Mi diario, week 1 – Istruzioni per l’illuso

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Domenica 16 ottobre
Cara Milano,
ti scrivo dal lettino di casa mia, che presto non sarà più solo mia, ma di fronte a me ci sarà qualcun altro, un altro corpo, un’altra storia, altri orari, altre abitudini, altri profumi, altri sorrisi.
Era carina questa casa, pensare, dopo 3 anni di convivenze, di provare a viverti da sola, con un posto sicuro in cui rifugiarmi, ma… sono influenzata da Aristotele e mi sento troppo zoon politikon per continuare a cenare in solitudine.
Stamattina è venuta una ragazza dolcissima, con i capelli corti e ricci, si chiama Jessica, forse sarà lei la mia scelta. E’ romana di Roma, sorridente e un po’ sfigata come me, dopo 12 ore a Milano le hanno già rotto il finestrino della macchina, ma soprattutto, è tornata da un paio di mesi da un Erasmus in Spagna. Serve aggiungere altro? Chissà se lei sceglierà me invece.
Domani ho altri 4 appuntamenti, nemmeno ai casting di XFactor il telefono squilla come il mio oggi.
Erasmus.
E’ passata una settimana, la mia prima settimana di lezione, il tuo cielo non è stato per nulla clemente, il mio raffreddore nemmeno. Sarà che non mi sono fermata un attimo, sarà che sono salita sulla giostra, sarà che quando mi fermo ti tradisco e penso a Lei, sarà che mi vai bene, adesso, solo perché tamponi la mancanza, colmi qualche vuoto, ma non ti offendere se ogni giorno penso, sempre più, che non sarai mai alla sua altezza.
Ma davvero esistono persone che a vent’anni permettono alla loro mamma di cercargli casa? Ma dov’è il progresso di cui tutti parlano? L’indipendenza? Il diritto di veto?
Erasmus.
Parlo inglese. Anche io mi stupisco, le ragazze cercano di dissuadermi dalla mia idea che non lo sappia “non è che se sai lo spagnolo come l’italiano, allora significa che l’inglese non lo parli”, non importa, oggi mi sono ritrovata a Como, in una qualsiasi domenica di ottobre, stranamente soleggiata. Ero con 2 portoghesi, 2 polacche, 1 belga, 3 spagnole, 1 altro spagnolo, 1 tedesco e 11 menu in italiano. Anche i camerieri erano tentati di chiedermi qualche informazione sul menu del loro ristorante. E’ stato fantastico.
Di questo ti ringrazio, Milano. Non ho la men che minima intenzione di lanciarmi nella tua mondanità, di spendere e spandere, resterò ad ammirarti come una umile Erasmus con gli occhi sgranati. Ammaliami, non farmi male.
Domani inizia una nuova settimana, ho qualche lavoretto da sbrigare, una coinquilina da trovare, una frontiera da attraversare per andare a gridare per la mia squadretta, una Lione da ritrovare.
Questa settimana ho lasciato un pezzetto di cuore sulla mano di quella signora sulla rossa*, un altro sull’anellino dorato che aveva nell’orecchio un’artista di strada che sono riuscita a mettere in imbarazzo, uno un po’ più grande su un vinile di Let it be ed i 20 euro che mi sono tenuta nel portafogli. Spero che la prossima Ale sia ancora dei nostri, o lo sia ufficialmente, mi mancherebbe.
Ah, quasi dimenticavo, le congiunzioni astrali mi hanno dato un padrino clemente, ancora una volta ho dato riprova a me stessa che non c’è Milano, ESN o regola che tenga: non rinuncerò mai a chi sono per niente e per nessuno. E fortunatamente per me sono una discretissima presa bene a cui fa schifo l’alcol, scambiare saliva con sconosciuti, regalarsi, sprecarsi, ma questa è un’altra storia, di una vita da eretica.
La scalata continua.
Nuovo giro, nuova corsa.
Buona settimana carissima, continuerò a fotografarti come fosse la prima volta ed a prendere tutto il buono, tutto il meglio, di te e di chi hai accolto a braccia aperte.
*Questo concentrato di umanità, in metro, non mi aiuta minimamente.

C’è un’anziana signora ogni giorno a Cadorna, ha i pantaloni neri con una righetta bianca, una cuffietta grigia sul capo, un giaccone poco femminile che l’avvolge. Il viso chiaro e scavato dall’età, le mani secche, accompagnate dall’artrosi, mi ricordano quelle di nonna. È magra, molto magra e con i piedi a perno muove praticamente solo braccia e labbra, dalle labbra la voce esce flebile, si nasconde sotto ai rumori metallici della metro, passa in secondo piano.
C’è un’anziana signora ogni giorno a Cadorna, l’ho vista per la prima volta scendendo le scale, era lì, di fronte alla colonna, impossibile non vederla, facile non guardarla. In tutto il marasma che animava la rossa, oggi che anche la lilla ha fatto cilecca, la sua calma mi ha rapita, ho perso la metro, mi sono fatta coraggio e ho trovato le sue mani. Lisce e calde, mani di nonna. Hanno preso la mia, senza bramosia, hanno lasciato che vi adagiassi dentro un leggero euro, forse non così tanto leggero.
C’è un’anziana signora ogni giorno in Cadorna, ha le mani da nonna, gli zigomi scavati ed un giaccone che sembra quello che indossava nonna per “scendere un attimo”. Vende rose. O meglio, prova a vendere rose. Anzi, fa finta di vendere rose, perché è talmente immobile rispetto a tutta questa giostra che non sembra nemmeno metterci impegno, non ci crede mica poi tanto il quelle rose, forse non crede più manco nell’umanità. Eppure è qui, silenziosa, si fa sentire da chi sa ascoltare, da chi ha voglia di ascoltare, da chi ci prova.
Dove stiamo correndo?
Dove andremo a finire?
Dimmi anziana signora, perché non gridi? Come fai a sopportare questo rumore, in silenzio?
C’è un’anziana signora a Cadorna, aspetta la metro con me, ha un vestito giallo discutibile e orecchini azzurri pendenti, mastica distratta qualcosa di panetteria, nella mano destra tiene stretta la carta unta, è una signora per bene, si vede, non sorride ne lascia spazio ad emozioni, non vede la sua coetanea, forse si, ma non si lascia trascinare.
Del resto come si fa? Cos’è la carità? Fino a che punto possiamo sentirci caritatevoli? Selezioniamo chi ci fa pena, da chi merita rispetto e carità, con un battito di ciglia, con un “allontanarsi dalla linea gialla”. Quante linee abbiamo disegnato nei nostri cuori? Come si fa a fare in modo che il cuore non si stringa ogni cento metri, qui, a Milano?
È un mondo difficile.

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