Cuaderno de viaje – dìa 90

Ieri pomeriggio, dopo X ore in giro senza orologio e con il telefono scarico, senza giacca e con il sorriso stampato in faccia, mi sono imbattuta in questo ragazzo, in questo artista.
Come tanti altri, se ne stava seduto in Plaza Nueva a suonare la chitarra a testa bassa, nel suo mondo, ai piedi di un albero di Natale ancora in attesa d’essere acceso.
Nella custodia, con un normale interno rosso, campeggiava, illuminata dal riflesso di qualche monetina, la scritta:
“I’m a traveler
I’m a dreamer
I’m waking up
but I’m so hollow”

Con un tonfo sordo, attutito dal velluto, ho lasciato cadere anche io una moneta. Mi è piaciuto immaginare che si sarebbe trasformata in un centimetro quadrato del suo prossimo biglietto aereo, per proseguire nella sua vita da nomade.
Fino a qui tutto bene, se non fosse stato per quel “but”.
In quarta liceo la professoressa Follese ci fece leggere un libro, di cui non ricordo il titolo, ma non posso dimenticare un pezzo della trama: uno dei protagonisti era un ragazzo che non poteva fare a meno di viaggiare, andava in giro, per il mondo, cercandosi, cercando il suo posto, la sua casa, il suo nido, le sue regioni, le sue ragioni. Alla fine, però, tornò a casa, con se stesso, con il suo bagaglio di vita, convinto che non fosse importante la meta, quanto piuttosto il viaggio in sé con la compagnia di sé stessi. Aveva passato la vita a rincorrersi, senza rendersi conto che era già tutto nelle sue mani.
“…but I’m so hollow” I’m so hollow baby, cantava James Blunt, salutando il suo amore con Goodbye my lover, una delle canzoni più struggenti del XXI secolo.
Spotify-James Blunt-Back to Bedlam.

A volte mi sono sentita svuotata anche io, rigirata come un calzino, mi è successo più volte: sulla centrifuga alle giostre o ad Esperimenta, ad ogni incidente in macchina e quando ho scoperto di aver perso per sempre delle persone care. Mi succede quando penso che non eravamo niente prima di nascere e torneremo ad essere niente. Mi svuoto in un secondo, mi si prosciuga il palato, mi sudano le mani, mi si annebbia la vista, come quella volta che sono svenuta in ospedale, a trovare Viola, ed ho solo voglia di vomitare. Mi prende il panico. Ma sono momenti puntuali, momenti puntualmente vuoti, che mi fanno una pernacchia e che scaccio via asciugandomi gli occhi, per poi poterli contare sulle dita di una mano.
Ma come si va a sentirsi vuoti? Costantemente?
“…ma sono così vuoto”
Vuoto di cosa? Pieno di cosa?

In questo momento della mia vita, forse più che mai, mi sento piena. Piena di voglia di fare, di vedere, di scoprire, d’iniziare, di finire, di ricominciare, di mangiare, di correre, di conoscere, di parlare, di fare silenzio, di ascoltare, di chiudere gli occhi, di sognare, di viaggiare, di trovare, di portare a casa, di tornare, di ripartire. Piena di vita.
Per quanto sarà così? Quanto durerà? Diventerò anche io un automa casa-lavoro-casa? E questo mi farà sentire piena o vuota? O mezza piena e mezza vuota? No, a metà no cavolo, queste dannate sfumature. Petri me l’aveva detto già in prima liceo, chiedendomi di uscire un attimo dal laboratorio di fisica, che avrei dovuto prendere coscienza della loro esistenza, che prima le avessi accettate e meglio sarebbe stato per me, ma a me, il grigio, faceva proprio cagare. Mi è servito un po’ di tempo e un approfondito studio degli spettri di luce, per rendermi poi conto che non esiste solo il grigio, ma tutto un arcobaleno, tra la merda ed i fiori.

La data del rientro per le vacanze natalizie si avvicina e sono una persona che suòle tirare le somme. Sono partita, 3 mesi fa, con qualche incertezza e mille progetti, arrivata qui mi sono lasciata trasportare, senza perdere di vista i miei doveri, ma sempre in alta marea, sempre sulla cresta dell’onda, senza rinunciare nemmeno ad un minuto, senza sprecare nemmeno un giorno, di questo pazzesco pezzo di vita.
Tornerò a casa con duemila progetti, tantissime certezze e nuove incertezze, più grandi e più profonde, che prima, guardando sempre nello stesso cannocchiale, non ero riuscita a vedere.
Mi sentirò anche io vuota?
Alla riunione di presentazione una ragazza, ridendoci su, aveva detto che qualcuno di ritorno dall’erasmus, aveva avuto bisogno di uno psicologo, perché non riusciva a tornare alla sua vita “normale”.
Abbiamo riso, un po’ tutti.
Stolti.
Non c’era niente da ridere.
Credo che il trucco sia qui però, racchiuso in quelle virgolette, in quel “normale” che, nella mia vita, non so manco cosa sia.
Spero che mi salvi, perché io gli psicologi gli odio proprio.
Grazie 음악가 조제.

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Cuaderno de viaje – dia 22

Anche in Erasmus il lunedì ha un
sapore strano, il risveglio, la rinascita, uscire dal bozzolo,
spaccare il guscio. E’ un settembre in miniatura, che si ripresenta
imperterrito tutte le settimane, puzza di fine estate e profuma di
nuove avventure. Anche se sembra “solo un altro lunedì”, è
“solo” un altro giorno in cui abbiamo la palla in mano. Un’occasione per far prendere aria ai denti, mentre giocano con gli zigomi.
Questo lunedì, oltre confine, è
soleggiato e caldo, ho dimenticato gli auricolari a casa, quindi
canticchio in silenzio, con il testo di “Le cose che abbiamo in
comune”, sotto al naso. La intono con la grinta e la genuinità di Chiara, alle audizioni di The voice, perché mi piace pure più di
Silvestri. La metro se ne frega di me.
E con la mente faccio associazioni
strane, tutte sorridenti, tutte apparentemente sconnesse ed in realtà
collegate, come Youtube, che mi mette Einaudi in mezzo a cantautrici
italiane ancora troppo poco conosciute.
E mi torna alla mente un viaggio, un
viaggio di ritorno da Lione, in autobus, quando aprendo la playlist
di un ragazzino ho trovato i Baustelle, Le Luci, gli Afterhours, I cani… ed
in lui un nuovo amico.
E vado a lezione con un motivo in più
per sorridere, con l’ennesima conferma che basti pochissimo… per
essere felici.
La nostra prof di direcciòn comercial è una Londinese doc, trasferitasi qui per nonsoqualemotivo, che si strozza con la saliva e ride in media 2 volte a slide, molto preparata e piacevole da ascoltare, ma la giornata universitaria finisce
presto e sono già a casa, a scofanarmi un bel piatto di pasta al
ragù, quella che Lorenzo pretendeva di mangiare in un ristorante
tipico di Malaga e mi ha costretto a comprare al supermercato. Il
ragù non sa di ragù, il parmigiano ce lo siamo giocati, ma la pasta sa di pasta, oh se sa di pasta! Si adagia tra i denti che è un piacere… e lascia quel retrogusto
di casa che mi tiene compagnia finché non viene spazzolato e
sostituito con il dentifricio. 
Da ieri non faccio altro che
riascoltare ininterrottamente Chiara Dello Iacovo , mi accompagna pure
in bagno e fa da eco ad un messaggio sul gruppo “Colleghe” che mi
rammenta dove fossi un anno fa… solo un anno fa, ne sono passate così tante in mezzo, così tanta vita che sembra un ricordo lontano, invece se ci penso bene, se chiudo gli occhi, sento ancora il sole caldo sulle braccia e l’aria di mare nelle narici.
E mi torna alla mente una serata,
in una città non mia, con delle colleghe spensierate e sorridenti,
tutte con accenti diversi, assolutamente coscienti della merda che ci
sia nel mondo, ma che per una notte hanno deciso di fregarsene
altamente e ridono, ridono di cuore, ridono di gusto, ridono e non ci
pensano, scolpendo nel mio di cuore, un ricordo stupendo ed
indelebile.
Allora ripenso alle parole scambiate con B.
ieri e non c’è niente che non ripeterei.
E’ bello costruire, invecchiare,
condividere, ma la cosa più importante è lasciare un bel ricordo.
Un ricordo sorridente, che scaldi il
cuore anche a distanza di mesi, di anni, un ricordo di cui non
pentirsi mai, ma da tenere stretto, da custodire, un ricordo che ci
faccia pensare “sì, ero proprio felice”. Felice e fortunata…
A cantare a squarciagola in terrazza a casa Fangarezzi, a casa Sacchetti, mentre accoglievo con Alice la sfida di Gianna e ci buttavamo in piscina vestite, quando portavo in macchina Arabella e Francesca per la prima volta, imballando in salita, al Faro, ad ogni Ferragosto, ad ogni chiusura del Covo, al Deniro, ad ogni serata di Stay, quando arrivava il sabato al liceo, mentre organizzavo feste di compleanno a sorpresa, in Salento, al ritorno da ogni viaggio, in gita, rivedendo un amica dopo tanto tempo, a pranzo con Lollo tutti i mercoledì del liceo, a cercare casette in ogni città, a guardare l’alba alla Valletta, a regalare libri, a pettinare le mie sorelle, a lavorare a teatro, in fiera, in discoteca, pure quando con nonchalance plateale mi licenziai, diciamo pure anche la seconda volta, a chiudere i rapporti con i treni e tornare a casa finalmente con la mia Tina, a contare le stelle, a mischiare le carte, con Le Portoghesi, I nasi, Quelli della Valla, Le Spritz for 5, I Fenomeni, a mangiare la pizza, a trovare 100 lire per terra, a visitare Istanbul con le sorelle Brusa, a conoscere una ragazza sarda in maniera assurda, a mangiare sulla Tour Eiffel, sopra La Galleria, trovando Bon Iver alla fine dei titoli di coda, a cambiare classe al liceo, al Take Off, alla Colour Run, a festeggiare i 50 anni dei miei genitori, sulla copertina di un libro, preparando l’esame di maturità, NCSC, sulla cupola di Michelangelo in San Pietro, a confermare amicizie, ad abbracciare la mia nonna, mentre trovavo nella valigia un bigliettino di Noemi, tornando dalla Coop Academy, dopo il Campo Moglia, scegliendo il mio primo appartamento, facendo shopping con la mamma, portando Arabella a sentire Ariana Grande all’O2 Arena, a sentire Le Luci, Bianco, Levante, a sentire Cremonini, a pranzare in piccionaia, a lanciarci sulla zip line, con la mongolfiera sulla Cappadocia, con la barca in Croazia, con il quad nel deserto, a camminare sul monte di Portofino, quando mordo la focaccia la prima volta ogni estate, riponendo un libro e 400 appunti, dopo aver sostenuto un esame, quando riconoco i profumi dei luoghi e delle persone, quando mi ricordo le mani, ad avere avuto Mattia come compagno di banco al liceo, ad avere amicizie vere e perchè no, anche a quelle di facciata, a sentire i fratelli Mainardi suonare, a ritrovare la strada, nonostante il navigatore se ne freghi di me, a dormire in Galleria Umberto, a vivere con Pedro, a condividere la camera con Nashua, a portare Francesca a Firenze, guardando il tramonto dai Muagetti, ad avere tutti i 5 sensi, che funzionano, in sincronia… felice e fortunata, talmente tanto che potrei continuare per ore, a scavare, a ricordare momenti inopportuni, banali, quotidiani, semplici, unici.
E forse non ce ne rendevamo conto.
E forse non ce ne rendiamo conto, di
quello che abbiamo tra le mani, di tutta la fortuna che ci passa tra
le dita, di quella che lasciamo cadere, perché non riusciamo a fare
altrimenti, come quando proviamo a trattenere l’acqua della
fontanella, ma in realtà ne beviamo meno di quanta ne perdiamo.
Forse basterebbe fermarsi.
Forse basterebbe pensarci un attimo di
più.
Forse basterebbe ficcare la testa sotto
la fontana, fregarsene di sembrare stupidi, matti, poco igienici,
infantili e non sprecare nemmeno una goccia d’acqua, strozzarsi e
riderci su.
Ecco, in questo lunedì di fine
settembre, mentre il mondo gira e non è importante quello che accade
ad ogni singolo esserino, io confermo la mia opinione sulla vita:
preferisco strozzarmi che sprecare l’acqua.
Ricordiamoci di santificare i momenti
felici.

Io, nel dubbio, continuo a santificare
ogni giorno di questo Erasmus, compresi i lunedì.

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Cuaderno de viaje – dìa 16

E’ andata cosi: ho trovato casa, o meglio, la casa ha trovato me e si è fatta scegliere. O forse meglio ancora, il destino ha scelto la mia casa. E da quando sono entrata in casa tutto è stato in discesa.
Praticamente i giorni in salita sono stati 4, nel mio Ostello (Oasis Backpackers Sevilla) che di ostello aveva ben poco, ma di italiano tantissimo. Dopo una spettacolare giornata passata a battezzare Sevilla con il mio vomito, ho preso armi e bagagli e mi sono trasferita in Calle Rosario Vega 4, nel Barrio de Triana. Qui, oltre il Guadalquivir, oggi ho tappezzato la mia camera di poster e cazzatine. Qui ho detto subito “casa” e non “camera”. Di certo non ho detto “bagno”, perchè senza bidet non c’è storia, è solo un cesso. Ma si può imparare a convivere con l’assenza di questo oracolo, giuro. E’ brutto e faticoso, ma si può fare.
La mia camera ha un balconcino molto iberico, che guardo dal letto e sopra la mia scrivania campeggia vittoriosa la scritta “FABRICA DE SUENOS”, accompagnata dai Beatles e da Audrey, per sentirmi a mio agio.
Nella mia casa siamo in 4, adesso, quando sono arrivata invece c’era solo Pedro.
Pedro in questo momento è in salotto, con la chitarra. Quando sono entrata a vedere l’appartamento per la prima volta Pedro era in salotto, con la chitarra, quando sono tornata a portare i bagagli, Pedro era in salotto, con la chitarra.
Pedro ha 20 anni, è al secondo anno d’ingegneria, è di Ceuta, una città che mi ha presentato come “la sua Napoli spagnola”, solo perché Antonino, il suo ex coinquilino, era napoletano, concretamente una città sapagnola in terra africana, sullo stretto di Gibilterra. Pedro è un po’ nerd, un po’ cuoco, un po’ musicista, un po’ ingegnere, un po’ africano, un po’ Sevillano ed anche un po’ italiano, un po’ coinquilino e un po’ fratello. Pedro ha attaccato con me post-it colorati su tutti gli oggetti della casa per dare un nuovo nome a tutte le cose che usiamo quotidianamente, per farmi imparare lo spagnolo. Pedro mi fa le fajitas, i sandwich con il pollo, le crepes e le crepes le fa anche saltare in aria e sul pavimento. Pedro a volte si addormenta sul divano e nel suo letto dorme al contrario, ma la mattina mi sveglia sempre tocando la guitarra e la notte fa in modo che mia addormenti alla stessa maniera.
Eduardo invece mi cucina l’insalata di pasta e anche se ci mette la cipolla è particolarmente bravo, lui ha 24 anni e deve iniziare un master in economia, ero già in casa quando è venuto a vedere la sua camera, sono uscita dalla mia, mi sono presenta e il suo sorriso profumava di “scelta fatta”, quando ho scoperto che sarebbe arrivato un ragazzo nuovo ero sicura che tra tutti fosse proprio lui. Edu nell’armadietto del bagno posiziona i saponi in ordine di altezza, come me. Quando invita i suoi amici fa l’insalata di pasta, altrimenti non mangia altro che boccadillos con jamon y queso. In camera riordina al millimetro e si spruzza il profumo, così quando esce, anche se non saluta, si sente la scia. Edu quando torno a casa bussa e viene a chiedermi com’è andata la giornata. E mi racconta la sua.
Victor invece non c’è mai e quando c’è è in camera sua, aveva scelto la camera ancora prima di me, ma si è fatto vedere (poco) solo dopo qualche settimana, credo di averlo incrociato 3 volte sputate, però anche lui studia ingegneria, forse con un po’ più di fatica e testardaggine. Ipotizzo che non abbia voglia di starmi dietro con lo spagnolo, ma sorride sempre e va bene cosi, c’è tutto il tempo.
Il tempo.
Il tempo scorre diversamente qui ed è sempre pieno. Sono arrivata 16 giorni fa e ne sembra passato un sacco, ma ancora un sacco sembra essercene davanti, forse non abbastanza.
Il tempo degli spagnoli è scandito diversamente, il pranzo alle 15.00, la merenda alle 18.00, la cena non prima delle 21.30, spesso dopo. I negozi non riaprono fino alle 17.00, la siesta diventa quasi obbligatoria. L’università è a 10 fermate da casa mia, per un totale di ben 16 minuti, che non sono niente, ma quando la mattina devi svegliarti… fanno la differenza.
Però poi ci arrivi… e ti ritrovi in un mondo nuovo.
Sullo stile di un campus americano, con gli studenti stivati in una zona periferica di Sevilla, regna il verde ed il giallo degli edifici, la prima volta sembra enorme, la seconda la sai già girare tutta. Si mangia con poco e bene, gli Erasmus si riconoscono a colpo d’occhio, gli italiani anche ad occhi chiusi, l’acqua te la regalano e non manca niente.
I corsi teorici non sono particolarmente differenti da quelli italiani, ma sono affiancati da una parte pratica, valutata, con lavori di gruppo, a mio parere estremamente istruttiva, forse ancora di più di quella basica.
L’università mi mette ancora un po’ di timore, non ne voglio parlare, ma sono sicura che andrà tutto bene, anche perchè non ammetto errori.

E poi c’è la vita.
Ma questa è un’altra storia…

Sevilla è magica, è una scoperta dietro ad ogni angolo, anche dietro al più banale. Basta buttarcisi. Ogni giorno è un’occasione, una sorpresa, una scusa per ingrassare, per uscire da casa…
Mangiare fuori costa troppo poco per non approfittarne eccessivamente, per gli erasmus è pieno di feste gratis, di visite guidate, di appuntamenti organizzati, di missioni di gruppo.
Non ho ancora capito quando dorme questa città, forse mai, forse gli spagnoli non dormono mai, una mia compagna di corso mi ha detto che finchè non riapre la metro, la mattina, alle 7.00, non può tornare a casa, così le tocca stare fuori fino a colazione, se vuole uscire…
Non mi sono ancora annoiata, non c’è stato un attimo in cui non abbia avuto voglia ed entusiasmo nel fare qualcosa, dalla più piccola ed insignificante, alla più importante.
16 giorni sono pochi, ma sono un gran bel punto di partenza.
I compagni di viaggio hanno mille nomi, mille volti, mille provenienze e mille lingue diverse. Il denominatore comune si chiama Erasmus. “Erasmus”, come gridano i coordinatori di ESN per chiamarci all’attenti. “Erasmus” European Region Action Scheme for the Mobility of University Student, come Erasmo da Rotterdam, più apolide di me. Tutti siamo partiti, lasciando a casa qualcosa, tutti con desideri, sogni e paure, tutti fiduciosi e coraggiosi, per ritrovarci qui…
Ad inebriarci le narici con la cacca di cavallo in Santa Cruz, ad eludere la vigilanza in Plaza de Espana, ad arredare le nostre camerette, ad abbuffarci di Tapas, a controllare se l’erba del vicino è più verde, ad abbronzarci in spiaggia la domenica, a farci rimproverare dalla polizia sotto la Torre dell’Oro, a rincoglionire il palato da 100 Montaditos, a rinchiuderci nei pub a guardare la Champions, a violentare Skype, a maledire i piani tariffari spagnoli, a sclerare dietro all’orario dell’università, a mangiare paella al Ruko la domenica sera, a guardare i tramonti dal Parasol, a cercare all you can eat giapponesi fantasma, a desiderare long board e roller blade, a meravigliarci davanti ad un Mercado minimalista, ad insegnare come si vive bene in Italia, a renderci conto di quanto siamo fortunati a vivere in Italia, a farci regalare Cruzcampo ed ingressi in discoteca, a presentarci a chiunque incronci il nostro sguardo, a provare qualsiasi pietanza con un nome poco chiaro, a progettare viaggi, ad aspettare pacchi da casa, ad aspettare amici da casa, a pensare a quando ci torneremo a casa, ad apprezzare un po’ di più quello che abbiamo a casa, a godere del prossimo viaggio, del prossimo Erasmus, a temere gli esami in una lingua che non è la nostra, ad aborrare i bagni senza il bidet, a cantare in cerchio attorno ad una chitarra, a renderci conto di quanto la musica sia un collante senza confini, a comprare teli mare imbarazzanti, a guardare negli occhi i nostri compagni di avventura, e sentirli un po’ fratelli, un po’ famiglia, ad alzare gli occhi al cielo, a chiuderli con il sorriso…
Tutti qui, sulla stessa barca, o sullo stesso traghetto malandato, tutti qui a sorriderci, tutti diversi e tutti così uguali, tutti giovani, coraggiosi e fortunati, tutti legati da un filo invisibile o da un braccialetto “Erasmus Sevilla” anno accademico 2015/2016. 

Siamo qui…

E non vorrei essere da nessun’altra parte.

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Cuaderno de viaje – día 1

Avvistata.
Sul volo FR4635 di Ryanair, Milano (Bergamo)-Siviglia, una bionda in bianco e nero, che sorvola l’Europa.
Il posto vicino al finestrino me lo sono giocata, le mestruazioni non mi danno tregua, mi hanno stivato il bagaglio a mano, sto pranzando con un Camogli alle 17.30 ed ho beccato, per la seconda volta in un’estate, lo steward più odioso della compagnia… insomma, come inizio non c’è male.
E siamo solo noi, io, due trolley ed un libro… magari. In realtà c’è una coppietta mielosa alla mia destra ed un’altra che ronfa a bocca aperta alla mia sinistra. Ma dico… se dovete rubarmi il posto al finestrino, almeno non fatevi beccare che dormite!
Va bene lo stesso, vale tutto, facciamo un respiro ed un passo indietro: sto andando a vivere in Spagna. Precisamente a Sevilla (Siviglia, per gli italiani, sì quella del barbiere), la temperatura a terra sarà di 30°C, l’umidità al 95% ed il mio telefono scarico. Come meravigliarsi.
È andata più o meno così: nel mese di ottobre, dopo aver scoperto che le borse di studio Erasmus non erano destinate ad un élite di redditi inferiori ad xxx, bensì a tutti i comuni mortali ed essermi guardata allo specchio, negli occhi di tante ragazze che erano “appena tornate”, ho deciso di attendere con frenesia un bando, Il Bando. Dopo aver compilato tutte le scartoffie al 1° posto è arrivata Sevilla, seguita da Tenerife (nel caso non mi fossi aggiudicata il 1° posto, sarebbe scattato il premio di consolazione). Dopodiché ho comunicato la notizia a casa, ovviamente a giochi fatti, quando non si torna indietro.
E Sevilla mi sono aggiudicata, qualche mese dopo.
La Spagna. Perché la Spagna? Parliamoci chiaro: sono la persona più solare e casinista del mondo, ma sono anche la più rigorosa. Lo spagnolo è la seconda lingua più parlata al mondo, snobbando il cinese che comunque non ho intenzione d’imparare in questa vita, data la scarsità di mete anglofone, mi sono buttata su questa lingua muy caliente.
Dopodiché la città viene da sé, non c’è paragone. Non c’è nulla da spiegare.
Quindi si, bella la fiesta loca, ma non è il mio obbiettivo primario.
L’estate è filata via veloce, piena di sorprese e felicità, come ogni stagione del sole che si rispetti, talmente emozionante da rendere l’arrivo del nono mese dell’anno un peso non indifferente…
Ed è arrivato settembre. E con i temporali anche un mal di pancia fisso, un nodo tra lo stomaco e la gola, pronto ad ovattare ogni giornata, ogni saluto, ogni movimento, ogni sapore, ogni sorriso.
Non ho voluto pensare alla partenza finché la partenza non era più vicina di qualsiasi altra cosa.
Non ho voluto mettere in mezzo l’Erasmus in nessun rapporto, in nessuna decisione che lo precedesse e me la sono goduta, fino all’ultimo secondo, quest’aria italiana.
Il mare, la pizza, l’alba, il profumo dei cornetti, la pioggia sui capelli, il pesto, il sorriso di Arabella, le chiamate della nonna, il tramonto, la musica italiana, la focaccia, le litigate con la mamma, la Costiera Amalfitana, la Puglia, l’Expo, Santa, la mia 500, le colline, l’asfalto, le code alla rinfusa, le discoteche, le mani di Lorenzo, le amicizie di una vita, quelle nuove, che valgono una vita.
Ho visto lo spettacolo dell’albero della vita, dall’autostrada, mentre Jovanotti cantava “…che settembre ci porti una strana felicità”, l’ho gridato a squarciagola e sono corsa a casa, consapevole più che mai di quello che avrei lasciato a 2000 km da me, inconsapevole di ciò che mi riserverà il destino, ma curiosa e felice più che mai.
Atterro tra venti minuti, o almeno così dice il mio nemico steward, ho prenotato con papà un ostello (io e gli ostelli, capitolo tutto da scrivere), nessuno mi aspetta all’aeroporto, nessuno mi aspetta a casa, ancora non ce l’ho una casa, la patente marcirà in valigia, l’ultima volta che ho studiato spagnolo è stato in seconda elementare, devo spostare il mio orologio biologico di qualche ora, il tramonto dovrebbe aspettarmi, spero di trovare un appartamento con il bidet e che si sciolga al più presto quel nodo.
Ciak, si gira.
Che lo spettacolo abbia inizio.

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