Cuanderno de viaje – dia 240 – Felice da paura

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Felice.

Felice da paura.
Felice delle piccole cose, del sole, del caldo, dei piccoli gesti, di un sorriso, di una battuta di un cameriere, vedendo una coppia innamorata, del vento tra i capelli, dell’aria d’estate.
Felice quando apro la finestra e respiro incenso, misto ad aranci.
Felice, quando con amici di qualche mese, ci s’intende come fossero con me da una vita. Perché è una vita, questa.
Felice, per tutte quelle cose che erano nuovissime ed adesso sono diventate rituali, quotidiane, ma non mi stufano mai.
Felice, ogni mattina, salutando il ragazzo dei giornali, la signora bionda con i capelli sempre bagnati, Federica, la ragazza dei fazzoletti.
Felice per queste amicizie facili, per questa voglia di conoscere, per quest’ansia di presentarsi.
Felice quando esco dall’ufficio e c’è il sole ad aspettarmi, una città sorridente.
Felice con i tramonti, dopo una giornata al parco, senza guardare l’orologio, aspettando che il sole scompaia. E sono le 10.
Felice, per le serate inutili, dove ci s’inventa qualsiasi cosa per essere sempre sulla cresta dell’onda. Per santificare questo Erasmus. Perché manca poco. Perché non voglio perdervi. Perché non voglio nemmeno un ricordo sfregiato, nemmeno una notte inutile.
Felice di questo senso di libertà, di aver trovato questo senso della vita, che va oltre al vile denaro, che va oltre tutto.
Felice di questa serenità, di questa primavere costante dell’anima.
Felice, perché è tutto così incredibilmente perfetto.
Ed impaurita.
Impaurita, pensando che tutto questo spettacolo sia davvero un momento, una menzogna, come dice Mariana. 
Impaurita, all’idea che questa umiltà e questa serenità non possano tornare con me, in Italia. Impaurita, perché ho lasciato indietro tante parti inutili e superficiali di me e non voglio tornare a prenderle, non mi appartengono più e probabilmente non mi sono mai appartenute.
Impaurita pensando alla mia amata Santa, ad una sera normalissima, circondata da apparenza, ignoranza, saccenza, superficialità. Ma fortunatamente ci sono le eccezioni. Poche, buone, mie.
Impaurita perché non so se riuscirò ancora a sentirmi al mio posto, al posto giusto, come mi sento da 8 mesi a questa parte, quì.
Impaurita perché non so se riuscirò mai a convincere i miei amici, di quanta tolleranza si possa imparare ad avere, uscendo di casa.
Impaurita, dall’idea di non poter trasmettere lo stesso entusiasmo e lo stesso coraggio di partire, alle mie sorelline.
Impaurita perché non so cosa ci sarà dopo aver saltato il fosso della laurea e dopo ancora.
Impaurita, da un divario d’anime tra me e quelli che sono sempre stati i miei amici, le mie amiche, che però non hanno avuto la fortuna, la voglia o il coraggio di aprirsi ad un’esperienza simile. Impaurita, dall’idea di non poter trasmettere la mia serenità e tutto quello che ho guadagnato, anche a loro.
Impaurita di dimenticarmi, poco a poco, di cosa significa santificare ogni giorno, come fosse l’ultimo, come adesso, come quando sai che manca solo 1 mesetto al tuo ritorno, alla fine di questa vita.
Impaurita perché vorrei essere per sempre così, come sono adesso: ventenne, leggermente abbronzata e felice da paura.

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