Ieri pomeriggio, dopo X ore in giro senza orologio e con il telefono scarico, senza giacca e con il sorriso stampato in faccia, mi sono imbattuta in questo ragazzo, in questo artista.
Come tanti altri, se ne stava seduto in Plaza Nueva a suonare la chitarra a testa bassa, nel suo mondo, ai piedi di un albero di Natale ancora in attesa d’essere acceso.
Come tanti altri, se ne stava seduto in Plaza Nueva a suonare la chitarra a testa bassa, nel suo mondo, ai piedi di un albero di Natale ancora in attesa d’essere acceso.
Nella custodia, con un normale interno rosso, campeggiava, illuminata dal riflesso di qualche monetina, la scritta:
“I’m a traveler
I’m a dreamer
I’m waking up
but I’m so hollow”
Con un tonfo sordo, attutito dal velluto, ho lasciato cadere anche io una moneta. Mi è piaciuto immaginare che si sarebbe trasformata in un centimetro quadrato del suo prossimo biglietto aereo, per proseguire nella sua vita da nomade.
Fino a qui tutto bene, se non fosse stato per quel “but”.
In quarta liceo la professoressa Follese ci fece leggere un libro, di cui non ricordo il titolo, ma non posso dimenticare un pezzo della trama: uno dei protagonisti era un ragazzo che non poteva fare a meno di viaggiare, andava in giro, per il mondo, cercandosi, cercando il suo posto, la sua casa, il suo nido, le sue regioni, le sue ragioni. Alla fine, però, tornò a casa, con se stesso, con il suo bagaglio di vita, convinto che non fosse importante la meta, quanto piuttosto il viaggio in sé con la compagnia di sé stessi. Aveva passato la vita a rincorrersi, senza rendersi conto che era già tutto nelle sue mani.
“…but I’m so hollow” I’m so hollow baby, cantava James Blunt, salutando il suo amore con Goodbye my lover, una delle canzoni più struggenti del XXI secolo.
Spotify-James Blunt-Back to Bedlam.
A volte mi sono sentita svuotata anche io, rigirata come un calzino, mi è successo più volte: sulla centrifuga alle giostre o ad Esperimenta, ad ogni incidente in macchina e quando ho scoperto di aver perso per sempre delle persone care. Mi succede quando penso che non eravamo niente prima di nascere e torneremo ad essere niente. Mi svuoto in un secondo, mi si prosciuga il palato, mi sudano le mani, mi si annebbia la vista, come quella volta che sono svenuta in ospedale, a trovare Viola, ed ho solo voglia di vomitare. Mi prende il panico. Ma sono momenti puntuali, momenti puntualmente vuoti, che mi fanno una pernacchia e che scaccio via asciugandomi gli occhi, per poi poterli contare sulle dita di una mano.
Ma come si va a sentirsi vuoti? Costantemente?
“…ma sono così vuoto”
Vuoto di cosa? Pieno di cosa?
In questo momento della mia vita, forse più che mai, mi sento piena. Piena di voglia di fare, di vedere, di scoprire, d’iniziare, di finire, di ricominciare, di mangiare, di correre, di conoscere, di parlare, di fare silenzio, di ascoltare, di chiudere gli occhi, di sognare, di viaggiare, di trovare, di portare a casa, di tornare, di ripartire. Piena di vita.
Per quanto sarà così? Quanto durerà? Diventerò anche io un automa casa-lavoro-casa? E questo mi farà sentire piena o vuota? O mezza piena e mezza vuota? No, a metà no cavolo, queste dannate sfumature. Petri me l’aveva detto già in prima liceo, chiedendomi di uscire un attimo dal laboratorio di fisica, che avrei dovuto prendere coscienza della loro esistenza, che prima le avessi accettate e meglio sarebbe stato per me, ma a me, il grigio, faceva proprio cagare. Mi è servito un po’ di tempo e un approfondito studio degli spettri di luce, per rendermi poi conto che non esiste solo il grigio, ma tutto un arcobaleno, tra la merda ed i fiori.
La data del rientro per le vacanze natalizie si avvicina e sono una persona che suòle tirare le somme. Sono partita, 3 mesi fa, con qualche incertezza e mille progetti, arrivata qui mi sono lasciata trasportare, senza perdere di vista i miei doveri, ma sempre in alta marea, sempre sulla cresta dell’onda, senza rinunciare nemmeno ad un minuto, senza sprecare nemmeno un giorno, di questo pazzesco pezzo di vita.
Tornerò a casa con duemila progetti, tantissime certezze e nuove incertezze, più grandi e più profonde, che prima, guardando sempre nello stesso cannocchiale, non ero riuscita a vedere.
Mi sentirò anche io vuota?
Alla riunione di presentazione una ragazza, ridendoci su, aveva detto che qualcuno di ritorno dall’erasmus, aveva avuto bisogno di uno psicologo, perché non riusciva a tornare alla sua vita “normale”.
Abbiamo riso, un po’ tutti.
Stolti.
Non c’era niente da ridere.
Credo che il trucco sia qui però, racchiuso in quelle virgolette, in quel “normale” che, nella mia vita, non so manco cosa sia.
Spero che mi salvi, perché io gli psicologi gli odio proprio.
