
Cuaderno de viaje – dia 100
No hace falta escribir nada en mi “cuaderno de viaje” porque tengo solo una palabra y es “felicidad”. Y cuando me encuentro demasiado feliz puedo solo saltar y cantar. Por suerte existe Pedro que lo hace conmigo.


Sarò scema io, a complicarmi sempre la vita, ma proprio non ce la faccio. Ormai sono anni che mi crogiolo attorno a queste persone che devono assolutamente bere per divertirsi. A questi elementi che mi guardano sbigottiti perché “no, grazie, non bevo, non mi piace”. Forse dovrei iniziare ad essere più onesta: non mi piace e mi fate ridere.
Una cosa è bere, assaporare un calice di vino, un flute di champagne, assaggiare le birre più diverse e disparate, gustarsi un cocktail, essere allegri, lasciar scendere la tensione.
Un altro è avere la necessità di bere per poter fare una determinata cosa.
“Se non bevo in discoteca non mi diverto”. Se non ti diverti in discoteca perché non stai a casa?
Non mi capacito.
Non riesco a trovare una spiegazione.
Non è una dipendenza, perché le dipendenze hanno forme ben diverse, a me sembra una totale sottomissione, consenziente. Un auto-sottomissione.
“Non bevo, sono già abbastanza pazza così”, grazie.
Non so che cazzo abbiate nel cervello, che si è stanziato lì attorno ai 15 e che in teoria dovrebbe andarsene, prima o poi. A quanto pare, più poi che prima.
Il geometra qualche settimana fa mi ha scritto:
“Mai fidarsi di una persona che non beve, non fuma, non si droga e nonostante ciò ha sempre il sorriso sulle labbra“
Non so se sia una persona affidabile, io, però sicuramente sul mio sorriso si può fare affidamento. Perché dev’essere una rarità?
Non ci crede mai nessuno, dopo avermi offerto da bere, che sia in discoteca, per strada, in un bar o in qualsiasi luogo, quando dico che non bevo, che non ho bevuto e che non accetterò la sua offerta. “Non ci credo, tu sei sbronza marcia.”
No, non sono sbronza marcia, sono solo entusiasta. A 20 anni, nel 2015, sono entusiasta. Sono entusiasta delle opportunità che ho avuto, che mi hanno regalato e che mi sono creata. Sono entusiasta di tutti i momenti veri che ho vissuto, di tutti gli attimi di cui conservo un ricordo intatto, ben preciso. Sono entusiasta quando prendo un aereo o quando vado al bar sotto casa. Sono entusiasta quando faccio fatica e quando mi rilasso. Sono entusiasta delle amicizie e dei rapporti coltivati fino ad oggi. Sono entusiasta quando studio quello che mi piace e quando mi addormento appena tocco il letto. Sono entusiasta quando discuto con qualcuno, quando faccio pace. Sono entusiasta anche quando piango e, lavandomi la faccia, rido di quanto sono scema. Sono entusiasta perché sono nata in occidente, perché dopo anni di divisioni, finalmente mi sento un collante, per la mia famiglia e non un oggetto da contendersi. Sono entusiasta perché tutti i miei sforzi vengono ripagati e perché, fino ad ora, non c’è un obbiettivo che non abbia raggiunto, per quanto modesti o giganti potessero essere stati. Sono entusiasta dei miei errori, perché davvero mi hanno fatta crescere, maturare e riesco a ripensarci con un sorriso. Sono entusiasta dei rammarichi e di non aver nessun rimpianto, o quasi.
Sono entusiasta della vita. E grata.
E non ho intenzione di sprecarne nemmeno un attimo, non ho intenzione di vivere nemmeno un attimo a metà, di nascondermi al nulla, di scacciare i pensieri tristi in qualche maniera che non sia dormendoci su o ponderando fino all’esaurimento, di bermi, iniettarmi o fumarmi denaro che può essere speso in maniera molto più onorevole.
Non ne ho intenzione e non mi vergognerò mai a dirlo.
Prima imparate ad accettarvi per quello che siete, meglio è.
Se le persone con cui uscite non vi fanno divertire, cercatene altre. Se la discoteca non vi piace c’è il club del libro, Netflix, il teatro, il letto. Se l’alcol non vi piace, beh non inizio l’elenco.
Non c’è niente di disonorevole, se non sprecarsi, buttarsi via e regalarsi.
Rispettatevi un attimo di più, svegliatevi felici una domenica, con un po’ di voglia di fare, piuttosto che di smaltire.
Abbiamo due vite: la seconda inizia quando ci rendiamo conto di averne solo una.
Confucio

L’equazione per la quale quante più persone conosci, più ti troverai a confrontarti con te stessa, rimane per me, tuttora, indecifrabile. Però ho dovuto imparare la formula a memoria, perché, a quanto pare, così è “prendetela com’è, poi chi vuole approfondirla venga che gliela spiego”, un po’ come con Longo.
Oggi c’era un profumo troppo malinconico, da qualche giorno a questa parte aleggiano sulle nostre teste dei numeri, preceduti da un meno: sono dei conti alla rovescia.
Sulla mia testa, oggi che è il 10, aleggia il -7.
Una settimana.
U n a s e t t i m a n a.
Tra una settimana torno a casa.
Sì, lo so, molti di noi si fermeranno qui un anno, dopo un paio di settimane in patria, ritorneranno… ma non tutti. E poi ne arriveranno di nuovi. Nuovi volti, nuove storie, nuovi esami, un nuovo semestre, un nuovo treno di Erasmus.
Sembra che la faccia tragica, in diretta da quel mondo in cui il 10 dicembre, si esce ancora in giacca di pelle la sera, ma un po’ tragica, per me, lo è.
Ho visto Thelma & Louise, dopo un pomeriggio in casa, sono uscita con le cuffie nelle orecchie, per andare “a vedere le luci che si spengono”. Ho detto davvero così? Scusa Ale, sono un po’ matta.
Anche voi quando arrivate al semaforo vi sentite attraversare da un piccolo spirito di competizione e fate di tutto per passare per primi, magari quando è ancora rosso?
Credo di essere un po’ deviata questa sera.
La pubblicità di Spotify uccide la mia creatività, ma non avranno il mio denaro.
Torniamo a noi, dopo il ponte e la mia lotta con il semaforo, sono corsa ad imbattermi nelle luci. Non so cosa mi sia successo da quando ho visto questa città illuminata, avevo paura proprio di questo, d’innamorarmi eccessivamente. Pedro è stato in grado di chiedermi se in Italia non abbiamo le luci per le strade, a Natale, talmente mi ha vista esaltata. Certo che le abbiamo Perro, ma non puoi capire.
“Mi riprendo le cuffie, vado a fare due passi”
La notte ci sono luoghi di Sevilla completamente vuoti, in cui puoi intrufolarti con le auricolari ed il tutone, correre e cantare, senza che nessuno ti dica nulla, sono quei posti in cui vado a rifugiarmi la sera, per specchiarmi nella sabbia, nelle mura dell’Alcazar, nelle piastrelline delle piazzette in Santa Cruz o nelle fontane di Plaza d Espana.
A volte le trovi, altre anime solitarie, che si lasciano andare ad uno sguardo. Io, nel mentre, sorrido e saltello come una bambina scappata di casa senza nessuna meta.
Mi chiedo solo perché non l’ho fatto prima.
M’infilo solo in vie che non conosco, mi butto, mi stupisco, corro, respiro. A piedi polmoni.
Prima di partire me lo ricordavo esattamente così: questo calore speciale, questo colore dell’aria, questa luce diversa, l’ho ritrovato appena arrivata e lo ritrovo tutti i giorni. Qui, tra un turista ed un indigeno, tra un vecchio ed un barbone, tra una mamma e la sua bambina. Lo ritrovo in università, dopo il corso di spagnolo, tra un numero e l’altro, tra una discussione ed un abbraccio. Lo ritrovo in palestra, tra un sorriso sudato ed un sorso d’acqua. Lo ritrovo ogni volta che Monse grida “Doraguapa aquì està tu Romeo” sotto la mia finestra. Lo ritrovo ogni volta che Edu entra in camera per raccontarmi la sua giornata. Lo ritrovo negli occhi di tutte le persone che ho conosciuto, che a Sevilla sono state in grado di sentirsi “a casa”, che l’hanno amata, che ne hanno sentito la mancanza ogni volta che sono andate via, anche solo per un finde. Lo ritrovo ogni sera, quando torno a casa, attraversando questo benedetto ponte che mi porta a Plaza de Cuba, dal quale posso ammirare contemporaneamente tutti i ponti della città, la Torre dell’Oro, la Giralda e le luci colorate della Darsena sevillana che colorano il Guadalquivir… ogni dannata sera in cui mi ripeto “sono troppo fortunata”. Lo ritrovo in tutte quelle persone, che provano la stessa identica cosa, attraversando questo o un degli altri ponti: questo senso di libertà, misto a felicità, misto a malinconia. Lo ritrovo in tutte quelle persone che “no, solo 6 mesi, però vorrei fermarmi tutto l’anno, prolungo”.
Lo ritroverò anche quando tornerò, a gennaio, anche se cambieranno i colori, cambieranno i nomi, cambieranno le temperature, cambieranno i corsi, lo sfondo sarà sempre questo: un luogo magico.
“L’erasmus non è 1 anno della tua vita, è tutta la tua vita in 1 anno” ho trovato questa massima vagabondando su instagram. Frase fatta o dannatamente malinconica, di un ex soldato Erasmus?
Ecco, così ci sentiremo, tornando a casa? Come i soldati quando tornano dalla guerra? Felici di riabbracciare la nostra famiglia, di essere sopravvissuti, di essere tornati a casa, ma con ancora nelle orecchie le note del chitarrista appena fuori da Plaza de las Banderas? Con i battiti di mani delle ballerine di flamenco? Con l’occhio che cade su ogni braccialetto di stoffa? Chiamando bocadillo un semplice panino? Illuminandoci sentendo qualcuno parlare spagnolo?
Soldati di una guerra interna, con noi stessi, con le nostre ambizioni, con i nostri doveri, che un giorno ci siamo prefissati o ci hanno imposto. Soldati in guerra costante con la vecchia e nuova voglia di viaggiare, che si fa largo nei nostri progetti lavorativi statici…
Soldatini, di questo progetto, Erasmus+, che torneranno a rapporto, a fare un test di lingua, un resoconto della battaglia, una conta dei morti per amore a distanza, di quelli che hanno cambiato legione, fermandosi, delle mogli tradite con le infermiere.
Non prendetemi per blasfema, accogliete il paragone estremo, la nostra è una guerra felice, ma il nome “guerra” suona subito male. Battaglia? Conflitto? Combattimento? Sembrano tutti nomi così rossi, sporchi di sangue, in realtà, in questa lotta mi sono sporcata solo di pizza, di dentifricio, di alcol e biro. E mannaggia alle lavatrici di mamma che vengono sempre meglio delle mie.
Grazie a tutti i partecipanti.
Grazie a tutti i sopravvissuti.
Grazie a quelli che torneranno in patria e non ripartiranno, lo sappiamo che il vostro pensiero sarà rivolto a noi, quando la mattina mangerete un cornetto caldo, sorseggiando un vero caffè, lo sappiamo che riuscirete a sentire la nostalgia delle tostadas.
Grazie a quelli che ritorneranno, ma solo per il colpo finale: gli esami, per poi salutarsi definitivamente, magari per sempre, parliamoci chiaro.
Grazie a quelli che ripartiranno. Per un altro Erasmus o per nuovi viaggi, lunghi o corti, vicini o lontani, perché lo faranno con uno spirito tutto nuovo, tutto nostro.
Grazie, perché senza tutti questi attori, Sevilla sarebbe solo una location da urlo, vuota e malinconica, come quando si spengono le luci di Natale alle 23.00 in punto e tutto torna “normale”, anche se, di normale, non c’è proprio niente e nessuno, quì.
Grazie.


Io, nel dubbio, continuo a santificare
ogni giorno di questo Erasmus, compresi i lunedì.

E’ andata cosi: ho trovato casa, o meglio, la casa ha trovato me e si è fatta scegliere. O forse meglio ancora, il destino ha scelto la mia casa. E da quando sono entrata in casa tutto è stato in discesa.
Praticamente i giorni in salita sono stati 4, nel mio Ostello (Oasis Backpackers Sevilla) che di ostello aveva ben poco, ma di italiano tantissimo. Dopo una spettacolare giornata passata a battezzare Sevilla con il mio vomito, ho preso armi e bagagli e mi sono trasferita in Calle Rosario Vega 4, nel Barrio de Triana. Qui, oltre il Guadalquivir, oggi ho tappezzato la mia camera di poster e cazzatine. Qui ho detto subito “casa” e non “camera”. Di certo non ho detto “bagno”, perchè senza bidet non c’è storia, è solo un cesso. Ma si può imparare a convivere con l’assenza di questo oracolo, giuro. E’ brutto e faticoso, ma si può fare.
La mia camera ha un balconcino molto iberico, che guardo dal letto e sopra la mia scrivania campeggia vittoriosa la scritta “FABRICA DE SUENOS”, accompagnata dai Beatles e da Audrey, per sentirmi a mio agio.
Nella mia casa siamo in 4, adesso, quando sono arrivata invece c’era solo Pedro.
Pedro in questo momento è in salotto, con la chitarra. Quando sono entrata a vedere l’appartamento per la prima volta Pedro era in salotto, con la chitarra, quando sono tornata a portare i bagagli, Pedro era in salotto, con la chitarra.
Pedro ha 20 anni, è al secondo anno d’ingegneria, è di Ceuta, una città che mi ha presentato come “la sua Napoli spagnola”, solo perché Antonino, il suo ex coinquilino, era napoletano, concretamente una città sapagnola in terra africana, sullo stretto di Gibilterra. Pedro è un po’ nerd, un po’ cuoco, un po’ musicista, un po’ ingegnere, un po’ africano, un po’ Sevillano ed anche un po’ italiano, un po’ coinquilino e un po’ fratello. Pedro ha attaccato con me post-it colorati su tutti gli oggetti della casa per dare un nuovo nome a tutte le cose che usiamo quotidianamente, per farmi imparare lo spagnolo. Pedro mi fa le fajitas, i sandwich con il pollo, le crepes e le crepes le fa anche saltare in aria e sul pavimento. Pedro a volte si addormenta sul divano e nel suo letto dorme al contrario, ma la mattina mi sveglia sempre tocando la guitarra e la notte fa in modo che mia addormenti alla stessa maniera.
Eduardo invece mi cucina l’insalata di pasta e anche se ci mette la cipolla è particolarmente bravo, lui ha 24 anni e deve iniziare un master in economia, ero già in casa quando è venuto a vedere la sua camera, sono uscita dalla mia, mi sono presenta e il suo sorriso profumava di “scelta fatta”, quando ho scoperto che sarebbe arrivato un ragazzo nuovo ero sicura che tra tutti fosse proprio lui. Edu nell’armadietto del bagno posiziona i saponi in ordine di altezza, come me. Quando invita i suoi amici fa l’insalata di pasta, altrimenti non mangia altro che boccadillos con jamon y queso. In camera riordina al millimetro e si spruzza il profumo, così quando esce, anche se non saluta, si sente la scia. Edu quando torno a casa bussa e viene a chiedermi com’è andata la giornata. E mi racconta la sua.
Victor invece non c’è mai e quando c’è è in camera sua, aveva scelto la camera ancora prima di me, ma si è fatto vedere (poco) solo dopo qualche settimana, credo di averlo incrociato 3 volte sputate, però anche lui studia ingegneria, forse con un po’ più di fatica e testardaggine. Ipotizzo che non abbia voglia di starmi dietro con lo spagnolo, ma sorride sempre e va bene cosi, c’è tutto il tempo.
Il tempo.
Il tempo scorre diversamente qui ed è sempre pieno. Sono arrivata 16 giorni fa e ne sembra passato un sacco, ma ancora un sacco sembra essercene davanti, forse non abbastanza.
Il tempo degli spagnoli è scandito diversamente, il pranzo alle 15.00, la merenda alle 18.00, la cena non prima delle 21.30, spesso dopo. I negozi non riaprono fino alle 17.00, la siesta diventa quasi obbligatoria. L’università è a 10 fermate da casa mia, per un totale di ben 16 minuti, che non sono niente, ma quando la mattina devi svegliarti… fanno la differenza.
Però poi ci arrivi… e ti ritrovi in un mondo nuovo.
Sullo stile di un campus americano, con gli studenti stivati in una zona periferica di Sevilla, regna il verde ed il giallo degli edifici, la prima volta sembra enorme, la seconda la sai già girare tutta. Si mangia con poco e bene, gli Erasmus si riconoscono a colpo d’occhio, gli italiani anche ad occhi chiusi, l’acqua te la regalano e non manca niente.
I corsi teorici non sono particolarmente differenti da quelli italiani, ma sono affiancati da una parte pratica, valutata, con lavori di gruppo, a mio parere estremamente istruttiva, forse ancora di più di quella basica.
L’università mi mette ancora un po’ di timore, non ne voglio parlare, ma sono sicura che andrà tutto bene, anche perchè non ammetto errori.
E poi c’è la vita.
Ma questa è un’altra storia…
Sevilla è magica, è una scoperta dietro ad ogni angolo, anche dietro al più banale. Basta buttarcisi. Ogni giorno è un’occasione, una sorpresa, una scusa per ingrassare, per uscire da casa…
Mangiare fuori costa troppo poco per non approfittarne eccessivamente, per gli erasmus è pieno di feste gratis, di visite guidate, di appuntamenti organizzati, di missioni di gruppo.
Non ho ancora capito quando dorme questa città, forse mai, forse gli spagnoli non dormono mai, una mia compagna di corso mi ha detto che finchè non riapre la metro, la mattina, alle 7.00, non può tornare a casa, così le tocca stare fuori fino a colazione, se vuole uscire…
Non mi sono ancora annoiata, non c’è stato un attimo in cui non abbia avuto voglia ed entusiasmo nel fare qualcosa, dalla più piccola ed insignificante, alla più importante.
16 giorni sono pochi, ma sono un gran bel punto di partenza.
I compagni di viaggio hanno mille nomi, mille volti, mille provenienze e mille lingue diverse. Il denominatore comune si chiama Erasmus. “Erasmus”, come gridano i coordinatori di ESN per chiamarci all’attenti. “Erasmus” European Region Action Scheme for the Mobility of University Student, come Erasmo da Rotterdam, più apolide di me. Tutti siamo partiti, lasciando a casa qualcosa, tutti con desideri, sogni e paure, tutti fiduciosi e coraggiosi, per ritrovarci qui…
Ad inebriarci le narici con la cacca di cavallo in Santa Cruz, ad eludere la vigilanza in Plaza de Espana, ad arredare le nostre camerette, ad abbuffarci di Tapas, a controllare se l’erba del vicino è più verde, ad abbronzarci in spiaggia la domenica, a farci rimproverare dalla polizia sotto la Torre dell’Oro, a rincoglionire il palato da 100 Montaditos, a rinchiuderci nei pub a guardare la Champions, a violentare Skype, a maledire i piani tariffari spagnoli, a sclerare dietro all’orario dell’università, a mangiare paella al Ruko la domenica sera, a guardare i tramonti dal Parasol, a cercare all you can eat giapponesi fantasma, a desiderare long board e roller blade, a meravigliarci davanti ad un Mercado minimalista, ad insegnare come si vive bene in Italia, a renderci conto di quanto siamo fortunati a vivere in Italia, a farci regalare Cruzcampo ed ingressi in discoteca, a presentarci a chiunque incronci il nostro sguardo, a provare qualsiasi pietanza con un nome poco chiaro, a progettare viaggi, ad aspettare pacchi da casa, ad aspettare amici da casa, a pensare a quando ci torneremo a casa, ad apprezzare un po’ di più quello che abbiamo a casa, a godere del prossimo viaggio, del prossimo Erasmus, a temere gli esami in una lingua che non è la nostra, ad aborrare i bagni senza il bidet, a cantare in cerchio attorno ad una chitarra, a renderci conto di quanto la musica sia un collante senza confini, a comprare teli mare imbarazzanti, a guardare negli occhi i nostri compagni di avventura, e sentirli un po’ fratelli, un po’ famiglia, ad alzare gli occhi al cielo, a chiuderli con il sorriso…
Tutti qui, sulla stessa barca, o sullo stesso traghetto malandato, tutti qui a sorriderci, tutti diversi e tutti così uguali, tutti giovani, coraggiosi e fortunati, tutti legati da un filo invisibile o da un braccialetto “Erasmus Sevilla” anno accademico 2015/2016.
Siamo qui…
E non vorrei essere da nessun’altra parte.

Avvistata.
Sul volo FR4635 di Ryanair, Milano (Bergamo)-Siviglia, una bionda in bianco e nero, che sorvola l’Europa.
Il posto vicino al finestrino me lo sono giocata, le mestruazioni non mi danno tregua, mi hanno stivato il bagaglio a mano, sto pranzando con un Camogli alle 17.30 ed ho beccato, per la seconda volta in un’estate, lo steward più odioso della compagnia… insomma, come inizio non c’è male.
E siamo solo noi, io, due trolley ed un libro… magari. In realtà c’è una coppietta mielosa alla mia destra ed un’altra che ronfa a bocca aperta alla mia sinistra. Ma dico… se dovete rubarmi il posto al finestrino, almeno non fatevi beccare che dormite!
Va bene lo stesso, vale tutto, facciamo un respiro ed un passo indietro: sto andando a vivere in Spagna. Precisamente a Sevilla (Siviglia, per gli italiani, sì quella del barbiere), la temperatura a terra sarà di 30°C, l’umidità al 95% ed il mio telefono scarico. Come meravigliarsi.
È andata più o meno così: nel mese di ottobre, dopo aver scoperto che le borse di studio Erasmus non erano destinate ad un élite di redditi inferiori ad xxx, bensì a tutti i comuni mortali ed essermi guardata allo specchio, negli occhi di tante ragazze che erano “appena tornate”, ho deciso di attendere con frenesia un bando, Il Bando. Dopo aver compilato tutte le scartoffie al 1° posto è arrivata Sevilla, seguita da Tenerife (nel caso non mi fossi aggiudicata il 1° posto, sarebbe scattato il premio di consolazione). Dopodiché ho comunicato la notizia a casa, ovviamente a giochi fatti, quando non si torna indietro.
E Sevilla mi sono aggiudicata, qualche mese dopo.
La Spagna. Perché la Spagna? Parliamoci chiaro: sono la persona più solare e casinista del mondo, ma sono anche la più rigorosa. Lo spagnolo è la seconda lingua più parlata al mondo, snobbando il cinese che comunque non ho intenzione d’imparare in questa vita, data la scarsità di mete anglofone, mi sono buttata su questa lingua muy caliente.
Dopodiché la città viene da sé, non c’è paragone. Non c’è nulla da spiegare.
Quindi si, bella la fiesta loca, ma non è il mio obbiettivo primario.
L’estate è filata via veloce, piena di sorprese e felicità, come ogni stagione del sole che si rispetti, talmente emozionante da rendere l’arrivo del nono mese dell’anno un peso non indifferente…
Ed è arrivato settembre. E con i temporali anche un mal di pancia fisso, un nodo tra lo stomaco e la gola, pronto ad ovattare ogni giornata, ogni saluto, ogni movimento, ogni sapore, ogni sorriso.
Non ho voluto pensare alla partenza finché la partenza non era più vicina di qualsiasi altra cosa.
Non ho voluto mettere in mezzo l’Erasmus in nessun rapporto, in nessuna decisione che lo precedesse e me la sono goduta, fino all’ultimo secondo, quest’aria italiana.
Il mare, la pizza, l’alba, il profumo dei cornetti, la pioggia sui capelli, il pesto, il sorriso di Arabella, le chiamate della nonna, il tramonto, la musica italiana, la focaccia, le litigate con la mamma, la Costiera Amalfitana, la Puglia, l’Expo, Santa, la mia 500, le colline, l’asfalto, le code alla rinfusa, le discoteche, le mani di Lorenzo, le amicizie di una vita, quelle nuove, che valgono una vita.
Ho visto lo spettacolo dell’albero della vita, dall’autostrada, mentre Jovanotti cantava “…che settembre ci porti una strana felicità”, l’ho gridato a squarciagola e sono corsa a casa, consapevole più che mai di quello che avrei lasciato a 2000 km da me, inconsapevole di ciò che mi riserverà il destino, ma curiosa e felice più che mai.
Atterro tra venti minuti, o almeno così dice il mio nemico steward, ho prenotato con papà un ostello (io e gli ostelli, capitolo tutto da scrivere), nessuno mi aspetta all’aeroporto, nessuno mi aspetta a casa, ancora non ce l’ho una casa, la patente marcirà in valigia, l’ultima volta che ho studiato spagnolo è stato in seconda elementare, devo spostare il mio orologio biologico di qualche ora, il tramonto dovrebbe aspettarmi, spero di trovare un appartamento con il bidet e che si sciolga al più presto quel nodo.
Ciak, si gira.
Che lo spettacolo abbia inizio.
Da quando mamma mi diceva per la prima volta “saluta il mare, digli che ci vediamo l’anno prossimo” sono passati 19 anni, eppure non ho ancora imparato a non piangere il giorno in cui devo partire da Santa.
Più o meno quello che succede in tutte quelle occasioni in cui non vorresti andare e poi la situazione si evolve in maniera tale da desiderare di non tornare più.
Questa vacanza dura da tutta la vita ed ogni volta è la stessa storia.
Quando eravamo ragazzine contavamo i giorni, passavamo l’ultima settimana ad anteporre il termine “ultimo” davanti ad ogni azione. “Ultima partita a carte” “ultimo gelato” “ultima serata agli scogli” “ultimo bagno”. Ricordo l’Ipod di Elena e le canzoni dei Finley nelle orecchie, lacrime e sangue.
Poi ci siamo evoluti “ultimo Covo” “ma dai che ci vediamo alla Vogue” “quando sei a Milano scrivi” “cosa facciamo a Capodanno?”…
Ma siamo sempre noi. La stessa solfa. La stessa storia.
Amici di una vita, new entry, amici di una settimana, amici di amici, amici di una sera.
Sarà che ogni anno che passa diventiamo sempre più grandi, sempre più autonomi, sempre più liberi di viaggiare e ci spostiamo, siamo passati da 3 mesi a Santa, a 2 a 1 a qualche settimana, cerchiamo gli incastri perfetti, i periodi giusti, le occasioni… ma ogni volta è la stessa storia. Non c’è mai paragone.
La Valletta, 9.30 Simonetti, 10.00 Baretto, casa Bonzano in pre serata, scroccare piscine, il compleanno di Lavi, i braccialetti, i gavettoni a ferragosto, il Covo, Garibaldi, la revival, le carte, le gare di tintarella, i mercoledì a tema, gli scandali interni, limoni e litigate, l’organizzazione che non è mai troppa, la voglia di fare che non è mai abbastanza, i motorini, le pizze d’asporto, “Non succederà più”, il carnevale, i genitori di tutti, i ricordi leggendari, le persone sparite, le promesse, le cene a casa Airaghi, i tavoli balzati, Tiziano Ferro random, i temporali estivi, la barca di Ele, la terrazza di Ele, i bagni di notte, “te ne devi andare” e “oddio l’hanno messa”, i concerti privati a casa Mainardi, miss Santa, il Miami, i gradoni, cantare a squarciagola in qualsiasi occasione, farsi riconoscere sempre, le cene a Portofino, gli aperitivi, la campanella delle 4 e i bomboloni del Claudio, Pier fisicato, metal slug e puzzle bobble, calcetto e ping pong, 2 ore di attesa dopo il bagno, Elena con il braccio rotto, il ciambellone, intrufolarsi nelle cucine, i MiGames, il Just Wine, la famiglia Bonelli, le mie sorelline, i divanetti, il set fotografico, sorelle e fratelli, le coppie nate e scoppiate, i contatti internazionali…
Potrei continuare per ore.
Cosa c’è di strano?
Emozioni estive, emozioni da vacanza, ma emozioni solo nostre, impercettibili.
Un anno in giro per il mondo, ognuno nel suo, per poi ritrovarsi, come se nulla fosse cambiato, nel nostro habitat, nella nostra casa, come ogni famiglia che si rispetti.
Perché non c’è mai stato paragone e mai ci sarà. Grazie a tutti, belli, brutti e farabutti.
Vi voglio bene.

Esistono gli spavaldi, quelli che insistono, quelli che “non me ne frega un cazzo”, quelli che abusano della pazienza altrui.
È quotidianità.
“Mi danno fastidio le bestemmie, un po’ di rispetto” “va bene, porco d**”.
Esistono e li catalogo nella sezione I-Idioti.
E poi ci sono gli spiritosi.
“Mi danno fastidio le bestemmie, un po’ di rispetto”
“Oh ma certo, figlia di Dio, scusami”.
C’è una linea sottilissima, ma c’è.
Ora, è indubbio che, in entrambi i casi, la persona che ho di fronte non sappia cos’è il rispetto o lo sappia, ma decide consciamente di fregarsene. Indubbio è anche il fatto che questo genere d’individui, se si prendesse un pugno in faccia “se lo sarebbe cercato”. Indubbio, ed è qui il punto, è anche che, da me, un pugno non verrà mai sferrato. Non so perché, senso di civiltà? Rispetto anche per la stupidità? Non – violenza intrinseca? Educazione al dialogo?
Di certo, tra queste ragioni, non mi è venuto spontaneo scrivere “libertà d’espressione”. Perché dev’esserci un limite, anche alla libertà, quando la tua libertà limita la mia, quando la tua libertà diventa prevaricazione nei miei confronti. Dove finisce la mia e dove inizia la tua? Sicuramente, indubbiamente, lontano da un’arma.
Sicuramente, indubbiamente, lontano dalla ridicolizzazione.
“Ve la siete cercata” non si può sentire, non si può leggere, non si può pensare. Una persona che cerca di farsi un selfie a testa in giù oltre la ringhiera di un ponte, se la cerca, non una persona che enfatizza dei luoghi comuni. Anche se, c’è modo è modo e non si deve mai perdere di vista l’obbiettivo: dare rispetto per ricevere rispetto.
Sbeffeggiare una religione non è rispetto, enfatizzare un luogo comune, satiricamente, è al limite. Ma chi lo sceglie qual è il limite?
Io, personalmente, mi giro dall’altra parte e mando a cagare, se sono convinta di giocare su in terreno impari.
Loro, in prima persona, prendono un kalashnikow e mandano nell’aldilà.
L’ignoranza è una brutta bestia. Ma come si sconfigge? Forse non così. Non deridendo e schernendo persone che non hanno senso dell’ironia.
Del resto, ad una cena, la smetti di fare battute, se i tuoi interlocutori non ridono, o no?
È vero anche che è pieno di vignettisti che fanno satira sulla religione cristiana. Ed io non mi sento offesa da ciò, anzi, mi capita di riderci su. Humor? Senso dell’umorismo? Qualche capacità intellettiva in più? Credo sia solo questione di educazione, nel senso di “educazione ricevuta”, cultura, attitudine.
Sono molto combattuta.
Ma su una cosa sono certa: se m’insultamo la mamma li mando a fanculo, ma un pugno non lo sferro. Senò sarebbe lecito pensare che se insultano il mio Dio, io li debba ammazzare, o per lo meno, prendere a pugni. E questo non lo credo.
Resto comunque molto combattuta.