Mia madre che fa cose – Festa della mamma 2017

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Ho salutato mamma, era affacciata alla finestra, in mutande e mi urlava “non hai nemmeno salutato la tua mamma!”. Parla di sé in terza persona, come a voler sottolineare che lei è la mamma, come se non si fosse ancora capito dopo 21 anni di stress. E comunque l’avevo salutata anche prima di scendere, ma lasciamo stare, tanto non la saluto mai abbastanza.

Come non le dico mai quello che faccio, la metto solo di fronte al fatto compiuto. Da piccola invitavo le mie amiche a cena e poi l’avvisavo, era così naturale per me aggiungere un posto a tavola, invece mi beccavo delle strigliate clamorose, ma anche quando l’avvertivo prima esordiva sempre con “non abbiamo nulla in casa, aspetta che guardo cosa possiamo fare…” oppure “certo che potevi dirmelo un po’ prima”. Ma secondo il mammese, quand’è prima di prima?
Appena diventata grande ne ho approfittato subito e adesso davvero le dico sempre tutto dopo, sempre prima, ma comunque dopo. 

Madre: “Tua nonna mi ha detto che stai cercando casa ad Alessandria” 
Io: “Veramente ho gia firmato il contratto mamma”

Madre: “Come stai? Dove sei?”
Io: “Ciao mami, baci dal Marocco”
Madre: “MA TU SEI PAZZA?! E L’ATTENTATO? E L’ISIS? E LA TRAMONTANA?”

Io: “Mamma vado un anno in Erasmus”
Madre: “Fai domanda?”
Io: “No, ho già vinto il bando, parto tra un mesetto”

Io: “Mamma vieni a prendermi in stazione che zoppico?”
Madre: “Come zoppichi?”
Io: “Ah no niente, sono caduta in moto settimana scorsa”
Dell’Argentina non serve riportare le conversazioni, erano in mondovisione.
A volte ti sento solo sospirare dall’altra parte della cornetta, se non avessi smesso di venire in chiesa probabilmente ti faresti anche un segno della croce, invece sospiri, m’insulti, ti rassegni. Ad una figlia zingara.
Ho superato Pavia, da sciocca che decide tutto all’ultimo ho dovuto prendere il regionale, ma non uno qualunque, il Treno del mare. Allora anche fare tutte le fermate è più bello, semplicemente perché si chiama “Treno del mare”.
Il sole tramonta alla mia sinistra, accanto e davanti a me dei ragazzi dell’est, probabilmente russi, mi sveglio di soprassalto dal torcicollo e c’è una luce stupenda.
Facebook era impestato di fotine dolci con mamme e popini, di dediche sdolcinate, perché si sa che gli italiani sono dei gran mammoni. Ma lo sai, io sono una zingara, quindi farò a modo mio.
Ad un certo punto della loro vita le mamme si dividono in due categorie: quelle che per la festa della mamma si aspettano un regalo sorprendente e quelle che semplicemente aspettano che i figli tornino a casa. Un po’ spontaneamente, un po’ spinti dal senso di colpa, un po’ per coincidenze di tempistiche, un po’ perché il Treno del mare è un crogiuolo di culture e puzza di umani.
Settimana scorsa, quando avevo già deciso che sarei scesa a Santa, mi hai mandato un messaggio minatorio, diceva “Domenica prossima è la festa della mamma, quindi è la mia festa. Quindi dovete essere tutte qui con me a festeggiarla. Perché me lo merito. Io sono una brava mamma”.
Troppo velocemente sei entrata nella seconda categoria, troppo velocemente siamo cresciute e troppo velocemente ti abbiamo lasciata sola. Riscrivendo questo messaggio mi si bagnano gli occhi, ma ci sono i russi, devo contenermi. Sì, mamma, anche io piango ancora, anche se sono una vecchia zitella acida, mi commuovo e soffro.
Leggere quel messaggio, così spiritoso, se letto immaginando la tua voce da bambina, mi ha fatta sentire tanto in colpa all’idea che avessi sentito davvero il bisogno di chiedere una cosa che per me era già scontata.

E’ difficile spiegare le ali, lasciare il nido, buttarsi sulla vita. 
Ho visto amiche tornare a casa tutti i weekend, di tutti i loro anni di università. Tornavano da mamma, tornavano dagli amici del liceo, tornavano in paese, si rilassavano. Ma io non sono così: tutti i weekend ho qualcosa da fare, ovunque vada mi butto in nuove avventure, mi rimbocco le maniche, lavoricchio, coltivo nuove amicizie. E in realtà anche i miei amici del liceo sono come me, per questo sono miei amici, lo sai. E tra l’altro, a modo tuo, sei così anche tu. 
Non posso prenotare nemmeno un treno di ritorno, perché non so dove sarai. Sei metodica, sì: Santa, Cervinia, adesso Genova, ma cos’è per te casa?
Quando ero piccina era abbastanza chiaro, vivevamo a Varese, poi ci siamo trasferiti a Casale, ma l’inverno in montagna, l’estate al mare… i miei amici erano nati a Casale, i loro fratelli anche, magari anche i loro genitori, avevano amici dall’asilo nido, erano soci alla Cano da prima di sempre, avevano un’identità ben precisa. Io e le mie sorelle invece siamo nate in 3 posti diversi, abbiamo vissuto almeno in 3 città diverse, in case diverse, ci siamo adattate, siamo diventate duttili e malleabili. E adesso “casa” è diventata un concetto astratto, non è un luogo fisico, è un’emozione.
Questo fine settimana casa era sicuramente Santa, eravamo noi 4+1, noi e le nostre nuance di biondo e azzurro, le nostre risate assordanti, il +1 che è Tiffany.

Ma casa è diventata anche Milano, proprio quella che una volta era tua, quella che tu chiamavi “casa”, dove papà veniva a trovarti all’inizio del vostro amore, dove studiavi come una matta, la tua prima casa da arredare e pulire come una maniaca quale sei. Mi sento più vicina a te, ora che casa tua è un po’ casa mia.

È stato fin troppo istintivo per me prendere il volo, buttarmi sulla vita come mi buttavo tra le braccia di papà dagli scogli. E adesso, dopo anni da eremita, all’idea colorata ed emozionante di allontanarmi di nuovo, ho tanta voglia di abbracciarti e farti sapere che ci sono, che puoi contare su di me, anche se sono entrata a piè pari nella mia di vita.
Lo so, è difficile da accettare, prima la tua vita era la mia, la mia era la tua, stessa casa, stessa cena nel piatto… no aspetta, questo non è vero, sarà dal liceo che noi mangiamo diversamente da te.
No, non lo dirò mai che sei la mamma migliore del mondo.
Tu sei diversa, non sei quel concetto che, gli italiani soprattutto, hanno di “mamma”. Quella che prepara la cena, che si preoccupa, che sta sveglia la sera ad aspettarti. Tu sei maturata con il tempo, ci hai dato mille attenzioni quando eravamo piccole e poi via, allo sbaraglio, a spaccare il mondo. Come puoi lamentarti? Ti sei sposata uno zingaro, ok siete separati, ma come potevi pretendere delle bimbe casalinghe?

Sei una grandissima rompiballe, simpatica, pedante, una sagoma, mi diverto a prenderti in giro ed ho superato quel momento in cui mamma era un nemico giurato, quell’adolescenza in cui era tutta colpa tua, tanto odi et amo, ora sei al mio fianco. Ora tifo per te, come tu tifi per me, con tutti gli sforzi che ne conseguono. E’ facile tifare per la propria squadra quando vince, soprattuto quando prende le scelte che avresti preso anche tu, ma quando invece fa di testa sua, spezza il guinzaglio, è difficile fermarsi, guardarla correre, sorridere ed incitarla.

Così vedo la tua rassegnazione, il tuo sospiro di sollievo, così mi viene voglia di abbracciarti, di proteggerti, di farti sentire che sarò sempre la tua bambina, che non ho bisogno di nient’altro se non del tuo sostegno.

L’ho aspettato tanto, dopo anni a sentirmi dire “puoi fare di più” dopo ogni 9 che poteva essere 10, dopo ogni 10 che poteva essere 11, ti sento ancora gridare e battere le mani, in prima fila, il giorno della mia laurea, quel giorno in cui, finalmente ti ho dato il permesso di ascoltarmi. Non come alle medie, non come al liceo, dove ti ho lasciata fuori dalla porta, eri lì con me, ossessionata come sempre con i tuoi video, a sostenermi.
E poi è arrivata, la tua fierezza, il superamento delle tue aspettative, quest’orologio che porto al polso con orgoglio e senza paura, che mi ricorda ogni giorno quanta tenacia hai messo tu nella vita e quanta vuoi che ne metta io.

A volte ti devo istruire, non lo accetti, ma è così. I tempi cambiano, io ti amo, ma non sono come te e non voglio essere come te. Quindi non sempre posso fare quello che vorresti la tua figliola facesse, ma se sono davvero convinta e desiderosa di qualcosa, prima o poi lo capisci.
Come hai capito quanto fosse magica Siviglia, solo venendomi a trovare, solo guardandomi nel mio nuovo habitat. Come te lo ricordi ogni volta che mi senti parlare spagnolo, quando mi alzo al ristorante per aiutare le cameriere a parlare con i clienti. Così.

Mamma, sei un disastro. E potrei continuare per ore, un giorno forse scriveremo davvero il glossario di tutte le frasi incredibili che ci rifili, di tutti gli insulti ai quali non possiamo fare altro che rispondere con una sonora risata, perché una madre così scema da dare delle “puttanine maltesi” alle figlie, merita solo una risata. Perché non sai più cucinare. Perché in moto non superi mai i 30 km/h. Perché ogni volta che compri una macchina la devi smussare su tutti quattro i lati, ed è sempre colpa dell’asfalto, della pioggia, di un’altra macchina, del vento. Perché anche i portafogli si sono rotti le balle di nascondersi in giro per casa. Perché vedi verdi i calzini blu. Perché credi che “lì” “là” “di là” siano coordinate.
Mamma, sei un amore. Perché quando torno a Santa dopo due mesi e in casa non c’è né la focaccia, né le trofie al pesto, ma solamente i canestrelli, mi rendo conto che ci hai messo del tuo. Perché quando arrivo a Casale, tu non ci sei, ma ci sono i Krumiri sul cuscino, per la gioia di Ale e Je oggi, per quella di Alice e Lucia prima, sei proprio la mia mamma. Perché sei autoironica e ti prendi in giro da sola. Perché la tua purea in polvere è la migliore che ci sia. Perché accetti che le tue figlie ti rinominino “Satana” sul telefono. Perché ci lasci suonare con il forno, come nei video dei bambini pazzi. 
Mamma, sei una rompicoglioni. Per questo ti metto sempre di fronte al fatto compiuto. Figurati se avrei potuto sopportare mesi e mesi di “ma cosa ci vai a fare a Buenos Aires?” ancor prima di sapere se mi avrebbero preso. Probabilmente avrei applicato per l’Antartide! Perché quella sedia è tua, il divano è tuo, quella cosa che mi hai regalato è sempre e comunque tua. Perché continui imperterrita a cercare di convincermi che il cioccolato sia buono. Perché non è mai abbastanza pulito e nessuno pulisce mai bene come te. Tu che sei in grado di lavare anche gli ombrelli, di mettere le scarpe al cane, di asciugarle la passera quando fa la pipì. Perché ti coalizzi con i miei fidanzati, soprattutto quando diventano ex.
Mamma, sei una principessa. Perché non appoggi mai la borsa a terra, perché come ti detergi tu la faccia, tutte le sere, io lo faccio una sì e tre no. Perché non hai mai avuto intenzione d’imparare a mangiare il pesce con le mani e quando ti obbligo ti sporchi come una bimba. Perché in ogni borsa hai un borsellino, un astuccio con matita, rossetto, pettinino, specchio e fazzoletti, ovviamente coordinati. Perché lavi anche le solette delle scarpe, lavi l’aria ed i denti al cane.
Mamma, sei una matta. Perché ci segui sul treno senza biglietto. Perché non mi hai mai dato il coprifuoco, facendo affidamento sul mio buon senso, per poi chiamare strillando “non ti sembra ora di tornare a casa?!”. Perché non mi sei mai venuta a prendere in discoteca, “come ci sei andata torni”. Perché hai sposato papà e ci hai fatto pure 3 bambine. Perché ti sei rassegnata ad aprirmi le porte del tuo armadio. Perché ti lasci prendere per il culo in mondovisione. Perché nessuno si sognerebbe di pulire le persiane all’esterno arrampicandosi sul davanzale. 
Mamma, sei la mia mammina. Non sei la migliore, sei un disastro, un amore, una rompicoglioni, una principessa, una matta.


Avrei voluto cambiarti, scambiarti, prenderti a testate, lasciarti in autostrada come gli stronzi che abbandonano i cani, mandarti a fanculo, chiuderti il telefono in faccia, bloccarti su Facebook, scappare di casa, bloccarti sull’iPhone e ti dirò, ci ho provato. E l’ho fatto. Ma poi sono cresciuta, mi sono rassegnata anche io, ho imparato a conoscerti, ad accettarti, ad apprezzarti, a prendere il meglio di te, a tenermelo stretto, a ringraziarti, a vedere il lato positivo, ad abbracciarti, a cercarti, a preoccuparmi per te.
Mamma, sei la mia mammina. Non sei la migliore, ma sei la mia e non ti cambierei con nessun’altra. 
Anche se quella di trasformare camera mia in un salotto non me la dovevi fare. Stronza.

Buona festa della mamma, auguri, amore, ti amo tanto.

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