
Cuaderno de viaje – dìa 90
Come tanti altri, se ne stava seduto in Plaza Nueva a suonare la chitarra a testa bassa, nel suo mondo, ai piedi di un albero di Natale ancora in attesa d’essere acceso.


Io, nel dubbio, continuo a santificare
ogni giorno di questo Erasmus, compresi i lunedì.

E’ andata cosi: ho trovato casa, o meglio, la casa ha trovato me e si è fatta scegliere. O forse meglio ancora, il destino ha scelto la mia casa. E da quando sono entrata in casa tutto è stato in discesa.
Praticamente i giorni in salita sono stati 4, nel mio Ostello (Oasis Backpackers Sevilla) che di ostello aveva ben poco, ma di italiano tantissimo. Dopo una spettacolare giornata passata a battezzare Sevilla con il mio vomito, ho preso armi e bagagli e mi sono trasferita in Calle Rosario Vega 4, nel Barrio de Triana. Qui, oltre il Guadalquivir, oggi ho tappezzato la mia camera di poster e cazzatine. Qui ho detto subito “casa” e non “camera”. Di certo non ho detto “bagno”, perchè senza bidet non c’è storia, è solo un cesso. Ma si può imparare a convivere con l’assenza di questo oracolo, giuro. E’ brutto e faticoso, ma si può fare.
La mia camera ha un balconcino molto iberico, che guardo dal letto e sopra la mia scrivania campeggia vittoriosa la scritta “FABRICA DE SUENOS”, accompagnata dai Beatles e da Audrey, per sentirmi a mio agio.
Nella mia casa siamo in 4, adesso, quando sono arrivata invece c’era solo Pedro.
Pedro in questo momento è in salotto, con la chitarra. Quando sono entrata a vedere l’appartamento per la prima volta Pedro era in salotto, con la chitarra, quando sono tornata a portare i bagagli, Pedro era in salotto, con la chitarra.
Pedro ha 20 anni, è al secondo anno d’ingegneria, è di Ceuta, una città che mi ha presentato come “la sua Napoli spagnola”, solo perché Antonino, il suo ex coinquilino, era napoletano, concretamente una città sapagnola in terra africana, sullo stretto di Gibilterra. Pedro è un po’ nerd, un po’ cuoco, un po’ musicista, un po’ ingegnere, un po’ africano, un po’ Sevillano ed anche un po’ italiano, un po’ coinquilino e un po’ fratello. Pedro ha attaccato con me post-it colorati su tutti gli oggetti della casa per dare un nuovo nome a tutte le cose che usiamo quotidianamente, per farmi imparare lo spagnolo. Pedro mi fa le fajitas, i sandwich con il pollo, le crepes e le crepes le fa anche saltare in aria e sul pavimento. Pedro a volte si addormenta sul divano e nel suo letto dorme al contrario, ma la mattina mi sveglia sempre tocando la guitarra e la notte fa in modo che mia addormenti alla stessa maniera.
Eduardo invece mi cucina l’insalata di pasta e anche se ci mette la cipolla è particolarmente bravo, lui ha 24 anni e deve iniziare un master in economia, ero già in casa quando è venuto a vedere la sua camera, sono uscita dalla mia, mi sono presenta e il suo sorriso profumava di “scelta fatta”, quando ho scoperto che sarebbe arrivato un ragazzo nuovo ero sicura che tra tutti fosse proprio lui. Edu nell’armadietto del bagno posiziona i saponi in ordine di altezza, come me. Quando invita i suoi amici fa l’insalata di pasta, altrimenti non mangia altro che boccadillos con jamon y queso. In camera riordina al millimetro e si spruzza il profumo, così quando esce, anche se non saluta, si sente la scia. Edu quando torno a casa bussa e viene a chiedermi com’è andata la giornata. E mi racconta la sua.
Victor invece non c’è mai e quando c’è è in camera sua, aveva scelto la camera ancora prima di me, ma si è fatto vedere (poco) solo dopo qualche settimana, credo di averlo incrociato 3 volte sputate, però anche lui studia ingegneria, forse con un po’ più di fatica e testardaggine. Ipotizzo che non abbia voglia di starmi dietro con lo spagnolo, ma sorride sempre e va bene cosi, c’è tutto il tempo.
Il tempo.
Il tempo scorre diversamente qui ed è sempre pieno. Sono arrivata 16 giorni fa e ne sembra passato un sacco, ma ancora un sacco sembra essercene davanti, forse non abbastanza.
Il tempo degli spagnoli è scandito diversamente, il pranzo alle 15.00, la merenda alle 18.00, la cena non prima delle 21.30, spesso dopo. I negozi non riaprono fino alle 17.00, la siesta diventa quasi obbligatoria. L’università è a 10 fermate da casa mia, per un totale di ben 16 minuti, che non sono niente, ma quando la mattina devi svegliarti… fanno la differenza.
Però poi ci arrivi… e ti ritrovi in un mondo nuovo.
Sullo stile di un campus americano, con gli studenti stivati in una zona periferica di Sevilla, regna il verde ed il giallo degli edifici, la prima volta sembra enorme, la seconda la sai già girare tutta. Si mangia con poco e bene, gli Erasmus si riconoscono a colpo d’occhio, gli italiani anche ad occhi chiusi, l’acqua te la regalano e non manca niente.
I corsi teorici non sono particolarmente differenti da quelli italiani, ma sono affiancati da una parte pratica, valutata, con lavori di gruppo, a mio parere estremamente istruttiva, forse ancora di più di quella basica.
L’università mi mette ancora un po’ di timore, non ne voglio parlare, ma sono sicura che andrà tutto bene, anche perchè non ammetto errori.
E poi c’è la vita.
Ma questa è un’altra storia…
Sevilla è magica, è una scoperta dietro ad ogni angolo, anche dietro al più banale. Basta buttarcisi. Ogni giorno è un’occasione, una sorpresa, una scusa per ingrassare, per uscire da casa…
Mangiare fuori costa troppo poco per non approfittarne eccessivamente, per gli erasmus è pieno di feste gratis, di visite guidate, di appuntamenti organizzati, di missioni di gruppo.
Non ho ancora capito quando dorme questa città, forse mai, forse gli spagnoli non dormono mai, una mia compagna di corso mi ha detto che finchè non riapre la metro, la mattina, alle 7.00, non può tornare a casa, così le tocca stare fuori fino a colazione, se vuole uscire…
Non mi sono ancora annoiata, non c’è stato un attimo in cui non abbia avuto voglia ed entusiasmo nel fare qualcosa, dalla più piccola ed insignificante, alla più importante.
16 giorni sono pochi, ma sono un gran bel punto di partenza.
I compagni di viaggio hanno mille nomi, mille volti, mille provenienze e mille lingue diverse. Il denominatore comune si chiama Erasmus. “Erasmus”, come gridano i coordinatori di ESN per chiamarci all’attenti. “Erasmus” European Region Action Scheme for the Mobility of University Student, come Erasmo da Rotterdam, più apolide di me. Tutti siamo partiti, lasciando a casa qualcosa, tutti con desideri, sogni e paure, tutti fiduciosi e coraggiosi, per ritrovarci qui…
Ad inebriarci le narici con la cacca di cavallo in Santa Cruz, ad eludere la vigilanza in Plaza de Espana, ad arredare le nostre camerette, ad abbuffarci di Tapas, a controllare se l’erba del vicino è più verde, ad abbronzarci in spiaggia la domenica, a farci rimproverare dalla polizia sotto la Torre dell’Oro, a rincoglionire il palato da 100 Montaditos, a rinchiuderci nei pub a guardare la Champions, a violentare Skype, a maledire i piani tariffari spagnoli, a sclerare dietro all’orario dell’università, a mangiare paella al Ruko la domenica sera, a guardare i tramonti dal Parasol, a cercare all you can eat giapponesi fantasma, a desiderare long board e roller blade, a meravigliarci davanti ad un Mercado minimalista, ad insegnare come si vive bene in Italia, a renderci conto di quanto siamo fortunati a vivere in Italia, a farci regalare Cruzcampo ed ingressi in discoteca, a presentarci a chiunque incronci il nostro sguardo, a provare qualsiasi pietanza con un nome poco chiaro, a progettare viaggi, ad aspettare pacchi da casa, ad aspettare amici da casa, a pensare a quando ci torneremo a casa, ad apprezzare un po’ di più quello che abbiamo a casa, a godere del prossimo viaggio, del prossimo Erasmus, a temere gli esami in una lingua che non è la nostra, ad aborrare i bagni senza il bidet, a cantare in cerchio attorno ad una chitarra, a renderci conto di quanto la musica sia un collante senza confini, a comprare teli mare imbarazzanti, a guardare negli occhi i nostri compagni di avventura, e sentirli un po’ fratelli, un po’ famiglia, ad alzare gli occhi al cielo, a chiuderli con il sorriso…
Tutti qui, sulla stessa barca, o sullo stesso traghetto malandato, tutti qui a sorriderci, tutti diversi e tutti così uguali, tutti giovani, coraggiosi e fortunati, tutti legati da un filo invisibile o da un braccialetto “Erasmus Sevilla” anno accademico 2015/2016.
Siamo qui…
E non vorrei essere da nessun’altra parte.

Avvistata.
Sul volo FR4635 di Ryanair, Milano (Bergamo)-Siviglia, una bionda in bianco e nero, che sorvola l’Europa.
Il posto vicino al finestrino me lo sono giocata, le mestruazioni non mi danno tregua, mi hanno stivato il bagaglio a mano, sto pranzando con un Camogli alle 17.30 ed ho beccato, per la seconda volta in un’estate, lo steward più odioso della compagnia… insomma, come inizio non c’è male.
E siamo solo noi, io, due trolley ed un libro… magari. In realtà c’è una coppietta mielosa alla mia destra ed un’altra che ronfa a bocca aperta alla mia sinistra. Ma dico… se dovete rubarmi il posto al finestrino, almeno non fatevi beccare che dormite!
Va bene lo stesso, vale tutto, facciamo un respiro ed un passo indietro: sto andando a vivere in Spagna. Precisamente a Sevilla (Siviglia, per gli italiani, sì quella del barbiere), la temperatura a terra sarà di 30°C, l’umidità al 95% ed il mio telefono scarico. Come meravigliarsi.
È andata più o meno così: nel mese di ottobre, dopo aver scoperto che le borse di studio Erasmus non erano destinate ad un élite di redditi inferiori ad xxx, bensì a tutti i comuni mortali ed essermi guardata allo specchio, negli occhi di tante ragazze che erano “appena tornate”, ho deciso di attendere con frenesia un bando, Il Bando. Dopo aver compilato tutte le scartoffie al 1° posto è arrivata Sevilla, seguita da Tenerife (nel caso non mi fossi aggiudicata il 1° posto, sarebbe scattato il premio di consolazione). Dopodiché ho comunicato la notizia a casa, ovviamente a giochi fatti, quando non si torna indietro.
E Sevilla mi sono aggiudicata, qualche mese dopo.
La Spagna. Perché la Spagna? Parliamoci chiaro: sono la persona più solare e casinista del mondo, ma sono anche la più rigorosa. Lo spagnolo è la seconda lingua più parlata al mondo, snobbando il cinese che comunque non ho intenzione d’imparare in questa vita, data la scarsità di mete anglofone, mi sono buttata su questa lingua muy caliente.
Dopodiché la città viene da sé, non c’è paragone. Non c’è nulla da spiegare.
Quindi si, bella la fiesta loca, ma non è il mio obbiettivo primario.
L’estate è filata via veloce, piena di sorprese e felicità, come ogni stagione del sole che si rispetti, talmente emozionante da rendere l’arrivo del nono mese dell’anno un peso non indifferente…
Ed è arrivato settembre. E con i temporali anche un mal di pancia fisso, un nodo tra lo stomaco e la gola, pronto ad ovattare ogni giornata, ogni saluto, ogni movimento, ogni sapore, ogni sorriso.
Non ho voluto pensare alla partenza finché la partenza non era più vicina di qualsiasi altra cosa.
Non ho voluto mettere in mezzo l’Erasmus in nessun rapporto, in nessuna decisione che lo precedesse e me la sono goduta, fino all’ultimo secondo, quest’aria italiana.
Il mare, la pizza, l’alba, il profumo dei cornetti, la pioggia sui capelli, il pesto, il sorriso di Arabella, le chiamate della nonna, il tramonto, la musica italiana, la focaccia, le litigate con la mamma, la Costiera Amalfitana, la Puglia, l’Expo, Santa, la mia 500, le colline, l’asfalto, le code alla rinfusa, le discoteche, le mani di Lorenzo, le amicizie di una vita, quelle nuove, che valgono una vita.
Ho visto lo spettacolo dell’albero della vita, dall’autostrada, mentre Jovanotti cantava “…che settembre ci porti una strana felicità”, l’ho gridato a squarciagola e sono corsa a casa, consapevole più che mai di quello che avrei lasciato a 2000 km da me, inconsapevole di ciò che mi riserverà il destino, ma curiosa e felice più che mai.
Atterro tra venti minuti, o almeno così dice il mio nemico steward, ho prenotato con papà un ostello (io e gli ostelli, capitolo tutto da scrivere), nessuno mi aspetta all’aeroporto, nessuno mi aspetta a casa, ancora non ce l’ho una casa, la patente marcirà in valigia, l’ultima volta che ho studiato spagnolo è stato in seconda elementare, devo spostare il mio orologio biologico di qualche ora, il tramonto dovrebbe aspettarmi, spero di trovare un appartamento con il bidet e che si sciolga al più presto quel nodo.
Ciak, si gira.
Che lo spettacolo abbia inizio.