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For Eva

Guardando il mondo attraverso un vetro graffiato del treno delle 12:34 per Alessandria noto l’incisione sotto una pensilina della stazione di Valmadonna, “Ila+Sara amiche xs” e la domanda sorge spontanea: “A quante delle amiche a cui scrivevo TVUKDBXS ho smesso di volere bene? O semplicemente di sapere se vivono? O come? ” alle medie era un’abitudine, prova a non scrivere “per sempre” in una letterina e la tua amicizia non è vera. Forse è quella la prima delusione, il primo momento in cui smetti di credere nei per sempre, nell’estate tra la 3ª media e la 1ª liceo, quando cerchi di mantenere contatti con persone che quando vedi ora in via Roma non ti salutano. Ma davvero ti sei dimenticato di me? Oppure fai finta di non vedermi? Io ti saluto lo stesso, chissenefrega. Tra i fili dell’alta tensione s’intravede una luna uguale a quella della dreamworks, che bella giornata. Sorrido alla gente, anche a quella che non conosco, soprattutto alle nonnine con la faccia simpatica, sorrido a volti conosciuti, ma che non associo immediatamente ad un nome. Anche qui ha piovuto bene e solo se ci penso mi viene un po’ di fame. L’arietta non è torrida come al solito, grazie a Dio. Buon appetito, mondo.

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Da coda nasce coda

Parlatemi dell’estate. Parlatemi di streaming d’estate. Quanti elenchi di libri da leggere avete fatto? Quanti di film da vedere? Ditemi che anche voi vi sentite in un limbo, in un altrove, perché a me sembra di volare a 4 metri da terra, non sono qui, non in questo mondo, quello che penso, dico, faccio, d’estate è ultraterreno. Così, per 3 mesi all’anno, dormiamo, ci svegliamo, mangiamo, viviamo, in maniera diversa, staccandoci da terra, volando. Tutto è più leggero, d’estate, tutto ha meno peso, meno importanza, magari ci cadrà in testa a settembre, ma non importa. Le ore piccole, il tempo dilatato, ogni momento sembra più importante, più intenso. Viviamo alla giornata o nell’attesa. Quindi, che ci faccio ancora qui? Letto, ventilatore, Gossip Girl, Margaret Mazzantini, che ci faccio ancora qui? Forse l’unico viaggio di cui ho bisogno è con me stessa.
“Papà parto, mi regali quel biglietto? Uno solo, sì, uno solo, vado da sola, a cercare pace chissà dove, a cercare risposte in qualche tramonto, a scrivere, a fotografare lucertole, a mangiare schifezze, a conoscere persone nuove, strane, sorridenti. Sì tranquillo papo, ti chiamo, oh figurati, ci mancherebbe, anche se vorrei lasciare il telefono a casa, posso? Ogni sera alla stessa ora ti chiamo da una cabina, io e me. Ti prego!”
Forse è questa la conversazione ideale. Che poi non avete idea di quanto possa preoccuparsi un padre della sua femminuccia…

Flashback:
Il volto perso di papà, quando suda, quando ha paura di deluderci sbagliando qualcosa. Si mette la mani tra i capelli e allarga le braccia innocentemente, si fa un po’ piccolo nonostante la sua pancia, abbassa la voce, ma si irrita più facilmente.

E poi il pollicione invece si alza, ce l’ha fatta, è riuscito a fare tutto quello che voleva, i suoi occhi sorridenti, la mano sicura che mi dice “Ok! Missione compiuta!”. I piccoli gesti di famiglia, quelli che se ci ripensi ti bagnano gli occhi. Percorsa da un’amore inconsueto e febbrile per papà, stimolato da Margaret, riprendo la mia lettura.
“Non so, figlia mia, dove vanno le persone che muoiono, ma so dove restano”.
Sono i piccoli gesti, è un camionista che ti avverte che stai sbagliando, la tua mano grande che attraversa il vetro del finestrino e si alza nel vento, lasciando entrare l’afa, per ringraziare. Un gesto lento, non era il cervello a muoverti i muscoli, era il cuore.
I libri più belli sono quelli che devi leggere per forza anche in macchina, con il rischio di farti venire la nausea, ma non importa, in macchina, con il mondo che ti passa accanto lento e poi veloce, a ritmo di pagine, hanno tutto un altro sapore.
Sì papà, lo guardo il paesaggio brullo, arido, secco, non è così da noi, noi siamo più fortunati, lo so.
Ci siamo fermati in un autogrill al sole, ma non faceva troppo caldo. Ho detto “olà” ai due ragazzi alla cassa e mi sono diretta subito in bagno, profumava di vaniglia, un profumo dolce, fresco, ho posato la carta sulla tazza per potermi sedere e svuotarmi è stato rilassante. Ho sprecato un assorbente, solo poco sporco, per averne uno nuovo e pulito. Mi chiedo se avere un figlio nel ventre sia doloroso come avere le mestruazioni. Sono domande da adulti, io voglio restare cucciola. Le porte scorrevoli di quel punto ristoro si aprivano su una terrazza calma, mi sarei fermata a leggere e scrivere. Papà mi ha convinta a prendere un gelato, nonostante non ne avessi voglia. Cornetto classico, l’unico che sopporto. Il suo sguardo cade sulle sigarette dietro al bancone, lo lascio li a pagare e, se vuole, a nascondere un pacchetto in tasca.
Quando ero davvero cucciola gli chiedevo di mangiare il cioccolato sopra, quelle inutili scaglie di cioccolato che si ostinano a mettere solo per infastidirmi, ora non più, mi sforzo e con faccia schifata le mangio fino a farle sparire. Lascio solo la fine del cono, quella che tutti attendono e si contendono, ma questa volta la vince Fiorelisa.
Ah quando sono uscita ho detto “Tchao”, il biondo mi ha anche risposto, “ciao”, mi sono sentita brava, grazie. Ho visto il mare, mi sento già meglio.
Mio papà dice spesso “ciumbia!” È una bella espressione e me ne accorgo da una frase che ha pronunciato interrompendo i miei pensieri, non saprei ripetere la frase, so che c’era un “ciumbia!” In mezzo che mi ha fatto pensare che se mio padre morisse e sentissi pronunciare “ciumbia!” mi salirebbe lo stomaco in gola. Un po’ come quando dici “cretinetti”, ma quando lo dici tu non m’infastidisce, mi fa sorridere invece. Credo che sia questo l’amore.

Dalle finestre chiuse entrano comunque i Temper, bravo Falde.
Buona giornata Casale East Side.

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Un’estate

D’estate siamo tutto più belli perché la serenità si vede dagli occhi, perché ci spogliamo dei vestiti e dello stress di tutte le altre stagioni, d’estate sudiamo felici, mangiamo solo quando abbiamo fame, l’estate è strana, fa prendere scelte folli, estive. L’estate ci cambia, ci rende migliori, più puliti, più onesti, siamo spazio al nostro corpo plasmato dall’inverno nel bene e nel male, finiamo per fregarcene, viviamo di più.

Sì che l’estate è uno stato d’animo, come ogni stagione nel resto, siamo colori di giorno, stelle nella notte, siamo il vento che fa venire la pelle d’oca, ma quella che desideravamo, che sparisce lentamente, senza bisogno di strofinarci. Siamo calore. Siamo più vivi.

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Volendo

E si capisce dai regali, comprati in aeroporto, con il resto del caffè, forse per sbarazzarsi delle monetine. E si capisce dall’elemosina dei solitari, non dalla mancia. E si capisce dai silenzi. Si capisce dagli occhi, dalla calma con cui ti muovi, dalla frenesia, dall’altezza dei tuoi salti, di gioia, si capisce. Si capisce dal tono della voce, dalla velocità con cui mastichi, dai passi, da quanto tempo dedichi ad una fotografia, dagli occhi chiusi, dalla fiducia con cui attraversi la strada con le macchine ancora in corsa. Da una carezza, lanciata o curata, dall’intensità dei tuoi sorrisi. Si capisce se sai quale libro comprare a qualcuno, se non hai dubbi. Si capisce con un respiro. Si capisce dalla forza con cui dici “ti amo”, con lo stesso impegno con il quale sposteresti un grattacielo. Si percepisce dalla pelle d’oca, dai rumori della cannuccia, dalle unghie mangiate o curate, dai capelli legati o sciolti, da come reagisci davanti ad un paesaggio mozzafiato, si capisce. Si capisce dal volume dell’Ipod, si sente. Si vede quando piove. Si capisce, non con l’età, non con il tempo, ma in un attimo. Fulmineo, rapido, incisivo, un attimo immobile.

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Due parole, due colori.

Se penso… Se penso ho bisogno di musica. Entro in camera e sulla scrivania c’è una spilla, con una J, rossa e blu. Apro l’armadio e spuntano 6 canotte, mamma le ha lavate e stirate, erano delle Angels, ora le userò tutte io. Fiorelisa stamattina non ha fatto le prove invalsi, andava a scuola giocare a basket: con i miei pantaloncini di Paolo e la t-shirt troppo grande,rossa e blu. Se scrivo ‘Ju’ su google mi esce già il suggerimento in blu.
Se penso che Simone quando ha bisogno di riflettere non va a lungo Po, non va in collina, non va in soffitta, ma nel parcheggio del palazzetto, le lacrime stanno quasi per scendere.
Se penso a quanto stiano larghe ora le felpone da basket a Cristian, al sudore di Ste, che senza testa da gallo è un’altra persona, le lacrime iniziano a scendere.
Se penso che solo quest’anno mi sono resa conto di cosa significhi Junior, mi mangio le mani, per il tempo perso.
Se penso alla partitella con gli UGG e ai canestri che non sono riuscita a fare su quel parquet, se penso ai bimbi di Pierich e Mala che corrono in campo a giocherellare, minuscoli, sotto a quei canestri, devo soffiarmi il naso.
Ero a casa di Agnese, c’era ancora Giulio e il Casale è passato in serie A. Non mi ricordo il tragitto da casa sua a piazza Dante, ma ricordo tutto il resto.
Se penso al cagnolino di Pierich che non porterà più fuori sotto casa mia dopo le partite, se penso che le domeniche casalesi saranno semplicemente domeniche, se penso che già non mi piace il cioccolato, ma da oggi non riuscirò neanche più a guardare lo scaffale della Novi, mi alzo e me lo soffio davvero il naso.
Con tutti i portachiavi di legadue che ci sono in questa casa potete dimenticarvi per sempre la monetina per fare la spesa.
Perchè sì, è vero, sono una donna, a Cighi non piace sentire le donne parlare di basket, ma io non voglio parlare di basket, non ne sono in grado. Parlo di emozioni però.
Parlo del cuore in gola, perché quando ho detto “se domenica vinciamo non m’interessa niente della maturità, io vado a Pistoia” ci credevo davvero, ci credevo fino all’ultimo canestro di Ware, quando ancora non sapevo che sarebbe stato l’ultimo che avrei visto.
Ma piangere non basta. Forse avremmo dovuto svegliarci prima, fare qualcosa di più concreto per la nostra squadra.
Casale Monferrato: 4 gatti, 1 campionato vinto centinaia di anni fa, l’eternit, sempre a lamentarsi “non c’è niente da fare in questo paesino”, ma vigliacchi a spendere 10 euro la domenica. Cos’avevate da fare? Perché il palazzo non era pieno? Perché non vi siete appassionati? Perché non tornavate a casa per guardare la partita? Perché non siete orgogliosi della vostra città? Forse è solo quello che ci meritiamo. 36.000 persone a casa sul divano e la squadra di basket in serie A, si chiama ingratitudine.
Prendo la scatola di Kleenex, è meglio.
E i tramonti migliori uscendo da dietro e i panini che finivano troppo presto, l’intervallo troppo lungo o troppo corto, gli insulti agli arbitri, le esagerazioni, arrotolare i cavi di internet, meglio io degli uomini, ma quei tavoli erano davvero troppo pesanti. E le bottigliette cadute, gli asciugamani lanciati, i giornali stropicciati, “Simone muoviti che andiamo a cena”, aspettare che le luci si spegnessero perchè senò era troppo presto per lasciare il Palazzo.
Non posso citare altri momenti se non quelli di quest’anno, ma La Tripla del capitano, quella con la T maiuscola, le ali invisibili di Casper che sotto canestro non saltava, volava, Gianca, che non ho ancora capito se sia più bello, bravo o dj… E Martinoni, ti prego, non smettere di camminare così, perché più cucciolo di te non c’è nessuno. Green: la fermezza. Butkevicius, togli quell’asciugamano dalla faccia che se piangi ancora piango anche io. Antonelli, di ancora al mio papà che verrai alla serata di Stay, se i medici ti danno l’ok. Mala, salvaci tu. Monaldi, salta come se la vita fosse un harlem shake.
Dovrei pensare alla maturità.
Ma certe emozioni che ti dà il basket il calcio non te le dà. Ma non te le da nemmeno il divano di casa tua. Non te le da facebook che guardi insistentemente la domenica alle 19.43 senza ragione. Fossi in te mi piangerei addosso: non sai cosa ti sei perso. E te lo dice una donna. E te lo dice una che c’ha messo un po’ a vedere i “Passi”.
Se c’è una cosa che la Junior mi ha insegnato è il valore di un attimo, di 1 secondo, di 1 decimo di secondo, perché 1 attimo può fare la differenza, può cambiare tutto. Ed è una cosa che forse non avevo visto prima di sedermi al PalaFerraris. La lunghezza di un attimo, la durata di 1 secondo. A parole non si può spiegare, ma il groppo in gola, le mani sudate, il tabellone che si muove calmo, l’agitazione è tutta nelle bocche aperte, nel fiato fermo, nei polmoni in standby, lì, in quella piccolissima, quasi insignificante percentuale di vita, il basket mi è entrato dentro al cuore. Dopo la sirena mi ha riportata con i piedi per terra e il ricordo è solo di mani che si stringono, abbracci, complimenti, qualche lacrima, qualche coro, ma solo in sottofondo.
Certe cose non capitano tutti i giorni, certe squadre non si vedono in tv, certe squadre non sono come la mia Juve, sono di più.
Grazie Junior, grazie a tutti.

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Un’amica

Un po’, dentro. Se guardi si vede dagli occhi, con il mascara buttato, dalle mani, quando velocemente sistemano il ciuffo un po’ crespo, in un gesto rapido, furtivo, quasi a non voler rendere manifesto il piccolo momento dedicato a sistemarsi, con un po’ di disinteresse.
È triste quando si tocca ansiosamente le dita. O quando con il polpastrello intero scorre il pollice sullo schermo dell’i phone, con foga. È triste quando prende lo zaino di peso e se lo sbatte sulla schiena, quando chiude la giacca e mette le mani in tasca tirando queste verso il basso, quasi a volerle deformare.
Però è felice, quando sorseggia il caffè e lo gira, insistentemente con la bacchetta trasparente. È felice e un po’ spaventata quando pensa al futuro, ma ci pensa con assoluta rassegnazione. È felice quando Matteo l’abbraccia e lei, grande, ma piccolina, si sente stretta e protetta in un cerchio chiuso, con lui, che non vuole vedere inizio ne fine.
È felice quando c’è il sole e può mettere gli occhiali da bambina, che però dimostra 10 anni in più e una carriera già avviata, sempre di corsa, sempre di fretta, una figa. È felice quando si siede dopo una sfacchinata e per un attimo apre gambe e braccia come nei cartoni animati gli animali con la lingua di fuori. 
Quando fa il suo dovere è solo soddisfatta, sembra che si tolga un peso “un dovere in meno ✔”.
È soddisfatta anche quando in uno dei suoi momenti tipici di silenzio riesce a cogliere qualcosa che, se avesse parlato come sta sicuramente facendo qualcun altro, non avrebbe udito.
Rende felice me quando pensa al futuro e si pone le mie stesse domande, non mi fa sentire sola.
Immancabilmente, in un momento di tristezza o di gioia, ma soprattutto quando tira fuori i denti e chiude un po’ gli occhi azzurrissimi, per dare spazio al suo nasino, che anche se volevamo farci sciare qualcuno sopra, le dona così tanto, io le voglio immensamente bene, comunque, senza dubbio alcuno.
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Apro la finestra un po’ di più

Apro la finestra, entra un po’ di musica, finisco di ripassare. È dalle 15.00 che studio. Entro in camera e il letto è ancora da fare, capisci di essere a pezzi quando fai il letto prima di entrarci. Domani dovrò studiare ancora, ma è quasi finita e vedere la meta sempre più vicina mi fornisce lo stimolo per non mollare. Ho scelto le mie facoltà. I miei capelli stanno crescendo e io anche. Sono sicura di rendere i miei genitori orgogliosi ogni giorno di una figlia così, anche se fanno fatica a dirlo. E sono fiera di me, da un po’ di tempo a questa parte. La musica ora è un po’ più lontana e non riconosco le parole, ma poco importa. Lo zaino e i vestiti sono già pronti, la colazione mi sorride. Avrei dovuto dirti che sono felice. Chiudo la porta, entro nel letto, le coperte sono ancora troppo pesanti, ma mi proteggono. Non ripasso più, il mio cuore batte di gioia, chiudo gli occhi e dormo, sola, ma piena. 

Arrivederci.
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Truly Madly Deeply

Chissà se hai letto il messaggio, chissà cosa pensi inserendo le chiavi nella serratura. Sei soddisfatto? Hai visto la luna stasera? Hai provato a contare le stelle? Hai corso in mezzo al parcheggio solo perché ti andava? Prova a spegnere la luce e ad ascoltare i suoni del mondo. Cosa senti? Credi davvero sia tutto qui?

Io credo che un po’, alla fine, non avesse ragione Ax. A volte mi sembra un po’ una comica, un dramma, un horror, un romanzo, questa vita. Una cosa è certa: imprevedibile.
E ho capito il valore di un respiro, di uno solo, sognando di essere in riva al mare, a pieni polmoni. E tanto basta.
Rimetto la canzone dall’inizio. Ho voglia di stare con me.
Quanto può essere luminosa quella sfera bianca volante? Incredibile. Il bello di natura Kantiano.
Che paura. Sei felice? Prova a scrivere “soldi” nella barra Cerca dei messaggi, dimmi poi quante cartelle vedi. Ora scrivi “felicità” e sentiti male, oppure sentiti una grande persona. Dipende da te.
Dipende quasi sempre da noi e fino a li non c’è da preoccuparsi.
Non so scrivere bene e sicuramente, per quanto mi piacesse, il tema ruoterà sempre attorno al 7. Un mulino.
Buonanotte amore, grazie per oggi anche a te.
A volte per aprire gli occhi non basta sentire la sveglia ed alzarsi, la mattina.
Adios.
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Dentro al divano

Ho imparato a commuovermi, ora so piangere anche per le storie belle, quelle a lieto fine, quelle un po’ invidiabili.

Ho imparato a commuovermi e quando lo faccio le mie lacrime sono un po’ meno salate, un po’ meno bagnate, un po’ più profonde, silenziose.
Ho imparato a commuovermi e non dico che vorrei commuovermi per ogni cosa, però quando capita mi piace.
Ho imparato a commuovermi e questo mi ha fatta sentire viva, capace di emozioni potenti.
Ho imparato a commuovermi e ho capito che anche nell’espressione più alta della tristezza può esserci gioia. Così ho capito, finalmente ho compreso, che se piango non mi si arrugginiscono le guance, che non sono di ferro, piombo, metallo o qualsiasi materiale troppo imperturbabile. Non sono una roccia, non sono un tavolo, non sono irremovibile, non sono un coltello, non sono inox, non sono un divano, se qualcuno mi si sdraia addosso mi faccio male anche io, posso rompermi anche io, deformarmi. Così, respiro, conto fino a dieci, mi rilasso e poi ricomincio, con calma, con la giusta dose di autostima e pazienza. 
Ho ancora tante cose da imparare, ma questo ormai lo so: sono viva, mi commuovo e non sono un divano.
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Supermercato d’emozioni

Scontato, come Cade la pioggia dei Negramaro in una giornata come questa.
Scontato, come Wake me up when september ends dei Green Day appena tornata dalle vacanze estive.
Scontato, come November rain dei Guns N’ Roses in una buia giornata di novembre.
Scontato, come i prodotti della coop invenduti.
Pensa a quante persone avresti potuto conoscere se non avessi rifiutato l’amicizia a chi non avevi mai visto.
Ricercato, come It’s a beautiful day in una giornata uggiosa.
Ricercato, come Bon Iver.
Ricercato, come quello spacciatore che hai visto l’altro giorno che ti ha fatto perdere il tempo di girare attorno ad una macchina.
Pensa se ogni goccia fosse davvero una lacrima di Dio, che sensi di colpa dovrebbe avere l’umanita.
Infattibile, come lavarsi i denti con l’acqua calda.
Infattibile, come ascoltare davvero la musica con una sola cuffia.
Infattibile, come dormire bene su un pullman.
Infattibile, come crescere senza smarrirsi ogni giorno.
Pensa se non avessero messo la pubblicità nei video di Youtube quanti film in meno avremmo visto, quante canzoni in più avremmo ascoltato senza chiudere la pagina scocciati.
Dolce, come la musica classica.
Dolce, come il ticchettio ritmico dei tacchi per strada, che ha lo stesso suono della pioggia sui vetri, solo meno leggiadro.
Dolce, come il profumo dei biscotti fatti in casa in una giornata ispirata.
Dolce, come i gesti naturali, le mani che s’intrecciano, l’ombrello che ti si apre sopra la testa, l’auricolare offerta, il caffè pagato, la mano allungata a chi è caduto, la portiera aperta, la sedia spostata, il fiore raccolto e regalato.
Pensa se potessi fermare il mondo e guardare nei cuori di tutti con un’occhiata.
Insipido, come svegliarsi in casa da soli, nel silenzio inquietante di un cielo grigio.
Insipido, come la pasta senza sale che ci hanno dato martedì, ma in compagnia ha tutto un altro sapore.
Insipido, come lo sputo di quello che cammina davanti a te e non ha ritegno.
Insipido, come una bestemmia che esce spontanea e irrispettosa.
Pensa se ogni giorno qualcuno ti svegliasse con un sorriso, o più semplicemente se qualcuno ti sorridesse appena sveglia.
Soave, come un ‘ti amo’ sussurrato in un momento di disperazione.
Soave, come alzarsi e sedersi accanto a qualcuno che sta male, in silenzio, offrendogli della musica e una carezza, semplicemente essendoci.
Soave, come la canzone che canticchiavi da tutto il giorno che parte alla radio.
Soave, come le lacrime che si mischiano al the caldo, ai pensieri più brutti, che diventano più leggeri una volta usciti dalla bocca.
E penserò a voi, ogni volta che berrò un the caldo. Penserò a voi quando fuori diluvierà e piangerò silenziosamente dietro ad un vetro, scaldandomi le mani sulla tazza. Penserò a voi, al vostro futuro, alle nostre strade che si sono intrecciate e poi separate. Penserò a voi sulla metro, con i sacchetti della spesa in mano, i capelli sfatti, una cuffia che non riuscirò ad infilare nell’orecchio perché avrò le mani impegnate. Penserò a voi dopo una giornata di studio intenso quando vorrò calmare lo stomaco. Penserò a voi guardando le luci delle città, dall’alto, penserò a quando l’ultimo anno del liceo siamo andate a Parigi e le nostre anime si sono toccate, in un momento qualunque, per ragioni stupide, penserò a voi e al bene che ci ha legate e ci legherà sempre, nonostante le nostre strade si allontaneranno. E penserò alla tav, alle manifestazioni nella val di Susa, dove siamo passate per attraversare il Frejus, penserò che ci sono molti modi per non allontanare davvero le strade.
Vi porterò nel cuore qualunque sarà il nostro destino e nonostante queste parole diventeranno aria in balia delle intemperie, io saprò che sono riuscita a far toccare la mia anima a qualcuno che sapeva con che mani prenderla.
Pensa se non esistesse l’amicizia: niente sarebbe più scontato, ne ricercato, ne infattibile, ne dolce, ne insipido, ne soave. Pensa se non ci fossimo incontrate: tutto sarebbe più scontato, infattibile, insipido.
Penso che grazie a voi tutto è diventato più ricercato, dolce, soave.
Grazie.

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