I bagni di sangue e l’umanità – Il G8 per una vent’enne, vent’anni dopo

3
156
Add

È venerdì sera, ho deciso di farmi la traversata di mezza Italia, dalle Marche alla Liguria. Non andrò fino a Genova, mi fermo prima, a Santa così invece di guidare per cinque ore e mezza guiderò solo per cinque. 

È il 23 luglio 2021 e solo due giorni fa ricorreva il decennale del G8 di Genova. Quel G8 che porta con sé strascichi sanguinolenti, ricordi non miei di urla, fuoco, fiamme, gas, fumo e morte. Internazionale, che il 27 luglio del 2001 metteva la foto di un cadavere in copertina, ha deciso di regalare a noi giovani, a noi che anche se quel giorno eravamo davanti alla televisione, a malapena sapevamo contare fino a otto e certamente non capivamo cosa stesse succedendo, un podcast per scoprilo. 

Non sarebbe stato quello il nostro primo ricordo di fuoco e fiamme, avremmo dovuto aspettare tre mesi per vedere due aerei schiantarsi su due torri molto simili l’una con l’altra e fermare nella nostra memoria la prima atroce immagine che avrebbe messo in dubbio, nei cuori di ogni bambino, la bontà dell’uomo, mostrandoci dal vivo la sua capacità di uccidere i suoi simili. Non sui libri, non nelle fiabe, non nel passato, ma sotto agli occhi di tutto il mondo.

Questo accadde l’11 settembre e se chiudo gli occhi ancora vedo a rallentatore ogni secondo di quegli schianti. Del 21 luglio invece, io, non ho alcun ricordo, per questo ho salvato il podcast Limoni qualche giorno fa: per ricordare.

Genova nel 2001, quando avevo soltanto sei anni, era per me solo una città che sfioravamo, superando un ponte emozionante, dal quale vedevamo per la seconda volta al mare prima di arrivare a Santa. 

Per tutti gli anni a venire Genova è stata solo un capoluogo di regione, una città nella quale una volta ogni estate si andava, insieme ai genitori della mia amica Alice, per fare shopping. Ricordo Rossana con la borsa a tracolla posta davanti, sulla pancia, attenta a potenziali saccheggiatori, perché eravamo “in città”. All’epoca non c’era nulla che mi legasse a quella polveriera, quella fetta di terra poco affacciata sul mare. All’epoca non avrei mai potuto immaginare quanto rivedere le immagini di quel giorno mi avrebbe bloccato il cuore. 

Nel 2016, mentre stavo vivendo l’anno spartiacque della mia vita, l’Erasmus, mamma decise di trasferirsi proprio a Genova. Dovretti tornare da Siviglia per vedere alcune case e scegliere, insieme, quale fosse quella che più ci piaceva. In pole position c’erano due appartamenti, Entrambi in corso Torino. Il primo aveva un fantastico bovindo (elemento architettonico di cui scoprivo il nome per la prima volta) nel quale mi sono subito sognata di porre una poltrona per leggere, ma era posto ad un piano basso non troppo luminoso e questo non avrebbe certo facilitato la lettura. 

Il secondo invece avevo una facciata che mi rapì dal primo istante, era posto all’ultimo piano del primo palazzo di corso Torino, un palazzo che vedevo sempre dal treno ogni volta che accarezzavo Genova per tornare verso il Piemonte. In questo caso l’appartamento era sito al sesto ed ultimo piano, sotto ogni finestra aveva un piccolo gradino che immaginai fin da subito di riempire di cuscini per lo stesso scopo del bovindo: leggere. Ma non fu quello a convincermi, non fu nemmeno la luce che riusciva a filtrare fino al sesto piano, bensì il terrazzo. A solo una rampa di distanza dalla casa, c’era un enorme terrazzo ampio quanto tutto il tetto. La prima volta che ci salimmo erano le 13 – non ho ancora capito quando mangino gli agenti immobiliari – ed il sole alto nel cielo c’investitì violentemente non appena a primo lo porta. Era uno schiaffo celestiale e appena gli occhi furono in grado di adattarsi a cotanta luce, svelò dietro di sé la Superba dall’alto. 

Guardando verso il mare si riusciva a scorgere fino a Corso Italia, alle sue spalle tutto il quartiere di Marassi dominato dal Biscione, guardando sempre verso nord, sporgendosi verso la strada, si poteva vedere via Tolemaide che diventa corso Europa, da una parte e che incontra Brignole dall’altra. Piazzale Alimonda e la cupola della sua chiesa.

E ora questa è la vista dalla mia camera, le rare volte che decido di fermarmi a Genova e dormire nel mio letto. Se i nomi di queste vie vi sono familiari, forse siete più vecchi di me, forse qualcosa del G8 ve lo ricordate. Sì, perché è proprio tra queste vie, che oggi brulicano di traffico, che lasciano poco spazio ai pedoni, che ebbe luogo uno degli episodi emblematici storia moderna italiana e non solo.

Ero ancora nelle Marche, nella pazzesca casa in campagna di Maria Elena, c’era anche Marco e ci stavamo chiedendo dove si fosse persa la voglia di scendere in piazza della nostra generazione, quando apparve su Instagram una nuovo post de Il Mugugno Genovese: erano immagini di quel giorno.

È possibile che negli anni le abbia viste altre volte, ma solo l’altro ieri ho potuto esclamare “merda, ma è casa mia!“. 

Era un carosello. Le foto successive raffiguravano l’ingresso della scuola di mia sorella, la palestra della scuola di mia sorella, dove andai all’open day per conoscere i corsi e gli insegnanti. L’ultima invece era una foto che mia sorella aveva condiviso poco prima: piazzale Alimonda, Carlo Giuliani. 

I miei occhi tetri, la pelle infreddolita da un brivido lungo la schiena, la bocca secca e asciutta, la sete di conoscenza e di giustizia. La stessa che riecheggia anche ora, in quest’auto, nonostante mi stia abbeverando con i limoni. 

Quelle foto sembravano una risposta alle domande mie e di Marco: la nostra volta di scendere in piazza sì è persa lì? Si è persa in quel momento? Si è persa insieme a quella dei nostri genitori, insieme alla loro paura, alla loro sfiducia, alla loro vergogna?

Il podcast si intitola “Limoni” perché la giornalista, che ne è la voce narrante ricorda di quel giorno un forte odore di limoni, quelli che i manifestanti avevano deciso di portare nello zaino per la falsa credenza che il loro succo potesse essere d’aiuto contro i gas lacrimogeni. Quella dei limoni è una fragranza ricorrente in Liguria come in Sicilia, che ritroviamo anche tra i versi di Montale: 

[…] qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza ed è l’odore dei limoni.

Non sarò io a raccontare cosa successe in quei giorni, c’è un podcast che potete ascoltare che lo farà meglio di me, ma non volevo perdere queste sensazioni. L’amarezza nel pensare che è una città così pregna di storia come Genova sia stata troppe volte sciupata, maltrattata, teatro di errori ed orrori, piegata. 

26/07/2021

Ho scritto un nome ed un cognome su google: Carlo Giuliani, mentre sua sorella Elena viene intervistata da Annalisa Camilli, decido di smettere d’immaginare e di vedere. Le foto sono senza filtri, mi chiudono lo stomaco, la bocca si asciuga, il respiro vacilla, la testa torna a pulsarmi, due lacrime escono di prepotenza dai miei occhi, che scoppiano impressionati.

Elena non c’era, io non c’ero, Annalisa non era in quella piazza, la maggior parte di noi non c’erano, alcuni non erano nemmeno nati e da poche cruente foto ognuno può scegliere quali moventi immaginare, chi giustificare, ma non quali conclusioni trarre. 

La conclusione è una sola ed ha il colore del sangue rattrappito che circonda, come un’aureola meschina, il capo di un ragazzo che non doveva morire. Il colore del buio, del vuoto, della paura. 

Sono tornata a Genova da qualche giorno e mi sono messa in testa di tornare nei luoghi più caldi della rivolta, ma prima di mettermi in sella voglio finire il podcast, guardare bene le immagini e camminare consapevole su quest’asfalto.

Dormo male, sono irrequieta e sto solo immaginando. Come sarebbe stato esserci? Viverlo? Quanto dolore mi lascerà questa ferita che sto aprendo dentro di me? 

La tortura riduce l’uomo a carne. Mera carcassa animale, impotente, svuotata. Non sono riuscita ad immaginare le mandibole rotte, i denti spaccati, la sensazione di cagarsi davvero nelle mutande. Non le ho mai provate, mi auguro di non provarle mai, ma mi hanno riportata con il pensiero a 2 libri letti recentemente: Shantaram, in cui si raccontano le torture che vengono tutt’oggi inflitte nelle carceri indiane e Un Uomo, di Oriana Fallaci, che racconta le torture inflitte al suo compagno durante gli anni di prigionia che sarebbero dovuti non finire mai. Entrambi i libri, seppur cruenti, non mi avevano tagliato il cuore come questo podcast e mi domando il perché. Su carta, relativamente lontane nel tempo e nello spazio, mi hanno fatto meno paura. Il fatto che, dietro l’angolo, quando già lo stato di diritto era parte integrante della vita post bellica italiana, si siano consumate tali atrocità, mi terrorizza.

Eppure siamo umani, sempre noi, che pensiamo di progredire invece siamo sempre gli stessi animali, omuncoli… questo forse mi fa più paura di tutto. 

Non so se Carlo potrei essere io, non so se Carlo potresti essere tu, non so se sarei scesa in piazza, perché non ho vissuto quei giorni e gli anni che li hanno preceduti. Mio padre non c’era, altri padri si. 

Non posso giudicare la presenza o l’assenza, ma la disumanità, quella non riesco a tollerarla. Definiamo “disumano” qualcosa che non ci sembra consono all’uomo, inteso come essere che può governare gli istinti, invece di farsi da loro comandare. Eppure a cadenza irregolare l’animale che ci portiamo dentro divora l’umanità che fatica a contraddistinguerci e questo è il risultato.

Impareremo? Sarà mai abbastanza? 

“La più grande tortura che l’uomo ha inflitto ad altri essere umani dal dopo guerra”

Amnesty International 

03/09/2021

È venerdì e tra i buoni propositi stilati per settembre c’è quello di mantenere una costanza nella pubblicazione di contenuti sul mio blog. Potrei condividere storie da film di un’estate pazzesca, incentivi sorridenti a prendere questo settembre con lo spirito giusto, quello con chi dovremmo affrontare ogni mese: con gioia, invece mi torna in mente questa storia che non ho mai condiviso e che penso meriti di passare sotto gli occhi di qualche mio coetaneo, di stuzzicare la sua curiosità, di essere ricordata.

Sono passati due mesi da quando il mio stomaco in subbuglio aveva ordinato alla mia testa di fare chiarezza.

Due mesi d’estate, di serenità e frenesia, di relax e follia.

Ho pensato ancora al G8, a Carlo, ho chiamato i miei genitori e gli ho chiesto cosa si ricordassero, l’ho chiesto alle mie colleghe, ad avvocati, a genovesi, a siciliani, a marchigiani, anche alla figlia di un carabiniere. “Lo sai che il presidente del Genoa Social Forum veniva in spiaggia con noi?” “Certo qualcuno ha esagerato” “Se solo avessero in dotazioni delle armi diverse” “Ricordo solo che mia mamma non andò a lavorare quel giorno”.

Ognuno ricorda una versione leggermente di parte della storia, in base a chi ha deciso di condonare e chi ha preferito accusare. In base a cosa ha visto. Mettendo insieme storia, opinioni e ricordi, non ho avuto il coraggio di prendere una posizione, non ne sento il bisogno, mi sono però resa conto di aver con il tempo perdonato qualcuno, di aver compreso qualcun altro e di non poter giustificare qualcun altro ancora.

Cammino verso piazza Alimonda, è l’ultimo scenario di quei giorni che non ho visitato a luglio. È una piazza che vedo dalle finestre di casa, dal terrazzo ed in cui posso quasi ogni giorno quando sono a Genova, eppure solo ora noto quello che sono venuta a cercare. Già da via Casaregis intravedo la pietra che è stata posta in mezzo all’incrocio, a memoria del popolo tutto. Dei fiori la cingono, alcuni secchi, altri appassiti. Di fronte a lei la targa di marmo “Piazza Alimonda” tutt’oggi imbrattata per cambiarle nome in “Piazza Carlo Giuliani Ragazzo”. Nessuno della giunta comunale ha avuto il pelo sul petto di cambiarlo davvero quel nome, lasciando a chi non vuole dimenticare l’onere di ripassare con un pennarello indelebile il titolo onorario per Carlo.

La targa e la pietra si guardano. È tra loro che giaceva inerme il corpo di Carlo. Non ci sono abbastanza fiori, penso, ne porterò di freschi e porterò una pigna, raccolta nella foresta per un mandala, che pensavo di aver perduto, merita di stare lì. Magari li bagnerò anche quei fiori. Magari non serve. Magari lo fa già sua sorella. Magari mi passerà. No, va bene così, mi tengo stretta, anche a distanza di mesi, questo mal di pancia, che ancora mi contorce le viscere. Penso si chiami umano dolore, o forse solo dolore, umanità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Top