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Viscerale

E mentre i mozzi abbandonano la nave, il capitano va giù con lei. E mentre tutti dormono chiudo il libro e m’infilo le cuffie, sembra già di essere in Italia con questi campi verdi e il cielo finalmente azzurro. Ci sono una moltitudine di strani odori, strani versi, rumori diversi. La gita è finita, andate in pace, era l’ultima gita al liceo della vostra vita, l’ultima gita da bambini irresponsabili e affidati a qualcuno, l’ultima comoda, economica e sicura per mamma e papà. Qualcuno si è svegliato, il film è quasi finito e provo una strana sensazione di piacere. Con tutto questo verde penso a pasquetta, ai vari lunedì agli ottotigli, chissà cosa farò quest’anno. Va bene lo stesso no? Spero solo che non piova davvero, perché di pioggia ne ho vista un po’ troppa, ora cerco il caldo. Con una t shirt stranamente bucata di aber, ad esibire i miei sfoghi, cerco il caldo. Si è svegliata qualcun’altra, beve, che facce stanche, sembriamo tutti così animali appena svegli, ci strofiniamo a secco come i gatti, cerchiamo sempre qualcosa, chissà cosa, chissà quando si trova. È bello leggere gli stessi libri, pensare a te che rifletti sulle stesse parole sulle quali sto riflettendo io ora. Chissà in che modo. Non abbiamo una nostra canzone, ci pensavo ora, è bellissimo poterti trovare in una canzone qualsiasi. Ora lo so, nel mio curriculum potrei scrivere: 

viscerale.
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Da un finestrino gelido

La testa sul finestrino freddo del pullman, si sente il motore che trema, se parlassi avrei la voce titubante. Come i tuoi occhi. Vedo gente che cammina, tre uomini vestiti bene fumano fuori dall’ufficio, chissà cosa si dicono, scontatezze. Come le tue parole ormai. Un uomo è salito sul marciapiede con la moto, ha tagliato la strada a tutti e ha superato. Un monopattino. “Pure nella notte più fredda ti darò fiducia”. Scambio d’effusioni su un’altra modo. Ma i bar a che ora aprono qui? La povertà ha sempre lo stesso volto, in qualunque parte del mondo tu vada. La benzina costa meno. La gente è pazza, indistintamente. E materialista in ogni caso. Anche quella povertà, avida, vorrebbe esserlo, ma non può permetterselo. Così la domestica cammina qualche metro più avanti del signore, perché la schiavitù non c’è più, lincon l’ha combattuta, ma quelli di casa si chiamano sempre ‘padroni’.

Curiosità. Con quanta dolcezza quel bambino nell’altro pullman tira su la manina per fare il bullo, contento di essere ricambiato. C’è un peluches davanti al posto del passeggero, è così sporco, chissà da quanto suo figlio non sale sul camion di papà che è sempre troppo lontano, dovrebbero essere tutti puliti i peluches nelle macchine di papà, dovrebbero lavarli, dovrebbero saperlo se quando salirà non lo potrà abbracciare così ingrigito. Con un dito nel naso, anche le porcherie sono sempre le stesse, cinesini. C’è vento, siamo quasi arrivati, mi vesto, fa proprio freschino, già lo sento, sarà particolare. Come sempre. Non ho capito se turisti si nasca, comunque.
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Pensieri vaganti

Happy Is the new chic.

Ogni volta che torno da un viaggio mi rendo conto di quanto l’Italia sia bella, di quanto sono fortunata, dovremmo pensare meno a lamentarci e di più a godere. Inutile cercare il proprio posto, meglio fare proprio ogni posto.
Che poi voglio dire, cosa c’è di più bello del mare della liguria, nel suo sporco di cui puoi sempre lamentarti. Cosa c’è di meglio delle Alpi, dei valdostani antipatici e scontrosi? Cosa c’è di meglio delle corse in centrale in mezzo ad una folla di coglioni che non si sanno orientare, per prendere in tempo l’ultimo treno? Ditemi cosa c’è di meglio dell’odore di focaccia che entra dalle finestre la mattina, della fragranza di krumiri, della nebbia lisergica, dell’alternanza delle stagioni? Vorrei ogni giorno essere in me, respirare profumo di vita, sentirmi viva. Dimmi, ora, adesso, cos’è meglio di un matrimonio in Italia? Perché non ce ne rendiamo conto? Lamentarsi è più facile che accontentarsi, semplicemente. Ma non è meglio.
Ma i sogni restano. Scappare, trovarsi, chissà, in capo al mondo, dove? Nella natura selvaggia della Patagonia, nell’oceano indiano, nelle palafitte cinesi, nei deserti africani, oppure semplicemente aprendo la finestra di casa. Oppure semplicemente svegliandoci al mattino con qualcuno affianco, qualcuno che ci sorride e ha voglia di fare colazione con noi. Semplicemente.
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Odore di caffè

Non beveva caffè, ma ne adorava il profumo, così ogni occasione era buona per offrire una tazzina. Quando c’era suo padre ‘ti faccio un caffe?’ Era la sua domanda preferita, la risposta era sempre la stessa ‘si, se ti va’. E a lei andava, andava sempre. Sentire quella fragranza spargersi per la casa era rilassante, coinvolgente. Lo sentiva salire, era ora di spegnere il fuoco e guardarlo salire, lento e poi veloce, fumate. La tazzina diventava una tazza da latte e il tintinnio del cucchiano, insieme ai granelli di zucchero rotolanti, era troppo breve. Poi un sorso solo, o due. Ma la magia non era finita. Sul fondo della tazzina c’era ancora quell’inafferrabile rimasuglio di amarezza, che per quanto provasse ad afferrarlo, qualcosa restava sempre. Il cucchiano puntualmente macchiava con una gocciolina la tovaglia e lei pensava a quando da bambina suo papà glielo faceva pulire, la faccia schifata, ma interessata. La stessa che l’accompagna quando, costretta, deve bere qualcosa di gassato. Forte.

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Attenzione

Su questo treno c’è odore di sudore, misto a mandarino, anche se nessuno sta mangiando e fuori scende la prima neve.

Ho voglia di piangere a più non posso, spegnere tutte le luci e singhiozzare, non vedo altra soluzione.
Ho fatto 20 domande e ho ricevuto 50 mi piace. Grazie, ma io volevo una risposta, non apprezzamenti, solo una risposta, due, un sondaggio.
Non ho fobie, solo paure, serie: ho paura della cecità e della morte.
Ho un i phone, ma chiedetemi se sono felice e vi faccio un bel monologo.
Ho bisogno di te, ho bisogno di me, un attimo di tregua.
“Casale Popolo?” “No, Balzola”
Casale Popolo, mi viene in mente casa di G, alle serate in amicizia, scappando allo scorso inverno, per non ferirsi.
Spero di perdere la coincidenza e scaricare sulla sfortuna il peso della mia assenza. Tornerei indietro, per te, da te, con te, ma non sali per me? Ridatemi l’ingenuità infantile, ridatemi mamma e papà insieme, come in quei servizi fotografici estivi, quando si litigava solo per la pettinatura, per chi aveva il sorriso più grande, il piatto più pieno. Ridatemi la calma dei peluches che stringevo la notte per farmi venir voglia di dormire, il carillon che tu non sopporti, ma io adoravo nel suo moto perpetuo e incantevole.
“Questa non è una stazione, è tutto buio, come fai a scendere qui?” Perché non stiamo forse andando verso il buio?
Ho paura, non solo per me, ma anche per gli altri. I miei presentimenti sono brutti e forti.
La fine del mondo? Non ci credo, non può finire così “Le persone come te sono la motivazione per la quale il mondo non potrà e non dovrà finire”.
“Siamo a Trino ne?” Non lo so, “eh c’è il campo, penso di si” posso solo intuire. 
Ma l’oro te è ancora pesante, non mi ci abituo, faccio prima a scendere che a comprenderlo.
Un brivido di freddo e sale una ragazza con il sorriso, ma non si siede qui, è un vagone troppo triste. Vorrei chiedergli che cavolo gliene frega di dove siamo, quando arriveranno lo vedranno, certe mosse non le concepisco.
Le Luci, ho bisogno delle Luci.
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Sei il mio fazzoletto quando sono raffreddata, l’areosol quando ho mal di gola, il Mc menu quando ho voglia di porcherie, la vittoria settimanale della mia Juve quando ho bisogno di tabù, il mio sorriso quando sono in lacrime, la mia forza quando sono avvilita, sei una canzone romantica quando ci baciamo, sei il post più bello quando ho bisogno di scrivere, sei la pioggia quando piove, il vento quando c’è vento, la foschia quando c’è nebbia, sei ossigeno quando corro in pista, sei il piumino quando fa freddo, sei la giostra quando ho voglia di divertirmi, sei Milano quando necessito di futuro, sei mare quando serve relax, sei un libro quando non è ancora ora di dormire, ma il letto è invitante, sei crema quando le mani iniziano a rovinarsi per il freddo, sei il correttore quando mi sveglio con le occhiaie, sei i bisocotti con il latte, la mattina, quando l’unica cosa che mi da forza di alzarmi è la colazione, sei la Vuitton più capiente per tutti i miei sfoghi, sei silenzio quando le mie orecchie non sanno ascoltare, sei supporto quando i miei occhi chiedono aiuto, sei la mia coscienza quando urlo, sei il sale nella pasta, lo zucchero nella torta, sei assenza presente, sorriso perenne, dolcezza indecente. Ma soprattutto sei tu, così, solamente.

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Punti, interrogativi

Addentrandomi troppo a fondo nel buongiorno di Gramellini mi ritrovo con tante domande e una sola risposta: ‘troppi’.
Eppure l’umanità è questa, è strano doversene fare una ragione, ma ho imparato a convivere con l’impotenza su qualche frangente, come la morte, come la natura umana, è così. E basta.
Però siamo vivi ora e vorrei che più persone se ne rendessero conto e sfruttassero quest’occasione.
Quanti
si soffermano di più sui preferiti piuttosto che sugli ultimi tweet?
Quandi leggono davvero il giornale non calcolando le figure? Quanti
ascoltano davvero una canzone quando mettono mi piace a chi l’ha
condivisa? Quanti dopo aver letto un bell’articolo ne cercano altri di
quel giornalista? Quanti vanno a rileggersi i passi della Bibbia dopo la
messa? quanti scrivono le lettere d’amore a mano? Quanti assaggiano
prima di dire ‘non mi piace’? Quanti vanno a votare prima di lamentarsi
che il paese fa schifo e chi lo governa di più? Quanti invece di
scrivere ‘mi manchi’ prendono il primo treno? Quanti aprono il
dizionario per cercare una parola nuova? Quanti considerano disonorevole
un lavoro umile e onorevole stare a casa sul divano? Quanti di quelli a
cui piace la mia foto profilo hanno letto la descrizione? Quanti
stasera andranno a letto con il sorriso? Quanti danno da mangiare a chi
scrive ‘ho fame’? E quanti di quelli che ‘ho fame’ non hanno un
portamonete davanti? Quanti piangono davanti ad un tramonto? Quanti si
svegliano all’alba per andare a correre con un’aria diversa? Quanti
hanno paura dei ‘mea culpa’? Quanti non hanno il coraggio di dire, ma di
soffrire? Quanti? Quanti.
Con tweet, status e punti interrogativi, vado a dormire.
Ti djsj.
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Gli occhi del cielo

Non so più da che parte girarmi: di qua i colori di un tramonto mozzafiato, di la una luna che più piena non si può.
Inizia a fare freddo e le mie mani bramose d’immortalare questo mio stato d’animo si stanno irrigidendo.
Si sono accesi i lampioni, sta calando il buio, presto questa sensazione d’interezza finirà.
Anche Bad day – Daniel Powter  come sottofondo riesce a farmi sorridere.
Che sia la mia fantasia o non so cosa, ma in questo boschetto, in solitudine, dispersa come sono, mi sento piena, riempita. Dalle prospettive, dai sogni, dai progetti, dal futuro, dal presente.
Tra due giorni ho diciassette anni, non ho niente da cancellare, e se penso che ci sono ancora miliardi di panorami da assaporare…posso tornare a casa, felice.

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Alla rinfusa

Dente – Pensiero associativo 

Avevo smesso di essere metereopatica, non mi ricordo quando, non so nemmeno quando ho ricominciato, ma staserà sarò triste. 
E comunque non potrò mai concepire le mancate risposte, le perdite di tempo, l’odio per la scuola, l’assenza di passioni e troppe altre cose che in realtà un giorno concepirò. 
Perché l’anno scorso mi sentivo così grande che credevo non sarei cresciuta più, invece ora mi sento più matura, non si finisce mai d’imparare. Ora mi ricordo, è il cielo che riflette i miei stati d’animo, non io che sono metereopatica. 
Manie di protagonismo, che non ho più. 
Voglia di fare che mi assale. 
Non vomito più da anni. 
La vita è ingiusta, a nessuno piace la tua foto, hai solo le tette grosse o l’ano in mostra, a nessuno piace il tuo stato da figa di legno, sanno che in realtà ti redimeranno. 
Sono diventata eccessivamente buona e devo dire che mi piace. L’intelligenza è una fortuna quanto una condanna. 
Non parlo a vanvera, penso all’impazzata, ricordo troppo, non guardo, vedo.
Piove, è romantica la pioggia, mi sta simpatica. 
Mi piace studiare, certo a volte mi stanca, ma riempirsi è bello.
Qual è il mio sogno? Fare. 
Ci sono così tante cose che si possono fare che rimanere seduta a volte mi sembra uno spreco di vita. 
Ci sono così tante occasioni per sorridere che essere triste mi sembra un’idiozia. 
Stasera è così, mi metto in gioco in tutta la mia follia e non me ne vergogno. 
Mi piace la pazzia buona, sono circondata dalla pazzia, non mi fa paura. Ho solo paura della morte, mi svuota.
Mi affascina sostituire due parole una con l’altra. 
Chiamare ‘magra’ una persona grassa e ‘grassa’ una persona magra, è pazzesco. 
Mi diverte il gioco dei miei, cercare di associare un sentimento ad un espressione e capirsi, è stupefacente.
Mi piace contare le stelle, sentirmi piccola, perché tanto è così che siamo. 
Il freddo ci fa sentire vivi, in realtà. L’azzurro è un colore caldo o freddo? 
Il cielo è azzurro e non puoi dirmi che il cielo sia freddo, ma l’azzurro ricorda anche il ghiaccio, il gelo, che tonalità particolare. 
In più non vi fa sentire incompleti non conoscere tutte le tonalità dei colori?  
Sono davvero tantissime.
Quanti di voi quando sentono una parola che non conoscono la vanno a cercare? 
Mi fanno impazzire le persone che rispondono alle domande, a qualsiasi domanda, in un modo o nell’altro, subito. 
Ma anche quelli che non le fanno e pensano. 
Quelli che pensano sono incredibili, li leggi, li sfogli, li mangi. 
Poi tu sei triste e loro ti portano un pezzo di carta igienica. Perché? 
Ma che importa il perché, un pezzo di carta igienica che non ha un perché ti farà sorridere, io lo so.  
Forse dovrei smetterla, mi scappa la pipì, sarà la pioggia.
Grazie Pà

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Cappuccino domenicale

Bon Iver – Blindsided

I desegni che fa il latte con il caffè, sono così rilassanti. Mi farò piacere il cappuccino, non sarà difficile. Come ci facciamo piacere le persone, solo per giustificare le nostre scelte, così farò con il cappuccino.
Oggi ho scoperto Bon Iver e non ho più voglia di far tacere le mie mani.
Scrivo per esigenza, esigenza di liberazione, di espressione, di apprezzamento. Scrivo perché credo sia una delle mie migliori abilità. Scrivo e le parole che ho nella testa di gettano sulla tastiera, nelle dita, sulla penna, nella carta. Scrivo e ci metto coraggio, passione e tutta me stessa, ma solo perché non saprei fare altrimenti. Quando scrivo non c’è una via di mezzo, mi spalanco. Le parole sono un’arma e, io ci credo ancora, sono la più potente.
Ora come ora sono sicura e ne ho la prova, poche persone sanno apprezzarle veramente. Molti oramai sanno leggerle, sentirle. Ma tra leggere e capire, tra sentire e ascoltare c’è troppa differenza. E me ne accorgo quando ascolto troppo, alcune volte sarebbe carino non capire, estraniarsi, non ricordare.

La domenica mattina mi sveglio all’ora di pranzo, ma mi piace troppo la colazione, quindi non ci rinuncio. Oggi è una giornata soleggiata e i raggi entravano tra le fessure della finestra, l’aria è fredda, ma il sole è caldo e la sensazione è piacevole, ti senti accarezzata, dolcemente.
La domenica è tranquilla e silenziosa, bisogna imparare ad apprezzarla di più.
Tranquilla come te, quando entri nei miei pensieri e ti fai piccolo piccolo ad invadermi.
Domani è lunedì e sarà un giorno frenetico, oggi il sole ci mette le mani tra i capelli, non c’è niente di cui lamentarsi, non c’è niente da aspettare, il cappuccino si raffredda.
Ti porterò le brioches, faremo colazione insieme, disegneremo sul cappuccino il nostro amore, lo leggeremo sul fondo della tazzina, rimarrà, come quel fondo che non riesci a bere, nemmeno se scavi insistentemente con il cucchiaino: resterà, sempre.

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