quello che indossava nonna per “scendere un attimo”. Vende rose. O meglio, prova a vendere rose. Anzi, fa finta di vendere rose, perché è talmente immobile rispetto a tutta questa giostra che non sembra nemmeno metterci impegno, non ci crede mica poi tanto il quelle rose, forse non crede più manco nell’umanità. Eppure è qui, silenziosa, si fa sentire da chi sa ascoltare, da chi ha voglia di ascoltare, da chi ci prova.
Dove stiamo correndo?
Dove andremo a finire?
Dimmi anziana signora, perché non gridi? Come fai a sopportare questo rumore, in silenzio?
C’è un’anziana signora a Cadorna, aspetta la metro con me, ha un vestito giallo discutibile e orecchini azzurri pendenti, mastica distratta qualcosa di panetteria, nella mano destra tiene stretta la carta unta, è una signora per bene, si vede, non sorride ne lascia spazio ad emozioni, non vede la sua coetanea, forse si, ma non si lascia trascinare.
Del resto come si fa? Cos’è la carità? Fino a che punto possiamo sentirci caritatevoli? Selezioniamo chi ci fa pena, da chi merita rispetto e carità, con un battito di ciglia, con un “allontanarsi dalla linea gialla”. Quante linee abbiamo disegnato nei nostri cuori? Come si fa a fare in modo che il cuore non si stringa ogni cento metri, qui, a Milano?
È un mondo difficile.

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110 volte grazie

Era il 2013, avevo 17 anni e vivevo ancora con la mia famiglia, dopo mesi d’indecisione, alla fine, scelsi economia. Facendolo decisi di non trasformare la mia passione per la scrittura in un lavoro, all’epoca non sapevo che avrei tranquillamente potuto unire l’utile al dilettevole, che non si possono sopprimere così facilmente le proprie attitudini e che i talenti vanno coltivati, non accantonati. Nella foto del tesserino sembravo un ragazzino pelato, ma avevo la mia matricola, grandi aspettative per gli anni a venire ed un sorriso smagliante. A distanza di tre anni è cambiato tutto, tranne quel sorriso.
Pochi mesi dopo la mia iscrizione divenni maggiorenne, andai a vivere da sola (o meglio, con un pizzaiolo ed un biondino ribelle), cambiai città, iniziai a coltivare nuove amicizie, nuovi amori, a respirare un’aria diversa. Tra lavoro e vacanze, il secondo anno, cambiai appartamento: finii a convivere con una Siculo-Pugliese, un ragazzo siciliano ed uno valdostano, Alessandria era ormai casa mia, la piccionaia il mio parco giochi e la curiosità mi fece prendere una scelta inaspettata: “mamma, l’anno prossimo vado a Siviglia, ho vinto la borsa di studio Erasmus!”. Era già uno spettacolo, ma volevo di più.
Il mio ultimo anno di triennale l’ho vissuto a Siviglia, tra il profumo dell’oceano ed i colori dei tramonti che si riflettevano nel Guadalquivir, ingrassando, nutrendomi di cultura andalusa e storie dal mondo. Sono partita piena di entusiasmo, voglia di conoscere, di scoprire, con alcune aspettative e nessuna certezza, tranne che avrei dovuto imparare lo spagnolo. Sono tornata 10 mesi dopo con il triplo dell’entusiasmo, un C2 di spagnolo, una me più vera, umile e rispettosa, ricca di esperienze ed il mondo in mano.
Oggi di anni ne ho 20 e mi laureo.
Come quando ne avevo 17 non so di preciso farò nella mia vita, ma adesso so cosa non farò, cosa non abbandonerò, chi sono e quanto valgo.
Oggi, finalmente, so che posso unire la scrittura all’economia, al marketing, che non devo rinunciare a nulla e lo so anche grazie a questa tesi. Oggi, finalmente, so che il mondo è un fazzoletto, che le distanze sono relative e si misurano in forza di volontà e prezzi dei voli.
Oggi, finalmente, so che le amicizie vere vivono in eterno, che non hanno tutte lo stesso colore, che non parlano tutte la stessa lingua, che hanno culture e background differenti, ma che hanno bisogno solo di un sorriso per nascere.
Oggi, finalmente, so che il tempo va santificato, che saremmo troppo irrispettosi verso chi ci ha regalato la vita se passassimo anche un solo giorno senza essere felici.
Oggi, finalmente, ho l’occasione di ringraziare chi la vita me l’ha data e mi ha dato anche la possibilità di viverla nel miglior modo possibile: mamma e papà, che una volta erano una cosa sola, oggi sono una lotta continua, ma restano due stelle polari, due punti fermi, due certezze, due ancore.
Oggi, finalmente, ho l’occasione di ringraziare una persona che dal primo giorno in cui sono nata ha creduto in me più che in chiunque altro ed in me ha riposto ogni preferenza, il mio angelo custode, la mia nonna Gianna.
Oggi, finalmente, posso ringraziare le mie sorelle, Fiorelisa ed Arabella, sangue del mio sangue, quel porto sicuro nel quale troveremo sempre riparo, si chiama fratellanza ed ha la forma di una casetta, anzi, di tre.
Oggi, finalmente posso ringraziare i miei nonni che non ci sono più, che hanno lasciato questa terra con un sorriso, solo perché il loro gomitolo colorato era finito, ma che hanno dato il massimo per i loro figli, talmente tanto che l’eco è arrivato fino all’orecchio di noi nipoti e ne facciamo tesoro.
Oggi, finalmente, posso ringraziare tutte quelle persone che ho scelto, che il destino mi ha fatto incontrare e che ho deciso di abbracciare e tenere strette, anche solo per un momento, anche solo per un periodo, di questi tre anni in particolare e che mi hanno insegnato qualcosa, di me, di loro e della vita.
Grazie quindi al Team Piccionaia, un clan insostituibile, in particolare a Lucia, alla sua onestà ed amicizia vera, ad Alice, alla sua testa dura che nasconde benissimo un cuore grande, a Luca, perché è stato la mia famiglia e darebbe la vita per me, a Luza, perché ha saputo apprezzare anche e soprattutto l’ultima me, la più vera. Grazie a Marco, fuori da ogni team universitario, ma dentro ad uno più importante: il nostro, su una lunghezza d’onda tutta packaging e start up.
Grazie a chi ha toccato la mia vita a Siviglia, tutti, in un modo o nell’altro, l’avete cambiata, grazie soprattutto a chi continuerà a farlo. Grazie a Monse, compagna d’avventure e amica vera, dal primo sguardo, a Pedro, un coinquilino diventato fratello, ad Eduardo, che mi ha insegnato che l’amore non ha sesso, a Carlo, che mi ha regalato tutto ciò che c’è oltre la copertina, a Valentina, al suo sorriso sempre connesso con il mio, a Federica, perché è arrivata per restare, a Ilenia, perché mi ricorda ogni giorno quanto faccio bene a credere nell’umanità, a Eugenia, che sa cosa significhi essere lieti, a Francesca, ai nostri viaggi, senza dubbi, a Gabriele, per tutto il cuore che abbiamo lasciato su quel molo, ad Angelo, che mi ha mostrato come sarà il futuro, a Mariana, a Valentina, a Sylvian, a Giovanni, a Ramiro, a Filippo, a Francesco, a Sara, a Roberta, a Dario. E a Giulio, aun que inesperado, che non mi mancherà mai più di quanto sarò felice nel rivederlo, che ha condiviso con me gioie e dolori dell’ultimo mese d’Erasmus e dopo ancora, che ha sopportato tutta l’ansia, l’emozione e l’entusiasmo che ha preceduto e seguirà questa tesi.
Grazie ai Fenomeni, in particolare a Gianna, che è e resterà un fratello, oltre tutte le promesse, oltre tutti, a Lorenzo, alla sua maturità, alla nostra tenacia ed al suo appoggio, alla Puglia.
Grazie alle mie compagne del liceo, a quelle che sono rimaste, a quelle che il tempo ha solo migliorato, senza cambiarle più di tanto, a Francesca, fedele sorella e compagna di tutto, a Elena, alla sua grinta ed alla sua corazza, ormai esplorata, ad Agnese, inguaribile matta, a Beatrice, sempre, dopo tutto, a Filippo, piccolo, grande uomo e amico, a Margherita e Chiara, da quando eravamo mocciose.
Grazie a “Quelli della Valla”, da tutta la vita e per tutta la vita, in particolare a Elena, Lorenzo, Ciotti, Simone, Martina, Stefano e Carlo, amici senza tempo. A Nicola, il mio salvavita. A Mirko, perché se non fosse per quella piattaforma, forse, fino a qui, non ci sarei nemmeno arrivata.
Grazie a Simone, perché non sarei la persona che sono oggi, e questa tesi non sarebbe giustificata, se non avessi condiviso con lui l’ultimo anno del mio liceo, se non fosse stato la mia squadra, se non ci fosse stato Stay O’ Party, la Junior, se non avessi sbagliato.
Grazie a Lorenzo, al mio migliore amico, alle nostre cene, ad un’amicizia infinita e pura. All’Amicizia. A Luigi.
Grazie a Michele, perché c’è sempre stato, anche quando ero a 2000km da casa, costantemente, più di tutti, perché mi ha aspettata, abbracciata e mai lasciata andare.
Grazie a Lucas, perché nel bene e nel male è cresciuto con me. Grazie a Noemy, amica a distanza, ma sempre più vicina di tantissime altre.
Grazie a Beatrice, piccola Dolly e già grande donna.
Grazie ad Alessandria, grazie a Siviglia, grazie a Casale, grazie a Santa Margherita, grazie a Bon Iver, grazie a Bianco.
Grazie a chi ha sempre creduto in me, grazie al mio relatore, Leonardo Falduto, che è tra queste persone, non solo un professore, ma un grande esempio di vita, di professionalità e di umanità.
Grazie a Marco Novarese, punto di riferimento per tutti noi, senza di lui l’università non avrebbe avuto lo stesso sapore.
Grazie a quelle persone che hanno incrociato la loro vita con la mia, solo per qualche ora, ma abbastanza per lasciare un’impronta indelebile nel mio cuore e nel passaporto. Grazie quindi a quel magazzino d’arte in Camden Town, a Faizail. Grazie al buon Fabio, alle vie buie di Tangeri, al Marocco.
Grazie a chi mi ha spalleggiata, a chi mi ha ammirata, incoraggiata e motivata. Grazie a chi ha cercato di umiliarmi, di abbattermi, d’intralciare il mio percorso, di rallentarmi, di demoralizzarmi, grazie perché non ce l’ha fatta e mi ha dato un’occasione in più per dimostrare a me stessa ed a chi invece mi vuole bene, quanto valgo.

Grazie a questi tre anni, sarò lieta e sarò grata nell’avere quello che la vita mi riserverà dopo questa tesi.

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Cuaderno de viaje – Ultimo día – se acabó lo que nunca se acabará

Mi sto asciugando le lacrime nella bandiera quando improvvisamente la pubblicità di Spotify interrompe il pianto… è in italiano e cado. Cado su me stessa, cado su queste voci nuove, cado in questo mondo vecchio.
Ho paura di addormentarmi e di svegliarmi qui, nel letto di casa mia, quel letto che mi ha accompagnata dalle medie, per tutti gli anni del liceo, questo letto che non è più così tanto mio. Ho paura perché significherà che il sogno è davvero finito. E non si torna indietro.
Fermate tutto, dove sono le coperte sbiadite? Dov’è il cuscino stretto e lungo? Dov’è il mio terrazzo? Dove sono le luci fuori dalla mia finestra? Dov’è Pedro? Dov’è Edu? Dov’è Robi? 
Se grido non mi risponde nessuno. 
Ora lo so Gabri, lo so cosa dobbiamo rispondere quando ci chiedono di dove siamo: siamo di dove abbiamo voglia di svegliarci. 
Apro facebook e lo richiudo. Voglio vedere, ma non voglio sapere. C’è chi è partito ancora prima di me che sta riprendendo in mano la vita precedente, feste di bentornato, chi è ancora là, nel limbo, nell’attesa, guardando partire gli altri, soffrendo forse ancora di più di chi è a casa. 
Siviglia è magica, con la pioggia o con il sole, di notte e di giorno, d’estate e d’inverno, però la mia Siviglia siamo noi. Noi tutti. Dai miei migliori amici, alla compagnia, alle persone di contorno, con le quali avresti voluto approfondire, le avevi lì, ad un passo, le hai avute magari per un anno, ma non si può avere tutto, non c’è tempo.
Tempo.
Lo so, chi è partito nel secondo semestre vorrebbe tirarmi un ceffone, io che di tempo ne ho avuto il doppio, ma anche il triplo non sarebbe mai abbastanza. Come si fa a dire addio serenamente a questa classe di felicità?
Non è un addio, è un arrivederci, con le persone, con alcune almeno… però è un addio con questa Siviglia, Sevilla Erasmus 2015/2016. 
La Torre dell’Oro si fermerà lì, a guardare dall’alto altri ragazzi, ad accoglierli, a spiare nuovi amori, a nascondere botellon, ad asciugare lacrime.
Hoyo19, Casino, ma anche Bilindo, Libano, Uthopia, non si muoveranno, continueranno a regalare serate indimenticabili, a far incazzare i fautori del “facciamo qualcos’altro?” “ma un po’ di rock?” “andiamo all’Alameda!” eppure torneranno lì, anche solo un salto, anche solo un’oretta, perché è così: casa è dove c’è chi ti scalda il cuore. E allora tanto vale.
Nemmeno Plaza d España si sposterà, continuerà ad accogliere le visite inaspettate ed illegali di qualche ragazzo coraggioso e folle. Statuaria, immensa, tuffandosi nei loro cuori con leggerezza e lasciandoli sussultare sempre anche solo immaginando quella grandezza, quella vastità, che ci frega, quella fortuna.
E poi la Giralda, la Cattedrale, Plaza Nueva, l’Alfa Alfa, il Parasol, calle Feria, l’Alameda, il parque del Alamillo, Duo Tapas, 100 montaditos, la UPO, il rectorado, l’Alfonso XIII, gli aranci, il ponte di Triana, Calle Rosario Vega, la mia camera…
Tutto resterà immobile, cambieranno i sensi di marcia, cambieranno i piedi che la calpesteranno, mentre lei resterà lì a prostituirsi a tutti, a far godere generazioni di Erasmus con gli occhi a cuoricino.
Non è stato nemmeno poi così emozionante farsi il bidè di nuovo, alla fine mi manca anche lo squat nella doccia.
Sono passati due giorni ormai da quando sono tornata, la voce inizia a spargersi e adesso sono io qui, dall’altra parte, ad aspettare una chiamata su Skype, a stare in disparte, a cercare di non dare fastidio, di non mettere il dito nella piaga.
E’ strano, ovattato, m’immaginavo nella mia bolla e qui sono, seduta sul mio divano, davanti al mio specchio, nella casa dove sono cresciuta, ospite.
In camera mia è pieno di pezzi di altre case, ormai di mio sono rimasti solo i vestiti nell’armadio, nemmeno tutti, perché le valigie ancora non le ho svuotate. Sono tornata e mi sono buttata a capofitto sull’università, studiando fino a tardi, pensando poco, respirando tanto.
E poi arriva lui.
Ore 2.00 di mattina, dopo una serata passata a ricordare, davanti ad una coppa gelato più grande di me, arriva lui in boxer, calzettoni e grembiulino. Un panettiere sconosciuto in quel di Acqui che impasta qualcosa che sembra una pizza. L’odore si sente da fuori, ma non è pizza. E’ odore i pane, di brioches, di panetteria. Mi fermo e chiudo gli occhi. Sì, questo mi è mancato. E’ un momento magico, mi riprendo un pezzo di me, mi lascio inebriare da questo profumo e da tutto ciò che si porta dietro. E’ bello essere a casa.
Avevo programmato di tornare ad inizio giugno, per potermi laureare, ma alla fine avevo lasciato che prevalesse la voglia di vivermi ancora un mese d’Erasmus e nonostante i mille dubbi, non me ne sono mai pentita, era la cosa giusta da fare, ci avrei perso troppo rispetto a quello che avrei guadagnato. Ed invece la vita è imprevedibile e pare che il karma avesse qualche debito con me… 
Davvero posso laurearmi a luglio?
Davvero ho vissuto l’anno più spettacolare della mia vita, torno ed ho ancora la possibilità di laurearmi?
Ma come ho fatto a meritarmi tutto questo?
Un bagno freddo nella realtà, bisogna rimettersi in marcia, esami, tesi, corri Doralice, corri.
Ci ho messo dieci mesi per imparare ad apprezzare chi si piazza in mezzo alle scale mobili ed ora devo riprendere a correre?
Fermi tutti.
Una cosa alla volta.
Tutto andrà bene.
Siviglia mi manca, ogni mattina quando mi sveglio e non vivo in Calle Rosario Vega 4 è un gradino in più verso la realtà ed uno in meno verso il sogno. Forse aveva proprio ragione Mari, alla fine era un sogno e con quell’atterraggio brusco Ryanair ci ha fatte svegliare, di soprassalto, affannate,  con le lacrime agli occhi. Chissà se raccontandolo ci crederanno, dobbiamo assolutamente stampare le foto sennò ci dimentichiamo qualche dettagli, aspetta però… non eravamo soli.
E’ qui il trucco, è qui la magia, è tutta qui la differenza tra un sogno ed una vita.
Non eravamo soli.
E ripenso al receptionist dell’Oasis “Hola, tienes reserva?”, penso a calle San Clemente, a Matteino che mi fa vedere casa sua, come sarebbe andata se avessi vissuto lì? Dopo sarebbe arrivato anche Valerio, che figata! Penso a Nico con la maglietta del pagliaccio, a Fra con il vestito colorato, alla fermata della metro di puerta Jerez, i primi. Penso a quel biglietto giallo con il numero di Pepe, a Cristina che mi fa vedere l’edificio, a Pedro nel salotto, con la chitarra “è questa, è casa mia”. Penso alla prima volta che sono uscita con Pedro, rubando involontariamente lo scotch alla Fnac, con la sua felpina rossa dalle tasche grandi, non capivo nulla di spagnolo eppure c’intendevamo alla perfezione. Penso ai post-it su qualsiasi oggetto della casa, che una volta erano arancioni, mentre adesso sono bianchi. Penso al primo tramonto dalla finestra della mia cucina, dietro a Triana, dolce, sui tetti rossi, dietro le colline di Tomares. Ed il primo giorno alla UPO, Federica e Davide stanchi morti sulla metro, Adrian che m’insegna il verbo essere e la cultura della tostada a 90 centesimi in caffetteria. Chi l’avrebbe mai saputo che in quella caffetteria avrei portato addirittura la mia bandiera da firmare, che ci avremmo fatto colazione tutti i giorni, dopo il corso, che si sarebbe rubata una delle tradizioni più dolci del primo semestre della nostra vita. Penso al mio Buddy, JuanCa, austero a descrivere ESN  a parole, come se le parole bastassero, che ne sapevo, dietro a quella scrivania, che sarebbe diventato una delle pietre miliari di quest’esperienza. Come Lucas, come Roberto, come Simon. Penso a quella prima sera a Torre del Oro, con il vestito nero lungo e le all star, a Federico che arriva solo, incamiciato, con il suo zainetto “no guarda questo è il mio secondo Erasmus, quest’anno starò più calmo, studio e tesi” che ridicolo che sei stato. Penso a quel coglione sorridente che mi presenta Nico, “ti presento un fenomeno” “piacere, Giulio” “Doralice”. Cazzo c’ha da ridere. Chi l’avrebbe mai detto. Penso a quel chitarrista ai piedi della cattedrale, che tanto piaceva a Fede. Penso a Leonardo al supermercato, a cosa sarebbe cambiato se non gli avessi chiesto “sei italiano vero?” e se non mi avesse proposto di cenare con lui, Mattia, Claudia, Simone e Vanessa. Penso al FaceTime con Simone, pezzi di storia. Penso a quella prima cena da Nazca, al mio imprinting con Monse, al pub irlandese in cui siamo andati dopo, secondo piano, scuro, a raccontarci aneddoti strani della nostra vita, c’era anche Laura quella volta. Penso alle cene internazionali, a quando sono diventate una tradizioni, a Julie, a Raissa, Klara, alla prima volta che Leo ha portato Tina “è una mia compagna, non è bellissima?”. E poi Lisbona, Giovanni il muto, la colazione a sorpresa per il compleanno, la gamba dei selfie, la pioggia, Sintra di notte, perdersi nei mercatini dell’usato, conoscere un amico argentino che Leo aveva conosciuto a Bologna, che stava facendo un altro Erasmus a Lisbona, che si chiama Gaston e fa video, come Gaston videomaking di Alessandria, scrivere solo G su Facebook e scoprire che sua nonna italiana è la migliore amica della nonna di Giorgia. Ridere di gusto, per quanto sia piccolo il mondo. 
E quella sera, al tandem, c’era una ragazza riccia, carinissima, con le sue 2 compari, si chiama Eugenia, cazzo se parla già bene, ah beh studia lingue… chi l’avrebbe mai detto che da quei boccoli sarebbe nata un’amicizia così grande. Propongo di andare a mangiare un boccone tutti assieme, è il primo “sì” dei mille che arriveranno da Eugi, anche Lucio ed Antonio si aggregano, le orazioni di Lucio sull’efficienza di Erasmus Club, Antonio ed i suoi piani precisi sull’università. E poi Granada, Lucio in ritardo, la futura miss Erasmus pure, Hannah che mi racconta in che lingua sogna, lei che parla italiano ed inglese madrelingua, quello spettacolo dell’Alhambra, godermela litigando con Lucas, benedetta quella litigata, dalla quale nacque una grande ammirazione reciproca. Belle le persone che non te le mandano a dire. 
E poi c’era la Juve, ad Alessandro era arrivato il pacco con il cibo, lo stesso giorno che a me arrivava una busta con il biglietto della mia Juve, ovviamente settore ospiti. Llorente, non esulta, ci vuole bene. Però non insultateli sti Sivigliani, sono brava gente, “hey, tu sei l’avvocato di Ale?”, perdiamo, ma l’inno del Sevilla mi ha emozionata così tanto che torno a casa con una sciarpa ed una vittoria personale.
Ed in un batter d’occhio arriva mia mamma, Arabella, che spettacolo condurre una vita Erasmus e poter andare a pranzo a casa dalla mamma, sembrava che non mancasse nulla a quel momento. Poi però dall’Italia parlano di un attentato, la tv spagnola non dice ancora niente, ansa.it sì, eccolo. Parigi. Il panico.
Crescere in paese ti mantiene lontano da questa classe di paure, ma quella sera, per la prima volta, sentendo il rumore di fuochi d’artificio, ci siamo affacciati tutti sul balcone ed abbiamo avuto paura.
Penso alla pelle d’oca, davanti al consolato francese, con tutti quei ragazzi che da un momento all’altro iniziano ad intonare l’inno. Non un eterno riposo, non una preghiera, non una canzone qualsiasi, La Marsigliese. “Voiture!”. Julie con gli occhi lucidi ce lo traduce, è una chiamata alle armi, che curioso che unisca così tanto qualcosa che incita all’attacco, che curioso questo patriottismo.
Ma il panico non può avere la meglio e due giorni dopo siamo già su un traghetto in direzione Marocco. E chi ci ferma a noi? La polizia alla frontiera, chi non ha il passaporto torna indietro. Charlie aveva già cambiato foto profilo, aveva già la GoPro al petto. Che fregatura. Chissà se avessi conosciuto Federica quella settimana, come sarebbe andata. Invece ho conosciuto Valentina ed abbiamo fatto subito squadra, mentre insegnava le parolacce a Tristan, mentre dormiva in autobus. Ed anche Alice, Laura, un ragazzo che parla a bassa voce, sorride a mille denti e si sdraia per terra per fotografare il mondo: Giovanni. Se chiudo gli occhi sto ancora cercando la prospettiva migliore per guardare il tramonto su Chefchauen e lì, nel posto scelto da me, ci trovo loro tre, Sylvian, Giovanni e Tristan. Ed è subito feeling. In quel momento magico, in quel luogo unico, solo quattro persone si erano staccate dal gruppo per vedere oltre le piante di quel terrazzo. Vi sembra poco?
Se chiudo gli occhi sento ancora gli sguardi di quelle ragazze, il buon Fabio che mi parla dell’Islam, della gelosia, della paura, dell’ISIS, della realtà, lo sento che mi dice “pazzesco, stai dicendo che devi fare la cacca, non l’ho mai sentito dire da nessuna ragazza qui, mi mancherai”. Ho ancora il mio nome scritto da lui nella taschina del passaporto. Ci sono persone che non si dimenticheranno mai.
E poi si rompe l’autobus, ci facciamo giochi di logica fino a scoppiare di caldo. E poi fotografiamo il tramonto, sul mare, dopo aver comprato facce strane ad Assilah, ci guardiamo nei riflessi dei vetri, perdiamo il traghetto, botellon alla frontiera, siamo tutti ninja.
Monse, andiamo alla ONCE, vediamo senza vedere, annusiamo senza vedere, tocchiamo senza guardare, andiamo in tandem, fidiamoci, impariamo il braille, invece di andare a ballare.
Ripenso alle luci di Natale, a tutte le volte che io e Charlie abbiamo detto che saremmo dovuti uscire prima delle 11 per vederle, alla paura che avevo di vedere quella città ancora più bella di quanto già non fosse. E così è stato. Tra una lucina e l’altra ci siamo buttati anche da un ponte, abbiamo rubato mandarini da un campo, mostrato le nostre abilità con il pattinaggio sul ghiaccio. E poi Valentina. Davanti alla metro di San Bernardo, arriva con il francesino delle parolacce quella biondina alla quale aveva comprato una collana proprio a Chefchauen. Carina sta ragazza. Davvero ci siamo aperte il cuore fino in plaza Nueva? Non ti ho mai chiesto scusa Tristan per avertela rubata per così tanto tempo. Eppure le ho voluto bene fin da subito. Ciao belli, vado a fotografare le lucine di Natale.
Monse, amore mio, vorrei tanto conoscere la tua mamma, però me ne vado a Praga qualche giorno con papà e Fiore, faccio Natale a casa, capodanno a Limone e torno.
Scusate raga, ma riatterrare a Sevilla dopo le vacanze di Natale è stata la sensazione di sollievo più grande della storia: finalmente, di nuovo a casa.
Lanciano le caramelle da dei carri di carnevale? Ma cos’è questo posto? Ah i regali li portano i Re Magi? Beh ha tutta la sua logica.
Cazzo Matti falli restare di più sti ragazzi, questa Puglia ci piace da matti e non si fanno nemmeno una serata. Ok, ci vediamo quest’estate.
Alessandria in finale di coppa Italia, salto sui soffitti.
Angelo, i gradini del Casa Blanca, cosa sarebbe cambiato? Un altro incrocio che dovrà aspettare.
Paolo, il nuovo ragazzo che vivrà in casa di Matti, con Gianluca e Valerio, dice che gli amici del primo semestre ce li dimenticheremo, perché i rapporti del secondo saranno quelli più veri, a lui è andata così a Granada. Non ci voglio credere.
Carnevale? Ci prendiamo tutti seriamente, io, Doro, Vale e Andy a sfoggiare la nostra varicella per tutta Cadiz. Io e Vale su quel muretto, a guardare l’oceano, a raccontarci la vita, a prometterci di non smettere.
Ed è già tempo di despedidas. 
Vale, Doro, Levies, solo adesso conosco davvero Maurizio e Gianfranco? Ma cos’è sta fregatura? E già ve ne andate? E dovrò tornare a casa sconsolata con Fede, parlando di Genni e di quello che non c’è più? No dai, fermatevi anche voi. La Juve deve ancora vincere il campionato.
Dario, sei fantastico. Solo uno con i controcazzi si sarebbe infiltrato negli abbracci di una despedida, con la tua classe. Ti sei meritato di vedermi sudare come un maiale in palestra per i prossimi 4 mesi.
Julie, cara Julie, continuo ancora a ripetere “ma ma ma” con mille intonazioni diverse ogni volta che vedo un cinese. Il nostro tramonto tartarughiano sul Parasol, quel risotto al bar Antojo, l’Abril per una volta è stato pure carino, Plaza d España, io e Monse addormentate su ogni superficie, l’alba. Buon viaggio cucciola, è stato bellissimo.
E bum. Precipito. Precipitiamo in realtà. A 300 km/h, nel vuoto, con un militarino da quattro soldi, che si è fatto un paio di mandati nella legione straniera, un decennio ne La Folgore e ha combattuto in Iraq, in Kenia e chissà in quanti altre guerre. Mi metto quest’uomo a mò di zainetto e mi lancio tranquillissima tra le nuvole. Il paracadute si apre, è andata bene, benissimo, voliamo. E Monse è lì, anche lei, voliamo assieme, come abbiamo fatto tutti questi mesi.
Auguri Monse! Non ci lasceremo prendere dalla tristezza, non c’è storia, adesso ce ne andiamo a conoscere chiunque, prima però prenditi sto formaggio fritto, offro io, e tieni un massaggio, ne avremo bisogno. Poi ci siamo risollevate da sole, il massaggio è ancora nella cartellina, scaduto.
Ciao Matti. Lo sai che è un “a prestissimo”, abbiamo già programmato tutto, dobbiamo sfruttarla questa Puglia. L’album è finalmente pronto, mi porto a casa la tua crema e ti lascio su quell’autobus. E’ stato bellissimo.
Pedro, ti prego, andiamo a suonare al fiume. Forse è stato quello l’inizio sai? Con la mia camicia fuxia ed uno stronzo che tirava le bottiglie per terra.
E’ San Valentino e mi regalo Netflix, diventa nostro e Breaking Bad farà compagnia a tutti i nostri pasti, per un mese. Seguito da Narcos, con Monse ed House of Card, ormai sulle mie gambe.
Adesso io e Monse ce ne andiamo a Cordoba, a lasciarci colorare dai riflessi delle vetrate di quella Mezquita. Uno di quei posti che assaporai fino all’ultimo arco, nel dubbio di non rivederlo mai più, senza sapere che qualche mese dopo Tommaso avrebbe avuto una macchina ed io altri 8 euro da regalare al comune di Cordoba.
C’è una Gaia che si sdraia a fare una siesta con noi sotto il sole di febbraio, è una ragazza un po’ sulle sue, un po’ dura, ma avrò la fortuna di poter sbirciare sotto quel guscio e trovarci un cuore grande.
Torniamo di corsa, c’è il compleanno di Edu. C’è il vicino incazzato nero, 50 persone in casa, un concerto in camera di Victor, Monse ubriaca, io con un pigiama da unicorno, da Mc Donald, alle 5 di mattina. 
Il giorno dopo era già resaca & pic nic time al fiume. Hola familia, è il 29 di febbraio e siamo in canottiera al fiume, a mangiare, cantare e chi più ne ha più ne metta.
Ciao Darin, ci vediamo alla feria, non tornare tedesca mai.
1 marzo, inizio del mio tirocinio. Quintas Energy, plaza nueva, è il giorno in cui inizia una tradizione fatta di piccoli gesti, rallegrata dall’omino dei giornali in puerta Jerez, da Margaret davanti al bar Genova, dalla colazione delle 10.30 da Paco, dal mio capo che è una persona squisita… Il terzo giorno mi stavo già maledicendo. Ma chi me l’ha fatto fare di cercare uno stage, in Erasmus, a Sevilla, il secondo semestre, in un dipartimento di finanza e contabilità? Eppure, l’ultimo giorno piangerò lacrime salatissime uscendo da quel contesto, ma ancora non lo sapevo.
E’ la settimana dell’evento nacional. Sta biondina che dicono mi somigli, a quanto pare, vive sotto casa mia! Roberta. E incrociamo anche Fede, non abbiamo una compagnia, io, Monse, Mattia su FaceTime e c’è un incrocio inconsapevole di quelle strade che torneranno poi ad attraversarsi più tardi.
Una serata pazzesca, trovando due ragazze magiche: Ilenia e Mariana, un nuovo inizio.
Ciao Sylvian, buon viaggio, non c’è niente da aggiungere, ci vediamo a giugno, forse.
E con l’innocenza di un Minions regalo il mio Galaxy S5 e tutte le foto che portava con se, ad uno stronzo di Sevilla Est. Avrai il mio telefono, ma non la mia anima e nemmeno il mio sorriso, Pedro andiamo a fare la denuncia, non ne voglio un altro, svegliami tutte le mattine alle 8.15. E da questo furto senza rimorsi nacque una sveglia, quella dei miei coinquilini che con puntualità e generosità, a turni, si svegliavano per darmi il buongiorno e buttarmi giù dal letto. Grazie familia.
Posso osare andare a Gibilterra con Erasmus Club? Ma davvero nessuno canta in questo autobus? Questa cosa deve cambiare.
Los pollos hermanos. La gioia.
Ed il conto alla rovescia finisce, ed alle 9.00 siamo i primi clienti del Mercadona di Triana, io, Monse e Pedro, sulla cresta dell’onda.
Cenetta a casa di Mariana? Dario, vieni anche tu, vabbè raga sono alla frutta: mi addormento appena tocco il divano ed attorno a me continua una serata tranqui, ma non me ne renderò nemmeno conto. Bene così, è nata una nuova connessione, Dario è dentro.
E via di Semana Santa, anche Fede è dei nostri, portiamo Ile a sconfiggere la timidezza, inebriamoci d’incenso, sbagliamo mille volte strada, corriamo sotto la pioggia per vedere il muso sconsolato di Edu che rientra in chiesa, che bello conoscere la tua famiglia.
Aspetta, è già ora di andare a Ceuta? Quattro giorni a farci coccolare dalla Mari, da Pedro, svegliandoci con il rumore del mare nella testa, ogni mattina. Un pezzo di paradiso. Fernando ti possiamo portare con noi? Grazie.
Raga, torno in Italia solo due giorni, promesso. Le lacrime di gioia di Alice e Lucia sono un toccasana, ma sono già di nuovo a casa.
Cenetta sotto la cattedrale? Trattiamoci bene. Andiamo a fare surf? Un surf che si trasformerà in Malaga, una Malaga che sarà un toccasana, La Vacanza, una Malaga che darà tutto un altro sapore ad una città che non mi era piaciuta per niente e che ora porto stretta nel cuore. Unica, come un Picasso, come ogni gamberetto, come i discorsi con Mariana sulla malagueta, tra una folata di vento ed una botta di culo. Come i consigli di vita del receptionist dell’ostello.
E già profuma a feria, possiamo sfoggiare i nostri abiti di seconda mano, a vivere 24/7 in casa di Charlie, io a dormire 3 ore a notte per poter andare a lavorare ogni mattina. Quanto siamo belle. Che spettacolo è questo mondo? In che secolo siamo? Cavalli, alcol, non fermarsi mai, casette, abiti spettacolari, un po’ di sano classismo. Finalmente ci trucchiamo, finalmente sembriamo di nuovo persone normali e non Erasmus, per un paio di giorni solo, ma siamo splendide.
Com’è splendido quel Gabriele che nonostante si sia seduto a 3 tavoli da dove sono io, continua a parlarmi, sorvolando tutti gli altri, guarda che ci ritroviamo testina, sarò la tua croce.
Com’è splendido anche il monopoly che ha costruito Carlo e giocarci fino alle 6 di mattina… ah sì e vincere.
Mi sembra il caso di andare a vedere una corrida, almeno una volta, per sapere di cosa si parla. Coinvolgente quasi più che allo stadio il clima che si crea tra una canzone e quei fazzoletti bianchi, ma il mondo ha superato i Gladiatori, non c’è più bisogno di questo tipo di divertimento, non serve ucciderlo. Una volta nella vita, basta ed avanza.
E ormai siamo un gruppo, dobbiamo lasciar andare la feria, ma noi restiamo uniti. Ed è questa la spinta gentile che mi tiene in piedi durante la despedida peggiore delle despedidas: quella della mia migliore amica. Non so se ho mai imparato a farne a meno, penso di no, visto che fino all’ultimo giorno, tornando a casa da ogni discoteca, le arrivava una nota vocale, però l’ho superato. Dopo qualche giorno di depressione e pianti, sono andata avanti, senza sostituirla mai, ma non ho perso la nostra gioia. Avremmo vinto noi.
E continuano le cene, i botellon a casa di Mari, le serate anche con il Casa Blanca vuoto, io ed Ile scopriamo la fondazione, una domenica mattina, mentre tutti ancora dormono. 
Salutiamo ripetutamente Hoyo, tra lacrime, vomito e gioie.
E diamo il benvenuto, un altra volta a Manhattan, Casino, Bilindo, Alfonso, Libano… alle gambe scoperte, alle infradito, al sudore, al sole fino alle 10.30, alle cene a mezzanotte, alle spiagge, continuiamo con i pic nic, questo prato sa un po’ di mare.
12 maggio, ti giuro che è la prima volta che vedo la casa di Ale, auguri. Promesso Giu, andiamo a prendere una birra. Tu allergico, io non la bevo. Fantastici a livello esponenziale.
14 maggio, Merida, perché non mi sono innamorata di Sara? Sei fantastica ragazza, cercherò nei ricordi un tuo abbraccio ogni volta che avrò bisogno di forza.
Ma cazzo, Camilla, Madga, Sara, Sonia e Cristina, insieme sono un portento di ragazze, dobbiamo uscire più spesso.
Esco solo un attimo stasera, giuro, sono stanchissima e domani dobbiamo andare in spiaggia presto. Brava Doralice, poi sei tu la croce. Quel molo, Gabri, il passato, il presente, il futuro ed un’affinità della quale non posso fare a meno.
Gio, galeotta fu la ricerca del tuo fidanzato, Emma, Robi, finalmente.
15 maggio, spiaggia, Conil de La Frontera, la prima di una lunga serie, un angolo di terra solo per noi, ma che bello è quest’albergo Emmì? Torniamo su. Robi, stiamo vicine, troviamoci, ma cos’abbiamo fatto fino ad ora? Viviamo ad una rampa di scale l’una dall’altra. Era solo l’inizio.
Arenal, sono scottata come una cretina, ho il vestito di quella volta che “vuoi davvero vivere un Erasmus a metà?” e Luca ci regala un po’ d’ilarità e di Padania.
Incredibilmente incroceremo anche il giorno dopo lui e quella mitica di sua cugina. In una città così grande, niente, inutile, non un metro di privacy.
Chi l’avrebbe mai immaginato a settembre, seriamente? Cosa ci faccio qui? Non dovrei nemmeno, il 99.9% di probabilità dice che è inutile, un illusione. Bum, chissenefrega. Quello che affermano le statistiche frega solo a I Cani.
Pennyboard.
Raga se non studiamo non andiamo da nessuna parte, proviamo assieme. Casa di Ilenia mi sembra un posto tranquillo… e fu così che, guardando l’orologio, arrivano magicamente le 22.00. Fede, Ile, siamo serie? A piedi nudi, stomaco pieno e cuore aperto, sigilliamo tra quelle quattro mura, davanti a degli appunti assolutamente inutili, un’amicizia che non si supera.
Vale, domani abbiamo un esame, non possiamo assolutamente… andiamo a Casino, ci vediamo lì!
Canoa?
Raga cena da me, questa volta davvero Gabri. Polizia? Perché no. Ognuno prenda uno strumento, questo è un concerto alla Rosario Vega. Restate.
Ed è già domenica, è già tempo di tornare in spiaggia, seriamente sei di Bra? Prof, pazzesco, due piemontesi, Mada, ma da dove siete spuntate? Con tutta questa dolcezza mista a schiettezza, restate qui!
Surf? El Palmar, di nuovo Erasmus Club, questa volta l’autobus canterà, a tutti i costi, anche a costo di farci fare il culo persino da Nabil. Bravi, bravi tutti, vedo che c’è affinità. Ma poi una tavola in testa. Non dire stronzate Stefi, non parti dopodomani. Non dirlo. Anche Cri? Ma state scherzando? Proprio adesso?
La prima dell’Italia, i pastelli a cera, i 12 anni che non abbiamo più, la voglia di cantare ancora, un trio che suona bene.
Ed è già despedida. Di nuovo in ballo, ricomincia il giro, questa volta però arriverà anche il nostro turno, non possiamo fare i furbi.
Il sole che scende dietro la torre dell’oro è lo stesso di sempre, anche se quando si riflette sui palloncini, su quella tavolata, sembra più malinconico del solito. No Matti, ma pure tu? Mi prendete per il culo? 
Incastri, affinità, piuttosto mi faccio menare, ma io la torta a Fede la compro. E anche se arriva dopo mezzanotte perché Carlo è il solito… è felice.
Ciao Stefi, ciao Cri, la faccia è quella che è, sembra quella di Cri, in realtà è triste e non perplessa. Se solo ci fossimo trovati prima…
e via, in un baleno, un pezzetto di quest’iceberg si stacca e va, solo, a sciogliersi, a tornare nel mare.
Ma ributtiamoci in carreggiata, pare che qui ci sia una crew! 4 pennyboard? All’arrembaggio! C’è una fiera de las tapas in Alameda, facciamo il parco, arrampichiamoci sopra al labirinto, non pensiamo a nulla. Mi piace questa crew.
E non si sa come diventa un circolo, studio, sport, despedidas, spiaggia, discoteca, torre dell’oro, bandiere, partite, lacrime.
Le ultime settimane sono così.
Tutto diventa più forte, più intenso, più nostro, più intimo.
Magda conosce Chiara dello Iacovo e pure Bianco, non dovremmo andare al Libano, ma ci andiamo comunque e poi spiaggia di nuovo. Franci, Fili, ma dove sono state tutte queste belle persone fin ora?
Davide, Federica, Laura e adesso sì che è arrivato, forte e chiaro, come il viaggio introspettivo attraverso le metafore di Davide, è sceso caldo e potente come quello shot di tequila, si è fatto sentire dopo, all’ultimo sguardo, vedendovi saltellare sul ponte, ripensando a tutti i momenti, a partire dal primo, lasciando precedere ogni evento dalla parola “ultimo”.
Però fino a ieri era ancora nostra, questa Sevilla, piena di cantanti improvvisati in Alameda, donne in bicicletta che vendono empanadas e passeggini pieni di mojito, con una chitarra, qualche canna e la pelle d’oca. Buon viaggio Napulé, resterà sempre un po’ nostra, ci vediamo presto.
Le persone sono come gli uccellini, solo se li lasci volare torneranno da te, Achraf, quanto hai ragione amico mio.
Nel dubbio ci riempiamo la pancia con il Casatiello napoletano di Valerio, prima di fare gli auguri a Totti, prima di cenare per l’ultima volta con JuanCa, di andare a salutare Andres a Torre dell’Oro.
Prima di un’altra spiaggia.
Prima di un altro successo dell’Italia, questa volta al Phoenix, c’è tutto un altro sapore, quell’inno è tutto nostro e davanti al calcio si sente, più o meno con la stessa intensità del La Marsigliese davanti al consolato. C’è chi si unisce nel dolore, chi nella gioia, noi nel calcio. Ad ognuno il suo.
Ed è un circolo vizioso, Eugi, quello della nostra compagnia lo apri tu.
Prima ci concediamo un po’ di wakeboard e poi siamo tutti tuoi, a far impazzire un ristorante, ad impazzire noi, a ridere, a piangere. La felicità e l’angoscia. Pieni, ma presto vuoti. Non cadere da quel penny, per carità. “Cazzo ridi?” “Ti ha chiesto cazzo ridi”, non mi parlare così Eugi, niente lacrime, alziamoci e balliamo il twist a squarciagola.
Michi… maledetto tempo. Ci vediamo al nord tanto, la LIUC è troppo vicina.
Ci sta sfuggendo dalle mani, è l’ultima.
Non può essere.
Carlo, per favore, gestiamola bene, non ho più voglia di piangere. Nasce così #despedidasweek, nasce così il flag party, nasce l’idea della battaglia d’acqua in Plaza d España, di salutare Casino come si deve, di salutare Los Coloniales, con gli stessi ornamenti ridicoli che ci hanno regalato a Casino, di battezzare la terrazza di Calle Rosario Vega con il compleanno di Caro, con un festino andato non troppo bene, chiuso un’altra volta in Alameda, perché riserva sempre sorprese, piacevoli, belle, come Cri e Leti che alla fine non sono così male, anzi, sono proprio due belle persone. E bussa, anche lì, il tempo, a ricordare che stringe. Ragazze ci ritroviamo, davvero, ne avremo l’occasione.
E poi Bilindo, siamo già in plaza d’España con l’acqua alle ginocchia, un po’ di cagarella, tanta adrenalina e voglia di continuare.
Alba sì o no? Facciamo i bravi, sennò domani Gabri ti sgrida. Domani devo studiare e poi salutare la fondazione, con quel gruppo che risuona già nella mia 500. Non compravo un cd da 2007, che emozione, rinascerà il mercato discografico.
Ragazze mangiamo da me, vuotiamo il frigo, “Robiiiiii, saliiiii”, niente raga, oggi le chiudiamo ste valigie. Serve un pacco, ma non ci crederò fino all’ultimo minuto.
E no, il Libano non ci avrà, questa sera restiamo qui, a sperare fortissimo che duri per sempre, a guardarci negli occhi, a non piangere, ok, qualcuno sì. Michele, sei veramente una bella persona. “Ragazzi non ve ne andate, aspettateci, aspettate un attimo”, quegli occhi, Angelo, me li porto dentro. Che bello sarebbe stato aspettarvi ancora un po’, tutti assieme. Piuttosto, venite anche voi in spiaggia domani.
L’ultima spiaggia. O come direbbe Ca, l’ultima playa.
Bandiere, salsedine, musica, risotto, pallavolo, andiamo al faro, cazzo è così lontano? La battaglia di Trafalgar? Stiamo camminando a piedi scalzi sulla storia. Non abbiamo nemmeno un telefono per immortalarlo. “Scusi, non è che ci farebbe una foto e ce la manderebbe pure?”, mi manca già l’odore di questa notte, questo cambio di suolo sotto ai piedi, correre tra l’alta e la bassa marea, mi mancate già voi, ragazzine, cuori, corriamo. Corriamo per goderci questa ultima ora.
Incrociamo Giovanni, ovviamente, è lui che ha l’occhio lungo come me, però ha portato il telefono, bravo.
Siamo noi, ancora noi, sempre noi.
Jenni, veloce, dammi il quaderno, l’altra sera è stato un attimo, un flash, un nodo, quando verrai in Italia, quando verrò in Germania, dobbiamo recuperare, è una promessa…
Il sole si sta abbassando dietro quel faro, la musica si sta alzando, le bandiere ormai sono tutte firmate, prendiamoci due minuti, incastriamoci, i tuoi occhi color tramonto promettono più delle parole.
Uno shot di Malibù, perché dobbiamo suggellarlo questo momento. La pizza più buona della terra, un telo umido, il cielo rosa, un altro telefono che muore, una giornata che finisce, il buio che arriva, due parole, una canzone, lacrime sorridenti. Che dolcezza, che amarezza, che spettacolo.
Mi manca già l’aria di questa notte, dove tutto è sospeso in bilico.
Non è finita raga, finché non metti l’ultima noi non ce ne andiamo e se ce ne andiamo l’ultima la mettiamo noi. Facciamo tremare questo autobus.
Mi manca già questo Carmelo che mi sta dietro e poi mi fa strada in tutte le canzoni. Vale svegliati, vieni. Non è finita.
Non saluto nessuno. Col cazzo.

Fede, è il tuo turno, è l’ultima, sono le 2.30 di mattina, ma chissenefrega, doccia e alle 3 ci vediamo a Torre dell Oro, con la testa all’insù, con il cuore fermo su quelle pietre, che batte, che risuona, che non si spegne nemmeno quando si spegne la Torre.

Buonanotte, buongiorno, andiamo a chiudere le pratiche, UPO, vieni a me, vieni a noi. Questo campus così grande, questo luogo così diverso dalla mia università, lontano dal centro, scomodo, ma con tutto, enorme, pieno di gente, di vita, di ricordi. Magari un giorno daremo una lectio magistralis o c’inviteranno, saremo ospiti ad una cerimonia, ex studenti divenuti grandi imprenditori. Oppure non torneremo più. Addio non te lo dico però, ciao Pablo de Olavide, ciao pasillo, ciao caffetteria, ciao biblio, ciao viale alberato, è il mio ultimo giorno, non posso stare qui a salutarti. 
Buttiamoci su queste maledette valigie, pranziamo fuori? No, non facciamo in tempo, tutto quello che rimane nel frigo, dentro ad 1kg di spaghetti e via al Phoenix. Qualcuno dentro, qualcuno fuori, goal. Sara? Ma non sei partita? “ho perso il volo!” che cosa fantastica il destino, non ti avevo salutata, vieni quì, vieni stasera, non mollare.
Fede, è il momento, asciuga le lacrime, ci vediamo tra poco, sii forte, buon viaggio, ti voglio bene.
Vale, che ore sono? e 44. Cuore in gola, gambe in spalla e di corsa a veder finire la partita. Poggio il culo sulla sedia e lo alzo subito. Goal. Goal. Goal. Gooooooooal.
Un’ora dopo stavamo ancora gridando.

Ceniamo sul tetto, non poteva andare diversamente, un anello, una pizza, il tramonto, suggelliamo questa convivenza come si deve e poi raggiungiamo gli altri a Levies, Bilindo, barra libre per gli italiani, Plaza d España di nuovo, bandiere, poster, abbracci che sono addii, abbracci che sono arrivederci, abbracci che sono un per sempre.

Rami, giuro, non me la dimentico questa faccia, così, con questo sorriso, mai e poi mai.

Sì Franci, me lo sto mangiando questo ponte, non voglio dimenticare nemmeno un centimetro di questo spettacolo, di questa notte, di queste persone che sono venute solo per salutarmi, che arriveranno alle 5 di mattina sotto casa mia, che hanno speso lacrime per me, per noi, per quello che abbiamo costruito. M’abituerò, ma non è ancora ora. Ora me lo assaporo, me lo annuso, con questo retrogusto di mare che solo il Guadalquivir, a Sevilla, sa avere.

La mattina arriva luminosa, dopo una notte in bianco, la colazione mi rimane sullo stomaco, voglio vomitare, calmati. Andiamo ancora una volta a guardare il ponte. Grazie Giu.
Adesso sì mi serve un pacco.
E poi bum.
Ci sono io lì.
Valentina spulcia cose utili dalla busta che lascerò in casa, forse le servirebbe solo il palo dei selfie, magari imparerebbe a farli, Pedro rimane a casa ad aspettare Pepe, Edu ha la sua lettera sulla scrivania, Victor mi prende in braccio, Ale si sveglia e viene a salutare, sale anche Lupì, Gabri muoviti, c’è ancora una valigia da prendere, alla fine del ponte Lucio, già alla fermata ci sono Carlo, ovviamente con una busta in mano, Salvo, Magda, Cami, Sylvian arriva di corsa.
Devo piangere? Si dovrebbe piangere in questo momento…
Ma chi me lo fa fare, non posso, non riesco, è tutto qui, sono tutti qui, tranne chi già è andato, chi ci dev’essere c’è. Sono felice.
Abbraccio tutti felice, una di quelle felicità consapevoli, forti, quella che mi torna in mente ogni volta che qualcuno mi chiede “com’è andata?”.
Tu vieni con me, col cavolo.
Ciao Mari, eccovi, tiriamo fuori altri 5kg da queste valigie, freghiamo Ryanair, quanta esperienza, Mari ci vediamo presto, non è stato solo un sogno. Non si possono ricordare tutte queste cose di un sogno.
Giu, sei pronta? Gli occhi si riempiono di lacrime, fortunatamente c’è questo bracciolo da stringere e Tiziana, la bimba italodominicana che mi ha fatto giocare a sardina fino a due minuti prima dell’atterraggio.
Sbam.
E’ finita.
Grazie a tutti.
E’ stata la scelta migliore che potessi prendere in tutta la mia vita.
E’ il ricordo migliore che mi porto dietro ogni giorno.
E’ una cicatrice che arriva da un’elevazione, invece che da una caduta.
E’ un tatuaggio invisibile (o visibile).
E’ una fotografia che non ingiallirà mai.
E’ un filo invisibile che attraversa tutto il mondo, che attraversa i nostri cuori.
E’ e sarà per sempre, perché i sogni finiscono, l’Erasmus pure, ma la voglia di guardare alla vita con gli stessi occhi con cui si guarda la prima pizza italiana dopo mesi, lo stesso naso con cui si annusa il profumo di panetteria alle 2 di mattina, le stesse mani con cui hai stretto promesse on the road, le stesse orecchie con cui hai ascoltato e compreso lingue diverse, come se di diverso non ci fosse nulla, con lo stesso gusto con cui hai assaporato ogni pietanza, quello no, quello non si perderà mai, è nostro per sempre.
E dobbiamo tenerlo con noi, dobbiamo portarlo a casa, alla facciazza di tutti.
Perché è solo l’inizio, di una vita di tanti ex Erasmus che hanno capito un po’ di più cosa significhi vivere. E come si faccia, insieme.
La magia non si spegne con un atterraggio, anche se brusco, ci abbiamo messo un anno intero per forgiare queste ali, non provate nemmeno lontanamente a pensare di riporle in cantina.

A presto pezzettini di cuore.

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Cuaderno de viaje – dia 250 – Quinta essentia

La routine è una centrifuga, il cratere di un vulcano, ma anche un divano morbido, un soffice marshmallow.

E’ da due mesi che aspettavo il 13 maggio. Ho cerchiato la data sul calendario, ogni giorno, prima di uscire dall’ufficio. Da lunedì ho iniziato a contare le ore… eppure quando sono scattate le 14.00, oggi, sono rimasta seduta, non avevo più fretta. 
Ho baciato tutti i miei colleghi, uno per uno, ho ringraziato e salutato. E tornerò ancora, prima di partire, perché nel farlo mi si è stretto il cuore.
244 ore alla destra di quel fenomeno di Riccardo, 49 giorni con la sveglia alle 8.00, 49 colazioni “da Paco”, 49 “Buenos dias” al ragazzo dei giornali, 98 “hola guapa” a Margaret, la ragazza dei fazzoletti, parlare di calcio, contabilizzare fatture, aspettare le 10.30…
L’ho capito subito che sarebbe stato diverso, io che ho sempre bazzicato tra ferie, stadi, palazzetti, viaggi e discoteche. Io, inchiodata ad un computer, stretta in un ufficio, seduta composta, non mi sento a mio agio.  Eppure sono meticolosa, precisa, ordinata e soprattutto rigorosa: s’ha da fare.
E’ che darsi degli orari è una cosa, doverli rispettare per forza è un’altra. 
Così, nel bel mezzo di un anno senza tempo ne spazio, ho avuto la bella idea di approfittare dell’occasione per fare tre cose in una: studiare, vivere il mio Erasmus e perché no? Buttiamoci dentro anche un tirocinio, tanto le giornate durano 48 ore ed io sono invincibile.
Il cazzo.
Dopo 2 mesi e mezzo di “non torno tardi, domani lavoro”, dopo 244 ore che mi hanno fatto capire chi voglio essere, ma soprattutto cosa non voglio fare, ho fatto per l’ultima volta quei tre piani di scale, piroettando felice, con gli occhi lucidi.
E’ stato bello provare a fare l’adulta per un po’, scegliere tra dormire e vivere, maledirsi per non aver chiesto una firmetta al commercialista, dimenticarsi che bisognerebbe riposare 8 ore a notte, pranzare alle 16.00, rinunciare ad un viaggio ad Ibiza, in Algarve, anteporre l’umiltà a qualsiasi conoscenza, guardare con gli occhi ancora da bambina il mondo dei grandi…
Lo rifarei?
Mille volte.
Anzi, dovremmo iniziare a farlo prima, tutti. Dovremmo avere la possibilità di fare uno stage ogni anno, dal primo anno di Università, perché no, già dal liceo, capire chi siamo, renderci conto di chi vogliamo diventare, di quello che vale davvero la pena, di quali sono le nostre inclinazioni, i nostri punti di forza, ma soprattutto di quanto siamo fortunati. Provare.
Se già l’Erasmus è una grande fonte di consapevolezza, una traineeship lo è ancora di più.
Provare, solo un boccone, assaggiare, gustare, senza impegno.
Il lavoro nobilita l’uomo, ma solo se quest’ultimo è in grado di non lasciarsi mangiare vivo. Sì, mangiare vivo. Perché non c’è salario che valga la vita di cui ci priviamo per stare in ufficio. Il tempo passa, viene monetizzato, si trasforma in stipendio a fine mese e di 720 ore di vita ne avremo passate 160 lavorando, 10 andando e tornando da lavoro, 200 dormendo (nella migliore delle ipotesi), 24 in palestra, almeno 100 mangiando… e le altre 226, quasi 10 giorni, per lo meno, dovremmo passarle felici.
Cercatelo, dentro di voi, per strada, dal panettiere, al cinema, in università, cercatelo questo lavoro che vi porti in palmo di mano, vegano, che non mangi gli umani, un po’ fascista, che non mangi quei bambini che siamo ancora e che dovremmo continuare ad essere, anche una volta diventati adulti. 
Assaporateli questi stage, invece di cercare di deviarli, mangiateli con le mani, sporcatevele, perché se non lo fate adesso dopo potreste non avere tutta questa scelta.
E approfittatene, adesso che i doveri sono ancora un’opzione personale e le responsabilità limitate, approfittatene, ora che la frequenza non è obbligatoria, i voli sono economici ed i continenti ad una manciata di ore. Approfittatene per rispetto dei nostri genitori, che forse non hanno avuto tutte queste opportunità, per rispetto dei nostri nonni, che hanno combattuto, con le armi o con il cuore, per difendere ed abbattere i confini del mondo. Approfittatene per rispetto dei vostri coetanei che non hanno potuto, per quelli che si sono lasciati centrifugare troppo presto e per quelli che l’hanno fatto volontariamente, per un pargoletto o per presa di posizione.
Ma soprattuto approfittatene per voi stessi, perché è passato un filo di vento tra quella orribile foto del tesserino universitario, a questa ricerca per la tesi. Un soffio caldo e piacevole, ma forza 9.
Quando passerà quest’attimo, quando finirete nella centrifuga, non lasciatevi cogliere impreparati, arrivate sorridenti e pieni di vita.
Approfittatene, adesso: viaggiate.
Rendetevi conto che la vita è una sola e bando ai convenevoli, basta con le ciance, chissenefrega dell’orgoglio, “dove sei?”, “partiamo!”, “scendi!”.
La routine è una centrifuga, il cratere di un vulcano, ma anche un divano morbido, un soffice marshmallow… però, per ora, voglio ancora ridurmi all’ultimo calzino, prima di fare una lavatrice, disegnare vulcani con i pastelli a cera, fare le capriole sul divano e masticare i marshmallow a bocca aperta.
Correte, ma senza fretta. La vita è adesso.
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Cuaderno de viaje – dia 248 – Il significato della parola “casa”

E’ il 10 di maggio.

Da qualche settimana ho smesso di contare i giorni dal mio arrivo ed ho iniziato a contare quelli che mancano al mio rientro, alla fine. E’ stato un passaggio rapido, una caduta dalle nuvole, difficile da accettare, ma dai confini ben precisi. Dicono succeda il contrario con i 50 anni, ma non è ancora un mio problema.

Siamo arrivati e 9 mesi sembravano un’eternità, sono passati lenti, nel primo semestre, perché pieni di novità. E’ passato Natale e siamo tornati, qualcosa era diverso.
Lucas ci aveva avvisati “Quando tornerete sarà un colpo, una presa di coscienza: vedrete la differenza.”
E così è stato, siamo tornati ed è stato come il penultimo giorno di una vacanza estiva, quando hai voglia di vivertelo al massimo, pensi ai giorni passati, alla preparazione prima della partenza, è stato tutto bellissimo, ma sai che domani finirà. Inizi a lasciarti prendere da una malinconia previa che ti accompagna, anche quando t’imponi di sfruttare al massimo gli ultimi giorni rimasti.
E’ stato come in Puglia, quest’estate, quando dopo 8 giorni stupendi, sono andati via i fenomeni e siamo rimasti io e Lori. Sempre bellissimo, ma malinconico.
Così, siamo andati avanti in questi mesi, dopo aver salutato gli amici del primo semestre, ce ne siamo fatti di nuovi, abbiamo approfondito vecchi rapporti, siamo andati a fondo. Abbiamo cambiato locali, cercato di mangiare tutto quello che ci mancava, di vedere oltre, di andare più in là, ma non sembra mai abbastanza.

E’ il 10 maggio e vivo a Sevilla da 8 mesi e 4 giorni. 
Sono andata almeno 60 volte alla UPO, 184 volte su e giù da quelle scale del metro, una 50ina di volte a fare la spesa al Supersol, 10 al Mercadona. Ho percorso Av. De La Constiucion praticamente tutti i giorni, 49 volte ho salutato l’omino dei giornali, 98 la ragazza dei fazzoletti, ho passato 15 martedì sera al Ruko, 6 mercoledì al Bribon, 5 lunedì al Karaoke e solo una 15ina di giovedì in Hoyo. Abbiamo organizzato una 20ina di cene internazionali a casa di Monse, 6 a casa di Mattia. 47 mattine ho fatto colazione alla boteguita Cerrillo, 24 in caffetteria, dopo la clase di Spagnolo. Ho mangiato 8 volte a Los Coloniales, 5 Al Solito Posto, 2 al Sushi con il rullo, 1 fortunatamente all’wok di Nervion. Ho visto interamente 3 serie (per ora), sono andata al cinema 14 volte, a casa di Monse 50. Sono entrata 3 volte all’Alcazar, 3 alla cattedrale e solo oggi al Pabellon de Marruecos. Ho fatto 6 grandi viaggi, visitato 18 città, ancora troppe poche spiagge. Ho imparato 1 lingua e scoperto un sacco di dialetti. Ho prestato 4 volte soldi a Victor, rotto 1 pantalone, 2 calzini, 4 mutande. Ho lavato troppe volte i piatti e fatto troppe lavatrici, ma solo 1 volta ho stirato. Ho comprato 4 travestimenti, troppe pizze, 2 abbonamenti per la palestra. Ho mangiato una quantità indefinita di tartas de queso, di tortillas, di jamon cerrano, di tacos improvvisati. Ho imparato a mangiare la cipolla, la frutta, ho trovato 1 cocktail ed 1 amaro che mi piacciono. Ho visto 248 tramonti, almeno 200 dal Puente S Telmo, se li può rivedere lo stronzo che mi ha rubato il telefono, ma a me hanno riempito occhi e cuore.

Ho fatto 3 mesi di tirocinio e 9 di Erasmus.
Tutti i giorni ho dato il buongiorno a Pedro. Tutte le volte che sono entrata in casa ho gridato “Hola familia”. Tutti i giorni mi sono concessa una colazione con i fiocchi. Tutti i giorni ho conosciuto qualcuno di nuovo, un angolo nascosto di questa città. Tutti i giorni mi sono alzata con la voglia di vivere. Tutte le sere sono andata a dormire sperando che non mi abbandonasse. E pensando alla colazione del giorno dopo. 

Tutti i giorni ho sorriso. Tutti i giorni ho riso. Qualcuno ho pianto.

E’ il 10 maggio, Mariana mi scrive “baja” ed io apro la finestra. Dario è già ubriaco, Mari mi canta una serenata, vanno al concerto degli AC/DC. “Disfruten!”. Pedro mi sente gridare ed apre la finestra. Abbiamo i balconi comunicanti, se la ride. Mi chiede cosa stia combinando “It’s time to planning!”. 

– Sto organizzando la mia vita.
-Ma cosa organizzi, fai e basta

-Devo organizzarmi, non voglio perdere nemmeno un giorno di questi… 30.

Mi si gela il sangue, rido e piango.
Non posso farne a meno.
Piango e rido.
Piango.

E’ il 10 maggio, mi guardo allo specchio e devo ammetterlo: è ora di compare un biglietto. 

Tra 1 mese devo tornare a casa e me la sto facendo sotto.
Vorrei fermarmi, vorrei tornare, vorrei già ripartire.
Mi sento a casa qui, mi manca l’Italia, mi mancherà la Spagna, mi mancherà Sevilla. Dov’è casa? Cos’è casa?
Sono i Krumiri Rossi o la focaccia di Pinamonti?
E’ questo Guadalquivir o il mar Mediterraneo?
E’ la mia famiglia o Pedro?
E’ un posto fisico o uno stato d’animo?
Cosa sarà cambiato? Incroci, sguardi, cielo? Cosa cambierà? Chi verrà a vivere qui? Chi vive nelle mie vecchie case ad Alessandria?
Vorrei portarmi dietro gli amici di qui, oppure portare qui gli amici italiani, oppure andare in un altro posto, tutti assieme.
Vorrei andare a pranzo dalla donna la domenica, ma vivere a Sevilla dal lunedì al giovedì, il venerdì andare a Milano, il sabato però passarlo a Santa. Inventare altri giorni della settimana e viaggiare ancora.

Ha ragione Ca, è il tempo la chiave. E’ solo il tempo.

E allora mi prendo il mio, tutto quello che c’è, tutto quello che resta e tutto quello che verrà. E lo prendo di petto, di cuore, come dev’essere. E me lo divoro, fino all’ultimo boccone, leccando il piatto. E che non cadano briciole.

Titoli di coda

Oggi invece è l’11 maggio, piove che Dio la manda e mi concedo una cosa di cui spesso ci priviamo: approfitto della pioggia e mi ci butto, senza ombrello, con il rischio del raffreddore, il fiato corto, i capelli bagnati ed il sorriso.
Sono solo 29 e continuo a farmela sotto… ma stasera smetterà di piovere.

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Cuanderno de viaje – dia 240 – Felice da paura

Felice.

Felice da paura.
Felice delle piccole cose, del sole, del caldo, dei piccoli gesti, di un sorriso, di una battuta di un cameriere, vedendo una coppia innamorata, del vento tra i capelli, dell’aria d’estate.
Felice quando apro la finestra e respiro incenso, misto ad aranci.
Felice, quando con amici di qualche mese, ci s’intende come fossero con me da una vita. Perché è una vita, questa.
Felice, per tutte quelle cose che erano nuovissime ed adesso sono diventate rituali, quotidiane, ma non mi stufano mai.
Felice, ogni mattina, salutando il ragazzo dei giornali, la signora bionda con i capelli sempre bagnati, Federica, la ragazza dei fazzoletti.
Felice per queste amicizie facili, per questa voglia di conoscere, per quest’ansia di presentarsi.
Felice quando esco dall’ufficio e c’è il sole ad aspettarmi, una città sorridente.
Felice con i tramonti, dopo una giornata al parco, senza guardare l’orologio, aspettando che il sole scompaia. E sono le 10.
Felice, per le serate inutili, dove ci s’inventa qualsiasi cosa per essere sempre sulla cresta dell’onda. Per santificare questo Erasmus. Perché manca poco. Perché non voglio perdervi. Perché non voglio nemmeno un ricordo sfregiato, nemmeno una notte inutile.
Felice di questo senso di libertà, di aver trovato questo senso della vita, che va oltre al vile denaro, che va oltre tutto.
Felice di questa serenità, di questa primavere costante dell’anima.
Felice, perché è tutto così incredibilmente perfetto.
Ed impaurita.
Impaurita, pensando che tutto questo spettacolo sia davvero un momento, una menzogna, come dice Mariana. 
Impaurita, all’idea che questa umiltà e questa serenità non possano tornare con me, in Italia. Impaurita, perché ho lasciato indietro tante parti inutili e superficiali di me e non voglio tornare a prenderle, non mi appartengono più e probabilmente non mi sono mai appartenute.
Impaurita pensando alla mia amata Santa, ad una sera normalissima, circondata da apparenza, ignoranza, saccenza, superficialità. Ma fortunatamente ci sono le eccezioni. Poche, buone, mie.
Impaurita perché non so se riuscirò ancora a sentirmi al mio posto, al posto giusto, come mi sento da 8 mesi a questa parte, quì.
Impaurita perché non so se riuscirò mai a convincere i miei amici, di quanta tolleranza si possa imparare ad avere, uscendo di casa.
Impaurita, dall’idea di non poter trasmettere lo stesso entusiasmo e lo stesso coraggio di partire, alle mie sorelline.
Impaurita perché non so cosa ci sarà dopo aver saltato il fosso della laurea e dopo ancora.
Impaurita, da un divario d’anime tra me e quelli che sono sempre stati i miei amici, le mie amiche, che però non hanno avuto la fortuna, la voglia o il coraggio di aprirsi ad un’esperienza simile. Impaurita, dall’idea di non poter trasmettere la mia serenità e tutto quello che ho guadagnato, anche a loro.
Impaurita di dimenticarmi, poco a poco, di cosa significa santificare ogni giorno, come fosse l’ultimo, come adesso, come quando sai che manca solo 1 mesetto al tuo ritorno, alla fine di questa vita.
Impaurita perché vorrei essere per sempre così, come sono adesso: ventenne, leggermente abbronzata e felice da paura.

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Cuaderno de viaje – Día X – ESN Paradise

Scorro i volti, uno per uno e continuo a ripetermi che è stato un incidente. Che poteva capitare a chiunque. 
Avrebbe potuto essere un pullman di nonnini, di quelli che ho accompagnato io in Spagna 2 anni fa, un pullman di tifosi, un pullman di bambini, un pullman di liceali in gita, un pullman di ESN Sevilla, invece che Barcellona, uno dei nostri. Uno di quelli che ho preso una settimana sì e l’altra pure, da quando sono qui.
In qualsiasi caso sarebbe stata una tragedia, ma in questo di caso mi tocca più a fondo e non riesco a trattenere le lacrime. Non c’è rabbia, come poteva esserci qualche mese fa, dopo uno degli attentati, non c’è cattiveria, ma solo tristezza.
Guardo i sorrisi di tutte queste ragazze e non posso fare a meno di piangere. “Vado in Erasmus, in Spagna, ho ottenuto la borsa di studio, è solo qualche mese mamma, torno presto” le immagino salutare le famiglie, con la stessa tristezza mista ad entusiasmo, con cui ho salutato io la mia. 
Le immagino arrivare in una città nuova, spaventate ed incuriosite, cercare casa, impazzire, trovarla e trovarci dentro una nuova famiglia, che parla una lingua nuova, che non lava i piatti dopo mangiato, che non usa il bidè. Le immagino prenotare il viaggio per vedere Las Fallas, di corsa, sennò i posti finiscono, uscire gasate e trionfanti, con la loro ricevuta, un timbro, un nuovo viaggio targato Erasmus. 
E poi le immagino lì, a cantare canzoni da pullman, inneggiare cori, ad animare tutto il mezzo, come solo gli italiani sanno fare, qualcuna dormicchia, la sera prima non l’ha fatto, qualcun’altra mangia, magari è in piedi, parla con una nuova conoscenza… Si sà che l’autobus è sempre la parte più bella di un viaggio, tutti insieme, vicini, a sconfiggere la noia nella maniera più spontanea ed infantile possibile. 
Il telefono pieno di foto, gli occhi pieni di luce, dopo qualche giorno a Valencia, la testa piena di punti interrogativi, di domande, quelle ci stiamo facendo tutti, da quando siamo partiti ed il cuore pieno di sogni, progetti, obbiettivi.

Lo so che il mondo continua a girare, che non dobbiamo lasciarci spaventare, che non possiamo fermarci, che ogni giorno ci sono migliaia di incidenti nel mondo, però…
Immagino la mia nonna, davanti alla televisione, che arriva vicinissima all’infarto quando sente le parole “ragazze” “italiane” “Erasmus” “incidente” “Spagna” e cerca subito di chiamarmi. Io, che normalmente prima parto e quando torno dico dove sono andata, che prima mi butto con il paracadute e poi mando le foto, per non far preoccupare nessuno, perché “cosa vuoi che succeda?”. Immagino le nonne di queste ragazze, che non hanno ricevuto una risposta, un conforto immediato, che non hanno trovato nessuno dall’altra parte della cornetta a dire “tranquilla nonna, sto bene”. Immagino i genitori, prendere un aereo per andare a riconoscere i loro corpi, invece che a trovarle, a conoscere il loro nuovo mondo, ad aprire un po’ gli occhi su quanto abbiano fatto bene a lasciarle andare. Perché hanno fatto bene, nonostante tutto, perché non devono rimproverarsi niente. Immagino i fidanzati che hanno lasciato a casa, gli amici con il volo già prenotato, la carne nel frigo, l’affitto da pagare, le valigie ancora da disfare, il Learning Agreement da cambiare…

“Chiudersi invece d’aprirsi. Spaventarci invece che sognare, per i nostri figli e nipoti, un futuro condiviso e migliore. Ecco l’errore che non dobbiamo commettere, per rispetto ai ragazzi di Tarragona.”
Questi ultimi due mesi saranno anche per voi, ce li godremo con una marcia in più, avrei preferito non ce ne fosse bisogno, non ci faremo scappare un occasione, non perderemo un attimo, perché è quello che avreste fatto anche voi.
Sapete già cosa dovete fare in Paradiso, no?. Noi, nel mentre, continueremo a consigliare 1 anno d’Erasmus, al posto di 1 minuto di silenzio, in vostro onore.
Buon viaggio ragazze.





Miro las caras, una cada una y sigo repetiendo que ha sido un accidente. Que podría pasar a cualquiera.


Podría ser un autobus de abuelos, como lo que he acompañado hace 2 años, aquì, en España, podría ser un autobus de ultras, un autobus de niños, de colegiales de vacaciones, un autobus de ESN Sevilla, en lugar de lo de Barcelona, uno de los nuestros. Uno de los que he cogido una semana sì y la otra tambien, desde cuando lleguè aquí.
En casa hipótesis seria una tragedia, pero en este caso no puedo parar las lagrimas. No estoy enfadada, como hace unos meses, después los atentatos, pero estoy triste.
Las imagino llegar en una ciudad nueva, asustadas y curiosas, buscar casas, volverse locas, encontrarla y encontrar dentro una nueva familia, que habla un nuevo idioma, que no frega los platos y que no usa el bidè. Las imagino reservar el viaje para ver Las Fallas, corriendo, porque se acaban los sitios, salir felices y triunfantes, con el recibo y un nuevo viaje firmado Erasmus.
Y después las imagino allì, cantando canciones de autobus, coros, animando todo el autobus, como solo los italianos saben hacer, unas duermen, a noche no lo hizò, otra come, puede ser que sea en el pasillo, hablando con una nueva amiga… Se sabe que el autobus es la parte mas bonita de un viaje, todos juntos, cercanos, a luchar contra el aburrimiento de manera espontanea y infantil.
El movil lleno de fotos, los ojos llenos de luz, después unos días en Valencia, el cerebro lleno de signos de interrogación, de preguntas, las que nos ponemos todos desde cuando estamos aquí y el corazón lleno de sueños, projectos, objetivos.
Ya lo se que el mundo sigue dando vueltas, que no podemos asustarnos, que no podemos pararnos, que cada dia hay mil accidentes en el mundo, pero…
Imagino mi abuela, en frente de la televisión, que llega muy cerca a un infarto, cuando oye las palabras “chicas” “italianas” “Erasmus” “accidente” y pronto intenta llamarme. Yo, que normalmente antes me voy y después digo donde he ido, que antes salto con el paracaídas y después mando las fotos, así que nadie se preocupe, porque “que crees que pueda pasar?”.
Imagino las abuelas de esas chicas, que no obtuvieron respuesta, consolación, que no encontraron a nadie a el otro lado del movil que decía “tranquilla abuela, estoy bien”.
Imagino los padres, cogiendo un avión para ir a reconocer los cuerpos de sus hijas, en lugar de ir a visitarlas, para conocer sus nuevo mundo, para abrir un poco los ojos y entender cuando hicieron bien a dejarlas partir. Porque hicieron bien, a pesar de todo, porque no tienen nada que reprenderse.
Imagino los novios que dejaron en Italia, los amigos que ya tenían el billete del avión reservado, la carne en la nevera, el alquiler pendiente, las maletas todavía de deshacer, el Learning Agreement errado…
“Cerrarse en lugar de abrirse. Asustarnos en lugar de soñar, para nuestros hijos, nuestros nietos, un futuro compartido y mejor. Eso es el error que no tenemos que hacer, para el respeto de los chicos de Tarragona”.
Sabeis ya lo que teneis que hacer en el Paraiso, verdad? Nosotros, mientras tanto, seguimos recomendando 1 año de Erasmus en lugar de 1 minuto de silencio, en vuestro honor.
Buen viaje chicas.

Miro las sonrisas de todas esas chicas y no puedo no llorar. “Me voy de Erasmus, a España, me dieron la beca, solo son unos meses mama, vuelvo pronto”, las imagino que despiden las familias, con la misma tristeza mixta a entusiasmo, que tenia yo cuando despedí la mia.

Esos ultimo dos meses serán tambien para vosotras, no perderemos ninguna oportunidad, ni un minuto, porque eso hubierais hecho vosotras.


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